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Per essere definita come primitiva, una difesa deve mostrare due qualità, che sono anche associate alle fasi

precoci, preverbali, dello sviluppo infantile. Vi deve essere:

1) un insufficiente acquisizione del principio di realtà;

2) un incompleto conseguimento del processo di individuazione (ovvero della separatezza del Sè e della

costanza d’oggetto).

1) LE FANTASIE SCHIZOIDI

Nella maggior parte degli individui le fantasie diurne e i sogni notturni hanno la funzione di riequilibrare

l’assestamento intrapsichico dell’individuo, turbato dalla realtà; nella fantasia schizoide, l’individuo affronta

conflitti emotivi e fonti di tensione interne o esterne, privilegiando la vita all’interno delle fantasie, a scapito

della realtà; la persona preferisce rimanere immersa in fantasie irrealizzabili, al fine di ottenere una totale

autonomizzazione dalla dipendenza da altre persone. L’utilizzo eccessivo di questa difesa porta a una

tendenza a evitare le relazioni umane. Se la fantasia diventa la modalità più abituale per esprimere o

gratificare i propri bisogni, il suo utilizzo diventa disadattivo. Il termine fantasia schizoide si riferisce al fatto

che, per poter diventare mezzo per gratificare i propri bisogni, è necessario scindere e negare l’esistenza di

buona parte di quella realtà personale e⁄o esterna che non concorda con queste fantasie. Le fantasie possono

essere del tipo come il “sognare a occhi aperti”, ovvero una soluzione ad un conflitto con il mondo reale che

prevede una presenza anche se fluttuante della consapevolezza. Oppure possono essere delle fantasie del tutto

inconsce, che lasciano traccia della loro esistenza solo attraverso lapsus, paraprassie e atti mancati. La

funzione della fantasia è un processo mentale creativo e utile per l’individuo; diventa disadattativa quando

serve per evitare i conflitti del mondo reale, e l’individuo si rifugia nella gratificazione di un mondo

immaginario. Secondo il DSM IV, la fantasia schizoide è presente quando il soggetto affronta i conflitti

emozionali o i fattori stressanti interni ed esterni con un eccesso di sogni ad occhi aperti, che rappresentano

un sostituto delle relazioni umane, di comportamenti più efficaci, e delle soluzioni per i problemi. Nei

bambini, sono molteplici e diverse le espressioni di ritiro in un rifugio protettivo rispetto agli stimoli esterni

ritenuti come traumatici. Il ritiro primitivo può anche entrare nel controtransfert. Il prevalere di questo tipo di

meccanismi di difesa sugli altri in modo massiccio caratterizza quella che è la personalità di tipo schizoide.

2) IL DINIEGO

Il termine di diniego (o negazione psicotica) viene usato quando vi è menomazione grossolana del test di

realtà. Sandler ne parla come di uno dei più precoci meccanismi di difesa che si presentano nel bambino. Il

bambino con questo meccanismo elimina le esperienze spiacevoli e sentimenti aggressivi, da cui è anche

spaventato. É molto più facile negare i propri sentimenti feriti che non riconoscere pienamente la rabbia e poi

inibire il pianto, il dolore. Il diniego si presenta anche in situazioni dove non vi è una chiara psicopatologia e

sono innumerevoli le situazioni dove agisce il diniego nella vita quotidiana.

3) IL CONTROLLO ONNIPOTENTE

Quando il soggetto affronta i conflitti emozionali o i fattori stressanti interni ed esterni sentendosi o agendo

come se possedesse poteri o capacità speciali, e come se fosse superiore agli altri, l’individuo vive una

condizione di onnipotenza. L’origine del controllo di tipo onnipotente è antica e va cercata nei primi tentativi

del bambino di uscire dal suo guscio narcisistico. La condizione infantile di onnipotenza primaria, dove il

bambino vive l’illusione di controllare il mondo, con la maturazione del bambino, lascia il posto a una fase

successiva, di onnipotenza secondaria, dove tutto il potere di controllo, sicurezza e salvaguardia stessa della

sua sopravvivenza viene attribuita a una o più figure primarie di accudimento, ai genitori. Il bambino impara

a tollerare il dolore, che deriva dalla constatazione graduale che la “magia“ (l’onnipotenza) non esiste, nè in

sè, nè nelle persone che lo accudiscono. Quando il controllo onnipotente diventa la difesa maggiormente

utilizzata parliamo di persone con personalità psicopatica (o sociopatica o disturbo di personalità

antisociale): queste persone, per far fronte al dolore che deriva dalla loro consolidata esperienza di non

potersi affidare a nessuno, hanno la primaria preoccupazione di esercitare una qualche forma di potere sugli

altri. L’utilizzo massiccio di questa difesa si trova in persone che non hanno visto quasi mai riconosciute le

loro esigenze, e questo fin dalla prima infanzia.

4) L’IDEALIZZAZIONE

L’idealizzazione di un genitore da parte del bambino fa parte dei normali processi dello sviluppo infantile.

L’idealizzazione normale è una componente essenziale dell’amore maturo e la graduale de-idealizzazione di

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coloro per i quali abbiamo avuto attaccamenti infantili costituisce una parte normale e importante del

processo di separazione–individuazione. Essa ricalca la convinzione dei bambini piccoli che la madre e il

padre siano perfetti, capaci di azioni sovrumane, degni di fiducia totale e di amore per il bambino. Questo

processo di idealizzazione contribuisce in parte alla formazione degli ideali stessi, il raggiungimento dei quali

continuerà per il resto della vita dell’individuo a fornire dei rifornimenti narcisistici utili alla crescita

personale. Vi sono delle persone che vivono idealizzando: in tutti questi casi possiamo ipotizzare che siamo

di fronte a un disturbo narcisistico della personalità. Queste persone affrontano i conflitti emotivi e fonti di

stress interne o esterne attribuendo qualità esageratamente positive a se stesso e⁄o agli altri. Ci sono dei

cosiddetti narcisisti dalla pelle spessa, ossia quelle persone che difficilmente si fanno toccare emotivamente

dagli altri, non si mettono mai in discussione e le cui difese tendono a essere impenetrabili. All’altro estremo

vi è chi è convinto di non valere niente e vede negli altri tutte le qualità (narcisisti dalla pelle sottile). Per le

loro caratteristiche, questi persone possono essere annoverate nella diagnosi psichiatrica descrittiva di

disturbo borderline di personalità.

5) LA SVALUTAZIONE

Nella svalutazione la persona affronta conflitti emotivi e fonti di stress interne o esterne attribuendo

caratteristiche esageratamente negative a se stesso o agli altri. La svalutazione è una difesa che deriva da una

profonda paura di vedere ferita la propria immagine o la propria fonte interna ideale di gratificazione. La

svalutazione diventa il filtro percettivo con cui la persona vede il mondo. La svalutazione primitiva non è

altro che l’inevitabile opposto dell’idealizzazione. Nessun essere umano è perfetto, quindi l’idealizzazione

per lo psicoterapeuta che segue modalità infantili precoci è condannata a lasciare il posto a questo

sentimento, alla disillusione. Idealizzazione e svalutazione sono complementari: tanto più l’oggetto è

idealizzato, tanto più radicale e distruttiva sarà la svalutazione cui andrà incontro.

6) LA PROIEZIONE

La proiezione è quel processo per cui qualcosa di interno viene considerato proveniente dall’esterno. Si

ritiene che nella proiezione l’individuo affronti conflitti emotivi e fonti di stress interne o esterne attribuendo

erroneamente ad altri i propri sentimenti, impulsi o pensieri non riconosciuti. Il soggetto rinnega i propri

sentimenti, le proprie intenzioni, la propria esperienza attribuendoli agli altri, a coloro dai quali si sente

minacciato o che sente in qualche misura affini. Nelle proiezioni vi è sempre una qualche quota di

disconoscimento della propria realtà interna. Nelle sue forme più mature, la proiezione è alla base della

comunicazione con gli altri, ed essa è alla base dell’empatia. Nelle sue forme meno integrate, la proiezione

provoca fraintendimenti e danni interpersonali. I meccanismi proiettivi sono presenti in ogni persona,

differiscono a seconda della struttura di personalità e del livello di organizzazione evolutiva della persona.

Ben diversa è la fenomenologia psichica e relazionale se i processi proiettivi appartengono a una persona con

livello evolutivo di organizzazione borderline o psicotica. I fenomeni proiettivi si possono collocare in uno

spettro dove a un capo troviamo la confusione psicotica (dove tutto viene proiettato, predomina la

sostituzione del mondo esterno da parte di quello interno, e la realtà viene disconosciuta o confusa come nel

sogno; le altre persone cessano di esistere come individui a se stanti, se non come ricettacoli delle proiezioni),

o le espressioni di identificazioni proiettive nella persona con livello di organizzazione evolutiva prevalente

di tipo borderline; all’estremo più maturo dello spettro proiettivo, vi sono le proiezioni fisiologiche, quelle

che ci permettono di esternalizzare le nostre esperienze memorizzate e di riconoscere il mondo, secondo un

corretto esame di realtà.

7) L’INTROIEZIONE

L’introiezione è il processo opposto alla proiezione, ove si considera proveniente dall’interno qualcosa che in

realtà è esterno. Nelle sue forme più fisiologiche, l’introiezione equivale a un’identificazione primitiva con

altre persone importanti. Anna Freud la descrive come quel fenomeno per cui qualche aspetto della mamma o

del papà viene inglobato dal bambino. Nelle sue forme patologiche ed antievolutive, l’introiezione può

diventare un processo psicopatologico molto disturbante (identificazione con l’aggressore dove la persona

tende a dominare la paura e l’assoggettamento passivo, assimilando le qualità del suo aggressore). Le persone

che ricorrono e in modo prevalente e massiccio al meccanismo dell’introiezione vengono descritte come

aventi un carattere depressivo.

8) L’IDENTIFICAZIONE PROIETTIVA 14

Il termine di identificazione proiettiva è stato introdotto da Melanie Klein per descrivere un meccanismo di

difesa ad insorgenza precoce nel bambino. La Klein sosteneva che l’utilizzo di questo meccanismo di difesa

era proprio di quella fase della vita del bambino dove, per l’immaturità dell’apparato psichico infantile,

l’infante, non riuscendo a mantenere un’immagine costante e integrata della madre, scindeva le qualità

confortanti della madre da quelle frustranti, mantenendo questi aspetti materni polarizzati, quasi provenissero

da due persone diverse (posizione schizoparanoide). La conseguenza di questa organizzazione mentale è

l’identificazione proiettiva. Se è vero che il mondo del bambino si vede così suddiviso in buoni e cattivi, in

esperienze gratificanti e in esperienze soverchianti, il bambino automaticamente attribuisce questo tipo di

valore emozionale alle sue relazioni. Secondo gli psicoanalisti kleiniani affinchè si possa parlare di

identificazione proiettiva è necessario che;

1) vi sia in corso un rapporto interpersonale con una persona che funga da concreto ricettacolo delle

emozioni mal tollerate e espulse con la proiezione;

2) la persona che riceve queste proiezioni si trovi a provare i sentimenti che la persona che proietta

gli ha evacuato.

Se diviene il meccanismo di difesa privilegiato, l’identificazione proiettiva comporta l’attribuzione di

un’immagine della realtà per cui l’oggetto è visto in una luce distorta. In questa distorsione percettiva,

possiamo intravvedere una qualche alterazione, regressione o danneggiamento dell’esame di realtà, tipico di

personalità poco strutturate in fasi fondamentali dell’infanzia.

9) LA SCISSIONE

Nella scissione, il bambino piccolo affronta qualsiasi sollecitazione a cui è impreparato o fonti di stress

interne o esterne, trattandole come se fossero esperienze del tutto buone o completamente cattive, non

riuscendo a integrare le caratteristiche positive e negative di sè e degli altri in immagini coese e realistiche.

Se una persona che vive il resto del mondo come suddiviso tra buoni e cattivi, vive la stessa situazione

rispetto alle parti del proprio Sè. Le parti che l’individuo percepisce come “cattive” sono percepite come parti

del Sè non tollerate. Di conseguenza la scissione rappresenta la condizione predisponente alle

esternalizzazioni di porzioni più o meno ampie della propria vita psichica. Il ripresentarsi di momenti in cui si

ripresentano delle polarizzazioni estreme dei conflitti interni dell’individuo, corrispondono anche a momenti

in cui il paziente è più vicino ad affrontare e a superare degli importanti problemi intrapersonali. La difesa

della scissione nell’adulto che la usa abitualmente è maladattativa, perchè la persona si comporta verso gli

altri in modo imprevedibile e irrazionale. Questa modalità di comportarsi è una diretta conseguenza del modo

in cui ha assimilato le relazioni oggettuali nella propria infanzia. Il soggetto predilige le situazioni che può

vivere come sicure rinunciando ai vantaggi che potrebbe ottenere se fosse più aperto e duttile nei confronti

delle esperienze relazionali nuove. La scissione del Sè rappresenta un processo primitivo dove si possono

osservare un bisogno di organizzare le proprie esperienze assegnando valenze soltanto buone o soltanto

cattive.

IV – LE DIFESE PIÙ MATURE (!)

Quello che caratterizza le difese mature è la presenza dal raggiungimento della costanza d’oggetto e da un

sufficiente senso di separatezza e di individuazione; esse sono caratterizzate dall’essere usate all’interno di

una considerazione più stabile del principio di realtà. Quello che accomuna queste difese è il fatto che il loro

uso denota l’utilizzo di alcune funzioni dell’Io più sviluppate e aderenti all’esame di realtà. Sono difese che,

anche se attivate secondo modalità di funzionamento molto primitive, tendono a mascherare tale loro origine

infantile, conferendo al comportamento un aspetto socialmente più accettabile.

1) LE DIFESE OSSESSIVE

Le difese di tipo razionalizzante ed ossessivo sono delle difese, in quanto modi di proteggere la coscienza, ma

sono anche utili operazioni mentali per cercare di dare un senso al mondo che ci circonda e alla nostra vita.

Queste difese diventano disadattative quando allontanano la persona dal mondo dei suoi sentimenti, cioè

dalla comprensione del valore delle emozioni, quali principali vettori di comprensione della vita di relazione

tra gli individui. Quando questo accade, divenendo per di più una tendenza stabile, la persona sviluppa un

carattere ossessivo. La persona tende a reagire alle situazioni difficili e ad affrontare i problemi della sua

vita con una modalità difensiva che, solo all’apparenza si presenta come intelligente: è un’intelligenza nata

dalla paura, che munendo la persona di una rigida corazza difensiva, la distanzia dalla comprensione della

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propria realtà psichica. Le difese secondarie come l’isolamento degli affetti o l’annullamento retroattivo si

presentano come tentativi di contenere ed eliminare la componente irrazionale ed emotiva nell’individuo,

mentre le altre rappresentano la modalità in cui si è specializzato l’animale della specie homo sapiens per far

fronte alle imprevedibilità dell’ambiente, quando si priva delle informazioni che giungono dalla

comprensione emotiva per controllare il mondo e sembrare ragionevole.

A) L’ISOLAMENTO

L’isolamento è il modo in cui le persone possono gestire l’angoscia e altri stati mentali dolorosi isolando il

sentimento dalla conoscenza: l’aspetto affettivo di un’esperienza o di un’idea viene separato dalla sua

dimensione cognitiva. Il soggetto perde il contatto dal sentimento associato con una certa idea, mentre rimane

consapevole degli elementi cognitivi. L’isolamento degli affetti ci permette di sopportare delle situazioni

dolorose, o potenzialmente dolorose, continuando a funzionare in un ambiente che continua a richiedere le

nostre prestazioni. L’isolamento degli affetti, quale difesa, si presenta in modo adattativo.

B) L’ANNULLAMENTO RETROATTIVO

L’annullamento retroattivo potrebbe essere definito come una difesa che mira a un controllo magico di eventi

potenzialmente dolorosi e dei sentimenti a questi connessi. Esso rappresenta la base dinamica per spiegare i

complessi rituali che compiono i pazienti affetti da disturbi ossessivi, dove il contare, il lavarsi le mani, e altri

riti compulsivi consimili sono tutti degli atti compiuti per scongiurare un evento di cui si paventano le

conseguenze. La principale espressione sintomatologica dell’annullamento retroattivo sono le compulsioni,

cioè tutti quegli atti ritualistici, che hanno lo scopo di rassicurare il soggetto.

C) LA RAZIONALIZZAZIONE

La razionalizzazione fa parte della vita di ogni individuo, quasi in ogni attimo. Pur essendo un meccanismo

adattativo, esso nasconde uno svantaggio: visto che ogni cosa può essere razionalizzata, può accadere che la

persona finisca per raccontare bugie a se stessa, al fine di evitare esperienze emotive dolorose, confondendo

la realtà soggettivamente concepita con la realtà oggettivamente percepita. Tale difesa agisce in modo

benigno quando consente di svolgere al meglio una situazione difficile con il minimo danno, ma il suo

inconveniente come strategia difensiva è che ogni cosa può essere razionalizzata e se utilizzata come strategia

esclusiva non permette la comprensione di sè, ovvero l’introspezione, visto che la vita umana e il suo

sviluppo affettivo, non sono certo regolati solo dalla comprensione delle componenti cognitive.

D) L’INTELLETTUALIZZAZIONE

I suo utilizzo eccessivo comporta che la persona che usa questo meccanismo risulti poco genuina, e che si

avvicini descrittivamente a quello che Winnicott ha chiamato falso sè. La persona che utilizza eccessivamente

l’intellettualizzazione parla di sentimenti come se li conoscesse o li vivesse, ma di fatto li tratta come se

fossero un’interessante fenomeno della natura con cui egli non ha niente a che fare.

E) LA GENERALIZZAZIONE

La generalizzazione è una particolare forma di intellettualizzazione dove, in via pregiudizievole, la persona

tende a categorizzare e ad attribuire secondo una modalità preconfezionata delle qualità ai fenomeni, alle

persone e alle situazioni relazionali. La generalizzazione è un dinamismo mentale che prevede una diffusione

emotiva di un particolare sentimento aggressivo o libidico, che se fosse diretto verso un particolare oggetto, o

verso una particolare situazione relazionale, potrebbe provocare dei sentimenti dolorosi, di imbarazzo o di

vergogna. Pertanto vengono in via preventiva utilizzate delle idee preconcette o dei pregiudizi per deviare e

diffondere i propri sentimenti.

F) LA MORALIZZAZIONE

La moralizzazione è una difesa che si situa evolutivamente a metà strada tra la difesa più evoluta della

razionalizzazione (una difesa matura) e quella della scissione (una difesa primitiva). Anche la moralizzazione

è una difesa comune che fa capo, da un punto di vista dinamico, alla nostra coscienza morale: è un processo

difensivo che si attiva allorquando, in un conflitto, il Super-io svolge un ruolo centrale. La persona che

moralizza trova delle regole etiche per giustificare le proprie azioni. L'origine del Super-io è connessa con

l’Es, e con le vicissitudini degli istinti: è per questo che la moralizzazione costituisce una soluzione di

compromesso tra le esigenze di controllo sugli affetti, provenienti dal Super-io, e allo stesso tempo, una

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forma di evoluzione di una delle difese più utilizzate dal bambino piccolo, quando questi è dominato dall’Es,

ovvero la scissione.

G) LA COMPARTIMENTALIZZAZIONE

La compartimentalizzazione rappresenta una difesa che agisce una spaccatura tra diverse dimensioni

cognitive tra loro incompatibili. La persona che compartimentalizza abbraccia due o più idee, atteggiamenti o

comportamenti che sono in conflitto tra loro, ma senza coglierne le incoerenze. Nel linguaggio comune, la

compartimentalizzazione si chiama ipocrisia: colui che predica bene e razzola male è la persona che

compartimentalizza la propria vita.

2) LE DIFESE DI CONTROLLO NARCISISTICO (AGENTI PREVALENTEMENTE SUL SÈ)

Esistono una categoria di difese che esprimono la tendenza dell’individuo a essere completamente impotente

e vulnerabile agli eventi esterni. Nel bambino più grande, la paura di essere in balia degli eventi si esprime

con la paura dell’abbandono. Uno dei motivi dello sviluppo di questi sentimenti può derivare dalla

percezione inconscia di aver perso l’amore da parte dei nostri genitori a causa dei nostri istinti ostili. Questa e

molte altre motivazioni portano l’individuo a sviluppare dei meccanismi di difesa che capovolgono,

distorcono, annullano questi sentimenti, spesso portando a una soluzione adattiva che va a detrimento del sè.

A) IL RIVOLGIMENTO CONTRO IL SÈ

Il rivolgimento contro il sè consiste nello spostare un affetto ostile o un sentimento negativo, diretto verso un

oggetto esterno dirigendolo verso il sè. Si tratta di una modalità difensiva in cui per il soggetto è preferibile

attribuire la colpa a sè, piuttosto che a un’altra persona importante e significativa per lui, perchè fare

altrimenti lo esporrebbe a un drastica perdita dell’amore e della sicurezza. Quando l’uso di questa difesa

rientra massiccio, automatico e compulsivo parliamo di personalità depressiva. Questa difesa è anche

presente nel masochismo.

B) LA FORMAZIONE REATTIVA

La formazione reattiva consiste nella conversione di un affetto negativo in uno positivo o viceversa. La

formazione reattiva è un tipo di difesa che fa sembrare a un osservatore esterno la persona che la usa falsa e

ipocrita. La formazione reattiva consiste nella trasformazione nel contrario di un sentimento, ma dove il suo

scopo adattivo è quello di elidere un problema presente in tutte le relazioni significative, ossia

l’ambivalenza.

C) IL CAPOVOLGIMENTO DAL PASSIVO IN ATTIVO

Il capovolgimento dal passivo in attivo è un meccanismo di difesa legato alla passivizzazione, al subire

l’azione da parte di un’altra persona. È un meccanismo di difesa che entra in gioco quando ci si mette in

relazione con un’autorità, quando vi sia un rapporto di dipendenza e⁄o di potere. Ferenczi ne parla

nell’articolo dove descrive la situazione e i vissuti del bambino che subisce un abuso sessuale.

D) LA RINUNCIA ALTRUISTICA

L’altruismo fa parte delle difese minori, in quanto, anche se può avere una valenza difensiva, ha una funzione

adattativa ed esserci di aiuto per stabilire dei legami positivi e validi, consolidando così il nostro adattamento

sociale. Vi è una forma di altruismo che si avvale della proiezione in maniera più massiccia e inconscia, e

questo accade nella rinuncia altruistica. Anna Freud lo definisce come il trasferire i propri desideri su un’altra

persona, preoccupandosi poi della loro realizzazione dove la persona oggetto di questo trasferimento diviene

indispensabile per la persona stessa. La rinuncia altruistica differisce dall’amore oggettuale, in quanto essa si

genera dalla trasformazione di propri sentimenti non accettabili. Anna Freud sostiene che questo processo

difensivo ha diverse finalità:

1. raggira il Super-io e le sue proibizioni in merito alla gratificazione di determinati istinti,

siano essi amorevoli o aggressivi. Il soggetto si preoccupa della gratificazione in altre persone

di quegli stessi bisogni che non tollera di avere. Questo meccanismo permette alle attività

conflittuali e all’aggressività inibite di mantenersi vive e anche a liberarsi. In fondo nel

concetto di rinuncia altruistica vi è il ripristino e la salvaguardia di un sentimento di sicurezza

che passa attraverso la gratificazione di un’altra persona, dove la percezione corrente di un sè

imperfetto, inadeguato, incapace o a rischio di svalutazione, si sposta sulle esigenze istintuali

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degli altri, motivando la persona a esprimersi in loro difesa attraverso le rivendicazioni di cui

si fa promotrice.

2. La deresponsabilizzazione, cioè il permettere al soggetto di vivere attraverso l’altro,

proiettando i suoi desideri, ma allo stesso tempo, ogni mancata realizzazione degli stessi, non

viene vissuta di fatto come una frustrazione o un fallimento proprio, ma dell’altro. La rinuncia

altruistica non è di fatto un’espressione dell’amore oggettuale maturo, quanto di una necessità

di rifornimento narcisistico per procura.

E) L’ASCETISMO ADOLESCENZIALE

La persona in questo caso reagisce con un disconoscimento degli istinti. Questa tendenza si esprime in ogni

situazione in cui le urgenze istintuali diventano soverchianti e l’individuo teme di rimanerne annientato:

questo è quanto avviene nell’adolescenza. La riduzione totale di ogni desiderio, in quanto difesa estrema

contro la paura evocata dalle spinte istintuali è stata chiamata da Anna Freud ascetismo adolescenziale. Anna

Freud scrive che nell’adolescente ad ogni io voglio dell’istinto l’Io risponde con un non devi, ad imitazione

dei genitori severi che in tal modo vogliono impartire un’educazione ai bambini nella primissima infanzia.

3) LE DIFESE DI CONTROLLO OGGETTUALE (AGENTI PREVALENTEMENTE

SULL’OGGETTO)

I meccanismi di controllo oggettuale sono dei tentativi di risolvere un conflitto interno spostandolo fuori di

sè, inducendo una risposta da parte dell’oggetto, ossia attraverso un’esternalizzazione.

A) L’ACTING OUT

L’acting out (passaggio all’atto, o agire) è un’espressione, nata all’interno della psicoanalisi quando il

paziente agisce impulsivamente in genere per evitare di diventare consapevole di qualcosa che non

tollererebbe. L’azione sostituisce il pensiero perchè temuto e ritenuto troppo doloroso. Il fine dell’agire è

quello di cercare di ripristinare una condizione più rassicurante, dove la reazione dell’oggetto (di un’altra

persona) alla propria azione è funzionale a questo scopo. Questa è una modalità difensiva presente nella

personalità con uno scarso controllo degli impulsi. Agire aiuta a ripristinare uno stato di benessere e

sicurezza, allontanando i sentimenti ritenuti minacciosi per la propria integrità personale, ma non aiuta a

pensare. Questi pazienti compiono delle azioni involontarie sgradevoli, perchè incontrollate, come dei tic

complessi, che coinvolgono sia il corpo, sia le emissioni vocali, emettendo delle vocalizzazioni gutturali. Essi

devono convivere con un grande senso di imbarazzo proprio perchè spesso non riescono a controllare le loro

emissioni vocali o i movimenti incontrollati, con il rischio di essere ridicolizzati. Spesso l’acting out si

esprime attraverso il bisogno di manipolare gli altri, non curandosi del dolore provocato. Questo modo di

difendersi, agendo, presenta ampi spazi di sovrapposizione con la difesa primitiva del controllo onnipotente,

ed è caratteristica delle persone con personalità antisociale, dove la propria omeostasi affettiva viene

mantenuta a spese di quella degli altri: per dimostrare a se stesse quanto possono tenere sotto controllo gli

altri, que ste persone vivono generando insicurezza negli altri.

B) L’AGGRESSIONE PASSIVA

Questo meccanismo di difesa è presente quando esistono dei sentimenti di rancore, di rabbia e di frustrazione

nei confronti di una persona da cui si è dipendenti, e verso la quale si nutrono sentimenti di amore, di cui però

non si riconosce la natura ambivalente. Nell’aggressione passiva deve essere salvaguardata l’armonia con la

persona per cui si è provato o si prova rabbia ed è caratterizzata dal modo indiretto con il quale vengono

espressi l’ostilità e i sentimenti di rancore nei confronti dell’altro. Questa è una di quelle difese che proprio

per la sua natura interpersonale ci richiama al concetto di induzione di ruolo introdotto e spiegato dai

Sandler: cioè anche la persona che è bersaglio dei sentimenti di rabbia passiva e che è coinvolta nella

relazione, detiene una certa comprensione inconscia di cosa sta veramente accadendo nella relazione, ma per

motivi, spesso di cui non è consapevole, li accetta. La persona che invece fa uso dell’aggressione passiva ha

imparato che a ogni sua dimostrazione spontanea di rabbia segue una punizione, una frustrazione o, quanto di

più temuto, un definitivo allontanamento della persona amata, ma anche che questa perdita si realizza solo se

esprime i suoi bisogni o sentimenti direttamente a qualcuno che ha potere o autorità su di lui. L’aggressività

passiva permette di demandare la responsabilità ad altri, a fronte di cambiamenti, e di dover affrontare dei

momenti dolorosi di cambiamento. Vi è questa dissimulata resistenza dove l’insoddisfazione, l’irritazione, e

la rabbia viene tutta attribuita all’altro. Il vantaggio primario dell’aggressività passiva è dato dall’evitamento

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della temuta ritorsione rispetto al proprio spontaneo sentimento di rabbia.

C) IPOCONDRIASI (LAMENTARSI MA RIFIUTARE L’AIUTO OFFERTO)

Chi non ha mai temuto di essere gravemente malato, o affetto da una malattia incurabile alle prime avvisaglie

di un banale malessere? Tra i motivi più noti vi sono quello dello spostamento di un’ansia che nasce da un

conflitto interno che viene trasferito sul corpo. L’ipocondriasi diventa disadattiva quando agisce in modo

pervasivo e non consiste solo nel lamentarsi, quanto nel rigettare sistematicamente l’aiuto offerto. Questa

difesa rappresenta nella maggior parte dei casi un tentativo di manipolazione dell’oggetto, e tende a

mantenere sempre vicina la persona per cui si nutrono dei sentimenti ambivalenti, ma punendola, facendola

sentire incapace di ottemperare ai bisogni del soggetto.

D) LA SESSUALIZZAZIONE (ISTINTUALIZZAZIONE)

La sessualizzazione, ovvero il cercare di conquistare gli altri con atteggiamenti francamente sessualizzati ha

il suo scopo nel controllo dell’altro e, attraverso questo, il controllo delle proprie paure di abbandono o di

perdita della propria sicurezza. In realtà la sessualizzazione di questo tipo, quelle che alcuni chiamano la

sindrome di Don Giovanni nell’uomo, o la ninfomania nella donna, nascondono spesso un profondo senso di

inadeguatezza, una scarsa autostima. In questo senso, i don giovanni e le ninfomani sono terrorizzati

dall’intimità, dal contatto personale autentico e dall’amore, e risolvono il loro conflitto mediante una

soluzione di compromesso, dove l’adeguamento alle aspettative altrui, e l’utilizzo del proprio corpo,

rappresentano un qualcosa che è sempre meglio del nulla dell’abbandono.

V – LE DIFESE MINORI (!)

Le difese minori vanno considerate come doti, o risorse mentali, di un individuo. La presenza di queste difese

in un individuo indica l’esistenza di competenze sviluppate e un grado elevato di maturità. L'uso variegato e

flessibile delle difese minori rappresenta una di quelle caratteristiche che conferiscono alla persona la

proprietà di essere un adulto consapevole, anche se sporadiche utilizzazioni regressive delle difese più

arcaiche non escludono questa maturità.

1) L’ALTRUISMO

L’altruismo va inteso come una autentica e spontanea spinta dell’individuo a gratificare se stessi attraverso

una parziale gratificazione degli altri. È possibile parlare di altruismo quando una persona esprime e ha

raggiunto i propri ideali, dopo un faticoso e sofferto sufficiente processo di separazione e individuazione e

che, grazie a questa maturazione, si esprima anche attraverso degli atti di generosità spontanea e genuina, di

amore, di gratitudine e di riconoscimento dell’importanza che hanno le persone che lo hanno aiutato a

crescere (missionario). Vi sono persone che esprimono dei comportamenti altruistici, a cui non sono sottese

delle effettive e autentiche comprensioni della natura del proprio Sè attuale. A questa accezione di altruismo

appartiene l’ideale dello pseudo-missionario, che rappresenta un'aspirazione fittizia, un falso sè difensivo,

dove la difesa portante è quella della rinuncia altruistica. Questo tipo di difesa si presenta in persone che non

hanno raggiunto un livello evolutivo sofisticato, nè un sufficiente grado di individuazione e separazione, nè

sono riusciti a conciliare le più intime esigenze del proprio sè attuale, ovvero i propri bisogni primari di

dipendenza, adattandosi per raggiungere degli ideali realistici.

2) LA NEGAZIONE

La negazione viene denominata negazione nevrotica, o minore, per distinguerla dalla negazione maggiore, o

psicotica, del diniego. Essa è a tutti gli effetti una difesa; anche la negazione è assimilabile a un processo

evolutivo e si evidenzia quando la persona capovolge una situazione emotivo-relazionale anteponendo un

“non” (o un “no”) a quanto egli sta percependo da un punto di vista affettivo. La negazione nevrotica ha un

valore protettivo quando assistiamo a un evento affettivamente traumatico: la persona dice a se stessa “oh,

no!” oppure: “non è successo!”. In genere si tratta di un processo mentale considerato tra quelli benigni per

quanto concerne l’adattamento in quanto la persona si rifiuta sì coscientemente di riconoscere certi aspetti

dolorosi della propria esperienza soggettiva, per evitare dei sentimenti di colpa, di vergogna o di umiliazione,

ma a differenza dalla negazione psicotica del diniego, l’esame di realtà rimane preservato e i vissuti negati si

limitano alla componente affettiva dell’esperienza. 19

3) LA SUBLIMAZIONE

La sublimazione, al pari della catarsi era considerata un processo mentale cui ogni individuo dovesse tendere

per raggiungere una piena maturità, e per considerarsi libero da condizionamenti mentali, o inibizioni, e in

genere da psicopatologie. Si considerava maturo un individuo che aveva sublimato un istinto sessuale e⁄o si

era da esso liberato attraverso una catarsi risolutiva. Oggi la sublimazione non viene più vista come il

traguardo della terapia analitica; essa può rappresentare anche un processo maturativo.

4) L’AFFILIAZIONE

Nella affiliazione, l’individuo affronta conflitti emozionali o i fattori stressanti interni ed esterni, rivolgendosi

agli altri per avere aiuto o supporto. Questa difesa rappresenta una caratteristica adattiva propria della nostra

specie in quanto animali sociali, cioè la capacità di affidarsi, di avere fiducia, di scegliere le persone che

possono sostituire i nostri oggetti primari di accudimento, i genitori, e di continuare a crescere anche dopo

che è avvenuta la separazione da loro, trovando nuove fonti di nutrimento e di identificazione in persone che

stimiamo. L’affiliazione è quel processo mentale che ci permette di mantenerci vicini a nuove fonti di

rifornimenti narcisistici, di crescita personale, di sviluppo maturativo e di adattamento. L'affiliazione è un

processo che si basa sullo sviluppo della relazione basata sulla fiducia e della capacità di affidarsi e si

inserisce nell’accettazione della propria dipendenza dagli oggetti e nello accrescimento della capacità di

amare. Questa difesa per essere considerata effettivamente “minore” deve essere esprimersi all’interno di un

intervallo flessibile: fidarsi troppo poco fa perdere le opportunità della vita di relazione; al contrario, fidarsi

troppo comporta il rischio di costruire e intrattenersi in relazioni poco redditizie con persone che possono

approfittare della nostra ingenuità. L’affiliazione è da mettere in contrapposizione con la fascinazione, diffusa

in ogni ambiente professionale. La fascinazione consiste nell’utilizzo di tecniche persuasive o seduttive, che

hanno la finalità evidente di accattivarsi l’altro, dicendo alla persona quello che vuole sentirsi dire.

5) L’ANTICIPAZIONE

L’anticipazione rappresenta una attività mentale che mira alla risoluzione anticipata di un problema, prima

che il problema si presenti alla percezione del soggetto. L’anticipazione è un processo difensivo che comporta

il ripristino di un equilibrio attraverso l'atto del fasciarsi la testa prima di essersela rotta. Questo meccanismo

difensivo riflette l’esistenza nell’apparato psichico del soggetto di competenze adattive di verifica, di

sondaggio della situazione attuale, di esame di realtà, di valutazione realistica delle proprie risorse, di

pianificazione dell’azione, e di altre risorse che permettano di agire o risolvere un problema personale in

maniera differita. L’anticipazione si fonda su processi di pensiero sofisticati, propri del processo secondario.

Il pensiero, quale processo interno di manipolazione delle immagini, e ancora di più dei simboli, è un

processo molto più economico della scarica motoria afinalistica. Il vantaggio economico è enorme, la scarica

è minima e il processo di pensiero permette di compiere molte prove interne prima di stabilire qual è la

sequenza motoria migliore da rilasciare per raggiungere l’obiettivo. Il pensiero è una strutturazione

progressiva di questo tipo di addestramento basato sull’esperienza che si sviluppa nel bambino e che sancisce

il passaggio dal principio di piacere al principio di realtà. Senza questi passi non si acquisisce la capacità di

pensare, lasciando lo spazio alla predisposizione a psicopatologie specifiche.

6) L’UMORISMO

L’umorismo è una competenza acquisita dall’individuo maturo. L’umorismo si basa su di un equilibrio

quanto mai delicato tra quelle che sono le funzioni dell’Es e le funzioni censorie del Super-io. Freud dice che

il processo umoristico per compiersi deve coinvolgere sia una componente della persona che dirige su se

stessa l’autoironia e l’atteggiamento umoristico, sia una seconda parte di sè che riveste la parte

dell’osservatore e che gode della battuta umoristica. La maturità di chi si esprime con umorismo secondo

Freud deriverebbe dal fatto che questi assumerebbe dentro di sè un doppio ruolo, da una parte una sorta di

ruolo paterno, di adulto che si rivolge a un’altra parte di sè, più piccola e suscettibile alla paura o ai

turbamenti. L’umorismo rappresenta il contributo alla comicità dovuto all’intervento del Super-io. Freud ha

evidenziato che il Super-io, questa componente psichica con funzione di spettatore e controllore costante, può

non essere intesa solamente come un entità rigida, severa e punitiva. Il Super-io può essere una guida interna

istruttiva e benevola. Il Super-io nell’umorismo e nell’autoironia, risponde mitigando le sollecitazioni

disturbanti, ridimensionando l’angoscia delle possibili minacce derivanti da urgenze sessuali e aggressive. Il

Super-io mira mediante l’umorismo a consolare l’Io e a difenderlo dalla sofferenza. L’umorismo va distinto

da altri processi quali il sarcasmo, dove il soggetto tratta con superiorità un'altra persona, che viene dileggiata

20

e svilita; in questa espressione, vediamo all’opera il Super-io nella sua forma persecutoria più rigida e severa.

Esso rappresenta il modo con cui difensivamente trattiamo gli altri, ma in modo proiettivo, in un modo

soffuso da un costante rimprovero rivolto a una parte mal tollerata e disprezzata di sè.

7) L’AUTOAFFERMAZIONE

L’autoaffermazione ci richiama all’utilizzo mitigato delle spinte aggressive dal processo secondario e

dall’esame di realtà: la realizzazione personale richiede un utilizzo adattativo dell’aggressività e della

competitività. Ogni processo di individuazione e di separazione richiede allo stesso tempo al soggetto di fare

i conti con una quota di aggressività e con la concomitante e molto temuta evenienza che il proprio

allontanamento rispetto agli oggetti primari di amore, comporti un’offesa agli stessi, nel corso del suo

sviluppo.

8) L’AUTOOSSERVAZIONE

L’autoosservazione può essere ricondotta al concetto di insight (o consapevolezza di sè). L’insight

rappresenta un processo percettivo del sè attuale, ovvero delle proprie necessità, dei propri pregi e difetti, e

della distanza dai propri raggiungimenti in termini di ideali. Questa capacità a tollerare la frustrazione è

possibile che abbia delle basi costituzionali, come il temperamento emotivo. É diverso da individuo a

individuo, ma molto più spesso rappresenta l’esito di un cammino di comprensione e di consapevolezza e può

essere agevolato dal processo psicoanalitico. Se porta alla tolleranza del proprio stato attuale, l’insight getta

le basi per una corretta e più adattativa riflessione su di sè e della propria vita di relazione secondo il processo

secondario e l’esame di realtà.

9) LA REPRESSIONE (O SOPPRESSIONE)

Nella repressione un contenuto di cui il soggetto è conscio non viene manifestato nel timore di suscitare delle

reazioni di riprovazione, o di non accettazione, da parte del mondo esterno. La repressione avviene a ridosso

della terza censura. Grazie alla repressione, l’individuo rende pubblica un’urgenza istintuale, un conflitto o

un problema psicologico che lo opprime, solo a se stesso, evitando attivamente di esprimerlo all’esterno con

le parole o con i fatti. Pur essendone conscio, egli non riesce a condividerlo, neanche con chi potrebbe

aiutarlo. Egli lo reprime, o sopprime, rispetto alla espressione pubblica, ovvero si astiene dall’esprimere al

mondo esterno questa propria conflittualità che lo rende vulnerabile. Esso si differenzia dalla rimozione in

quanto alla coscienza dell’individuo, il problema è noto, quello che viene inibita è l’espressione all’esterno (o

pubblicazione).

VI – UN MECCANISMO DI DIFESA PARTICOLARE IN RISPOSTA AL TRAUMA: LA

DISSOCIAZIONE

La dissociazione conduce a modalità pervasiva di funzionamento psichico chiamato disturbo dissociativo

dell’identità. Questo quadro comporta delle situazioni suggestive di persone che vivono quasi

inconsapevolmente una doppia vita. Il vissuto soggettivo della dissociazione è diventato il corrispettivo

contemporaneo dell’isteria. È difficile tracciare una linea di confine tra il disturbo dissociativo dell’identità,

l’isteria e la simulazione. Il fenomeno è molto più comune di quanto non si pensi. Nelle sue forme più lievi

esso può assomigliare a quei momenti di distacco, simile alla trance; alcune persone ne parlano come di una

sensazione di essere sotto shock, dove si sentono parlare, si vedono agire, ma è come se qualcun altro lo

facesse per loro. La stessa trance che può essere indotta mediante l’ipnosi è una forma di dissociazione. La

dissociazione è uno dei tanti meccanismi di difesa che permettono alla persona di allontanarsi da una

possibile fonte di dolore con una parte della mente, mantenendo attiva un’altra parte di coscienza per il

controllo della motilità e la verifica della percezione. Freud, sostiene che alla base del sintomo nevrotico vi

sia sempre (secondo la teoria della rimozione) un gioco di forze e controforze, ossia un conflitto dinamico. A

ribadire l’attualità della questione, la prima domanda che ogni allievo in formazione psicoterapeutica viene

invitato a farsi ad ogni nuova valutazione diagnostica con un paziente è se il quadro psicopatologico a cui

assiste sia l’espressione di un conflitto che comporta un’inibizione ideoaffettiva o di un deficit dello sviluppo

relazionale. Nella dissociazione, il problema appare originante da una situazione diversa: il fattore

patogenetico è dato da un vissuto traumatico. La dissociazione fa anche parte del quadro sintomatologico di

chi ha subito un grave trauma acuto. L’etimologia della parola trauma è interessante: essa deriva dal greco

traŷma, che sta per perforazione, ferita o lesione, ma vi sono dei richiami etimologici alla dinamicità del

21

fenomeno: nella radice dal sanscrito (tarӑmi) il senso è di qualcosa che passa al di là, che supera una barriera

protettiva. Il trauma è un’interruzione della barriera che ci garantisce i nostri sentimenti di sicurezza. La

funzione psichica che funge da principale informatore per i sentimenti di sicurezza è la percezione. La

percezione è intesa come quella funzione dell’Io che comprende tutte le modalità sensoriali rivolte verso

l’esterno e verso l’interno, nelle sue componenti sia consce, che inconsce. La funzione cardine per i processi

percettivi è di preservare l’apparato psichico da ogni esperienza traumatica o da ogni pericolo che derivi dal

mondo esterno o da quello interno. L’apparato percettivo è molto simile a una pelle psicologica per cui una

volta percepito un dolore solo meccanismi interni possono modificarlo. Freud ha definito l’apparato

percettivo come uno strato protettivo che protegge la coscienza dagli stimoli. Questo apparato sarebbe

composto da tre elementi:

1) protezione dagli stimoli;

2) ricezione degli stimoli;

3) immagazzinamento e memoria degli stimoli.

La percezione è una funzione dell’Io. Essa agisce inconsciamente in molteplici passaggi nel conferire

significato agli eccitamenti in arrivo. Essa opera integrando le percezioni passate (tracce mnestiche) con le

percezioni attese. Il passato viene proiettato sul presente relazionale dell’individuo per generare il futuro. Le

percezioni possono essere modificate e distorte da elementi pulsionali e dalle idee che possono associarsi alle

pulsioni. Il grado di distorsione o di aderenza alla realtà dipende dallo sviluppo di fattori di organizzazione

del bambino, dalla presenza dei riferimenti interni delle relazioni oggettuali. Fin da piccoli siamo allenati a

sviluppare le nostre attività percettive per gli stimoli che vengono dalla realtà esterna, mentre siamo meno

propensi a riconoscere con la stessa capacità discriminativa gli stimoli interni. L’integrazione sensoriale e

percettiva fra gli elementi che compongono il nostro benessere e le sensazioni che vengono dall’interno

convergono nel formare un senso di base di stabilità, di sentirsi al sicuro e in salvo. Il sentimento di sicurezza

segue dei principi più complessi di quelli dei bisogni primari. Il sentimento di sicurezza è nutrito e

accresciuto da un sufficiente apporto di rifornimenti narcisistici, cioè all’immagine del sè propria della

persona, che viene dalla percezione del padroneggiamento delle proprie funzioni, delle proprie competenze

cognitive, affettive e relazionali. La stabilità strutturale del sè dipende da molti fattori esterni, in particolare

inizialmente le conferme provenienti dal riconoscimento delle richieste infantili del bambino da parte della

madre. Progressivamente aumenta la possibilità di assimilare questo scambio con la madre, in un dialogo

psicologico intrapsichico. L’introiezione aumenta la stabilità e l’autonomia del bambino, contribuendo al

soddisfacimento dei bisogni in termini di sicurezza anche in assenza della madre. Le fonti di autostima nel

corso della crescita si spostano al rapporto con una moltitudine di oggetti interni e con gli ideali propri del

bambino. Questa presenza costante degli oggetti esterni lascia il posto agli apporti narcisistici che ci

giungono dalle identificazioni con gli oggetti interni, con gli introietti e con il sè ideale. Il sè attuale si nutre

di tutti tali apporti nel corso di tutta la vita. È stato dimostrato che, anche a livello di funzionamenti

neurofisiologici, esistono specifici segnali attestanti la presenza di pericolo, come esistono dei distinti segnali

relativi agli stimoli appetitivi che sono dissociabili dai sistemi neurali che inviano segnali attestanti la

sicurezza dell’individuo. La percezione è essenziale anche per distinguere un pericolo da un’effettiva

esperienza traumatica. Il trauma psicologico è costituito dall’esperienza di sentirsi in balia di un eccesso di

stimoli, di fronte ai quali ci si sente in uno stato di impotenza. Il trauma va inteso come il generatore di una

possibile sollecitazione troppo intensa. Se il senso di pericolo è riferito all’esterno parliamo di paura, se è

riferito all’interno parliamo di ansia o angoscia. Il senso di pericolo genera una destabilizzazione

momentanea cui cercano di porre rimedio le varie modalità difensive che mirano a ripristinare quanto prima

l’equilibrio precedente alla sollecitazione traumatica. L’esperienza traumatica vera e propria è definibile

come un evento intrinseco alla psiche ove, per sovraccarico dell’apparato percettivo, si verifica anche una

destabilizzazione strutturale dell’apparato psichico. Se la destabilizzazione permane, ne consegue un

aggiustamento su di un livello strutturale inferiore, un riequilibrio omeostatico a uno scalino più basso dello

sviluppo ontogenetico. Gli effetti del trauma non si esauriscono a una regressione temporanea. Questa

operazione aumenta la stabilità e l’autonomia del bambino, contribuendo al soddisfacimento dei bisogni in

termini di sicurezza anche in assenza della madre. Le fonti di autostima nel corso della crescita si spostano al

rapporto con una moltitudine di oggetti interni e con gli ideali propri del bambino. Questa presenza costante

degli oggetti esterni lascia il posto agli apporti narcisistici che ci giungono dalle identificazioni con gli

oggetti interni, con gli introietti e con il sè ideale. L’equilibrio omeostatico dopo un’esperienza traumatica

genera una modificazione stabile del funzionamento della persona. Questa modificazione può consistere

nell’insorgenza di una modalità difensiva rigida o arcaica, in una regressione o in uno stato depressivo.

22

Un’esperienza è definibile come traumatica in base alla constatazione dei suoi esiti: nessuna esperienza è

catalogabile a priori come traumatica in termini di adattamento intrapsichico. La dissociazione rappresenta

uno dei molti possibili esiti di un trauma, si presenta come modalità pervasiva del funzionamento psichico

solo se il trauma è stato devastante o di lunga durata, o se a sollecitarlo è stata la fiducia tradita proprio da

parte di figure significative che avrebbero dovuto proteggere la persona. Essa fa parte di quel quadro che

nella psichiatria descrittiva viene denominato disturbo postraumatico da stress. Il disturbo post-traumatico

da stress consiste nello sviluppo di sintomi tipici che seguono l’esposizione ad un fattore traumatico estremo

che implica l’esperienza personale diretta di un evento che causa o può comportare morte o lesioni gravi, o

altre minacce all’integrità fisica; la risposta della persona all’evento deve comprendere paura intensa, il

sentirsi inerme, o il provare orrore. I sintomi caratteristici che risultano dall’esposizione ad un trauma

estremo includono il continuo rivivere l’evento traumatico, l’evitamento persistente degli stimoli associati

con il trauma, l’ottundimento della reattività generale, e sintomi costanti di aumento dello stato di attivazione.

L’evento traumatico puà essere rivissuto in vari modi. La persona presenta ricordi ricorrenti e intrusivi

dell’evento o sogni sgradevoli ricorrenti durante i quali si ripete l’evento. In rari casi la persona vive stati

dissociativi che durano da pochi secondi a diverse ore, o anche giorni, durante i quali vengono rivissute parti

dell’evento e la persona si comporta come se stesse vivendo l’evento in quel momento. Si manifestano

intenso disagio psicologico o reattività fisiologica quando la persona viene esposta ad eventi scatenanti che

assomigliano o simbolizzano un aspetto dell’evento traumatico. Dopo l’evento traumatico inizia una

riduzione della reattività verso il mondo esterno, a cui ci si riferisce come paralisi psichica o anestesia

emozionale. L’individuo può lamentare una marcata riduzione dell’interesse o della partecipazione ad attività

precedentemente piacevoli, o di sentirsi distaccato o estraneo nei confronti delle altre persone, o di avere una

marcata riduzione della capacità di provare emozioni. L’individuo presenta sintomi persistenti di ansia o di

aumento dell’arousal non presenti prima del trauma. Questi sintomi possono includere difficoltà ad

addormentarsi o a mantenere il sonno, che può essere causata da incubi frequenti durante i quali viene

rivissuto l’evento traumatico, ipervigilanza, e da esagerate risposte di allarme. Gli individui con disturbo

post-traumatico da stress possono descrivere dolorosi sentimenti di colpa per il fatto di essere sopravvissuti a

differenza degli altri o per ciò che hanno dovuto fare per sopravvivere. L’evitamento fobico di situazioni o

attività che assomigliano o simbolizzano il trauma originario può interferire con le relazioni interpersonali e

portare a conflitti. È stato dimostrato che il disturbo posttraumatico da stress dipende sia da fattori soggettivi

sia da fattori oggettivi. I seguenti fattori predispongono a una vulnerabilità e influenzano lo sviluppo della

sintomatologia post-traumatica:

1) vulnerabilità genetico-costituzionale alle malattie psichiatriche;

2) esperienze negative o traumatiche nell’infanzia;

3) certe caratteristiche di personalità;

4) recenti stress o cambiamenti esistenziali;

5) un sistema di supporto compromesso o inadeguato;

6) un grave e recente abuso di alcool;

7) la percezione che il locus di controllo è esterno.

Quando lo sviluppo infantile viene invece turbato sistematicamente e il bambino si vede esposto

cronicamente a esperienze traumatiche, allora è possibile che si instauri un disturbo dissociativo

dell’identità. Il disturbo dissociativo diventa così una struttura di personalità dove, a ogni fonte di stress, la

persona reagisce mediante la dissociazione. Vi è il sovvertimento delle funzioni normalmente integrate della

coscienza, della memoria, della percezione di sè o dell’ambiente, o del comportamento senso-motorio. La

dissociazione è una difesa difficilmente collocabile. Essa è una difesa che forma una categoria a sé. Si

potrebbe dire che la dissociazione è una reazione normale a un vissuto molto traumatico. I vantaggi della

dissociazione in condizioni insopportabili sono ovvi: ci si distacca totalmente dal dolore, dal terrore,

dall’orrore dell’idea e dalla paura di esperire un dolore intollerabile o di essere a rischio di una morte

imminente. Lo svantaggio maggiore è la sua tendenza a operare automaticamente in condizioni nelle quale la

sopravvivenza non è realmente a rischio e quando nel proprio funzionamento globale si potrebbe ricorrere ad

adattamenti più consoni alla situazione minacciosa.

LA VIA CONSERVATIVA DELL’OMEOSTASI AFFETTIVA: DALLA SICUREZZA ALLA

DEPRESSIONE 23

In psicoanalisi, non si sente spesso parlare della condizione intrapsichica di sicurezza. Sandler ha dimostrato

come il principio di sicurezza faccia da sfondo al mantenimento della nostra omeostasi affettiva. Questo

capitolo si estenderà alla trattazione di una condizione collegata, quale è la depressione, come uno dei

possibili esiti delle situazioni in cui la sicurezza viene meno. La sicurezza della persona si fonda sull’essere al

sicuro e protetto rispetto al dolore derivante da qualsiasi forma di danno all’integrità fisica o psicologica della

persona. La sicurezza è correlata, almeno per quanto riguarda i funzionamenti psichici, con l’elaborazione del

dolore. Il dizionario della lingua italiana definisce il dolore come uno stato di mancanza fisica o psichica di

benessere, o un’afflizione mentale, che può variare da un lieve fastidio, o una moderata irritazione fino a un

acuto e insopportabile tormento; esso può essere localizzato o generalizzato ed è la conseguenza di essere

ferito o danneggiato fisicamente o mentalmente da una mancanza o da un turbamento di un equilibrio nelle

funzioni mentali o fisiche; esso produce una urgente reazione intenzionale di evitamento, una voglia di

fuggire o di distruggere il fattore causale e i suoi effetti. L’esperienza del dolore fisico ha un significato

adattativo. Il dolore diventa l’indicatore di un avvenuto e significativo danno alla persona. La stessa funzione

ricopre il dolore psichico, che segnala l’esistenza di un pericolo per l’integrità psicologica personale. Una

chiusura del soggetto in una condizione nota di sicurezza può comportare un rallentamento e anche una

compromissione della crescita personale. Questa esperienza interiore produce angoscia e le due componenti

(centrale e periferica) sono sempre in qualche misura compresenti sia nel dolore psichico, sia in quello fisico.

Il sentimento di sicurezza comprende l’insieme delle condizioni esteriori che consentono di vivere, esistere e

persistere in una situazione al riparo da pericoli, in uno stato di tranquillità e di esercizio delle proprie

funzioni e attività. La sicurezza si sovrappone in parte con la fiducia in sè, nelle proprie doti, nelle proprie

capacità, dove la persona sopporta le incertezze con padronanza dei propri mezzi. Contrapposti al sentimento

di sicurezza troviamo quindi proprio il senso di pericolo e il senso di tensione. Il senso di pericolo delinea la

minaccia di ricevere dolore o danni per sollecitazioni provenienti dall’esterno, mentre la tensione proviene da

una conflittualità interna e consiste nella percezione di una minaccia interna data da stimoli nocivi per

l’integrità, la stabilitò o il controllo delle proprie funzioni corporali o psicologiche. Questa percezione genera

angoscia, il segnale a disposizione dell’Io per predisporre le sue contromisure, le difese psicologiche. La

scotomizzazione dell’importanza dei sentimenti di sicurezza in psicoanalisi si deve alla priorità tra le funzioni

regolatorie dello psichismo umano, data al principio del piacere, alla pulsione ad esso connessa (la libido) e

alla sessualità. Secondo Freud, il funzionamento mentale di base deve fare sempre i conti con il principio del

piacere: l’insieme dell’attività psichica ha per scopo principale l’evitamento del dispiacere al fine di

procurare e mantenere quanto ci dà piacere. Il pensiero del bambino piccolo funziona secondo le

caratteristiche speciali del sistema inconscio:

1) l’esenzione dalla regola della contraddizione reciproca;

2) il processo primario (della catexi, ovvero degli investimenti affettivi);

3) l’assenza della temporalità;

4) la sostituzione della realtà esterna con la realtà psichica.

Nel bambino piccolo, non sono ancora ben definiti i confini tra il sè e il resto del mondo, non esiste ancora la

costanza d’oggetto, nè il pensiero secondo il processo secondario. Per tutti questi motivi, la gratificazione

delle urgenze del bambino non sono differibili. Il bambino molto piccolo raggiunge quindi l’identità di

percezione mediante la realizzazione del desiderio che deve essere istantanea e con ogni mezzo, a volte anche

attraverso la regressione. Il sentimento di piacere è correlato alla reazione e all’eccitamento prodotto

dall’aspettativa e dalla gratificazione dei bisogni. Il piacere si accompagna al rilassamento dalle tensioni che

conseguono a stati di anticipazione o bisogni istintuali, creando un complesso di emozioni consensuali che

accompagnano il mantenimento, l’acquisizione o l’aspettativa di quanto si ritiene grandemente desiderato:

questo è quello che chiamiamo benessere. Il piacere sottolinea il sentimento di soddisfacimento e di

gratificazione, che passa da un’eccitazione dei sensi. Sicurezza e benessere non sono sinonimi: il benessere

conferisce alla persona degli stati d’animo dalle proprietà diverse rispetto ai sentimenti di sicurezza. Mentre il

senso di sicurezza ci segnala il buon funzionamento delle nostre relazioni in modo tonico, indicando uno

status psicofisico e relazionale in genere più durevole e persistente, il sentimento di benessere, derivante dai

sentimenti di piacere⁄dispiacere e della percezione introspettiva sui nostri funzionamenti corporei e psichici

interni, è maggiormente correlato alle oscillazioni degli affetti, e ci segnala la presenza di uno stato fasico

(cioè più immediato e transitorio) di alterazione dell’omeostasi dei nostri sentimenti.

LA REGOLAZIONE AFFETTIVA DELL’ATTIVITÀ PSICHICA 24

Il dolore psichico e il sentimento di sicurezza sono due fattori fondamentali nella regolazione omeostatica

dell’affettività sia individuale, sia interpersonale. Le sensazioni di dolore psichico non possono essere provati

dalla persona allo stato puro, perchè non corrispondono a una percezione localizzabile o confinata ai sensi. Il

dolore psichico, già quando viene preconsciamente percepito come una minaccia di sofferenza, evoca delle

risposte di difesa. Il dolore psichico può essere percepito solo dopo che è avvenuta una collocazione in una

qualche dimensione relazionale. I sentimenti, che fungono da sfondo per la nostra stabilità, si basano su una

sommatoria di segnali affettivi e cognitivi che determinano il nostro stato attuale di benessere e sicurezza.

Questi segnali affettivi si generano in sistemi inizialmente precostituiti nel cervello del bambino: questi

sistemi (sistemi di comando delle emozioni di base) costituiscono nel loro insieme una sorta di impronta

digitale emotiva, unica per ogni individuo, presente fin dalla nascita: il temperamento. I sistemi di comando

delle emozioni di base sono degli insiemi anatomico-funzionali, che sono preposti a regolare un specifico

sistema motivazionale. Panksepp ha individuato un numero limitato di sistemi motivazionali:

1) il sistema di ricerca (seeking system);

2) il sistema della rabbia (rage system);

3) il sistema della paura (fear system);

4) il sistema del piacere sessuale (lust system);

5) il sistema del panico (o dell’angoscia da separazione; panic system),

1. del gioco (play);

2. dell’accudimento (care).

Ciascuno di questi sistemi ha un’organizzazione neuroanatomica e neurotrasmettitoriale specifica, preposta al

controllo di una particolare emozione di base. Le emozioni (e i sistemi neuromotivazionali di base che le

controllano) ci spingono a un comportamento atto a minimizzare le fonti dolorose ed a incrementare le fonti

di sicurezza. Coerente al concetto di teoria pulsionale, il piacere corrisponde a un decremento della tensione,

mentre il dispiacere a un suo incremento avvertito come ansia. Il dolore fisico è l'esperienza spiacevole che

associamo primariamente a danni dei tessuti corporei. Ogni dolore è anche psicologico ed esprime una

discrepanza fra uno stato effettivo attuale, dove il corpo viene percepito come danneggiato, disfunzionale o

alterato, rispetto a uno stato ideale, in cui il corpo è ben funzionante e in stato di benessere. Questo stato

ideale deriva dall’apprendimento attraverso le più precoci esperienze del bambino del proprio schema

corporeo. Il dolore da una parte e la perdita di sicurezza dall’altra sollecitano delle reazioni difensive. Vi sono

più modi per cercare di fare fronte al dolore. Da una parte troviamo i meccanismi trasformativi, reattivi alla

situazione ansiogene, che conseguono a un’attivazione motoria o mentale dell’individuo. Il tentativo di

trasformare un’esperienza intollerabile può indirizzarsi nel cercare di modificare la realtà esterna o la realtà

interna (difese psicologiche). Il secondo principale mezzo che l’individuo ha a diposizione per cercare di

evitare il dolore, se non è possibile eliminarlo alla fonte, è cercare di ridurlo. La reazione depressiva può

essere intesa come una specifica reazione di attutimento del dolore, che si basa sui substrati neurobiologici

innati. Questo sistema di modulazione del dolore segue dei principi conservativi: se non si può eliminare la

fonte del dolore, né è possibile allontanarla, almeno la si congela. Nella persona depressa dominano i processi

conservativi: impotenza, rassegnazione per mancanza di interessi, capitolazione della vita progettuale,

congelamento dei conflitti e abdicazione rispetto ai propri ideali.

IL PRINCIPIO DI SICUREZZA

Il sentimenti di sicurezza e le emozioni che derivano dalla minaccia di dolore costituiscono i due elementi

fondamentali nella regolazione omeostatica, emotiva e cognitiva. Essi entrano in gioco in risposta a ogni tipo

di turbativa innescata da conflitti tra i vari sistemi strutturali che compongono l’apparato psichico. È un

principio conservativo e risponde alle esigenze di protezione rispetto ai traumi, ma anche di resistenza

rispetto al cambiamento o ai mutamenti della crescita. L’obiettivo è quello del raggiungimento e del

mantenimento di uno stato ideale di funzionamento psichico. La funzione psichica che funge da principale

informatore per i sentimenti di sicurezza è la percezione (risultante funzionale di tutte le modalità sensoriali

rivolte verso l’esterno e verso l’interno, nelle sue componenti sia consce, che inconsce). Lo scopo principale

per i processi percettivi è di preservare l’apparato psichico, l’individuo e il suo corpo da ogni esperienza

traumatica o da ogni pericolo che derivi dal mondo esterno o da quello interno. La destabilizzazione evocata

dall’esperienza traumatica sulle strutture dell’apparato psichico genera una risposta adattiva intrapsichica che

tende a ripristinare, mediante una controforza eguale e contraria, un particolare equilibrio strutturale perduto

in conseguenza al trauma. In analisi, il paziente si rivolge inizialmente alla terapia per ripristinare la

25

situazione di equilibrio precedente alla destabilizzazione in atto.

ULTERIORI DATI NEUROFISIOLOGICI SULL’APPARATO PERCETTIVO

I recettori informano in modo inconscio il nostro corpo su uno stato posturale; quello che giunge alla

coscienza è solo un occasionale divario tra la percezione effettiva e quella attesa. Non sempre questo

equilibrio percettivo può essere raggiunto. La percezione di ansia provoca delle contromisure difensive.

Queste misure protettive di difesa sono dei meccanismi che rientrano nelle tecniche di controllo della

percezione. I meccanismi di difesa agiscono sullo stato di coscienza, e su quell’intervallo di tempo in cui uno

stimolo, prima di essere percepito coscientemente, può essere trasformato. Il controllo si rivolge anche alle

percezioni che giungono dall’esterno e, in questo caso, il soggetto si adopera per esercitare una continua

pressione comportamentale sull’ambiente circostante al fine di ottenere delle percezioni utili al ripristino di

un dato livello di sicurezza. Il dolore è direttamente proporzionale alla distanza esistente fra queste due

condizioni, quella attuale e quella desiderata. In neurofisiologia anche il comportamento motorio segue una

legge analoga: secondo la teoria della scarica corollaria (o della copia efferente), nel sistema nervoso

centrale, all’avvio di un movimento, di un’azione, si attivano dei segnali di codifica del piano del movimento.

Questo segnale fin dall’inizio si sdoppia, ossia una copia del programma motorio si propaga dai centri alla

periferia. Un’altra copia efferente del piano d’azione (detta appunto scarica corollaria), viene inviata ai

centri nervosi cerebrali deputati alla verifica e alla ricezione retroattiva dell’informazione propriocettiva,

ovvero dei feedback sensoriali che ci informano su come è avvenuto il movimento. Mutuando questo

principio dalla neurobiologia potremmo speculare che questa dinamica del funzionamento potrebbe

esprimersi anche in termini di sentimenti di sicurezza. Un’interferenza nel movimento provoca un istantanea

discordanza tra i segnali efferenti e afferenti: l’esito di questo atto è un senso di improvvisa insicurezza. Le

tecniche di controllo della percezione possono essere classificate rispetto all’ambito in cui agiscono e

modulate quantitativamente. É noto che possiamo sottoinvestire percettivamente delle relazioni che sentiamo

come pericolose. È possibile interpretare alcune relazioni che vengono evitate, oppure il negativismo e la non

collaborazione di certi pazienti in psicoanalisi. È possibile avere delle esperienze di sovrainvestimento

percettivo dove l’attenzione aumenta e si focalizza specificatamente su certe stimolazioni percettive. Questa

può essere un’interpretazione dei movimenti stereotipati in alcuni individui autistici o psicotici.

LE TECNICHE DI CONTROLLO DELLA PERCEZIONE: ADATTAMENTO PSICHICO

INTRAPERSONALE ED INTERPERSONALE

Quando sussistono delle condizioni che mettono a rischio la strutturazione e l’omeostasi affettiva

dell’individuo, l’apparato psichico tende a rimediare alla destabilizzazione in corso mediante le tecniche di

controllo della percezione che agiscono dall’interno, agendo cioè sugli altri due strati della percezione (quello

della ricezione degli stimoli e dell’immagazzinamento e memoria degli stimoli). Anche qui, in modo

variabile a seconda del livello di organizzazione evolutiva dell’individuo, emerge un variabile grado di

distorsione rispetto alla realtà. Sandler parla delle tecniche di controllo della percezione suddividendole in:

1) metodi che comportano una modificazione dei processi percettivi all’interno dell’Io;

2) metodi che comportano una deliberata manipolazione comportamentale del mondo esterno tale per

cui gli organi di senso ricevano stimolazioni diverse e alterate.

Parallelamente, vi sono fenomeni che sono determinati da un sovrainvestimento di determinate fonti di

stimolazione che producono percezioni rassicuranti. Tali sovrainvestimenti possono essere associati a

comportamenti regressivi, in modo evidente in certe manifestazioni psicotiche quali le bizzarrie di postura e

le stereotipie nel movimento che si riscontrano in certe forme di schizofrenia, cui possiamo forse aggiungere

fenomeni quali l’ecolalia e l’ecoprassia. Esse emergono anche in alcuni fenomeni della vita quotidiana con

l’uso di oggetti portafortuna o certi rituali scaramantici. Questi sintomi si possono almeno in parte intendere

come tentativi di elevare il livello del sentimento di sicurezza stabilendo all’interno del frammentato mondo

psicotico poche fonti di percezioni stabili, consistenti in rappresentazioni integre di oggetti, di cose o di

movimenti. L’aumento del livello del sentimento di sicurezza si produce mediante il sovrainvestimento di

percezioni residuali da un lato, e con il disinvestimento massiccio da quelle percezioni che aumentano

l’insicurezza dall’altro. Nel bambino oggetti familiari, costanti dell’ambiente, possono diventare carichi di

uno speciale valore adattativo, in quanto sono più facilmente percepiti. lL’assenza improvvisa di questi

oggetti familiari rende difficile per il bambino mantenere il livello minimo di sentimento di sicurezza. Se le

26

tecniche di controllo della percezione si realizzano mediante attualizzazioni dirette verso l’interno parliamo

di adattamento intrapsichico, se si attuano mediante attualizzazioni dirette verso l’esterno, parliamo di

adattamento psichico interpersonale. Quest’ultimo concetto è diverso da quello di adattamento sociale:

infatti mentre quest’ultimo porta un individuo a conformare le proprie caratteristiche alle condizioni

ambientali vigenti, e un buon adattamento sociale implica in genere una buona conservazione dell’esame di

realtà, l’adattamento psichico (intrapersonale o interpersonale) non è per forza sinonimo di buona

integrazione sociale. L’obiettivo dell’adattamento ottenuto mediante attualizzazioni dirette verso l’esterno

quello di ottenere dall'ambiente sociale una conferma narcisistica basata sulla ri-esperienza

di percezioni che possono essere anche altamente disadattive.

INDUZIONE DI RUOLO E MANTENIMENTO DEL SENTIMENTO DI SICUREZZA

Alla base del conseguimento dell’adattamento psichico interpersonale, del benessere e della sicurezza, vi è

l’induzione di ruolo. Questa tecnica di controllo della percezione sugli stimoli esterni agisce sul primo strato

dell’apparato percettivo, ossia sullo strato esterno, di protezione dagli stimoli. La persona esercita una

pressione sul suo ambiente extrapersonale per ottenere una gratificazione percettiva consona a una

condizione rassicurante. Il comportamento attuato per ottenere questi rinforzi esterni varia a seconda del

grado di integrazione e differenziazione della persona, che induce questo tipo di pressione. Le persone più

integrate con capacità comunicative più sofisticate utilizzano metodi più sottili di manipolazione e di

persuasione dell’interlocutore. Un'altra importante specificazione è che anche chi induce nell’altro un

comportamento rassicurante non deve essere per forza cosciente della spinta motivazionale alla base di quel

tentativo di induzione. Persone che sono evolutivamente meno individuate utilizzano comportamenti più

grossolani, inducendo risposte controtransferali anche molto intense. Agli occhi di un osservatore esterno,

questi comportamenti possono essere visti come patologici, è bene ricordare che essi rappresentano, per

l’individuo che induce queste risposte, grazie alle risorse strutturali di cui è dotato, la miglior soluzione

adattativa per cercare di appagare con sufficienti ritorni in termini di sicurezza, le esigenze urgenti percepite

nel particolare frangente di vita della persona. Sono comportamenti dettati dalla necessità di ridurre al

minimo la probabilità di vivere una situazione traumatica, dolorosa perchž ritenuta destabilizzante. Allo

stesso tempo, gli stessi comportamenti attivano l’apparato psichico a mettere in atto tutti i presidi a

disposizione per amplificare al massimo i sentimenti di sicurezza.

SVILUPPO INFANTILE E SENTIMENTI DI SICUREZZA

L’esplorazione del mondo espone il bambino a situazioni rischiose per la sua integrità psicofisica. La natura

ci ha fornito di un sistema di ripristino di una sufficiente condizione di sicurezza: il

bambino, con la propria maturazione, conferisce a un oggetto esterno il potere della propria sussistenza

emotiva e corporea ed è soggetto alle turbolenze emotive quando si accorge che questo oggetto non è

presente proprio nel momento del bisogno. É proprio da queste attese e paventate ripercussioni affettive che il

bambino incomincia ad adottare le prime, inizialmente del tutto automatiche ed inconsce, misure protettive

atte al ripristino di un sentimento di base di benessere e sicurezza. Il bambino che ha imparato attraverso la

percezione, una sensazione gradevole, desidera risperimentare qualcosa che ha trovato gratificante e

piacevole, e parimenti impara a tenere ben lontano da sé tutto ciò che ha sperimentato almeno una volta come

spiacevole. A fronte di un problema, adottiamo i rimedi che abbiamo avuto in dotazione o dalla natura o

dall’esperienza. Tali modalità di risoluzione di conflitti sono i più svariati, ma possono essere tutti

accomunati, dall’essere delle ri-attualizzazioni. La via trasformativa del dolore si svolge secondo le diverse

modalità di manifestarsi dei meccanismi di difesa, o attraverso le attualizzazioni conseguite mediante

l’induzione di ruolo.

DEPRESSIONE COME SINTOMO (!)

Il termine di depressione racchiude in sè molteplici significati. Tipicamente si intende un quadro clinico

patologico. Il quadro clinico della depressione è stato descritto da Freud. Egli sostiene che la melanconia è

psichicamente caratterizzata da un profondo e doloroso scoramento, da un venir meno dell’interesse per il

mondo esterno, dalla perdita della capacità di amare, dall’inibizione di fronte a qualsiasi attività e da un

avvilimento del sentimento di sè e si esprime in autorimproveri e autoingiurie e culmina nell’attesa delirante

27

di una punizione. Il sintomo depressione è l’espressione psicobiologica di un’elaborazione del dolore

indipendentemente dal livello di organizzazione evolutiva dell’individuo. Il fallimento delle difese date

dall’ansia, e l’impossibilità di attuare un ripristino di un sentimento di benessere e sicurezza comporta una

sintomatologia depressiva. L’elemento semeiologico elementare della depressione consiste nell’abbattimento

dell’umore: la persona si presenta triste. La seconda caratteristica importante è una sorta di generalizzata

inibizione, un freno dei processi psichici e dell’ideazione, che riduce il campo della coscienza e degli

interessi. Un altro sintomo della depressione è costituito da quello che Ey e colleghi chiamano dolore

morale, e si esprime in forma di disprezzo di sè, che può evolvere in autoaccusa, autopunizione e in

sentimenti di colpa. É comune una stanchezza marcata anche dopo minimo sforzo, alla tristezza si

accompagnano l’incapacità di provare piacere (anedonia), la riduzione dell’energia con aumentata

affaticabilità (abulia) e riduzione o mancanza di reazioni affettive con indifferenza nei confronti della realtà

esterna (apatia). Altri sintomi che sono presenti sono: la riduzione dell’attenzione e della concentrazione,

la riduzione dell’autostima della fiducia in sè, i sensi di colpa, una visione pessimistica del futuro, le idee

o gli atti di auto-aggressività o di suicidio, i disturbi del sonno e dell’appetito. Ad alcuni di questi sintomi

viene attribuito il significato di sintomi biologici, in particolare al peggioramento mattutino, al rallentamento

psicomotorio o all’agitazione, alla marcata perdita dell’appetito, alla perdita di peso o alla riduzione della

libido.

IL PUNTO DI VISTA DI FREUD SULLA DEPRESSIONE (!)

Freud paragona lo stato del lutto a quello della melanconia facendo emergere similarità e differenze tra i due

stati psichici. Il lutto è una inevitabile reazione alla perdita di una persona amata o di una astrazione che ne ha

preso il posto: la patria, la libertà, un ideale. Questo stato mentale non è considerato come patologico. Il

lavoro psichico che sta alla base del lutto consiste nel rendersi conto che la persona amata non c’è più ed è

necessario cominciare a ritirare da quell’oggetto la libido. Lutto e melanconia presentano caratteristiche

simili ad eccezione di una: il disturbo del sentimento del sè. Se nel lutto ciò che si impoverisce è il mondo

esterno dal quale viene ritirata la libido, nella melanconia è l’Io a impoverirsi. Il malinconico tende a

rivolgere a se stesso autocritiche, rimproveri e punizioni. L’oggetto perduto viene concretamente collocato

dentro di sè al fine di preservarlo e mantenerlo, mediante un meccanismo di introiezione. La persona sviluppa

un intenso conflitto di ambivalenza, dove sperimenta gli stessi sentimenti di amore e odio nutriti verso

l’oggetto perduto. Ora avvengono tutti dentro il sé, il che comporta un indebolimento di una parte del sè. Alla

base di questa condizione c'è un investimento oggettuale di tipo narcisistico. L’Io tenderebbe ad evitare o

reagire di fronte ad una situazione di dispiacere e angoscia attraverso una tendenza alla regressione che

consentirebbe all’Io di evitare di far fronte a questo tipo di situazioni. Il ritiro nella condizione di depressione

consentirebbe di esprimere indirettamente la propria ostilità verso gli oggetti amati che sarebbe impossibile e

intollerabile esprimere direttamente. Le autocritiche e le autopunizioni espresse dal soggetto depresso

sarebbero mascheramenti di un attacco rivolto verso l’oggetto d’amore. Se la persona non ha potuto compiere

in modo sufficiente un percorso di separazione e individuazione, quello che accade nel suo mondo interno,

segue questa sequenza:

1) il soggetto per la sua condizione di insufficiente separatezza dall’oggetto è impossibilitato a compiere

l’elaborazione del lutto;

2) questo impedimento strumentale impedisce al sè di risolvere la relazione con l’oggetto perduto, in

quanto esso, pur non essendo più presente nella realtà esterna, permane nella fantasia e nella realtà

interna;

3) l’oggetto perduto rivela al soggetto la propria appartenenza all’odiata realtà esterna, indifferente al

nostro controllo onnipotente.

La patogenesi della depressione nasce dalla paradossale situazione di voler preservare l'oggetto perduto

dentro di sè. Il tenere in vita una relazione non più remunerativa con un oggetto esistente solo nel mondo

interno, e in una relazione arricchente solo nella fantasia ma poco proficua in termini di rifornimenti

narcisistici. Il soggetto si scontra con tutta la rabbia e la delusione che questa operazione comporta. Il punto

di vista di Freud ci permette di riflettere su alcuni punti fondamentali

per comprendere il meccanismo della depressione:

1) l’oggetto d’amore e la relazione con esso sono molto importanti nello stabilire un equilibrio e una

stabilità dell’Io; 28

2) una perturbazione della relazione oggettuale può essere una possibile fonte di dolore che porta alla

manifestazione della depressione.

La depressione centrata prevalentemente su meccanismi introiettivi e sulla relazione con l’oggetto va sotto il

nome di depressione di tipo introiettivo.

DEPRESSIONE: UNA REAZIONE AL DOLORE PRESENTE A OGNI LIVELLO EVOLUTIVO

La differenza principale tra il lutto e la depressione è che, in quest’ultima, la perdita è inconscia, in quanto un

conflitto doloroso rende inaccessibile alla coscienza del depresso la natura di ciò che si è perduto. Se nella

depressione l’apparato psichico si trova in stallo, nel lutto vi è una ingente quota di lavoro psichico: l’esito

favorevole di questo lavoro nel lutto dipende dalla struttura e dal livello di organizzazione evolutiva

raggiunta dall’individuo. Il lutto implica che il soggetto venga a patti con l’esperienza dolorosa e che, grazie

alle nuove strutture maturate nel lavoro stesso, abbia meno necessità di ricorrere ai meccanismi di difesa più

primitivi e alla coazione a ripetere di tipo conservativo propria del processo primario. Il lavoro del lutto è

dato da una lotta accesa contro se stessi, che consiste nella riedizione in forma dolorosa del conflitto tra il

processo primario di pensiero e i processi secondari. Il processo primario, quale conseguenza del ritiro

narcisistico e della regressione, rimane sempre presente in una certa misura anche nella condizione di lutto e

tende a far sì che il soggetto abbandoni con fatica le modalità di gratificazione proprie del bambino piccolo,

per lasciare il posto al funzionamento secondo il principio di realtà. Se il processo del lutto si inceppa, si

instaura il circolo vizioso della depressione. Il Super-io diventa, per la persona in lutto, come per il bambino

alle soglie della genitalità, un sostituto dell’oggetto perduto introiettato che perseguita il soggetto. Secondo

Freud, la persecuzione data dall’oggetto introiettato viene mitigata dall’amore e dalle attenzioni dell’oggetto

esterno.

LA REAZIONE MANIACALE

La maniacalità rappresenta l’altra faccia della depressione. Il quadro dello stato maniacale: vi è un umore

anormalmente e persistentemente elevato, espanso o irritabile, accompagnato in genere da un’autostima

ipertrofica o un senso di grandiosità riferito alla propria persona, spesso con un senso di elevata energia

interiore che si accompagna con un ridotto bisogno di sonno. Frequentemente è possibile osservare logorrea,

fuga delle idee, distraibilità, aumento del coinvolgimento in attività finalizzate, che non tengono troppo conto

delle possibili conseguenze rischiose per sè o per gli altri; vi è agitazione psicomotoria, ed eccessivo

coinvolgimento in attività ludiche con un alto potenziale di rischio. Le persone con personalità di tipo

maniacale (o ipomaniacale) hanno un’organizzazione depressiva, solo che la tendenza alla tristezza della

persona depressa sono, nella persona in stato maniacale, neutralizzati dalla difesa del diniego. Le tendenze

depressive si trasformano nel loro contrario: sentimenti di sconfitta totali si trasformano nell’euforia di

un’inesistente vittoria. La persona soggettivamente sente il sollievo di non dover dipendere più dai propri

oggetti perduti, si sente euforico in quanto percepisce di non aver alcun bisogno. Le difese maniacali o

ipomaniacali sono il diniego e l’acting out. Il timore latente degli individui maniacali consiste, se cessano di

impegnarsi in modo altalenante in esagerati progetti creativi, nella possibilità di disintegrarsi, temono cioè

inconsciamente una frammentazione della propria integrità psicologica individuale. Come nella depressione,

anche la maniacalità è una modalità di gestione dell’esperienza dolorosa ove le persone preferiscono

qualunque tipo di attività, pur di essere distratti dalla sofferenza emotiva. I soggetti con disturbo grave, più

vicino a uno stato psicotico, possono utilizzare anche la difesa del controllo onnipotente: essi si sentono

invulnerabili, immortali o sicuri del successo di qualche progetto grandioso. Essi vivono ogni giorno

confermando una convinzione molto diffusa nella società odierna centrata sul rendimento, sui risultati

lavorativi e sull’azione, dove l’azione conta più del pensare.

DEPRESSIONE COME UNA TAPPA ESSENZIALE DELLO SVILUPPO (IL PUNTO DI VISTA DI

MELANIE KLEIN) (!)

Melanie Klein ha descritto la depressione come una precoce posizione tipica dello sviluppo del bambino,

successiva alla posizione schizo-paranoide. Il vissuto di depressione seguirebbe questa fase pervasa da

angoscia paranoide (cioè l’ansia che deriva dal sentirsi perseguitato, e che la propria sopravvivenza stessa è

in pericolo) e nella quale le difese utilizzate a fronte delle paure sono primitive (il diniego e la scissione). Si

29

parla di funzionamento scisso quando le persone o gli eventi sono vissuti in termini affettivamente estremi,

come oggetti idealizzati o come persecutori. In quella fase dello sviluppo del bambino piccolo che la Klein

chiama posizione depressiva, emerge una nuova relazione tra soggetto e oggetto oltre a cambiamenti nella

struttura dell’Io. Dalla relazione con oggetti parziali si passa alla relazione con oggetti totali che hanno sia

caratteristiche buone che cattive. Emergono sentimenti di compartecipazione emotiva per l’altro e si hanno le

prime avvisaglie di un conflitto di ambivalenza, della capacità di provare rimorso per quello che viene

avvertito come un danno arrecato, dal sè frustrato e in collera, alla persona o alle persone amate. Il

riconoscimento di questa dinamica suscita sentimenti di colpa e il desiderio di ovviare al danno attraverso la

riparazione. Queste reazioni possono aver luogo solo nel momento in cui si comincia a concepire l’altro come

separato da sè. La posizione depressiva sarebbe una raggiunta maturità relazionale dell’Io. La Klein chiama

le condizioni psichiche con queste caratteristiche posizioni, per sottolineare che si tratta di due stati mentali,

presenti in alternanza dalla nascita, oppure molto precocemente nel neonato, che poi si avvicenderebbero per

tutta la vita dell’uomo, in una proporzione variabile a seconda delle vicissitudini dello sviluppo infantile e

della metabolizzazione delle esperienze da parte del bambino. La proposta teorica vede nel dolore depressivo

una condizione necessaria, una via da percorrere al fine di raggiungere nuovi livelli di maturità. La posizione

depressiva, emergente nei primissimi mesi, è un momento costitutivo che fa da spartiacque tra la possibilità

di uno sviluppo armonico o di una devianza verso la psicosi. Rimangono distinte forme di depressione franca

(patologica) dalla posizione depressiva, dove quest’ultima non ha una connotazione patologica. È proprio il

mancato compimento dei processi necessari per elaborare la posizione depressiva che predispongono allo

sviluppo melancolico.

ALTRI PUNTI DI VISTA SULLA DEPRESSIONE

Circa 10 anni dopo le teorizzazioni della Klein, Renè Spitz, un altro psicoanalista che si è occupato di

sviluppo, descrive una forma di depressione nei bambini durante il primo anno di vita: la depressione

anaclitica. Questo stato emergerebbe a fronte di forme gravi di deprivazione affettiva. La teoria di Spitz si

basa sull’osservazione di bambini che vivevano negli orfanotrofi negli anni dopo la Seconda Guerra

Mondiale, dove il personale era troppo carente per prendersi cura di loro in modo specifico. Questo

psicanalista fu il primo a descrivere i comportamenti di quei bambini che provenivano da una lunga

separazione affettiva dalla persona che si prendeva cura di loro, e che non avevano trovato un valido

sostituto. I bambini che nei primi sei mesi di vita erano costretti ad una situazione di parziale deprivazione

mostravano nel secondo semestre l’emergenza di una sintomatologia caratterizzata da scarsa tendenza al

pianto con comportamento di ritiro e indifferenza verso l’ambiente (della durata di due o tre mesi), perdita di

peso, aumento della suscettibilità a contrarre infezioni, rallentamento dello sviluppo psicologico e intellettivo,

progressiva assunzione di un’espressione distaccata in sostituzione a quella lamentosa, tendenza all’inattività,

espressione del volto congelata come se non si accorgessero di ciò che accade intorno e un isolamento da

ogni contatto umano sempre più intenso. La vitalità di questi bambini si mutava in depressione. Spitz riteneva

che, sebbene il bambino molto piccolo non avesse ancora sviluppato un Super-io, egli disponesse di un Io

nascente che gli permetteva di manifestare depressione. Egli sottolineava che la depressione infantile è

differente da quella manifestata dagli adulti. Confrontando i diversi approcci teorici ci accorgiamo di come

prospettive differenti facciano emergere delle differenze sostanziali nelle analisi teoriche riguardanti la

depressione. Se, sia Freud che Spitz, vedono la risposta depressiva come reazione ad una perturbazione nella

relazione d’oggetto, i due autori differiscono nella prospettiva da cui osservano tale stato: Spitz osserva la

depressione nei bambini, Freud ipotizza degli accadimenti psichici avvenuti durante l’infanzia alla luce dello

stato mentale del paziente adulto. Una prospettiva ancora diversa viene adottata dalla Klein: lo sperimentare

sentimenti depressivi sarebbe indice di uno stato più evoluto della relazione oggettuale tipico di una raggiunta

maturità relazionale. Mentre nelle teorizzazioni di Freud e Spitz la depressione ha un’accezione patologica,

Klein ne sottolinea anche il valore evolutivo e adattivo introducendo l’ipotesi che essa abbia un valore

evolutivo necessario. Importanti contributi sulla patogenesi della reazione depressiva sono quelli provenienti

da Abraham. Questo studioso è stato il primo autore a delineare il quadro della depressione ma anche a

supporre l’ipotesi che in taluni casi la depressione sarebbe un disturbo centrato sul sè. Secondo Abraham il

soggetto depresso dice che si odia e⁄o pensa di non valere niente in quanto incapace di amare, e odia il sè

nella sua inadeguatezza. Edoardo Fieiss è stato il primo psicoanalista a ipotizzare, nello studio della

depressione semplice non malinconica, la depressione come una misura difensiva. Tale connotazione secondo

Engel e Reichsman potrebbe anche essere di natura psicobiologica ovvero, in una prospettiva evoluzionistica,

30

espressione di un pattern passivo-conservativo connaturato alla natura umana, dal significato adattativo.

Bibring, in un suo importante scritto del 1953, ha definito la depressione come un disturbo di uno stato

affettivo primario relativo a una funzione dell’Io, l’autostima. In questo caso il collasso dell’Io, presente

nella depressione, deriverebbe da un’incapacità di vivere secondo delle aspirazioni ideali che sono mantenute

secondo la modalità io mi odio perchè mi sento inadeguato. La depressione, per quanto intensamente

disadattiva e dolorosa possa essere, rappresenterebbe sempre una soluzione più accettabile

dell’annientamento psicologico, almeno fino a che non sia accessibile una soluzione alternativa di vita. La

risoluzione del processo depressivo potrebbe derivare:

1) da un recupero, dato da favorevoli condizioni che influenzano la forza dell’Io;

2) dal conseguimento delle mete, delle aspirazioni e degli ideali che l’individuo si era preposto e che

dava per perse;

3) da un abbandono delle mete irraggiungibili ideali e in una loro trasformazione in progetti e mete più

realizzabili;

4) un riutilizzo di difese diverse o infine;

5) dall’instaurarsi di una condizione di consolidato impoverimento della vita psichica, cognitiva ed

emozionale dell’individuo, dove le mete ideali vengono abbandonate ed evitate e il conflitto

congelato nella depressione viene evitato e lasciato dietro le spalle irrisolto. In questo caso si

configura quella condizione strutturata denominata restrizione dell’Io dove ogni crescita in un area

specifica della vita affettiva o sociale dell’individuo si atrofizza in modo definitivo.

Bibring è stato il primo a intravedere il problema della depressione come un problema relativo alle

aspirazioni e alle convinzioni dell’Io, connesso ai sentimenti di autostima, che si ripercuotono costantemente

sul rapporto tra sé e il mondo esterno. In questo caso secondo Bibring:

1) l’autostima normale corrisponderebbe a una crescita armonica;

2) una autostima esaltata allo sviluppo di una sintomatologia maniacale;

3) l’autostima minacciata corrisponde allo stato di ansia;

4) mentre l’autostima distrutta corrisponde alla depressione.

LA RESTRIZIONE DELL’IO

La restrizione dell’Io descritta corrisponde a un particolare processo adattativo il cui esito comportamentale

consiste nella riduzione delle attività in importanti aree della vita psichica. Anna Freud lo descrive tra i

processi difensivi, ma gli esiti di questo restringimento funzionale, nelle sue forme più precoci durante lo

sviluppo, possono essere pervasivi, e comportare un irreversibile riduzione o ridimensionamento dei valori e

delle mete ideali, attuato allo scopo di evitare e ridurre il dolore psichico generato dall’esistenza stessa di

questi valori, ritenuti irraggiungibili. La persona rinuncia al sè ideale e si adatta infelicemente, adagiandosi su

di un sé attuale poco incline alla crescita. La restrizione dell’Io corrisponde all’esito di una strutturazione

duratura della persona, ove l’evitamento di sentimenti destabilizzanti in importanti aree dello psichismo, si è

consolidato, diventando una specie di atrofia dei sentimenti. La persona si coarta sullo stato attuale del sè, e

cessa di coltivare importanti aree funzionali e relazionali della propria vita.

DEPRESSIONE: UNA RISPOSTA ADATTATIVA (IL PUNTO DI VISTA DI SANDLER) (!)

Con Sandler la psicologia psicoanalitica diventa una psicologia dell’adattamento (adattamento intrapsichico).

L’omeostasi dell’individuo e gli sforzi adattativi dell’apparato psichico sono dettati dai cambiamenti degli

stati affettivi e costantemente tesi alla verifica della presenza di potenziali minacce alla sicurezza o di dolore.

Sandler ha cercato di individuare nel processo depressivo una serie di stadi fra loro correlati:

1) stadio del dolore, caratterizzato dalla caduta dell’autostima e del senso di competenza, e dalla

presenza di colpa e angoscia;

2) stadio caratterizzato da un vissuto di impotenza e di mancanza di speranza, di impossibilità a far

qualcosa di positivo e di risolutivo nei confronti dell’esperienza dolorosa;

3) esperienza depressiva e che si manifesta nel ritiro, nell’inibizione generalizzata del funzionamento

psichico con comparsa dei sintomi depressivi.

La depressione sarebbe data da un’inibizione generalizzata delle funzioni psichiche, una specie di sordina

psicologica, che corrisponde al terzo dei tre stati citati. Se l’ansia emergente dalla tensione dolorosa non si

riduce per merito delle tecniche di controllo della percezione di tipo trasformativo, l’apparato psichico

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DETTAGLI
Corso di laurea: Scienze e tecniche psicologiche
SSD:
Università: Trieste - Units
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher fede.gentilli di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dinamica avanzata e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Trieste - Units o del prof Clarici Andrea.

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