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Psicologia Dinamica: Appunti

Appunti di psicologia dinamica basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Gelo, dell’università degli Studi del Salento - Unisalento facoltà di Scienze della formazione, Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Psicologia dinamica docente Prof. O. Gelo

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2.3. Il Sé in relazione con l’altro

Stern concettualizza i processi inconsci come esperienze non formulate, che sono “pensieri non an-

cora pensati, connessioni non ancora stabilite, ricordi per la cui costituzione non si hanno ancora le

risorse e la volontà. [A suo avviso] il materiale inconscio deve […] cambiare forma per poter entrare

nella coscienza” [Stern 1989]. Questo passaggio avviene grazie al linguaggio. “Il non formulato si

identifica sostanzialmente con le esperienze che non sono state messe in parola e il formulato con

le esperienze che sono state formulate mediante il linguaggio verbale. L’Inconscio freudiano […]

viene sostituito da un Inconscio composto da elementi non formulati, dall’esperienza inespressa che

precede la rappresentazione e la traduzione in parole” [Eagle 2011].

La nascita del Sé ha luogo in due fasi successive: la prima, la fase psicofisiologica, avviene nei primi

mesi di vita; la seconda, la fase del Sé mentale, avviene quando si instaurano e stabilizzano le rap-

presentazioni psichiche di sé e degli altri. Fin dai primi giorni esiste nel neonato una qualche forma

di senso del Sé e dell’altro: un Sé preverbale.

Quando parla di senso del Sé, Stern intende una semplice coscienza, da distinguere dalla consape-

volezza autoriflessiva; non pensiero formulato ma esperienza vissuta. Fa riferimento a “uno schema

stabile di consapevolezza che si presenta solo in occasione di azioni o di processi mentali dell’in-

fante”.

Si può schematizzare il processo evolutivo del Sé in una prospettiva interpersonale attraverso tre

modalità:

1. continuità, che fonda il sentimento di identità;

2. distinzione, che – unitamente alle definizioni di confini e di separazione e differenziazione

dall’altro – fonda i sentimenti di individualità e unicità;

3. intenzionalità o motivazione, che è il sentimento di partecipare attivamente alla propria

esperienza.

Queste modalità si costruiscono grazie ad un processo di feedback sociale: sono cioè la risultante di

un Sé rispecchiato (lookingglass self) da sentimenti positivi di riconoscimento e di legittimazione

dell’esistenza. L’aspetto fondante per l’evoluzione del Sé è la qualità della relazione interpersonale,

cioè del rapporto col caregiver definito attraverso la variabile affettiva.

Lo sviluppo del Sé avviene quindi attraverso l’acquisizione successiva, a partire dalla nascita di quat-

tro sensi del Sé, ognuno dei quali è associato ad un particolare ambito relazionale:

• il senso di un Sé emergente, che si forma nei primi due mesi di vita, corrisponde alla possibi-

lità di acquisire le prime esperienze affettive e percettive, sia pure nel quadro di una consa-

pevolezza estremamente vaga;

• il senso di un Sé nucleare, che si sviluppa tra il secondo e il settimo mese, consiste nella

capacità di sperimentare se stessi come distinti dagli altri;

• il senso del Sé soggettivo si forma tra il settimo e il quindicesimo mese di vita, quando il

bambino comincia a comprendere che le proprie “esperienze soggettive sono potenzial-

mente condivisibili”;

• il senso del Sé verbale è l’ultimo che si forma. Con la comparsa del linguaggio il senso del Sé

e dell’altro acquistano nuove caratteristiche. Aumentano a dismisura i modi possibili di “es-

sere con” un altro.

Il Sé, struttura intrapsichica, diventa un’esperienza oggettiva e si struttura rispetto a un rapporto

significativo tra il bambino e la somma delle identificazioni che (dopo una sufficiente incorporazione

e introiezione delle rappresentazioni mentali) si organizzano nella forma di una viva realtà psichica

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A.A. 2015/2016 • Appunti di Psicologia Dinamica

interna. Nel rapporto madre-bambino esiste in nuce l’elemento che permette l’evoluzione del Sé. Il

bambino non è un essere indifferenziato; possiede una serie di competenze innate che nelle rela-

zioni di accudimento significative promuovono lo sviluppo di un sistema interattivo. Fin dai più pre-

coci momenti dello sviluppo l’oggetto è il regolatore delle reciproche interazioni che promuovono

e favoriscono lo sviluppo di un senso di sé. Nei primi mesi di vita non è la manifestazione compor-

tamentale esterna a essere corrisposta, ma un qualche aspetto di essa che ne riflette lo stato

d’animo. In altri termini, il referente sembra essere lo stato interno dell’individuo, inferito o diret-

tamente appreso.

Per sintonizzazione affettiva si intende la capacità di condividere lo stato affettivo dell’altro [Stern

1989]. La sintonizzazione consente di spostare l’attenzione da un comportamento esterno, manife-

sto, allo stato d’animo che sottende quel comportamento, secondo tre categorie descrittive: l’in-

tensità, la forma, la durata, ognuna con le rispettive variazioni di contorno (parametri utilizzati nella

descrizione di fenomeni fisici cinematici). Il bambino è capace di percepire e di trasferire le qualità

della percezione amodale. Quindi, le qualità percettive sono convertite in qualità affettive. È un

processo per la maggior parte inconsapevole e ininterrotto. La comunione interpersonale creata da

ripetuti comportamenti di sintonizzazione consente al bambino di riconoscere che li stati d’animo

interni sono esperienze affettive condivisibili.

2.4. Il Sé in relazione agli affetti

L’apporto innovativo è considerare le emozioni strutture stabili a livello intrapsichico. L’esistenza di

questo nucleo affettivo, comune alla specie umana, consente di capire gli altri e di essere empatici.

Le emozioni sono universalmente rappresentate, precocemente identificabili e presenti per tutta la

durata della vita.

Durante la crescita costituiscono un nucleo di continuità dell’esperienza del Sé, che permette di

mantenere il sentimento di essere se stessi nonostante tutti i cambiamenti maturativi. Gli affetti,

per la loro funzione comunicativa interpersonale, sono reputati elementi adattivi essenziali per la

sopravvivenza e lo sviluppo.

Emde [1983] propone un’ampia revisione della motivazione del Sé prerappresentazionale e del suo

nucleo affettivo, ponendo in primo piano le capacità funzionali riscontrabili in ogni individuo fin dai

primi mesi di vita. A suo avviso esistono aspetti motivazionali di base che hanno funzioni regolatrici

specie-specifiche e sono predeterminati biologicamente e in senso evolutivo. Questi aspetti moti-

vazionali determinano e orientano attività, autoregolazione, adattamento sociale e monitoraggio

affettivo. Nella relazione con una figura di accudimento emotivamente disponibile, il bambino ha la

possibilità di sviluppare un nucleo affettivo del Sé. In un contesto di disponibilità il bambino sviluppa

sicurezza nell’esprimere interessi, curiosità e voglia di esplorare e si dimostra in grado di padroneg-

giare le esperienze.

Alla nascita il bambino non ha alcuna consapevolezza introspettiva dei suoi vari stati emozionali:

impara a differenziare le diverse modalità delle sue stimolazioni viscerali e somatiche osservando le

risposte mimiche e verbali che il caregiver gli rimanda in relazione ad esse.

Da qui due possibili difficoltà: se il rispecchiamento non è sufficientemente congruo, il bambino non

avrà una rappresentazione realistica dello stato mentale e dell’affetto sperimentato per cui potrà

sviluppare un Sé narcisistico; se, invece, è deficitario il processo di marcatura (caratteristica percet-

tiva specifica delle manifestazioni di riconoscimento emotivo e base dello sviluppo del processo di

mentalizzazione), l’espressione del caregiver sarà vista come un’esternalizzazione dell’esperienza

del bambino e si getteranno le basi per la costruzione di una struttura psichica che ha bisogno dell’al-

tro per provocare le proprie emozioni. Un rispecchiamento incongruo o mal marcato, associato a

una base di attaccamento non sicura, porta a un indebolimento delle rappresentazioni affettive e

92 Appunti di Psicologia Dinamica • A.A. 2015/2016

dei sistemi di controllo dell’attenzione: questo malfunzionamento determina a sua volta uno stato

di disorganizzazione della strutturazione del Sé che non è in grado né di regolare i suoi stati affettivi

né di attribuire loro dei significati soggettivi e oggettivi (“affettività mentalizzata”). Questo avviene

perché la qualità della regolazione affettiva primaria è il preludio della mentalizzazione o funzione

riflessiva.

La regolazione affettiva determina lo sviluppo del Sé. Il principio regolatore, che è quello affettivo,

prevedere diversi livelli evolutivi e differenti oggetti:

1. i processi neurofisiologici sottostanti all’attivazione emozionale e alla loro gestione;

2. i processi attentivi;

3. i processi di elaborazione come la reinterpretazione degli eventi (legata ai meccanismi di

difesa);

4. la codifica degli indizi interni di attivazione emozionale;

5. il miglioramento dell’accesso alle strategie di coping;

6. l’espressione congrua delle emozioni.

Questo modello teorico propone una prospettiva che spiega la costituzione del Sé attraverso il mec-

canismo del biofeedback sociale. Il costrutto di sé si inserisce nella cornice dei processi della men-

talizzazione, che permette lo sviluppo di una sensibilità alla relazione contingente tra le proprie

azioni e la percezione degli effetti ambientali di queste stesse azioni.

I livelli evolutivi del Sé sono i seguenti:

1. il Sé come agente fisico, che comporta la rappresentazione differenziata del corpo come

un’entità dinamica sparata che è in grado di provocare cambiamenti fisici nell’ambiente;

2. il Sé come agente sociale, che rappresenta le interazioni affettivo-comunicative specie-spe-

cifiche;

3. il Sé come agente teleologico, che fa riferimento alla comprensione delle azioni razionali

dirette a uno scopo;

4. il Sé come agente mentale intenzionale, che implica una comprensione mentalistica di alcuni

stati mentali;

5. il Sé come agente rappresentazionale, che implica l’abilità di comprendere le proprietà rap-

presentazionali e causali autoreferenziali degli stati mentali intenzionali e porta all’instau-

rarsi del concetto di sé autobiografico.

3. Il contributo delle neuroscienze

LeDoux propone un nesso tra il Sé e le interazioni sinaptiche. “L’idea che il Sé sia creato preservato

da arrangiamenti di connessioni sinaptiche”. Il Se può essere concepito lungo un continuum evolu-

tivo. Tra le specie esiste una sovrapposizione negli aspetti inconsci del Sé. Questa sovrapposizione

è tanto maggiore quanto i cervelli sono simili.

Il Sé “è arricchito e impoverito dalla maturazione genetica, dall’apprendimento, dall’oblio, dallo

stress, dall’invecchiamento e dalla malattia” [LeDoux 2002]. Poiché componenti diverse del Sé ri-

flettono il funzionamento di sistemi cerebrali differenti non tutti gli aspetti del Sé sono evidenti nello

stesso momento e ci sono aspetti diversi che possono essere in contraddizione.

Il Sé rappresenta la totalità di ciò che un organismo è fisicamente, biologicamente, psicologica-

mente, socialmente e culturalmente. Sebbene sia una unità non è unitario. Comprende cose che

conosciamo e cose che posiamo non sapere, cose che gli altri sanno su di noi e che noi ignoriamo. 93

A.A. 2015/2016 • Appunti di Psicologia Dinamica

Include attributi che esprimiamo o nascondiamo, e qualcuno che, semplicemente, non richia-

miamo. Accoglie ciò che ci piacerebbe essere, come pure quello che di auguriamo di non diven-

tare mai [LeDoux 2002].

Panksepp raccoglie la sfida della “neuroscienza affettiva” e spiega la costruzione del Sé normale,

definendo il concetto di dispositional representations come base neurologica per gli schemi

dell’emozione [1988]. Si tratta di strutture neuropsicologiche o network neurali connessionistici che

prendono vita quando i neuroni si attivano, con un particolare pattern, in un certo momento, per

un certo tempo e verso un dato target che dà vita anche a un altro complesso di neuroni. Costitui-

scono l’insieme delle nostre conoscenze, innate e acquisite e sono associate a vari risultati.

In quest’ottica, l’emozione può essere intesa come un pattern complesso di reazione somatica a

una variazione comportamentale ed è il fatto essenziale e irrinunziabile dell’esperienza di cono-

scenza.

L’autore delinea, quindi, un parallelo tra stati di coscienza, Sé e stati affettivi, che costituiscono l’in-

telaiatura essenziale per tutte le forme di coscienza. Esistono due Sé: il Sé nucleare, che può essere

considerato una funzione cerebrale “nomotetica”, cioè universale, e i Sé “idiografici”. “Non appena

il Sé nucleare […] interagisce con i processi terziari cognitivi di origine superiore, promuove l’emer-

gere di vari Sé «idiografici» (individualmente unici e raffinati dall’esperienza), ed «estesi», durante

la maturazione cerebrale che avviene grazie allo sviluppo” [Panksepp e Biven 2012].

Nelle prime fasi dell’evoluzione cerebrale emergerebbe una “mappa neuronale primordiale del

corpo [che dovrebbe] facilitare la coerenza generale di molte funzioni differenti, dalle tendenze ad

agire ai cambiamenti autonomici che accompagnano le azioni” [Panksepp 2012]. “Questa mappa

corporea è un «proto-sé» primitivo che successivamente evolve nel Sé nucleare, che rappresenta le

fondamenta neuronali su cui è creata tutta l’esperienza affettiva”. Il Sé nucleare è quindi dominato

da sentimenti affettivi unitamente ad alcune percezioni rudimentali riguardo al mondo e agli stati

omeostatici interni del corpo. L’integrazione di queste capacità affettive primarie con le abilità men-

tali secondarie/terziarie, co codificano i diversi ambienti (ecologici, sociali e culturali) con cui l’essere

animale o umano viene a contatto, porta all’elaborazione di forme più elevate di coscienza di sé.

Damasio afferma che la spiegazione neuronale delle emozioni e dei sentimenti implica il Sé:

quest’ultimo è uno stato biologico che si ricrea ripetutamente, una costruzione mentale determi-

nata da attivazioni sinaptiche rigenerate. Il concetto di base neuronale del Sé ha come prerequisito

il funzionamento della corteccia sensoriale primaria, delle regioni associative sensoriali e motorie e

dei nuclei sottocorticali. Il Sé neuronale non dipende dalle funzioni linguistiche, anche se il linguag-

gio permette una forma di soggettività più raffinata.

Il Sé si costruisce per gradi. Il primo stadio è costituito dal proto-Sé, che emerge dalla parte del

cervello che rappresenta l’organismo. Il secondo stadio è il Sé nucleare, che compare quando si

instaura una relazione tra il proto-Sé e qualsiasi parte del cervello rappresenti un

oggetto-da-conoscere. Il terzo stadio è il Sé autobiografico, che “attinge all’intero orizzonte della

nostra storia memorizzata, remota e recente.

4. Il Sé in una prospettiva evolutiva

Secondo Greenspan [1995], già durante le prime settimane di vita, il bambino può sperimentare

un’organizzazione in via di formazione. Il bambino in questa fase è un essere molto attivo, con una

netta tendenza alla ricerca di stimolazioni sensoriali, tale da giustificare l’ipotesi di una spinta moti-

vazionale organizzata.

94 Appunti di Psicologia Dinamica • A.A. 2015/2016

Il neonato dimostra una tendenza innata a formulare ipotesi sul mondo che lo circonda e a verifi-

carle: in questo modo acquisisce la capacità di confrontare esperienze tra loro diverse e di indivi-

duarne le caratteristiche comuni. La componente affettiva dell’esperienza è fondamentale e inscin-

dibile da quella percettiva. In altre parole, non è possibile separare i processi cognitivi da quelli af-

fettivi.

La capacità emergente del bambino è quella di cogliere le caratteristiche più globali di modalità

sensoriali diverse e ridurle in forma di modelli: in questo modo il soggetto attribuisce un ordine alle

cose e acquista consapevolezza rispetto alle caratteristiche di forma, intensità e schemi temporali.

L’ipotesi è che, a livello preverbale e presimbolico, il riscontrare coincidenze tra modalità percettive

diverse produca una sensazione di familiarità. Si mettono in relazione l’esperienza presente e quella

già vissuta. Questo permette al bambino di pervenire a un’esperienza integrata del Sé e degli altri.

Fra i due e i sei mesi di vita, il bambino ha già formato le basi per un basilare senso del Sé. Se si vuole

parlare del Sé in senso clinico, bisogna prendere in considerazione quattro aspetti dell’esperienza,

12 13

che contraddistinguono questo periodo: il sentimento di avere un Sé agente , quello di coesione

14 15

del Sé, il senso di continuità dello stesso e, in ultimo, il senso di una propria affettività . Gli ele-

menti appena elencati sono essenziali per la formazione di un senso del Sé nucleare non verbale.

L’ipotesi presentata da Greenspan [1995] è che la loro costituzione avvenga nei primi sei mesi di

vita.

Tra i nove e i dodici mesi di vita le capacità motorie, mnestiche e percettive hanno una rilevante

evoluzione, per cui il bambino scopre di avere una mente o meglio percepisce una propria vita inte-

riore e l’esistenza di contenuti suoi propri che possono essere condivisi con gli altri. L’esperimento

di Emde [1983] del finto precipizio permette di descrivere la condivisione degli stati affettivi.

Quando, intorno ai quindici-diciotto mesi di vita, compare l’uso del linguaggio, il bambino comincia

a usare simboli e a oggettivare se stesso, indicandosi quando si vede allo specchio, utilizzando pro-

nomi personali per autodefinirsi ed entrando nel mondo del gioco simbolico. In seguito, verso i 3

anni, il bambino acquisisce anche una funzione narrativa. Il bambino a questo punto è pronto per

conoscere lo stato psichico di un altro.

12 Il Sé agente si riferisce all’esperienza che il bambino fa di essere l’autore delle proprie azioni.

13 Il senso di coesione è la sensazione di essere un’entità fisica intera, provvista di confini e sede di un’azione integrata.

14 Per continuità si intendono il senso di durata, la continuità con il proprio passato e l’esperienza di continuare a essere

se stessi, pur cambiando.

15 Per senso di una propria affettività si intende la capacità di sperimentare stati intimi con qualità affettive. 95

A.A. 2015/2016 • Appunti di Psicologia Dinamica

CAPITOLO MEDIAZIONE CON LA REALTÀ:

9 MECCANISMI DI DIFESA VS STRATEGIE DI ADATTAMENTO

Il concetto di difesa viene, da un lato, considerato un costrutto universale, poiché l’esistenza delle

difese si impone come intrinseca e naturale e come fondamentale criterio nella valutazione della

psicopatologia [Vaillant 1993]; dall’altro dobbiamo riconoscere che nel corso di un secolo abbiamo

assistito a cambiamenti profondi nelle teorizzazioni, nelle definizioni e nell’operazionalizzazione del

costrutto.

Nancy McWilliams [1994] fa notare come quello di “difesa” sia un termine infelice perché a esso si

associa spesso un significato negativo, mentre negli adulti che hanno raggiunto un certo grado di

maturità sul piano psichico esso segnala invece l’uso di modalità globali e adattive di percepire il

mondo.

Alla luce delle ultime teorizzazioni in ambito psicoanalitico, la definizione di “difesa” non può più

riguardare solo la gestione del conflitto intrapsichico, così come previsto dalla teoria strutturale,

ma deve prendere in considerazione il ruolo che le difese svolgono nello sviluppo della personalità,

nell’espressione delle dinamiche interumane e nella regolazione affettiva, ovvero essere conside-

rate elementi centrali nello sviluppo di pattern relazionali più o meno adattivi.

A questo proposito, Phebe Cramer afferma:

Con il termine meccanismo di difesa ci riferiamo a un’operazione mentale che avviene per lo più

in modo inconsapevole, la cui funzione è di proteggere l’individuo dal provare eccessiva ansia.

Secondo la teoria psicoanalitica classica, tale ansia si manifesterebbe nel caso in cui l’individuo

diventasse conscio di pensieri, impulsi o desideri inaccettabili. In una moderna concezione delle

difese, una funzione ulteriore è la protezione del Sé, dell’autostima e, in casi estremi, dell’inte-

grazione del Sé.

Le successive definizioni di difesa hanno di volta in volta evidenziato aspetti diversi. George Klein,

ad esempio, concettualizza la difesa come “una strategia di comportamento che si riflette in un

impegno forgiato in collaborazione con l’ambiente e in mete che riflettono uno sforzo di sintetizzare

tendenze incompatibili, tutte irrinunciabili”.

Sandler e Sandler [1992] ipotizzano che le difese siano dei meccanismi di adattamento, ovvero stra-

tegie relazionali organizzate per fronteggiare eventi o situazioni interpersonali stressanti e ricorsive.

Skodol e Perry [1993] pongono l’accento sulla funzione di mediazione tra desideri, bisogni, affetti e

impulsi dell’individuo, da un lato, e proibizioni interne e realtà esterne, dall’altro.

Dazzi e De Coro [2001] rileggono il concetto di difesa nell’ottica più inclusiva dei “modelli individuali

di adattamento” e li definiscono “strutture specializzate nella soluzione di conflitti psichici”.

Lingiardi e Madeddu [2002] sintetizzano i contributi della letteratura più recente definendo i mec-

canismi di difesa come:

Regolatori dell’omeostasi psichica in relazione con il Sé e con l’ambiente […]; sentimenti, pensieri

o comportamenti tendenzialmente involontari che sorgono in risposta a percezioni di pericolo

per il soggetto finalizzati, in modo più o meno adattivo, a nascondere o alleviare i conflitti o gli

agenti che danno origine a ansietà o angoscia. L’adattività di una difesa è anche funzione della

sua rigidità, intensità e del contesto in cui questa si esprime. 97

Questi processi di tenuta del Sé e di negoziazione interpersonale sono caratterizzati dai seguenti

attributi:

• sono frutto di processi di influenza reciproca e mutua regolazione, non sono un fenomeno

esclusivamente intrapsichico;

• sono relativamente inconsci e involontari;

• distorcono la realtà interna e/o esterna e la relazione tra affetto e idea e tra soggetto e og-

getto;

• sono più spesso sani che patologici;

• mostrano capacità maturativa nel tempo;

• rappresentano una risposta individuale sviluppata per eliminare o alleviare le situazioni di

conflitto o di stress (a livello sia del mondo interno, sia della realtà esterna);

• sono lo strumento preferenziale con cui il soggetto gestisce gli istinti e gli affetti;

• caratterizzano i maggiori quadri psicopatologici ma in modo variato e reversibile;

• possono essere classificati in modo gerarchico, cioè lungo un continuum adattamento-disa-

dattamento;

• tendono a specializzarsi nei diversi individui, con l’utilizzazione caratteristica delle stesse di-

fese nelle stesse situazioni;

• sono dinamici e reversibili;

• sebbene una persona possa essere caratterizzata da una difesa dominante, ciascuno utilizza

diversi tipi di difese;

• sono discreti.

1. I meccanismi di difesa: l’evoluzione del costrutto

1.1. L’Io si difende da una triplice minaccia: dal mondo esterno, dalla libido dell’Es e dalla

severità del Super-Io

Il concetto di “meccanismo di difesa” è stato introdotto da Freud per la prima volta nel 1894 per

designare le operazioni inconsce che inizialmente egli chiama difese e che poi assimilerà al termine

“rimozione”, come descritto nel saggio del 1915.

Negli Studi sull’isteria Freud attribuisce la causa della rimozione a un’impressione spiacevole susci-

tata dall’incompatibilità di una rappresentazione, poiché “l’accettazione di una nuova rappresenta-

zione (accettazione nel senso di credervi, del riconoscerne la realtà) dipende dalla specie e

dall’orientamento delle rappresentazioni già riunite nell’Io” [Freud 1892].

In Inibizione, sintomo e angoscia paragona il processo di difesa alla “fuga mediante la quale l’Io si

sottrae a un pericolo che incombe minaccioso dall’esterno” [Freud 1925].

In Analisi terminabile e interminabile definisce i meccanismi di difesa come processi di cui “l’Io si

avvale per essere all’altezza del proprio compito, ossia per evitare pericoli, angoscia, dispiacere”

[Freud 1937].

Le resistenze, che nel corso del trattamento, ostacolano il riemergere dei ricordi si presentano a

Freud come manifestazioni della stessa forza che, allontanando i ricordi dalla coscienza, “aveva coo-

perato alla genesi del sintomo isterico” [Freud 1892]

98 Appunti di Psicologia Dinamica • A.A. 2015/2016

Nella prospettiva della teoria classica, i meccanismi di difesa vengono definiti come:

Varie attività psicologiche che scattano in modo automatico, involontario, o inconscio, mediante

le quali l’essere umano tenta di escludere dalla consapevolezza gli impulsi inaccettabili. Un im-

pulso è sufficientemente inaccettabile perché siano attivati dei meccanismi di difesa allorché,

secondo il giudizio inconscio dell’individuo, la sua espressione provocherebbe una punizione o

una pericolosa vendetta da parte di altre persone, o del giudice interiore, cioè la coscienza mo-

rale. [White e Gilliland 1975]

L’Io viene descritto come intento a difendersi da una triplice minaccia: dal mondo esterno, dalla

libido dell’Es e dalla severità del Super-io, come un’istanza capace di raggiungere un certo grado di

controllo e dominio sia sul proprio ambiente che sull’Es, attraverso la lotta contro il mondo esterno

e interno [Brenner 1955].

L’Io viene quindi definito nella teoria classica come un intermediario, un mediatore capace di met-

tere “in opera un complesso di artifici diplomatici” [Musatti 1949], alla ricerca di una via di concilia-

zione che possa rendere l’Es più adattabile alle esigenze della realtà e agire sul mondo esterno così

da fornire all’Es appagamenti parziali [Freud 1905b].

Si genera una situazione patologica quando, nel conflitto tra l’Io e l’Es, la difesa non raggiunge pie-

namente il suo scopo o lo raggiunge a spese dell’equilibrio generale della vita psichica.

Il processo attraverso il quale si sviluppano le difese, secondo Freud [1909a], nasce dalla presenza

di un impulso istintivo che preme sull’Io, il quale produce una reazione di angoscia, perché vissuto

come pericolo esterno da parte dell’Io, che si difende. È quindi l’angoscia che produce la rimozione

e i vari processi di difesa. L’Io risponde, quindi, con l’angoscia come segnale di pericolo e ottiene in

questo modo l’aiuto del principio del piacere, opponendosi alla minaccia [Brenner 1955]. L’angoscia

segnala un pericolo psicologico interno, un’imminente perdita di controllo su un impulso inconscio

inaccettabile ed evoca meccanismi psicologici di difesa automatici e involontari che tentano di con-

tenere e, se possibile, di opporsi all’impulso primitivo minaccioso escludendolo dalla consapevo-

lezza. La perdita di controllo imminente crea una confusa minaccia di impotenza e una sorta di totale

disintegrazione psichica che è sperimentata come paura di “andare a pezzi”, o di “esplodere” o di

“uscir fuori di sé” [White e Gilliland 1975].

White e Gilliland spiegano come l’angoscia segnali un imminente collasso delle funzioni di controllo

e di coordinazione dell’Io e la minaccia dell’irruzione di impulsi inaccettabili dell’Es nella consape-

volezza conscia. Anche impulsi sessuali o aggressivi, che la maggior parte delle persone potrebbe

considerare accettabili e adeguati in base ai comuni modelli sociali, potrebbero essere trattati dagli

aspetti primitivi e moralistici del Super-io come se fossero malvagi, orribili, pericolosi e meritevoli

di una punizione vendicativa. Per tale ragione l’Io può rifiutare l’espressione di impulsi apparente-

mente innocui sia nel pensiero sia nel comportamento manifesto. Essi, tuttavia, anche se arginati,

crescono d’intensità e premono con sempre maggiore urgenza e violenza allo scopo di scaricarsi,

suscitando un’opposizione ancora più intensa dell’Io. L’Io che con la rimozione si difende dalle ten-

denze dell’Es, respingendole nell’Inconscio, ritrova quindi di fronte a sé i sintomi, che rappresentano

gli equivalenti di un appagamento di quelle tendenze [Musatti 1949] e che derivano dalla presenza

di “una rappresentazione che si era dimostrata insopportabile, che aveva suscitato da parte dell’Io

una forza ripulsiva, il cui scopo era la difesa contro quella rappresentazione insopportabile” [Freud

1892].

White e Gilliland sottolineano come l’escludere un impulso minaccioso dalla coscienza non attenui

né distrugga l’impulso stesso, che rimane attivo e intatto nonostante sia inconscio. Freud aggiunge:

“la rappresentazione patogena apparentemente dimenticata si trova già pronta «nelle vicinanze»,

ed è raggiungibile mediante associazioni facilmente producibili; si tratta solo di eliminare qualche

ostacolo” [Freud 1892-95]. 99

A.A. 2015/2016 • Appunti di Psicologia Dinamica

1.2. Le difese sono strumenti dell’Io nella lotta contro l’angoscia

Anna Freud, nel volume L’Io e i meccanismi di difesa [1936], descrive la complessità, la varietà e

l’estensione dei meccanismi di difesa, mostrando come l’intento difensivo possa utilizzare le attività

più diverse e la difesa possa riguardare non solo rivendicazioni pulsionali ma tutto ciò che può su-

scitare uno sviluppo di angoscia: emozioni, situazioni, esigenze del Super-io ecc. Nello stesso vo-

lume, le difese vengono definite come attività dell’Io che entrano in funzione per contrastare le

“incursioni dell’Es”.

Le difese sono quindi considerate strumenti dell’Io nella lotta contro l’angoscia reale, l’angoscia di

fronte alle pulsioni e l’angoscia morale e non vengono messe in atto solo contro gli istinti ma anche

contro gli affetti.

Secondo Gabbard [2005] Anna Freud, spostando il focus della psicoanalisi dalle pulsioni dell’Es alle

difese dell’Io, anticipò il movimento di allontanamento della psicoanalisi dalla formazione nevrotica

dei sintomi favorendo l’avvicinamento alla patologia del carattere. I suoi studi hanno inoltre sotto-

lineato come tutte le attività dell’Io possano essere usate a fini difensivi e come questi processi

abbiano un fondamentale valore adattivo.

La funzionalità di una difesa dipende, secondo Anna Freud [1965], dalla sua intensità, dall’adegua-

tezza rispetto all’età, dall’ampiezza e flessibilità, dall’efficacia nel controllo dell’angoscia, dalla re-

versibilità e dall’equilibrio tra le difese impiegate.

1.3. Le difese al servizio dell’adattamento

Gli psicologi dell’Io, Hartmann, Kris e Loewenstein [1964a], pongono l’accento sull’Io come organo

di adattamento in grado di utilizzare le difese per affrontare le richieste tanto del mondo esterno

quanto del mondo pulsionale. Accanto alla funzione classica di preservare l’Io dai conflitti, i mecca-

nismi di difesa assolvono la funzione di favorire il rapporto con la realtà, consentendogli un impor-

tante spazio operativo nell’interazione con l’ambiente, e risultando così responsabili di un amplia-

mento delle facoltà e delle funzioni dell’Io e non di una loro limitazione.

La psicologia dell’Io propone una concettualizzazione metapsicologica dei meccanismi di difesa

dell’Io, ovvero un approccio analitico che affronti prima il conscio e poi l’Inconscio, prima le difese

e poi le angosce che le hanno attivate, e quindi gli impulsi che hanno determinato le angosce.

Secondo questa prospettiva sarebbe il modo in cui l’individuo utilizza i meccanismi di difesa a diffe-

renziare l’esito psicopatologico dallo sviluppo sano, non il ricorso al tipo di difesa e, per tale ragione,

non sarebbe possibile associare alcuna difesa specifica a un dato livello di patologia o alla normalità.

Secondo Brenner [1982], ogni movimento dell’Io in grado di produrre la riduzione dell’ansia o di un

affetto depressivo o la deviazione della tensione può essere considerato una difesa.

1.4. Le difese sono alla base della formazione del carattere

In Analisi del carattere Reich introduce il concetto di “corazza caratteriale”, con il quale fa riferi-

mento a “un’alterazione cronica dell’Io che si potrebbe definire indurimento”, una struttura rigida

che “serve come legame dell’angoscia liberamente fluttuante” e che costituisce un meccanismo di

protezione narcisistico di fronte a essa.

Anche il carattere quindi viene concettualizzato quale apparato psichico che si è sviluppato come

difesa e compromesso tra le richieste dell’Inconscio e quelle del mondo esterno. La rigidità dell’”ar-

matura” dipenderà dalle soluzioni che il soggetto troverà nel fronteggiare questo conflitto.

100 Appunti di Psicologia Dinamica • A.A. 2015/2016

Sul piano clinico la teoria di Reich implica l’analisi sistematica delle difese.

1.5. Le difese sono principi organizzatori della vita psichica

Melane Klein ha avuto il merito di mettere in luce come le difese non abbiano esclusivamente la

funzione di proteggere l’Io, ma costituiscano anche principi organizzativi della vita psichica. In par-

ticolare essa si è focalizzata sulla descrizione dei meccanismi primitivi di difesa, legati cioè agli stati

psicotici [Klein 1927], i quali si oppongono alle angosce derivanti dall’attività dell’istinto di morte, a

differenza delle difese nevrotiche, impegnate nella lotta contro la libido, e determinano le caratte-

ristiche delle posizioni schizoparanoide e depressiva.

L’identificazione proiettiva, in particolare, è al centro dell’indagine kleiniana:

L’identificazione proiettiva è connessa con processi di sviluppo che si instaurano durante i primi

tre o quattro mesi di vita, quando la scissione è al culmine e predomina l’ansia persecutoria. L’Io

è ancora in gran parte non integrato, ed è perciò soggetto a scindere se stesso, le sue emozioni

e i suoi oggetti interni ed esterni, ma la scissione è anche una difesa fondamentale contro l’ansia

persecutoria. L’identificazione mediante proiezione implica che alcune parti del Sé siano non sol-

tanto scisse, ma anche proiettate su di (o meglio in) un’altra persona [Klein 1955].

L’angoscia che caratterizza la posizione paranoide è legata alla paura che oggetti esterni possano

distruggere il Sé, poiché il bambino, mosso da impulsi distruttivi intollerabili, non solo li proietta

sull’oggetto, ma proietta su questo anche parti del Sé, ritrovandosi poi di fronte a un oggetto con

cui è parzialmente identificato, da cui si sente al tempo stesso perseguitato e che quindi sente di

dover controllare. L’Io perciò si difende attraverso la scissione dell’Io e dell’oggetto, la frammenta-

zione, l’idealizzazione dell’oggetto buono, il diniego dell’esistenza dell’oggetto cattivo, l’elabora-

zione di fantasie di controllo onnipotente dell’oggetto, l’introiezione, la proiezione e l’identifica-

zione proiettiva.

L’angoscia depressiva riguarda invece le paure concernente il destino di altri, esterni e interni, messi

in pericolo dalle fantasie di distruzione e di possesso create dal bambino stesso. Una prima difesa

che viene messa in campo nella posizione depressiva è quella della maniacalità, che ha lo scopo odi

fare evadere dalla depressione attraverso il diniego e l’idealizzazione, cercando di trionfare sull’og-

getto controllandolo in maniera onnipotente, in modo da non dipendere da esso e di non soffrire

per la perdita. Il senso di colpa per aver attaccato l’oggetto mette poi in moto desideri di riparazione

e di ripristino dell’oggetto intero: “lo sforzo di salvare l’oggetto amato, di ripararlo e restaurarlo

costituisce un fattore decisivo dello sviluppo dell’Io” [Klein 1995] e sancisce l’avvio del superamento

della posizione depressiva stessa.

Dal punto di vista clinico, questa teorizzazione ha una profonda influenza sul piano tecnico, in

quanto suggerisce di interpretare sempre l’angoscia – e la difesa associata – nel “qui e ora” della

relazione di transfert [Andreassi 2010].

1.6. Le difese sono organizzate in base a un modello gerarchico ed evolutivo

Otto Kernberg propone un modello gerarchico ed evolutivo delle difese, considerando i meccanismi

di difesa come un fenomeno intrapsichico, ma intrinsecamente connesso al concetto di Sé, sia a

quello di relazione oggettuale interiorizzata.

Kernberg [1975] si è concentrato in modo particolare sullo studio dell’organizzazione borderline di

personalità, caratterizzata da “difese primitive”. Queste hanno la funzione di mantenere separate

101

A.A. 2015/2016 • Appunti di Psicologia Dinamica

le relazioni oggettuali idealizzate e persecutorie derivanti dalle prime fasi dello sviluppo, di ripristi-

nare il senso di potenza narcisistica, di contenere la distruttività delle reazioni davanti alla frustra-

zione e di compensare la perdita dell’esame di realtà. In particolare, la scissione permette di ovviare

alla contraddittorietà tra differenti stati dell’Io, tra pensiero, sentimenti e comportamenti, tra

aspetti positivi e negativi degli oggetti; l’idealizzazione primitiva porta alla creazione di un oggetto

totalmente buono, che è in grado di proteggere dagli oggetti cattivi, su cui viene proiettata l’aggres-

sività; proiezione e identificazione proiettiva permettono di espellere dal Sé tutta l’aggressività, con-

ducendo però all’indebolimento dei confini dell’Io e alla fissazione del timore della ritorsione; la

negazione allontana le emozioni sgradevoli; l’onnipotenza, infine, funge da rifugio rispetto ai senti-

menti di vuoto e disperazione, favorendo l’identificazione con un oggetto totalmente buono, pro-

tettore, salvo il ricorso alla svalutazione, qualora questo non riesca a garantire soddisfazione e pro-

tezione.

“Questa visione difensiva dell’Io, in cui quel che era dapprima un semplice difetto d’integrazione

viene usato attivamente per altre finalità, è in sostanza il meccanismo della scissione” [Kernberg

1978].

Dal punto di vista delle ricadute cliniche, Kernberg [1984] raccomanda allo psicoterapeuta di indivi-

duare innanzitutto le difese, di chiarificare il modo in cui operano e di interpretare come, perché e

contro che cosa operano, portando alla piena consapevolezza i significati inconsci del transfert.

1.7. Le difese sono fenomeni interattivi che proteggono dai fallimenti ambientali trauma-

tici

Donald Winnicott descrive, accanto alle difese organizzate contro le pulsioni, meccanismi protettivi

che hanno la funzione di difendere dai fallimenti ambientali traumatici, e che sono alla base dell’or-

ganizzazioni del “falso Sé”.

Nell’articolo Fear of Breakdown [1974] Winnicott distingue, trattando i “crolli” che sottostanno

all’organizzazione difensiva, l’angoscia di castrazione che caratterizza l’area delle psiconevrosi dal

terrore del crollo dell’unità di sé, che discrimina i fenomeni più vicini alla psicosi.

Le difese cominciano quindi ad essere pensate come fenomeni interattivi, in cui alla paura del ri-

torno a uno stato non integrato si oppone la difesa della disintegrazione; per fronteggiare l’angoscia

del cadere per sempre si fa ricorso all’autocontenimento (self-holding); all’agonia da perdita del

senso del reale si risponde con il narcisismo primario. Di fronte al terrore di perdere la collusione

psicosomatica e al fallimento dell’insediamento della psiche nel soma ci si rifugia nella depersona-

lizzazione, e nel tentativo di fronteggiare l’angoscia della perdita della capacità di relazionarsi con

gli oggetti si ricorre al ritiro in stati autistici.

1.8. Le difese salvaguardano l’integrità del Sé

La psicologia del Sé propone un modello teorico-clinico in cui viene data minore enfasi all’Io e alle

vicissitudini degli impulsi e delle difese, per dedicare maggiore attenzione all’esperienza soggettiva

cosciente.

In quest’ottica si modifica in modo significativo la concettualizzazione delle difese e delle resistenze

o delle difese-resistenza [Kohut 1984], che vengono considerate valide e adattive in quanto salva-

guardano l’integrità del Sé.

Kohut considera i meccanismi di difesa soprattutto come tentativi finalizzati a proteggere la fragilità

del Sé, come sistemi organizzati nell’infanzia contro i fallimenti empatici di “oggetti-Sé” speculari e

102 Appunti di Psicologia Dinamica • A.A. 2015/2016

idealizzati deludenti. Secondo lui, erigere un’esagerata struttura difensiva compensatoria può rap-

presentare la risposta evolutiva a un’insufficienza del Sé grandioso o dell’oggetto idealizzato. Se a

essere danneggiati sono entrambi i poli del Sé, gli ideali dell’Io e le ambizioni realistiche, sorgono

gravi problemi narcisistici perché la strategia compensatoria si rivela insufficiente.

Nelle patologie narcisistiche Kohut studia in particolare l’idealizzazione, la svalutazione e l’onnipo-

tenza, difese che si manifestano quasi esclusivamente nel tentativo di sostenere una parte de Sé

allo scopo di preservarne la forza [Kohut 1976]. E distingue tra difese narcisistiche aspecifiche, di cui

ci serviamo quotidianamente quando abbiamo paura a esporre troppo i nostri pensieri e sentimenti,

difese narcisistiche specifiche che solitamente opponiamo alle ferite narcisistiche che caratterizzano

la nostra personalità e sono ben radicate nella nostra storia personale e difese narcisistiche che

proteggono una vulnerabilità nell’organizzazione del Sé [Lingiardi e Madeddu 2002]. Dal primato del

conflitto pulsionale si passa quindi al primato del deficit ambientale e a quello della carenza strut-

turale del Sé.

Per quanto riguarda le implicazioni cliniche del modello, la raccomandazione di Kohut è di non af-

frontare subito le difese narcisistiche ma di “trattarle con rispetto”, soprattutto se proteggono una

vulnerabilità del Sé nucleare. Viene indicato in particolare di non interpretare immediatamente i

pattern transferali idealizzanti dei pazienti narcisistici e le difese narcisistiche contro angosce di

frammentazione. Il paziente li potrà abbandonare solo quando si sarà instaurata un’atmosfera em-

patica di sicurezza e comprensione. Le resistenze esprimono infatti in questa prospettiva lo sforzo

disperato del paziente di evitare una temuta ritraumatizzazione, di salvaguardare il Sé in relazione

alla sua vulnerabilità.

1.9. Le difese sono influenzate dal contesto relazionale e plasmate dai processi di mutua

regolazione

I contributi di autori come Greenberg, Mitchell e Aron hanno determinato lo spostamento del focus

dell’indagine psicoanalitica dal modello pulsionale al modello relazionale, modificando profonda-

mente la concettualizzazione dei meccanismi di difesa. La teoria delle relazioni oggettuali e i modelli

di stampo interpersonale-relazionale hanno infatti sottolineato il ruolo delle difese nel contesto

della relazioni, evidenziando la centralità dell’influenza ambientale nella costruzione del Sé e l’im-

portanza della difesa come strumento indispensabile al mantenimento del senso di sicurezza inte-

riore e di coesione del Sé.

Nel 1975 Modell introduce il concetto di “autosufficienza come difesa contro gli affetti”, un’orga-

nizzazione difensiva che caratterizza pazienti sia borderline e narcisisti, sia schizoidi e che descrive

come un ripiegamento del Sé, una sorta di “bozzolo” che darebbe al soggetto l’illusione onnipotente

di essere autosufficienti e che lo difenderebbe dalla paura della dipendenza e della fusione, attra-

verso la mancata manifestazione dei propri bisogni. La non comunicazione diventa comunicazione

di autosufficienza, cioè una difesa attraverso la quale il soggetto si distanzia sempre di più dal pro-

prio Sé finché il Sé si decentra.

I contributi offerti dal paradigma dell’intersoggettività hanno ulteriormente concorso alla rielabo-

razione del concetto di difesa, riletto all’interno del contesto relazionale. In quest’ottica le difese

non sono più considerate come un fenomeno intrapsichico, ma viene posta in primo piano l’in-

fluenza esercitata dal contesto relazionale e dai processi di mutua regolazione. 103

A.A. 2015/2016 • Appunti di Psicologia Dinamica

Rispetto alle implicazioni cliniche, l’indicazione per lo psicoterapeuta è di cogliere le difese come

qualcosa che il paziente porta in ogni conteso interpersonale, concentrandosi su come il processo

difensivo opera all’interno del rapporto tra il paziente e lo psicoterapeuta.

1.10. Le difese sono strategie cognitive fondate sull’esperienza affettiva

Le ricerche ispirate alla teoria dell’attaccamento hanno riletto il concetto di difesa in relazione al

costrutto di “modello operativo interno”, sancendo ancora una volta il passaggio da una visione

intrapsichica a una relazionale. All’interno di questa prospettiva teorica, le difese sono concettua-

lizzate come strategie cognitive fondate sull’esperienza affettiva, che organizzano e programmano

il comportamento, diventando con il tempo automatiche.

Bowlby focalizza l’attenzione, in particolare, sul processo di esclusione difensiva e ipotizza che, nelle

relazioni d’attaccamento sfavorevoli, l’individuo costruisca un modello operativo interno scisso dal

Sé in relazione alla figura di attaccamento, in cui una parte è accessibile a livello conscio, mentre

l’altra è esclusa difensivamente. Il modello accessibile alla consapevolezza rappresenta il Sé come

cattivo e non meritevole di cure, mentre il caregiver viene rappresentato come buono e amorevole.

Il secondo modello, pur essendo inaccessibile sul piano cosciente, influenza i processi di pensiero e

valuta il Sé come degno di amore e il caregiver come cattivo. Il vantaggio adattivo di tale organizza-

zione consiste nell’escludere percezioni, emozioni o pensieri che, minacciando il legame d’attacca-

mento, causerebbero ansia o sofferenza psicologica, consentendo al soggetto di tollerare e soprav-

vivere, anche se non senza “costi psicologici”, al comportamento rifiutante o inadeguato del care-

giver [Bretherton 1992].

Peter Fonagy ha sviluppato la relazione tra difese e funzione riflessiva. Egli considera i modelli di

attaccamento come difese messe in atto dal bambino per affrontare i fallimenti empatici dei care-

givers nella relazione diadica. Il mancato sviluppo della funzione riflessiva viene inoltre interpretato

come una risposta difensiva estrema da parte di bambini che, di fronte al trauma, trovano come

unica possibilità di adattamento l’inibizione dello sviluppo della capacità di comprendere se stessi e

il caregiver in termini di stati mentali, esperienza che sentono come intollerabile [Fonagy e Target

2001].

1.11. Le difese sono processi impliciti di regolazione

Nel modello elaborato da Drew Western, le difese sono definite come “procedure inconsce attivate

contro alcuni elementi di quelle reti associative che, se diventassero coscienti, determinerebbero

un’esperienza affettiva spiacevole di entità rilevante”. Sono quindi considerate come “processi im-

pliciti di regolazione conseguenti a una valutazione inconscia della valenza affettiva delle rappre-

sentazioni percettive o cognitive attivate in un momento dato” [Lingiardi e Gazzillo 2002].

Lichtenberg, Lachmann e Fosshage propongono una riformulazione del concetto di difesa all’interno

della teoria dei sistemi motivazionali, in particolare del sistema motivazionale avversivo. Essi defi-

niscono i meccanismi di difesa come pattern regolativi del livello fondamentale dell’attività mentale

inconscia, esperienze avversive innescate da stimoli elicitanti e dalla loro specifica forma espressiva

che contribuiscono enormemente alla flessibilità dei sistemi motivazionali.

Dal punto di vista clinico, in quest’ottica viene raccomandato allo psicoanalista di prestare partico-

lare attenzione agli stati interni del paziente, focalizzandosi sulla qualità e sulla mobilità della rego-

lazione cognitiva e affettiva per rendere operative le motivazioni in ciascun sistema.

104 Appunti di Psicologia Dinamica • A.A. 2015/2016

1.12. Le difese proteggono da emozioni non mentalizzate

La disregolazione degli affetti nell’ambito della relazione bambino-caregiver può comportare una

traumatizzante escalation nello stato di attivazione fisiologica del bambino, dalla quale egli può di-

fendersi solo attraverso i primitivi meccanismi di difesa a sua disposizione, dunque dissociando,

proiettando e persino rinnegando lo stato affettivo percepito e la rappresentazione connessa

all’esperienza interpersonale traumatica [Caretti e Schimmenti 2007]. Il deficit rispetto alla capacità

di integrare gli stati del Sé, di autoregolare gli affetti, di comprendere, identificare ed esprimere le

emozioni affonda quindi le radici nel fallimento del sistema di rispecchiamento all’interno della

1

diade [Taylor, Bagby e Parker 1997]. L’alessitimia originerebbe quindi da difese massicce nei con-

fronti delle emozioni, messe in campo dal soggetto di fronte al pericolo di essere sommerso da una

valanga di affettività primitiva non mentalizzata [Solano 2001].

2. I meccanismi di difesa: una classificazione complessa

Un’elencazione esaustiva dei processi tipici di difesa e una loro classificazione sistematica costituisce

un compito difficile e forse impossibile, che non po’ essere esente da ambiguità e limiti concettuali.

Freud stesso sosteneva che fosse più prudente accontentarsi di descrivere alcune forme tipiche

senza escludere la possibilità di forme diverse.

Rimozione

v Si tratta del primo meccanismo riconosciuto da Freud [1915c], che lo ha definito come l’at-

tività dell’Io che sbarra la via della coscienza all’impulso indesiderato proveniente dall’Es, o

a qualsiasi suo derivato, siano essi ricordi, emozioni, desideri o fantasie di realizzazione di

desideri [Brenner 1955]. Opera inconsciamente eliminando dalla consapevolezza desideri,

fantasie o sentimenti inaccettabili ed è caratteristica della nevrosi e della personalità isterica

di più altro livello [Gabbard 2005].

La rimozione è il processo attraverso il quale agli impulsi inaccettabili dell’Es viene inibito,

da parte dell’Io, l’ingresso alla coscienza [Freud 1912-13]. L’intero processo si compie incon-

sciamente. Non è inconscio solo il materiale rimosso, ma sono del tutto inconsce anche le

attività dell’Io che costituiscono la rimozione. Il rimosso diventa parte dell’Es, funzional-

mente separato dall’Io. “È un dimenticare o ignorare motivato” [McWilliams 1994].

Il meccanismo della rimozione genera un’opposizione permanente tra l’Io e l’Es. Il materiale

rimosso continua a essere caricato di una certa energia psichica pulsionale, che spinge per

ottenere un soddisfacimento, mentre l’Io mantiene la rimozione mediante l’impiego co-

stante di una certa porzione di energia psichica chiamata “controcarica”. Se la controcarica

si indebolisce, il materiale rimosso tenderà ad emergere nella coscienza e nelle azioni. La

rimozione comincerà a fallire e la stessa cosa accadrà se viene aumentata l’intensità della

carica pulsionale senza che vi sia un corrispondente aumento della controcarica.

1 Alessitimia. Disturbo che compromette la consapevolezza e la capacità descrittiva degli stati emotivi esperiti, ren-

dendo sterile e incolore lo stile comunicativo. I pazienti alessitimici, oltre alle difficoltà nel riconoscere, nominare e

descrivere i propri stati emotivi, presentano stati emotivi attenuati o completa incapacità di provare emozioni. Nella

mente degli individui alessitimici le emozioni si confondono con le sensazioni corporee percepite. Se interrogati riguardo

a manifestazioni quali il pianto o il riso, tali individui non riescono a ricondurle a un’esperienza emotiva riconoscibile

che comprenda e giustifichi le modificazioni somatiche presentate e le sensazioni somatiche riferite. Inoltre, essi esibi-

scono un impoverimento del pensiero simbolico e una notevole difficoltà nell’identificazione delle emozioni altrui. 105

A.A. 2015/2016 • Appunti di Psicologia Dinamica

Quando la rimozione è completamente riuscita, il desiderio scompare e la sua carica ener-

getica viene abolita poiché gli impulsi sono completamente banditi dalla coscienza. In questo

caso non emerge il conflitto, né si sviluppano sintomi. Poiché l’energia psicologica spesa per

mantenere la rimozione non è più disponibile per altri scopi, questo determina un restringi-

mento del comportamento e una coartazione degli interessi della persona.

Inibizione

v L’inibizione indica la diminuzione o la perdita, prodottasi a livello inconscio, della motiva-

zione necessaria per impegnarsi in una certa attività allo scopo di evitare l’angoscia connessa

a impulsi disconosciuti o inaccettabili. L’attività è evitata perché susciterebbe conflitto ri-

guardo a impulsi primitivi proibiti [White e Gilliland 1975].

Isolamento

v Freud chiamò “isolamento dell’affetto” [1909a] il processo, osservato nelle nevrosi osses-

sive, attraverso il quale un episodio è staccato o privato, per la coscienza, del suo significato

affettivo.

Si attua separando l’affetto dall’ideazione quando una fantasia inconscia legata a un deside-

rio accede liberamente alla coscienza, mentre l’emozione dolorosa collegata a essa rimane

inconscia. Il pensiero viene privato di qualsiasi connessione associativa nella mente in modo

da ridurre al minimo la possibilità di un suo rientro nella coscienza.

Annullamento

v L’annullamento si riferisce a atti inconsciamente motivati che, in modo magico e simbolico,

cancellano, controbattono o annullano un atto o un pensiero precedente motivato da un

impulso inconscio inaccettabile [White e Gilliland 1975].

È possibile osservare questo meccanismo in azione nei sintoni che si compongono di due

parti: nella prima è presente un’allusione simbolica all’appagamento degli impulsi libidici e

aggressivi, espressi in un’azione o in un pensiero; nella seconda si attua una sorta di cancel-

lazione simbolica del contenuto precedente, atta a rendere non accaduto il contenuto, at-

traverso un atto rituale coatto, che implica il pensiero magico, volto a esercitare un controllo

sull’impulso temuto.

È una difesa caratteristica delle nevrosi ossessivo-coatte, spesso insieme alla formazione

reattiva, e ha lo scopo di evitare le dannose conseguenze dei propri temuti impulsi.

Formazione reattiva

v Si tratta di un meccanismo di difesa che consiste nel tenere lontano un desiderio o un im-

pulso inaccettabile manifestando un tratto di carattere di tipo diametralmente opposto. Lo

sviluppo di atteggiamenti e comportamenti opposti a ciò da cui ci si deve difendere è funzio-

nale ad assicurare l’espressione parziale, nonché simbolica, dell’impulso rimosso. Il risultato

è un comportamento che appare coatto, rigido e inappropriato.

Intellettualizzazione e razionalizzazione

v L’intellettualizzazione è una forma di isolamento, una sorta di rifugio mentale nell’astra-

zione o nella generalizzazione, che si attua sostituendo il pensiero all’esperienza, allo scopo

di evitare l’intimità e la dipendenza [Lingiardi e Madeddu 2002]. Anche in questo caso l’idea

è isolata dall’affetto corrispondente.

106 Appunti di Psicologia Dinamica • A.A. 2015/2016

La razionalizzazione è un tentativo di dare una spiegazione logica e razionale a un compor-

tamento che è irrazionale, motivato da impulsi inconsci e da desideri inaccettabili [White e

Gilliland 1975].

Spostamento

v È un processo inconscio in virtù del quale i sentimenti relativi a una data persona vengono

reindirizzati verso un’altra, riconnessi a una situazione esterna che, assumendo la valenza di

rappresentazione simbolica dell’impulso, ne è tuttavia sufficientemente dissimile da non

sembrare in relazione con esso [Perry 1990].

Ne sono esempi il transfert, le fobie, la deformazione onirica.

Conversione

v Consiste nella rappresentazione simbolica di un conflitto intrapsichico in termini fisici, at-

traverso i quali l’impulso gode, sotto forma mascherata e simbolica, di un’espressione par-

ziale. Laplanche e Pontalis la definiscono come “trasposizione di un conflitto psichico” e

“conseguente tentativo di risolverlo in sintomi somatici, motori o sensori” [1967] mediante

lo sviluppo di un disturbo delle funzioni fisiche, come forme di anestesia, sordità, paralisi,

cecità e altri disturbi psicosomatici.

Si osserva nell’isteria e nel campo più generale delle nevrosi.

Regressione

v La tendenza alla regressione è una caratteristica fondamentale della nostra vita psichica, un

principio di funzionamento mentale. Come difesa si attua quando l’individuo ritorna in modo

automatico agli obiettivi, ai desideri e a modalità di funzionamento psicologico caratteriz-

zanti le fasi dello sviluppo psicosessuali precedenti alla fase fallica, di fronte a gravi conflitti

centrati sui desideri tipici di questo stadio di sviluppo. Viene accompagnata da un certo

grado di regressione anche nel funzionamento o nello sviluppo dell’Io.

Ogni paziente che soffre di una nevrosi o psicosi clinicamente manifesta rivelerà tratti re-

gressivi in una certa area del suo funzionamento psicologico.

Proiezione

v È un meccanismo primitivo in cui qualcosa di interno viene considerato esterno, ovvero l’in-

dividuo attribuisce un proprio desiderio o impulso considerato inaccettabile a qualche altra

persona o agente del mondo esterno, cercando inconsciamente di eliminarlo da sé [Gabbard

2005].

Ne sono esempi la diffusa tendenza della persona ad attribuire ad altri i propri errori e le

proprie mancanze o il fenomeno dell’”amico immaginario” dei bambini.

Rivolgimento contro il Sé

v È una difesa contro l’aggressività, un mezzo per alleviare la tensione dovuta a un impulso

inconscio ostile, che consiste nel rivolgere un impulso istintuale contro sé stessi, identifican-

dosi inconsciamente con l’oggetto dell’impulso e deviando l’aggressività ostile da un’altra

persona.

Lo possiamo osservare nelle autolesioni, nelle persone che hanno facilità a incorrere in inci-

denti, fino al suicidio.

Negazione o diniego

v Anna Freud [1936] si riferisce con questo termina a un meccanismo di difesa primitivo che

implica l’esclusione automatica di una parte spiacevole, indesiderata o insopportabile della

107

A.A. 2015/2016 • Appunti di Psicologia Dinamica

realtà esterna, sia mediante una fantasia con la quale si esaudisce il desiderio, sia mediante

il comportamento. Un aspetto della realtà viene rifiutato e disconosciuto distaccandolo

dall’Io cosciente.

È presente nei pazienti con malattie gravi che negano la loro morte imminente, nei genitori

o nel coniuge che non riconoscono la malattia del figlio o del coniuge, nel lutto.

Sublimazione

v È descritta da Freud [1905b] come un aspetto normale del funzionamento dell’Io, alle prese

con il tentativo di conciliare le limitazioni imposte dall’ambiente con la possibilità di trarre

comunque il massimo soddisfacimento pulsionale possibile attraverso attività sostitutive.

Queste ultime hanno la funzione di fornire una certa gratificazione all’impulso infantile ori-

ginario che è stato considerato intollerabile e di conseguenza ripudiato.

Identificazione proiettiva

v È una forma primitiva di proiezione, una credenza inconscia per la quale una parte, di solito

indesiderabile, del Sé o del mondo interno, può essere spostata e dislocata nella rappresen-

tazione mentale di un altro oggetto allo scopo di liberarsene o per controllare l’oggetto e la

comunicazione [White e Gilliland 1975].

Avviene attraverso un processo inconscio trifasico che Gabbard [2005] descrive come osser-

vabile in analisi: in una prima fase, il paziente proietta nello psicoterapeuta una rappresen-

tazione di sé o dell’oggetto; successivamente lo psicoanalista si identifica inconsciamente

con quanto viene proiettato e inizia a sentirsi o comportarsi sintonicamente alla rappresen-

tazione del Sé o dell’oggetto, rispondendo con una controidentificazione proiettiva [Grin-

berg 1979] al movimento del paziente; nell’ultimo stadio del processo, il materiale proiettato

viene “processato psicologicamente” dallo psicoterapeuta e restituito al paziente che lo rein-

troietta. La modificazione del materiale proiettato contribuisce a sua volta al cambiamento

della corrispondente rappresentazione del Sé o dell’oggetto e del relativo modello di rela-

zione.

Secondo White e Gilliland [1975], questo meccanismo si differenzia dalla proiezione per il

fatto che può coinvolgere un comportamento del soggetto nei confronti dell’oggetto che gli

consente di confermare la sua ipotesi di onnipotenza.

Scissione

v La scissione dell’oggetto è un processo inconscio che separa attivamente gli uni dagli altri i

sentimenti contraddittori, le rappresentazioni di sé e degli oggetti, dando origine a un’idea-

lizzazione e svalutazione estrema dell’oggetto e quindi del Sé. Questo meccanismo ha lo

scopo di evitare l’angoscia e la sofferenza di sperimentare entrambi gli affetti nei confronti

di uno stesso oggetto.

Dissociazione

v Janet [1889; 1929] spiegava la dissociazione come un processo che si sviluppa per fronteg-

giare esperienze improvvise e terrifiche che non possono essere immagazzinate attraverso i

canali usuali per via della loro intensità. Questo meccanismo di difesa comporta la forma-

zione di una spaccatura verticale tra i diversi stati del Sé non integrati e di sacche mnestiche

inconsce, i cui contenuti restano inelaborabili e indicibili, inconsci ma attivi nell’influenzare

le percezioni, gli stati affettivi e il comportamento.

108 Appunti di Psicologia Dinamica • A.A. 2015/2016

La dissociazione è soprattutto una risposta difensiva al trauma [Putnam 1995], di fronte al

quale il soggetto può solo dissociare l’esperienza traumatica dalla coscienza e dalla memoria,

creando una fuga mentale dalla paura e dal dolore che rappresenta “la fuga quando non c’è

via di fuga” [Putnam 1997].

In sintesi, la dissociazione è il processo involontario attraverso il quale le funzioni mentali di

una persona si scindono o dividono così da consentire l’espressione di impulsi proibiti social-

mente inconsci, senza che essa avverta nessuna responsabilità per le proprie azioni, che non

vengono ricordate o sperimentate come proprie [White e Gilliland 1975].

È possibile osservarla in stati di fuga, episodi di amnesia, nevrosi isteriche, stati dissociativi.

3. I meccanismi di difesa e la psicopatologia

Nel descrivere i meccanismi di difesa, la loro relazione con l’organizzazione di personalità e il loro

rapporto con la psicopatologia, è necessario ribadire che essi sono da concepire come fossero col-

locati lungo un ideale continuum evolutivo che va da forme arcaiche a forme più evolute. Le difese

primitive, ad esempio, sono presenti in ogni persona, ma rappresentano un problema solo in as-

senza di capacità psicologiche più mature o se vengono insistentemente utilizzate a esclusione di

altre possibili. È l’assenza di difese mature, non la presenza di quelle primitive, che definisce la strut-

tura borderline o psicotica.

3.1. Osservazioni cliniche sulle difese del paziente nevrotico

Le difese che caratterizzano specificamente i pazienti con una personalità organizzata a livello es-

senzialmente nevrotico sono quelle chiamate “mature”, “secondarie” o di “ordine superiore”, ter-

mini che connotano la relazione tra questi meccanismi difensivi e i confini interni. Sono caratteriz-

zate dall’operare trasformazioni specifiche del pensiero, del sentimento, della sensazione, del com-

portamento, o una qualche combinazione di tra questi.

La letteratura psicoanalitica ha messo in rilievo, in particolare, il ruolo della rimozione nella nevrosi

isterica. I meccanismi dell’isolamento, della formazione reattiva e dell’annullamento retroattivo

vengono invece tradizionalmente connessi alla nevrosi ossessiva. Lo spostamento e l’evitamento

sono osservabili in modo privilegiato nelle nevrosi fobiche.

Perry [1990] propone la classificazione delle difese nevrotiche in due cluster: il primo raggruppa le

difese ossessive (isolamento, intellettualizzazione, annullamento retroattivo), mentre il secondo le

altre difese nevrotiche (rimozione, dissociazione, formazione reattiva). Il DSM-IV riporta invece un

unico gruppo definito “formazioni di compromesso”.

3.2. Osservazioni cliniche sulle difese del paziente borderline e psicotico

Gabbard [2005] sostiene che le difese primitive siano caratteristiche sia dei disturbi di personalità

che delle psicosi. I pazienti borderline tendono a usare un registro di difese multiplo, pur ricorrendo

principalmente a difese come il diniego, l’identificazione proiettiva e la scissione. Accanto a queste

difese Vaillant [1192a] accosta: proiezione (non delirante), fantasia schizoide, ipocondriasi, compor-

tamento passivo-aggressivo e acting out.

Il paziente psicotico, poiché sperimenta un livello di terrore soverchiante, ricorre come proiezione

a difese prevedibili e prerazionali. Queste difeso sono chiamate “primarie”, “immature”, “primitive”

o “di ordine inferiore” e hanno a che fare con la relazione tra il Sé e il mondo esterno, comportando

gravi distorsioni del rapporto con la realtà. Sono caratterizzate dalla rigidità e dall’operare in modo

109

A.A. 2015/2016 • Appunti di Psicologia Dinamica

globale e indifferenziato in tutta la dimensione sensoriale della persona, fondendo dimensioni co-

gnitive, affettive e comportamentali.

Il meccanismo difensivo attorno a cui ruota l’esperienza psicotica è il diniego. Il diniego psicotico

può essere considerato un “disconoscimento diretto di dati sensoriali traumatici” [Lingiardi e Ma-

deddu 2002], esso assolve la funzione di protezione dall’angoscia di frammentazione e di occulta-

mento delle ferite narcisistiche. L’esempio più evidente di psicopatologia definita dall’uso del di-

niego è la maniacalità.

La patologia depressiva nascerebbe invece dal regolare ricorso all’introiezione.

Il ritiro primitivo si attua attraverso il sottrarsi a situazioni relazionali mediante una fuga nel proprio

mondo interiore fantastico. Quando il ritiro diventa il mezzo privilegiato e massimo per rispondere

all’angoscia si parla di personalità schizoide.

Nel meccanismo della proiezione delirante l’esame della realtà viene abbandonato poiché implica

sia lo sperimentare i propri sentimenti dentro un’altra persona, sia il percepire dentro di sé altre

persone o sentimenti [Vaillant 2992b]. Quando una persona usa questo meccanismo come modalità

principale, proiettando parti ripudiate del Sé, possiamo osservare una personalità paranoide

[McWilliams 1994].

Con il termine “distorsione” si intende la riformulazione della realtà esterna allo scopo di adattarla

ai propri bisogni interni. Come conseguenza si sviluppano credenze megalomani e irrealistiche che

si possono manifestare attraverso allucinazioni, deliri, sentimenti di superiorità. [Lingiardi e Made-

ddu 2002]

Il controllo onnipotente consiste nel bisogno di interpretare le esperienze come frutto del proprio

illimitato potere e di esercitare la propria onnipotenza. Se la personalità è organizzata attorno a

questa difesa si parla di personalità psicopatica [McWilliams 1994].

Il paziente che ricorso all’idealizzazione (e alla svalutazione) primitiva si sforza disperatamente di

difendersi dall’angoscia attaccandosi a qualcuno visto come onnipotente e massimamente amore-

vole [McWilliams 1994].

La personalità narcisista è proprio caratterizzata dalla ricerca della perfezione attraverso la fusione

con oggetti idealizzati [McWilliams 1994].

110 Appunti di Psicologia Dinamica • A.A. 2015/2016

CAPITOLO PSICOPATOLOGIA: DALLE FANTASIE INTERNE

10 ALLA MEMORIA DELLE RELAZIONI

Questo capitolo intende soffermarsi sulla componente di competenza della psicologia psicodina-

mica rispetto alla complessa triade di elementi biologici, psicologici e sociali [Engel 1977] che vanno

considerati quando si intende comprendere l’insorgenza dei disagi psichici.

L’invito è quello di comprendere la psicopatologia assumendo costantemente un punto di vista oli-

stico, secondo il quale “la mente è nel corpo, nello stesso senso in cui la mente è nel cervello” [Pert

1977]: questo quindi comporta “di considerare che il corpo non è uno spettatore muto di fronte allo

svolgersi delle vicende, talora drammatiche, che si palesano nella continuità circolare tra disagi delle

relazioni e disagi delle menti” [Amadei 2005].

Comprendere come si determinano le forme di disagio psichico richiede che ci si riferisca sempre

alla persona nella sua interezza: in parallelo a ciò, è anche necessario superare una visione dello

sviluppo come ristretto a fasi cronologicamente definite, ma intenderlo in una prospettiva life-span,

secondo la quale tutto il corso della vita è comprensibile come sviluppo.

Le conseguenze di traumi, conflitti, carenze o disconoscimenti-dissintonie (quelle cioè che saranno

1

presentate come le principali modalità coinvolte nei processi di genesi della patologia psichica) pos-

sono essere considerate in termini di disarmonie, più o meno gravi, dello sviluppo o di vere e proprie

interruzioni.

All’interno di tale impostazione, si intende sostenere che sia rintracciabile, come fattore comune

alle diverse manifestazioni psicopatologiche, la costante presenza, in entità diversa, di strategia di

sopravvivenza connotate dalla riduzione dell’attenzione (e quindi dalla completezza percettiva) nei

confronti dell’esperienza che si sta vivendo, momento dopo momento, con conseguente ridotta

espressione di sé, declinata spesso come “incompetenza emotiva” [Greenspan 1997; Amadei 2005].

1. I primi modelli di psicopatologia:

È storicamente “consuetudine caratterizzare gli inizi della psicoanalisi (tra il 1890 e il 1897) nel modo

seguente: sul piano teorico, l’eziologia della nevrosi è attribuita a esperienze traumatiche passate e

la data di tali esperienze viene fatta risalire sempre più lontano, man mano che si approfondiscono

le indagini analitiche, dall’età adulta all’infanzia” [Laplanche e Pontalis 1967].

Per Freud il trauma si riferisce a un’esperienza della durata temporale limitata eppure capace di

indurre una stimolazione così intensa che travalica le capacità del soggetto di farvi adeguatamente

fronte, provocando così disturbi durevoli del funzionamento psichico. Freud individua nel trauma

un carattere essenzialmente sessuale e rileva nella sua azione due momenti principali: “una prima

scena, detta di seduzione, in cui il bambino subisce un approccio sessuale da parte di un adulto,

senza che ciò provochi una particolare eccitazione. Una seconda scena, in età puberale, che, rievo-

cando la prima, dà origine a un afflusso di eccitazione che travolge le difese dell’Io” [Galvani 2005].

In una lettera inviata a Fliess nel settembre del 1897, Freud scrive “che nell’analisi clinica è emerso

come l’esperienza traumatica di seduzione, ritenuta dapprima realmente vissuta, appartenga invece

al mondo della fantasia del soggetto e risponde alla soddisfazione di bisogni pulsionale”.

1 Ovviamente sempre restando all’interno del dichiarato orientamento di riferimento e scegliendo quindi di tralasciare,

in questa sede, l’approfondimento di alcune questione pur rilevanti quali, ad esempio, le caratteristiche della qualità

della comunicazione (comunicazioni paradossali, doppi legami ecc.), interpretandole tutte tout court come comunica-

zioni non sintotiche. 111

I modelli contemporanei della clinica del trauma (rappresentati, tra gli altri, da Peter Levine, Van der

Kolk, Van der Hart, Nijenhuis e Steele) individuano nell’esperienza traumatica un fattore psicopato-

genetico centrale alla base di diverse forme di psicopatologia (ben oltre quella del disturbo postrau-

matico da stress, PTSD) in quanto determina deficit definiti da Onno Van der Hart [Van der Hart

Nijenhuis e Steele 2006] in termini di carenze di personificazione e presentificazione. Il procedere

terapeutico si orienterà dunque cercando di favorire nel paziente la riacquisizione di tali due pas-

saggi integrativi.

La personificazione, cioè il riuscire a sentire come proprie le esperienze che si vivono, è il primo

passaggio: se non personifichiamo le nostre sensazioni ed emozioni, non riusciremo a viverle come

appartenenti a noi stessi e pertanto non agiremo cono responsabilità verso di esse. Recuperare a sé

il proprio sentire è certamente un passaggio integrativo necessario ma non è sufficiente per operare

cambiamenti stabili delle modalità traumatizzate di sentire, pensare e agire: “Si può avere il senso

di proprietà dell’esperienza (personalizzata) ma non è detto che ciò induca una persona a essere

differente. Cambiamenti reali e duraturi avvengono nella forma della presentificazione “. Con que-

sto termine Van der Hart definisce “la complessa impresa umana che consiste nell’essere e nell’agire

nel momento presente in modo spiccatamente riflessivo” e precisa ulteriormente che tal qualità

riflessiva “è connessa all’esperienza di «essere presente»”, e al fine di chiarire cosa intende si rifà a

Daniel Stern [2004] quando afferma che essere nel momento presente vuol dire “sperimentare il

momento dell’esperienza soggettiva mentre sta avvenendo”.

Va segnalato che la presentificazione è un’attitudine attiva, che richiede dunque energia.

Nella presentificazione “riflettiamo in modo immediato sulle esperienze che ci stanno accadendo e

le accettiamo [Hayes, Follette e Linehan 2004; Linehan 1993]: entrambe queste azioni sono essen-

ziali per l’integrazione. Queste azioni sono state descritte come mindfulness [Van der Hart, Nijenhuis

e Steele 2006].

Il passaggio ricostruttivo verso la reintegrazione delle dissociazioni postraumatiche si compie dun-

que recuperando prima le capacità di personificazione e successivamente quelle di presentifica-

zione: tale successione di integrazioni ha come momento saliente e sine qua non dell’intera se-

quenza di acquisizione della capacità di sostare con attenzione consapevole nell’esperienza del mo-

mento presente.

2. Pulsioni e strutture psichiche: conflitti

Freud modificò successivamente la sua teoria sulla genesi delle nevrosi avanzando l’ipotesi delle

fantasie intrapsichiche e quindi arrivando a focalizzarsi su un Io impegnato a ridurre i perenni con-

flitti tra le pulsioni e le altre strutture psichiche, cioè quelle dell’Es, del Super-io e dell’ideale dell’Io

[Freud 1899].

Quando nella vita psichica si introduce una tendenza alla quale se ne oppongono altre più forti,

la risoluzione normale del conflitto psichico, così determinatosi, si attua una lotta delle due entità

dinamiche che, per i nostri fini immediati, chiameremo istinto e resistenza; tale lotta si svolge

per un certo tempo con una assai intensa partecipazione della coscienza, fino a che l’istinto viene

respinto e all’impulso relativo viene sottratta la carica energetica. Questa è l’evoluzione normale.

Nella nevrosi invece il conflitto, per motivi ancora sconosciuti, ha una soluzione diversa. L’io si

ritira, per così dire, dinnanzi all’impulso istintivo dopo la prima collisione, negando a esso accesso

alla coscienza e alla scarica diretta, per cui l’impulso conserva tutta la sua carica energetica. A

questo processo diedi il nome di rimozione [Freud 1924a].

112 Appunti di Psicologia Dinamica • A.A. 2015/2016

Nella seconda teoria psicopatogenetica freudiana (appunto quella del conflitto) accade che “gli altri

significativi sono in gran parte diventati altri fantasticati, estrapolazioni derivate dalle pulsioni in-

nate del soggetto”, per il quale, secondo questa impostazione teorica, “sono cruciali le fantasie re-

lative agli altri più che le azioni degli altri” e pertanto quando

la teoria delle pulsioni ha rimpiazzato quella della seduzione nel ruolo di cornice concettuale […]

l’impatto degli eventi con altri reali, sebbene non sia mai del tutto sparito, si è affievolito rece-

dendo sullo sfondo. Si è iniziato a pensare che il contenuto della mente del paziente derivasse da

fantasie primarie basate sul corpo e connesse alla costituzione personale, come quelle relative a

trionfi edipici, fratricidi e “scene primarie” di rapporti sessuali tra genitori. La psicoanalisi è di-

ventata così decisamente intrapsichica, e si è iniziato a pensare che la vita mentale sorgesse in

una mente individuale e monadica, essendo solo secondariamente coinvolta nelle relazioni con

gli altri [Mitchell 2000].

In tal senso si può osservare che lo scenario psicoanalitico classico è rappresentato dai seguenti

concetti: mondo intrapsichico, fantasie primarie interne e conflitto (sia segato al contrasto tra pul-

sioni e principio di realtà che si oppone alla loro spinta a ricercare delle soddisfazioni immediate, sia

derivato dallo scontro tra Eros e Thanatos).

3. L’attenzione verso i bisogni: carenze

In uno scritto della fine degli anni ’30, a proposito delle reazioni emotive dei bambini, Michael Balint

si propone di attirare l’attenzione su quella che è molto probabilmente la più precoce fase della vita

mentale extrauterina: “non è narcisistica; essa è diretta verso gli oggetti ed è altresì una relazione

oggettuale passiva. In breve la sua meta è questa: sarò amato e soddisfatto senza alcun obbligo di

ricambiare nessuno”. Quando la soddisfazione di questa esigenza di base avviene in modo adeguato

si determina una condizione di tranquillità, tanto che il sentimento di piacere che ne deriva può

essere un “riposante senso di benessere”.

Si può dire che questa considerazione proposta da Balint rappresenti una sorta di prototipo delle

ipotesi che riconducono lo sviluppo del disagio alla carente soddisfazione di un bisogno vitale per il

bambino, che in questo caso si troverebbe a partire per la genesi di quello che, in scritti successivi,

Balint definirà il difetto fondamentale.

Balint tiene molto a sottolineare che “la forza che si sviluppa dal difetto fondamentale, per quanto

estremamente dinamica, non ha l’aspetto di una pulsione e neppure quello di un conflitto. È un

difetto, è qualcosa di storto nella psiche, una specie di deficit che va colmato” per sanare l’originaria

carenza.

L’uso dell’aggettivo “fondamentale” è determinato dal voler ricordare che lo sconvolgimento strut-

turale, di cui sta parlando, riguarda la totalità biopsicologica dell’individuo “implicando a diversi li-

velli sia la psiche che il corpo”.

Nei primi anni ’40 Fairbairn elaborò una prospettiva teorica che, insieme alla “psichiatria interper-

sonale” di Harry Stack Sullivan, offre l’espressione più pura e chiara dello spostamento dal modello

strutturale delle pulsioni al modello strutturale delle relazioni [Greenberg e Mitchell 1983] e quindi

una comprensione della psicopatologia per cui “il bambino modella, struttura e distorce la sua espe-

rienza, il suo comportamento, la sua percezione di sé, per conservare le migliori relazioni possibili

con il genitore”.

In uno dei suoi contributi più importanti Fairbairn [1952a] individua nella dolorosa esperienza di

non essere amati e conosciuti intimamente un fondamento generale della psicopatologia. La genesi

113

A.A. 2015/2016 • Appunti di Psicologia Dinamica

del disagio sarebbe quindi riconducibile a un legame con un “oggetto“ non disponibile a soddisfare

dei bisogni (di attaccamento, di intimità ecc.) di qualità radicalmente diversa da quella delle pulsioni

individuate da Freud.

Greenberg e Mitchell suggeriscono la vicinanza del modello di Fairbairn con quello di H.S. Sullivan:

infatti per entrambi “il conflitto che costituisce il nucleo di ogni psicopatologia è quello tra la spinta

evolutiva verso una dipendenza matura e relazioni più ricche e la riluttanza regressiva ad abbando-

nare la dipendenza infantile e legami con oggetti indifferenziati (sia esterni che interni) per paura di

perdere ogni genere di contatti” [1983].

Sullivan descrive un bambino che si cimenta nel cercare di avere soddisfatti i suoi bisogni di base,

cioè quelli di ricevere sicurezza e nutrimento-accudimento. A tal fine cerca di indurre tenerezza nel

caregiver, al fine di rendere più probabile il soddisfacimento di entrambi i suoi bisogni. Il bambino

che raggiunge lo stato di benessere grazie all’intervento della madre rinforzerà, con espressioni di

soddisfazione, il sentimento di tenerezza e di compiacimento da lei provato, il che accrescerà di

conseguenza le attenzioni e le premure per il bambino stesso. Questo tipo di influenza reciproca

può far accedere “non solo a uno stato di benessere ma anche all’acquisizione da parte del bambino

di una sicurezza circa la propria competenza interpersonale nella capacità di raggiungere i propri

scopi.

Diversamente potrebbe accadere che i segnali inerenti alla soddisfazione dei bisogni di sicurezza e

nutrimento-accudimento conducano a uno stato di ansietà (o fastidio o rabbia o sensazione di im-

potenza o disapprovazione ecc.) del caregiver, tale addirittura da impedire, al limite, la soddisfa-

zione dei bisogni del bambino per il quale ne conseguirà l’esperienza di un’insicurezza, di diversa

intensità, riguardo alla propria competenza interpersonale circa la capacità di avere relazioni soddi-

sfacenti.

Per Sullivan, quindi, l’insicurezza è legata alla reazione dell’altro rispetto alle manifestazioni dei pro-

pri bisogni da parte del soggetto. Così stando le cose, il bisogno di sicurezza diverrà prioritario ri-

spetto a quello di nutrimento-accudimento nel guidare le strategie comportamentali del soggetto:

“il bambino che si troverà quindi a cimentarsi con l’angoscia (o altri sentimenti negativi) proveniente

dalle reazioni della madre al suo comportamento si sforzerà di modulare il suo stesso comporta-

mento in modo tale da evitare l’insorgenza di tali sentimenti negativi, al fine di sostenere invece un

flusso di «positività» nei suoi confronti, una corrente cioè di approvazioni. Il bambino dunque di-

venta attento a tutte le azioni che determinano un’emozione spiacevole nei genitori e quindi in lui”.

La ricerca dell’approvazione scaturisce quindi dal tentativo di liberarsi dall’angoscia e di soddisfare

a ogni costo il bisogno primario, quello di sicurezza. È importante notare che queste complesse

esperienze hanno come potenziale conseguenza di determinare, a livello psicologico individuale,

l’insorgenza di quello che, nella terminologia di Winnicott, corrisponde a un certo grado di falso Sé.,

tanto più elevato quanto più il soggetto ritiene conveniente deformare il proprio stesso Sé al fine di

rendersi accettabile per l’altro, dal quale dipende per la soddisfazione dei propri bisogni, e di garan-

tirsi in tal modo che la soddisfazione avvenga nella sicurezza, piuttosto che nell’angoscia o che, ad-

dirittura, non avvenga per nulla.

La ricerca della soddisfazione dei bisogni conduce all’interazione, e questa viene monitorata dal

bambino secondo il parametro del grado di disponibilità e di negatività (sotto diverse forme) pre-

sente nel caregiver: in tal modo il bambino acquisisce una sorta di “manuale di istruzioni” circa la

sua attività, che avrà come speculare la strutturazione di un sistema del Sé prevalentemente sicuro,

114 Appunti di Psicologia Dinamica • A.A. 2015/2016

cioè libero dall’angoscia, fiducioso in se stesso e nella propria “competenza interpersonale”, o

all’opposto insicuro e psichicamente fragile e a rischio di insorgenza di disagio.

Sullivan sostiene che ognuno di noi impara, fin da bambino, a conseguire il miglior adattamento

possibile e questo avviene ricorrendo a quelle che chiama “operazioni di sicurezza”, che consentono

di evitare l’angoscia collegata a una data situazione, mantenendone dissociato il contenuto: a que-

sto punto introduce l’espressione “disattenzione selettiva”, da intendere come processo che l’indi-

viduo utilizza per non soffermarsi su una serie di esperienze che veicolano stati di angoscia.

Un’autrice fondamentale per la comprensione della psicopatologia in termini di carenza è certa-

mente Helene Deutsch, che nel 1942 pubblica sul “Psychoanalytic Quarterly” un articolo che è ormai

entrato nella storia della psicoanalisi per aver introdotto il concetto di personalità “come se”. La

Deutsch differenzia una specifica forma di disturbo psichico che caratterizza individui capaci di “si-

mulare un’esperienza affettiva” come se la provassero veramente. Non sono ovviamente dei simu-

latori ma persone incapaci di avere un’autentica, propria, vita emotiva e affettiva e quindi sono

obbligati a recitarla, come personaggi sulla scena di una vita alla quale sentono di non appartenere:

“non si tratta dunque di un semplice blocco dell’affettività ma di uno svuotamento dei propri senti-

menti a favore di quelli dell’altro: il risultato è una passività come espressione della «sottomissione

al volere altrui»” [Deutsch 1942].

Conseguentemente la Deutsch individua come fattore terapeutico essenziale “una forte identifica-

zione con lo psicoanalista, come attivo e costruttivo strumento di influenza”.

È però con gli scritti di Winnicott, in particolare quelli degli anni ’60, che l’origine del disagio psico-

logico non solo viene chiaramente ricondotta alla carenza di cure genitoriali sufficientemente ade-

guate per soddisfare i bisogni del bambino, ma anche alla qualità della dinamica relazionale, che

apre la strada alle successive formulazioni degli anni ’80, in termini di “sintonizzazione” e di “inter-

soggettività”.

Per la comprensione del pensiero di Winnicott sono cruciali le sue osservazioni in merito a quei

momenti interattivi durante i quali “periodicamente il gesto dell’infante dà espressione a un impulso

spontaneo; la fonte del gesto è il vero Sé e il gesto indica l’esistenza del vero Sé potenziale”. La

madre sufficientemente buona va incontro più e più volte ai diversi “gesti spontanei” del figlio e, in

una certa misura, dà loro un senso. “Il vero Sé sorge grazie alla forza data all’io debole dell’infante

dal supplemento offerto dalla madre alle sue espressioni”. La madre non sufficientemente buona

fallisce più e più volte nel rispondere adeguatamente ai gesti e alle espressioni del figlio: “ella vi

sostituisce invece il proprio gesto chiedendo al figlio di dare a esso un senso tramite la propria con-

discendenza. Questa condiscendenza è lo stadio primario precoce del falso Sé […] Un assunto es-

senziale della mia teoria è che il vero Sé non diventa una realtà vivente se non come conseguenza

del ripetuto successo della madre nell’andare incontro al gesto spontaneo […] dell’infante” [Winni-

cott 1965]. Andare incontro, dare un senso, rispondere, percepire, nominare sono tutte dimensioni

della capacità del genitore di riconoscere il gesto o l’espressione del bambino, che diventa consape-

vole di sé dall’adeguatezza dei ripetuti riconoscimenti che riceve. Diversamente, un genitore po-

trebbe più e più volte disconoscere quel gesto o quell’espressione imponendovi un senso inade-

guato; è importante ricordare che non è solo un evento ma il prevalere di ripetute esperienze di

riconoscimento rispetto a quelle di disconoscimento che conduce il bambino a sentire soddisfatto il

proprio bisogno di vedere riconosciuti e quindi validati i propri gesti, le proprie espressioni e quindi

l’interezza del Sé. Se per “sentirsi reale” [Winnicott 1965] il vero Sé ha bisogno di essere adeguata-

mente sostenuto e riconosciuto, ne deriva che la quantità di falsità del Sé dà la misura di quanto il

gesto spontaneo, che è l’originario “vero Sé in azione” del bambino, sia stato sostenuto e ricono-

sciuto nella sua specificità. 115

A.A. 2015/2016 • Appunti di Psicologia Dinamica

Anna Freud in Normalità e patologia del bambino [1965] sostiene la possibilità di disturbi psichici di

origine non conflittuale. In un successivo lavoro degli anni 70 ella propone in modo ancora più espli-

cito di riconoscere due tipi di psicopatologia infantile, una conflittuale e una basata su arresti dello

sviluppo in conseguenza di carente sostegno ambientale [1974], che avranno differenti esiti quanto

a sequele di manifestazioni patologiche dell’adulto. Quel che è ancora più rilevante è che anche

Anna Freud collega questo tipo di carenza dell’ambiente non tanto all’insorgenza di disturbi necro-

tici ma a quella di disturbi di personalità (in particolare di tipo borderline).

L’autrice torna sull’argomento in un terzo scritto dove approfondisce ulteriormente che l’emer-

genza di una data psicopatologia non va collegata in modo rigido “da questo, quello”, ma deve es-

sere compresa come emergente dall’interazione tra l’ambiente potenzialmente psicopatogeno e le

“innate e acquisite risorse del bambino” [Freud A. 1975].

In uno dei suoi libri più noti, La guarigione del Sé, Kohut esplicita una dicotomia di grande efficacia

emotiva e euristica, che ancora oggi rimane capace di tracciare efficacemente dei confini fra teorie:

“Mi sembra che, considerandolo in una prospettiva ampia, il funzionamento dell’uomo miri in due

direzioni. Per identificarle potremmo parlare dell’uomo colpevole se le mete sono dirette verso l’at-

tività delle pulsioni e dell’uomo tragico se le mete sono verso la realizzazione del Sé” [Kohut 1977].

La psicologia del primo tipo di uomo è quella caratterizzata dalla logica del conflitto e della colpa,

mentre quella del secondo tipo ruota attorno alla fedeltà o al tradimento di quello che era il pro-

getto più profondo del Sé. Perché questa originaria intenzionalità possa realizzarsi occorre l’incontro

con un oggetto-Sé che sappia sostenere il progetto del Sé fornendogli a) condivisione empatica,

b) accoglimento dell’idealizzazione che il Sé gli rivolge e c) senso di profonda unione. La carenza di

questa risposta tridimensionale conduce a differenti livelli di scissione del Sé medesimo.

Sempre negli anni ’70, con la trilogia Attaccamento e perdita di John Bowlby, ci troviamo di fronte

al più completo e sistematico delinearsi di una teoria dello sviluppo nettamente opposta a quella

freudiana: “l’attaccamento viene a essere considerato il sistema motivazionale gerarchicamente

primario su tutti gli altri e la realtà degli incontri originariamente stabiliti tra bambino e genitore

definirebbe la qualità dei legami in termini di sicurezza di attaccamento, i cui deficit costituiscono

invece delle situazioni di rischio per lo sviluppo di differenti tipologie psicopatologiche” [Amadei

2005].

4. La svolta relazionale: dissintonie

4.1. La nuova cornice di riferimento sistemica/olistica

Fin dalle sue prime ricerche su come alcuni neonati giungano prima di altri ad acquisire un adeguato

ritmo sonno/veglia, Louis Sander [1977] coglieva l’importanza di non guardare al bambino isolato

dalla relazione con la madre ma di assumere una prospettiva sistemica, secondo quanto formulato

da von Bertalanffy [1950] che aveva descritto il “sistema” come formato da una serie di componenti

indipendenti, che si regolano reciprocamente mediante meccanismi di feedback, attraverso i quali

2

il sistema si autorganizza .

Da questo punto di vista, il bambino e il genitore vengono considerati reciprocamente interagenti

nel loro costituire un unico “sistema vivente”.

Il lavoro di Sander evidenzia come all’interno di tali “sistemi viventi” ognuna delle persone che li

costituisce oltre che svolgere la funzione di agente regolatore dell’altra, dalla quale al contempo

2 I feedback possono essere di due tipi, quelli che tendono a correggere le deviazioni dall’omeostasi e quelle che le

amplificano, conducendo a introdurre cambiamenti nel sistema stesso.

116 Appunti di Psicologia Dinamica • A.A. 2015/2016

viene anche regolata, è altresì capace di autoregolarsi, così come pure l’altra persona svolge funzioni

autoregolatorie, che sono pienamente indipendenti dalla regolazione interattiva in atto. Entrambi i

tipi di regolazione, quella rivolta verso l’altro e quella rivolta verso il Sé, sono sempre in atto, paralleli

e interagenti, e sono rivolti a monitorare e modulare gli stati interni come la relazione esterna.

® ®

4.2. Le alterazioni della sequenza “attenzione riconoscimento sintonia” come pre-

messa per l’insorgenza della psicopatologia

Sander [2002] ritiene che l’individualità emerga e si mantenga all’interno di un sistema evolutivo

nel quale vi è una complementarità specifica e sincronizzata tra gli stati interni del bambino e la

capacità di riconoscerli da parte di chi si prende cura di lui. Più di tre decenni di ricerche sullo svi-

luppo normale e patologico hanno consentito infatti a Sander [1977; 1995; 2002] di assegnare alla

funzione di riconoscimento, attiva e bidirezionale, un ruolo centrale nei processi evolutivi, psicopa-

3

tologici e terapeutici in quanto costituiscono il ponte tra i processi biologici e quelli relazionali.

L’uso che si fa, in questo contesto, del termine “riconoscimento” segue quanto indicato da John

Dewey nel saggio Logica, teoria dell’indagine: “riconoscimento non è un ri-conoscimento nel senso

di un conoscere di nuovo. È piuttosto un prender atto di un certo oggetto o evento come occupante

un posto determinato in una situazione” [Dewey 1939]. È quindi assimilabile al “riconoscere una

specifica identità” ed è in tal senso che si propone di considerare lo svolgimento del processo di

riconoscimento come il fattore chiave sia dello sviluppo normale sia delle trasformazioni in corso di

cure psicoanalitiche e il fallimento di tale svolgimento, che conduce a esperienze di disconosci-

mento, come segno premonitore di derive psicopatologiche.

Presente con forme e intensità diverse in ogni fase della vita, il bisogno di riconoscimento è un

“bisogno vitale”: esso rappresenta un elemento costituente quel complesso processo, insediato

centralmente nel cuore dell’esperienza umana, definibile come processo di riconoscimento. Con tale

espressione si può definire l’insieme di una complessa integrazione di “momenti cognitivi” con “ele-

menti affettivi” [Honneth 1991] che costruisce il decisivo passaggio per la formazione dell’identità,

per il prosperare del Sé e per il dispiegarsi della sicurezza emotiva “nell’esprimere bisogni e senti-

menti propri”.

Pertanto si può definire come “processo di riconoscimento” quella complessa interazione tra due

persone, sostenuta da una circolarità di stimoli e di risposte della quale si può dare una schematica

descrizione come una successione temporale di tre differenti, singoli, elementi, ognuno dei quali

caratterizzante, come componente la globalità del processo stesso:

• l’espressione di un bisogno di riconoscimento da parte di una persona;

• la funzione di riconoscimento, verbale o non, messa in atto da parte dell’altro “riconosciuto

come significativo” al fine di rispondere/corrispondere a tale bisogno;

• l’esperienza di riconoscimento, la cui qualità può variare sia per come è avvenuta la risposta

da parte dell’altro significativo sia per come è stata intesa o fraintesa.

Come “il sistema permetta lo sviluppo nell’individuo del senso di identità e di controllo degli eventi”

viene affrontato da Sander ricorrendo al principio di “corrispondenza delle specificità” di Weiss

[1970], secondo cui si stabilisce “una specie di risonanza tra due sistemi sintonizzati tra loro” in tale

“risonanza” ciascun partner diviene consapevole dello stato dell’altro e al contempo i due stati di

consapevolezza sono posti a confronto, e ciò crea una corrispondenza tra il modo in cui ciascun

3 Le cui strutture neuronali sono verosimilmente riconducibili ai “neuroni specchio”. 117

A.A. 2015/2016 • Appunti di Psicologia Dinamica

partner conosce se stesso e il modo in cui è conosciuto dall’altro. Va ricordato qui il carattere intrin-

secamente “attivo” del processo di riconoscimento, nonché il basarsi su un’imprescindibile recipro-

cità: senza “attività” e “reciprocità” le capacità della funzione sarebbero annullate.

Perché tale premessa si compia, e quindi tale corrispondenza si stabilisca, deve a questo punto av-

venire un riconoscimento reciproco, che Sander ha definito come un “momento d’incontro”: ciò

favorisce lo sviluppo di un senso di identità e di sé agente che “influenza la capacità di agire in prima

persona sulla propria autoregolazione” [Beebe 2002].

Se tale riconoscimento non avviene il “momento di incontro” non si determina, la persona non sente

rafforzato ma anzi indebolito il proprio senso di identità e la propria capacità di azione, entrambi i

componenti del sistema non ampliano il proprio sviluppo e si apre la strada per deviazioni psicopa-

tologiche.

Un contributo fondamentale per lo stabilirsi di questa prospettiva è la pubblicazione a metà degli

anni ’80 de Il mondo interpersonale del bambino di Daniel Stern, in cui viene introdotto il concetto,

empiricamente fondato, di “sintonizzazione degli affetti”, che si pone alla base di un nuovo modello

di comprensione dello sviluppo normale e patologico tra sintonia e dissintonia: se la sintonia con-

duce allo sviluppo normale di un bambino, la costanza di esperienze di dissintonia apre la strada ai

processi di psicopatologia. Stern differenzia il fenomeno che intende indicare ricorrendo al termine

di “sintonizzazione”.

La sintonia non è solo con gli affetti comunemente intesi e organizzati dalle categorie tradizionali

(felicità, paura, rabbia, tristezza ecc.), ma in particolare con quelli che Stern definisce gli “affetti

vitali”; egli infatti ritiene che sia necessario introdurre tale distinzione in quanto

molte qualità dei sentimenti non trovano posto nella terminologia esistente o nella nostra clas-

sificazione degli affetti. Queste qualità sfuggenti si esprimono meglio in termini dinamici, cinetici,

quali “fluttuare”, “svanire”, “trascorrere”, “esplodere”, “crescendo”, “decrescendo”, “gonfio”,

“esaurito” ecc. I bambini sono certamente in grado di percepire queste qualità dell’esperienza

che rivestono grande importanza ogni giorno e addirittura in ogni momento della loro vita.

Queste particolari forme del sentire, che “hanno un impatto quasi continuo sull’organismo”, pos-

sono essere suscitate sia dall’interno, da vari processi vitali, sia dall’esterno, da una molteplicità di

gesti parentali che non si qualificano come gesti dettati da affetti “regolatori”.

Stern osserva che “il mondo sociale esperito dal bambino, prima di essere un mondo di atti formali,

è soprattutto un mondo di affetti vitali” e poiché “nella media delle interazioni madre-bambino si

manifestano solo occasionalmente espressioni di affetto appartenenti alle categorie tradizionali […]

se il processo di sintonizzazione degli affetti fosse limitato a questi affetti verrebbe a mancare di

continuità”. Invece la sintonizzazione appare come un processo che può essere potenzialmente inin-

terrotto, in quanto si può rivolgere verso l’affetto vitale che ogni singolo comportamento sempre

veicola: “Scoprire gli affetti vitali e sintonizzarsi con essi permette a un essere umano di essere con

un altro” [Stern 1985].

Considerando quanto detto fin qua, si può concludere che il processo che conduce a tala condivi-

sione di esperienze interiori, in cui radicare la competenza emotiva (“quel che sento ha attendibilità

e valore”), è trifasico. Procedendo all’indietro, la terza fase, quella della sintonizzazione (come de-

scritta da Stern sulle orme di Sander), è necessario che sia preceduta da una seconda, quella dello

“scoprire gli affetti vitali” presenti momento dopo momento: è questa la fase del “riconoscimento”

(nel senso specifico di Sander), processo quindi che precede e rende possibile un’eventuale sinto-

nizzazione.

118 Appunti di Psicologia Dinamica • A.A. 2015/2016

Va aggiunto ora che anche quella del riconoscimento necessita di una fase antecedente: è quella

dell’attenzione congiunta, da considerare quindi come la prima fase che può innescare la sequenza

che prosegue con il riconoscimento ed eventualmente con la successiva sintonizzazione.

® ®

Attenzione Riconoscimento Sintonia

Innescati dalla quota/qualità di disposizione all’attenzione, i (molteplici) riconoscimenti o gli even-

tuali (molteplici) disconoscimenti sono dunque i microeventi di base che possono condurre, attra-

verso il conseguimento della sintonizzazione o della dissintonia, allo sviluppo normale o a quello

patologico.

Nell’impostazione che qui viene proposta gli eventi psicopatogeni, cioè le disattenzioni, i discono-

scimenti e le dissintonie, vanno quindi considerati come eventi reali, relazionali, non subiti passiva-

mente da parte della persona (cioè non monodirezionali), di dimensioni micro (cioè non ci si riferisce

alle tradizionali strutture tipiche quali Io, Es o Super-io), non deterministici (ma probabilistici). Inoltre

va costantemente considerato che l’ambiente all’interno del quale occorrono, gli eventi e la persona

formano un sistema vivente. Secondo tale impostazione il trauma (fisico, sessuale o emozionale) è

concettualizzato come l’esperienza di disattenzione, disconoscimento e quindi dissintonia radicale,

come il polo estremo in cui non c’è compartecipazione poiché una persona impone, senza alcuna

negoziazione, qualcosa di violento a un’altra che è costretta a subirlo: è quindi il caso estremo,

drammatico, al cui opposto sta quello della condivisione gioiosa e pienamente cocostruita.

A parte dunque la realtà estrema dei traumi, va sempre considerata la presenza di un flusso conti-

nuo di reciproche influenze interattive tra elementi di un sottosistema con un altro e sono dunque

questi scambi dinamici che vanno rintracciati gli eventuali fattori eziopatogenetici, quando la pre-

senza (e il mantenimento nel tempo) di particolari caratteristiche negative in termini di disatten-

zioni, disconoscimenti, dissintonie (in uno, nell’altro o in entrambi i due sottosistemi) conduce al

determinarsi di una situazione dinamica psicopatogenetica, dalla quale emergerà una compromis-

sione della funzione di regolazione delle emozioni che condurrà ad aggravare ulteriormente la già

alterata relazionalità.

“Rispecchiamenti traumatici” [Fonagy e Target 2001], “ambienti invalidanti” [Linehan 1193a], “dis-

sintonie diadiche” [Schore 2001] sono alcuni dei termini maggiormente in uso per nominare tali

situazioni dinamiche psicopatogenetiche.

Sintonia diadica e asintonia (traumatica) costituiscono allora le due polarità di un continuum all’in-

terno delle quali si dispongono i differenti gradi di dissintonia o di misattunement: al cuore di tutti

4

questi esempi di non sintonia sta comunque sempre un inadeguato (per qualità, quantità o timing )

riconoscimento della specificità

Secondo Marsha Linehan, quel che sottende all’invalidazione dell’esperienza soggettiva da parte

di un ambiente è una poorness of fit, un “cattivo adattamento”, tra bambino e genitore, nozione

formulata da Chess e Thomas in diversi scritti e da loro considerata come il “principale fattore

eziologico dell’insorgenza dei disturbi psicopatologici”, non soltanto dei disturbi borderline di

personalità, che pur ne sono una delle conseguenze più clamorose. Per questi autori “il goodness

4 Inadeguatezza per qualità = attribuzione errata; inadeguatezza per quantità = attribuzione corretta per qualità, ma

non sufficientemente ripetuta; inadeguatezza per timing = attribuzione corretta per qualità, ma non data al momento

opportuno. 119

A.A. 2015/2016 • Appunti di Psicologia Dinamica

of fit si produce quando le caratteristiche, le aspettative e le richieste dell’ambiente in cui il bam-

bino vive sono conformi e corrispondenti alle sue qualità, alle sue capacità e al suo stile compor-

tamentale. In queste circostanze il bambino può realizzare tutte le sue potenzialità di sviluppo

verso una funzionalità comportamentale ottimale”. Il che ricorda una realizzazione del proprio

vero Sé. Viceversa, “il poorness of fit si produce quando esistono discrepanze e dissonanze tra le

condizioni e le richieste ambientali, da una parte e le capacità e caratteristiche del bambino,

dall’altra; in queste condizioni egli svilupperà pattern comportamentali disadattivi” [Schore

2001].

della persona, dei suoi affetti vitali, delle sue emozioni e sensazioni corporee. Tali inadeguatezze

possono arrivare a costituire un disconoscimento, responsabile di determinare non esperienze ne-

gative di tipo dissintonico o addirittura asintonico che sono dei veri e propri “traumi relazionali”,

che impattano drammaticamente sulla qualità delle relazioni successive che si determina “quando

una relazione di attaccamento non solo non emana sicurezza ma addirittura pericolo” [Schore

2001].

Seguendo questo modello, la dissintonia può essere considerata come uno stato emotivo già con-

notato dalla sofferenza psichica ma anche passaggio determinante per l’insorgenza di manifesta-

zioni psicopatologiche.

4.3. Dalla dissintonia alla psicopatologia

Come premessa all’insorgenza della psicopatologia, a livello interattivo si osserva quindi una preva-

lenza di esperienze relazionali emotivamente inadeguate e dissintoniche (per qualità, quantità o

timing) tra il caregiver e il bambino, che si accompagnano alla riduzione (fino alla scomparsa) della

competenza emotiva del bambino, cioè la capacità di conoscere sé stesso e le proprie emozioni.

Da tale alterato contesto emotivo e relazionale, si determina anche una crescente riduzione della

possibilità di regolazione emotiva del contesto interattivo (nel senso che il bambino tenderà a una

generale riduzione delle espressioni di sé, tra cui l’espressione del bisogno di riconoscimento, che

non hanno avuto adeguate sintonizzazioni o marcate dissintonie o assenza di riscontri o attacchi

traumatici), con prevalenza di scelte di tipo auto o eteroregolatorio assunte in modo rigido (guidate

da strategie dettate dal principio di sopravvivenza) rispetto all’affidare flessibilmente la regolazione

a negoziazioni da stabilire volta per volta al contesto interattivo (il che viene considerato dal sog-

getto evidentemente più rischioso in termini evolutivi).

In tali situazioni di dissintonia, di difficoltà emotive e relazionali, si determinano le alterazioni cito-

chimiche e neuroanatomiche determinate dal rilascio costante degli ormoni dello stress, quali il cor-

tisolo, a elevato tasso di neurotossicità, che provocano alterazioni della citoarchitettura fino alla

morte di cellule cerebrali.

Quindi il prevalere delle esperienze dissintoniche ha, tra le prime conseguenze, quelle di un’altera-

zione del funzionamento dei “sistemi di controllo cerebrale”, in particolare del Brain Stress Coping

System, il cui substrato organico consiste per lo più in modificazioni dello sviluppo dell’emisfero

cerebrale destro. Da ciò possono manifestarsi stati di abnorme allerta (caratterizzata dall’eccesso di

stimolazione di un genitore che, lungi dal tranquillizzare il figlio, gli determina o gli aumenta l’an-

sietà) o di trascuratezza (caratterizzata da carenze di stimolazione) o addirittura di traumatizzazione

(caratterizzata da stimolazioni traumatiche).

120 Appunti di Psicologia Dinamica • A.A. 2015/2016

CAPITOLO IL SETTING

11

Un parametro fondamentale che definisce le varie forme di trattamento è il setting, ossia quel com-

plesso di tecniche che informano il contesto terapeutico, che ha come obiettivo quello di ripercor-

rere l’evoluzione dl concetto di setting e la sua funzione all’interno dell’intreccio tra i modelli psi-

coanalitici e la teoria della tecnica, seguendo parallelamente la prospettiva storica e quella concet-

tuale dell’evoluzione della modellistica psicoanalitica.

Nuovi modelli di funzionamento della mente hanno prodotto, nuove ipotesi psicopatologiche che si

sono declinate in cambiamenti della teoria della tecnica: ciò ha inevitabilmente modificato nel

tempo il significato attribuito al setting.

Sul piano dell’evoluzione dei costrutti teorici si è passati da una teoria pulsionale concentrata su

come si mascherano gli impulsi disturbanti e fonte di sofferenza nella mente individuale all’interno

di un modello diacronico e fasico (il passato “determina” il presente), a una teoria relazionale che

rintraccia la fonte della sofferenza nelle relazioni e via via riconosce l’importanza non solo del pas-

sato, ma anche delle relazioni attuali accentuando il tema dello scambio in seduta.

Questi cambiamenti concettuali, a loro volta, hanno avuto ripercussioni sul modo di intendere la

relazione terapeutica: si è passati, cioè, da una teoria “realista”, che vede la relazione psicotera-

peuta-paziente caratterizzata da una distorsione operata dal paziente, della relazione attuale con lo

psicoterapeuta basata sulle sue precedenti relazioni, a una teoria “costruzionista”, nella quale la

vita del soggetto, così come la relazione terapeutica, sono il risultato di un processo condiviso che

si dispiega in una matrice relazionale.

Nel primo caso lo psicoterapeuta, mantenendo un atteggiamento neutrale, aiuta il paziente ad af-

frontare la “realtà” attraverso l’interpretazione della relazione transferale e il setting funge da cor-

nice stabile che favorisce l’emergere di un processo da interpretare (le proiezioni del paziente sullo

psicoterapeuta); nel secondo caso lo psicoterapeuta, partecipando attivamente alla relazione e in-

fluenzando così il transfert, aiuta il paziente a cocostruire un significato della “realtà”.

Il passaggio, quindi, da un’epistemologia oggettivista a una costruttivista comporta il passaggio dal

considerare il setting soprattutto come la cornice all’interno della quale si svolge il processo psicoa-

nalitico, costituito da transfert del paziente e dall’interpretazione dello psicoterapeuta, al conside-

rare il setting come parte integrante del processo stesso, in quanto facilitatore dell’emergere di

funzionamenti mentali verso i quali la coppia psicoterapeuta-paziente costruisce nuovi significati.

1. Il setting: definizione

Il colloquio psicologico ha in sé alcune peculiarità tra le quali la più rilevante sta nel fatto che è la

relazione stessa che lo psicoterapeuta intrattiene con il paziente a essere oggetto di osservazione e

intervento. Il setting si configura, pertanto, come l’insieme di procedure che regolano i ritmi spazio-

temporali delle sedute e la modalità del rapporto fra psicoterapeuta e paziente [Giuffrida 1995;

Zavattini 2006].

L’attenzione agli aspetti inconsci della comunicazione, specificità dell’ottica psicodinamica, com-

porta la necessità di guardare il setting da due punti di vista:

1. esterno, ossia l’insieme di procedure che regolano le sedute;

2. interno, ossia la logica cui attenersi come posizione dello psicoanalista rispetto alla sua fun-

zione come psicoterapeuta. 121

Il setting esterno è, quindi, l’insieme di regole formali che prefigurano la situazione terapeutica,

ossia la sistemazione della stanza, le modalità dell’incontro, la regolarità delle sedute, la durata delle

stesse, l’onorario, e così via. Queste regole possono essere considerate come delle invarianti che

consentono lo svolgersi del processo terapeutico [Meltzer 1967].

Il setting interno si riferisce all’assetto mentale dello psicoterapeuta che si attiva nell’incontro con

il paziente consentendogli un ascolto interiore che implica un’attenzione uniformemente sospesa e

fluttuante – free floating – rispetto ai propri stati interni.

Nel corso del tempo e delle evoluzioni teoriche la parola “setting” è stata anche sostituita con de-

nominazioni come “cornice”, “dispositivo”, “procedura”, “situazione analitica”, suggerendo di volta

in volta un cambiamento nel modo di intendere la relazione psicoterapeuta-paziente.

2. Il setting classico: la visione freudiana

La psicoanalisi, in quanto metodo di cura, nasce come modalità di trattamento della nevrosi, intesa

come risultato di un conflitto intrapsichico. Secondo il modello freudiano la nevrosi insorge quando

non si sviluppano strutture psichiche (Es, Io, Super-io) in grado di gestire gli intrinseci conflitti psi-

chici tra le strutture stesse, e tra esse e la realtà esterna: il soggetto è incapace di percepire gli

oggetti del mondo esterno (le persone) in modo adeguato e realistico e li confonde con gli oggetti

originali infantili dai quali dipendeva. Il nevrotico, in altre parole, non percepirebbe le persone, ma

le immaginerebbe e le tratterebbe come surrogati di oggetti interni proiettando inconsciamente le

loro caratteristiche sugli oggetti reali. Ciò implica due forme di distorsione, una di natura affettiva e

una di natura rappresentazionale.

Da questa formulazione generale della psicopatologia ne deriva che l’intervento psicoterapeutico

deve essere volto ad aiutare il paziente a distinguere tra fantasia e realtà, ossia tra il proprio mondo

interno (fantasie di relazione proiettate sullo psicoterapeuta) e la realtà esterna (relazione attuale

con lo psicoterapeuta).

Secondo Ellemberger [1970] la prima descrizione di una psicoterapia propriamente freudiana ap-

pare negli Studi sull’isteria [Freud 1892-95). In questa prima fase si può seguire un rapido sviluppo

delle tecniche utilizzate da Freud: ipnosi, elettroterapia, massaggio, suggestione ipnotica (per por-

tare alla luce il ricordo patogeno coerentemente con le prime concettualizzazioni sulle origini

dell’isteria intesa come esperienza traumatica rimossa). Il setting, pertanto, può essere così rico-

struito: uno spazio protetto, costituito da una stanza tranquilla, dove il paziente si possa sentire

accolto, e un divano che possa favorire il rilassamento fisico utile alla suggestione ipnotica.

In questa prima fase, relativamente alla dimensione temporale, si fa cenno solo a una certa regola-

rità nella frequenza delle sedute.

L’incontro fra psicoterapeuta e paziente ha l’obiettivo, quindi, di riportare alla coscienza del pa-

ziente ciò che è stato rimosso.

Sebbene né Freud né i suoi primi fedelissimi seguaci, nei loro scritti dedicati alla tecnica, forniscano

un preciso modello [Argentieri Bondi 2001], è tuttavia possibile ricostruire l’idea di setting utilizzata

da Freud attraverso i passaggi rintracciabili nei suoi scritti che si concentrano sulle procedure e su

ciò che lui chiamerà “suggerimenti” o “consigli”.

Sono in particolare 3 i lavori nei quali Freud [1912; 1913b; 1913-14] definisce la tecnica, che si può

così riassumere: alcuni incontri preliminari consentono allo psicoterapeuta di valutare l’analizzabi-

lità del paziente (funzionamento del suo Io, motivazione a svolgere un lavoro psicologico). Definita

122 Appunti di Psicologia Dinamica • A.A. 2015/2016

l’analizzabilità, le sedute terapeutiche avvengono all’interno di una serie di regole garanti del trat-

tamento stesso. Il fine di questa serie di regole è, quindi, quello di permettere: l’instaurarsi di una

condizione di isolamento che protegga dalla realtà esterna; il mantenimento di una condizione di

sospensione dell’azione affinché possa emergere più intensa la produzione emozionale; la possibi-

lità di arginare eventuali irruzioni incontrollabili della realtà interna del paziente (e dello psicotera-

peuta), e di consentire il graduale sviluppo del transfert e della sua successiva risoluzione.

Regole del Setting Freudiano

1. una stanza tranquilla con un divano/lettino su cui si sdraia il paziente; ciò

favorisce la regressione necessaria al trattamento spostando il paziente

dalla forma abituale di comunicazione quotidiana, facilitandogli il contatto

con il mondo dei ricordi, dei sogni e dell’immaginazione; Setting Esterno

2. un contratto che fissa tempi, frequenza e modalità delle sedute, ed entità

del pagamento;

3. la regola fondamentale, ossia l’impegno alla sincerità da parte del pa-

ziente (il paziente è invitato a dire tutto ciò che gli viene in mente);

4. un’attenzione fluttuante dello psicoterapeuta che deve ascoltare in modo

imparziale tutte le comunicazioni del paziente senza privilegiarne a priori

parti specifiche;

5. la regola dello specchio, ossia il fatto che gli aspetti personali dello psico-

terapeuta rimangano incogniti, come uno specchio vuoto, è una condi- Setting Interno

zione indispensabile affinché il paziente possa proiettare su di lui i propri

vissuti senza che questa proiezione sia disturbata da conoscenze extrate-

rapeutiche sulla personalità dello psicoterapeuta;

6. la regola dell’astinenza, secondo la quale lo psicoterapeuta frustra i tenta-

tivi del paziente di soddisfare desideri inconsci ed evita di dare consigli.

La relazione psicoterapeuta-paziente si caratterizza, quindi, per il fatto che lo psicoterapeuta non

fissa la propria attenzione in una determinata direzione (attenzione liberamente fluttuante), inter-

viene il meno possibile, e lo fa solo per interpretare, ovvero per favorire, nei momenti opportuni, la

presa di coscienza del significato dei moti affettivi del paziente; il paziente si trova in una condizione

che favorisce la regressione in quanto è sdraiato sul divano/lettino (diminuzione della motricità;

postura supina) e ha lo psicoterapeuta alle sue spalle; in modo speculare all’”attenzione liberamente

fluttuante” dello psicoterapeuta deve dire tutto ciò che gli viene in mente (libere associazioni).

Come scrive Merton Gill [1994], “La concezione del transfert sostenuta a lungo è che non ci sia una

relazione tra due persone, ma piuttosto una visione distorta dello psicoanalista da parte dell’analiz-

zando”. Certamente il transfert coinvolge sempre la coppia psicoterapeuta-paziente, ma in questa

prospettiva il processo avviene nella mente del singolo paziente.

Lo psicoterapeuta, protetto da un coinvolgimento emotivo dal silenzio, dalla distanza, dall’anoni-

mato oltre che dalla sua specifica formazione, è in grado di aiutare a discernere ciò che è reale da

ciò che è una distorsione del paziente.

Si configura coì un’impostazione filosofico-epistemologica realista che vede la funzione del setting

come una cornice prestabilita e statica all’interno della quale si sviluppa il processo terapeutico.

123

A.A. 2015/2016 • Appunti di Psicologia Dinamica

3. Gli sviluppi della psicoanalisi e le prime variazioni sul setting

I diversi teorici della psicoanalisi che hanno lavorato a partire dalle idee di Freud, operando e scri-

vendo secondo il proprio quadro teorico di rifermento influenzato dai vari contesti storici e sociali

in cui si sono trovati a vivere, hanno impresso un complesso sviluppo alla teoria e alla prassi della

psicoanalisi.

La questione sulle variazioni e modificazioni del setting diventa centrale intorno agli anni ’50 e il

dibattito sul setting comincia ad assumere la fisionomia di un campo d’indagine relativamente au-

tonomo e definito.

Alcuni autori [Nissim Momigliano 1988; Ferraro e Genovese 1986] sintetizzano il dibattito di quegli

anni da una prospettiva soprattutto storico-sociale. Nel corso degli anni ’30, mentre la psicoanalisi

e il movimento psicoanalitico sono ormai largamente affermati in quasi ogni paese, avviene la dia-

spora degli psicoterapeuti viennesi, tedeschi e ungheresi in grande maggioranza di origine ebraica.

Alcuni andranno a Londra dove, al fianco di Anna Freud, si confronteranno con gli psicoanalisti più

vicini alle posizioni teoriche e alla tecnica psicoterapeutica di Melanie Klein, che si dichiara la vera

erede di Freud. Molti altri, invece, si trasferiranno nel Nord America, dove contribuiranno in modo

determinante a quello sviluppo in senso ortodosso che verrà denominato “classico” e che sarà tipico

della psicoanalisi americana negli anni ’40 e ’50.

Si vanno delineando così due diverse direzioni teoriche che percorreranno la storia del movimento

psicoanalitico, quella che possiamo chiamare il modello strutturale delle pulsioni e quella che in

senso ampio possiamo denominare modello delle relazioni oggettuali, con un baricentro via via sem-

pre più posizionato sul rapporto tra mondo interno e relazioni interpersonali.

Nel movimento psicoanalitico si dispiegano quindi posizioni teoriche diverse che avranno diversi

sviluppi: la psicologia dell’Io, che rimane la corrente teorica più vicina al modello pulsionale freu-

diano; la psicoanalisi delle relazioni oggettuali, che sposta più l’accento sugli aspetti relazionali, ma

focalizzandosi sulle relazioni interiorizzate e sulle fantasie inconsce; la psicoanalisi interpersonale,

che si concentra maggiormente sul concetto di “campo interpersonale” e sul ruolo dell’ambiente

nello sviluppo dell’individuo; la psicologia del Sé, intorno agli anni ’70, che si concentra anch’essa

sugli aspetti relazionali, ma ponendo l’attenzione sul polo del Sé nelle relazioni piuttosto che sul

1

campo interpersonale .

Tutto ciò si traduce in dibattiti e controversie che vengono affrontati in vari scritti e in alcuni impor-

tanti congressi internazionali della Società psicoanalitica. Le questioni centrali sono:

1. la tecnica classica è estendibile a pazienti con un Io non integro, cioè non in grado di mante-

nere un adeguato rapporto con la realtà?

2. l’interpretazione del transfert è l’unico strumento terapeutico?

La prima questione nasce dalla necessità di trattare nuovi quadri psicopatologici, come psicosi e

gravi disturbi della personalità, mentre la seconda questione nasce dalla pratica clinica che spinge

ad approfondire la natura e lo sviluppo del transfert.

1 Fuori da questi sviluppi, in un binario concettuale parallelo, si collocano la psicologia individuale di Adler (intorno al

1911) e la psicologia analitica di Jung (intorno al 1913). Adler, in particolare, critica il ruolo attribuito da Freud agli istinti

sessuali, mettendo in luce, invece, quello svolto dai fattori ambientali e sociali. Jung, da parte sua, si distacca da Freud

per un dissenso sulle nozioni di “libido” e di “Inconscio”. Per Jung la libido freudiana è troppo ricca di determinazioni

sessuali; bisogna, invece intenderla come un’energia primaria desessualizzata; Jung distingue, inoltre, l’”Inconscio per-

sonale”, di cui parla Freud, dall’”Inconscio collettivo”, costituito da un complesso di “archetipi”, cioè di immagini sim-

boliche che formano la memoria dell’umanità [Vegetti Finzi 1986].

124 Appunti di Psicologia Dinamica • A.A. 2015/2016

L’attenzione si sposta sensibilmente da quella distanza e neutralità dello psicoterapeuta concepita

da Freud a ciò che accade nella relazione terapeutica nel “qui e ora”.

Come ricordano Nissim Momigliano [1988] e Genovese [1988], ci sono state alcune occasioni im-

portanti (tre congressi tenutisi rispettivamente nel 1957, nel 1961 e nel 1975) durante le quali gli

psicoterapeuti si sono confrati.

Si pasa da posizioni moderatamente inclini a considerare utili alcune variazioni della tecnica classica,

purché molto limitate e non sostitutive dell’interpretazione, a quelle rigorosamente fedeli al pri-

mato assoluto dell’interpretazione, a quella decisamente più aperta che suggerisce in talune situa-

zioni delle vere e proprie modificazioni del setting o della neutralità dello psicoanalista come fattori

terapeutici complementari.

La riflessione analitica si sposta così dalla prevalente esigenza di assimilare il paziente alla tecnica a

quella di confrontarsi con i problemi reali posti dall’utenza, ponendosi quindi nella direzione di con-

testualizzare la tecnica; in quest’ottica il rapporto interpretazione/setting assume una diversa con-

figurazione rispetto a quella tradizionalmente proposta. Il setting cessa di essere una situazione di

cornice per cominciare a essere considerato come elemento che ha specifici effetti sul processo

terapeutico.

L’incontro della psicoanalisi con nuove tipologie di pazienti porta allo sviluppo di nuovi modelli di

funzionamento della mente e nuove ipotesi psicopatologiche: tale sviluppo, come si diceva, cambia

la funzione del setting nel processo di cura.

4. Gli effetti delle nuove ipotesi psicopatologiche sul setting

Le evoluzioni teoriche della psicoanalisi pur differenziandosi tra loro sul modo di concettualizzare la

psicopatologia, hanno in comune il fatto di ipotizzare l’origine della psicopatologia nelle fasi precoci

dello sviluppo, in particolare nel periodo preedipico, a differenza di Freud che colloca l’origine della

nevrosi nella fase edipica. Questo modello di psicopatologia, che Mitchell [1988] definisce “modello

dell’arresto evolutivo”, pone l’accento sulla relazione più primitiva del bambino con la madre. In

questo caso l’azione terapeutica ha l’obiettivo di modificare le distorsioni prodotte dalle “fantasie”

legate a queste prime vicissitudini dello sviluppo.

Le concettualizzazioni di Melanie Klein [1952a] e le successive modifiche di Bion [1959] portano a

una visione della relazione psicoterapeuta-paziente diversa da quella di Freud, nel senso che psico-

terapeuta e paziente sono coinvolti molto più profondamente sul piano della relazione reciproca

che nella visione freudiana. Il paziente non si limita a rivelare i contenuti della sua mente a un os-

servatore neutro, ma vive la relazione terapeutica come molto più legata alle dinamiche affettive

che prendono corpo nella stanza d’analisi.

I kleiniani rimangono fermi sulla necessità del massimo rigore nell’osservanza del setting nell’idea

che non esistano fenomeni “neutri” o da trattare meramente in senso oggettivo e danno enfasi

all’uso dell’interpretazione di transfert come strumento analitico centrale. Un’ulteriore differenza

con la posizione classica è legata alla concettualizzazione sulla natura del transfert che viene inteso

come “situazione totale” [Joseph 1989], ossia il presupposto che ogni elemento della relazione te-

rapeutica e della cornice del setting possa avere sempre anche una connotazione affettiva transfe-

rale e alla maggiore attenzione al “qui e ora” della situazione analitica.

Secondo Winnicott l’obiettivo della cura è fornire le funzioni genitoriali mancanti sia nella situazione

psicoanalitica sia nella persona dello psicoterapeuta. Nella prospettiva di Winnicott il setting diventa

125

A.A. 2015/2016 • Appunti di Psicologia Dinamica

di per sé un fattore terapeutico, in quanto per il suo carattere di regolarità, attendibilità e sostegno

si pone come “ambiente facilitante” il processo maturativo, allo stesso modo delle iniziali cure ma-

terne. Winnicott [1963] considera, infatti, il setting, per la sua stabilità e fonte di sicurezza, come

l’occasione di un “ritorno organizzato alla dipendenza primitiva”: la regressione nel setting appare

un fattore necessario in quanto si ipotizza che l’ambiente attuale possa, sebbene in ritardo rispetto

alle problematiche dell’infanzia, adattarsi adeguatamente ai bisogni del paziente.

Va anche precisato che ciò che è importante, per Winnicott, non è tanto il contenuto dell’interpre-

tazione e la sua capacità di generare insight, ossia il suo aspetto disvelante, quanto il modo in cui

l’interpretazione premette al paziente di vivere la relazione con lo psicoterapeuta nei termini della

relazione madre-bambino.

Il contributo di Kohut [1971] ha portato anch’esso a una revisione e a un approfondimento del con-

cetto di setting in particolare rispetto alla valorizzazione di aspetti come “idealizzazione” e “gratifi-

cazione” nella relazione di transfert che erano stati messi da parte nella visione tradizionale. Per

Kohut l’indisponibilità emotiva dei genitori nei riguardi del bambino è la radice fondamentale della

psicopatologia, così come la disponibilità degli stessi a lasciarsi “usare”, come oggetti-Sé, dal Sé in

via di sviluppo è la radice della salute mentale. Il transfert permette la proiezione da parte del pa-

ziente di bisogni non gratificati: lo psicoterapeuta, attraverso l’analisi del transfert, può individuare

le strutture psicologiche deficitarie e, ponendosi come oggetto-Sé di cui il paziente ha bisogno, può

facilitare una maturazione del Sé a partire dal momento in cui lo sviluppo è stato bloccato.

Prende, quindi, progressiva forma, distinguendosi dal setting esterno, l’immagine del setting in-

terno come atteggiamento mentale dello psicoterapeuta.

5. Variazioni e rotture del setting

Il concetto di “campo bipersonale”, introdotto dai Baranger [Baranger e Baranger 1969], nasce come

approfondimento della teoria delle relazioni oggettuali e dalle sollecitazioni delle varie correnti che

concentrano sempre più l’attenzione verso la relazione terapeutica in quanto tale approfondendone

i meccanismi del transfert e del controtransfert. Per questi autori la relazione terapeutica deve es-

sere formulata non come situazione di una persona di fronte ad un personaggio indefinito e neu-

trale, ma come situazione di due persone inestricabilmente legate e complementari per la durata

della relazione e contenute in uno stesso processo dinamico.

Comincia ad emergere così una visione diversa del coinvolgimento e del ruolo dello psicoterapeuta,

che diventa sempre più soggetto e non oggetto nella relazione. Il lavoro dei Baranger viene intro-

dotto in Italia da Ferro [1996] che propone alcune considerazioni specifiche riguardanti il setting, i

quadranti del setting, in base ai quali la visione del setting appare assai articolata comprendendo

sia un insieme di regole formali, sia l’assetto mentale dello psicoterapeuta, sia la condizione che

implica possibili rotture del setting stesso da parte del paziente e/o dello psicoterapeuta.

I quadranti del setting, o aspetti prevalenti del setting, individuati da Ferro sono:

1. setting come insieme di regole formali (aspetti pratico-organizzativi che caratterizzano l’in-

contro, come le caratteristiche della stanza, l’orario, l’onorario, ecc.);

2. setting come assetto mentale dello psicoterapeuta, definito anche “setting interno” (con-

tributo che lo psicoterapeuta dà con la sua mente, le sue fantasmatizzazioni, la sua creatività

al lavoro con il paziente;

126 Appunti di Psicologia Dinamica • A.A. 2015/2016

3. rotture del setting da parte del paziente (sedersi in un posto diverso da quello indicato,

chiedere continui spostamenti dell’orario delle sedute, mancare alle sedute, ecc.). Tali rot-

ture, se osservate e non interpretate, permettono di cogliere alcune modalità del funziona-

mento mentale del paziente;

4. rotture del setting da parte dello psicoterapeuta. Tali rotture possono essere formali (an-

nullamento o spostamento delle sedute per malattia o impegni professionali) o sostanziali

(pensieri riguardanti altri pazienti o difficoltà personali). Le rotture sostanziali, in particolare,

generano delle distorsioni nel setting diminuendo la ricettività dello psicoterapeuta.

Argentieri Bondi [2001] mette in evidenza alcune variazioni del setting, variazioni che rappresentano

degli attacchi al setting e che si manifestano a volta a livello inconscio e a volte a livello della co-

scienza. Rispetto ai primi fa riferimento a due possibili “patologie del setting”: l’ossessività e la limi-

tazione. Per la sua importanza basilare il setting è esposto a continue insidie da parte delle forze che

si oppongono al processo terapeutico: difese, resistenze che tentano di eludere il cambiamento per

la ragione che cambiare è doloroso. Quando il setting assume una caratteristica ossessiva rispetto

alle regole, perder totalmente la sua funzione benefica al servizio del rapporto. La coppia psicote-

rapeuta-paziente lo usa, invece, come una corazza difensiva, che tiene a bada le tempeste emozio-

nali.

Un’altra possibile “patologia” è quella di usare la procedura terapeutica in maniera imitativa nel

senso che gli elementi esteriori del rituale sono i più facili da mimare divenendo una sorta di rituale

stereotipato e fine a se stesso.

Qualunque sia l’accordo iniziale preso con il paziente il setting può subire dei cambiamenti, in ter-

mini di variazioni dovute a situazioni contingenti della vita reale del paziente e dello psicoterapeuta,

o in termini di rotture del setting messe in atto dal paziente oppure dallo psicoterapeuta stesso. In

questa direzione Argentieri Bondi distingue tra variazioni, modificazioni e deviazioni.

• Le variazioni, spesso microvariazioni, sono quelle che avvengono quotidianamente nel rap-

porto con i vari pazienti, di cui ci si rende conto solo dopo che la variazione è avvenuta:

ritardare di qualche istante ad aprire la porta; indugiare oltre l’orario stabilito; concedere

uno spostamento o un recupero di una seduta saltata; accettare qualche piccolo dono. È la

capacità di consentirsi queste microvariazioni quotidiane, e di riconoscerle come tali, come

sintomi di un’ulteriore problema da capire e da ricondurre sul terreno della terapia, a distin-

guere un rapporto vivo e vitale da uno sclerotico dell’ossessività e della coazione e da quello

della falsa percezione imitativa.

• Le modificazioni si riferiscono ai vari psicoanalisti di diverse aree geografiche e culturali che

hanno attuato innovative modificazioni della tecnica classica.

• Le deviazioni possono riguardare il ritmo degli incontri o la posizione reciproca dei due pro-

tagonisti. A livello manifesto possono essere anche molto simili alle variazioni o alle modifi-

cazioni, ma ciò che le distingue è l’atteggiamento dello psicoterapeuta che le attua; la con-

seguenza dannosa, infatti, non è quasi mai legata alla trasgressione in sé, ma al fatto che non

venga riconosciuta come tale. Ciò che conta è che proprio quel particolare contratto, che

all’inizio del rapporto era stato stipulato in un certo modo, con quel singolo paziente, venga

poi violato e infranto senza che ci sia un’elaborazione: ciò può compromettere non solo l’al-

leanza terapeutica, ma anche ostacolare la lettura dell’evoluzione del processo terapeutico.

127

A.A. 2015/2016 • Appunti di Psicologia Dinamica

Anche Collovà [2013], rispetto ai possibili cambiamenti del setting, distingue in variazioni imposte,

conquistate e occasionali:

• le variazioni imposte sono determinate da una contingenza reale della vita del paziente,

come cambiamenti nel lavoro, che impongono di variare l’organizzazione emotiva che deve

essere oggetto del lavoro terapeutico;

• le variazioni conquistate prevedono una graduale costruzione del setting con particolari ti-

pologie di pazienti e vengono effettuate tenendo conto del materiale che il paziente porta

nella fase iniziale della terapia.

• le variazioni occasionali si riferiscono, ad esempio, alla necessità dello psicoterapeuta di sal-

tare una o due sedute.

6. La funzione del setting nella visione attuale

Il modo di concepire le relazioni subisce un’importante svolta a partire dagli anni ’70 grazie anche

al contributo dato dal paradigma teorico dell’infant research, dalla teoria dell’attaccamento e dalla

prospettiva intersoggettiva. Questi cambiamenti concettuali conducono ad un nuovo modello di

psicopatologia, definito da Mitchell [1988] “modello del conflitto relazionale”: le persone non ven-

gono più viste come vittime passive dei loro traumi infantili, ma nel contesto relazionale di conflitto

sono le configurazioni relazionali.

Il metodo psicoanalitico, pertanto, non è qualcosa che mette in luce ciò che si trova nascosto sotto

la superficie ma è un modo di organizzare ciò che si esprime negli aspetti peculiari di quella relazione

psicoterapeutica. Secondo la prospettiva ermeneutica di Spence [1982], il processo psicoanalitico è

la costruzione attiva di un racconto della vita del paziente; pertanto lo psicoterapeuta mette in-

sieme, sulla base della propria teoria, un quadro coerente della vita del paziente che si basa su una

“verità narrativa” e non su una “verità storica”; psicoterapeuta e paziente non scoprono ma creano

pattern di significato.

Schafer [1983] sostiene che la realtà è sempre mediata dalla narrazione e che le narrazioni alle quali

si arriva in terapia sono sempre costruite sulla base della teoria dello psicoterapeuta. In questa pro-

spettiva la teoria guida lo psicoterapeuta a dar forma e a organizzare il materiale tratto dalle libere

associazioni del paziente.

Schafer, Spence e Hoffman propongono di abbandonare il positivismo come paradigma fondamen-

tale della psicoanalisi per passare a una visione costruttivista.

Il costruttivismo sostiene che l’osservatore gioca un ruolo preciso nel dar forma, costruire e orga-

nizzare ciò che viene osservato. L’idea centrale, quindi, è che i desideri e i conflitti apparentemente

infantili che si rivelano nelle associazioni del paziente non siano soltanto, o prevalentemente, resti

del passato imposti artificialmente nel campo terapeutico, ma siano riflessi delle interazioni reali e

degli incontri con quello specifico psicoterapeuta, con tutte le sue caratteristiche. La personalità

dello psicoterapeuta influenza non solo l’alleanza terapeutica o la relazione reale, ma la natura

stessa del transfert.

Queste ultime considerazioni rimandano al concetto di “intersoggettività” inteso come un processo

dialettico in cui i soggetti si riconoscono reciprocamente come centri separati di esperienza sogget-

tiva: è una raggiunta capacità di riconoscere l’altra persona come un centro separato di esperienza

con cui condividere stati mentali. Rispetto a questo tema Storolow [1997] osserva che il concetto di

intersoggettività è inteso come processo esistente “tra mondi soggettivi in interazione, a qualsiasi

livello di sviluppo tali mondi siano organizzati”.

128 Appunti di Psicologia Dinamica • A.A. 2015/2016

Nella prospettiva intersoggettiva, l’Inconscio dinamico non consiste in derivati pulsionali rimossi,

ma in stati affettivi difensivamente controllati; la regolazione dell’esperienza affettiva non è il pro-

dotto di meccanismi intrapsichici isolati, ma una proprietà di un sistema di reciproca e mutua in-

fluenza del sistema bambino-caregiver. Ciò che in questa prospettiva è valorizzato è lo specifico

contesto intersoggettivo nel quale prendono forma i conflitti.

Nella prassi clinica la prospettiva intersoggettiva si interroga sul modo in cui lo psicoterapeuta fa

uso della propria soggettività; in questo senso comprende una varietà di concetti clinici come la

2

“self-disclosure” (contrapposto a neutralità e astinenza), spontaneità e autenticità, analisi del con-

trotransfert. Tra psicoterapeuta e paziente si stabilisce un processo di comunicazione nel quale l’in-

fluenza fluisce in entrambe le direzioni. La soggettività dello psicoterapeuta nella relazione terapeu-

tica non può e non deve essere eliminata ma usata.

Il campo intersoggettivo che emerge dalle “menti che si incontrano” [Aron 1996] è l’aspetto privile-

giato della prospettiva intersoggettiva: il focus non è l’oggetto in relazione al soggetto (teoria delle

relazioni oggettuali), ma il modo in cui due soggettività si relazionano.

In quest’ottica il setting diventa una parte integrante del processo terapeutico in quanto rappre-

senta quella condizione che permette l’emergere di funzionamenti mentali ai quali è possibile attri-

buire un significato cocostruito dalla coppia psicoterapeuta-paziente.

2 La self-disclosure, intesa come autorivelazione, indica l’atto di presentare al paziente, da parte dello psicoterapeuta,

elementi personali, controtranferali e/o della sua vita privata. 129

A.A. 2015/2016 • Appunti di Psicologia Dinamica

CAPITOLO IL TRANSFERT

12

L’esperienza del transfert riguarda ogni ambito relazionale, è associata al concetto di controtrans-

fert, e indica l’insieme di pensieri, sentimenti e fantasie che formulano, l’una verso l’altra, tutte le

persone che entrano in una relazione reciproca.

Il transfert accorpa alcuni temi di fondo del paradigma psicodinamico: il concetto di fantasia incon-

scia, quello di resistenza intesa come difficoltà a far riemergere i ricordi delle esperienze passate o

a trattare temi personali che sentiamo far parte della nostra sfera più intima, il concetto di interpre-

tazione e ricostruzione, l’idea di relazione e produzione di significati – costruiti dalla coppa analitica

intesa nel suo insieme – come elettivo strumento di cura.

1 Il transfert nel pensiero freudiano

1.1 Il transfert è una forma di resistenza

Nell’opera di Freud troviamo i primi riferimenti al transfert negli Studi sull’isteria [Freud 1892-95].

Siamo ancora lontani da una piena trattazione del tema del transfert all’interno del processo anali-

tico; nelle opere che vanno dal 1892 al 1905 Freud lo considera una forma di resistenza al tratta-

mento.

Due sono i casi che sollecitano la sua riflessione e gli forniscono spunti per considerare in modo

nuovo il rapporto emotivo che nella relazione analitica si instaura tra paziente e psicoterapeuta:

Anna O., vale a dire Berta Pappenheim, e Dora, cioè Ida Braun.

1,2

Anna O. era una paziente di Breuer, ed è interessante che nella lunga esposizione del caso il col-

lega e amico di Freud descriva minuziosamente la sintomatologia, le remissioni e i peggioramenti

della ragazza senza fare il minimo cenno al significato della qualità emotiva della relazione tra pa-

ziente e psicoterapeuta e al suo significato sul piano clinico.

1 Anna O. • Berta Pappenheim (1859-1936) è una giovane donna “di intelligenza notevole, dotata di intuizione acuta, e

di una sorprendente capacità di afferrare le relazioni fra le cose”. Si ammala all’età di 21 anni, mentre assiste il padre

infermo, che ella ama teneramente. Presenta un’ampia gamma di sintomi: strabismo, contrattura e anestesia degli arti

superiori e inferiori, rifiuto del cibo, disorganizzazione funzionale del linguaggio, stati d’angoscia intensi e drammatici

alternati a lunghe pause di lucidità. L’assistenza del padre la debilita fisicamente e psicologicamente, tanto che è solle-

vata da questo compito cui si era dedicata con dedizione; la morte del padre, avvenuta nell’aprile del 1881, costituisce

per Anna un grande trauma, i suoi sintomi peggiorano.

Nonostante i tanti eventi emotivi che potevano aver urtato l’emotività di Anna nella sua difficile situazione familiare,

questo caso pone in risalto il cosiddetto “fatto accidentale” o “trauma motivante”: ci riferiamo alla sitofobia - patologico

rifiuto all’assunzione del cibo; si osserva nelle psicosi schizofreniche e nei gravi stati depressivi – di Anna, superata

quando in ipnosi riesce a raccontare, con disgusto, che la sua governante inglese “che non amava” aveva fatto bere il

suo cagnolino da un bicchiere di casa. Non aveva detto nulla al momento, ma lo sfogo della sua rabbia durante lo stato

ipnotico le aveva consentito di riprendere a bere.

Trovammo infatti, in principio con nostra grandissima sorpresa, che i singoli sintomi isterici scomparivano subito

e in modo definitivo quando si era riusciti a ridestare con piena chiarezza il ricordo dell’evento determinante,

risvegliando insieme anche l’affetto che l’aveva accompagnato, e quando il malato descriveva l’evento nel modo

più completo possibile, esprimendo verbalmente il proprio affetto [Freud 1892-95].

2 Questo famoso caso rappresenta un caso di transfert inelaborato e non trattato, su cui Freud ritornerà in vari passi

della sua opera, ad esempio in Per la storia del movimento psicoanalitico, del 1914, in cui definisce, forse ironicamente,

“contrattempo” la motivazione sessuale sottostante alla traslazione di Anna verso Breuer e deplora che il collega che

tanto stimava non avesse saputo cogliere l’importanza del transfert. 131

Il fatto che Breuer lasci in secondo piano aspetti clinici tanto importanti, di cui veniamo a conoscenza

per via indiretta, provoca in Freud un certo disappunto; egli nota anche che nel resoconto della

terapia di Anna non compare alcun cenno alla sfera sessuale della ragazza che, caratterizza da

“un’esuberante vitalità intellettuale” – sono le parole dello stesso Breuer –, conduceva, “in una fa-

miglia di mentalità puritana, un’esistenza estremamente monotona”.

Freud considera il tema dell’innamoramento transferale di Anna nei confronti di Breuer un’occa-

sione mancata – tanto sul piano della riflessione che dell’intervento clinico – e un aspetto fonda-

mentale del processo di cura.

È chiaro che Breuer non riesce a utilizzare clinicamente il trasporto di Anna verso di lui, al punto che

interrompe bruscamente la terapia. La fine del trattamento provoca una repentina ricaduta delle

condizioni psichiche della ragazza.

Siamo dunque alla vigilia dell’interruzione dei rapporti tra Freud e Breuer a causa dell’inconciliabile

diversità nella visione delle cause e delle caratteristiche del fenomeno isterico. Le tematiche relative

alla sessualità sono transitate dall’idea che costituiscono esperienze reali di seduzione non gradite

e non integrate sul piano psichico al loro contrario: esse erano piuttosto oggetto costante di fantasie

e desiderio. La sessualità viene considerata un’area chiave nel processo di comprensione delle cause

della sofferenza dei nevrotici; fantasie e desideri sentiti come inaccettabili vengono associati ai con-

cetti di rimozione, spostamento e resistenza.

La considerazione del trauma diventa progressivamente più elaborata e clinicamente più com-

plessa; Freud passa dalla constatazione di una connessione chiara e stringente tra svariati sintomi

dell’isteria e quello che definisce “il trauma motivante”, a una visione più sfumata e problematica

della consistenza dell’evento che ha prodotto i sintomi. Si convince che ogni esperienza anche ap-

parentemente banale può costituire un trauma a seconda della sensibilità individuale della persona

o del suo stato d’animo, che in certe fasi dell’esistenza può essere improntato a particolare eccita-

bilità e vulnerabilità [Breuer e Freud 1892-95]. Questo passaggio è veramente fondamentale, perché

mette in evidenza alcuni aspetti che risulteranno alla base della concezione freudiana del transfert:

1. il focus è spostato in modo più incisivo dall’evento esterno alla mente della persona: ciò che

conta è soprattutto la rappresentazione soggettiva dei fatti;

2. gli eventi o piuttosto le rappresentazioni che hanno provocato i sintomi o gli stati d’animo

improntati al disagio perdono la loro forza quando vengono raccontati ed “espressi in pa-

role”;

3. non è solo il ricordo o il racconto fedele degli eventi che “fa sparire i sintomi”, ma l’intensa

manifestazione degli affetti a cui erano associati. L’affetto quindi va scaricato, abreagito:

“Un’immagine che sia stata «sfogata a parole» non si rivede più” [Freud 1892-95].

Le tecniche suggestive stanno per essere soppiantate dal metodo analitico, il tentativo di lavorare

sulle cause del disturbo prende il posto della terapia sintomatica.

Si tratta quindi di riafferrare rappresentazioni di natura penosa associate al dolore psichico, alla

vergogna, al rimprovero, a qualcosa che si sente come insopportabile; pensieri “che il paziente non

vuole assolutamente riconoscere come propri” [Freud 1892-95]. Questo lavoro di recupero richiede

tempo, l’Inconscio non si lascia penetrare tanto facilmente, non si possono accelerare i tempi e i

passaggi se si vuole essere efficaci.

Poiché [sollecitare i pazienti a ricordare il momento in cui i sintomi si erano presentati] mi costava

fatica e suggeriva l’interpretazione che io dovessi superare una resistenza, ne trassi senz’altro la

teoria che con il mio lavoro psichico dovessi superare nel paziente una forza psichica, la quale si

opponeva a che le rappresentazioni patogene diventassero coscienti, fossero cioè ricordate

[Freud 1892-95]

132 Appunti di Psicologia Dinamica • A.A. 2015/2016

Ma di che tenore erano queste rappresentazioni attive eppure dimenticate, che costava tanta fatica riportare

alla coscienza? Freud ne delinea il carattere generale:

erano tutte di natura penosa, idonee a provocare gli affetti della vergogna, del rimprovero, del

dolore psichico, della menomazione, e nell’insieme tali che si preferirebbe non averle vissute e

che si vorrebbe piuttosto dimenticare. Da tutto questo emerse spontaneamente l’idea della di-

fesa. È infatti generalmente ammesso dagli psicologi che l’accettazione di una nuova rappresen-

tazione dipenda dalla specie e dall’orientamento delle rappresentazioni già riunite nell’Io; ed essi

hanno creato, per questo processo di censura a cui è sottoposta la nuova arrivata, particolari

nomi tecnici [Freud 1892-95]

Nel capitolo conclusivo degli Studi sull’isteria, dopo il primo cenno al fatto che in questi tipi di cura

“ben difficilmente si riesce a evitare che il rapporto personale verso il medico, almeno per un certo

tempo, i ponga indebitamente in primo piano”, Freud usa per la prima volta il termine “traslazione”.

Dunque il transfert sembra inevitabile in una cura analitica, ma per Freud questa relazione emotiva

tra paziente e medico esprime una resistenza che spetta al medico vincere e che si può manifestare

in tre casi specifici:

1. nei casi in cui la paziente si senta trascurata o poco stimata e abbia sentito parlare male del

medico o del metodo di cura;

2. quando la paziente tema di perdere la propria indipendenza, di abituarsi troppo alla persona

del medico o di poterne dipendere sessualmente;

3. quando la paziente si spaventi “per il fatto di trasferire sulla persona del medico le rappre-

sentazioni penose che emergono dal contesto dell’analisi”.

Analizzando queste tre forme di “turbamento” del rapporto con il paziente Freud precisa che “non

si può condurre a termine alcuna analisi se non si sa affrontare la resistenza che risulta da queste

tre occorrenze” [Freud 1892-95]. Il transfert viene quindi considerato, in un primo tempo, un osta-

colo nello sforzo di ricostruzione e di individuazione dei nessi dei significati da attribuire alle espe-

rienze vissute concretamente così come ai pensieri e alle fantasie dei pazienti.

Freud raccomanda di trattare questo “nuovo sintomo” al modo dei “vecchi sintomi”, segnalando al

paziente che questa traslazione (sulla persona del medico) si dissolverà con la fine dell’analisi.

3

È tuttavia nel caso di Dora e nella sua improvvisa interruzione del trattamento che il tema del trans-

fert viene posto decisamente in primo piano. Freud attribuisce questa interruzione brusca e forse

3 Dora • Dora il cui vero nome è Ida Bauer, nasce nel 1882. Viene curata da Freud dall’ottobre del 1900 al dicembre

dello stesso anno. Dora ha un fratello maggiore di lei di un anno e mezzo; vive in una famiglia agiata nella quale il padre,

grande industriale dalle notevoli doti intellettuali, è la personalità dominante. La ragazza gli è molto legata, ma soffre

per certi suoi comportamenti e aspetti del carattere. Il padre ha vari problemi di salute, tra cui la tubercolosi che obbliga

la famiglia a numerosi spostamenti per le sue cure; Dora è emotivamente partecipe della malattia del padre, che a un

certo punto consulta Freud per un accesso di confusione mentale, forse dovuta a una pregressa sifilide.

Fin da piccola Dora soffre di alcuni sintomi nervosi: una difficoltà a respirare che si manifesta a 8 anni, una tosse nervosa

che si manifesta a 12 anni e che è presente quando la ragazza, a 18 anni viene portata in consultazione da Freud; soffre

inoltre di depressione, manifesta irritabilità e idee suicide. Ha un rapporto difficile con la madre e “tratta il padre sgar-

batamente”. Dai suoi racconti emerge la storia dell’amicizia della sua famiglia per il Signor e la Signora K. La donna aveva

curato il padre di Dora nella sua lunga malattia, il padre aveva raccontato a Freud di esserle legato da amicizia e ricono-

scenza, ma in realtà ne era l’amante. Dora ne soffriva in due sensi: per gelosia del sentimento del padre verso la donna

e per la sensazione che l’amicizia che la Signora K. le aveva mostrato in più occasioni fosse strumentale al mantenimento

di una vicinanza con suo padre.

Il Signor K. le aveva fatto profferte sessuali poco prima della consultazione con Freud: interrogato dal padre e dallo zio

di Dora l’uomo aveva decisamente negato, difeso dalla moglie; Dora era rimasta molto umiliata per non essere stata

creduta. Nel proseguire della terapia i suoi sintomi; nausea, perdita della voce, senso di oppressione allo stomaco, ap-

paiono operazioni di spostamento sul corpo di stati emotivi nei quali Freud individua: la ripulsa e l’attrazione per certe

avance del Signor K., l’innamoramento per lui ma anche l’inclinazione edipica verso il padre, di cui la ragazza cerca

133

A.A. 2015/2016 • Appunti di Psicologia Dinamica

per lui un po’ mortificante alla brevità del trattamento di Dora – la terapia era infatti iniziata da soli

tre mesi – e al fatto che nel corso dell’analisi non gli era stato possibile affrontare le condizioni

psichiche che avevano a che fare con il conflitto interno relativo agli impulsi connessi alla sessualità,

poiché la ragazza “aveva messo i suoi sintomi e il suo disagio a servizio di motivi esterni” (è chiaro

in questo passo il riferimento alle complesse vicende relazionali in cui Dora era emotivamente im-

plicata). Questo caso attiva in Freud una riflessione sulla tecnica e sugli esiti del trattamento; egli

riconosce in modo più deciso che nell’andamento della cura la persona dello psicoterapeuta riveste

una posizione fondamentale; in un passo successivo infatti scriverà: “Il rinvio della guarigione e del

miglioramento è dovuto soltanto alla persona del medico” [Freud 1901b].

Con Dora entriamo quindi in modo diretta nella riflessione sul transfert, cioè sull’operazione di spo-

stamento sul medico di impulsi e fantasie suscitati da una persona significativa nella vita del pa-

ziente. Queste fantasie devono essere rese gradualmente coscienti durante il progresso dell’analisi.

Freud aggiunge che qualche volta c’è una sovrapposizione quasi perfetta tra la qualità della rela-

zione con l’antica figura significativa e quella che si instaura con la figura del medico; a volte invece

la traslazione è oggetto di un cambiamento “nel suo contenuto”; nel primo caso Freud parla di “ri-

stampe” o “riedizioni invariate”, nel secondo caso di “rifacimenti” [Freud 1901b].

Egli riconosce praticamente di non aver saputo individuare tempestivamente i segni della trasla-

zione di Dora per lui. Ecco quindi la causa dell’improvvisa interruzione del trattamento: Freud non

era stato in grado di utilizzare la traslazione in funzione dell’analisi; se avesse spiegato questo pas-

saggio a Dora avrebbe potuto dare ulteriore impulso al lavoro analitico. E invece, aggiunge Freud,

Dora si vendica di lui abbandonando la cura, come aveva fatto con il Signor K. che non si era man-

tenuto costante nelle sue profferte amorose.

È questa l’iniziale posizione freudiana: il transfert come riattualizzazione di ricordi e conflitti, come

resistenza al cambiamento ma anche come possibilità di “sviluppo” che va indirizzata verso la cre-

scita psichica. È presente l’idea che il paziente sia ammalato di reminiscenze legate alla propria sto-

ria infantile, a eventi e relazioni ai quali è rimasto fissato.

Emerge in questa prima fase del pensiero freudiano la visione verticale del transfert e la prospettiva

storico-biografica per cui il transfert è la ripetizione di schemi relazionali esperiti nel passato.

1.2 Il transfert è un aspetto cardine del processo di cura

Dopo il caso di Dora ci troviamo di fronte a una nuova posizione concettuale: Freud capisce che il

transfert non solo è inevitabile, ma è anche un aspetto cardine della cura psicoanalitica. Le opere

che vanno dal 1911 al 1914 – ci riferiamo in particolare a quelle sulla tecnica – segnano un cambia-

mento nella sua concezione del transfert; egli affronta questo tema alla luce di una nuova comples-

sità.

Nel primo saggio dei Nuovi consigli sulla tecnica della psicoanalisi, Freud presenta il significato di

alcune basilari regole tecniche, quali la regolarità delle sedute, la continuità, il pagamento, la posi-

zione del paziente sul lettino; vale a dire tutto ciò che definiamo le regole del setting, mettendone

l’attenzione e la tenerezza con i suoi disturbi fisici e i frequenti svenimenti. Dora in sostanza sembra trovarsi al crocevia

di triandoli relazionali nei quali non riesce ad essere protagonista: lei, la governante di casa che le mostra sollecitudine

ma che ama suo padre; il padre e la Signora K.; il Signor K. e la Signora K., verso la quale prova anche una forte attrazione.

La repentina interruzione della terapia costituisce per Freud l’innesco di ampie riflessioni sulla teoria e sulla tecnica, ma

anche sulle caratteristiche della nevrosi, nella quale i pazienti sono dominati dal conflitto tra fantasia e realtà, tanto che

spesso rifuggono, quando la realtà lo propone loro concretamente, proprio ciò cui ambiavano più intensamente con

l’immaginazione [Freud 1901b].

134 Appunti di Psicologia Dinamica • A.A. 2015/2016

in rilievo i potenti aspetti simbolici. In alcuni punti la traslazione è ancora considerata una forma di

resistenza e una difficoltà per il trattamento, ma diventa anche un aspetto fondamentale del pro-

cesso di cura e la vera condizione per poter portare avanti il lavoro analitico. Freud raccomanda di

considerare le richieste di modifica delle regole che presiedono al trattamento collegandole sempre

ad aspetti del transfert. Nello stesso saggio considera anche la lunghezza del trattamento e si riferi-

sce, non senza una certa ironia, al fatto che spesso alcune persone “intelligenti” (è chiaro il riferi-

mento sia ai pazienti sia ai colleghi medici e alle persone colte che avevano avuto modo di conoscere

e valutare il trattamento analitico) pretendessero che la cura della nevrosi, che pure provocava

tanta sofferenza nella vita del paziente, fosse veloce dimenticando, conclude Freud, “la necessaria

proporzionalità tra tempo, lavoro e risultato” [Freud 1913-14]. È in questa stessa linea che, riferen-

dosi al prevedibile cambiamento di ritmo del paziente nel corso del lavoro analitico, Freud affermerà

che non solo è difficile all’inizio del trattamento fare previsioni sulla sua lunghezza ma anche che

nel lavoro analitico non sono possibili scorciatoie.

I riferimenti alla durata del trattamento ci consentono di affrontare uno degli aspetti fondamentali

del lavoro analitico, che va considerato insieme al transfert, vale a dire l’interpretazione e il suo

significato “dentro la cura”.

Le interpretazioni degli elementi penosi e rimossi della storia del paziente, così come dei desideri

inconsci, possono essere proposte quando si sia instaurata nel paziente un’efficace traslazione, cioè

“un vero e proprio rapporto con il medico”; la costruzione di questo legame costituisce la condizione

stessa del lavoro analitico e Freud aggiunge che per raggiungere questo obiettivo non occorre far

altro che “lasciare tempo al paziente”. Quando il transfert si instaura, lo psicoterapeuta viene inse-

rito dal paziente nello scenario delle sue figure significative, a partire dall’infanzia. Anche quando

esso assume l’aspetto di un vero e intenso trasporto amoroso, esso non va negato, ma riportato al

suo significato “dentro la cura” e considerato e trattato nella sua vera natura. Il transfert consente

quindi di riportare alla luce gli elementi latenti della vita amorosa del/della paziente, poiché rivela

la sua dipendenza dai modelli infantili più di quanto non avvenga nella vita di tutti i giorni, in quei

tipi di amore, aggiunge Freud, “che definiamo normali”.

Siamo di fronte a un ribaltamento di prospettiva, il transfert non costituisce in sé una resistenza, è

piuttosto la resistenza che utilizza il transfert per ostacolare la prosecuzione della cura e l’obiettivo

specifico di sciogliere le rimozioni, che possono venire superate proprio mobilitando le energie di-

sponibili per la traslazione.

Freud a questo proposito dice di più: “solo quando l’intensità della traslazione è impiegata per vin-

cere le resistenze” si può parlare veramente di trattamento analitico [Freud 1913-14].

Dunque le interpretazioni diventano possibili quando si siano create le condizioni all’interno delle

“reciproche mosse” tra la mente del paziente e quella dello psicoterapeuta, ed esse non vanno pro-

poste prima che “il paziente non vi si trovi talmente vicino da dover fare soltanto un breve passo

ancora per impadronirsene egli stesso” [Freud 1913-14]. Dentro la traslazione si può favorire quel

passaggio fondamentale che consente che ricordi e contenuti psichici non si esprimano solo attra-

verso le azioni, ma diventino oggetto del pensiero. Freud a questo proposito formula una riflessione

clinicamente suggestiva: la traslazione crea così una provincia intermedia tra la malattia e la vita

[Freud 1913-14].

Il transfer può quindi costituire il fattore propulsivo della graduale consapevolezza del paziente dei

propri conflitti, il campo di battaglia all’interno del quale sono presenti tutte le forze in lotta tra loro,

ma nel quale è anche possibile porre la libido al servizio della realtà. 135

A.A. 2015/2016 • Appunti di Psicologia Dinamica

Negli ultimi scritti sulla tecnica Freud opera un ulteriore passaggio e sostituisce il termine interpre-

tazione con ricostruzione [Freud 1937b]; non è quindi importante l’esattezza assoluta del ricordo

degli eventi del passato per lavorare analiticamente: alla verità storica si può affiancare o sostituire

la verità narrativa [Spence 1982].

1.2.1 Dalla parte dello psicoterapeuta: il controtransfert

Il controtransfert indica la reazione dello psicoterapeuta alla nevrosi di transfert del paziente, ma

anche le suggestioni che il lavoro analitico sollecita nel suo mondo emotivo; Freud nella sua opera

fa brevi cenni sul tema del controtransfert [Freud 1912] che in un primo tempo considera, al pari

del transfert, un intralcio al trattamento. Egli ricorda agli psicoanalisti l’importanza di riconoscere

l’impatto delle comunicazioni del paziente sul loro mondo interno e di padroneggiarlo.

In un saggio Freud [1910] raccomanda a chi voglia intraprendere la professione di psicoanalista l’im-

portanza dell’autoanalisi, fino a sottolineare successivamente l’opportunità, ai fini della formazione

professionale dell’analisi personale condotta da un collega opportunamente preparato.

Se nella cura analitica il transfert del paziente viene analizzato e discusso, il controtransfert deve

essere oggetto di costante monitoraggio interno, potremmo dire privato, dello psicoanalista.

Autori successivi hanno profondamente modificato la concezione del controtransfert dentro il lavoro

analitico, pur non “abbassando la guardia” riguardo alla necessaria consapevolezza che lo psicote-

rapeuta deve mantenere rispetto a esso. Quando il lavoro analitico è passato più decisamente da

un profilo interpretativo ad uno riparativo e costruttivo, il controtransfert ha costituito un elemento

di arricchimento dello scambio clinico e anche la posizione e funzione dello psicoterapeuta ha as-

sunto un profilo più fluido.

Sono i modelli relazionali in psicoanalisi [Mitchell 2000; Eagle 2011] che, pur con un’ampia gamma

di posizioni e sfumature concettuali, hanno sancito definitivamente il passaggio da una psicologia

monopersonale a una psicologia bipersonale, fino a considerare il controtransfert uno degli stru-

menti più importanti della cura analitica, occasione di scambio e di esperienze condivise e ricostrut-

tive. Molti degli autori che pur con diverse ascendenze si riconducono in quest’ampia area teorica

collocano a pieno titolo il controtransfert “dentro la relazione analitica”, parte dei movimenti emo-

tivi che consentono l’incontro di due soggettività [Atwood e Storolow 1993].

1.2.2 Il transfert negativo

Il transfert non è solo positivo: esso può manifestarsi come un sentimento tanto intenso quanto

conflittuale. Dobbiamo accettare infatti che risenta sia dell’intensità sia dell’ambivalenza che carat-

terizzano tutti i nostri legami significativi. Il transfert negativo può anche costituire un ausilio impor-

tante del processo analitico purché possa diventare oggetto di riflessione ed elaborazione.

Già Freud aveva messo in guardia i giovani psicoanalisti dal nutrire illusioni circa il significato della

disposizione favorevole e talvolta della compiacenza dei pazienti verso il trattamento, avvertendoli

che questo aspetto apparentemente positivo si sarebbe poi infranto di fronte alle prime difficoltà:

egli considerava i sentimenti della traslazione, cioè quelli dell’amore e dell’ostilità intensa, una dif-

ficoltà per il lavoro analitico, in sostanza strumenti della resistenza, perché “In entrambi questi casi

estremi il paziente ha dimenticato il contratto che aveva accettato all’inizio del trattamento […]”

[Freud 1938b].

Freud sembrava credere che solo un transfert positivo “ben temperato”, non eccessivo nella sua

intensità, cioè quello che si manifesta nella psiconevrosi, potesse costituire un alleato alla cura,

136 Appunti di Psicologia Dinamica • A.A. 2015/2016

mentre l’intenso transfert negativo poteva costituire una difficoltà quasi insormontabile al tratta-

mento.

Dobbiamo inoltre ricordare che al di là delle diverse tipologie di transfert, fa parte del lavoro quoti-

diano dello psicoanalista il doversi confrontare con impasse, fratture della comunicazione analitica

e anche con quelle che, con un significato ampio e spesso controverso, sono state definite le reazioni

terapeutiche negative (RTN) [Rosenfeld 1987].

2 Ed è subito transfert

2.1 Il transfert precoce e il concetto di fantasia inconscia

Il concetto di fantasia inconscia e quello di identificazione proiettiva cambiano il modo di intendere

il funzionamento mentale e influiscono profondamente sulla concezione di transfert.

Susan Isaacs, psicoanalista inglese seguace di Melanie Klein, nel 1943 definisce il concetto di fanta-

4

sia inconscia caratterizzato come segue :

1. Le pulsioni che risultano da stimolazioni somatiche corrispondono psicologicamente a fan-

tasie inconsce che mettono in scena rapporti con gli oggetti.

2. Le fantasie inconsce hanno una conformazione innata, che comporta un soggetto, un og-

getto con presunte intenzioni e un rapporto in cui il soggetto desidera agire sull’oggetto in

base a tali intenzioni.

3. Ci sono inoltre alcune distinzioni innate ed elementari:

a. rispetto al soggetto l’oggetto è situato all’esterno o all’interno del soggetto;

b. le intenzioni dell’oggetto nei confronti del soggetto sono vissute in modo ostile o

benevolo.

4. Gli oggetti e i rapporti sono percepiti in base alle sensazioni corporee che sono state destate:

per esempio, la fame e il fatto di nutrirsi, il caldo e il freddo, la vescica vuota o piena ecc.

sono elementi accoppiati in base alla distinzione dei punti 3a e 3b.

5. Le fantasie inconsce sono sperimentate in primo luogo come sensazioni corporee, poi come

immagini plastiche e rappresentazioni drammatiche e infine come parole.

La vita psichica comincia ai primordi della vita biologica e l’essere umano è in rapporto fantasmatico

con il mondo esterno sin dalle origini. Tale rapporto, sia pur fragile e rudimentale, si esprime con e

nella fantasia inconscia che possiamo oggi collocare già nel grembo materno.

E il transfert?

Ci può rispondere Betty Joseph che ha condotto per decenni un seminario di ricerca incentrato sulla

tecnica psicoanalitica e specificamente sulla situazione di transfert-controtransfert nel caso di pa-

zienti difficili. A questo proposito scrive: “Il transfert è ricco di significato e di storia”, e “qualsiasi

cosa abbia importanza nell’organizzazione psichica del paziente, basata sulle sue modalità precoci

e abituali di funzionamento, le sue fantasie, i suoi impulsi, le sue difese e i suoi conflitti, verrà ester-

nalizzato in qualche modo nel transfert” [Joseph 1989].

Come ribadiscono Feldman e Bott Spillius nell’introduzione al testo della Joseph, “il transfert non

può più essere considerato come un semplice trasferimento letterale di atteggiamenti provenienti

da oggetti primari interi: la madre come è ricordata, il padre quale è ricordato.

4 Il riepilogo qui proposto è quello che proporrà quaranta anni dopo Robert Hinshelwood [1989]. 137

A.A. 2015/2016 • Appunti di Psicologia Dinamica

Esso diventa un pattern di pensieri e sentimenti inconsci (una fantasia inconscia), di attese, angosce,

5

difese che il paziente porta nella situazione analitica come in ogni altra situazione” [Joseph 1989] .

2.2 Identificazione proiettiva, relazione, comunicazione

Le forme precoci di attività mentale cominciano a strutturare e a riempire quello che nel modello di

sviluppo proposto da Melanie Klein viene chiamato mondo interno. Questo spazio interno si va or-

ganizzando nella misura in cui il soggetto fa sufficienti esperienze dell’esistenza di tale struttura

all’interno dell’oggetto mediante l’identificazione proiettiva e introiettiva.

Melanie Klein formula il concetto di identificazione proiettiva nel 1946. L’identificazione proiettiva

viene da lei descritta come il prototipo della relazione oggettuale aggressiva, che ella rappresenta

come un attacco anale contro un oggetto attraverso l’introduzione forzata in esso di parti dell’Io

allo scopo di assumere il controllo dei suoi contenuti e di dominarlo.

Bion [1959] successivamente distinguerà l’identificazione proiettiva normale da quella patologia ar-

rivando a ipotizzare che la patologizzazione eventuale di questo meccanismo sia legata alla sua ca-

ratteristica di intrinseca mescolanza di aspetti evacuativi e comunicatici che possono essere distinti

e/o potenziati dalla specificità della risposta dell’oggetto.

La formulazione del concetto di identificazione proiettiva propone l’esistenza di un processo primi-

tivo di comunicazione che cambia ulteriormente la storia del transfert.

Strachey [1934], a partire dalle intuizioni di Melanie Klein sulla costruzione del mondo interno

dell’individuo, dimostra che a essere trasferiti sono gli oggetti interni del passato, tuttavia è proprio

la Klein [1946] che con la formulazione del concetto di identificazione proiettiva amplia la nostra

comprensione della natura del transfert e del processo del trasferire.

Nel 1952 scrive: “l’esperienza mi ha insegnato che per mettere in chiaro i particolari della traslazione

è essenziale pensare in termini di situazioni globali trasferite dal passato al presente con le emozioni,

le difese e le relazioni oggettuali che vi sono insite” [Klein 1952a].

Il suo contributo ha consentito di assimilare definitivamente l’idea che tutte le comunicazioni del

paziente danno indicazioni sulla situazione di transfert: potremmo dire che nel transfert accade

sempre qualcosa e qualunque cosa accada nella situazione analitica va sempre ascritta al transfert.

5 Un’ulteriore occasione di polemica: il transfert nei bambini e la situazione analitica (A. Freud vs M. Klein)

Una delle differenze tra Anna Freud e Melanie Klein sta proprio nelle diverse posizioni relative alla strutturazione e

all’analizzabilità del transfert nei bambini. Per Anna Freud non era possibile instaurare una vera e propria relazione di

transfert prima del periodo di latenza, perché accanto alla figura dello psicoterapeuta si stagliava quella del genitore

come fondamentale figura di riferimento. Lo psicoterapeuta avrebbe anche dovuto distinguere tra il proprio ruolo di

oggetto reale – che poteva costituire per il bambino una nuova esperienza relazionale densa di aspettative – e quello di

oggetto transferale. Si trattava quindi di muoversi tra queste due posizioni riconoscendo nell’ambito delle comunica-

zioni del bambino quelle che costituivano espressioni di relazioni e conflitti già sperimentati e quindi di natura specifi-

camente transferale.

Melanie Klein sosteneva invece che i principi della terapia psicoanalitica classica rivolta agli adulti potessero essere

applicati anche all’analisi del bambino e che egli poteva instaurare con lo psicoterapeuta una relazione di transfert già

nel periodo preverbale, in forza della sua ricca e precoce attività psichica [Klein 1952b]. Tale attività mentale, sostenuta

dalla fantasia inconscia, rendeva l’analisi pienamente applicabile ai bambini senza la mediazione dei genitori. Per la Klein

infatti l’Io è presente ed è in funzione fin dalla nascita e le relazioni primarie del bambino innescano i meccanismi pri-

mitivi della scissione, della proiezione e dell’introiezione, che diventeranno oggetto dell’interpretazione dello psicoana-

lista.

138 Appunti di Psicologia Dinamica • A.A. 2015/2016

Betty Joseph parla di transfert come situazione totale e ribadisce che tutto ciò che il paziente porta

in seduta può essere meglio utilizzato se si presta grande attenzione a quanto sta succedendo all’in-

terno della reazione, cioè accanto e oltre quello che egli sta dicendo: “Gran parte della nostra com-

prensione del transfert passa attraverso la comprensione di come i pazienti, per molti e svariati

motivi, agiscono su di noi per farci provare sentimenti e di come cerchino di attirarci dentro i loro

sistemi difensivi.

E aggiunge: “I pazienti ci trasmettono aspetti del loro mondo interno strutturato fino dalla prima

infanzia, elaborato nella seconda infanzia e nella vita adulta. Esperienze che spesso sfuggono alla

possibilità di verbalizzazione e che spesso possiamo cogliere soltanto attraverso le emozioni susci-

tate in noi, attraverso il nostro controtransfert nel senso più ampio del termine” [Joseph 1989].

Il controtransfert quindi, ossia le emozioni suscitate nello psicoanalista, intenso in questo senso più

ampio diventa anch’esso uno strumento essenziale del processo analitico. La consapevolezza di po-

ter “essere usati” dal paziente e che tra paziente e psicoanalista avviene costantemente qualcosa,

ci porta quindi a poter stabilire con lo psicoanalista una relazione viva e vitale, in continuo cambia-

mento e movimento.

3 La coppia al lavoro: la prospettiva relazionale

Le modalità del lavoro analitico sono state via via modificate per il contributo e l’influenza delle

diverse correnti teoriche e delle concezioni della mente che hanno caratterizzato il paradigma psi-

codinamico.

Dall’idea freudiana di un apparato psichico che cerca la scarica dell’eccitamento, concettualizzata

attraverso il principio di costanza e il concetto di pulsione, si è passati all’idea che la mente sia tesa

principalmente a instaurare e preservare i legami con gli altri.

La posizione “classica” considerava che anche la relazione con gli oggetti fosse subordinata al biso-

gno primari di scaricare l’eccitamento e gratificare le pulsioni. La rimozione costituiva il meccanismo

che impedisce che un certo contenuto psichico, espressione di affetti e desideri, diventasse co-

sciente e, di conseguenza, si inserisse nei processi di correzione associativa che subiscono tutti i

nostri pensieri quando entrano in contatto con le altre rappresentazioni presenti nella nostra co-

scienza. Questo insieme di ricordi, desideri e affetti, così incapsulato, attivo ma non integrato nella

psiche, produce il sintomo o il disagio soggettivo; ne scaturisce sul piano della tecnica, la necessità

di accostarsi all’Inconscio e ai suoi contenuti attraverso la ricostruzione e l’interpretazione. Questa

modalità di lavoro consente di “riconnettere i fili”, in modo che la forza e i contenuti delle pulsioni

diventino finalmente consapevoli e integrati, più accettati e acquisiti come parti di sé, quindi mag-

giormente utilizzabili in funzione dell’adattamento.

I teorici delle relazioni oggettuali costituiscono un importante passaggio verso i modelli relazionali

e quindi verso un diverso modo di intendere il transfert.

Tuttavia la prospettiva teorica che ha decisamente spostato l’asse dei sistemi motivazionali, consi-

derando come costitutivo della mente il contatto interumano, è stata quella che oggi viene definita

la prospettiva relazionale.

Il passaggio dalla visione tradizionale, verticale e storico-biografica del percorso di cura alle logiche

interpersonali e relazionali ha comportato cambiamenti significativi anche nelle concezioni della

psicopatologia, oltre che del trattamento e della tecnica.

In questa prospettiva si considera che nell’ambito del trattamento analitico lo psicoterapeuta abbia

un ruolo cruciale “nel generare i dati che egli stesso si sforza di comprendere” [Lingiardi 2011]. Il

139

A.A. 2015/2016 • Appunti di Psicologia Dinamica

rapporto analitico diventa quindi una creazione comune di paziente e psicoanalista e obiettivo

dell’analisi non è più “il disvelamento”, bensì il recupero e la costruzione di ciò che non ha potuto

svilupparsi nel corso delle relazioni precedenti [Nissim Momigliano e Robutti 1992] allo scopo di

promuovere un nuovo sviluppo.

La finalità generale del trattamento diventa quindi primariamente creativa: l’attività interpretativa

dello psicoanalista costantemente rivolta alle comunicazioni del paziente nel qui e ora della vicenda

analitica va a configurarsi come attività svolta nell’ambito di una coppia: la coppia psicoanalista-

paziente, che assume in questo modo le caratteristiche di una coppia al lavoro.

La prospettiva relazionale mette in evidenza che anche il controtransfert è una “creazione comune

di paziente e psicoanalista”, nel senso che la soggettività dello psicoterapeuta influenza in modo

diretto e indiretto l’atmosfera emotiva della stanza di analisi, e che sono i racconti e le emozioni che

circolano all’interno di tale reciprocità che esplicano il loro potere trasformativo [Ferro 2007].

Emerge quindi un nuovo modo di intendere la cura e nove modalità per raggiungere l’efficacia cli-

nica. Molti analisti sostituiscono all’obiettivo della conoscenza e del disvelamento dei nessi tra le

proprie esperienze consce e inconsce la riorganizzazione della propria esperienza attraverso il pen-

siero, la costruzione di prospettive nuove e maggiormente coerenti sulla propria storia, la riformu-

lazione di significati, compresi e assimilati anche in forza del legame empatico con lo psicoanalista.

3.1 Il concetto di campo

Il concetto di campo relazionale consente di comprendere ulteriormente i movimenti emotivi “den-

tro la relazione analitica”; esso pone al centro non solo l’intreccio della relazione di transfert e con-

trotransfert, ma anche l’intensità emotiva non verbalizzata che caratterizza l’atmosfera del campo.

I coniugi Baranger, psicoanalisti attivi in Argentina, introducono il concetto di campo bipersonale e

sottolineano che ciò che va considerato è la coppia analitica inserita dentro uno stesso processo

dinamico: “i membri di questa coppia non sono intellegibili, all’interno di questa situazione, l’uno

senza l’altro” [Baranger e Baranger 1990]. Il campo è costituito sia da ciò che connota il setting sia

dalle cocostruzioni e dai cambiamenti emotivi della coppia analitica. Dobbiamo tuttavia tener pre-

sente che dentro il campo analitico si manifesta la continua oscillazione tra la capacità dello psicoa-

nalista di seguire il paziente nella sua regressione e la sua contemporanea capacità di mantenere il

ruolo di curante. Allo stesso modo, l’oscillazione tra la ricerca della “verità storica” e la “verità nar-

rativa”, vale a dire ciò che è creduto e sentito come vero al di là di ciò che è realmente avvenuto

[Spence 1982], costituisce una caratteristica costante del lavoro analitico, che può essere inteso

come la cocostruzione di significati all’interno di una relazione coerente e intensa, dal valore strut-

turante.

Ferro elabora il concetto di interpretazione insatura, per indicare che nel lavoro analitico circolano

emozioni, storie e fatti che indirizzano verso costruzioni di senso conquistate sul campo, cioè elabo-

rate congiuntamente e gradualmente assimilate [Ferro 1996].

4 Fattori intrapsichici e interpersonali nella relazione di transfert

I concetti classici di interpretazione, elaborazione e “insight” non rappresentano una mera espe-

rienza intellettuale, ma vanno inseriti all’interno di una relazione significativa nella quale gli eventi

di vita del paziente diventano occasione di conferimento di senso, quasi un crogiuolo di significati.

Il cambiamento delle strutture del paziente può quindi avvenire solo nel tempo e sono se “ogni

nuova consapevolezza è connotata emotivamente” [Casonato e Sagliaschi 2012]. Soltanto dopo

questo tipo di esperienza il paziente potrà utilizzare come ulteriore occasione di riflessione ogni

140 Appunti di Psicologia Dinamica • A.A. 2015/2016

relazione e ogni nuovo evento di vita, contestuale o successivo alla terapia, nell’ambito del quale

trasferirà non le interpretazioni ricevute, ma l’esercizio di una nuova funzione, cioè la capacità di

applicare a fatti, vissuti ed emozioni una personale attitudine elaborativa, i cui contenuti risulte-

ranno compatibili con le “riscritture” della sua storia e con i numerosi significati ricavati da esse,

applicabili a sé, agli altri e all’insieme delle sue relazioni. Possiamo definire questo lavoro congiunto

il vero “fattore terapeutico” [Fossi 2003] costituito sia dalla presenza emotiva e dalla tecnica dello

psicoterapeuta, sia dal lavoro della mente e dell’affettività del paziente, come condizioni imprescin-

dibili del cambiamento della sua condotta e delle sue rappresentazioni.

La letteratura relazione, di taglio sia clinico sia evolutivo, ha formulato vari concetti e individuato

varie “situazioni” all’interno della relazione analitica, che hanno oggi assunto un valore quasi para-

digmatico:

• “Enactment”: concetto da tempo conosciuto nella clinica psicoanalitica che indica “un

evento analiticamente rilevante, che coinvolge contemporaneamente paziente e psicoana-

lista” [Ponsi 2012]. Ponsi definisce l’enactment un episodio relazionale a reciproca induzione

che si evidenzia attraverso il comportamento. Esso coinvolge specificamente il controtrans-

fert dello psicoanalista.

• “Now moments”: con questo termine Stern [2004] si riferisce all’esperienza di vicinanza

emotiva intensa e quasi inesprimibile che può caratterizzare il rapporto paziente-psicotera-

peuta. Tali momenti di intenso incontro interpersonale costituiscono il segno del contatto di

due soggettività e delle relative dinamiche psichiche, ed esprimono una forte valenza tra-

sformativa.

Questi momenti non possono essere sostituiti da un’interpretazione, né devono essere ne-

cessariamente esplicitati. I now moments sono momenti di particolare intensità emotiva e

spesso muovono la commozione del paziente.

• “Self-disclosure”: indica la disponibilità da parte dello psicoterapeuta a rivelare in modo di-

retto aspetti della propria soggettività, quali vissuti ed emozioni collegati alla situazione ana-

litica, o anche elementi della propria vita personale.

Orange, Atwood e Storolow [1977] considerano la situazione analitica il contesto in cui due

soggettività sono a confronto, per cui il reciproco “autorivelamento” costituisce, pur nella

differenza dei ruoli, una delle condizioni stesse dell’attività psicoterapeutica.

• Rappresentazioni di interazioni generalizzate (RIG): partendo dal presupposto che sia la na-

tura dinamica delle interazioni, a partire dalla nascita, a costituire il senso del Sé, Stern defi-

nisce le rappresentazioni di interazioni generalizzate [Stern 1985], l’organizzazione e la cate-

gorizzazione delle esperienze relazionali realmente vissute.

• Scene modello: sono costruite nell’ambito dell’interazione paziente-terapeuta e costitui-

scono quasi dei prototipi che “catturano” ed esprimono i vissuti del paziente dentro la trama

delle sue relazioni. Si prestano alla modifica lungo il corso del trattamento.

• Mentalizzazione: l’attività del mentalizzare può essere considerata il cuore dell’attività psi-

coterapeutica [Allen e Fonagy 2006]. Il prestare attenzione agli stati mentali propri e altrui,

quali fantasie, desideri, stati d’animo, bisogni e sentimenti, costituisce sia la condizione sia il

risultato del lavoro congiunto psicoterapeuta-paziente. La relazione terapeutica attiva il si-

stema di attaccamento e diventa un’esperienza di base sicura. Questo aspetto costituisce il

presupposto per un progressivo ampliamento della capacità di esplorazione mentale del pa-

ziente nell’ambito dell’esperienza di “essere compresi”. 141

A.A. 2015/2016 • Appunti di Psicologia Dinamica

5 Conclusione dell’analisi

Quando finisce un trattamento analitico? Freud a questo proposito è chiaro:

L’analisi è terminata quando paziente e psicoanalista smettono di incontrarsi in occasione delle

sedute analitiche. E lo faranno quando si siano all’incirca realizzate due condizioni: la prima è

che il paziente non soffra più dei suoi sintomi e abbia superato sia le sue angosce, sia le sue

inibizioni; la seconda che lo psicoanalista giudichi sia stato reso cosciente al malato tanto mate-

riale rimosso, e siano state chiarite tanto cose inesplicabili, e debellate tante resistenze interne,

che non c’è da temere il rinnovarsi dei processi patologici in questione [Freud 1937].

Si pongono qui due problemi distinti: un aspetto tecnico che riguarda il come lavorare sulla fine del

trattamento quando lo psicoanalista abbia valutato che il lavoro effettuato ha una sua coerenza e

consistenza, e la questione clinica della valutazione che per quel paziente e con quel paziente il la-

voro effettuato ha raggiunto il traguardo possibile.

Riguardo al primo aspetto, molti autori mettono in luce che la fine del trattamento comporta una

separazione che ricapitola tutte le separazioni vissute e sperimentate dal paziente, e che l’elabora-

zione progressiva e congiunta di questa esperienza rinforza l’attitudine del paziente al confronto

con le risonanze di ogni vicenda emotiva. Altri autori mettono l’accento sul raggiungimento di un

senso di separatezza tra sé e l’oggetto; l’acquisizione di tale separatezza rinforza l’individualità del

paziente come soggetto altro, ma consente di assimilare, anche in forza dell’esperienza emotiva

costituita dalla fine del trattamento, l’idea del continuo flusso di esperienze, di legami, incontri e

separazioni – e delle relative rappresentazioni – che fanno parte del bagaglio di vita di ciascuno di

noi.

A proposito del secondo aspetto, Freud formula una riflessione assai realistica: “dobbiamo accon-

tentarci di aver recuperato una parziale capacità di lavoro e di godimento anche in una persona non

eccelsa” [Freud 1910-17]. Questo passo pone in primo piano le aspettative dello psicoterapeuta e

quelle che Freud considera le sue comprensibili ambizioni, che vanno però contemperate con una

valutazione realistica delle risorse, delle capacità e delle naturali inclinazioni del paziente.

Luborsky sottolinea la complessità del processo di conclusione dell’analisi e evidenza contempora-

neamente l’importanza di elaborare con il paziente il significato della conclusione del trattamento

in modi che consentano al paziente di conservarne i risultati, dicendo che bisogna “aiutare il pa-

ziente a trovare dei modi per consolidare i sentimenti di sostegno implicati nell’alleanza di aiuto

resa disponibile dal terapeuta, superando le angosce associate alla conclusione” [Luborsky e Lubor-

sky 2006].

142 Appunti di Psicologia Dinamica • A.A. 2015/2016

CAPITOLO COME AVVIENE IL CAMBIAMENTO:

13 DALL’INTERPRETAZIONE ALL’ESPERIENZA RELAZIONALE

In questo capitolo verrà affrontato il tema del cambiamento in psicoterapia e, a partire dalle rifles-

sioni di Freud, verranno illustrati i fattori che via via ogni autore ha individuato e integrato alla me-

todologia e che, da un lato hanno arricchito la riflessione teorica su come avviene e si determina il

cambiamento e, dall’altro, hanno evidenziato quali aspetti sono essenziali nella tecnica pratica della

1

psicoanalisi .

1. Alle origini della tecnica: interpretazioni e ricostruzioni

Proviamo a ripercorrere sinteticamente gli sviluppi teorici del pensiero freudiano. Freud iniziò con

il prendere in considerazione, negli Studi sull’isteria, l’importanza della cura del corpo come veicolo

per arrivare alla mente e curarla attraverso il soma. Passò poi a riflettere sui concetti di “scarica” e

di “sfogo”, ben rappresentati dall’apertura del proprio mondo interno a qualcuno disponibile ad

2

accoglierlo. Freud non escludeva affatto la componete terapeutica dell’azione . Successivamente

passò a sviluppare il concetto di “elaborazione associativa”, intesa come un modo per accedere a

contenuti rimossi e non rappresentabili.

Come precisano Bateman e Holmes [1995] “Lo scopo dell’interpretazione è consentire al paziente

di vedere ciò che prima non si poteva vedere”, di ampliare il suo “campo percettivo endopsichico”

[Rycroft 1968], di dare un significato a ciò che è incomprensibile, di trovare un senso dove sembra

non ve ne sia.

Da qui in avanti l’interpretazione (nelle sue varie declinazioni: di transfert, delle resistenze, dei so-

gni, profonde, dell’Io, trasformative ecc.) divenne, quindi, lo strumento cardine dell’atto terapeu-

tico, e a poco a poco fu considerata come l’unico strumento terapeutico, arrivando a porre in se-

condo piano molti altri aspetti del campo analitico.

Freud, in uno dei suoi ultimi scritti, Costruzioni nell’analisi [1937b], sottolinea la centralità del lavoro

di costruzione, o ricostruzione, della storia traumatica del paziente, attuato attraverso il recupero

del materiale “dimenticato”.

È interessante scoprire che il termine “costruzione” viene da Freud privilegiato rispetto a quello di

“interpretazione”: “Penso che «costruzione» sia la definizione di gran lunga più appropriata” [Freud

1937b], differenziando quindi tra il lavoro subitaneo dell’interpretazione e quello lento e progres-

sivo della costruzione, alla quale attribuisce gran parte del processo che porta verso il cambiamento.

Nello scritto Freud si pone, infine, il problema dell’attendibilità delle nostre costruzioni e afferma

senza nessuno scandalo che, in caso di sbagli o errori di tale processo, “alla prima occasione oppor-

tuna lo ammetteremo con il paziente senza che ne scapiti la nostra autorità” [Freud 1947b].

Freud nello stesso anno, in Analisi terminabile e interminabile, considerò che la ricostruzione po-

tesse avere lo stesso risultato terapeutico di un recupero delle esperienze passate, anche se tale

1 Nel corso del capitolo le parole “psicoterapia” e “psicoanalisi” verranno usate indifferentemente e in maniera inter-

scambiabile, come se fossero due sinonimi che fanno entrambi riferimento all’ampio spettro delle terapie a indirizzo

psicodinamico, effettuate da psicoterapeuti formati rigorosamente (con il modello tripartito: analisi personale, super-

visioni, lezioni) attraverso scuole con analogo indirizzo (psicodinamico).

2 Si intende qui per “azione” ogni forma di comunicazione e di scambio fra psicoterapeuta e paziente che non ha a che

fare direttamente ed esclusivamente con l’uso della parola finalizzata all’interpretazione. Come ricorda Giuliana Bar-

bieri [2011], ogni gesto-azione-comportamento ha un significato e veicola significato, più o meno affettivo, equiparabile

a un pensiero a tutti gli effetti. Quelli che spesso, accanto alle interpretazioni più riuscite, vengono ricordati dai paziente

come gli eventi nodali dai quali ritengono essere stati cambiati. 143

recupero non è mai sostenuto da un pieno ed effettivo ricordo degli eventi, ma da una forte convin-

zione della ricostruzione compiuta.

2. Fattori specifici e aspecifici

Il dibattito intorno a queste tematiche è continuato appassionatamente in quanto assume rilevanza

per il suo impatto sulla formazione, sulla pratica, sulla ricerca.

Una delle nuove proposte fu quella formulata da Alexander [1946] a proposito della necessità di

fornire al paziente in analisi un’”esperienza emotiva” correttiva di precedenti esperienze negative

o traumatiche. Aspramente criticata dalla maggioranza degli psicoanalisti, la proposta di Alexander

scivolò in breve tempo ai margini del dibattito internazionale sui fattori terapeutici così che, come

scrivono Bateman e Holmes [1995], negli anni ’50 “l’interpretazione riguadagnò molto terreno, fin-

ché Balint e Winnicott tornarono ad affermare l’importanza di una nuova esperienza” durante il

trattamento, al fine di consentire al paziente di riaprirsi alla fiducia nelle relazioni.

Nella pratica clinica più che una dicotomia tra fattori terapeutici si può senz’altro parlare di un con-

tinuum tra interpretazione, confrontazione, chiarificazione, elaborazione, incoraggiamento, empa-

tia, rassicurazione, conferma e supporto.

Per quanto riguarda la realtà italiana Turillazzi Manfredi riconosce l’esistenza di “molti altri fattori

terapeutici noti e ignoti”, come:

• il rapporto in sé, nella sua continuità e regolarità rassicurante, con le inevitabili identifica-

zioni, anche non analizzate, a un modello che si suppone valido;

• certe caratteristiche personali di un determinato psicoanalista;

• le sue capacità tecniche legate all’uso di uno schema di riferimento teorico ricco, capillare e

di cui si sente sicuro;

• la sua capacità di accogliere, senza coinvolgersi o deteriorarsi, le ansie del paziente e di co-

municare con lui in modo verbale o non verbale al di là delle interpretazioni;

• i suoi stessi errori che possono rinforzare difese anche valide del paziente;

• la rassicurazione che viene al paziente dal fatto stesso di essere capito e di capirsi, che può

alimentare in certi casi limite l’onnipotenza di entrambi;

• una certa quantità ineliminabile di suggestione.

Il tema dell’esistenza o meno di fattori specifici è tuttora attuale nella psicoanalisi contemporanea

ed è ormai chiara l’esistenza di una contrapposizione fra due orientamenti, quello per il qual l’inter-

pretazione era, e rimaneva, il fattore terapeutico per eccellenza (lo specifico) e quello per il quale la

scoperta, la valorizzazione e l’utilizzo dei fattori aspecifici rappresenta la vera frontiera e opportu-

nità della psicoanalisi ai giorni nostri.

3. L’azione terapeutica

Nel 2003 venne pubblicato sull’International Journal of Psychoanalysis un lavoro di Glen O. Gabbard

e Drew Westen con il titolo Ripensare l’azione terapeutica. L’accuratezza, la profondità e l’apertura

del loro lavoro ci portano a scegliere le loro parole per descrivere il cambiamento nell’azione tera-

peutica.

144 Appunti di Psicologia Dinamica • A.A. 2015/2016

L’azione terapeutica secondo Gabbard e Westen

[…] Le teorie basate su un unico meccanismo dell’azione terapeutica, non importa quanto complesso, dif-

ficilmente si dimostrano utili a causa della varietà degli obiettivi del cambiamento e dei metodi utili per

conseguirli. In tutte le forme di terapia psicoanalitica sarebbe più preciso parlare di azioni terapeutiche

piuttosto che di azione.

[…] Tre temi attraversano il dibattito psicoanalitico contemporaneo:

1. il declino del dibattitto “interpretazione contro relazione” e la consapevolezza dell’esistenza di

molteplici modalità di azione terapeutica;

2. lo spostamento dell’interesse dalla ricostruzione alle interazioni hic et nunc tra psicoanalista e pa-

ziente;

3. l’importanza della negoziazione del clima terapeutico;

La demarcazione fra l’insight conseguito attraverso l’interpretazione e il cambiamento attraverso un

nuovo tipo di relazione ha portato a riconoscere che non esiste più nell’azione terapeutica una netta se-

parazione tra gli aspetti relazionali e interpretativi e che questi due meccanismi operano in maniera siner-

gica nella gran parte dei casi, con un maggior rilievo dell’uno o dell’altro aspetto a seconda dei pazienti.

[…] Secondo Mitchell [1997], la negoziazione e l’adattamento reciproco cono centrali nell’azione terapeu-

tica. Da questo processo (entrare nelle esperienze soggettive l’uno dell’altro) emerge ciò che Mitchell

chiama “qualcosa di nuovo da qualcosa di vecchio”, e che egli considera il meccanismo centrale dell’azione

terapeutica.

Una terapia che porta un cambiamento strutturale non annulla o sostituisce completamente le vecchie

reti associative inconsce, cosa neurologicamente impossibile da conseguire nella maggior parte dei casi.

Piuttosto, un cambiamento duraturo richiede una relativa disattivazione dei collegamenti problematici

nelle reti e l’attivazione di connessioni nuove, più adattive, in modo che il paziente tenderà a trovare nuove

soluzioni di compromesso. Le rappresentazioni non sono “cose” conservate nella memoria, ma connes-

sioni tra unità mentali (idee, ricordi, sensazioni, affetti e così via) che “si accendono insieme”.

Gli interventi che facilitano il cambiamento si possono classificare secondo tre categorie: quelli che favo-

riscono l’insight (l’interpretazione e la libera associazione), quelli che fanno uso dei vari aspetti mutativi

della relazione terapeutica e infine una varietà di strategie secondarie che possono rivestire una grande

importanza (come l’esposizione e la self-disclosure). I primi due sono fondamentai nella psicoanalisi vera

e propria, mentre le strategie secondarie sono più strettamente collegate alla psicoterapia, ma nessuno

dovrebbe essere considerato di pertinenza dell’una o dell’altra in maniera esclusiva.

“La relazione” quale veicolo dell’azione terapeutica

Nella nostra rassegna sulle tendenze attuali nella comprensione dell’azione terapeutica, abbiamo notato

un vasto consenso sull’importanza del ruolo della relazione terapeutica stessa nell’azione terapeutica. È

importante specificare, tuttavia, quali aspetti della relazione influenzano quali obiettivi del cambiamento

terapeutico.

1. È centrale, dal punto di vista relazionale attuale, la nozione che rimanda al concetto di esperienza

emozionale correttiva, secondo il quale sperimentare un differente tipo di relazione può essere

un percorso importante per il cambiamento terapeutico. Dal punto di vista attuale, ciò comporta

la modificazione delle reti associative, inclusi i desideri, le paure, le motivazioni e le strategie di-

fensive che possono essere associativamente collegate alle rappresentazioni di oggetti, situazioni

o azioni.

2. La relazione può contribuire al cambiamento mediante l’interiorizzazione della funzione, grazie

alla quale il paziente sviluppa la capacità di eseguire una funzione sino ad allora esterna, come

quando egli impara a consolarsi interiorizzando le ripetute esperienze di azioni consolatorie effet-

tuale dallo psicoterapeuta.

3. La relazione può essere terapeutica quando il paziente interiorizza gli atteggiamenti affettivi dello

psicoterapeuta. Per molti pazienti questo comporta l’attenuazione di un Super-io ipercritico. […]

Ciò può accadere grazie a espliciti commenti dello psicoterapeuta o mediante gesti, intonazioni e

altre forme di comunicazione che possono essere registrate in maniera implicita o esplicita. […]

145

A.A. 2015/2016 • Appunti di Psicologia Dinamica

La relazione diventa uno strumento attivo di cambiamento grazie all’interiorizzazione delle strategie con-

sce di riflessione su di sé, vale a dire quando il paziente gradualmente diventa psicoanalista di se stesso.

Ciò può accadere in parte mediante semplici processi di apprendimento tramite l’osservazione, sebbene,

come ha osservato Fonagy, una strada cruciale per il cambiamento terapeutico può essere la crescente

capacità del paziente di “trovare sé stesso nella mente dello psicoterapeuta”. Tutti questi aspetti dell’in-

teriorizzazione sono basati sullo sviluppo di una relazione terapeutica nella quale il paziente si senta abba-

stanza sicuro da esplorare la propria mente in presenza di un altro.

Strategie secondarie

Sono in grado, se usate in maniera attenta, di contribuire in misura sostanziale a importanti cambiamenti,

anche quelli che noi consideriamo cambiamenti strutturali, e quindi dovrebbero essere incluse in qualsiasi

discussione sull’azione terapeutica. Alcune di queste strategie […]

1. Varie forme di confronto che implicano implicite o esplicite suggestioni al cambiamento.

2. Il confronto rispetto ai convincimenti disfunzionali, che può a volte essere tanto importante

quanto il confronto rispetto ai comportamenti problematici, alle difese e alle formazioni di com-

promesso.

3. L’aiuto al paziente rispetto alle strategie per la soluzione dei problemi consci (problem solving) o

la capacità di prendere decisioni (decision making). […]

4. L’esposizione è il più potente meccanismo di cambiamento nelle terapie comportamentali, in par-

ticolare negli stati di ansia. Molti interventi psicoanalitici, di fatto, si basano sull’esposizione. […]

La diminuzione nel tempo delle angosce da transfert è in parte correlata all’esposizione che con-

sente ai pazienti di riconoscere come non realistiche le loro paure di essere criticati o umiliati.

Come hanno sottolineato Fonagy e Target [2001], aiutare i pazienti a distinguere le convinzioni dai

fatti e i fatti dalle fantasie è una forma di esposizione, in cui lo psicoanalista prende atto della

realtà psichica di paura del paziente e allo stesso tempo gli fornisce una prospettiva alternativa

che trasmette sicurezza.

3

5. Forme di self-disclosure . Un utilizzo moderato può anche promuovere la mentalizzazione miglio-

rando la funzione riflessiva del paziente.

6. Il bisogno di conferma. La conferma empatica del punto di vista del paziente, tuttavia, deve essere

integrata alla fine da una prospettiva “esterna” da parte dello psicanalista che presenti un diverso

punto di vista [Gabbard 1997].

7. Quelle che possiamo chiamare strategie facilitative. Interventi che aiutano il paziente a collaborare

maggiormente con lo psicoterapeuta in modo da rendere più facile la comprensione del proprio

mondo interno.

Considerazioni finali

1. Non esiste un unico percorso, o obiettivo, del cambiamento terapeutico. […] esso probabilmente

avviene attraverso molteplici meccanismi ciascuno dei quali può essere favorito in modi che non

abbiamo ancora iniziato a capire, mediante varie tecniche.

2. Alcuni principi di cambiamento e le tecniche per stimolarlo sono probabilmente utili per tutti i

pazienti, mentre altri lo sono per alcuni soltanto. Ogniqualvolta siamo tentati di proporre un’unica

formula per il cambiamento dovremmo avere il sospetto che stiamo tentando di contenere l’ansia

per l’incertezza, riducendo qualcosa di molto complesso a qualcosa di molto semplice. […]

3. Le varietà di scopi della terapia e delle strategie di intervento, qui brevemente presentate, intera-

giscono in modi complessi che possono diventare più chiari se noi li distinguiamo con maggiore

attenzione ed evitiamo le teorie che sostengono un’unica causa dell’azione terapeutica.

4. Niente garantisce che i vari scopi della terapia e le tecniche che facilitano il cambiamento terapeu-

tico presentate qui siano privi di elementi in conflitto o in antitesi con i propositi prefissati più di

quanto ci aspetteremmo che le motivazioni delle persone siano libere da conflitti.

3 Attualmente con self-disclosure si intende una modalità tecnica nella quale le comunicazioni personali avvengono a

opera dello psicoterapeuta, finalizzate a superare o affrontare soprattutto impasse e difficoltà nell’ambito di alcune fasi

della psicoterapia.

146 Appunti di Psicologia Dinamica • A.A. 2015/2016

5. Un ultimo problema è di natura metodologica ed epistemologica. In psicoanalisi scriviamo

sull’azione terapeutica come se fosse possibile decidere cosa sia terapeutico e quale sia il modo

migliore per aiutare i nostri pazienti mediante argomentazioni logiche e dissertazioni. In realtà si

tratta di una questione empirica, alla quale non è possibile rispondere con la logica […].

I cosiddetti fattori specifici non vengono contrapposti a quelli aspecifici o comuni (chiamati in questo

caso strategie secondarie), ma sono considerati e affiancati all’interno di un unico e grande interesse

condiviso: cosa è terapeutico; ponendo quindi in primo piano il benessere del paziente e la qua-

lità/efficacia del nostro trattamento.

Bolognini [2005] amplia la considerazione dei fattori terapeutici proposta da Gabbard e Westen con

l’intento di integrarli. In realtà si può dire che il “suo elenco” consideri, oltre ai fattori, anche i pas-

saggi terapeutici necessari, quali:

1. instaurare il setting;

2. consentire l’esperienza della regressione;

3. costruire una certa alleanza terapeutica e condividere il riconoscimento della realtà psichica;

4. conoscere progressivamente il paziente e imparare a sintonizzarsi con lui;

5. imparare a lavorare insieme;

6. favorire la coesione del Sé, se è carente;

7. creare spazio interno, se non c’è;

8. acquisire familiarità con il preconscio e con l’area transizionale;

9. fare esperienza dell’esistenza dell’Inconscio;

10. riconoscere e bonificare le relazioni con gli oggetti: integrare le scissioni, tollerare le ambi-

valenze e la separatezza;

11. accettare progressivamente separazione e perdita, diventando e rimanendo se stessi.

L’alleanza terapeutica è considerata come “un passaggio del processo analitico”, un provvedimento

intenzionale attuato dallo psicoanalista con una serie di interventi mirati che sono utilizzati anche

come strumenti, ma è anch’essa un fattore terapeutico assolutamente efficace a vari livelli.

Proseguiamo con la cocostruzione, termine non usato da Bolognini, ma recuperabile nel suo pen-

siero per il quale “la terapeuticità dell’esperienza cooperativa in analisi dipende fortemente dalla

capacità del paziente di introiettare in modo autentico e profondo tale esperienza, acquisendola

strutturalmente come propria in modo da poterla riprodurre anche in situazioni extra-analitiche”.

Come sostengono anche Gabbard e Westen il processo di interiorizzazione di funzioni e di modalità

dello psicoanalista, nel paziente, può diventare col tempo una memoria procedurale degli aiuti te-

rapeutici ricevuti.

L’attenzione al fattore dell’esperienza cooperativa ci porta a riprendere il tema della “self-disclo-

sure” in merito al quale si finisce per convergere su alcuni punti significativi. Un primo punto ri-

guarda l’attenzione al fatto che tale operazione sia comunque attentamente e onestamente incen-

trata sui bisogni del paziente e non su quelli dello psicoanalista. Un secondo punto chiama in causa

la focalizzazione sulla rivelazione del vissuto controtransferale. Il vero problema riguarda il quanto,

il quando e il come si può fare uso di questo provvedimento tecnico, in relazione ai suoi possibili

effetti terapeutici o antiterapeutici; e questo, secondo Bolognini, ci riporta al punto di partenza della

conoscenza progressiva del paziente, di come funzioniamo insieme, e di cosa è utile o dannoso in

quella particolare analisi. 147

A.A. 2015/2016 • Appunti di Psicologia Dinamica

4. La persona dello psicoterapeuta

Il tema della self-disclosure apre a quello della persona dello psicoterapeuta. Sasha Nacht, uno psi-

coanalista di origine rumena, nato nel 1901, aveva sostenuto che la terapia analitica non dipendeva

soltanto dalle interpretazioni; aveva posto l’accento sull’incidenza che l’atteggiamento profondo,

interiore dello psicoanalista ha sul progresso della terapia; nel 1963 pubblicava un libro, La presenza

dello psicoanalista, che appariva estremamente innovativo e moderno. Così scriveva: “Ritornando

ora al fattore principale di guarigione costituito dall’atteggiamento profondo dello psicoanalista,

vedremo i molteplici motivi che inducono il malato a percepire in questa «presenza» una disponibi-

lità costante e un accoglimento incondizionato, una pazienza illimitata e una capacità di far dono di

sé, che gli fanno rivivere quell’amore di cui si sente privo sin dall’infanzia e di cui ha bisogno per

imparare a vivere. Ecco perché credo che questo atteggiamento profondo dello psicoanalista, a

patto che sia autentico, debba sostituire, durante certe fasi del trattamento, l’atteggiamento di

«neutralità» tradizionalmente prescritto e sovente troppo rigido” [Nacht 1963].

A partire da queste considerazioni, egli arrivò a ribadire con insistenza il concetto per il quale di-

venne famoso:

[…] Nella relazione psicoanalista-analizzando, sulla quale si fonda tutto il lavoro terapeutico, ciò

che lo psicoanalista è realmente, nel più profondo di se stesso, ha più importanza di ciò che de-

cide di essere, razionalmente, nei riguardi del suo paziente […] è necessario che lo psicoanalista,

strumento egli stesso unico della tecnica che impiega, possieda una disponibilità caratterizzata

da una estrema dolcezza che gli permetta di rendere il dialogo psicoanalista-paziente, sempre

nell’indispensabile rispetto dei principi tecnici, una relazione viva e operante tra un essere e un

altro essere [Nacht 1963].

Passo necessario, sulla via del ruolo della persona, è quello dell’autenticità. Ancora Nacht: “L’atteg-

giamento profondo dello psicoanalista può divenire un fattore decisivo della guarigione. Quando

esso è autentico, sarà percepito come tale dal paziente e risulterà in tal modo particolarmente be-

nefico” [Nacht 1963].

5. Il cambiamento in psicoterapia

Nello sviluppare una riflessione sul tema del cambiamento e dei fattori che lo determina o favori-

scono, è impossibile prescindere dal Boston Change Process Study Group (BCPSG) che a partire dal

1995 ha iniziato a produrre lavori e riflessioni fondamentali sull’argomento.

Un libro uscito nel 2010 (Change in Psychotherapy. A Unifing Paradigm) rappresenta in maniera

efficace il percorso compiuto e l’approdo, per ora, raggiunto.

Il punto centrale, per quanto concerne l’argomento che stiamo trattando, riguarda lo studio e l’evi-

denziazione di quegli scambi relazionali che avvengono indipendentemente e oltre l’interpreta-

zione. Essi considerano la presenza di tre possibilità: “momenti presenti” (quelli che avvengono

nella condizione standard della relazione), “momenti ora” (eccezionali e particolari) e “momenti di

incontro” (gli “ora” che vengono colti dal punto di vista terapeutico e compresi da entrambi). Perché

ciò accada sono necessari alcuni elementi essenziali:

• lo psicoterapeuta deve usare un aspetto specifico della propria individualità personale;

• i due soggetti si incontrano in quel momento come persone relativamente svelate, non na-

scoste dentro ai loro rispettivi e ordinari ruoli in terapia;

• le azioni costituenti il “momento d’incontro” non sono consuete, abituali o tecniche, ma for-

giate per soddisfare la particolarità del momento.

148 Appunti di Psicologia Dinamica • A.A. 2015/2016

Ovviamente tutto ciò non elimina il ruolo e l’importanza dell’interpretazione, che è legata in ma-

niera reciproca e indissolubile con il “momento d’incontro” a patto che venga veicolata in modo tale

da trasmettere la partecipazione dello psicoanalista.

In un “momento di incontro” gli aspetti transferali e controtransferali sono ridotti al minimo, men-

tre viene messa in gioco l’umanità dei due partner, relativamente liberi dai vincoli del proprio ruolo.

Il “momento di incontro” apre a nuove esperienze e a nuovi equilibri, liberando la “conoscenza re-

lazionale implicita condivisa”, non simmetrica, rispettosa delle differenze di competenze, ruoli e

ambiti vitali, ma capace di sperimentare il coinvolgimento personale dei due soggetti, creato pro-

gressivamente nel campo dell’intersoggettività e della conoscenza implicita.

Ecco alcune caratteristiche del momento di incontro.

1. È contraddistinto da un senso di allontanamento dal modo in cui solitamente si conduce la

terapia.

2. Non può essere supportato né soddisfatto se lo psicoanalista reagisce in un modo che il pa-

ziente avverte come meramente tecnico.

3. Non può realizzarsi con un’interpretazione di transfert. È necessario accedere ad altri aspetti

della relazione.

4. Si tratta di affrontare “ciò che sta succedendo qui e ora tra noi”, ponendo l’accento soprat-

tutto sull’”ora” a causa dell’immediatezza affettiva. Richiede risposte spontanee ed è messo

in atto, nel senso che psicoanalista e paziente diventano contemporaneamente oggetti l’uno

dell’altro.

5. Con il suo caratteristico impegno verso “ciò che sta accadendo qui e ora tra noi”, potrebbe

anche non essere mai esplicitato verbalmente, ma può esserlo dopo il fatto.

Ai “momenti di incontro” appartengono quegli scambi brevi, non interpretativi, che segnano un’ana-

lisi e che spesso sono ricordati dalla maggior parte dei pazienti come “momenti speciali di connes-

sione autentica da persona a persona con i loro terapeuti, momenti che hanno cambiato la loro

relazione con lui/lei e di conseguenza il senso di loro stessi”, che hanno fatto cambiare e indirizzare

un trattamento.

6. La dimensione bipersonale

Già nel 1936 Edward Glover ebbe a scrivere: “Non dobbiamo ignorare che l’effetto terapeutico non

è dovuto soltanto all’interpretazione, bensì anche a altri fattori”, e in particolar modo “all’azione

umana nel transfert”. “Una delle condizioni preliminare perché l’interpretazione sia efficace è l’at-

teggiamento, l’autentico atteggiamento inconscio dello psicoanalista”.

La teorizzazione psicoanalitica (e non solo la pratica, che spesso è molto più “avanzata”) ha da sem-

pre dedicato un’attenzione specifica ai temi relazionali.

La dimensione bipersonale è il vero elemento innovativo e con potenzialità trasformative, ma nel

concetto va inclusa la considerazione delle potenzialità trasformative presenti in ogni individuo o

paziente. Per essere più chiari ed espliciti, è fondamentale aiutare i pazienti a individuare e svilup-

pare le proprie risorse e far sentire loro che il nostro lavoro insieme sarà una “suonata a quattro

mani”, pur nel rispetto e riconoscimento delle reciproche competenze e ruoli. Ma anche che tale

lavoro non si potrà mai considerare veramente “finito” una volta per tutte. 149

A.A. 2015/2016 • Appunti di Psicologia Dinamica

È interessante sottolineare che queste posizioni si articolano in maniera significativa con il concetto

del “self-righting” che

può manifestarsi, oltre che come spinta verso la guarigione e lo sviluppo ottimale, anche in modi

indiretti, che interessano la terapia, come stimolando la domanda di cura, innescando la spe-

ranza di guarigione, promuovendo l’alleanza terapeutica e il legame di attaccamento con lo psi-

coterapeuta, instaurando i diversi transfert di oggetto Sé, abbandonandosi nella relazione con

l’altro, sottoponendo ripetutamente a “test” lo psicoterapeuta per disconfermare le proprie cre-

denze patogene, favorendo il verificarsi di enactment finalizzati al cambiamento e anche cer-

cando di “curare” il proprio psicoanalista [Pancheri e Paparo 2005].

E con quello di resilienza [Gislon 2010].

Si può anche, a mio avviso, non generalizzare il concetto, ma bisogna tenere presenti le varie

modalità di essere, vivere e ammalare. Perché non è possibile che esista un modello unico di

comprensione della malattia, ma neppure della cura. Diventa così fondamentale capire come

quel tale paziente andrà sviluppando i suoi bisogni, le sue difese e le sue necessità/risposte tera-

peutiche. In quest’ottica anche le interruzioni e/o le riprese di terapie in differenti fasi della vita,

possono essere considerate come necessità dovute all’emergere di nuove e differenti problema-

tiche per le quali le persone non sono completamente attrezzate, nonostante abbiano superato

brillantemente, da soli o aiutati, altri momenti dell’esistenza.

7. Empatia e riconoscimento

Già Kohut aveva sostenuto che l’empatia era il fattore imprescindibile per attivare qualsiasi tipo di

cambiamento terapeutico. Empatia che, attivata da un processo di immedesimazione consapevole,

permette un’immersione nell’esperienza dell’altro rimanendo consapevoli della propria. “Mettersi

nei panni dell’altro senza diventare l’altro”.

Di riconoscimento ha scritto Luis Sander [2007]. “Per processo di riconoscimento intendiamo il sen-

tire da entrambe le parti che uno specifico adattamento reciproco si è verificato nelle loro risposte

l’uno all’altro al servizio di un movimento verso obiettivi reciprocamente sostenuti. Sander ha os-

servato che la caratteristica essenziale di questi momenti è che c’è uno specifico riconoscimento

della realtà soggettiva dell’altro” [Boston Change Process Study Group 2010].

Gherardo Amadei [2005] ha ripreso ampiamente da Sander il concetto di riconoscimento (svilup-

pandolo poi all’interno di un suo percorso teorico concettuale nel quale la psicopatologia è messa

in connessione con fenomeni di misconoscimento), definendolo come il processo che precede e

rende possibile un’eventuale sintonizzazione fra le due persone. Oltre a quello relazionale, c’è il

bisogno basilare degli esseri umani di essere conosciuti, capti e accettati per quello che sono. “Rico-

nosciuti”, dice Amadei: “Secondo me ogni persona che entra nei nostri studi lo fa con il desiderio di

essere conosciuta e capita, da sé stessa e da noi, e con il desiderio, anche se non sempre consape-

vole e facilmente realizzabile, di entrare in quel processo sconosciuto e misterioso che si chiama

comprensione psicologica”.

In conclusione, come ampliamento del campo dei fattori terapeutici precedentemente citati, si do-

vrebbero inserire altri concetti meno noti e condivisi, come l’intuizione, la curiosità, la speranza, la

sollecitudine, il coraggio, l’alleanza terapeutica e la negoziazione intersoggettiva.

A questo punto si può sostenere che la contrapposizione fra interpretazione e relazione è fittizia e

artificiale. In ogni terapia, in ogni reale e autentico momento di cambiamento, le due polarità sono

integrate e alleate.

150 Appunti di Psicologia Dinamica • A.A. 2015/2016

Certamente, come afferma Jimenez [2009] “questo significa anche che la gamma delle tecniche ap-

plicate dagli analisti che hanno buoni risultati è di gran lunga più ampia di quanto viene prescritto

dalla teoria della tecnica ufficiale […] La specificità della psicoanalisi nella pratica reale degli psicoa-

nalisti è stata messa in discussione anche mediante la ricerca psicoterapeutica comparata”. Ablon e

Jones [1998] hanno dimostrato che i trattamenti psicoanalitici includono diverse combinazioni di

interventi: gli psicoterapeuti, oltre ad applicare strategie considerate di natura psicodinamica, in

misura significativa applicano anche interventi tecnici che abitualmente vengono associati all’ap-

proccio cognitivo-comportamentale. 151

A.A. 2015/2016 • Appunti di Psicologia Dinamica

CAPITOLO PARADIGMA DELL’ATTACCAMENTO

14 E INTERVENTO CLINICO

1. Eziopatogenesesi della psicopatologia nella teoria dell’attaccamento

Fin dai primi capitoli di Attaccamento alla madre [1969] Bowlby evidenzia il concetto di modello

operativo interno (MOI): il bambino – in base alle ripetute interazioni affettive non verbali con i

referenti genitoriali, alla loro accessibilità emotiva e responsività sensibile e, in seguito, anche alla

coerenza dei “modelli narrativi” proposti in famiglia – costruirebbe uno “schema” mentale definito

appunto modello operativo interno, che comprende rappresentazioni complementari di sé, dell’al-

tro e della relazione Sé-altro. In base a esso, il bambino si creerà aspettative sul comportamento

degli altri significativi, attribuirà significato alle azioni proprie e altrui, opererà previsioni sugli eventi

e automonitorerà i propri comportamenti.

Per Bowlby [1969], affinché i MOI elaborati dagli individui abbiano successo, dovrebbero corrispon-

dere alle informazioni disponibili nel contesto esterno e interno, possedere un livello di flessibilità,

avere una coerenza interna, essere tenuti aggiornati continuamente tramite l’introduzione continua

di lievi modifiche e, infine, essere influenzati dalle capacità verbali di “rappresentare le rappresen-

tazioni” che ne premetterebbero la comunicazione aumentandone notevolmente la versatilità e la

complessità.

A un modello della figura di attaccamento vista come accessibile fisicamente, disponibile emotiva-

mente e di sostegno nell’esplorazione corrisponderà un modello operativo del Sé come amabile,

buono, valido e competente, e della relazione come positiva, soddisfacente e significativa. Tramite

processi di generalizzazione tale fiducia nella responsività della figura materna si estenderà al resto

del mondo, venendo a costituire una “sicurezza, per lo più inconscia” [Bowlby 1973b].

Nel secondo [1973b] e nel terzo volume della trilogia [1980], il fondatore della teoria dell’attacca-

mento si occupa di approfondire, invece, le possibili distorsioni che i MOI – costretti a strutturarsi

nell’ambito di relazioni anaffettive o discontinue o di carenze effettive di rapporti significativi (se-

parazioni, lutti ecc.) – possono subire creando i presupposti per molte forme di psicopatologia.

Nel volume La separazione dalla madre: angoscia e rabbia [1973b] Bowlby discute innanzitutto gli

effetti potenzialmente patogeni che la lontananza indesiderata e protratta della madre provoca nel

bambino e nella costruzione dei suoi MOI, suddividendo in tre fasi le sequenze comportamentali

messe in atto:

• la fase di protesta, in cui il bambino, subito dopo la separazione, piange, urla, si dispera e

cerca la figura di attaccamento;

• la seconda fase di disperazione, in cui si lascia sprofondare in una triste malinconia, diviene

apatico, pigro, solitario e triste;

• la terza fase del distacco, in cui ritorna a interagire con il mondo circostante nel tentativo di

distaccarsi emotivamente dalla perdita subita. 153

Bowlby, quindi, inquadra il comportamento istintivo del ritiro e i sentimenti connessi ad esso, l’an-

goscia e la paura, in una prospettiva etologica, per cui sarebbero prevalentemente provocati dalla

combinazione di due fattori:

1. segnali che hanno un legamene indiretto con il pericolo, che non costituirebbero in sé un

fattore pericoloso, ma piuttosto condizioni che segnalano “un aumento del rischio di peri-

colo”;

2. l’assenza di figure specifiche, ritenute capaci di difenderci da essi e di dare una risposta di

maggior successo rispetto alla situazione ambientale.

Bowlby definisce i bambini che manifestano una suscettibilità più intensa alla paura come caratte-

rizzati da uno stile di “attaccamento ansioso” o “attaccamento insicuro” e individua tra le condizioni

che ne favorirebbero lo sviluppo, oltre la separazione temporanea dal contesto familiare e l’affida-

mento a cure sostitutive diurne, anche l’inaccessibilità fisica, l’assenza di responsività e l’indisponi-

bilità emotiva della figura di attaccamento, la mancanza protratta di una figura di riferimento stabile

(per esempio i bambini istituzionalizzati), le minacce di abbandono e di suicidio da parte dei genitori,

l’esposizione a un’eccessiva conflittualità e/o la violenza in ambito familiare.

Bowlby, allontanandosi dalla tradizione psicoanalitica classica, sostiene che si possa sempre risalire

a un contributo di realtà nei disturbi psicologici, per quanto si vengano a instaurare deviazione co-

gnitive potentemente distorcenti, come l’attivazione simultanea di modelli multipli incompatibili

[Bowlby 1973b].

Un ulteriore fatto che secondo Bowlby [1980] potrebbe essere implicato nella psicopatologia della

personalità è la perdita della figura di attaccamento, nonché i processi difensivi cui può dare origine

la gestione del dolore a essa connesso.

Nel terzo volume della trilogia, La perdita della madre: tristezza e depressione, Bowlby propone una

definizione del lutto più ampia rispetto a quella freudiana – come “quei processi psicologici, consci

e inconsci, che vengono suscitati dalla perdita” – riconoscendo a bambini e adolescenti la capacità

di vivere l’esperienza del lutto in modo simile agli adulti e ipotizzando che la differenza relativa ai

meccanismi cognitivi coinvolti in un processo di lutto sano o patologico sia di ordine quantitativo,

non qualitativo. Bowlby suddivide il processo di risoluzione del lutto in quattro fasi:

1. fase di stordimento, inizialmente al momento in cui avviene la morte oppure quando se ne

è comunicata la notizia; il superstite viene a trovarsi in una condizione di stordimento, ob-

1

nubilamento , “torpore” [Holmes 1993] dovuti al non rendersi propriamente conto di quello

che sta succedendo intorno a lui;

2. fase di ricerca e struggimento per la persona perduta, è il momento in cui il superstite inizia

a rendersi conto della perdita ma, difensivamente, la vive come se fosse temporanea, e per

tale motivo nutre rabbia e collera nei confronti della persona scomparsa [Bowlby 1980];

3. fase di disorganizzazione, è lo stadio in cui il superstite inizia a capacitarsi del carattere irre-

versibile della perdita, da cui derivano la sofferenza atroce, il dolore e la disperazione, men-

tre parallelamente si verifica da decostruzione dei MOI;

4. fase di riorganizzazione, costituisce la fase in cui avviene la ristrutturazione dei MOI del su-

perstite che, in seguito alla perdita, dovranno ricostruirsi senza contemplare la presenza di

una relazione reale con il defunto.

1 Obnubilamento. Stato della coscienza che può variare dal semplice intorpidimento del pensiero, fino ad uno stato di

stupore vicino al coma. L'Obnubilamento è sempre presente nella confusione mentale, quale ne sia la causa.

154 Appunti di Psicologia Dinamica • A.A. 2015/2016

Quando l’individuo non riesce ad operate tale ristrutturazione (fase 4) del suo mondo interno, ob-

bligata dalle variazioni del mondo esterno, si avvierà a un processo patologico di lutto che può as-

sumere la forma del lutto cronico, che rappresenterebbe una sclerotizzazione delle fasi di rabbia e

di disorganizzazione, scatenando sintomi come continua disperazione, depressione, angoscia, alco-

lismo e, a volte, suicidio, o di lutto mancato, ovvero “l’assenza prolungata di lutto conscio”, che

consiste nel mantenere attiva la prima fase di stordimento ed è caratteristica di persone che sosten-

gono la completa indipendenza emotiva, pur presentando crisi depressive per loro inspiegabili, op-

pure persistenti difficoltà personali e relazionali [Bowlby 1980].

Bowlby afferma che all’origine dei processi di risoluzione del lutto sano e patologico, ci sarebbero

processi di esclusione difensiva di informazioni sgradite e causa di sofferenza, come possono essere

quelle legate a un evento luttuoso.

L’esclusione difensiva nel pensiero bowlbiano sarebbe un meccanismo in grado di entrare in azione

a diversi stadi del processamento dell’informazione:

1. a livello sensoriale-periferico, bloccando la percezione delle informazioni a livello degli organi

di senso;

2. a livello centrale-cosciente, boicottando la possibile revisione e l’aggiornamento dei MOI in

base a nuove informazioni e favorendone un automatismo non più adattivo:

3. a livello del recupero mnestico, tenendo segregati i due sistemi della memoria episodica (ri-

cordi specifici della relazione reale con la figura di attaccamento) e della memoria semantica

(livello di conoscenza più generalizzato e astratto), conducendo allo sviluppo di coppie di

MOI incoerenti, incompatibili e inconciliabili.

L’attivazione prolungata dell’esclusione difensiva nel tempo potrebbe portare o a una disattivazione

del sistema di attaccamento parziale o totale – con le conseguenti distorsioni nel processamento

delle informazioni connesse all’attaccamento – oppure a reazioni-cognitivo-emotive non collegate

alle situazioni interpersonali, facendo perdere all’individuo ogni capacità di risalire alla causa che

originariamente scatena determinati pensieri o sentimenti, come accade nelle fobie, nell’ipocondria

e nella depressione.

2. La teoria dell’attaccamento: tra ricerca e clinica

Mary Main ridefinisce il costrutto di MOI come “l’insieme di norme consce e/o inconsce che con-

sentono di organizzare le informazioni riguardanti l’attaccamento e di permetterne o limitarne l’ac-

cesso in rapporto a esperienze, sentimenti e idee concernenti l’attaccamento stesso [Main, Kaplan

e Cassidy 1985].

Tale definizione sottolinea che gli aspetti organizzativi e procedurali delle rappresentazioni sono più

rilevanti del contenuto delle rappresentazioni medesime, nel senso che i MOI guidano sentimenti e

comportamento, ma anche attenzione, memoria e attività cognitiva nella misura in cui sono legati

all’attaccamento.

La seguente tabella confronta la classificazione dell’attaccamento infantile nella “Strange situation”

e nell’”Adult Attachment Interview”. 155

A.A. 2015/2016 • Appunti di Psicologia Dinamica

C S

OMPORTAMENTO DEI BAMBINI TATO DELLA MENTE ADULTO

S S ’

NELLA TRANGE ITUATION RISPETTO ALL ATTACCAMENTO

SICURO (B) SICURO/AUTONOMO (F)

Esplorano in presenza della madre; piangono durante la Discorso coerente e collaborativo. Valorizzano l’attacca-

separazione (soprattutto la seconda); preferiscono il ge- mento, sembrano obiettivi ed equilibrati rispetto a ogni

nitore all’estraneo. Al ritorno della madre cercano il con- particolare evento/rapporto. La descrizione e la valuta-

tatto fisico con lei e lo mantengono, ma poi tornano a zione dell’attaccamento sono coerenti sia se l’espe-

giocare. rienza raccontata è positiva, sia se è negativa. Il discorso

non viola le massime di Grice.

EVITANTE (A) DISTANZIANTE (DS)

Non piangono durante la separazione; evitano o igno- Discorso incoerente. Si distanziano da esperienze e rela-

rano attivamente la madre al momento della riunione (si zioni connesse all’attaccamento. Normalizzano e idealiz-

allontanano); non cercano il contatto; non manifestano zano con rappresentazioni generalizzate distorte, non

rabbia o angoscia; le risposte verso i genitori non sem- sostenute o contraddette dagli episodi raccontati, che

brano emotivamente cariche; si concentrano sui giocat- violano le massime di Grice. I trascritti sono eccessiva-

toli o sull’ambiente. mente brevi e solitamente violano la massima della qua-

lità e della quantità perché troppo scarni.

RESISTENTI/AMBIVALENTI (C) PREOCCUPATI (E)

Si mostrano cauti, angosciati e poco esplorativi prima Discorso incoerente. Preoccupati per le relazioni e le

della separazione; preoccupati con i genitori durante esperienze di attaccamenti passati, sembrano arrab-

tutta la Strange Situation, sembrano arrabbiati o passivi; biati, passivi, impauriti. Frasi lunghe, grammaticalmente

non traggono conforto dalla riunione e di solito si con- imbrogliate o riempite con modi di dire vaghi (“dada-

centrano su madre e padre e piangono molto, senza tor- dada”), violando così le massime di Grice del modo e

nare a ulteriori esplorazioni. della rilevanza. I trascritti, spesso eccessivamente lun-

ghi, violano la massima della quantità.

DISORGANIZZATI/DISORIENTATI (D) IRRISOLTI/DISORGANIZZATI (U)

Mostrano comportamenti disorganizzati/disorientati Durante la narrazione di perdite o abusi, la persona mo-

alla presenza dei genitori, suggerendo un temporaneo stra straordinari lapsus nel monitoraggio del ragiona-

collasso di strategie. Per es., rimangono “congelati” con mento e del discorso. Per es., può mostrare la credenza

un’espressione di trance con le mani in aria; all’entrata che una persona morta sia ancora viva in senso fisico o

della madre o del padre, si alzano e poi cadono proni; o che questa persona sia stata uccisa da un pensiero infan-

si aggrappano mentre piangono forte e distolgono lo tile, può cadere in un silenzio prolungato o in un discorso

sguardo. In questo caso sono assegnate le altre catego- celebrativo. Di solito l’individuo U è classificato anche

rie A, B, C. sulle altre categorie DS, E e F.

Tabella 1. La Classificazione dell'attaccamento infantile nella "Strange Situation" , nell'«Adult Attachment Interview»

3. Metodologie e costrutti dell’attaccamento nella pratica clinica

2

Lo sviluppo dell’AAI e del suo complesso sistema di codifica ha permesso di identificare e di definire

“operativamente” i differenti modelli dell’attaccamento degli adulti rispetto alle “loro” figure geni-

toriali, distinti a loro volta in sottocategorie che ne specificano le caratteristi psicologiche e i correlati

con le esperienze relazionali pregresse.

L’AAI mira a “sorprendere l’Inconscio” e a determinare un’autorivelazione del soggetto rispetto alla

rappresentazione della propria storia relazionale infantile sottoponendo l’intervistato ai compiti:

a) di rievocare e riflettere su ricordi relativi a relazioni precoci e a potenziali esperienze trau-

matiche;

b) di mantenere coerente il discorso con l’intervistatore.

2 Adult Attachment Interview (AAI), intervista semistrutturata di 20 domande finalizzate a esplorare le esperienze e le

rappresentazioni dell’attaccamento.

156 Appunti di Psicologia Dinamica • A.A. 2015/2016

L’AAI pone attenzione sul mondo interno e sul significato che gli adulti attribuiscono alla loro storia

di attaccamento, ovvero sullo stato della mente rispetto all’attaccamento complessivo, che rap-

presenta una modalità valida e affidabile di identificare la resilienza e le strategie difensive frutto

dell’elaborazione delle esperienze vissute nelle relazioni con le figure di attaccamento più significa-

tive, in particolare di fronte a situazioni infantili sfavorevoli, come perdite o traumi [Hesse 2008].

Grazie alla diffusione della prospettiva dell’attaccamento, e soprattutto dell’AAI, nella ricerca in am-

bito clinico si sono sviluppati e approfonditi principalmente tre costrutti: coerenza, disorganizza-

zione e mentalizzazione.

3.1. Il costrutto di coerenza

Per il filosofo e linguista Grice [1975] la conversazione tra individui è considerata come uno dei pos-

sibili tipi di transazioni cooperative finalizzate uno scopo, che può diversificarsi in base allo specifico

contesto in cui si verifica e alle intenzioni dei parlanti, e che necessita di sottostare al “principio di

cooperazione”, esplicitato tramite la formulazione di 4 massime (vedi tabella 2).

1. La massima della qualità: “Sii verosimile e fornisci prove di quello che dici”, riguarda la verosimiglianza delle

informazioni fornite.

2. La massima della quantità: “Sii succinto, ma completo”, concerne la quantità di informazioni fornite all’ascolta-

tore.

3. La massima della relazione: “Sii rilevante e perspicace”, riguarda la pertinenza delle informazioni fornite rispetto

alle richieste dell’interlocutore.

4. La massima del modo: “Sii chiaro e misurato”, riguarda non tanto il contenuto esperenziale narrato, quanto la

chiarezza nello stile discorsivo.

Tabella 2. Le massime di Grice

Le formulazioni di Grice sono state rielaborate da Main e colleghi [Main, Goldwyn e Hesse 2004] nel

costrutto di coerenza, che può essere inteso sia nei termini di plausibilità, consistenza e verosimi-

glianza interne rispetto all’argomento discusso, sia nei termini di collaborazione con l’intervistatore.

Nel contesto dell’AAI, le possibili violazioni delle quattro massime di Grice che conducono a consi-

dera un trascritto incoerente sono:

1. la violazione della massima della qualità, quando viene meno la credibilità della narrazione

per la presenza di contraddizioni rilevanti tra il piano della memoria semantica e quello della

memoria episodica;

2. la violazione della massima della quantità, quando l’intervistato produce un resoconto o ec-

cessivo (troppo prolisso) o carente (troppo laconico) dal punto di vista della quantità delle

informazioni fornite;

3. la violazione della massima della relazione, quando il trascritto evidenzia un allontanamento

dall’argomento indagato scivolando in divagazioni su temi, persone e periodi non pertinenti;

4. la violazione della massima del modo, quando viene offuscata la chiarezza e la trasparenza

del discorso.

La Coerenza del Trascritto, nel sistema di codifica dell’AAI, è considerata la scala con la maggiore

capacità di discriminare tra individui “sicuri” e “insicuri” (distanzianti, preoccupati o irrisolti) ri-

guardo allo stato della mente rispetto all’attaccamento.

Lo spostamento del focus d’attenzione dall’analisi del contenuto (cosa è successo) alla coerenza nar-

rativa (come viene raccontato) rappresenta forse il più significativo contributo dell’AAI alla ricerca

sullo studio dei processi mentali anche per la clinica. 157

A.A. 2015/2016 • Appunti di Psicologia Dinamica

Una delle caratteristiche convincenti dell’uso dell’AAI nei contesti clinici, sottolineato da Steele e

Baradon [2004], infatti, è che questo strumento si focalizza sull’abilità del paziente di integrare sfide

emozionali e materiali mentali che potrebbe essere concettualizzato nei termini delle caratteristiche

centrali della coerenza.

Il corollario clinico è rappresentato nel prestare attenzione, da parte del clinico, alla capacità del

paziente di tenere nella mente emozioni e cognizioni diverse e di contenere materiale psichico do-

loroso e distruttivo.

3.2. Il costrutto della “disorganizzazione”

Nei primi anni ’80 Donna Weston e Mary Main, rianalizzando i videotape della Strange Situation

Procedure in base ai quali era stato sviluppato da Ainsworth e colleghi il ben noto sistema di classi-

ficazione dei pattern di attaccamento infantile suddiviso in sicuro, evitante e ambivalente, scopri-

rono che, oltre a essi, era identificabile un quarto modello di attaccamento “disorganizzato/diso-

rientato” [Main e Solomon 1990]. Questo pattern, più che una vera e propria quarta categoria indi-

vidua “un insieme di comportamenti accomunati dal fatto di segnalare disorganizzazione e/o diso-

rientamento” e di essere privi di uno scopo [Ainsworth e Eichberg 1991], come la manifestazione

sequenziale e/o simultanea di schemi comportamentali contraddittori, movimenti stereotipati,

asimmetrici, movimenti fuori luogo, posture anomale, congelamento, immobilità, movimenti ed

espressioni rallentate, indicatori diretti di apprensione riguardo al genitore ecc.

Il pattern D “disorientato/disorganizzato” esprimerebbe un conflitto tra l’attivazione simultanea di

più sistemi comportamentali incompatibili, come il sistema di attaccamento e quello di paura-ritiro.

Il conflitto tra queste attivazioni contemporanee condurrebbe, quindi, al “collasso” delle strategie

comportamentali, che costituisce il motivo per cui, durante la situazione sperimentale questi bam-

bini appaio del tutto incapaci di attuare modelli comportamentali organizzati, riuscendo a esibire

solo movimenti confusi, stereotipati e disorganizzati.

Gli studi sulla continuità dell’attaccamento dall’infanzia alle epoche successive hanno messo in evi-

denza che la maggior parte appare molto propensa a utilizzare strategia comportamentali “con-

trolling” verso il genitore. Questi bambini avrebbero completamente annullato i tentativi di cercare

conforto per i propri bisogni da pare dei caregivers fortemente inadeguati e pericolosi, per svilup-

pare nei loro confronti strategie controlling di inversione di ruolo, sia in termini punitivi, utilizzando

tattiche ostili, aggressive e in grado di umiliarli, sia ricorrendo a strategie accudenti, agendo com-

portamenti solleciti e allegramente vivaci verso i genitori, in modo da mantenere la relazione con il

caregiver focalizzandosi esclusivamente sui suoi bisogni emotivi. Queste strategie, che hanno il me-

rito di garantire ai bambini un certo senso di prevedibilità e controllo e che spesso li fanno apparire

supercompetenti e potenti agli occhi dei genitori, sono in realtà molto fragili e spesso si frantumano

in stati helpless e disorganizzati, quando i bambini sono sotto stress emotivo.

Il costrutto di disorganizzazione negli adulti viene catturato a livello rappresentazionale tramite

l’identificazione nell’AAI di una specifica classificazione irrisolta rispetto a perdite e traumi per quei

trascritti caratterizzati dall’emergere di segni di marcata disorganizzazione nel corso dell’evocazione

di eventi potenzialmente traumatici, come lutti e abusi, intesi questi ultimi come gli eventi che cau-

sano estremo terrore rispetto all’incolumità fisica dell’individuo o alla sua sicurezza psicologica. I

trascritti appartenenti alla categoria irrisolta violano insistentemente le massime di Grice durante

la discussione di perdite e traumi e soprattutto presentano un crollo nella capacità metacognitiva,

ossia lapsus del monitoraggio del ragionamento, per cui si comunicano idee che si pongono mo-

mentaneamente in contrasto con la nostra consueta concezione della causalità fisica e delle rela-

158 Appunti di Psicologia Dinamica • A.A. 2015/2016

zioni spazio-temporali; lapsus del monitoraggio del discorso, per cui lo stile espressivo è all’improv-

viso alterato da cambiamenti nella forma linguistica, inadeguati rispetto al contesto conversazionale

(tono elegiaco e funereo, eccessiva attenzione ai particolari); reazioni comportamentali estreme, in

cui rientrano tutti i resoconti di risposte estreme messe in atto dal parlante in seguito all’evento

traumatico, quali tentativi di suicidio, insorgenza di condizioni psichiatriche.

Più di recente Lyons-Ruth, Melnick e May [2004-05] hanno operazionalizzato, tramite un ulteriore

gruppo di scale da applicare all’AAI, altri aspetti della disorganizzazione delle rappresentazioni di

attaccamento degli adulti, definiti stati della mente “hostile-helpless” (H-H). Gli indici per assegnare

la categoria H-H sono maggiormente legati al reperimento di identificazioni inconsce con un caregi-

ver ostile/aggressivo o impotente/spaventato nell’intera intervista – non solo nelle parti in cui si

discutono lutti o abusi passati – nell’ipotesi che disturbi gravi del funzionamento interpersonale

coinvolgano distorsioni rappresentazionali più globali, pervasive e durevoli che riguardano il ruolo

del Sé e dell’altro nella relazione.

Judith Solomon e Carol George [2011] hanno identificato almeno tre situazioni che con ogni proba-

bilità accompagnano l’attaccamento disorganizzato:

• la situazione del bambino accudito in casa, ma che si può presumere attaccato a un “caregi-

ver” il cui comportamento di cura è disorganizzato e che non gli fornisce l’attesa protezione

dalle minacce esterne;

• la situazione che segue una separazione importante da un caregiver “adeguato”;

• la situazione che si verifica come conseguenza di una deprivazione della presenza materna

per tutto il primo anno di vita (o più), come accade nelle istituzionalizzazioni precoci.

Ciò che è rilevante è la considerazione che i bambini disorganizzati e controlling, così facilmente

esposti a situazioni traumatiche, sono candidati a futuri disturbi dissociativi; che sembra confermata

dall’elevata frequenza con cui le persone affette da tali disturbi dissociativi presentano nella loro

anamnesi madri con problemi di lutto irrisolto o con comportamenti d’accudimento molto contrad-

dittori evidenziati nell’AAI.

Dal punto di vista clinico, quel che emerge di rilevante, sia per gli esiti psicopatologici individuali, sia

per la trasmissione intergenerazionale del lutto e dell’abuso, è che non è l’esperienza dolorosa e

travolgente di per sé che ha un impatto permanentemente disorganizzante sulla personalità, ma è

la mancanza di risoluzione riguardo a quel tipo di esperienza, mettendo in luce l’importanza della

rappresentazione degli eventi piuttosto che la loro qualità obiettiva e sottolineando la rilevanza di

identificare questi elementi irrisolti nei genitori per aiutarli nella risoluzione in modo che loro e i

loro figli possano essere protetti dall’insorgere di sintomi dissociativi [Lyons-Ruth et al. 2003; 2005].

3.3. Il costrutto di mentalizzazione

“La mentalizzazione può essere definita come la capacità di avere presenti nella propria mente il

proprio stato, i propri desideri e i propri fini (credenze, sentimenti, ragioni, ecc.) quando ci si occupi

della propria esperienza; e di avere presenti nella propria mente lo stato, i desideri e i fini dell’altro

da sé quando di quella persona si voglia interpretare il comportamento” [Allen e Fonagy 2006].

Nonostante il concetto di mentalizzazione, data anche la polivalenza delle sue esplicite manifesta-

zioni, si sottragga a qualsia forma di rigorosa schematizzazione che potrebbe risultare meramente

riduttiva, Fonagy e colleghi [1991; 1997] hanno costruito una procedura operativa per cercare di

cogliere le differenze individuali nel funzionamento riflessivo, definita come scala della funzione

riflessiva (FR) da applicare all’AAI, e in particolare ad alcune domande definite Demand Questions,

159

A.A. 2015/2016 • Appunti di Psicologia Dinamica

perché richiedono più chiaramente riflessione da parte dell’intervistato, costringendolo a utilizzare,

qualora le possieda, le competenze di mentalizzazione (per esempio “Perché pensa che i suoi geni-

tori si siano comportati nel modo in cui si sono comportati durante la sua infanzia?”). Tra le dimen-

sioni catturate dalla scala di valutazione della FR troviamo:

1. consapevolezza della natura degli stati mentali nel Sé e nell’altro, in riferimento alla parziale

inacessibilità, opacità, fraintendibilità e soggettività degli stati interni;

2. influenza reciproca tra stati mentali e comportamenti, intesa come la capacità di riconoscere

il reciproco impatto tra specifici stati mentali e condotte, che può influenzare fortemente la

qualità della relazione;

3. necessità di una prospettiva evolutiva, ovvero valutare se l’intervistato sia in grado di com-

prendere che gli stati della mente subiscono trasformazioni lungo il ciclo della vita;

4. necessità di essere sensibile al contesto conversazionale, intesa, nell’ambito dell’AAI, come

la consapevolezza dei propri stati mentali in relazione all’intervistatore.

Si evidenzia una forte e reciproca influenza tra funzionamento riflessivo e traumi relazionali precoci.

Infatti, se, da un lato, è stato sottolineato quanto esperienze traumatiche come abusi e maltratta-

menti subiti durante l’infanzia dalle figure di attaccamento concorressero a creare notevoli inibizioni

nella funzione riflessiva – perché pensare alla mente dell’altro (maltrattante) diventa un’attività

estremamente pericolosa – dall’altro lato, un’elevata funzione riflessiva si è rivelata un indicatore

di resilienza per gli individui che hanno sperimentato avversità significative durante l’infanzia (tra

cui traumi, abusi e maltrattamenti), in grado di ridurre la trasmissione di insicurezza nell’attacca-

mento.

Il costrutto di “mindfulness”

Il concetto di “mindfulness” [Amadei 2006; 2013; Steele, Steele e Murphy 2009] – tradotto in ita-

liano come “pienezza della consapevolezza mentale” – possiede alcune affinità con la capacità di

mentalizzazione, poiché entrambe faciliterebbero la libertà interiore, ovvero l’emersione e lo sgan-

ciamento da stati mentali problematici. A differenza della funzione riflessiva – che si concentra più

sulla dimensione inconscia e storica dell’esperienza e sul pensare al significato di essa – la mindful-

ness, invece, si focalizza sul qui e ora, concedendoci di vivere intenzionalmente l’esperienza imme-

diata così da percepirla nel modo più diretto possibile e più centrato nel presente, consentendo una

rottura della catalessi ipnotica della disperazione e una liberazioni da precedenti identificazioni con

le risposte automatiche e inconsce dell’esperienza [Bobrow 1997; Wallin 2007].

4. Valutazione dell’attaccamento adulto

4.1. Il processo diagnostico e l’inquadramento psicopatologico

La maggior parte degli studi che hanno esaminato se la valutazione dell’attaccamento nei pazienti

potesse produrre elementi diagnostici aggiuntivi rilevanti ha cercato di verificare l’ipotesi di Dozier

e collegi [2008], secondo cui rappresentazioni di attaccamento preoccupate, sarebbero espresse in

disturbi con una fondamentale componente internalizzante, come nella depressione o nel disturbo

di personalità borderline, mentre rappresentazioni distanzianti sarebbero prevalentemente asso-

ciate con indici di esternalizzazione dell’angoscia, mostrate nei disturbi del comportamento alimen-

tare, nei disturbi della condotta e nell’abuso di droghe [Dozier e Tyrrell 1997]. Infine modelli di at-

taccamento irrisolti apparirebbero particolarmente rilevanti nel favorire l’emergere di disturbi con

una componente dissociativa come il disturbo postraumatico da stress e il disturbo dissociativo di

personalità [Liotti 2004b; Stroufe et al. 2005; Liotti 2006a e b; Hesse 1999;2008].

160 Appunti di Psicologia Dinamica • A.A. 2015/2016

I risultati emersi in questi studi hanno rilevato; una presenza notevolmente ridotta nei campioni

clinici di modelli di attaccamento sicuro, una più cospicua presenza di rappresentazioni insicure –

distanzianti e preoccupate – e una prevalenza di lutti o traumi irrisolti, senza evidenziare molte as-

sociazioni sistematiche tra specifici tipi di rappresentazioni dell’attaccamento e specifici disturbi psi-

cologici e psichiatrici.

Nel complesso, l’AAI sarebbe utile nel fornire informazioni lungo due dimensioni tra loro interrelate:

• la prima dimensione individuerebbe le strategie di “coping” o difesa che l’individuo può im-

piegare di fronte all’attivazione del sistema di attaccamento (distanziamento vs preoccupa-

zione, autoregolazione vs iper o deattivazione ecc.), che informerebbero sulle modalità di

gestione dello stress legato a conflitti di avvicinamento-separazione e sulle modalità relazio-

nali attinenti ai rapporti intimi e significativi, aspetti che prescindono da specifiche diagnosi

nosografiche;

• la seconda dimensione individua diversi livelli di flessibilità attenzionale con cui tali strategie

sono impiegate (sicurezza, insicurezza organizzata, disorganizzazione), che appare più stret-

tamente legata a livelli distinti di severità psicopatologica di cui le categorie disorganizzate,

aggiunte successivamente, stanno iniziando a rendere conto.

4.2. La valutazione dell’esito del trattamento e del processo psicoterapeutico

Negli ultimi anni alcuni complessi lavori di ricerca hanno consentito di sviluppare ipotesi che specu-

lano sulle relazioni tra dinamiche cliniche e MOI di pazienti e psicoterapeuti a molteplici livelli:

• rispetto all’esito del trattamento: nei pazienti si rilevano di frequente sia un aumento della

coerenza del discorso, sia un miglioramento della capacità di mentalizzazione;

• rispetto al processo psicoterapeutico: si è evidenziato come sia la rappresentazione dell’at-

taccamento, più che la diagnosi, a dare informazioni sulla relazione terapeutica;

• rispetto all’interazione tra stati della mente di paziente e psicoterapeuta: si è osservato

quanto il non allineamento degli stati della mente rispetto all’attaccamento nelle diadi pa-

ziente-psicoterapeuta sembri garantire una spontanea capacità del clinico a fornire risposte

“controcomplementari” alla riproposizione della “costante relazionale negativa” messa in

atto nella relazione terapeutica dal paziente.

5. Classificazioni dell’attaccamento come strategie di regolazione delle

emozioni

Nel tentativo di ridefinire il concetto di stato della mente rispetto all’attaccamento nei termini delle

strategie di regolazione delle emozioni, Arietta Slade [2004] sottolinea come le classificazioni dell’at-

taccamento non siano da reificare e ipersemplificare come etichette riduttive, bensì offrano un

modo particolare di descrivere i fenomeni e i processi dell’attaccamento e di pensare alla struttura

psicologica secondo quello che appare essenzialmente un continuum di regolazione affettiva e di

struttura:

• a un estremo del continuum troviamo la categoria distanziante, dove la libera espressione

degli affetti, in particolare di quelli negativi, è minima, mentre le strutture per regolare, con-

tenere e sopprimere gli affetti sono rigide e altamente organizzate. Questa strategia di re-

golazione affettiva servirebbe a disattivare il sistema di attaccamento o a minimizzare emo-

zioni, ricordi e cognizioni riguardanti l’attaccamento che appaiono ipercontrollati;

• all’altro estremo del continuum troviamo la categoria preoccupata, dove le strutture non

sopprimono gli affetti, bensì piuttosto, solitamente, gli affetti dissolvono o sovrastano le

strutture, rendendole inutili o poco capaci di fornire un’organizzazione. Questa strategia di

161

A.A. 2015/2016 • Appunti di Psicologia Dinamica

regolazione affettiva sarebbe in grado di intensificare o di iperattivare il sistema di attacca-

mento, ovvero i segnali affettivi rivolti alle figure di accudimento, al fine di assicurarsi con-

forto e cure continue, per cui sensazioni, ricordi e cognizioni rilevanti per l’attaccamento

appaiono iporegolati;

• la categoria sicura/autonoma si situa sul punto centrale di questo continuum, in cui struttura

e affetto coesistono in equilibrio. L’esperienza emotiva, compresi i sentimenti negativi, non

appare né ristretta e coartata, né risulta schiacciante e incontenibile, indicando la presenza

di strutture di regolazione e modulazione affettiva ben funzionanti;

• la categoria irrisolta non può essere facilmente situata lungo questo continuum e secondo

Arietta Slade [1999a; 2008] rappresenta una forma estrema della categoria preoccupata,

con cui condividerebbe la qualità dell’incoerenza ed elementi di disorganizzazione;

• infine, neanche la categoria cannot classify trova una collocazione precisa lungo questo con-

tinuum, perché spesso contiene elementi di entrambe le organizzazioni insicure e, come la

classificazione irrisolta, è associata con vari indici di psicopatologie.

5.1. Stato della mente sicuro

Le persone giudicate sicure/autonome probabilmente mostreranno uno schieramento flessibile di

modalità di coping nel gestire gli eventi di vita stressanti e saranno in grado di modificare o trasfor-

mare una strategia di adattamento se non risultasse più efficace nel regolare la loro angoscia. Ten-

deranno, inoltre, ad essere collaborativi, rispettosi, proattivi e fiduciosi nei confronti dello psicote-

rapeuta e, cosa più importante, dovrebbero essere capaci di integrare i contributi che il clinico pro-

pone.

5.2. Stato della mente distanziante

Wallin [2007] utilizza per definire il modello distanziante la significativa espressione Un Isolamento

Non-Così-Splendido. La dominanza dell’evitamento e della deattivazione delle emozioni legate al

sistema di attaccamento (paura, angoscia, rabbia) nella persona distanziante la orienteranno verso

il mantenimento difensivo dell’autostima, la negazione della vulnerabilità personale e lo sposta-

mento dell’attenzione lontano dalle angosce e dalle minacce legate all’attaccamento.

Gli individui distanzianti sono spesso riluttanti a cercare un’assistenza terapeutica di propria vo-

lontà, a causa della loro caratteristica avversione a rivolgersi agli altri per avere sostegno emotivo.

Una volta avviato un trattamento terapeutico, di solito spinti da altri, le loro comunicazioni relative

alle relazioni intime saranno povere e scarsamente elaborate, mentre il diniego, l’intellettualizza-

zione e il ritiro sociale preventivo potrebbero essere le strategie di coping predilette per gestire i

problemi relazionali.

La negazione del proprio bisogno di aiuto sembra essere una protezione dalla possibilità che la figura

di attaccamento dello psicoterapeuta sia indisponibile.

Wallin [2007] osserva che con i pazienti distanzianti sono particolarmente indicate come tecniche

terapeutiche l’empatia e la confrontazione.

5.3. Stato della mente preoccupato

Negli individui con uno stato della mente preoccupato riguardo all’attaccamento, al polo opposto

rispetto ai pazienti distanzianti, si configurano un’influenza dominante e potente di ansia relativa-

mente all’attaccamento e l’iperattivazione cronica del sistema di attaccamento.

162 Appunti di Psicologia Dinamica • A.A. 2015/2016

I pazienti preoccupati spesso appaiono “affamati di fusione” e in apparenza sembrerebbero svilup-

pare un forte attaccamento nei confronti della terapia e dello psicoterapeuta, ma sono costante-

mente preoccupati da questo legame e potrebbero alternare una forte rabbia a un’implorazione

altrettanto intensa di aiuto.

Con questi pazienti la sfida consiste nel “non farsi cacciar via”.

5.4. Stati della mente irrisolti e/o “cannot classify”

Gli adulti irrisolti possono oscillare fra strategie di iperattivazione e di disattivazione in risposta a

eventi potenzialmente traumatici e, come evidenziato da Wallin [2007], la questione della memoria

per questi pazienti è più problematica che per gli altri. Le memorie implicite, infatti, sono registrate

prima dello sviluppo non solo del linguaggio, ma anche prima dello sviluppo di quelle strutture delπ

cervello – in particolare l’ippocampo – che collocano i ricordi in un contesto più ampio entro cui

afferrarne il significato, ma un ippocampo che si sta sviluppando viene temporaneamente disattivato

dal trauma. I pazienti irrisolti, perciò, rimangono muti, fuori del tempo e senza contesto perché privi

non solo delle memorie dell’esperienza preverbale – spesso di natura disorganizzata – ma anche di

quelle relative a esperienze traumatiche più tardive.

La sfida terapeutica consisterà nel rispondere all’evocazione del passato con una modalità ferma

ma empatica, che introduca per gradi un cuneo di separazione tra i vecchi attaccamenti che indu-

cono rabbia e terrore nel paziente e la nuova relazione di attaccamento le cui promettenti possibi-

lità, all’inizio, il paziente può immaginare appena. In altre parole, è proprio la conquista incremen-

tale di un senso di sicurezza nei confronti dello psicoterapeuta ciò che potrà aiutare a risolvere il

trauma.

6. Psicoterapia e attaccamento

Per quanto riguarda il tema dell’applicazione della teoria dell’attaccamento alla psicoterapia, Joseph

Obegi e Ety Berant [2009] hanno messo in luce che esisterebbero attualmente due tipi di approcci:

il primo si potrebbe chiamare attachment-informed (o attachment-oriented) psychotherapy e il se-

condo, che annovera vari approcci al suo interno, attachment-based psychotherapy.

All’interno del primo raggruppamento – attachment-informed – i compiti dello psicoterapeuta sono

principalmente fornire una base sicura al paziente che gli consenta di esplorare i propri modelli rap-

presentazionali del Sé e delle figure di attaccamento, lavorare nella zona di sviluppo prossimale,

dove la paura dell’ignoto può essere sperimentata ma contenuta e i livelli di ansia sono al servizio

della terapia, e promuovere l’integrazione dell’esperienza.

Secondo David Wallin [2007] la teoria dell’attaccamento può essere vista come una teoria relazio-

nale dello sviluppo e anche, forse, del mondo interno, delle difese e della psicopatologia.

In particolare, sarebbero tre i risultati dell’attaccamento che sembrano avere implicazioni più pro-

fonde e più fertili per la psicoterapia:

1. che le relazioni di attaccamento cocreate sono il contesto determinante per lo sviluppo;

2. che l’esperienza preverbale prepara il nucleo del Sé in via di sviluppo;

3. che l’atteggiamento del Sé nei riguardi dell’esperienza predice la sicurezza dell’attaccamento

meglio degli stessi fatti che costituiscono la storia personale.

All’interno del secondo raggruppamento – attachment-based – si collocano diversi approcci, da

quello del circolo della sicurezza di Marvin alla terapia di coppia e della famiglia centrata sulle emo-

zioni in cui Susan Johnson [2008] fa ampio riferimento alla teoria dell’attaccamento. 163

A.A. 2015/2016 • Appunti di Psicologia Dinamica

CAPITOLO PSICOLOGIA DINAMICA E “INFANT RESEARCH”

15

1. Il cambiamento dei modelli di sviluppo

1.1. Dalle pulsioni alla capacità di adattamento dell’Io

Le teorie evolutive che hanno fatto seguito all’attenzione rivolta da Freud all’infanzia hanno sotto-

lineato il ruolo particolare svolto da quello che è stato definito il “fattore maturativo intrinseco”. Ci

riferiamo a una concezione dello sviluppo come prevalentemente autogenerativo, tale cioè da non

subire modificazioni sostanziali per effetto di esperienze di apprendimento, che si pensava non po-

tessero modificare il normale andamento evolutivo, a meno che non fosse stato raggiunto un certo

grado di maturità funzionale che consentiva l’attivazione dei processi fondamentali di assimilazione

e accomodamento [Piaget 1970]. Questa prospettiva ha considerato quindi lo sviluppo come il

frutto di un’interazione con l’ambiente solo nella misura in cui l’organismo fosse in grado di incor-

porare e assimilare gli stimoli e le spinte provenienti dal contesto; sono quindi le caratteristiche

proprie dell’organismo che stabiliscono i limiti entro cui questa influenza può manifestarsi [Ca-

maioni 1993].

La prospettiva piagetiana si discosta fortemente dal modello evolutivo psicoanalitico che invece ha

sempre attribuito un ruolo fondamentale al tema delle rappresentazioni e degli affetti, in particolare

nelle prospettive teoriche successive al pensiero freudiano. Nelle prime formulazioni del modello

emerge il senso di due fondamentali sistemi motivazionali, riconducibili alla sessualità e all’aggres-

sività che spingono e orientano il comportamento infantile.

Questa prospettiva colloca al centro del corpus teorico psicoanalitico una visione intrapsichica della

struttura della mente, potremmo dire “rivolta all’interno”, quasi isolata e impermeabile rispetto al

contesto.

Il modello pulsionale dello sviluppo [Freud 1915b] descrive un processo che ha luogo tra continue

oscillazioni maturative e regressive (in alcuni casi Freud parlerà di fissazioni per fornire una chiave

di lettura dei sintomi osservati negli adulti) e in cui la libido rimane legata e collocata in riferimento

a una precisa zona erogena. La pulsione, all’interno di questo modello, conferisce continuità alla

dimensione sessuale che in un primo momento è rappresentata in forma autoerotica e successiva-

mente, nel corso della crescita, si rivolge verso l’esterno. Rispetto a questo presupposto Freud di-

stingue tra organizzazioni pregenitali (parziali) e organizzazione genitale vera e propria [Freud

1905a].

Il suo modello “stadiale” dello sviluppo prevede che l’organizzazione pregenitale possa essere de-

scritta a partire dalla zona erogena interessata.

• Orale: la pulsione è fortemente orientata dall’assunzione di nutrimento e la zona erogena

verso cui il bambino si orienta è rappresentata dal seno materno.

• Sadico-anale: la pulsione è diretta dalla mucosa erogena intestinale, meta sessuale passiva,

che rappresenta l’acquisizione di processi di controllo infantili.

• Fallica: la pulsione è orientata dalla scoperta degli organi genitali, pertanto la masturbazione

e autostimolazione diventano pratiche esplorative centrali nella mente del bambino, tese

alla scoperta dei propri confini corporei.

• L’organizzazione genitale inizia a svilupparsi a partire dal periodo di latenza, fase che si pre-

senta come un parziale “congelamento” delle spinte sessuali, in funzione di un’attenzione

maggiormente rivolta ad attività cognitive e all’apprendimento scolastico. Superata la ma-

turazione biologica, si consolida l’identità di genere che consente il completamento dello

sviluppo sessuale e quindi l’approdo ad un’organizzazione più integrata. In questo senso, il

piacere precedentemente sperimentato in modo parziale, perché riferito esclusivamente a

165

una sola zona erogena, viene organizzato su un funzionamento corporeo che prevede l’inte-

grarsi delle diverse parti.

Freud riconosce al bambino una ricchezza mentale che si organizza intorno alle pulsioni sessuali

e che promuove la produzione di fantasie legate proprio alla scarica di tali pulsioni.

Al neonato viene attribuita una tendenza alla gestione e al mantenimento di un’omeostasi in-

terna, mentre al sistema nervoso viene riconosciuto il ruolo di regolatore dei bisogni e delle

eccitazioni avvertite internamente.

La crescita, in questa direzione, è vista come un processo intrinseco, dove gli istinti, poi reinter-

pretati attraverso l’elaborazione del concetto di pulsione, rappresentano i segnali che guidano

il comportamento e il funzionamento mentale del bambino. La crescita psicologica e lo sviluppo

infantile, all’interno del modello pulsionale [Freud 1905; 1915d], poggiano sostanzialmente

sull’idea che il bambino segua delle tappe maturative sequenziali che lo traghettano dalla dipen-

denza assoluta a una progressiva indipendenza dalle figure genitoriali, che rappresentano gli

oggetti primari tramite cui soddisfare i propri bisogni.

1.2. Il modello evolutivo psicoanalitico

In questa prospettiva lo sviluppo e il funzionamento mentale infantile vengono intesi come un pro-

cesso a carattere prevalentemente endopsichico, dove la relazione con l’esterno sembra trovare

uno spazio ridotto. La formulazione del concetto di pulsione segna però anche il tentativo di com-

prendere lo sviluppo infantile e il funzionamento della mente del bambino unendo lo psichico al

somatico e individuando una contiguità tra il senso dell’esperienza soggettiva (il desiderio) e la

realtà oggettiva (il bisogno fisico).

Per Melanie Klein [1940; 1952a; 1957] lo sviluppo procede, almeno inizialmente, utilizzando solo in

parte l’esperienza reale, e il comportamento del bambino, piuttosto che costituire l’esito della rela-

zione con l’oggetto, segue il flusso del desiderio “illusorio” di realizzare ciò che risponde ai propri

bisogni.

La “qualità” della fantasia rispecchia, ma solo in parte, la qualità che l’ambiente riesce a offrire

all’esperienza somatica; la continuità della relazione e il suo livello “bonificheranno” gradualmente

gli effetti di questa precoce esperienza mentale. In questo modello di sviluppo la fantasia riveste

quindi un ruolo di primaria importanza e il rapporto tra fantasia e realtà rappresenta un importante

valico evolutivo: le immagini positive e negative dell’oggetto si saldano progressivamente nell’og-

getto intero, quando l’Io raggiunge uno stato di maggiore integrazione. La funzione di sintesi dell’Io

consentirà successivamente di accedere a sentimenti diversi e più modulati, fino alla paura di poter

perdere l’oggetto o di averlo danneggiato e ai successivi sentimenti riparativi [Klein 1940].

Per tornare al modello freudiano, un altro importante organizzatore di sviluppo può essere ravvisato

nella dinamica principio del piacere-principio di realtà; quest’ultimo indica la capacità di rimandare

la soddisfazione dei propri bisogni e di comprendere i vincoli che la realtà continuamente propone.

Anche questa fase di “attesa” della gratificazione mobiliterà nella mente del bambino la produzione

di fantasie provenienti primariamente dall’esperienza sensoriale e biologica, dunque con origine

corporea, che assumono però la forma di correlato psicologico, di immagine mentale.

166 Appunti di Psicologia Dinamica • A.A. 2015/2016

La risoluzione del conflitto di Edipo corrisponde alla rinuncia all’oggetto genitoriale e al tipo di fan-

tasie legate ad esso, fino all’interiorizzazione e alle identificazioni con le figure parentali e con i loro

1

sistemi di valori .

Anna Freud, pur rimanendo fedele al modello paterno ha iniziato a considerare l’impatto dell’am-

biente all’interno dell’interazione tra pulsioni e istanze psichiche. Le relazioni oggettuali sono an-

cora secondarie rispetto alle pulsioni e le linee evolutive da lei proposte ricalcano sostanzialmente

l’idea dello sviluppo psicosessuale del modello freudiano, ma contribuiscono a definire una più utile

misura per lo studio della mente infantile e spingono verso l’adozione del metodo osservativo, che

consente considerazioni più puntuali e più dirette rispetto all’ambiente entro cui il bambino cresce.

Tra gli aspetti che iniziano a delineare una traiettoria differente, il concetto di Anna Freud di “disar-

monia evolutiva” [A. Freud 1965] riveste senz’altro un ruolo fondamentale grazie a una lettura della

personalità del bambino attenta al continuo processo di adattamento tra la sua predisposizione in-

nata e l’impatto con la realtà esterna.

L’attenzione viene gradualmente spostata dai fenomeni intrapsichici all’osservazione dello scambio

tra interno ed esterno, dove molto di ciò che veniva precedentemente considerato innato viene

attribuito all’apprendimento e ai suoi processi, e il bambino posto al centro del contesto educativo

di crescita.

Il percorso evolutivo (linea evolutiva) attraverso cui si forma la personalità si basa, secondo questa

prospettiva, su tre elementi essenziali, riconducibili:

a) al patrimonio naturale dell’individuo;

b) all’ambiente, inteso come contesto educativo al cui interno vengono parimente considerate

le figure genitoriali, educative e legate al contesto scolastico;

c) al livello di maturazione raggiunto dalla personalità.

Per arrivare alla comprensione del funzionamento mentale del bambino, secondo Anna Freud, si

deve partire da ciò che è osservabile dall’esterno, in modo da cogliere il “gradino evolutivo” sul

quale egli si colloca e il livello di padroneggiamento delle diverse funzioni, sia sul piano fisico che

psichico.

Questa prospettiva rappresenta una svolta importante: il concetto di sviluppo per stadi viene ridi-

mensionato a favore del ruolo attribuito all’ambiente e all’osservazione diretta del comportamento

del bambino, che consente di cogliere la qualità del suo rapporto con l’ambiente stesso, in sostanza

la sua fatica di crescere e la “conquista” dello sviluppo, processo che può essere sempre soggetto a

crisi evolutive, intoppi e passaggi complessi.

L’osservazione, considerata a tutti gli effetti una modalità conoscitiva utilizzabile in ambiente natu-

rale, documenta gradualmente la gamma delle potenzialità del neonato già a partire dalla nascita,

consentendo l’abbandono di un modo di considerare il bambino piccolo eccessivamente basato su

una indifferenziazione somatopsichica, seppur caratterizzata da un’ampia plasticità.

Il modello dinamico-genetico assume progressivamente un nuovo profilo con le concettualizzazioni

che derivano dal modello genetico dell’Io e gli apporti della scuola delle relazioni oggettuali.

1 In Lutto e melanconia [Freud 1915d], lo sviluppo del concetto di identificazione sottolinea l’influenza dell’oggetto sullo

sviluppo e la natura della struttura psichica: a seguito della perdita oggettuale fa la sua comparsa l’identificazione, ossia

un’alterazione dell’Io normale nel corso dello sviluppo. Il carattere che definisce l’Io sarà quindi l’esito degli investimenti

sull’oggetto e delle perdite ad esso relative. 167

A.A. 2015/2016 • Appunti di Psicologia Dinamica

Nell’ambito della psicologia dell’Io viene attribuita all’istanza centrale una funzione più dinamica,

che affianca e quasi ridimensione la sua funzione classica di mediatore tra le istanze; esso rappre-

senta il ponte con la realtà.

Il modello pulsionale continua in parte a influenzare la comprensione del funzionamento dell’appa-

rato psichico, ma la differenziazione strutturale tra Es, Io e Super-io viene rivista: l’Io non è più “figlio

dell’Es”, è attivo fin da subito e promuove il rapporto con il mondo. La concezione freudiana che

prevede l’assunzione del principio di realtà come esito delle frustrazioni vissute dal bambino a causa

dei processi educativi è sostituita dal ruolo primario e precoce svolto dall’Io.

1.3. Verso una prospettiva interpersonale

Gli autori appartenenti alla scuola delle relazioni oggettuali ravvisano la necessità di distinguere tra

le esperienze che l’individuo fa in rapporto a un oggetto appartenente al mondo reale, l’esperienza

di Sé e l’esperienza del Sé in rapporto a tale oggetto, inteso come immagine mentale. Viene intro-

dotto il termine di “rappresentazione”, a indicare che il percorso che sulla base degli scambi inte-

rattivi concreti condurrà il bambino ad acquisire un’immagine di sé e degli altri non è sempre lineare,

ma caratterizzato da un’ampia gamma di sfumature emotive [Jacobson 1954]. Spitz asserisce che

già alla nascita la madre viene “sentita”, anche se non percepita. Winnicott parla di madre devota o

“sufficientemente buona” come presupposto per la costruzione dell’unità e della coesione psichica

del bambino. Dobbiamo a Margareth Mahler il concetto di rifornimento emotivo, ad indicare quei

momenti intensi di contatto affettivo che sono il presupposto della capacità esplorativa e della suc-

cessiva autonomia del bambino. Bowlby, con il concetto di modelli operativi interni, delinea la pro-

gressiva costruzione di un’idea di sé e del mondo sulla base della qualità delle esperienze con il

caregiver significativo.

Lo sviluppo procede quindi di pari passo alla relazione con gli oggetti, a partire da quello materno;

l’esperienza reale si integra alla complessità dell’esperienza psichica [Georgieff e Speranza 2013].

Per i rappresentanti della scuola delle relazioni oggettuali il legame tra il bambino e il suo caregiver

costituisce la condizione e il presupposto per un sano sviluppo psichico: il passaggio teorico di fondo

è rappresentato principalmente da questo: l’oggetto inizia ad assumere il significato di motivazione

essenziale e viene investito di sentimenti affettivi, aggressivi, ambivalenti e amorevoli [Quaglia e

Longobardi 2012]. La connotazione dell’oggetto, buono o cattivo, dipende tanto dalla relazione

reale quanto dal vissuto soggettivo del bambino, che anche sulla base di esso ne valuterà le qualità.

I processi psichici deputati allo sviluppo della personalità sono considerati già presenti all’alba della

vita psichica e il rapporto con gli oggetti primari diventa il prototipo di tutte le relazioni successive.

L’oggetto ha una propria dinamicità: non è solo il mezzo di soddisfazione pulsionale, ma elemento

strutturante del mondo psichico infantile. La spinta pulsionale non esiste senza oggetto; le relazioni

oggettuali costituiscono il baricentro dell’intera vita psichica [Klein 1952a].

La concezione dello sviluppo che si va delineando attribuisce quindi un valore sempre maggiore alla

relazione reale e all’oggetto che la rende possibile. Una lettura relativa a questo spostamento di

vertice interpretativo la ritroviamo anche nelle due accezioni di sviluppo come crisi o come processo

inteso come relazione continua tra passato e presente e tra soggetto e ambiente.

1.4. Sviluppo come crisi o come processo

Nel primo caso (crisi) il processo di crescita avverrebbe secondo una serie di emergenze discrete, lo

sviluppo mentale scorerebbe in parallelo a quello biologico e le fasi libidiche sarebbero caratteriz-

168 Appunti di Psicologia Dinamica • A.A. 2015/2016

zate al loro interno da una marcata discontinuità strutturale, per favorire il passaggio da una all’al-

tra. In questa prospettiva, lo sviluppo è caratterizzato da una spinta evolutiva che prevede un mar-

cato superamento e cambiamento rispetto al passato.

All’opposto, il concetto di processo richiama il senso di una continuità tra il bambino che si evolve e

l’adulto che sarà, ponendo in diretta comunicazione passato e presente e delineando un percorso

continuo al cui interno l’Io, attraverso la relazione con la figura materna, tende al raggiungimento

della maturità psichica.

La funzione materna è quella di sostenere l’Io nel corso della sua formazione, anticipandone i biso-

gni e tenendo conto delle vulnerabilità del bambino, proponendogli, quando necessario, frustrazioni

ottimali.

Per quanto le rappresentazioni non costituiscano la “fotografia” delle esperienze di accudimento

realmente vissute, l’esperienza di continuità nella mente infantile e la sua capacità di porsi in rela-

zione sia con oggetti esterni che con oggetti interni dipenderà comunque e in buona parte dalla

responsività materna, ossia dall’abilità con cui il caregiver si prenderà cura dei bisogni del figlio

trasmettendogli anche il senso della propria accessibilità sul piano psichico [Zaccagnini e Zavattini

2007].

L’assetto emotivo del genitore è una dimensione centrale all’interno dell’indagine psicoanalitica ri-

volta ai processi di sviluppo, al punto che la direzione adottata per comprendere il comportamento

del bambino transita proprio per le rappresentazioni che i genitori hanno del figlio [Simonelli 2014].

Secondo Cramer e Palacio-Espasa [1993], queste rappresentazioni si costruiscono grazie alle identi-

ficazioni che il genitore ha organizzato nella propria mente a partire dalle sue personali esperienze

e che vengono riattivate nell’incontro con il proprio figlio. L’esperienza del bambino reale sarà però

diversa da quella creata a partire dalle proprie fantasie – il bambino ideale – e dovrà inoltre combi-

narsi con l’abbandono dell’immagine che i genitori hanno di sé, basata esclusivamente sulla loro

esperienza di essere figli. Il bambino reale risveglierà però anche il desiderio genitoriale corrispon-

dente al “bambino che sarebbero voluti essere” e attiverà l’immagine dei “genitori che avrebbero

voluto avere”. I primi legami si stabilirebbero proprio a partire da questo gioco di identificazioni

incrociate che ci ricordano l’importanza e l’impatto delle prime esperienze relazionali.

2. Il bambino osservato e la “mente della madre”

L’evoluzione della concezione del bambino nei modelli psicoanalitici ha fatto si che, progressiva-

mente, sia stata accordata maggiore attenzione ai processi interpersonali (vedi tabella 1) piuttosto

che ai processi maturativi, e che tanto la salute quanto la psicopatologia venissero cercate nella

qualità delle relazioni di cui bambino è protagonista [Sameroff e Emde 1989].

2.1. Principali modelli teorici

La distinzione tra osservazione clinica e osservazione dello sviluppo ha sollevato il quesito su quale

fosse l’interscambio tra questi due ambiti. In particolare Wolff [1996] ha sostenuto la limitatezza

delle informazioni derivanti dall’”infant observation” ai fini della psicoanalisi e ha sostenuto la dif-

ficoltà – se non l’impossibilità – di fare comunicare ambiti di studio tra loro diversi. Il senso di questa

critica è da rintracciare in due punti fondamentali:

a) le informazioni ricavate dalle osservazioni sono utilizzate dall’infant observation in modo in-

duttivo, ossia a conferma dell’ipotesi teorica;

b) gli stati mentali affettivi del bambino sono letti a partire dalla posizione dell’adulto. 169

A.A. 2015/2016 • Appunti di Psicologia Dinamica

C M

ONCETTI DI BASE ETODI DI INDAGINE

E IMPLICAZIONI CLINICHE

Modello pulsionale Sviluppo per stadi. Origine corporea Resoconto infantile a partire dall’in-

di istinti e pulsioni diretti alla ridu- contro clinico con l’adulto. La psico-

zione dello stato di tensione avver- patologia è letta come fissazione e

tito. regressione a fasi evolutive prece-

denti.

Modello delle relazioni oggettuali Il mondo interno riveste un’impor- Uso del gioco e psicoanalisi infantile.

tanza centrale. Lo sviluppo è un pro- Osservazione del bambino e dell’am-

cesso di oscillazioni continue deter- biente primario di cure.

minate dalla relazione con l’oggetto

e dai conflitti che ne derivano.

Modello sistemico-diadico Lo sviluppo del Sé è una competenza Indagine microanalitica tesa alla

sistemica. comprensione delle abilità comuni-

I processi di autoregolazione favori- cative ed emotive del neonato nei

scono lo sviluppo del Sé del bambino momenti interattivi precoci. Il tratta-

all’interno di un contesto di regola- mento è orientato all’interno della

zione interattiva. Il processo di svi- relazione.

luppo è sempre bipersonale.

Tabella 1. I principali modelli teorici dello sviluppo

Con Sander [1964; 1987a] i modelli dello sviluppo si sono aperti alla visione di un ponte tra interno

ed esterno a partire dal concetto di stato affettivo, con cui si intende la temporanea attivazione di

un affetto che implica in sé un processo di organizzazione coerente. L’esperienza interna si struttura

dal riconoscimento di sé come capaci di risperimentare quella dimensione emotiva vissuta in pre-

cedenza. Le conclusioni di Sander ci incitano a considerare in modo nuovo l’”organizzazione” del

bambino e dell’adulto, non più come una proprietà dell’individuo, secondo la visione tradizionale,

ma come una proprietà sistemica, costruita reciprocamente dal bambino e da chi si prende cura di

lui [Sander 2002; 2007].

La dimensione affettiva, connotando le interazioni in cui il piccolo è coinvolto sembra svolgere

un’importante funzione sociale nel corso del suo sviluppo: per il tramite degli affetti, infatti, egli è

in grado di rivolgersi all’esterno e di comunicare bisogni e stati emotivi. L’apporto degli studi effet-

tuati nell’ambito della psicologia evolutiva, insieme ad altri appartenenti alla teoria psicodinamica

ha promosso lo spostamento della teoria psicoanalitica nella direzione di un modello organizzativo

degli affetti [Alvarez 2012]. In particolare questi studi hanno dimostrato come il bambino sia preco-

cemente dotato della capacità di differenziare tra sé e l’altro, creando delle aspettative che antici-

pano e direzionano la sua attenzione rispetto alle informazioni provenienti dall’ambiente. L’atten-

zione rivolta verso l’esterno è guidata dalla curiosità, piuttosto che dal bisogno di ridurre la tensione,

e all’iniziale stato di indifferenziazione ipotizzato nel modello classico si sostituisce ora l’idea di un

confine esistente fin dalla nascita tra la madre e il proprio figlio.

L’organizzazione dello sviluppo fa dunque ora riferimento alla natura dei processi evolutivi e al

modo in cui i comportamenti si organizzano all’interno di pattern più complessi. Il contesto di cure

viene dunque inteso in senso circolare e apre la strada a un modello dello sviluppo al crocevia tra

psicoanalisi e psicologia evolutiva che risponde appunto all’area dell’”infant research”.

Secondo questa prospettiva lo sviluppo del bambino non può più essere inteso come una serie di

tappe prestabilite, ma piuttosto viene proposto un modello di costruzione continua [Zeanah 2000]

– basato sulla naturale predisposizione della diade – che dà luogo a un’organizzazione più sofisticata

e che contribuirà alla comprensione del processo di costruzione di sé e dell’altro, anche in termini

qualitativi [Stern 1985; 1995]. Questa nuova visione pone la diade, fin dall’inizio, all’interno di un

dialogo continuo dove la madre rivestirà il ruolo fondamentale di modulare gli stati affettivi del

170 Appunti di Psicologia Dinamica • A.A. 2015/2016

bambino, mentre quest’ultimo sarà fin da subito in grado di sostenere l’emergere di una precoce

organizzazione del Sé. Il sistema diadico, così come lo definisce Stern, è una sorta di contenitore al

cui interno madre e bambino si troveranno impegnati in processi di negoziazione e riorganizzazione

dai quali emergeranno competenze più mature.

Eventuali punti di rottura all’interno dei processi di negoziazione rappresentano dei momenti cru-

ciali in cui il bambino ha la chance di giungere a una nuova regolazione interattiva. Ogni livello ri-

chiede alla diade un grado più elevato di regolazione che consente progressivamente al bambino di

passare da un’organizzazione biologica e diadica a un livello di organizzazione psicologica individuale

[Sander 1987a].

All’interno di queste interazione, la regolazione diadica, rappresenta l’elemento cruciale attraverso

cui è possibile una coordinazione armoniosa che attiva al contempo sia la madre sia il bambino. Il

modello dello sviluppo, in questo senso è interattivo.

Il passaggio teorico che caratterizza la linea degli studi sul bambino a cavallo del secolo consiste

nell’idea che la mente del bambino sia precocemente dotata di abilità che promuovono le sue inte-

razioni sociali e affettive.

La maturazione dipende dalla qualità degli scambi e dalla capacità di negoziare questi cambiamenti

all’interno della diade, così come eventuali discontinuità evolutive saranno leggibili alla luce del mo-

dello relazionale.

La predisposizione all’integrazione sociale che caratterizza lo sviluppo precoce del neonato e la pos-

sibilità di sperimentare l’emergere di un Sé dotato di coesione, porta Stern [1987] ad affermare che

non esiste uno stato di indifferenziazione o di confusione tra sé e l’altro neanche nei primi mesi di

vita. Egli ritiene fin da subito possibile una partecipazione attiva all’interazione reciproca cosicché,

grazie al bagaglio comportamentale che madre e bambino condividono per costruire la loro rela-

zione, il bambino entra in un campo di relazione intersoggettiva e sperimenta un nuovo senso del

Sé, il senso del Sé soggettivo, che viene costruito a partire dalle nuove capacità di condividere l’at-

tenzione, le intenzioni e gli stati affettivi con un altro.

Tutto ciò che da forma alla relazione, e si reitera nel tempo, rappresenta una modalità stabile che il

bambino impara a riconoscere e su cui fonderà il suo modello di relazione del Sé con l’altro.

3. Intersoggettività e regolazione: la regolazione dell’adattamento

Bruner [1995a; 1995b], psicologo cognitivista attento alle interazioni primarie ma anche ai processi

di costruzione e narrazione dei significati, sottolinea come l’incontro intersoggettivo costituisca

l’espressione della normale predisposizione sociale che caratterizza ciascuno di no a partire dai

primi mesi di vita. Il bambino nasce con la motivazione a capire e a coinvolgere gli altri in conversa-

zioni e scambi basati sulle emozioni, sulle esperienze e sui significati; è cioè naturalmente predispo-

sto alla ricerca e allo scambio relaziona con un interlocutore.

A partire dagli anni ’70 gli studi in quest’area si sono occupati di dimostrare questa precoce tendenza

all’”essere con l’altro” del bambino. La constatazione di questa precoce reciprocità ha indotto Tre-

varthen a parlare di “una psicologia menti reciprocamente sensibili” per indicare, nel neonato, la

presenza di un’intersoggettività innata.

Sulla base dei dati empirci raccolti con questi studi, Trevarthen delinea le caratteristiche di questa

precoce competenza comunicativa, vale a dire degli scambi protoconversazionali che si manifestano

con tanto anticipo rispetto all’acquisizione della parola e del linguaggio e rinforza l’ipotesi che alla

171

A.A. 2015/2016 • Appunti di Psicologia Dinamica

base dello scambio intersoggettivo non ci sia un processo cognitivo specifico, ma una competenza

immediata e intuitiva del bambino.

La teoria di Trevarthen secondo cui “la mente umana […] riesce a riconoscere intuitivamente, gli

impulsi dell’altro, con o senza elaborazioni cognitive o simboliche” [Trevarthen 1998] lo induce a

individuare le caratteristiche di questa precoce capacità di coordinazione interpersonale, che sinte-

tizza con alcuni assunti di base (vedi tabella 2).

Ciascun essere umano possiede una mente conversazio- Il cervello umano è predisposto alla regolazione diadica

nale intrinsecamente diadica. dell’azione congiunta.

La coordinazione intersoggettiva avviene per la capacità La capacità di coordinazione organizza e regola gli stati

del neonato di registrare il ritmo, il tono e la qualità delle interiori del bambino e gli scambi interpersonali, si ap-

sollecitazioni materne e di accordarsi ad esse. poggia a schemi ritmici temporalmente coordinati e co-

stituisce la base della rappresentazione cerebrale di sé e

dell’altro.

Tabella 2. Caratteristiche della coordinazione interpersonale

L’uso delle espressioni emotive e la loro comprensione dentro il contesto interpersonale costituisce

una caratteristica specifica del sistema diadico: bambini differenti sviluppano strategie di risposta

diverse in funzione del timing comunicativo impostato dalle madri, ciascuna delle quali propone

modalità peculiare di relazione con il proprio figlio.

3.1. Le competenze precoci

Nagy e Molnar [1994; Nagy et al. 2013] hanno mostrato come già poche ore dopo la nascita il neo-

nato tenti di riprodurre lo stesso pattern dopo averlo visto nell’adulti. Secondo Trevarthen questi

processi imitativi non sono solo la replica di un’azione, ma esprimono intenzionalità. L’ipotesi avan-

zata a partire da queste osservazioni è che il neonato sia capace di un’intenzionalità emotiva pre-

coce [Trevarthen 1998] la quale costituisce una capacità primaria che consente la condivisione e la

compartecipazione di scopi, significati, motivazioni e conoscenze. Questo stato determina un con-

testo in continua evoluzione, ma anche costituito da elementi di prevedibilità e stabilità. L’idea di

fondo è che sia precocemente organizzata, nella mente del bambino, una rappresentazione conte-

nente tutte le caratteristiche del comportamento dell’altro, anche di tipo motorio e temporale, che

consente uno scambio “partecipato” nella diade, ossia una forma di coordinazione intersoggettiva,

la quale comprende movimenti, ritmi e sfumature emotive. La funzione basilare delle emozioni sa-

rebbe dunque quella di regolare e organizzare le rappresentazioni delle relazioni significative. L’in-

tersoggettività si stabilirebbe, quindi, a partire da una mutua regolazione degli stati affettivi coin-

volti nel processo di comunicazione diadico.

Secondo Tronick, oltre alla presenza di un sistema espressivo “organizzato”, deve esserci la condivi-

sione del significato su cui tale scambio si fonda e l’intenzione di coinvolgersi in esso. In particolare,

Tronick ha distinto vari tipi di comportamento relazionale e ha classificato il tipo di scambio come

corrispondente (match), vicino (con joint) e distante (mismatch). È tuttavia il concetto di stato affet-

tivo prolungato che sintetizza la posizione teorica di Tronick nell’ambito dell’infant research. Tale

stato non è considerato tanto un fenomeno intrapsichico, quanto piuttosto uno stato diadico che si

sviluppa nell’interazione tra due persone. Tronick attribuisce agli stati effettivi prolungati “la fun-

zione di organizzare nel tempo il comportamento e le esperienze” [Tronick 2998b].

Nel modello proposto da Meltzoff [2013] la precoce capacità imitativa del bambino viene conside-

rata il presupposto per l’esperienza di interconnessione tra sé e l’altro. Egli formula il concetto di

172 Appunti di Psicologia Dinamica • A.A. 2015/2016

corrispondenze transmodali, per indicare che il bambino avverte il nesso, ad esempio, tra un movi-

mento nel volto della madre e i recettori tattili, meccanici e muscolo-tendinei del proprio viso che

sovraintendono alla sensibilità propriocettiva. Tale corrispondenza è alla base sia dell’acquisizione

della differenza Sé/altro, sia della costruzione del senso del Sé e della relazionalità di base di ogni

essere umano.

Neonato e adulto rappresentano dunque un sistema di mutua regolazione e coordinazione che

implica un continuo aggiustamento tra azioni e intenzioni [Fogel 2007].

3.2. Quando l’adattamento fallisce

Cosa succede se gli scambi all’interno della diade sono fondati su ripetuti fallimenti? In questa dire-

zione Tronick [2008b], attraverso il paradigma dello still face, ha mostrato come l’interruzione di

uno stato diadico coerente provochi effetti dirompenti sul comportamento del bambino.

Tronick ha dunque sottolineato come “l’esperienza di essere con l’altro” si caratterizzi per la condi-

visione di uno stato affettivo, sia esso positivo o negativo, che influenza in modo specifico la mente

del bambino e il suo sviluppo.

La psicopatologia, in questa direzione, è rappresentata dalla difficoltà della diade di riparare il gap

relazionale: non sono infatti i rifiuti o i mismatches comunicativi a porsi come elemento di rischio,

ma la loro mancata riparazione. Sperimentare la possibilità di ricostruire e rilanciare la relazione

costituisce il fondamento di un Sé pronto a investire nel legame piuttosto che in strategie difensive.

Nel corso del primo anno di vita il sistema diadico emerge come un’organizzazione affettiva basata

sulla sintonizzazione degli stati emotivi, così come sulle sue possibili interruzioni, rotture e ripara-

zioni. L’intensità e la qualità di questa relazione conduce il bambino alla costruzione di una rappre-

sentazione di sé come capace dal punto di vista comunicativo (nel segnalare il proprio disagio) e

della madre come efficace nel porre rimedio a questa momentanea rottura. L’eventuale mancata

azione trasformativa da parte della figura materna può indurre il bambino al ricorso prolungato a

forme di autoregolazione che possono compromettere le sue emergenti competenze affettive e

relazionali [Beebe et al. 2012]. Infatti, il reiterarsi di scambi più o meno funzionali fa si che si stabi-

liscano dei veri e propri stili di regolazione che divengono costitutivi del nucleo del Sé infantile.

Sander definisce “spazio aperto” il sistema di cure che fornisce l’esperienza e un senso di connes-

sione che promuove lo sviluppo all’interno del quale il bambino accresce le proprie competenze

autoregolatorie, che sono dunque abilità di natura interpersonale, per cui il tramite si sentirà “pro-

tagonista” attivo nella regolazione degli stati. Lo “spazio aperto” è un concetto ponte tra le dinami-

che intersoggettive e la tendenza alla differenziazione.

Il processo di mutua regolazione è determinante sia per lo sviluppo emotivo, sia per lo sviluppo

sociale e rappresentazionale: una regolazione funzionale nella diade consente il fluire di uno svi-

luppo adeguato; viceversa, fallimenti ingenti e ripetuti riducono e emettono a rischio l’organizza-

zione mentale del bambino con la possibilità che provochino il manifestarsi di forme patologiche e

disordini affettivi [Lavelli 2007].

4. Un nuovo oggetto clinico: la relazione

L’adozione di un modello concettuale sistemico e relazionale ha favorito il passaggio a una lettura

maggiormente bidirezionale, secondo cui il campo di interazione si costituisce a partire dal contri-

buto di entrambi i partner. Parlare di processi bidirezionali assume il significato, da una parte, di

173

A.A. 2015/2016 • Appunti di Psicologia Dinamica

intendere gli scambi come cocostruiti all’interno della diade e dall’altra di segnalare come entrambe

le polarità apportino un’influenza e provochino un cambiamento reciproco.

Gli sviluppi successivi, grazie soprattutto a Beebe e Lachmann hanno focalizzato la loro attenzione

sul significato da attribuire a questo modello (vedi paragrafo successivo). In particolare, il riferi-

mento a una prospettiva sistemico-diadica dei processi di autoregolazione e di regolazione interat-

tiva richiama il concetto di scambi non simmetrici (si influenza e si viene influenzati dall’altro in

modo e in misura diversi), non casuali (il comportamento di uno è prevedibile dal comportamento

dell’altro) e in cui l’interazione non è solo positiva (tanto gli scambi positivi che quelli negativi sono

regolati in modo bidirezionale). Con il termine “autoregolazione” intendiamo generalmente la ca-

pacità di entrambi i partner di regolare i propri stati di attivazione, anche fisiologici; nella vita adulta

tale termine assume un senso più ampio diventando strumento fondamentale di regolazione anche

sociale.

4.1. Il significato del principio di salienza

Il modello sistemico-diadico dello sviluppo formulato da Beebe e Lachmann propone l’esistenza di

3 principi organizzativi che orientano e modulano l’incontro interattivo. Questi principi caratteriz-

zano la qualità dei processi autoregolatori e di regolazione interattiva e consentono di sollevare e

fondare ipotesi relative alla modalità con cui le relazioni si formano e acquisiscono una loro valenza

nel corso del primo anno di vita.

I principi di salienza organizzano le rappresentazioni e le aspettative su cui poggiano i processi di

regolazione diadica e promuovono l’organizzazione e lo sviluppo della mente del bambino.

Il primo dei tre principi, detto di regolazione attesa, sovraordinato rispetto agli altri due, definisce

la prevedibilità e la continuità con cui l’interazione ha luogo. Le comunicazioni avvengono a partire

da un sistema di norme condiviso che regolano il comportamento di entrambi i partner, confor-

mando ciano alle aspettative dell’altro. In questo senso, il bambino organizza l’interazione in fun-

zione della sua precoce capacità di osservare e predire ciò che avviene nell’ambiente circostante.

Il principio di rottura e riparazione ha invece la finalità di organizzare e coordinare esperienze tra

loro in contrasto per ridurre e modularne l’impatto. A differenza del precedente, che fa riferimento

alla gamma di esperienze prevedibili, questo principio mira all’organizzazione di vicende disfunzio-

nali o scarsamente coerenti nel tentativo di rappresentarle come riparabili e mantenendo l’aspet-

tativa di una continuità nonostante le possibili rotture.

Il terzo principio è definito dai momenti affettivi intensi ossia da tutti quegli eventi a sé stanti che

si pongono come fattori organizzativi indipendenti. Si esprimono all’interno della relazione attra-

verso pattern mimico-facciali o vocali e si accompagnano a un’intensa attivazione biocomportamen-

tale. La capacità organizzativa sottostante questi momenti affettivi dipenderà sia dalla capacità del

bambino di categorizzare e attendere esperienze tra loro simili, sia dall’intensità del momento af-

fettivo in sé.

L’infant research ha avuto il merito di sollevare e rivedere questioni teoriche di importanza cruciale,

che hanno poi avuto significative ricadute sul piano della clinica. Infatti, l’accento posto sulla pre-

coce attività del bambino e sull’origine diadica della mente ha consentito di tener maggiormente

presente che le vicende esperenziali vissute dal bambino sono costruttive al punto da essere rap-

presentate e mantenute nella sua mente grazie a una memoria procedurale che richiama e guida le

successive relazioni sulla base delle precedenti [Tambelli e Volpi 2012]. Le esperienze precoci risul-

tano quindi fondamentali non più nel loro significato di fissazione come nel modello classico, ma

174 Appunti di Psicologia Dinamica • A.A. 2015/2016

perché attivano processi e rappresentazioni alla base del funzionamento dell’individuo e del suo

mondo relazionale. In questa prospettiva, la severità delle forme psicopatologiche dipenderà tanto

dalla precocità delle esperienze traumatiche, quanto dalla rigidità e pervasività dei processi di svi-

luppo. Il trauma precoce e reiterato, infatti, sembra interferire sia con la memoria autobiografica,

ossia con lo sviluppo della capacità mnestica legata all’integrazione delle esperienze vissute, sia con

la costruzione di strategie relazionali adattive [Fonagy e Target 2009]. Pertanto, alla luce di queste

considerazioni, lo stesso intervento clinico dovrà mirare alla dimensione relazionale della diade,

piuttosto che concentrarsi sull’individuo. Le esperienze traumatiche precoci vengono lette e com-

prese all’interno di un intervento clinico rivolto allo scambio tra madre e bambino e che abbraccia

tutti gli elementi che caratterizzano la relazione senza lasciar nulla al di fuori dell’osservazione [Lie-

berman 2004]. Il comportamento osservato, inteso come esito e riflesso delle relazioni, diventa la

via d’accesso per la comprensione delle rappresentazioni mentali e per il successivo intervento. In

questo approccio terapeutico si passa dall’idea di mettere in parole il trauma all’idea di fare espe-

rienza di una condizione che consenta l’avvicinamento e il contatto con le vicende traumatiche

spesso tenute lontano dalla soggettività [Albasi 2006].

Come sottolineato da Sameroff e Emde, la regolazione permette di comprendere sviluppo e pato-

logia e le sue variazioni di qualità e coerenza consentono di valutare la tipologia dell’adattamento

individuale. L’interiorizzazione di schemi disadattivi è un processo che percorre la relazione diadica

ma che comporta anche il rischio della sua trasmissione lungo le generazioni.

Anche gran parte degli studi di Fonagy [2003a; Fonagy e Allison 2014] sottolineano proprio come le

prime esperienze relazionali rappresentino il nucleo dell’organizzazione del Sé: traumi precoci,

come il mancato rispecchiamento materno, condurranno a un crollo delle strategie di regolazione,

all’incapacità di comprendere l’intenzionalità del comportamento genitoriale così come lo stato af-

fettivo che si cela dietro di esso. Pensieri e stati emotivi, per la loro indecifrabilità, diventano nella

mente del bambino oggetti persecutori da escludere difensivamente con il rischio successivo di non

essere in grado di riflettere su questa parte di esperienza interiorizzata, che tuttavia rimane attiva

a livello del comportamento e delle rappresentazioni. 175

A.A. 2015/2016 • Appunti di Psicologia Dinamica

CAPITOLO PSICOLOGIA DINAMICA

16 E TEORIA DELL’ATTACCAMENTO

La psicologia dinamica è una branca della psicologia che fa riferimento a uno specifico approccio

della teoria della personalità. La denominazione “dinamica” deriva infatti dal considerare la perso-

nalità come risultato di un intreccio di forze che possono interagire o essere in conflitto tra loro.

1. Punti di contatto e divergenze tra la teoria psicoanalitica e quella dell’at-

taccamento

Nel 1999 usciva un articolo di Peter Fonagy dal titolo Punti di contatto e divergenze tra la teoria

psicoanalitica e quella dell’attaccamento: la teoria dell’attaccamento è davvero diversa? in cui met-

teva in evidenza le limitazioni della teoria dell’attaccamento sintetizzandole in sei punti che eviden-

ziano che la teoria dell’attaccamento:

1. semplifica oltre ogni realistico limite il sistema motivazionale Inconscio che la psicoanalisi

considera essere alla base dei comportamenti (gli impulsi e tutti i complessi sistemi motiva-

zionali interiorizzati di risoluzione dei conflitti descritti, per esempio, nel modello struttu-

rale);

2. ignora la ricchezza e la diversità degli stati affettivi umani (per esempio i segnali affettivi che

l’Io riceve e a socializzazione del piacere fisicamente percepito dal corpo del bambino);

3. ignora le vulnerabilità biologiche del bambino, prendendo in considerazione soltanto quelle

radicate nel comportamento del caregiver, e anche in questo caso limitandosi rigorosa-

mente a quelle legate alla trascuratezza e all’abbandono;

4. ignora le scoperte della psicoanalisi che riguardano gli sviluppi dell’Io (specialmente quelli

delle fasi anale ed edipica) che portano al di là dell’infanzia;

5. non prende in considerazione gli aspetti della relazione bambino-genitore che non siano ra-

dicate nelle esperienze di separazione, per esempio gli aspetti che siano frutto di proiezioni

e interiorizzazioni primarie;

6. è riduzionista quando sottolinea gli aspetti evolutivi a spese di un pieno riconoscimento del

complesso funzionamento simbolico dell’essere umano.

Nel 1999, diceva Fonagy, è possibile e sufficiente guardare all’interno delle varie “tradizioni del pen-

siero psicoanalitico” per trovare punti di contatto con la teoria dell’attaccamento. Quelli che se-

guono sono i punti di contatto segnalati da Fonagy.

Per studiare nel modo migliore lo sviluppo della personalità del bambino occorre osservarlo in rela-

zione al suo contesto sociale.

Più specificamente l’una e l’altra teoria hanno in comune:

1. la contrapposizione tra realtà materiale e realtà psichica. È un assunto fondamentale di en-

trambe le teorie il fatto che la percezione dei rapporti sociali e l’esperienza sociale soggetti-

vamente vissuta siano distorte dalle aspettative, consce e inconsce [Freud 1922a; A. Freud

1936; Sandler e Rosenblatt 1962; Bowlby 1980; Sander 1987; Critteden 1997];

2. l’enfasi posta sui primi anni di vita del bambino;

3. l’importanza attribuita alla sensibilità e al rispecchiamento materni: sensibilità materna

come fattore causale nel determinare la qualità delle relazioni oggettuali e perciò dello svi-

luppo psichico;

4. le motivazioni poste alla base della formazione delle relazioni. La moderna psicoanalisi, se-

condo Fonagy, condivide con la teoria dell’attaccamento l’assunto fondamentale che la re-

lazione bambino-caregiver sia basata non tanto su una necessità fisica ma quanto su una

necessità autonoma di entrare in una relazione sociale con “altri da sé”. 177

Lo sviluppo emotivo ha anche basi cognitive. Certamente Bowlby [1969] considerava il sistema

rappresentazionale come un fattore di mediazione che assicura la continuità dei comportamenti

interpersonali, ma questo concetto è patrimonio anche di tutta la psicoanalisi e, a giudizio di

Fonagy, gli aspetti più rilevanti della questione sono:

1. l’importanza della rappresentazione soggettiva delle relazioni. Per merito del lavoro di

Edith Jacobson [1954] è oggi universalmente accettato che le rappresentazioni delle re-

lazioni del Sé con l’oggetto sono le determinanti “chiave” del comportamento interper-

sonale;

2. l’apprezzamento della relazione come contesto dello sviluppo cognitivo: la convinzione

che siano le relazioni dei primi anni di vita a fornire il contesto in cui certe funzioni psi-

cologiche critiche vengono acquisite e si sviluppano;

3. la constatazione empirica e la visione teorica che la “mentalizzazione” o “funzione rifles-

siva” sia una funzione mentale, simbolica, che ha un ruolo chiave nello sviluppo del bam-

bino. L’esplorazione del significato delle azioni degli altri è collegata in modo determi-

nante alla capacità del bambino di dare un significato alle proprie esperienze e di dare

loro un nome.

Westen [1997], muovendo da un’indagine rivolta ai clinici psicodinamici americani, individua cinque

proposizioni teoriche, chiaramente derivate dai presupposti basilari della psicoanalisi clinica, che

ancora oggi sembrano guidare le spiegazioni psicopatologiche e il lavoro terapeutico in questo set-

tore; esse sono:

1. la maggior parte dell’attività mentale è inconscia, per cui le persone sono spesso inconsape-

voli dei propri pensieri, sentimenti e intenzioni;

2. i processi mentali, comprese emozioni e motivazioni, operano in parallelo, provocando con-

flitti e generando soluzioni di compromesso;

3. le esperienze infantili hanno un ruolo primario nello sviluppo della personalità, in particolare

nel modellare gli stili di relazione delle persone;

4. le interazioni fra le persone sono guidate dalle rappresentazioni soggettive di sé, degli altri

e delle relazioni interpersonali che ciascuno possiede;

5. lo sviluppo della personalità implica non soltanto un apprendimento della regolazione degli

affetti, ma anche l’evoluzione da uno stato immaturo di dipendenza sociale a uno stato ma-

turo di interdipendenza.

Dazzi e De Coro [2001] mettono in evidenza che il principale meccanismo identificato da Bowlby

come responsabile dell’automatizzazione di programmi o modelli interpersonali disadattivi è quello

dell’esclusione selettiva dell’informazione. Questo meccanismo, utile per selezionare le informa-

zioni rilevanti in ciascun momento e per evitare la dispersione dell’attenzione, può venir utilizzato

in chiave “difensiva” se attivato nei confronti di informazioni che comportino sofferenza o paura

[Pererfreund e Schwartz 1971].

“Esclusione difensiva” significa anche disattivazione di specifici “sistemi organizzatici” (affettivi, pen-

sieri, ricordi, aspettative ecc.) che mediano il comportamento, con conseguenze psicopatologiche

se l’esclusione dell’informazione è “sistematica e duratura” in quanto le reazioni soggettive riman-

gono disconnesse dalle situazioni interpersonali che hanno provocate e vengono percepite dal sog-

getto stesso e dagli altri come inspiegabili e “folli” [Bowlby].

L’ampliamento della ricerca nel settore clinico ha dimostrato che è possibile che “disturbi dell’at-

taccamento” si manifestino in una relazione stabile, ma malsana anche in assenza di gravi carenze

o maltrattamenti.

178 Appunti di Psicologia Dinamica • A.A. 2015/2016


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AUTORE

omazzeo

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6 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche
SSD:
Docente: Gelo Omar
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher omazzeo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dinamica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Salento - Unisalento o del prof Gelo Omar.

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