Psicologia dinamica
a cura di Marta Zappia
Autori trattati:
1. Sigmund Freud
2. Anna Freud
3. Heinz Hartmann
4. René Spitz
5. Edith Jacobson
6. Margaret Mahler
7. Melanie Klein
8. W.R.D. Fairbairn
9. D.W. Winnicott
10. M. Balint
11. Heinz Kohut
12. Wilfred R. Bion
13. Joseph Sandler
14. Otto Kernberg
15. Joseph D. Lichtenberg
16. John Bowbly
17. Selma Fraiberg
18. Arietta Slade
19. Peter Fonagy 1
1. Sigmund Freud
Sin dagli inizi della sua opera, l’interesse di Freud è stato rivolto allo studio del funzionamento della
mente, in particolare ai suoi dinamismi. Lo “strumento” per cercare una risposta ai propri
interrogativi, è lo studio dei disturbi di cui sono portatori i suoi pazienti.
Laureatosi in medicina, F. cominciò a lavorare come ricercatore in neurofisiologia. Una volta passato
dalla ricerca alla pratica clinica, iniziò a curare i pazienti che secondo lui soffrivano di disturbi
neurologici causati da un danneggiamento o indebolimento dei nervi. Le dimostrazioni di Charcot e
Bernheim di cui fu testimone durante un soggiorno in Francia, fecero crescere il suo interesse per il
mondo inconscio, spostando la sua attenzione dal cervello alla mente. Charcot aveva dimostrato
come problemi fisici, come ad es. l’anestesia a guanto, una mancanza di sensazioni nella mano,
alcune forme di paralisi e le cecità isteriche, non dipendevano da disturbi neurologici ma da idee
inconsapevoli che i pazienti avevano riguardo alle determinate parti del corpo. Attraverso la trance
ipnotica, Charcot aveva dimostrato che i pensieri e le idee potevano essere utilizzati per provocare
o curare tali disturbi fisici privi di cause neurologiche. Durante l’ipnosi, infatti, un’idea poteva essere
contrastata da un’altra idea (ingiunzione ipnotica).
Tappe del percorso creativo di Freud:
1. Isteria
2. Desiderio sessuale
3. Metapsicologia
4. Teoria strutturale La prima tappa: l’isteria
Il punto di partenza è rappresentato dalla collaborazione tra Freud e Breuer, che trova negli Studi
sull’isteria (1892-1895) la propria realizzazione. In tale opera risulta già evidente l’impronta
psicologica, che al di là della formazione medica, è presente in entrambi gli studiosi. È lo psicologo
che infatti avanza l’ipotesi di un motivo per ammalarsi e che individua l’origine di tale motivo (o
insieme di motivi) nel passato del soggetto isterico. Questo passato può essere riattualizzato,
all’inizio con il metodo ipnotico ripreso da Charcot e con la cosiddetta abreazione (scarica
dell’intensa emozione legata alla memoria di un trauma), successivamente con le libere associazioni,
l’interpretazione dei sogni e l’analisi del transfert.
Queste e altre intuizioni, contengono già le premesse della convinzione che vi sia continuità nella
vita mentale. Freud chiama questa vita mentale psiche, ancora incerto sui rapporti che legano
mente e corpo, così da pensarli inizialmente in un’ottica di salto misterioso e, successivamente, di
interazione. L’idea di una continuità della vita mentale è di fondamentale importanza per
comprendere lo sviluppo della mente e le sue deviazioni, nonché dinamismi, conflitti e processi.
Negli Studi si intravede quindi l’ipotesi che vi siano connessioni tra il fatto originario e il sintomo, o
i sintomi, che si manifestano in forma variabile.
Secondo Breuer e Freud allora l’isteria sarebbe causata da ricordi bloccati e dai sentimenti ad essi
associati; questi ricordi si sarebbero separati dal resto della mente per ingigantirsi e riemergere alla
superficie sotto forma di sintomi, apparentemente inesplicabili. Qualora si riuscisse a risalire alle
loro origini, i sintomi scomparirebbero perché il loro significato diventerebbe evidente ed i
sentimenti a loro associati potrebbero essere abreati. Breuer e Freud avevano diverse opinioni sul
motivo per cui i sentimenti e le idee si dissociassero dal resto della mente: il primo riteneva che si
verificassero in stati di coscienza alterati, mentre secondo Freud il motivo riguardava il fatto che il
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loro contenuto fosse perturbante, inaccettabile e in conflitto con il resto delle idee e dei sentimenti
della persona.
Negli Studi è altresì evidente l’iniziale difficoltà, soprattutto per Freud, di prendere le distanze dal
modello medico basato sullo “scarto”, quantitativo e qualitativo, tra normale e patologico. Si sente
la difficoltà di calarsi nella relazione anziché osservare l’altro dall’esterno; è mantenuta la
separazione tra un soggetto (l’analista) e un oggetto (il paziente) e permane l’idea che questo
oggetto vada sollecitato in modo da ottenere le risposte attese. È infatti forte la convinzione che il
ricordo rappresenti una cosa da recuperare, piuttosto che un evento che si esprime nella relazione
terapeuta-paziente. Da qui la resistenza del paziente e il concetto di opposizione voluta quasi
intenzionalmente, piuttosto che come manifestazione naturale e ovvia nel momento in cui ci si
interroga sul rapporto con se stessi e con l’altro.
D’altra parte, il modello psicoanalitico non è ancora messo a punto. Da qui l’oscillare di Freud tra la
convinzione che il trauma si produca una volta per tutte e la sensazione che una molteplicità di
“episodi infantili” rappresenti la base della specifica patologia. Ciò comunque non impedisce a Freud
di prospettare fin da ora l’esistenza di relazioni simboliche, di intuire quindi che ci fossero delle
relazioni tra sintomo e simbolo; tali relazioni non sono immediatamente afferrabili, ma richiedono
un lavoro di elaborazione mentale, specie dove il conflitto attiva risposte organiche (per es.
convulsioni epilettiformi o restringimento del campo visivo).
Breuer stava provando a trattare i disturbi della sua paziente ventunenne, conosciuta con lo
pseudonimo di Anna O. (paralisi e disfunzioni del linguaggio) mediante l’ipnosi. Durante la trance
ipnotica, la paziente parlava dei suoi sintomi e, grazie all’incoraggiamento di Breuer, le associazioni
della ragazza, consentirono di risalire al momento in cui ogni singolo sintomo era apparso:
invariabilmente dopo un evento disturbante e stressante, chiamato in seguito “fatto originario” o
“trauma”. Inoltre, l’abreazione che si produceva all’emergere dei ricordi degli eventi scatenanti,
aveva un effetto curativo. È grazie a questa paziente che nasce la talking cure (cura della parola) ed
è proprio Anna O. ad indirizzare Freud nella strada della psicoanalisi.
Gli Studi sull’isteria non rappresentano tanto l’espressione di una posizione scientifica consolidata,
quanto la testimonianza di un “pensiero in movimento”: di un pensiero che, attraverso lo studio
dell’isteria, perviene alla scoperta del conflitto come “motore” della mente.
1895-1905: dall’ipnosi alla psicoanalisi
Freud cominciò a notare che l’ipnosi era sempre meno efficace nel consentire l’accesso ai ricordi e
ai sentimenti patogeni che avevano generato i sintomi; l’eliminazione permanente dei sintomi era
possibile solo se il materiale inconscio sgradevole fosse divenuto accessibile alla normale coscienza.
I ricordi che emergevano durante la trance ipnotica, in effetti si perdevano nuovamente una volta
che il paziente si svegliava dalla trance stessa. Certamente, il paziente poteva essere informato
dall’analista di tali ricordi, ma non poteva avere una consapevolezza esperienziale degli stessi. Nella
mente del paziente c’era una forza (difesa) che si attivava per mantenere i ricordi lontani dalla
coscienza. La seconda tappa: il desiderio sessuale
Sogno e nevrosi
Una svolta importante nel pensiero di Freud si ebbe con la presa di coscienza che eventi traumatici
considerati reali (cioè realmente accaduti) potessero essere invece il risultato di fantasie. La fantasia
quindi non sarebbe meno pregnante di ciò che siamo soliti a chiamare realtà. Il focus dell’attenzione
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di Freud subisce dunque un viraggio verso fattori interni, con conseguente accentuazione del
concetto di desiderio inconscio.
In quest’ottica, il sogno viene visto come l’appagamento mascherato di un desiderio inaccettabile
(“censurato”, cioè represso, rimosso). Nella medesima luce, il desiderio ed in particolare quello
sessuale, inizia ad essere inteso, in modo sempre più convinto, come la “forza motrice” di ogni
sintomo.
Nei Tre saggi sulla teoria sessuale (1905), i desideri inconsci sono considerati di natura sessuale. Essi
si manifestano sin dall’infanzia, confermando che la vita mentale è caratterizzata da continuità e
che l’infanzia, al di là delle differenze individuali, non rappresenta un’epoca senza legami con i
periodi che la seguono e con il periodo che la precede, quello prenatale.
Relativamente a Freud, si parla dell’“esplosione del genio” per il periodo che intercorre tra il 1899,
anno durante che vede la terminazione dell’Interpretazione dei sogni e il 1905, data di pubblicazione
dei Tre saggi sulla teoria sessuale. Un primo scritto a cui è d’obbligo riferirsi, è quello relativo a Dora,
il cui sottotitolo è Frammento di un’analisi di isteria. Tale caso, mostra un profondo cambiamento
nello stile relazionale di Freud e nel suo modo di farsi coinvolgere in prima persona nel breve periodo
(3 mesi) durante il quale ebbe in cura la diciottenne Dora. Freud si convinse maggiormente che:
esistono legami tra lo sviluppo nella prima infanzia e i conflitti attuali del paziente; il sogno è una
delle vie per aggirare la rimozione; il pieno significato dell’anamnesi è comprensibile solo al termine
del trattamento; le condizioni umane e sociali dei malati non sono meno importanti dei dati somatici
e dei sintomi morbosi; i sintomi non sono tanto manifestazioni di traumi quanto segnali di conflitti
attuali e pregressi.
Freud intuì che il sintomo isterico ha un senso, non tanto in sé, quanto per i significati che il soggetto
conferisce a esso e che variano “a seconda dei pensieri repressi che lottano per esprimersi".
Chiaramente, perché il sintomo si manifesti deve esserci una compiacenza somatica, offerta da un
processo normale o patologico in un organo o su un organo del corpo.
Si fa strada dunque l’idea di un’interconnessione tra psichico e somatico che presenta modalità
espressive differenziate a seconda della forma di sofferenza manifestata dal paziente.
Il caso di Dora coincide anche con la scoperta della traslazione o transfert: lo spostamento di schemi
di sentimenti, pensieri, comportamenti, sperimentati originariamente in relazione a figure
significative dell’infanzia, su una persona coinvolta in una relazione interpersonale attuale che Freud
considerava connessa alla nevrosi, cioè a un disturbo psichico privo di causa organica, frutto del
conflitto intrapsichico. Va tenuto presente che non è la cura psicoanalitica a creare la traslazione,
ma che essa consiste nella riedizione di impulsi che, latenti nella persona, riemergono nella relazione
analitica e possono disturbarne o favorirne il processo e vanno perciò identificati ed elaborati; se la
traslazione può apparire inizialmente come un ostacolo o una resistenza, però è il miglior alleato
dello psicoterapeuta e del paziente, nel loro tentativo di “risolvere” la nevrosi. Si fa luce un
atteggiamento di ricerca di collaborazione, diretto a illuminare i processi che hanno condotto alla
malattia; questa nuova visione della terapia farà nascere concetti come quello di alleanza
terapeutica. Lo sviluppo libidico: le pulsioni
Il comportamento dei bambini dimostra che la sessualità non è esclusivamente un fenomeno adulto,
non coincide cioè con la genitalità. A un’attenta osservazione, i bambini palesano delle regolarità
della pulsione sessuale. Questa consiste in una spinta (carica energetica), la cui fonte è uno stato di
eccitamento del corpo, che si specifica diversamente a seconda della meta (l’azione verso la quale
la pulsione preme) e dell’oggetto (la persona che provoca attrazione sessuale). Lo sviluppo libidico
avviene tra continue oscillazioni, in avanti o all’indietro, con momenti di arresto, o fissazione (in cui
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la libido rimane legata a zone erogene, persone, oggetti, immagini, modalità di soddisfacimento
tipiche di una determinata fase evolutiva) e con momento di regressione (in cui si ha una ricaduta
in fasi evolutive precedenti). Ciò che garantisce, nelle sue vicissitudini, la continuità nella vita
sessuale, è appunto la pulsione; in un primo momento la pulsione sessuale è autoerotica, si rivolge
cioè al proprio corpo con finalità sia di conservazione della vita sia di ottenimento di piacere;
successivamente si dirige all’esterno, verso altri oggetti o persone di cui gradatamente il neonato
prende atto, anche se per tutta la vita permarranno tracce del precedente investimento. In questa
direzione Freud distingue tra organizzazione sessuali pregenitali e organizzazione genitale vera e
propria; le prime sono parziali si dipartono in zone corporee diverse e hanno mete differenti.
Una prima organizzazione pregenitale identificabile, corrispondente all’incirca al primo anno di vita,
è quella orale: in questa fase l’attività sessuale non è ancora separata dal cibo e l’oggetto delle
attività basilari del neonato è identico, come pure la meta: l’incorporazione.
La seconda organizzazione pregenitale è quella sadico-anale, nella quale la mucosa esogena
intestinale si fa valore come meta sessuale passiva. In questa fase emerge una particolare
caratteristica delle pulsioni parziali, che si presentano in coppie di contrari (es. maschile/femminile,
passivo/attivo, piacere di guardare/piacere di esibirsi, ecc.). L’antagonismo è in questo caso tra
attività e passività (in seguito Freud lo ricompenserà entro la polarità maschile/femminile).
La terza organizzazione pregenitale è quella fallica. In questa fase si fanno strada le prime avvisaglie
del piacere dell’organo genitale (maschile). Questo piacere rafforza la curiosità per la sessualità e la
nascita e il tentativo di darsi delle risposte; si osservano pratiche di autostimolazione e
masturbazione, che sono un modo per conoscersi e rappresentarsi il corpo. Il bambino inizia ad
interrogarsi sulla diversità sessuale, che però non riconosce ancora come vera differenza, ma
individua secondo la presenza o assenza dell’organo maschile. L’importanza e il significato del
genitale maschile sono in questa fase al centro delle considerazioni infantili sulle figure genitoriali,
fatti contemporaneamente oggetto di sentimenti affettuosi e ostili. Si delinea il tabù dell’incesto,
alla base di quello che Freud ha definito “complesso edipico”.
La conclusione dello sviluppo psicosessuale viene posticipata da un periodo di latenza che congela
le spinte sessuali infantili per lasciare spazio all’attività cognitiva e favorire l’apprendimento
scolastico.
Più tardi, in virtù della maturazione biologica adolescenziale e del consolidarsi dell’identità di
genere, lo sviluppo psicosessuale si conclude con l’organizzazione genitale.
La distinzione tra pulsioni parziali e pulsioni genitali dimostra che la sessualità sulla quale Freud
lavora è una sessualità allargata, ossia in grado di considerare gli aspetti del piacere legati al
funzionamento corporeo che esulano dalla mera genitalità. Per tale ragione, Freud parla del
bambino come di un “perverso polimorfo”, che sperimenta piaceri sensoriali e muscolari di natura
varia, ognuno dei quali contribuisce allo sviluppo con proprie qualità. Non tutti gli impulsi tendenti
al piacere dell’infanzia sopravvivono in età adulta: alcuni vengono eliminati mentre altri sono
utilizzati per rafforzare altri impulsi. Le manifestazioni non genitali adulte rappresentano delle
perversioni solo quando si sostituiscono alla normale meta sessuale (il coito) e non assolvono la
funzione di preparare ad essa.
Freud riconosce nel gioco infantile le tracce di un’attività di pensiero che riguardano l’ambito del
desiderio e della fantasia e non quello della realtà. Il fantasticare rappresenta uno spazio mentale
distinto (anche se non del tutto separato) dalla realtà fisica che il bambino utilizza per soddisfare
desideri che in prima istanza sembrano impraticabili.
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Narcisismo e ideale dell’Io
Nella scoperta del narcisismo si teorizza una motivazione che va oltre la gratificazione pulsionale.
Nel 1905, dominava ancora una sorta di “preconcezione” della sessualità in cui si parlava di modello
energetico o idraulico della mente: l’organismo umano, in balie dei processi di accumulo e di scarica
della libido, ossia delle sensazioni di dispiacere o di piacere, appariva orientato semplicemente
all’evitamento del dispiacere e alla ricerca del piacere. Freud riteneva quindi che la vita psichica
fosse retta da un principio di piacere mirante a ridurre al minimo il dispendio di energia, temperato
però da un principio di realtà che permette all’individuo l’adattamento dell’apparato psichico alle
richieste ambientali (rinuncia a un desiderio onnipotente e incontrollabile). Questo adattamento
permette di rinunciare al piacere autoerotismo per sviluppare un più realistico amore oggettuale,
tramite “l’educazione della pulsione sessuale”. La teoria sessuale dei Tre saggi viene quindi inserita
nell’ambito di una visione dello sviluppo umano, inteso come progresso complessivo della persona,
identificata da Freud nell’Io, come alternativo alla multiforme realtà dell’inconscio. In Introduzione
al narcisismo (1914), Freud teorizza una motivazione che non coincide con la sola gratificazi
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