Psicologia dello sviluppo tipico e atipico - Prof. Milani
Dal riduzionismo al transazionismo
Secondo Thomas Kuhn, in determinati periodi storici nelle scienze avvengono dei cambiamenti radicali negli "assunti fondamentali". Esisterebbero quindi dei periodi di rivoluzione nel quale le scienze cambiano la propria prospettiva. Un esempio riguarda la teoria dell'infezione da germi. Aldwin, nel 2007, ipotizza che stia avvenendo un cambio di paradigma all'interno del modello di studio dei processi di sviluppo, passando da un riduzionismo causale, secondo cui l'evento viene ridotto alle cause che lo determinano, al transazionismo, in cui il verificarsi di un evento è considerato funzione delle influenze reciproche di diversi fattori.
Siamo in una fase di cambiamento di paradigma e di rivoluzioni, inteso in ottica kuhniana. Di conseguenza, vi sono al contempo degli approcci di tipo riduzionista e di tipo transazionista. Non si tratta quindi di un cambiamento indolo o istantaneo: le ricerche in ambito genetico sembrano fornire sostegno a una visione più affine al modello riduzionista, anche se tutte le discipline, che studiano fenomeni anche piuttosto lontani dalla psicologia (medicina, fisica), stanno cambiando direzione in un paradigma post-riduzionista; in questo caso si può dire che la psicologia abbia fatto da "pioniere" per le diverse scienze.
Il riduzionismo, in certi momenti, è utile; ad esempio, nella distinzione tra mente e corpo ai tempi di Cartesio fu molto utile chiarire cosa fosse corpo e cosa fosse mente (la mente si riferisce al pensiero astratto e al linguaggio, il corpo alle operazioni fisiche concrete). Oggi però la prospettiva è leggermente cambiata, e si sostiene una visione in cui mente e corpo sono fortemente collegati tra loro, in un mutuo influenzamento.
Un corollario del modello riduzionista è l'unidirezionalità dei legami causali (A → B → C); questo paradigma ha permesso un avanzamento notevole nelle conoscenze mediche. Con il progredire delle conoscenze biomediche e l'aumentare della complessità delle informazioni trattate, il paradigma causale semplice appare sempre più inadeguato; poiché la regolazione fisiologica di differenti sistemi implica una serie complessa di cicli di feedback tra diverse variabili, gli studiosi si confrontano sempre più spesso con le limitazioni di un paradigma causale semplice.
Il modello tradizionale di resistenza alla patogenesi è stato quindi modificato per accogliere il concetto di patologia: non tutti gli organismi vengono colpiti alla stessa maniera dall'agente patogeno. Lo studio della resistenza portò alla scoperta del sistema immunitario, della sua enorme complessità nelle risposte differenziate ai diversi agenti patogeni esterni e interni. In alcuni casi, i sintomi rappresentano lo sforzo dell'organismo di liberarsi dall'agente patogeno e di guarire, piuttosto che un'alterazione nel funzionamento normale causata dalla malattia, ad esempio la febbre. Per questa ragione i classici paradigmi causali sono stati sostituiti da paradigmi più complessi che fossero in grado di tenere conto delle reciproche interazioni tra sistemi.
Se ci si limitasse a studiare sempre più nel dettaglio un sistema chiuso, allora il paradigma riduzionista potrebbe anche apparire utile; è la necessità di studiare le interazioni tra sistemi diversi che ha portato al cambiamento di paradigma.
Le scienze psicologiche e il riduzionismo
Le scienze psicologiche hanno imitato quelle biomediche interpretando il dualismo cartesiano in direzione del riduzionismo neurofisiologico: i processi psicologici possono essere ridotti alle basi neurali. Nella versione più estrema di questa posizione, la mente stessa non sarebbe che un "epifenomeno" del cervello. Tale tendenza risulta radicata anche oggi: secondo queste persone nei depressi che commettono suicidio c'è un livello di serotonina più basso rispetto a quelli che non commettono suicidio, quindi il comportamento suicidario sarebbe dovuto allo sbilancio del neurotrasmettitore, che viene equilibrato con il farmaco. È importante però uscire dal riduzionismo e chiedersi se non ci sia un effetto di causa effetto contrario.
Secondo il modello riduzionista, è grazie al cervello che vi sono delle emozioni; in un'ottica interazionista sia il cervello sia la mente influenzano le emozioni; nel paradigma transazionista si ha un'interazione reciproca, ed è molto più difficile scoprire prove "chimiche" di queste interazioni. Dal punto di vista transazionista, la mente non è più riducibile solamente al lavoro fisiologico del cervello, né un "epifenomeno". Lo stato mentale influenza l'attività fisiologica, la quale a sua volta influenza le emozioni e lo stato mentale. Tutti i processi in gioco possono influenzarsi reciprocamente.
Un esempio sono gli studi su interazione tra stress, dimensioni dell'ippocampo e psicopatologia: una condizione di stress (acuto o cronico) innalza il livello di cortisolo; alti livelli di cortisolo possono danneggiare l'ippocampo; dimensioni alterate dell'ippocampo sono state correlate con la depressione. Attualmente si ipotizza che alcuni antidepressivi funzionino non tanto ripristinando il bilancio del cortisolo, ma promuovendo la riparazione dell'ippocampo. Il corpo/mente non viene più considerato un "meccanismo" che talvolta richiede manutenzione e riparazioni, ci si è spostati su un approccio più centrato sulla prevenzione: si cerca di minimizzare i potenziali esiti maladattivi di una situazione a rischio.
L'approccio transazionista
Per quanto riguarda il coping, due assunti dell'approccio transazionista sono particolarmente rilevanti:
- Le variabili in gioco si influenzano vicendevolmente sia entro sia tra i livelli di analisi considerati. I diversi livelli di analisi (ad esempio: individuale, sociale, culturale) sono tra loro interagenti e collegati, anche se possono sembrare distinti;
- I processi evolutivi sono implicati in ogni cambiamento: un evento stressante non ha solo un impatto puntuale nel momento in cui avviene, ma esercita delle conseguenze a lungo termine modificando l'organismo in tutte le sue parti interagenti. Tali modificazioni non per forza avranno esito negativo.
L'approccio transazionista permette di tracciare un ponte tra il livello socioculturale, quello bio-fisiologico e quello evolutivo. In un modello riduzionista lo stress risulta direttamente collegato al coping; nel modello interazionista lo stress influenza le strategie di coping tanto quanto la personalità (o un altro fattore simile); infine, nell'ottica transazionista stress, personalità e coping si influenzano mutualmente, per esempio se utilizzo una strategia di coping che risulta efficace, in futuro quel repertorio di coping entra a nostra disposizione e può venire successivamente utilizzato nel contesto; superare positivamente un fattore stressante, può far aumentare la confidenza in noi stessi, influendo su alcuni aspetti della nostra personalità. L'approccio transazionista standard tende a considerare le interazioni solo nel contesto di un singolo episodio stressante.
In questo modello, le variabili ambientali e personali influenzano i processi di valutazione, che a loro volta determinano la strategia di coping messa in atto dal soggetto. Le conseguenze del coping possono influenzare a loro volta sia l'ambiente sia la persona. Il mutuo influenzamento tra i tre fattori è da considerare nel life-span, giorno dopo giorno all'interno del tempo e della società.
Ad esempio, il modo in cui una persona fa fronte a una particolare situazione stressante può:
- Potenziare le strategie di coping a disposizione di quella persona in altri ambiti della propria vita e in altre occasioni;
- Modificare la percezione di "controllabilità" o al contrario "non controllabilità" di una determinata situazione;
- Modificare l'ambiente stesso: risolvere in modo positivo una situazione stressante può portare a cambiamenti positivi per tutte le persone (ad esempio, discriminazione di genere e successive leggi pari opportunità).
La ricerca nel campo dello stress e del coping ha sin qui considerato l'ambiente in termini interazionisti: come fonte di stress o (più raramente) come fonte di risorse. Una visione transazionista considera l'ambiente molto di più che non fonte di stress e/o risorse:
- Le strategie di coping sono funzione della cultura di appartenenza (gruppi sociali, istituzioni, ecc.);
- L'individuo mette in atto le strategie di coping che ha a disposizione;
- L'esito adattivo o meno adattivo del processo avrà un effetto non solo sul benessere dell'individuo in gioco, ma sull'intero repertorio di strategie di coping della cultura di appartenenza (Mechanic, 1978);
- ...il ciclo riprende...
Contraddizioni nella psicopatologia classica
Sameroff (2000; 2003) mette in luce una serie di contraddizioni nella psicopatologia classica: quando si fa una diagnosi si vedono solo alcuni "pezzettini" di una persona, con la diagnosi non si fa la persona, ma automaticamente si mette in atto una semplificazione di campo, ci si muove in un'ottica riduzionista.
Gli studi che si sono occupati in passato di leggere in ottica longitudinale che cosa succedeva ai bambini in situazioni di disagio ci si muoveva in un'ottica di semplificazione, interessandosi solo di determinate aree, poiché questo era necessario in funzione della metodologia utilizzata; facendo questa operazione si va a isolare solo una piccola parte, la coda periferica, della normale rappresentativa, queste code rappresentano la parte caratterizzata dalla patologia: il problema è che le code sono due e rappresentano il basso funzionamento del fenomeno e l'alto funzionamento; quella proporzione di mal funzionamento è a sua volta caratterizzata da un'anormale che la definisce.
Sroufe e Rutter (1984) diedero una nuova definizione della psicopatologia: lo studio delle origini e il corso dei pattern individuali del comportamento di adattamento. Questa definizione pone un problema: un sintomo o una sindrome sono più semplici da identificare rispetto a un pattern di adattamento. In questo caso si pone un'influenza tra ambiente e individuo ancora più forte, al cambiare dell'ambiente cambia anche l'individuo.
Il Rochester Longitudinal Study di Sameroff e coll. (1993) iniziò come uno studio sui bambini e divenne uno studio sulla combinazione ambiente-individuo; si tratta di uno studio che aveva la pretesa di durare circa 20 anni, si occupava di vedere come la psicopatologia materna potesse portare a un esito maladattivo. Gli studiosi videro che non si trattava di un evento singolo a predire la probabilità di maladattamento, ma risultava essere saliente quando era connesso ad altri fattori quali la povertà, la carenza del supporto sociale ed eventi di vita stressante.
Da questo studio si inizia a pensare a quelli che sono poi stati chiamati "fattori di rischio", si tratta di una costellazione di fattori che molte volte si intersecano uno all'altro e possono essere predittori di un esito maladattivo.
L'importanza dello stress
Il costrutto di stress è importante perché, dal punto di vista psicologico, è un fattore chiave nei nuovi modelli che studiano i processi di adattamento; dal punto di vista biomedico, il concetto di stress ha trasformato i concetti di salute, malattia e trattamento.
Lo stress nei modelli psicosociali di adattamento
I primi modelli che analizzavano la salute mentale si sono focalizzati soprattutto sui processi interiori come causa di problemi psicologici. Freud sosteneva che la patologia mentale è dovuta a un conflitto inconscio tra le istanze dell'Io, dell'Es e del Super-Io; questo fa dedurre che la causa della malattia sia sostanzialmente interna. Detto in altri termini, gli eventi della vita possono agire come trigger, ma i principali problemi sono di natura interiore.
I sociologi e gli antropologi, al contrario di Freud, introdussero nel sapere psicologico l'attenzione per il contesto sociale: Hollingshead e Redlich (1953) mostrarono come le persone di basso status socioeconomico fossero più frequentemente affette da schizofrenia (malattia psicotica), mentre le persone di status socioeconomico alto fossero maggiormente caratterizzate da patologie nevrotiche. Da questo punto di vista, la patogenesi può essere influenzata da quello che viviamo nel nostro ambiente di vita. L'interrogativo è se la condizione sociale sia un predittore o una conseguenza dei disturbi mentali. Nel primo caso, la posizione nella scala socioeconomica pone le persone di fronte a sfide che generano patologia mentale; nel secondo caso, il disturbo mentale pone le persone in una posizione di scarsa competitività socioeconomica. È necessario pensare a queste due opzioni come in interazione tra loro.
Alcuni hanno evidenziato come la condizione di discriminazione sociale e di ingiustizia economica sia un fattore di rischio molto importante per lo sviluppo di problematiche psicologiche. Whitbeck et al. (2002) hanno evidenziato una forte influenza della percezione di discriminazione nel predire l'insorgenza di depressione tra i Nativi Americani. Punto particolarmente problematico è la norma di cosa sia o meno una patologia psicologica, che tende a essere determinata da criteri propri delle diverse culture di riferimento. Questi modelli riconoscono l'importanza dello stress e degli effetti ambientali sulla salute mentale, articolando questo effetto con la considerazione del differente livello di vulnerabilità individuale.
Il livello di vulnerabilità allo stress può essere:
- Sia un tratto prettamente intraindividuale (predisposizione genetica, stili cognitivi, ma anche storia personale e pregressa esposizione a fattori di stress, ecc.);
- Sia un tratto sociale (SES, risorse ambientali, cultura di appartenenza, ecc.).
Si tratta di un tratto tanto individuale quanto condiviso da persone con caratteristiche comuni. Un corollario del costrutto di vulnerabilità è il concetto di "goodness of fit", Kahana et al. (2003), ovvero il fatto che un medesimo ambiente può risultare stressante per alcuni individui, mentre per altri può risultare confortevole e stimolante.
Lo stress nei modelli biomedici
Il primo modello biomedico della patogenesi risale ai lavori di Virchow: la patologia deriva dall'azione di agenti esterni sull'individuo. Una volta riconosciuto l'agente, è possibile curare la patologia. Oggi si riconosce come questo modello sia troppo semplicistico: non tutte le persone esposte a un agente patogeno sviluppano la relativa patologia. Lo stato di salute individuale risente di una interazione dinamica tra fattori ambientali e resilienza fisiologica.
La resilienza è strettamente collegata con lo stato psicologico del soggetto; il campo che studia le traiettorie di interazione tra stress, salute e sistemi endocrino e immunitario è detto psiconeuroimmunologia. In uno studio, Ader rileva che lo stress attiva la risposta emotiva, che a sua volta influenza i parametri di funzionamento biologico (ritmo cardiaco, ritmo respiratorio, vasodilatazione e vasocostrizione, ecc.).
Lo stress e le emozioni influenzano il sistema immunitario, come dimostrato dal classico studio di Ader e Cohen (1982). Lo studio è stato effettuato su topi: veniva associato lo stimolo di un suono molto forte (stressante) con la somministrazione di un farmaco che inibiva il sistema immunitario (T1), successivamente si sostituiva il farmaco con un placebo, ma si verificava comunque l'immunosoppressione nel caso del forte stimolo acustico (T2). Dopo questa ricerca, centinaia di studi hanno confermato come il sistema immunitario sia strettamente legato alle reazioni psicologiche.
Ad esempio, Smith ha verificato l'esistenza di linfociti-T di specifici recettori per le catecolamine e i neurotrasmettitori; il sistema immunitario è dotato dell'hardware necessario per interagire con la psiche. Dal punto di vista evolutivo, questa correlazione è altamente vantaggiosa, per poter reagire in modo vigoroso quando ci si trova davanti ad uno stress forte. La risposta "fight or flight" di estrema attivazione è molto adattiva in quanto permette all'organismo di reagire in modo molto vigoroso quando si vive un forte stressor; questa risposta è spiegabile nel senso evolutivo: si tratta di una risposta che permetteva di sopravvivere ai diversi predatori. Si attiva anche il sistema immunitario, perché questo è necessario nel caso in cui ci sia una qualche ferita, durante la "fuga".
La risposta neuroemotiva permette di innalzare il livello di endorfine, aumentando la soglia di sopportazione del dolore, nel momento di estrema tensione. Nel caso di stressor ambigui è possibile anche una risposta di tipo più amichevole.
Lo stress attiva il sistema immunitario, almeno in una fase iniziale. Tale attivazione è molto utile in quanto può prevenire l'insorgenza di malattie in un momento in cui è necessaria la massima performance dal punto di vista psicofisico. Quando lo stressor si cronicizza, tuttavia, vi può essere la soppressione del sistema immunitario. Affinché la risposta agli stressor sia ottimale, è necessario che vi sia sincronizzazione tra l'attivazione emozionale, il sistema endocrino e il sistema immunitario.
L'esposizione a un evento stressante può produrre modificazioni anche a livello cellulare; vi sono alcune caratteristiche delle cellule che le portano ad essere capaci di rispondere automaticamente al livello di stress cui sono esposte.
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