PSICOLOGIA DELLO SVILUPPO TIPICO E ATIPICO
PSICOPATOLOGIA DELLO SVILUPPO
A partire dagli anni ’90 si è assistito ad una progressiva affermazione di una nuova
disciplina, la psicopatologia dello sviluppo. Essa sottolinea l’importanza della stretta
interdipendenza tra comportamento normale e forme di disagio psicologico, tanto che
la comprensione dell’uno non può prescindere dallo studio dell’altro nel medesimo
contesto.
Le domande fondamentali che la psicopatologia dello sviluppo si pone sono le seguenti:
È possibile individuare una matrice comune tra lo sviluppo normale e patologico?
È possibile che emergano esiti disadattivi all’interno di un percorso di sviluppo
normale e, in caso affermativo, quali caratteristiche patologiche assumono?
Può verificarsi anche un processo inverso, ovvero l’emergere di esiti adattivi
anche se si è stati esposti a fattori di rischio grave per lo sviluppo?
Il tentativo di fornire una risposta a questi interrogativi ha indotto ad analizzare quei
fattori, sia individuali sia ambientali, che possono favorire o al contrario pregiudicare
uno sviluppo sano.
I fattori individuali includono quelli genetici, temperamentali, prenatali e perinatali, la
struttura di personalità.
I fattori ambientali includono la famiglia, la scuola, i rapporti amicali, il contesto
sociale e culturale più ampio.
L’emergere di un disagio viene ricondotto all’interazione tra fattori individuali e
ambientali. Il loro intreccio influenza le capacità dell’individuo di far fronte ad eventuali
difficoltà, le quali hanno un impatto diverso a seconda della fase specifica del ciclo
vitale, ovvero in funzione dei livelli di maturazione oppure della qualità delle
esperienze.
NORMALITÀ E PATOLOGIA
De Ajuraguerra e Marcelli sottolineano come non sia possibile tracciare una linea netta
di demarcazione tra normalità e patologia in età infantile, quale conseguenza della
notevole dinamicità che caratterizza la struttura psichica degli individui nel corso dei
primi anni di vita. Il processo maturativo infatti si connota per la presentazione
simultanea di movimenti progressivi e regressivi, momenti critici che permettono di
accedere ad una nuova struttura di funzionamento psichico e per una notevole
sensibilità alle influenze dell’ambiente esterno.
Un comportamento manifesto sia esso mentale (fobie, pensieri ossessivi) o agito
(condotte aggressive), può rappresentare un potenziale patogeno o un sintomo
transitorio che accompagna una fase della crescita. Ad esempio, nella prima e seconda
infanzia è frequente l’insorgenza di alcune paure, quali quella del buio, degli estranei,
per alcuni animali che sono momentanee e tendono a risolversi in modo spontaneo.
Vi sono inoltre bambini che crescono senza aver mai presentato sintomi, almeno in
apparenza, e altri ancora per i quali la mancanza di qualunque forma di disagio, propria
dell’infanzia, rappresenta una sorta di conformismo eccessivo, una sottomissione alle
pressioni e alle esigenze dell’ambiente. Questi bambini vengono descritti come gentili,
saggi, docili e privi di difficoltà. In realtà, all’adattamento apparente si associa una
incapacità a costruire una organizzazione psichica interna coerente ed elaborare gli
inevitabili conflitti di sviluppo. È al momento dell’adolescenza che le difficoltà si
palesano attraverso forme sintomatiche importanti, come ad esempio gravi forme
depressive o disturbi del comportamento alimentare.
Possiamo individuare 4 punti di vista sulla normalità:
1. Normalità in quanto salute (assenza di sintomi), opposta a malattia
2. Normalità in quanto media statistica
3. Normalità in quanto ideale da realizzare o a cui avvicinarsi
4. Normalità in quanto processo dinamico, capacità di tornare a un certo
equilibrio.
Vediamo i limiti di ciascuna definizione:
1. La prima definizione (salute vs malattia) è molto statica e tende a ridurre la salute
(normalità) a assenza di sintomi e la malattia ai suoi sintomi. In realtà, vi possono
essere nel corso dell’infanzia crisi e difficoltà che segnano il passaggio ad una nuova
fase della crescita, così come all’opposto l’assenza di sintomi può rappresentare
solo un apparente stato di normalità e salute. Dobbiamo inoltre considerare la
potenzialità di recuperare la salute e, quindi, la normalità come un processo.
2. La seconda definizione (normalità = media) fa riferimento alla curva gaussiana
(curva a forma di “campana”, dove la media è rappresentata dalla parte più ampia
al centro), ma in questo caso si dovrebbero considerare patologici gli individui molto
alti o molto bassi (agli estremi della curva) o chi appartiene a partiti politici a cui
poche persone aderiscono e così via.
Inoltre la normalità intesa come “la maggioranza delle persone fa così” è influenzata
ampiamente dalla cultura. La psicologia dello sviluppo, come disciplina, fa spesso
riferimento a questa definizione (“tipico” e “atipico”).
3. La terza definizione (normalità = modello ideale da raggiungere) è sottilmente
diffusa nella nostra cultura, specie in quella psicologica (dove spesso agiamo perché
pensiamo che le cose “debbano andare così”, facendo riferimento a un ideale di
sviluppo, piuttosto che sulla base della persona che abbiamo di fronte). Es. è un
modello ideale quello di pensare che la mamma debba salutare il bambino
gioiosamente, altrimenti viene etichettata come una mamma “non sufficientemente
buona” o “depressa”. Chi lo dice che una mamma deve comportarsi così?
Certamente le ricerche ci dicono quali sono gli ambienti più favorevoli per la crescita
dei bambini, ma si tratta sempre di medie.
4. L’ultima definizione (normalità come processo adattivo, finalizzato a ritrovare un
equilibrio precedentemente perso) è meno statica delle precedenti definizioni, ma si
tratta di sottolineare l’aspetto adattivo, quasi passivo, dell’essere umano. Spesso i
pazienti chiedono: “mi faccia tornare come ero prima”. Non si tratta però di farli
tornare al punto precedente, la vita è un continuo processo, in ogni momento che
passa noi siamo diversi dal momento precedente: è impossibile tornare al prima.
Inoltre, perché il prima era migliore? Se poi si sono sviluppate delle difficoltà, forse
non era più il modo migliore di stare al mondo per quella persona. E, ancora, non c’è
un punto “vero” di normalità ed equilibrio a cui dobbiamo riferirci, per cui non ci
sono scollamenti o avvicinamenti a questo punto. Inoltre, cosa significa
adattamento? È davvero tornare a un equilibrio perso?
La definizione migliore intende la normalità come una sorta di plasticità nei termini di
possibilità di adattarsi agli eventi e ai cambiamenti dell’ambiente e propri della
crescita.
Un altro termine nell’ambito dello sviluppo psicologico è “immaturità”, che si riferisce
a comportamenti che si situano tra la normalità e la patologia (dove la normalità è
intesa in senso statistico o ideale). Ad esempio, bambini con impaccio motorio vengono
definiti con un’immaturità psicomotoria, oppure bambini che hanno difficoltà a tollerare
le frustrazioni possono essere etichettati con il termine “immaturità affettiva”. Ma, cosa
significa che un bambino è immaturo affettivamente? C’è forse una maturità affettiva?
E chi stabilisce cosa sia maturità affettiva?
Le domande che pone il termine “normalità” sono molte e ti sarà apparso chiaro come
non esiste una definizione soddisfacente di normalità.
Normalità e patologia sono due concetti interdipendenti, se non ci fosse uno non ci
sarebbe l’altro. Si tratta di convenzioni, che sottendono una certa idea di uomo.
I fattori che influenzano lo sviluppo normale e patologico
I FATTORI BIOLOGICI NELLO SVILUPPO PATOLOGICO
I fattori biologici che possono concorrere alla strutturazione di un processo morboso
rientrano in due ampie categorie eziologiche:
Progenetica, che include i fattori intervenienti prima della fecondazione,
Metagenetica, che concerne i fattori che si verificano dopo la fecondazione.
cause progenetiche
Nel gruppo delle rientrano:
Le alterazioni del patrimonio ereditario, rappresentato da geni e cromosomi,
ovvero rotture nella struttura dei cromosomi
Le aberrazioni cromosomiche, che possono essere di tipo strutturale oppure
numerico, e consistono nella presenza di un abnorme numero di cromosomi. Tali
aberrazioni cromosomiche possono causare patologie quali, ad esempio, la
sindrome di Down o trisomia 21, la sindrome di Edwards o trisomia 18.
L'eziologia metagenetica include quei fattori che intervengono durante la gestazione, al
momento del parto oppure nei primi anni di vita.
In funzione del periodo in cui essi agiscono, infatti, si suddividono in:
Fattori prenatali: possono intervenire nella fase embrionale (dal concepimento
o fino all'ottava settimana di gestazione) oppure durante la fase fetale (dal terzo mese
fino alla nascita). In fase embrionale gli agenti patogeni colpiscono principalmente i
tessuti e gli organi, intervenendo nel momento di massimo accrescimento e
differenziazione. Durante la fase fetale gli agenti patogeni possono rallentare
l'accrescimento del feto in generale e colpire selettivamente il cervello.
Gli agenti patogeni che possono intervenire in gravidanza sono:
Malattie materne infettive (rosolia, influenza, morbillo, epatite) e non infettive
(patologie endocrino-metaboliche come il diabete);
Malattie nutrizionali (carenze alimentari e vitaminiche), intossicazioni da
agenti chimici (assunzione di farmaci, alcol, nicotina, droghe), lesioni da
agenti fisici (esposizione a raggi X, traumi).
Fattori perinatali: (tra la 27esima settimana di gestazione fino alla prima
o settimana di vita extrauterina) costituiscono le cause più frequenti di lesioni a carico
del sistema nervoso centrale.
Tra i fattori perinatali vi sono:
Prematurità (nascita prima della 38A settimana),
Basso peso alla nascita,
Post-maturità (nascita dopo la 42 A settimana),
Ittero (incompatibilità materno-fetale legata al fattore RH e più raramente a
quello A.BO),
Ipossia o anossia cerebrali (alterazioni placentari, attorcigliamenti del cordone
ombelicale, mancata espansione polmonare),
Traumi cranio-vertebrali verificatesi durante il parto turbe metaboliche.
Fattori post-natali: possono causare lesioni a carico del sistema nervoso.
o Rientrano nelle seguenti tipologie: encefaliti, meningite (di natura virale o batterica),
traumi cranici, vasculopatie cerebrali, intossicazioni, ipoalimentazione.
Le cause patogenetiche, appena elencate, tuttavia, non danno conto della complessità
degli elementi che sono alla base di un percorso di sviluppo normale oppure patologico,
alla cui origine si riconosce, invece, un intreccio inscindibile di fattori di ordine biologico
e di ordine relazionale.
Il temperamento
Allport definisce il temperamento come “natura emotiva dell’individuo e include la sua
suscettibilità alle stimolazioni emotive, alla sua abituale resistenza e velocità di
risposta, alla qualità del suo umore prevalente, nonché alle peculiarità alle fluttuazioni
e all’intensità dell’umore; questo fenomeno è costituzionale e pertanto ampiamente
ereditato”.
Thomas e Chess, nel delineare le differenze temperamentali pongono l'enfasi
soprattutto su "come" il comportamento viene espresso, piuttosto che sul "cosa",
ovvero sul tipo di azione. Gli autori, peraltro, individuano tre costellazioni di
temperamento che permettono di classificare i bambini come facili, difficili o lenti.
I bambini facili presentano ritmi regolari per ciò che concerne le funzioni biologiche,
mostrano reazioni positive nei confronti di stimoli nuovi, per lo più si adattano ai
cambiamenti e per la maggior parte del tempo sono di umore positivo moderatamente
intenso.
I bambini lenti, invece, hanno una certa irregolarità nelle funzioni biologiche, si
adattano meno rapidamente ai cambiamenti, mostrano una combinazione di reazioni
positive e negative.
I bambini difficili, infine, hanno ritmi biologici irregolari, per lo più non si adattano ai
cambiamenti, hanno reazioni negative verso le situazioni nuove e la loro espressione
emotiva nella maggior parte dei casi è intensa e negativa.
Un ruolo fondamentale è, tuttavia, svolto dall'ambiente sociale, con particolare
riferimento alle figure genitoriali, le quali rispondono ai piccoli in modo differenziato in
funzione del loro temperamento. Da questo punto di vista è importante la compatibilità
nelle caratteristiche temperamentali tra bambino e genitori, e/o la capacità della madre
e del padre di rispondere in maniera contingente ai comportamenti che esprimono il
temperamento del piccolo in modo da assecondarne le caratteristiche di base. La
relazione caregiver - figlio sembra migliore questi casi, così da consentire uno sviluppo
più adeguato nei piccoli. Thomas e Chess
Secondo il modello interpretativo proposto da il temperamento dà
conto dello stile comportamentale specifico con cui l'individuo risponde alle
sollecitazioni provenienti dal mondo esterno. Esiste un interscambio reciproco tra
temperamento e ambiente: da un lato l'ambiente esercita un'influenza sul
temperamento del bambino, dall'altro, il temperamento del bambino influenza le
valutazioni, gli atteggiamenti e il comportamento di coloro che interagiscono con il
piccolo.
Gli autori hanno individuato nove dimensioni temperamentali per descrivere le
caratteristiche temperamentali, ciascuna associata ad una valutazione alta o bassa:
Livello di attività
1. : si riferisce all'attività motoria valutata secondo il rapporto tra
Ad esempio nella prima infanzia bambini, valutati con attività
periodi attivi e inattivi.
alta, quando fanno il bagnetto scalciano e schizzano, mentre bambini con attività
bassa quando dormono si rigirano non di frequente nel lettino. In età scolare
bambini con attività alta quando tornano da scuola vanno subito a giocare a pallone,
mentre quelli con attività bassa si mettono tranquillamente a fare un puzzle.
2. Ritmicità (regolarità): riguarda la prevedibilità o imprevedibilità degli orari delle
Ad esempio nella prima
funzioni biologiche, come fame, sonno, defecazione.
infanzia è indicativo di regolarità il fatto che i movimenti intestinali arrivano sempre
dopo la prima colazione, mentre è indicativo di irregolarità il fatto che è difficile
abituarlo al vasino poiché fa i bisogni a qualunque ora. In età scolare è indicativo di
regolarità il fatto che il bambino si sveglia sempre alla stessa ora per andare a
scuola. È indicativo di irregolarità il fatto che i pasti principali o l'andare a letto non
avvengono mai alla stessa ora.
3. Approccio o evitamento : riguarda la risposta iniziale ad una nuova situazione o
stimolo, come un nuovo gioco, cibo, persona, luogo. Le risposte di approccio
sono positive e si manifestano con l'espressione di stati d'animo segnalati con
sorriso, linguaggio, mimica, oppure con l'attività motoria come inghiottire il cibo
nuovo, allungare le mani verso il giocattolo. Le reazioni di evitamento, al
contrario, sono negative e si manifestano attraverso l'espressione di stati d'animo
caratterizzati per lo più da pianto, oppure da attività motorie come allontanarsi,
Comportamenti di approccio si
sputare il cibo, spingere via il giocattolo nuovo.
osservano quando durante il primo giorno di asilo il bambino si mette subito a
giocare con i coetanei, mentre è indicativo di ritiro il mettersi in disparte e attendere
alcuni giorni prima di iniziare a partecipare alle attività di gruppo.
4. Adattabilità : questa caratteristica non si riferisce alla risposta iniziale, ma alla
Un esempio di
facilità o difficoltà nel modificare la risposta nel tempo.
adattabilità alta si osserva quando viene dato un cibo nuovo: il bambino all'inizio
può sputarlo, ma poi lo mangia. Al contrario, un esempio di adattabilità bassa si
riscontra quando il bambino, ogni volta che indossa la tutina nuova si divincola
finché non si esce da casa.
5. Soglia sensoriale : concerne la stimolazione necessaria per evocare una
Ad esempio nella
risposta riconoscibile, indipendentemente dal tipo di risposta.
prima infanzia si rileva una soglia bassa se ogni volta che si chiude la porta, anche
piano, il bambino sobbalza. Si rileva una soglia alta se il bambino non prova dolore e
non lo esprime anche quando si dovrebbe far male.
6. Qualità dell'umore : concerne la proporzione tra comportamenti ed espressioni di
stati d'animo piacevoli, allegri e/o amichevoli, rispetto a quelli spiacevoli di
Ad esempio nella prima infanzia sono indicativi di umore positivo le
pianto e ostilità.
risposte di sorriso e i vocalizzi quando al bambino vengono presentati un cibo o un
gioco. È indicativo di prevalenza di umore negativo se il bambino piange la maggior
parte delle volte che la sera viene messo a letto.
Intensità delle reazioni
7. : riguarda il livello di energia delle risposte positive o
Ad esempio nella prima infanzia l'intensità è bassa quando a fronte di uno
negative.
stimolo che dà noia il bambino piagnucola, ma non strilla mai, mentre l'intensità è
alta quando, di fronte ad uno stimolo che piace, il bambino fa vocalizzi e scoppia a
ridere
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