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Psicologia dello sviluppo socio-affettivo

Il documento contiene gli appunti completi delle lezioni di Psicologia dello Sviluppo socio-affettivo, e sono inclusi gli argomenti che la professoressa chiede all’esame, ma che non sono presenti nei libri. Appunti basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni della prof. Riva Crugnola.

Esame di Psicologia dello sviluppo socio affettivo docente Prof. C. Riva Crugnola

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passano attraverso l'interazione con il genitore. Bruner parla di scaffolding da parte del

genitore, cioè di incorniciamento del gioco (la mamma fa vedere al bambino come si usa

l'oggetto).

Dal secondo anno il bambino mette in atto il gioco di costruzione: utilizzo di oggetti per

 costruire

Alla fine del primo anno è già presente anche il gioco sociale con l'adulto, in cui vi è una

 struttura convenzionale (con scambi di turni), che agevola la successiva acquisizione

linguistica. Esempi: dare e prendere, fare e disfare, gioco del nascondino.

Fino ad ora a abbiamo visto il gioco con gli adulti, vediamo ora l'interazione tra bambini.

prima si pensava che il bambino molto piccolo non avesse interazioni con gli altri bambini,

mentre studi recenti (a partire dagli anni 70) sono andati ad analizzare le interazioni del

bambino anche molto piccolo con altri bambini della stessa età o di poco più grandi (ad

esempio un bimbo di 3 mesi messo con altri bambini, li imita e in qualche modo i interagisce

con loro). A 2 mesi sono presenti sorriso, movimento delle braccia e della bocca verso altri

bambini. A 6 mesi compaiono scambi interattivi diretti tra bambini familiarizzati tra di loro,

con uno o più turni. All'incirca dai 9 mesi i bambini interagiscono con gli altri non solo tramite

scambi sociali (sorrisi e movimenti), ma anche tramite la condivisione di oggetti. Trevarthen

parla proprio di una motivazione a una relazione con compagni più ampia rispetto a quella

relativa alla ricerca di fugare di attaccamento.

Il gioco tra bambini nel primo e secondo anno di vita è chiamato parallelo, in cui i bambini

(senza l'intervento di adulti) tendono a imitarsi molto reciprocamente in modo contemporaneo

o differito (un bambino fa un gesto e l'altro bambino lo può imitare contemporaneamente o

dopo poco). Questa condivisione imitativa mano a mano si differenzia, e possono emergere dei

giochi di condivisione, in cui i bambini si imitano ma in modo più strutturato, condividendo

significati, le cui caratteristiche sono:

- condivisione del tema del gioco da parte dei vari partecipanti (ad esempio gettare la

palla)

- Il ruolo condiviso è unico e non complementare (tutti fanno la stessa cosa)

- Esiste comunicazione sociale diretta

- Permane l'imitazione speculare e differita

Quindi il gioco può essere visto a due livello: con l'adulto (che ha funzione di scaffolding) o con

i pari.

Si arriva così al gioco simbolico o di finzione (dal secondo anno). il primo ricercatore che ha

lavorato tantissimo su questo tipo di gioco con osservazioni molto accurate è Piaget. Secondo

lui inizialmente è un gioco di tipo solitario, che solo poi diventa condiviso con altri bambini o

con l'adulto. In realtà le recenti ricerche mostrano come anche all'inizio sia un gioco

prevalentemente sociale.

Si chiama così perché il bambino usa degli oggetti e gesti a livello simbolico (esempio: gioco

della bambola). Gli schemi di "far finta di" compaiono circa a 12 mesi (anche se secondo Piaget

compaiono a 18 mesi). Poi Questo gioco viene condiviso con altri bambini, e diventa socio-

drammatico (compare dai 3-4 anni circa), in cui vi è una diversificazione dei ruoli tra i

bambini. Vi è anche una narrazione che può essere molto complessa, quindi è un gioco molto

strutturato.

Cosa è implicato nel gioco di finzione?

oggetti e gesti vengono usati per simbolizzare qualcos'altro

⁃ Implica diverse competenze: sensomotorie, di interazione, simbolico-affettive (la

psicoanalisi dice che il gioco simbolico ha anche funzione di simboleggiare le emozioni del

bambino ), e metacomunicative (far finta di).

Il gioco simbolico è stato letto in diversi modi: Piaget, prospettiva socio-cognitiva, psicoanalisi,

teoria dell'attaccamento.

Piaget: "la formazione del simbolo nel bambino" --> ipotesi contenute nell'opera:

- il gioco simbolico compare a 18 mesi alla fine del periodo sensomotorio

- Inizialmente è un gioco solitario

- È in concordanza con la funzione semiotica, cioè attraverso un gesto o un oggetto il

bambino ne significa un altro

- presenza di imitazione differita (imito un gesto osservato in precedenza che viene

utilizzato in modo da significare qualcos'altro)

- Un oggetto e un gesto vengono usati per simbolizzare un oggetto o una situazione

assente (esempio: una bambola simboleggia un bambino, una scatola simboleggia

un'automobile)

Autori che poi si collegano a Piaget vanno a vedere la strutturazione cognitiva del gioco

simbolico, che serve anche a valutare le competenze cognitive del bambino. Un aspetto

dell'evoluzione cognitiva del gioco simbolico è il passaggio da semplici schemi autocentrati

(esempio: faccio finta di bere o di pettinarmi) a schemi simbolici decentrati (far finta di

pettinare la bambola) a combinazione di più schemi in sequenze di giochi (anche

rappresentandosi il gioco tra sè e sè prima di agirlo). L'altro aspetto che stato mostrato da

questi autori, in particolare da Nicolich, è l'uso decontestualizzato del gioco --> si verifica nel

tempo una trasformazione simbolica degli oggetti:

- oggetto prototipico: telefono giocattolo (con cui fa finta di telefonare), tazza vuota (con

cui fa finta di bere)

- Oggetto sostituito (cubo che rappresenta una tazza)

- Oggetto immaginario (tazza evocata dal semplice gesto del bere)

Anche qui si può osservare una evoluzione cognitiva, da un uso più concreto dell'oggetto a un

uso più decontestualizzato e simbolico.

Quindi quali sono i processi implicati nel gioco simbolico secondo Piaget e gli autori a lui

successivi?

- Processi di decontestualizzazione

- Processi di decentramento dell'azione

- Processi di integrazione/coordinazione degli schemi utilizzati

- Uso del linguaggio verbale integrato nel gioco solitario con funzione di controllo

dell'esecuzione ("prima faccio questo, poi quello)

Questi ricercatori dicono anche che quando si è con bambini nell'asilo nido o scuola per

l'infanzia, osservare il livello a cui è arrivato il gioco dei bambini (sia solitario sia tra pari) è

importante per valutare il livello cognitivo a cui sono arrivati i bambini --> che cosa si può

osservare nel gioco?

- decontestualizzazione

- Decentramento

- integrazione: script del gioco (schema singolo, combinazione singola o multipla),

narrazione del gioco (semplice o complessa

- Controllo dell'esecuzione: Verbalizzazione (egocentrata, sociale nel gioco o fuori dal

gioco), competenza sociale, gioco solitario, imitativo o cooperativo

- Competenza affettiva: temi ed emozioni prevalenti

Qual è il ruolo dell'adulto nel gioco secondo questi autori? Può mettere in atto diverse funzioni

per agevolare il gioco del bambino (o per ostacolarlo):

- propositivo: l'adulto può proporre un gioco al bambino

- Condivisione: può condividere un gioco con il bambino

- Ampliamento: può ampliare, tramite scaffolding, il gioco (la bambina dà da mangiare

alla bambola e la mamma dice "ah dai da mangiare alla bambola")

queste funzioni agevolano il gioco del bambino

- direttivo: il genitore impone il gioco

- Non sostegno: il genitore ignora il gioco

- Limitativo: "non fare quel gioco!"

- Di non interazione

queste funzioni ostacolano il gioco del bambino

È importante osservare come si comporta il genitore durante il gioco del bambino, e ad

esempio aiutarlo ad assumere le prime 3 funzioni e non le altre.

Il gioco di finzione poi mano a mano tende a diventare sociale (o socio-drammatico) --> il gioco

tra pari compare in modo abbastanza frammentario a 3 anni, poi diventa sempre più

strutturato e copre il tempo fino a 5-6 anni. In questo gioco sociale vi è una diversificazione e

atttribuzione reciproca di ruoli. Nel momento in un vi sono più attori del gioco, vi è anche una

competenza narrativa e metacomunicativa che si può osservare nel gioco. Vi è anche una

competenza di negoziazione (per decidere il gioco). Così il gioco si fa sempre più complesso, con

trame anche molto elaborate.

Questi autori (Piaget e altri) si sono quindi occupati principalmente di aspetti cognitivi e

semiotici]

Altri autori si occupano invece degli aspetti più socio-cognitivi implicati nel gioco simbolico -->

è la prospettiva socio-cognitiva. Essa mette in evidenzia la presenza nel gioco di:

- rappresentazione di funzioni: ruoli reali (esempio: maestra, mamma) o ruoli fantastici

(un supereroe, cappuccetto rosso). Questi ruoli vengono assunti in modo simbolico da se

stessi, oppure li si attribuisce ad altri (far fare la madre a un'altra bambina) o ad

oggetti (come una bambola)

- Processi di socializzazione nel gioco simbolico: cooperazione rispetto al gioco,

condivisione dei significati simbolici, role taking --> si passa dal gioco simbolico

solitario a quello collettivo

- Processi di metacomunicazione: "facciamo finta di essere una famiglia" con funzione di

costruzione/negoziazione del gioco. Esempi: storytelling ("io andavo nel bosco, mi

perdevo e tu mi trovavi), suggerimenti ("tu andavi nel bosco"), proposte esplicite di

finzione ("facciamo finta che io ero morto e tu mi baciavi e io mi svegliavo").

È importante quindi che nella scuola dell'infanzia vi siano degli spazi adibiti al gioco simbolico

(es oggetti che in qualche modo attivano o facilitano il gioco simbolico) --> quindi importanza

di un ambiente che attivi il gioco simbolico, ma anche presenza di adulti che facilitino questo

gioco.

L'altro grosso filone che ha studiato il gioco è il filone psicoanalitico/psicodinamico. Il gioco in

questo filone è usato principalmente a funzione terapeutica. L'autrice che ha usato per prima

il gioco per fare analisi con i bambini è la Klein. Ipotesi della psicoanalisi: il bambino gioca con

gli oggetti, e non lo fa solo per simbolizzare certe cose a livello cognitivo, ma il gioco ha anche

un significato affettivo profondo --> secondo gli psicoanalisti il gioco simboleggia sempre

vicende affettive del bambino e legate alle sue relazioni primarie. Quindi va analizzato non

solo per la sua struttura cognitiva e socio-cognitiva ma anche per le vicende affettive (legate al

sè infantile e alle sue relazioni con i genitori e i fratelli sia di segno emotivo positivo che

negativo) che simbolizza. La funzione del gioco sarebbe quella di elaborare tali vicende ed

emozioni.

Klein: è la prima autrice che ha parlato di tutto ciò. La sua tesi è: a un bambino si mette a

disposizione nella stanza terapeutica una serie di giochi (che facilitano la simbolizzaazione), e

il modo in cui si approccerà a questi giochi gli permette di simboleggiare le vicende affettive di

amore e odio verso genitore e fratelli. Ogni gioco è simbolico, rappresenta cioè vicende legate al

mondo e agli oggetti interni del bambino.

Gli oggetti con cui il bambino gioca personificano gli oggetti interni del bambino (esempio: la

bambola simboleggia la bambina stessa nella relazione con la madre, quindi ciò che la

bambina fa con la bambola può rappresentare le relazioni della bambina con il padre o la

madre) --> personificazione: il bambino attribuisce a oggetti e giocattoli aspetti di sè e delle

proprie relazioni --> si verificano processi di identificazione proiettiva, cioè la bambina

proietta sula bambola aspetti di sè, ma anche processi di identificazione introiettiva, cioè la

bambina di attribuisce ruoli affettivi. Esempio di personificazione: la bambola rappresenta

simbolicamente il sè del bambino e i suoi aspetti (identificazione proiettiva), e sua volta il

bambino assume il ruolo del genitore rappresentando nel gioco il padre, la madre o i fratelli

(identificazione introiettiva).

Mentre a livello di analisi con gli adulti si analizzano le verbalizzazioni e i sogni dei pazienti,

con i bambini si usa il gioco come strumento di comunicazione, usato dal bambino come

elaborazione di vicende emotive di tipo relazionale.

Nella situazione terapeutica il bambino che ha vissuto esperienze traumatiche tenderà a

ripetere nel gioco queste esperienze traumatiche, in modo immodificato o più o meno alterato.

Spesso il finale del gioco è drammatico e i personaggi hanno elevate valenze aggressive. Il

bambino può anche avere difficoltà a simbolizzare, quindi il gioco si conclude con aggressività

diretta, non modificata dal gioco. L'analista deve aiutare il bambino a elaborare questa

aggressività e trasformarla. In certe situazioni i(ad esempio con bambini autistici) il gioco

simbolico ha un livello bassissimo, cioè il bambino ha difficoltà a giocare a livello simbolico.

Winnicott: ha esplorato gli antecedenti del gioco simbolico --> WInnicott parla di fenomeni

transazionali. L'oggetto transizionale consiste in un oggetto privilegiato usato dal bambino per

consolarsi (in modo più moderno: autoregolarsi), come una copertina o un pupazzo, soprattutto

quando è solo o sulla soglia dell'addormetnamento. Questo oggetto è importantissimo e non

può separarsene. Se se ne separa ha molta ansia. Vengono chiamati traniszionali perché sono

una transizione tra la relazione molto intima con la madre e la separazione --> il bambino usa

la copertina come presentificazione della madre --> sarebbe un primo processo simbolico, dato

che l'oggetto simboleggia le sensazioni positive vissute con la madre. È una condizione

protosimbolica, dato che l'oggetto ancora non simboleggia la madre, ma le sensazioni vissute

con la madre (è una dimensione più concreta). Winnicott parla anche di oggetti soggettivi (cioè

oggetti che rappresentano aspetti della relazione con la madre). Una possibile evoluzione

dell'oggetto transazionale è l'amico immaginario.

Teoria dell'attaccamento rispetto al gioco simbolico

Si osserva che il gioco simbolico compare prima di ciò che diceva Piaget, circa a 12 mesi.

Inoltre non è un gioco solitario, ma compare nelle interazione con il caregiver, e solo dopo

diventa un gioco a cui il bambino può giocare anche da solpùo. La teoria dell'attaccamento ha

mostrato anche che questo gioco è più presente nei bambini con attaccamento sicuro.

Le prime forme di gioco simbolico sembrano essere giochi che riproducono situazioni familiari

e di accudimento (ad esempio apparecchiare ecc).

Nella prima comparsa del gioco simbolico è molto importante il ruolo del caregiver, cioè la

mamma che propone il gioco. Inoltre il gioco simbolico è più complesso se sostenuto da un

adulto fino a 36 mesi. Quindi la teoria dell'attaccamento enfatizza la matrice interattiva del

gioco simbolico.

In sintesi:

- il gioco simbolico (mettendo insieme le varie teorie che abbiamo esplorato) esprime le

varie competenze del bambino: sociali, cognitive, metacomunicative e metacognitive

(cioè consapevolezza dell'aspetto finzionale del gioco), narrative (il bambino può metter

in scena anche un gioco molto complesso) ed emotive

- Il gioco e la sua complessità sono indicatori di un buon sviluppo socio-cognitivo-emotivo

del bambino.

- È importate trovare a livello pedagogico delle situazioni che incoraggino il gioco

simbolico

- Aspetti congetturali nel gioco simbolico: nel gioco si rappresentano anche cose che non

esistono e che il bambino vuole che esistano

- Processi trasformazionali, al servizio dell'espressione di emozioni primarie (come

rabbia, interesse

- Simbolizzazione di vicende affettive

Il gioco nello sviluppo atipico

Nei bambini con deficit cognitivo (ad esempio con QI baso) anche il gioco viene rallentato:

- Ritardo nelle tappe evolutive del gioco (il gioco più semplice è quello più frequente in

questi bambini rispetto al gioco finzionale, che implica anche capacità di

mentalizzazione)

- Fase del gioco esplorativo più prolungato con difficoltà nella regolazione dell'attenzione

- Gioco simbolico più elementare con attività più frammentate

- importanza del supporto emotivo fornito dal genitore per aumentare il livello del gioco

Nei bambini con disturbi bello spettro autistico (hanno difficoltà nella comunicazione e nella

relazione intersoggettivo con l'altro): il gioco simbolico è estremamente ridotto rispetto agli

altri bambini (con difficoltà d animare i personaggi giocattoli), quindi privilegiano per lo più

un gioco esplorativo di tipo stereotipato e ripetitivo, senza modificazioni. È un gioco più

solitario con scarse capacità di usare il gioco simbolico. Infatti nei bambini con autismo il

problem aè proprio quello di attribuire stati mentali all'altro (teoria della mente

compromessa), quindi il gioco di far finta di è molto difficile per loro. Le mamme di bambini

autistici hanno capacità di scaffolding simili a quelle di bambini normali, quindi è proprio il

bambino ad essere portatore di una difficoltà comunicativa e di simbolizzazione.

Bambini istituzionalizzati o bambini con madri depresse: anche qui gioco esplorativo più

presente, e gioco simbolico più danneggiato --> è utile un approccio con il bambino che faciliti

in lui il gioco simbolico, che è anche un modo per regolare le emozioni (può riprodurre vicende

emotive, trasformandole è così regolando le emozioni relative a tali vicende).

Un altro aspetto di cui si sono interrogati gli studiosi riguardano il bambino che gioca da solo

oppure a livello cooperativo --> alcuni studiosi sottolineano che osservando bambini all'asilo ce

ne sono alcuni che tendono di più al gioco solitario e altri più cooperativi. Il gioco solitario di

per sè non è un fattore di rischio, se accanto ad esso permane una capacità del bambino di

interagire con gli altri nel gioco. Anzi può essere anche positivo, dato che indica capacità di

stare da solo, di regolazione/autorganizzazione, costruzione di una tempo per la solitudine

(alonetime) ritagliato fuori dalle relazioni tra pari, di amicizia e di attaccamento. Quindi ci si

chiede: è una condizione di solitudine positiva oppure di difficoltà (il bimbo sta da solo perché

ha difficoltà a stare con gli altri)? Qui bisogna appunto vedere se il bambino sa sia giocare da

solo sia mettere in atto un gioco simbolico con gli altri --> quindi si vede se è presente sia

capacità di autoregolazione, sia capacità intersoggettiva.

Interazioni tra pari

Abbiamo sempre parlato di interazione madre (caregiver)-bambino. Ora vediamo come è stata

studiata la relazione tra fratelli e l'amicizia.

Abbiamo dati e ipotesi meno articolate rispetto alle relazioni caregiver-bambino, però vi sono

comunque studi che riguardano le relazioni tra pari.

La relazione tra fratelli ha due dimensioni che coesistono:

- Relazione partitetica orizzontale tra pari: sono coinvolti aspetti di empatia, di

condivisione, collaborazione nel gioco, ma anche di conflitto

- Relazione verticale, essendovi sempre fratello maggiore e minore --> il fratello

maggiore assume il ruolo di guida/modello con aspetti anche genitoriali

quindi due livelli: orizzontale (condivisione o conflitto) e verticale

Ovviamente nella relazione tra fratelli è implicata anche la relazione che essi hanno con i

genitori.

È la psicoanalisi che si è interrogata su cosa può avvenire nella mente del bambino quando

nasce un fratellino. È stato osservato che immediatamente potrebbero emergere sentimenti di

gelosia o aggressività verso il fratello. Poi emergono comportamenti regressivi (come ricerca

del contatto fisico materno, autoconforto), e possibili fantasie aggressive, a volte

comportamenti concreti di aggressività, Però anche genitorializzazione, cioè occuparsi del

fratello, negando al contempo aspetti di gelosia.

Più strettamente la psicoanalisi si è occupata di relazioni tra fratelli a livello di analisi --> che

conflitti possono avvenire? Rivalità e gelosia per l'amore dei genitori (c'è un figlio preferito? -->

sentirsi trascurato rispetto al fratello preferito) / il fratello minore vive continuamente il

maggiore come modello e quindi percepisce forte rivalità e competizione molto accesa con il

fratello maggiore / fratello maggiore vede il fratello minore come un'intrusione (Lacan).

Winnicott ipotizza che possa esserci un vero e proprio odio tra fratelli, che sarebbe accentuato

dal clima relazionale tra i genitori (ad esempio se innescano preferenza verso uno dei due

oppure se vi è un forte conflitto tra i genitori).

La psicoanalisi si è occupata anche degli aspetti identificatori --> fratelli e sorelle possono

vedere nell'altro sia uno specchio di sè stessi sia qualcosa di diverso da cui possono prendere

esempio. Quindi la psicoanalisi ha sottolineato molto l'identificazione reciproca che può

avvenire tra fratelli ,con rispecchiamento (uno lo specchio dell'altro) sia differenziazione

(vedere nell'altro ciò che si vuole raggiungere). Ciò porta quindi anche ad alleanza tra fratelli e

possibilità di avere il fratello come partner in alcune situazioni. Ciò potrebbe essere molto

accentuato nell'osservazione anche clinica di gemelli --> nei gemelli è molto chiaro l'aspetto di

alleanza, e a volte può accadere anche una distribuzione di ruolo (un gemello ha un ruolo più

sociale, l'altro più introverso --> quindi come si creasse un sistema in cui vi sono parti dell'uno

e dell'altro che agiscono come unità). Il problema dei gemelli è proprio questa relazione

particolarmente stretta, tanto che ad un certo punto non vi è solo il problema di separarsi e

differenziarsi dai genitori (processo tipico di individuazione durante l'adolescenza) ma anche

dal gemello.

Nella relazione tra fratelli vi sono anche aspetti progressivi: avere un fratello può cioè essere

una risorsa. Ci si può alleare con il fratello per raggiungere l'autonomia dai genitori, ci può

essere complicità/solidarietà, attaccamento reciproco, costituzione di un codice fraterno. Questi

sono sicuramente aspetti positivi nella relazione tra fratelli.

Aspetti di rischio nell'avere un fratello:

- Soprattutto nei Gemelli: aspetto eccessivamente fusionale, quindi difficoltà a separarsi

- Delega genitoriale al fratello maggiore nella cura del fratello minore --> situazione di

role reversing in cui il fratello maggiore deve assumere un ruolo genitoriale verso il

minore. Quindi il fratello maggiore non ha la possibilità di vivere se stesso come

bambino con i suoi bisogni, dato che deve occuparsi dei fratelli minori. Ciò succede

spesso nelle famiglie problematiche, che non riescono a svolgere il loro ruolo di genitori.

[Questa era la visione psicodinamica]

Grazie alla presenza di un fratello si possono sviluppare diverse abilità sociali:

- Empatia

- Decentramento

- Comportamenti prosociali

- Gioco simbolico

- Linguaggio emotivo

- Competenze cognitive di mentalizzazione dell'altro

Nella relazione dei fratelli con i genitori si parla spesso di ambiente condiviso, cioè i fratelli

vivono nello stesso ambiente familiare. Però per ciascun fratello vi è una parte di ambiente

non condiviso, dato che la relazione del fratello con la mamma ha elementi di differenza

rispetto a quella del fratello con la mamma (avendo aspetti temperamentali diversi). Quindi

accanto ad aspetti ambientali similari, vi sono anche delle differenze, che fanno sì che i fratelli

(anche i gemelli) hanno una storia loro. In studi di interazione della madre con gemelli si vede

proprio come la madre interagisce in modi diversi con loro, in base anche al modo in cui si

rappresenta i due gemelli.

Gli aspetti conflittuali tra fratelli sono spesso scatenati dal clima familiare negativo, dal clima

conflittuale e dalla presenza di favoritismi verso un figlio --> ciò crea problemi non solo nella

relazione con il genitore ma anche nella relazione orizzontale tra fratelli. Molto spesso quindi i

conflitti che si osservano tra fratelli derivano dal conflitto genitoriale.

Prospettiva sistemica

La famiglia viene vista come sistema. È stata data molta importanza al sottosistema che si

viene a creare tra i fratelli, che permette un sodalizio intragenerazionale --> permette una

maggiore capacità di autonomia rispetto alla coppia genitoriale, e costituisce un fattore

protettivo rispetto a condizioni di rischio nella famiglia (ad esempio separazione dei genitori o

malattie di membri della famiglia). Relazioni di amicizia

È stata molto poco studiata fino a pochi anni fa, ma allo stesso tempo è vista come una

relazione molto importante, soprattutto a livello di formazione della personalità del bambino.

La relazione di amicizia viene definita come una relazione di intimità, con caratteristiche

specifiche e diverse rispetto alla relazione tra fratelli e la relazione con i genitori:

- Rapporti di mutualità e scambio reciproco (è assente la verticalità fratello maggiore-

minore)

- Disvelamento di sè: si può svelare all'amico parti di sè segrete e particolarmente

intime, e questa condivisione può essere molto importante

- Intimità psicologica e fisica

- Valorizzazione reciproca: riprende gli aspetti di rispecchiamento presenti anche nella

relazione con genitore e con fratelli.

Solo dagli anni 70 (con l'infant research) sono comparse ricerche sistematiche sulle relazioni di

amicizia tra i bambini. Quando iniziano le amicizie nei bambini? In età molto precoce, dato che

l'imitazionen reciproca è già presente a 2-3 mesi. Però si può parlare di amicizia, in cui il

bambino cerca la relazione con l'altro, dai due anni. Dai 4 anni le amicizie si fanno più stabili.

Nella preadolescenza si verifica il fenomeno per cui le amicizie sono dello stesso sesso, ed è

solo nell'adolescenza che si rimescolano i generi con presenza di gruppi misti.

Quali aspetti positivi ci sono nell'amicizia?

- Condivisione di sentimenti e pensieri

- Permette il consolidamento di sè

- Agevola l'autostima, la fiducia in se stessi e la valutazione positiva di sè (grazie alla

valorizzazione reciproca)

Ricercatori sul versante cognitivo sottolineano come le amicizie possono inoltre incrementare

non solo le competenze socio-emotive del bambino, ma anche cognitive e di cooperazione.

Al contrario se si osserva un bambino all'asilo o alle elementari privo di amicizie, potrebbe

essere a rischio rispetto all'acquisizione di competenze sociali e potrebbe essere indicatore di

problemi socio-emotivi (questi bambini sono più egocentrici). Inoltre potrebbe essere indicatore

di attaccamento insicuro con i genitori.

Per concludere il discorso sull'amicizia, consideriamo un aspetto particolare dello sviluppo

infantile, cioè il fenomeno del "compagno immaginario", cioè un amico che non è reale, ma

finzionale (rientra nel gioco simbolico). Non tutti i bambini lo hanno., ma un terzo dei bambini.

Compare nell'età prescolare e va avanti fino alla preadolescenza. In cosa consiste? Vengono

attribuite a un particolare personaggio (peluche bambola) caratteristiche umane, oppure a un

amico invisibile.

Che funzione assolve? Alcuni ricercatori parlano di una continuità con l'oggetto transizionale,

che ha funzione di consolazione nei momenti di solitudine, presentificando le funzioni

materne. Verso i 2 anni scompare l'oggetto transazionale e compare l'amico immaginario.

Anche l'amico immaginario, come l'oggetto transizionale, ha funzione di protezione e

consolazione. Sarebbe anche qualcuno con cui condividere emozioni e pensieri, quindi

servirebbe anche a diminuire la solitudine, quindi avrebbe funzione di auto consolazione.

Quindi le sue funzioni sarebbero positive. Intervistando bambini con amici immaginari le

funzioni prevalenti sembrano proprio essere: rassicurazione, consolazione, ascoltatore,

compensazione rispetto al sè (un amico particolarmente bravo e potente), funzione

moralizzatrice (potrebbe essere una sorta di genitore che sgrida, quindi questa sarebbe una

funzione negativa, ma nella maggior parte dei casi le funzioni sono positive).

Che caratteristiche ha? Secondo alcuni è un alter-ego del bambino, con caratteristiche

potenziate. Però allo stesso tempo è un altro da sè ed è un amico fidato.

Alcuni psicoanalisti che hanno osservato l'amico immaginario in situazioni cliniche, hanno

osservato che in alcuni casi questo compagno immaginario rappresentasse genitori minacciosi,

quindi è come se diventasse non un compagno fidato, protettivo e consolante, ma qualcuno che

può spaventare il bambino.

Ritornando agli aspetti adattivi, alcuni ricercatori hanno indagato se esistono differenze tra

bambini con compagno immaginario e senza. È stato emerso che il bambino con compagno

immaginario aveva maggiore creatività, però allo stesso non c'erano differenze sul piano di

competenze sociali e cognitive. Sul piano delle differenze di genere i maschi avevano

soprattutto compagni maschili, mentre le femmine sia maschi sia femmine. Ciò è stato

riscontrato anche nell'ambito dei sogni: sia da bambini sai d adulti i maschi tendono a sognare

soprattutto maschi, mentre le femmine sia maschi che femmine.

L'aspetto di rischio emerge quando il compagno immaginario non scompare e rimane presente

per molto tempo, depauperando il bambino da altre relazioni (il bambino ha una relazione

esclusiva solo con il compagno immaginario), e infine può sfociare in aspetti allucinatori (il

bambino è convinto che il compagno immaginario sia reale).

Genitorialità

cosa succede quando un adulto diventa genitore? La riflessione è soprattutto di tipo

psicoanalitico-psicodinamico. Molti autori sottolineano come la prima genitorialità è una

situazione che può essere di crisi, o comunque di riorganizzazione delle proprie relazioni. In

particolare sembra centrale la rielaborazione della relazione con la figura genitoriale dello

stesso sesso e di eventuali conflitti, in modo da organizzare in modo più stabile gli aspetti

positivi di questa relazione e di poterli utilizzare con il futuro figlio. È importante anche saper

attribuire al partner (se c'è) funzioni materne o paterne. Quindi l'altro aspetto, oltre alla

ridefinizione delle relazioni con il genitore, è quella di trasformare la relazione con il partner

da diadica a triadica.

Le teorie psicoanalitiche si sono preoccupate soprattutto della maternità, più che della

paternità (solo ultimamente si è considerata anche la figura paterna e le possibili crisi che

possono insorgere nel padre). La psicoanalisi fino agli anni 2000 si è occupata solo di

maternità, e ha visto la gravidanza come un periodo cruciale di riorganizzazione della

personalità della donna che amplia la sua identità femminile per comprendere anche quella

materna. Cosa succede in questo periodo di riorganizzazione? Alla fine della gravidanza e nei

primi mesi di vita del bambino la madre dovrebbe poter disporre di ripresentazioni di sè come

madre, capace di prendersi cura, allevare e dare conforto al figlio, e di rappresentazioni del

bambino come soggetto separato e al contempo dipendente dalle proprie cure. Questo processo

è abbastanza complesso. Un aspetto che la psicoanalisi ha esplorato è cosa succede durante la

gravidanza rispetto alla riorganizzazione delle relazioni familiari. Studi recenti hanno

enfatizzato che la donna in gravidanza tende a riattivare situazioni e fantasie legate al

bambino e a sè come mamma, ma anche come aveva fantasticato all'avere bambini durante

l'infanzia. È stato sottolineato come fare un bambino significa anche riattivare il complesso

edipico con il padre fare un bambino non vuol dire solo farlo in relazione al compagno ma

anche al padre. È stata sottolineata anche la rivalità con la mamma: nel momento in cui si fa

un bambino emergono aspetti di conflittualità vissuti con la figura materna.

Quindi la mamma nel periodo gravidanza e post-partum deve far fronte a tutti questi aspetti

identificatori precoci, e potrebbe anche riattivarsi il conflitto con la madre (in rapporto anche

al complesso di Edipo). Il recupero di queste elaborazioni/conflitti dovrebbe concludere con

l'identificazione con gli aspetti positivi materni e femminili della mamma.

Autori successivi si sono molto concentrati sul fatto che ciò che deve essere fatto nella

gravidanza è un elaborazione positiva dei residui conflittuali della relazione con la propria

madre.

Nel momento in cui la madre riesce a concludere questo processo di identificazione, dovrebbe

avere a disposizione una competenza affettiva, che gli autori chiamano in modi diversi, ma che

riferiscono tutti alla stessa cosa:

- Winnicott parla di preoccupazione materna primaria: la madre nella relazione con il

bambino nei primissimi mesi riesce a identificarsi con i suoi bisogni

- Bion parla di Reverie: capacità della madre di dare un senso alle emozioni comunicate

dal bambino

- I ricercatori della mentalizzzzaione parlano di capacità riflessiva della madre, cioè

avere in mente il bambino è attribuirgli stati mentali

Quindi la madre dovrebbe avere a disposizione una capacità intuitiva di relazione con il

bambino (chiamata da alcuni intuitive parenting --> la mamma è in grado intuitivamente di

relazionarsi con il bambino).

Un altro aspetto individuato dalla ricerca non solo psicoanalitica è stata come la madre si

costruisce la rappresentazione del bambino nel corso della gravidanza. Nel primo trimestre la

madre vive la relazione con il bambino in modo fusionale (in cui non vi sono ancora

rappresentazioni specifiche verso il bambino). Queste rappresentazioni e fantasie cominciano

ad essere elaborate nel secondo semestre --> si costruisce una rappresentazione del bambino,

che può essere legata al modo in cui la mamma nell'infanzia si rappresentava i figli, ma anche

al modo in cui la mamma si immagina il bambino nel futuro --> dunque vi sono due livelli di

rappresentazione: il bambino inconscio (più legato alla storia della mamma nell'infanzia) e

bambino immaginario (il bambino che c'è nell'attualità e come sarà in futuro). Nel terzo

trimestre, se si vanno a verificare le fantasie, queste diminuiscono molto (minore

rappresentazioni del bambino), perché compaiono diversi tipi di angosce legate al parto che si

avvicina --> queste angosce sono: angoscia depressiva (far male al bambino), angoscia

persecutoria (bambino che può danneggiare la madre), angoscia genetica (bambino che nasce

malformato). Poi si passa all'incontro con il bambino reale nel post-partum --> si scontra la

visione del bambino fantasticato dalla madre con il bambino reale --> questo confronto può

essere coerente, ma può essere anche incongruente (la mamma si immagina un bambino

idealizzato, però il bambino ha un temperamento difficile, piange molto, è inconsolabile ecc).

Se non subentra il realismo vi può essere uno scontro tra bambino immaginario e bambino

reale. È quindi un momento di crisi, in cui la madre deve abbandonare le sue immagini

idealizzate e prendere contatto con il bambino reale. Se ciò non avviene subentra una

situazione di disagio.

Anche la teoria dell'attaccamento è andata a osservare cosa avviene nelle madri in

gravidanza. Ipotesi di fondo: anche qui viene molto enfatizzato il percorso della madre (più che

del padre) e l'importanza di rielaborare il rapporto con la madre. Questo processo sarebbe

facilitato dalla presenza di attaccamento sicuro verso le figure genitoriali --> questo permette

di avere capacità di parenting funzionanti (maggiore sensibilità, responsività, capacità di

mentalizzazione) --> si viene a formare un sistema di caregiving positivo. Invece nel caso

l'attaccamento sia insicuro (distanziante o preoccupato o disorganizzato) il sistema di

caregiving, in diverse modalità, risulta non funzionante --> la mamma è in difficoltà nella

relazione con il bambino, in particolare nel trattare le sue emozioni negative. In particolare

attaccamento distanziante: sistema di caregiving rigido, con parziale svalutazione /

attaccamento preoccupato: sistema di caregiving incerto e a tratti inconsistente / attaccamento

disorganizzato: sistema di caregiving non organizzato, rappresentazioni caotiche di sè, del

bambino, della relazione.

Un altro autore che si è occupato moltissimo di maternità e di interventi precoci relativi alla

relazione genitore-bambino a rischio è Stern, il quale parla di costellazione materna. Lui dice

cose simili a quelle dette finora. Sostiene che nella fase di gravidanza e postpartum è come se

la madre possedesse un'organizzazione molto specifica, la costellazione materna, durante la

quale viene particolarmente attivata la riorganizzazione delle figure materne --> parla di

triade madre-madre-bambino. Nella costellazione materna vengono privilegiati gli aspetti di

cura, e vengono posti in secondo piano quelli sessuali e competitivi. Inoltre emergono capacità

empatiche e cooperative. Questa ipotesi guida gli interventi che Stern ritiene funzionali alla

prevenzione in situazioni di rischio --> secondo lui è molto importante che la madre possa

disporre di reti di supporto in cui possa recuperare modelli materni alternativi (nel caso i suoi

siano stati disfunzionali). Stern inoltre dice che durante la gravidanza possono emergere

angosce specifiche, in particolare relative alla sopravvivenza del bambino (sono capisce di far

sopravvivere il bambino? --> paura di uccidere il bambino con la propria inadeguatezza,

oppure paura che il bambino cessi di respirare o di mangiare). La madre può anche avere

l'ansia di non essere in grado di impegnarsi emotivamente con il bambino in modo adeguato,

quindi ha paura di non saper leggere i suoi bisogni/segnali), oppure può avere paura di non

essere naturale nella comunicazione emotiva e nel contatto corporeo con il bambino. Queste

ansie sono fisiologiche, però se sono troppo intense possono ledere il rapporto della madre con

il bambino. È importante quindi in questa fase, come si diceva prima, che la madre possa far

affidamento su una rete di supporto. Le situazioni più a rischio sarebbero quelle in cui le

madri non possono contare sul partner nè su altre reti sociali di supporto.

Ci possono essere situazioni, molto studiate dalle ricerche, in cui si parla di quadri

psicopatologici, legati alla perinatalità.

Situazioni di lieve rischio:

- Periodo perinatale: visto come crisi evolutiva (vedi all'inizio)

- Maternity blues: situazione vista come fisiologica --> è uno stato depressivo molto lieve

che accompagna molte gravidanze (alcune ricerche parlano di 85%), che tende poi a una

remissione spontanea

Situazioni davvero psicopatologiche:

- Disturbo da stress post-traumatico postnatale: ha le stesse caratteristiche del PTSD

ma legate al parto --> il parto viene vissuto in modo traumatico, e implica la

sintomatologia tipica del PTSD

- Psicosi puerperale: coinvolge una percentuale bassissima di madri. Riguarda madri che

vivono sintomi psicotici immediatamente dopo il parto. Questa situazione deve essere

immediatamente trattata con farmaci e psicoterapia.

- Depressione post partum: sentimenti di disperazione e vergogna, fluttuazioni

dell'umore, auto svalutazione, agitazione, preoccupazioni eccessive per la salute del

bambino e per se stessa, trascuratezza --> la percentuale è del 13%

- Ansia perinatale: si presenta spesso in comorbilità con la sintomatologia depressiva sia

in gravidanza sia nel post-partum. L'incidenza in gravidanza oscilla tra il 18% e il 25%,

mentre nel post-partum è intorno al 4.7%

Nelle ricerche recenti si è cercato di retrodatare sempre di più l'emergere di questi problemi.

Prima si parlava di depressione e ansia post-partum, oggi le ricerche hanno mostrato come

sono già presenti in gravidanza. Oggi più che di depressione o ansia post-partum si parla di

depressione o ansia perinatale (che può essere sia dopo il parto sia durante la gravidanza).

Genitorialità a rischio: la depressione materna

depressione perinatale: implica tutti i sintomi della depressione tout cour (umore depresso,

irritabilità, sentimenti di ansia, bassa autostima, auto svalutazione, insonnia o ipersonnia,

diminuzione della concentrazione, affaticabilità), che però sono molto focalizzati sul sè

genitoriale. Ci possono essere pensieri anche fortemente distruttivi sia su di sè sia sul

bambino (paura di far male al bambino). Spesso è correlata ad ansia di stato (cioè

nell'attualità, a causa della gravidanza o del parto) e di tratto (caratterisitca di personalità

piuttosto stabile). Può insorgere durante la gravidanza, dopo il parto, o essere pregressa.

L'incidenza è del 10-15% in popolazione generale. Viene differenziata dal maternity blues, che

è un disturbo dell'umore molto più lieve in intensità (molto frequente: incidenza tra il 30 e

l'80%). Mano a mano ha una remissione spontanea (di solito dopo poche settimane dal parto),

mentre la depressione perinatale vera e propria, senza interventi specifici, tende a mantenersi

stabile nel primo anno di vita.

Psicosi puerperale: è molto rara In popolazione generale (1-2 casi su mille). È un disturbo

dell'umore grave con depressione, episodi deliranti, e perdita di contatto con la realtà. Tende a

essere predetta da precedenti disturbi dell'umore e tende a predisporre a ulteriori episodi di

distrubo affettivo-bipolare. È necessaria l'ospedalizzazione.

PTSD post-natale: è stato identificato molto recentemente. Deve essere trattato, perché

altrimenti può disturbare la relazione madre-bambino, e potrebbe sfociare in aspetti

depressivi.

Comunque la più elevata incidenza in popolazione generale si identifica con depressione e

ansia perinatale. Le ricerche mostrano che depressione, ansia e stress genitoriale tendono a

mescolarsi insieme --> si verifica una configurazione di disagio materno molto complessa che

oscilla tra ansia depressione e stress --> si parla di parenting stress.

Cosa implica nella mamma la depressione perinatale?

- Sentirsi incapace come mamma e svalutazione

- Preoccupazione intensa di danneggiare il bambino

Le interazioni madre depressa-bambino sono state molto studiate, ed è emerso che le madri

depresse tendono a esprimere pochissime emozioni positive e molte negative, e non riescono a

fronteggiare il pianto del bambino. Inoltre vi è bassa coordinazione negli stati emotivi tra i

due.

Le interazioni non sono solo di disimpegno e ritiro (come si potrebbe pensare), dato che ci può

essere un'ulteriore modalità, cioè l'intrusivita e la iper stimolazione. Quindi le interazioni tra

madre depressa-bambino possono essere: elevata intrusività e iper stimolazione accompagnata

da ostilità nei confronti delle attività del bambino / ritiro e disimpegno (cioè sotto stimolazione

accompagnata da tristezza nei confronti dell'attività del bambino).

Come tutto questo impatta sul bambino?

- Anche lui comincia a esprimere più emozioni negative, che non vengono regolate,

quindi si mantengono attivate

- Esprime poche emozioni positive

- Irritabilità e difficoltà a essere consolato dalla madre

- Nell'interazione faccia a faccia minore interesse verso la madre e tendenza al ritiro

(meno sguardi e vocalizzazioni rivolti alla madre rispetto ai controlli) --> doppio ritiro

da parte della madre e da parte del bambino

Tutto ciò ha un impatto non solo sulla relazione m-b, ma anche su tutto lo sviluppo successivo

del bambino: interesse limitato rispetto agli oggetti e ad altre persone, sviluppo cognitivo

rallentato, a 12 mesi prevalenza de pattern di attaccamento insicuro, trasferimento dello stile

di interazione rivolto alla madre verso gli altri adulti significativi,, ipervigilanza e role

reversing (il bambino, tramite l'ipervigilanza, cerca di "rianimare" la madre --> come nello still

face, in cui il bambino di fronte alla madre inespressiva cerca di riattivarla aumentando le

interazioni), disturbi del sonno, disturbi dell'alimentazione (con possibile difetto di crescita

non organica), disturbi comportamentali (con difficoltà a gestire la rabbia), gioco poco

articolato.

Influenze a lungo termine nel bambino:

- A livello cognitivo: difficoltà di apprendimento e incertezza nei compiti di problem

solving

- Ritiro nelle relazioni sociali con i pari e con gli altri adulti

- strategie difensive nei confronti delle emozioni

- Possibile comparsa di sintomi psicopatologici quando il bambino cresce, tra cui

depressione

In sintesi: la depressione materna produce nella coppia M-b una regolazione emotiva non

sintonizzata in cui da un lato la madre è inadeguata nel fungere da regolatore delle emozioni

del bambino e inefficace nel riparare le interazioni problematiche, dall'altro lato il bambino

sperimenta un senso di inefficacia nei confronti della propria capacità di comunicazione

emotiva (con conseguenti sentimenti di rabbia, tristezza e solitudine) e così inizia a

interiorizzare modalità interazionali inefficaci a livello di scambio emotivo, costruendosi un

nucleo del sè cementato da emozioni negative.

La diede madre-bambino però non è isolata, ma ovviamente si immerge in un ambiente

(padre, famiglia di origine, reti di supporto ecc) --> quali sono i fattori ambientali che

attenuano l'impatto della depressione sul bambino e i fattori che aumentano tale impatto?

- Influenza del padre: diretta (sulla relazione con il bambino), indiretta (una buona

relazione coniugale aumenta le capacità regolatorie responsive della madre verso il

bambino). però molto spesso punteggi elevati nella depressione materna si

accompagnano a punteggi elevati nella depressione paterna --> in questi casi l'impatto

sul bambino è molto più intenso.

- Presenza di reti di supporto familiari ed extrafamiliari efficaci, cosa che migliora le

capacità di parenting della madre.

- Possibilità del bambino di usufruire di relazioni significative positive con altri adulti

(nonni, caregiver, educatori).

Altre ricerche sono andate a vedere quali sono i fattori che predicono lo sviluppo di una

depressione sia nella madre che nel padre:

- È molto importante la storia precedente di disturbi di ansia/ depressivi nel ciclo di vita

e di gravidanza --> è importante per i progetti di intervento individuare subito la

presenza di ansia/depressione nella storia pregressa della madre

- Familiarità con disturbi depressivi

- Eventi di vita stressanti (esempio: una madre che ha avuto lutti nell'ultimo periodo di

gravidanza)

- Scarso supporto sociale

- Rapporti di coppia conflittuale

- Basso status socioeconomico --> Fare prevenzione significa anche garantire situazioni

socio-economiche che permettano al genitore di non avere troppo stress oltre allo stress

genitoriale

Le madri depresse sono più a rischio negli stili di interazioni non responsive con il bambino

(quindi sono più a rischio nell'essere intrusive o neglecting) e hanno più bambini con

attaccamento insicuro.

Come si può fare uno screening della depressione post-partum? Ad esempio si può usare il

CES-D, un questionarlo self-report, che può valutare sia il rischio depressivo, sia un vero e

proprio stato depressivo (fornisce un punteggio sia di rischio sia clinico). Un altro strumento è

il Beck depression inventory.

Una volta identificato un rischio psicopatologico nella madre, cosa si può fare? La prevenzione

si può differenziare in tre forme:

Prevenzione primaria: si fornisce un'assistenza empatica e un sostegno alla donna durante la

gravidanza e dopo il parto --> questo fornirebbe un sostegno sociale, che come si diceva prima

è un fattore di protezione. Un altro aspetto di prevenzione primaria è quella di

accompagnamento alla crescita per tutto il primo anno di vita del bambino. Nella prevenzione

primaria si cerca di ridurre lo stress e l'ansia della madre.

Prevenzione secondaria: si individuano con screening precoci pre e post parto situazioni di

ansia e depressione, in modo da poter poi intervenire tramite consultazioni prolungate.

Prevenzione terziaria: nei casi più gravi si interviene con un vero e proprio trattamento.

Nell'ambito della depressione perinatale i protocolli più efficaci sono: consultazione con la

donna con diversi orientamenti (psicodinamico, cognitivo-comportamentale), interventi sulla

coppia M-b ad esempio con la tecnica del video-feedback, interventi di home-visiting, e cure

farmacologiche (che però riducono solo la sofferenza della madre, senza avere un impatto

decisivo sulla relazione M-b). Comunque un dato molto importante è che non basta lavorare

con la madre, ma si deve lavorare anche sulla relazione m-bambino.

Depressione paterna

Le ricerche più recenti mostrano come anche i padri, in popolazione generale, presentano

depressione, con incidenza di circa il 10%. Così come nelle madri vi è comorbilità con ansia, lo

stesso avviene per i padri. Le ricerche mostrano anche che se la madre è depressa, aumenta la

probabilità che anche il padre lo sia.

Ricerca della prof: ha coinvolto 38 coppie m-b, ed è stata valutata l'incidenza della

sintomatologia depressiva e ansiosa in padri e madri a 3 mesi dopo il parto. Strumenti usati:

EPDS (per valutare depressione e ansia sia nelle madri sia nei padri), STAI-Y (serve per

valutare l'ansia di stato e di tratto sia nelle madri sia nei padri), CARE-index (per mappare

stili di interazione M-b a 3 mesi). Risultati: anche nei papà vi è una sintomatologia depressiva

(circa 8%), e una ansia molto più elevata (sia di stato che di tratto). Quanto maggiori erano i

punteggi depressivi e ansiosi delle madri quanto erano maggiori quelli dei padri -->

correlazione tra disagio materno e disagio paterno --> è la coppia ad avere disagio, più che il

singolo. Inoltre è stato evidenziato che depressione e ansia della madre implicavano stili

intrusivi/controllanti da parte della madre. Più il padre aveva elevati punteggi di depressione

e ansia, più la madre era meno sensibile e più il bambino era meno cooperativo --> stato di

disagio del padre ha un impatto sulla sensibilità della madre e sulla cooperatività del

bambino, quindi ha un impatto anche sulla relazione M-bambino.

In sintesi: correlazione tra ansia e depressione / Ansia della madre correlata con ansia della

padre / correlazione tra ansia di tratto materna e depressione paterna / ansia e depressione del

padre correlano negativamente con la sensibilità della madre e sulla cooperatività del

bambino. Conclusioni: si deve tenere presente non solo la madre, ma anche il padre, quindi si

deve intervenire sulla coppia genitoriale.

Modelli di prevenzione

Obiettivi della prevenzione nella prima infanzia (che dovrebbe focalizzarsi sulla relazione):

- Rendere più adeguata la relazione M-b

- Di conseguenza rendere più adeguato lo sviluppo socio-emotivo del bambino

- Prevenire l'emergenza di disturbi psicopatologici nel corso dello sviluppo

L'ipotesi è che i disturbi che possono emergere nella prima/media infanzia e preadolescenza, se

non vi sono interventi adeguati, tendono a persistere anche nell'età adulta, determinando un

maggiore rischio psicopatologico adulto. Ridurre il rischio psicopatologico implica anche la

riduzione dei costi sanitari. In Italia tuttavia i progetti di prevenzione non sono del tutto

adeguati e sistematici.

Interventi preventivi universali: si rivolgono a tutta la popolazione, indipendentemente dalla

presenza di rischio individuale, con lo scopo di favorire le capacità genitoriali. In questi

interventi vi è anche l'accesso facile ai consultori pediatrici, familiari e agli asili nidi.

Interventi preventivi selettivi: si individua un gruppo di genitori a rischio biologico, psicologico

o sociale --> esempio: madri adolescenti. In questo caso si va a proporre ai genitori un percorso

per attenuare il rischio legato a vari fattori biologici, psicologici e sociali

Interventi preventivi indicati: sono rivolti a genitori con psicopatologia conclamata, o

comunque con alto rischio, avendo alti indici predittivi di sviluppo di un distrubo mentale

(esempio: genitori tossicodipendenti, depressione materna)

Aspetti pragmatici della prevenzione: a breve termine ci si assicura la saluta fisica e il

benessere del bambino e al contempo una maggiore efficacia del genitore. A lungo termina

determina: comportamenti meno a rischio del bambino/adolescente (in termini di aggressività,

delinquenza, insuccesso scolastico ecc) / minore stress e maggiore benessere psicologico nel

genitore.

Modelli di intervento

Tutti i modelli di intervento messi a punto dalla fine degli anni 80 hanno una prospettiva

transazionale, cioè non si interviene solo sul genitore o solo sul disagio del bambino (esempio:

disturbi del sonno, alimentari, inconsolabilità), ma si deve intervenire sulla relazione.

I diversi modelli di intervento possono coinvolgere 3 diverse vie di ingresso:

- Rappresentazioni del genitore: il modello psicodinamico utilizza come via di ingresso le

rappresentazioni materne relative alle passate esperienze con i propri genitori e a

quella di se stessa come madre, presupponendo che tali rappresentazioni influenzino le

modalità di caregiving e gli stili interattivi adottati con il figlio

- Interazioni madre bambino

- Stili di interazione che caratterizzano

- Il comportamento del bambino

Quindi è come se vi fossero diverse vie di ingresso al sistema genitore-bambino.

Inoltre i modelli di intervento si differenziano sulla base degli strumenti che vengono

utilizzati: uso del video-feedback, attività psico educative e di sostegno sociale, tecniche

maggiormente improntate all'approccio psicodinamico.

Infine i tipi di intervento si distinguono sulla base dell'azione che si può svolgere:

Riparazione: l’obiettivo è cambiare aspetti del bambino aumentandone la competenze

comunicative verso il genitore in questo modo si migliora l’adattamento del bambino alle

modalità di parenting del genitore. Viene applicato in presenza di sviluppo atipico del

bambino. Il cambiamento nel bambino produce cambiamenti adattivi nel genitore (sia nel

parenting sia nelle rappresentazioni). + vedi libro per esempi

Ridefinizione: è volto a modificare la rappresentazione che il genitore ha del bambino o di se

stesso in relazione al bambino. Esempio: il genitore ha una rappresentazione cosciente del

bambino che non corrisponde alle reali caratteristiche del bambino. Questi interventi hanno

l'obiettivo di facilitare l'adattamento del genitore a caratteristiche particolari del bambino. Vi

possono anche essere interventi in quest'ambito più di tipo psicodinamico, che si rivolgono agli

aspetti proiettivi del genitore nei confronti del bambino Esempio: attribuzione da parte del

genitore al bambino di caratteristiche legate alle proprie esperienze infantili.

Rieducazione (home-visiting): lavora sulle capacità nell'attualità del genitore di parenting, di

essere sensibile, di sintonizzarsi con lui. L'obiettivo è proprio quello di aumentare le

competenze del genitore nella cura del figlio tramite interventi psico-educativi. Obiettivo:

aumentare le competenze dei genitori rispetto alla cura dei figli, quando queste sono carenti. È

rivolto soprattutto a genitori a rischio psicosociale: madri adolescenti, genitori con basso livello

socioeconomico, genitori alcolizzati.

Home visiting

Si rivolge a famiglie multi problematiche, con più fattori di rischio --> l'ipotesi è di monitorare

longitudinalmente la famiglia nei primi due anni di vita, e in alcuni casi il programma inizia

già dalla gravidanza. È molto costoso ed è una forma di prevenzione secondaria/terziaria, che

ad ampio raggio cerca di prevenire maltrattamento, abuso trascuratezza, fornendo un sostegno

longitudinale alla famiglia. Il sostegno viene fornito nel contesto del domicilio della famiglia, e

serve a garantire il benessere e lo sviluppo socio-emotivo del bambino, oltre che a ridurre lo

stress genitoriale. Negli Stati Uniti gli operatori sono non sempre psicologi ma anche

assistenti sociali o infermieri che hanno una formazione ad hoc. È molto importante anche che

questi operatori abbiano una supervisione periodica. Lo stampo dell'intervento è

psicoeducativo, in cui si mostrano le varie tappe di sviluppo, le capacità del bambino, quindi

così si aumentano le competenze cognitive del genitore. È molto importante in questo

intervento valutarne al termine l'efficacia, quindi vedere se la famiglia ha aumentato le sue

modalità di parenting e la sua sensibilità, se il bambino ha attaccamento sicuro e scarso

rischio psicopatologico ecc... vi sono anche obbiettivi più ampi: migliorare le condizioni generali

di vita della madre e dei figli, diminuire le nascite pretermine, costituire un ambiente

domestico più sicuro (meno visite al pronto soccorso), minore uso di sostante e di

comportamento dei vigili in epoche successive. Quindi è molto importante mappare nel pre e

nel post cosa avviene nel genitore e nel figlio.

Negli ultimi anni vi è la tendenza a lavorare su diversi piani, quindi ad esempio migliorare le

capacità di parenting con l'home visiting, e allo stesso tempo utilizzare le tecniche di video

feedback per modificare le rappresentazioni genitoriali --> Focus sia sugli aspetti

comportamentali sia sulle rappresentazioni genitoriali. Un terzo livello che sta prendendo

sempre più spazio è anche quello della mentalizzazione. Quindi i 3 livelli su cui i concentrano

questi programmi di prevenzione integrati sono: comportamentale, rappresentazionale,

mentalizzazione.

Un esempio è il programma Minding teche baby di Arietta Slade (ricercatrice con competenze

cliniche soprattutto nell'ambito dell'attaccamento): utilizza vari strumenti di intervento, cioè

home visiting, interventi psico educativi, di mentalizzazione e di video-feedback. Obiettivo

principale: aumentare le capacità di mentalizzazione e sensibilità del genitore, ma anche

favorire attaccamento sicuro nel bambino (intervento attachment based). È rivolto a madri a

rischio psicosociale, che hanno subito traumi, e quindi hanno attaccamenti insicuri e scarse

capacità riflessive. L'obiettivo è proprio quello di aumentare la mentalizzazione nella madre.

Gli operatori quindi pongono molto l'attenzione su cosa sta provando il bambino, allo scopo di

aiutare la madre a tenere a mente il bambino. Però allo stesso tempo si dà voce alle emozioni

della madre, spesso vissute come intollerabili.

Sintesi dei modelli di prevenzione (soprattutto quelli attachment based):

Il punto di forza è quello di creare un'alleanza positiva tra i genitori e gli operatori --> gli

operatori diventano una sorta di base sicura a cui i genitori possono riferirsi (anche a livello

longitudinale). L'operatore disattiva il modello di attaccamento negativo del genitore e ne

costruisce uno nuovo positivo. Il genitore quindi costruisce un modello relazionale positivo con

l'operatore, lo interiorizza a livello di base sicura e lo può così utilizzare nella sua relazione con

il bambino.

Da una parte quindi si cerca di costruire nuovi modelli relazionali, dall'altro è anche

importante però aiutare i genitori ad attivare risorse, modelli ed esperienze positive che hanno

vissuto con i genitori o in figure sostitutive --> si attivano figure benevole a cui potersi riferirsi

(ipotesi di Stern di costellazione materna: possibilità della madre di riferirsi a figure positive

sia interiorizzate sia esterne reali).

Questi interventi sembrano particolarmente preziosi perché vanno a trasformare relazioni tra

bambino e caregiver che potrebbero essere potenzialmente disfunzionali e dannose, e così si

riesce a prevenire anche il rischio psicopatologico futuro. Affinché ciò avvenga è necessario che

la prevenzione avvenga nei primissimi mesi, in cui si formano i legami di attaccamento (se si

agisce più tardi si deve lavorare su schemi già costruiti e radicati, mentre nei primi mesi sono

molto più flessibili). Progetto madri adolescenti

È stato sperimentato un modello di prevenzione rivolto a madri molto giovani (sotto i 18 anni e

tra i 18 e 21 anni). Rientra nei programmi di intervento attachment based, quindi l'obiettivo

che si pone è promuovere un attaccamento sicuro nel bambino (sia con la madre sia con il

padre), dato che garantisce maggiore adeguatezza socio-emotiva e riduce il rischio

psicopatologico. È un intervento precoce, di cui è stata anche valutata l'efficacia.

Il livello di intervento è stato doppio: lavorare sulle interazioni m-b / lavorare sulle

rappresentazioni genitoriali.

Perché una condizione materna è a rischio nell'adolescenza? Vi è un conflitto di interesse tra

la madre che deve individuarsi dal genitore e l'obiettivo di costruire una identità genitoriale,

che implica accudire bisogni fisici ed emotivi molto intensi. Il problema è quindi come aiutare

la madre a sviluppare entrambe le dimensioni. Inoltre lo sviluppo cognitivo è ancora in

progress (maggiore impulsività, minore controllo cognitivo), quindi anche questo è un rischio.

Molti studi hanno mostrato anche che le madri adolescenti vivono in un contesto a rischio:

status socio-economico basso, famiglia multi problematica, basso livello di istruzione,

esperienze di abuso e di maltrattamento, storie familiari di gravidanze precoci, rapporti

sessuali precoci, assenza di un partner stabile, stati depressivi anche prima della gravidanza

(nella popolazione delle mamme adolescenti il tasso sarebbe addirittura del 50% secondo

alcune ricerche).

Le varie ricerche mostrano che i figli di madri adolescenti:

- Hanno maggiore attaccamento insicuro

- Ritardi nello sviluppo cognitivo e linguistico

- Ridotta capacità di comunicazione affettiva

A lungo termine: difficoltà di apprendimento, abbandono scolastico, disturbi della condotta,

genitorialità in adolescenza.

Allo stesso tempo si è visto che anche le mamme adolescenti hanno vari rischi: maggiore

depressione, molto maggiore stress, senso di autostima molto basso, modelli di attaccamento

insicuro. Questo disagio si mantiene anche nel ciclo di vita: queste madri da adulte hanno un

livello molto basso di istruzione, difficoltà a trovare un lavoro, difficoltà economiche,

isolamento sociale e depressione, assenza di relazioni stabili.

Quindi tutti i progetti di prevenzione si attuano a doppio livello: ridurre sia il disagio del

bambino sia il disagio della madre.

Obiettivo del progetto della prof: prevenire il rischio psicopatologo della madre, condizioni di

maltrattamento e trascuratezza del bambino, problematiche psicopatologiche nel bambino, e

favorire il benessere psicologico della madre e lo sviluppo socio-emotivo adeguato del bambino.

Obiettivi più specifici:

- Aumentare la sensibilità delle mamme e il coinvolgimento positivo e di conseguenza il

senso di efficacia della madre (più si relaziona positivamente con il bambino più si

sente efficace nel ruolo di madre)

- Aumentare la capacità delle madri di regolare le emozioni negative

- Ampliare la capacità della madre di tenere a mente il bambino, aumentandone quindi

la riflessività

- Aiutare la madre a trovare un suo modo di relazionarsi con il bambino, non

necessariamente corrispondente a quello di una mamma adulta

- Favorire nella madre nuova percorsi di crescita facilitando l'integrazione

dell'esperienza della gravidanza e della relazione con il bambino (quindi aiutarla a

raggiungere la sua identità di adulta separata dai genitore e la nuova identità di

madre)

- Aumentare la responsività del bambino verso la madre, favorendo un attaccamento

sicuro

- Monitorare lo sviluppo psicomotorio del bambino

- Prevenire i ricoveri ospedalieri e il maltrattamento

- Prevenire il rischio psicopatologico e i problemi socio-comportamentali nel bambino

Come è strutturato l'intervento?

Dura due anni di vita, e dove è possibile si interviene già alla fine della gravidanza. Durante

la gravidanza l'intervento consiste in: visite ostetriche, esercizi di rilassamento muscolare,

valutazione dell'attaccamento prenatale della madre.

Dopo il parto le linee guida di intervento sono 3:

- Colloqui esplorativi di sostegno alla madre, che partono dall'AAI --> così si ha una

mappa delle rappresentazioni della madre

- Ogni 3 settimane incontri di videofeedback

- Dato che le nozioni di queste madri circa le tappe di sviluppo del bambino non sono

adeguate, si guida la madre, attraverso interventi psico educativi, a scoprire queste

informazioni sulle tappe evolutive, utilizzando anche scale di valutazione (scale di

Bailey) per valutare lo sviluppo psicomotorio del bambino.

Vengono anche usati questionari per individuare un eventuale rischio depressivo.

Alla fine si fa la valutazione dell'efficacia dell'intervento, usando la strange situation per

vedere se l'attaccamento del bambino è sicuro, e la CBCL per individuare eventuali disturbi

internalizzanti e esternalizzanti.

Il videofeedback viene usato per tre scopi principali: aumentare la sensibilità delle madri ai

segnali del bambino, aumentare la capacità di tenere a mente il bambino, aumentare la

capacità di regolare le emozioni negative.

[Downing: nel VF si possono analizzare due livelli:

- Analisi delle interazioni in modo dettagliato: coordinazione delle emozioni, regolazione

delle emozioni negative, scambi comunicativi --> lavoro sul livello comportamentale

(Outer movie)

- Esplorazione e sollecitazione di emozioni, pensieri, mobilitati dal video nel genitore

riferiti sia a sè che a bambino --> Si lavora sul livello interno, cioè su pensieri ed

emozioni di madre e bambino, quindi a livello di mentalizzazione (Inner movie)

nell'intervento con le madri adolescenti si cercano di analizzare entrambi i livelli, anche se

quello di mentalizzazione è molto difficile da toccare, dato che queste madri sono molto

pragmatiche e tendono più a focalizzarsi sul comportamento osservabile].

Alla madre viene anche somministrata la PDI per esplorare le rappresentazioni che la madre

ha del bambino, e si nota come spesso le madri adolescenti si rappresentano il bambino, anche

molto piccolo, già autonomo.

Come è stata valutata l'efficacia dell'intervento? Sono state prese 32 madri che sono state

seguite con l'intervento e 16 madri di controllo. Le condizioni di rischio dei due gruppi prima

dell'intervento erano simili: gravidanza precoce, storia di abusi, bassi livelli socioeconomici. I

bambini erano tutti nati a termine. È stato compiuto un paragone degli stili M-b dopo 3 mesi

di intervento e dopo 6 mesi. A 3 mesi di vita del bambino la sensibilità della madre e la

cooperativita del bambino, misurati con CARE-index, erano molto simili. Dopo 3 mesi di

intervento le madri che hanno usufruito dell'intervento hanno aumentato la loro sensibilità,

mentre nel gruppo di controllo addirittura la sensibilità diminuisce. Le mamme del gruppo di

intervento diminuiscono significativamente anche l'intrusività rispetto ai controllo. Il bambino

del gruppo di intervento aumenta in modo davvero significativo il livello di cooperatività,

mentre nel gruppo di controllo rimane basso. Il bambino del gruppo di intervento diminuisce

drasticamente la sua passività, che invece rimane alta nel bambino di controllo.

Si è anche andato a vedere le misure dello schema di Tronick, in cui si vedeva anche il

coinvolgimento nel gioco di mamma e bambino. il coinvolgimento nel gioco della madre

aumentava nel gruppo d intervento, mentre nel gruppo di controllo rimaneva simile. Allo

stesso modo aumentava la capacità del bambino nel gruppo di intervento di partecipare al

gioco. Si è visto anche il match: i match positivi aumentano molto nel gruppo di intervento e

rimangono uguali nel gruppo di controllo. In totale le mamme con intervento aumentano la

totalità dei match e aumentano anche la capacità di riparazione.

Quindi la verifica dell'efficacia è avvenuta sia a livello microanalitico, sia a livello

macroanalitico.

Follow-up a 14 mesi: tutti i bambini del gruppo di controllo avevano attaccamento insicuro

(anche se erano solo 5), mentre nel gruppo di intervento il 64% dei bambini aveva

attaccamento sicuro (quindi in linea con la popolazione generale).

Quindi di può vedere come gli stili interattivi sia di madre sia di bambino sono plastici, però

solo se si interviene precocemente, se invece non vi è alcun intervento, gli stili rimangono

stabili (quindi non vi è né remissione spontanea degli stili inadeguati né un adeguamento

spontaneo).

Approccio psicodinamico / psicoanalitico nella relazione

genitore-bambino

Ferenczi

È il primo nell'ambito delle prime fasi della psicoanalisi (fine anni 20) a parlare dell'impatto

reale che il genitore ha sulla mente e sullo sviluppo della mente (mentre per Freud era più

importante il mondo interno del bambino rispetto alla realtà esterna) --> lui parla proprio di

funzione vitalizzante / organizzatrice che il genitore ha rispetto alla sopravvivenza psichica del

bambino, soprattutto nelle prime fasi --> secondo F il bambino molto piccolo è ancora in una

fase nascente di sviluppo del sè, infatti parla di non-esistenza individuale, che si costruisce

grazie alla funzione organizzante del genitore. In particolare F va analizzare gli aspetti

negativi di questa influenza (funzione disorganizzante). L'altro aspetto che va a vedere F è

quindi lo sviluppo traumatico --> la comunicazione g-b può essere funzionante, oppure distorta

--> 2 tipi di distorsione: 1) abuso (sessuale o fisico), quindi intrusività del genitore che invade il

bambino con i suoi desideri --> il bambino mette in atto un meccanismo di difesa, cioè

l'identificazione con l'aggressore --> il bambino abusato tende a identificarsi con i desideri del

genitore, quindi non si ribella ma anzi è compiacente / trascuratezza, cioè il genitore non

accudisce il bambino nè gli attribuisce Stati mentali (aspirazioni, desideri), quindi il bambino

usa come meccanismo difesa la progressione difensiva delle competenze cognitive e emotive

(wise baby --> il bambino fa da genitore di se stesso).

Sigmund Freud

La direzione presa da F era già stata in parte accennata da Freud (anche se poi la sua

attenzione si rivolge soprattutto al mondo interno del bambino e alle sue fantasie) --> in

introduzione al narcisismo Freud parla di come il bambino può essere influenzato dal genitore,

tramite l'assunzione di aspetti narcisistici del genitore --> il genitore vede il bambino come il

possibile realizzatore di aspetti di sè che non si sono realizzati o perfezionati nella sua vita,

quindi tende ad attribuire al bambino ogni sorta di perfezione e a idealizzarlo. Freud,

riferendosi al bambino, dice che lui diventa "sua maestà il bambino", e deve realizzare tutti i

desideri e aspirazioni narcisistiche del genitore.

In sintesi la direzione di ricerca intrapresa da Freud e Ferenczi:

- Il genitore proietta sul bambino aspettative, conflitti ed emozioni legate al sé inducendo

il bambino a identificarsi con tali caratteristiche

- Questa è un’anticipazione dell’ipotesi relativa alla trasmissione intergenerazionale dei

modelli relazionali tramite processi di identificazione proiettiva, che sarà ripresa negli

anni 80 da Cramer

Negli anni 60/70 la psicoanalisi comincia a direzionarsi verso i processi di identificazione

proiettiva del bambino verso il genitore (mentre Ferenczi, Fraiberg e Cramer considerano di

più le proiezioni del genitore sul bambino). Ad esempio Bion parlava del bambino che proietta

sulla madre emozioni da lui non elaborabili, la madre le elabora tramite la Reverie materna, e

in questo modo il bambino le può reintroiettare in forma elaborata, e al contempo introietta la

funzione di Reverie (funzione Alfa).

Tra gli anni 80 e 90 sono due gli autori che si interrogano sulla relazione g-b e su come ridurre

il disagio del bambino lavorando su entrambi: essi son Selma Fraiberg e Kramer (in

particolare la Tavistock clinic).

Selma Fraiberg

Alla fine degli anni 70 inizio anni 80 lavora negli USA con famiglie molto disagiate e

problematiche. Formula delle ipotesi e sulla base di esse formula un metodo di lavoro che

consiste sia sull'osservazione della relazione sia su un approccio clinico con interviste. La Fr

ipotizza che il genitore, in situazioni problematiche, tende a proiettare sul bambino aspetti del

proprio passato, della propria relazione con i genitore, e di se stesso (parla di transfert). Nei

casi più problematici il passato infantile del genitore influenza massicciamente le sue

modalità di cura del bambino (influenzano il modo in cui il genitore si relazione concretamente

con il bambino), dato che il genitore tende ad interagire con l’immagine trasferita sul bambino

proveniente dal proprio mondo interno, oscurando le sue caratteristiche.

Lei mette a punto quindi un intervento psicoterapico nei primi anni di vita del bambino rivolto

alla coppia m-b (cosa rivoluzionaria ai tempi, dato che si lavorava sempre o con la madre o con

il bambino singolarmente) --> si lavora sulla relazione madre-bambino (è l'ipotesi di base della

Fr). Questo modello di intervento cerca di coniugare un metodo clinico (di consultazione con la

madre) e un metodo osservativo (dell'interazione M-b). Nelle situazioni di relazioni

inadeguate, una delle ipotesi è che vi siano aspetti conflittuali della madre (che derivano dalla

sue precoci relazioni) che vengono proiettati sul bambino. Quindi l'intervento della Fr è di

commentare l'interazione con la madre, ma anche di indagare e commentare le sue relazioni

passate (per capire se la relazione indagata è legata effettivamente alle sue esperienze

relazionali passate conflittuali). Questo non è un intervento di prevenzione, ma un intervento

che va ad agire quando già è presente un disagio.

Un suo scritto è "ghosts in the nursery": quando il bambino nasce, nella stanza del bambino

non vi sono solo madre, padre e bambino, ma anche dei fantasmi, che sarebbero i genitori dei

genitori o comunque i modelli relazionali dei genitori. In questa opera dice che la domanda al

centro del suo lavoro è proprio quali sono i fantasmi che invadono la stanza del bambino e

mettono a repentaglio il suo sviluppo.

Bertrand Cramer

Anche lui si focalizza sulla coppia genitore-bambino, quindi su sugli aspetti disfunzionali nella

coppia. Cerca di trovare un modello ponte tra psicoanalisi e psicologia dello sviluppo a livello

non solo teorico, ma anche di metodologia, di indagine e di intervento. Mette quindi a punto un

metodo congiunto per studiare la relazione madre-bambino sia dal punto di vista interazionale

che rappresentazionale/fantasmatico.

Cr introduce un parametro di normalità: mentre la Fr dice che in situazioni di psicopatologia

vi è un transfert dalla madre al bambino, Cr dice che in ogni coppia madre-bambino, quindi

anche nella normalità vi è sempre un doppio significato delle interazioni madre-bambino 

parla proprio di semantizzazione delle interazioni, cioè ogni interazione può essere

interpretata dal genitore in modo più manifesto (esempio: il bambino sorride quindi è felice), o

in modo più inconscio, in funzione della propria storia relazionale infantile (il bambino piange

quindi mi rifiuta come mi rifiutavano i miei genitori). Cr riprende anche il fatto che già

durante la gravidanza la madre tende a rappresentarsi il bambino, sia in funzione di ciò che la

madre vorrebbe in futuro per il bambino (il cosiddetto bambino immaginario) sia in funzione

del conflitto edipico vissuto dalla madre verso sua madre, e del conseguente processo di

identificazione con la madre e fantasia di donare il bambino al padre (bambino fantasmatico

--> sarebbe il bambino del nonno materno). Quando il bambino nasce questo processo di

attribuzione di significato inconscio continua attraverso le modalità concrete con cui la madre

interagisce e risponde alle richieste e alle interazioni del bambino. Tutte le interazioni m-b

dunque hanno un doppio livello: interazionale (più manifesto) e rappresentazionale (più

inconscio). In particolare Cramer ipotizza che se si osservano interazioni g-b nei primi anni di

vita si possono individuare 3 tipi di risposta del genitore: 1) la madre risponde in maniera

contingente ai bisogni del bambino (corrispondenza tra madre e bambino) 2) la madre non è

responsiva verso i bisogni del bambino, quindi semina indifferente o incapace di rispondere ai

bisogni fra bambino, o perché non li comprende o perché non vuole prendermene carico (non

contingente) 3) la madre non vede i bisogni del bambino, ma gli attribuisce caratteristiche e

fantasie che fanno parte dei suoi modelli relazionali interiorizzati ma che non appartengono al

bambino (quindi non solo non riconosce i bisogni del bambino, ma gli attribuisce

caratteristiche e bisogni che non gli appartengono).

Modalità di identificazione del del genitore con il bambino nel periodo post-partum: il genitore

tende a proiettare, attraverso processi di identificazione proiettiva, sul bambino aspetti e

qualità del proprio mondo interno riguardanti le proprie relazioni oggettuali e il proprio sé,

con l’obiettivo di organizzare la sua relazione con il bambino (questo è un processo normale e

avviene in qualsiasi coppia genitore-bambino). In questo modo il genitore può familiarizzare

con il bambino (dato che viene ricondotto a immagini del proprio sé), e si gettano cosi le basi

per la costruzione di un legame empatico genitore-bambino. Il genitore (in particolare la

madre) tramite questo processo tende a rielaborare eventuali vicende conflittuali con i propri

genitori, costruendo cosi una propria identità genitoriale positiva e libera dai conflitti.

Secondo questo punto di vista l’identità del bambino avrebbe origine dall’identificazione con le

proiezioni dei genitori veicolate dalle prime forme di comunicazione e di cura da parte di

questi ultimi —> il bambino è l’erede degli investimenti libidici della madre e del padre —> “si

è sempre il bambino di qualcuno”.

In casi patologici, però, il passato infantile del genitore influenza massicciamente le sue

modalità di cura del bambino —> il genitore interagisce con l’immagine proiettata (l’immagine

della madre, del padre, del sé bambino) sul bambino e non con il bambino reale. Ad esempio:

genitori con esperienze di maltrattamento e trascuratezza non sono in grado di riconoscere i

bisogni di accudimento del proprio bambino, perché hanno scisso e rimosso i propri stessi

bisogni infantili non accuditi, quindi tendono a identificarsi con il genitore trascurante

piuttosto che con il bambino reale.

Altri autori che hanno lavorato su questi temi in maniera più clinica, parlano di alienazione

--> quanto più il genitore proietta aspetti patologici di sè e non riconosce le reali

caratteristiche del bambino, quanto più il bambino costruisce la sua identità su una

alienazione delle sue proprie caratteristiche, dato che deve prendere su di sé aspetti che non

gli appartengono (Fonagy parlerà di sé alieno). Il tema del lavoro clinico è di bloccare le

proiezioni del genitore, e liberare il bambino da queste proiezioni che lo alienano dalla sua

identità.Questo avviene tramite una interpretazione dei contenuti fantasmatici del genitore

rispetto alle interazioni disfunzionali con il bambino, e delle rappresentazioni del genitore di

sé e del bambino, e tramite una osservazione e comprensione delle interazioni durante la

seduta.

Come avviene la proiezione? Dipende dal modo in cui il genitore agisce concretamente con il

bambino.

Uno psicoanalista che ha molto approfondito il tema della proiezione è Ogden, che fa vedere

come avviene la proiezione e come il bambino introietta queste proiezioni. Il genitore proietta

nel bambino parti di sè (relazioni con la propria madre, il sè bambino) e si comporta con lui

concretamente in modo tale che il bambino assuma queste caratteristiche, e quindi diventa

l'oggetto delle proiezioni e inizia a comportarsi in modo consistente in linea con gli aspryyi

proiettati. Esempio: la madre fin dai primi mesi vive il bambino come molto richiedente e

tirannico , attribuendogli aspetti molto intrusivi della relazione vissuta con la madre d'origine

(il bambino è intrusivo come lo era la madre) --> questa proiezione avviene tramite una madre

che accudisce costantemente i bisogni del bambino, e quindi il bambino concretamente diventa

sempre di più un bambino richiedente, quindi diventa come la madre lo vede (a fronte delle

pressioni proiettive della madre diventa effettivamente tirannico, ad esempio dimostrandosi

difficilmente soddisfacibile e continuamente richiedente). A questo punto la madre si sente

inadeguata e a disagio nei confronti di questo bambino tiranno, esattamente come si sentiva

inadeguata con la sua mamma intrusiva

Cramer distingue tre tipi di identificazione proiettiva (IP) che possono intercorrere tra madre

e bambino:

IP normale (esternalizzante): le proiezioni non oscurano l'identità del bambino, ma sono un

modo per familiarizzare con il bambino, e cosi nascono le prime forme di comunicazione

empatia rivolte al bambino, non più vissuto come estraneo. Poi le caratteristiche reali del

bambino vengono riconosciute.

IP esternalizzante costrittiva: il bambino non è più se stesso (le sue caratteristiche non

vengono riconosciute), ma viene trasformato sulla base delle proiezioni materne (che sono

massive) —> il bambino è costretto nella costruzione della sua identità a introiettare tali

proiezioni, e le identificazioni da lui messe in atto assumono caratteristiche prevalentemente

alienanti). I possibili casi sono: bambino tirannico (bambino rappresentato come

particolarmente richiedente), bambino idealizzato (la madre vede il bambino come perfetto,

perché proietta su di lui tutti i suoi ideali narcisistici --> chiede al bambino di essere l'ideale di

se stessa --> può diventare anche molto pressing verso il bambino), bambino vulnerabile (sul

bambino viene proiettato il sè vulnerabile vissuto nella relazione con la madre, piuttosto che le

caratteristiche negative intrusive della madre di origine —> bambino rappresentato come

fragile a partire alla inadeguatezza materna proiettata), bambino idealizzato con aspetti

riparativi rispetto alla propria infanzia).

IP narcisistiche: il genitore protetta massicciamente sul bambino immagini del proprio

passato infantile. Tali proiezioni riguardano immagini prevalentemente negative di sé o delle

figure genitoriali. L’identità del bambino si costruisce prevalentemente su tali proiezioni che

non riconoscono le originarie caratteristiche dell’identità del bambino (esempio: bambino

intrattabile, aggressivo ecc).

Modalità di intervento terapeutico di Cramer: è un intervento con un doppio fuoco (bambino e

genitore) centrato sull'interazione, con particolare attenzione sulle proiezioni inconsce. Anche

qui quindi oltre alle consultazioni con i genitori, si osservano le interazioni tra bambino e

genitore e si vedono quali sono gli stili interattivi (esempio: madre molto intrusiva e il

bambino che diventa avoidant). Non ci si ferma a questo livello ma si cerca anche di capire

perché la madre è così intrusiva --> questo viene chiamata semantizzazione delle interazioni,

cioè si cerca di dare un significato alle interazioni, soprattutto quelle che sembrano

disfunzionali e patologiche. L'obiettivo dell'intervento è di mettere insieme dati osservativi e

narrativi (quelli clinici), e così modificare l'interazione che non funziona, attraverso un'analisi

delle identificazioni proiettive eccessive (emerse dai dati osservativi e clinici). Cramer parla di

disidentificarsi da queste proiezioni, in modo da liberare l'identità del bambino, che trova

aspetti più autentici di sè.

Per fare questo Cramer propone delle psicoterapie brevi con madre e bambino, in cui il focus

non è quello di modificare la personalità della madre o del padre (cosa che avverrebbe con

terapie molto lunghe), ma è un focus specifico sulla relazione con il bambino. In tutto ciò è

importante che la madre costruisca una alleanza positiva con il terapeuta (piuttosto che

sviluppare un transfert con il terapeuta, proprio perché non si vuole modificare la personalità

della madre).

Insieme a Cramer la scuola di Ginevra ha messo a punto una psicoterapia g-b centrata sulla

genitorialità, che si rivolge anche a bambini più grandi (sottoposti anche a terapia

individuale). Altri centri di ricerche che si occupano di questi aspetti sono la Anna Freud

Center e la Tavistock clinic. Questi interventi comunque vanno ad agire già quando nella

coppia g-b emergono aspetti disfunzionali (quindi non sono di tipo preventivo).

Mentalizzazione

Il concetto di mentalizzazione ha sovrapposizione con vari altri concetti, in particolare Migdley

si occupa del concetto di mentalizzazione (operazionalizzabile nel concetto di funzione

riflessiva) di Fonagy. La mentalizzazione ha poi un aspetto operazionale, oltre che nella

funzione riflessiva, nella mind mindedness di Meins. Un altro concetto simile è poi

l'insightfulness di Oppenheim. Bowlby parla di open minding, cioè capacità del genitore di

essere aperto mentalmente verso i bisogni del bambino. Baron-Cohen parla di teoria della

mente. Si parla anche di mindreading ed empatia. Un altro costrutto importante è la

mindfulness, che ha qualche similarità con la mentalizzazione, ed è l'attenzione non

giudicante-accettante dei propri stati mentali e di quelli altrui nel tempo presente.

Tutti questi autori comunque danno molto importanza alla capacità di riflettere sugli stati

mentali, o comunque di averli presente.

Definizione di Migdley di mentalizzazione (mutuata da Fonagy): è una attività immaginativa

che permette di interpretare il comportamento umano in termini di stati mentali (a un

comportamento manifesto si attribuisce uno stato mentale che può essere un bisogno, un

desiderio, un'emozione, una credenza, un obbiettivo, una intenzione o una motivazione). È

presente non solo nei genitori, ma in generale in tutti gli adulti. È una competenza

squisitamente umana, e quanto più è alta tanto più è elevata l'intelligenza sociale (se si

capiscono gli stati mentali dell'altro ci si può adattare di conseguenza), e quindi si può agire

bene in situazioni competitive (per vincere sull'altro) e cooperative (per aiutare l'altro).

Comporta, oltre a intelligenza emotiva, anche capacità di regolazione emotiva e agevola lo

sviluppo di un sè coerente.

È un costrutto complesso, costituito da diversi aspetti:

- Componente autoriflessiva: riflessività sui propri stati mentali

- Componente interpersonale: riflessività sugli stati mentali altrui

- Componente implicita (non consapevole): ad esempio mi rendo conto automaticamente

che l'altro è arrabbiato con me e reagisco di conseguenza

- Componente esplicita: è legata al linguaggio e alla riflessione conscia

- Componente cognitiva

- Componente affettiva: è l'affettività mentalizzata (ad esempio pensare o nominare la

rabbia che provo in questo momento, e ciò ha già un aspetto di autoregolazione).

Se possiedo mentalizzazione allora dovrei essere capace di riflettere sia sui miei stati mentali

sia su quelli degli altri, sia di farlo in modo automatico che in modo consapevole, sia sugli stati

cognitivi sia sugli stati affettivi.

Come si misura la capacità di mentalizzazione in un adulto o in un adolescente? Fonagy parla

di funzione riflessiva come operazionalizzazione della mentalizzazione --> la funzione

riflessiva può essere valutata tramite la codifica dell'AAI. A quesito proposito Fonagy e Steele

hanno elaborato una scala per valutare la mentalizzazione di un adulto, da applicare sul

tracciato dell'AAI, e che attribuisce un punteggio alla capacità di mentalizzazione dell'adulto.

Un altro modo per misurare la mentalizzazione è la PDI di Slade, in cui è presente comunque

la scala del sè riflessivo di Fonagy --> permette di analizzare le rappresentazioni del genitore,

ma anche le sue capacità di mentalizzazione.

Scala del sè riflessivo di Fonagy (e usata anche da Slade): vedi appunti precedenti

Esistono anche questionari self-report per valutare il livello di mentalizzazione, che possono

essere somministrati sia a genitori sia ad adulti in generale.

Perché è così importante, in particolare nella relazione g-b, la capacità di mentalizzazione (in

modo operazionale riflessività)? Perché sembrerebbe che nella trasmissione intergenerazionale

dell'attaccamento, i principali responsabili siano non solo la sensibilità e la regolazione

emotiva, ma anche la riflessività della madre --> una alta riflessività correla con attaccamento

sicuro del genitore e quindi ciò favorisce attaccamento sicuro nel bambino, ed è un fattore di

protezione in condizioni ambientali sfavorevoli (single family, difficoltà socio-economiche,

separazioni ecc). Invece un basso livello di riflessività del genitore è un fattore di rischio per la

relazione g-b.

Quindi la mamma con buone capacità di riflessività in qualche modo è in grado di pensare il

bambino come soggetto dotato di stati mentali, quindi "hold The baby in mind" --> ciò

trasmette al bambino una capacità di tenere in mente i propri stati mentali, quindi anche lui

sviluppa capacità di mentalizzazione e di esplorare con sicurezza gli Stati mentali propri e

altrui.

Fonagy e Gergely hanno anche collegato le capacità di mentalizzazione della madre alle sue

capacità di rispecchiamento --> mirroring marked and ostensive --> il bambino si sente così

riconosciuto.

Una ricerca fatta da Fonagy mostra che una madre sicura è molto più capace di rispecchiare in

modo marcato le emozioni del bambino, rispetto a una madre distanziante, che magari

rispecchia le emozioni del bambino, senza però modificarle. Inoltre le madri sicure guardano di

più il bambino (ostensive) rispetto alle madri distanzianti.

Nel momento in cui invece il genitore non ha una funzione riflessiva adeguata, si può creare

una condizione di non validazione delle emozioni del bambino --> ad esempio la madre può

rispecchiare in modo troppo realistico la paura del bambino oppure può rispecchiare una

emozione diversa da quella del bambino, quindi il bambino non riesce a mentalizzare le sue

emozioni. Il rischio è che si creino delle aree scisse non riconosciute di sè (ad esempio la paura

non ha un nome nella mente del bambino).

Un concetto simile a quello di Fonagy e a quello appeno detto è il concetto di sè alieno: il

genitore attribuisce al bambino aspetti distruttivi (critica interiore, odio verso se stesso), e così

il bambino diventa un altro da sè. In questo modo si crea un nucleo del sè alieno: se è costretto

a identificarsi con le caratteristiche del genitore che non gli appartengono, deve diventare

qualcosa di alieno rispetto a sè (esempio: la madre attribuisce aspetti aggressivi al bambino, il

bambino è costretto a interiorizzarli e diventa aggressivo, però dato che sono molto negativi

questi aspetti che ha dovuto interiorizzare cercherà di espellerli in tutti i modi, ad esempio

tramite condotte aggressive verso gli altri, ma anche verso se stesso, per ferire il sè alieno --> i

bambino arriva a odiare se stesso). Questo è l'estremo del mancato mirroring e della non-

mentalizzazione, è la situazione più a rischio.

Un altro costrutto che si collega alla mentalizzazione in modo ancora più operazionale rispetto

al sè riflessivo è la mind-mindedness, che in generale è la capacità di considerare il bambino

come dotato di mente (in modo simile a Fonagy). Per poterla valutare si vanno a vedere i

commenti verbali del genitore nell'interazione con il bambino, per vedere se in questi

commenti attribuisce stati mentali al bambino. La Meins ha messo a punto anche una

intervista rivolta a madri di bambini più grandi, che serve a valutare quanto la madre è in

grado di descrivere in modo mentalistico il bambino, oppure di descriverlo solo a livello fisico e

di comportamento.

Secondo la teoria della Meins quindi il bambino fin dai primissimi mesi vive in un ambiente

mentalizzante (se il genitore commenta i suoi stati mentali). Quanto più il genitore è sensibile,

quanto più è mentalizzante, quanto più ha capacità di mind-mindedness, e quanto più è

capace di costruire un ambiente che facilita attaccamento sicuro nel bambino.

La Meins, per quel che riguarda il sè alieno, distingue tra commenti verbali mentalizzanti

adeguati a ciò che pensa veramente il bambino, e commenti verbali mentalizzanti che

attribuiscono al bambino stati mentali non suoi (ciò può essere inferito dal contesto). La

mentalizzazione deve essere quindi in grado di cogliere ciò che pensa davvero il bambino.

Migdley in alcuni suoi studi prende in considerazione la foto di una bimba che piange --> di

fronte a questa foto vi possono essere diversi commenti: mentalizzazione genitoriale ben

fondata / cecità mentale, cioè nessuna lettura della mente della bambina, ma un riferimento a

se stessi / ipermentalizzazione, cioè attribuzione di uno stato mentale distruttivo alla

bambina, che probabilmente non le appartiene, quindi qui si può parlare di sè alieno.

In sintesi: a parte i primi anni di vita (in cui è importante rispecchiamento e mind-

mindedness), che cosa aumenta la capacità di mentalizzazione, anche più avanti nello

sviluppo?

- genitori e fratelli che mettono in atto conversazioni sugli stati mentali non solo positivi,

ma anche negativi (dialogo mentalizzante)

- Gioco di finzione: si attribuiscono agli altri degli stati mentali, o addirittura si animano

oggetti a cui si danno una serie di caratteristiche. È quindi importante che il genitore o

l'educatrice al nido facilitino il gioco simbolico, per favorire lo sviluppo delle capacità di

mentalizzazione.

Che vantaggi ha un bambino con genitore mentalizzante?

- migliori capacità di regolazione

- Minore rischio psicopatologico relativo a disregolazione emotiva, quindi minore rischio

di disturbi esternalizzanti

- Maggiore probabilità di attaccamento sicuro, anche in condizioni di deprivazione

- Il bambino sviluppa maggiore fiducia nell’altro e nell’apprendere dall’altro.

ha un impatto sullo sviluppo del bambino a vari livelli

Quando la mentalizzazione fallisce nella famiglia? In quali condizioni?

- condizioni di violenza domestica o di accesa conflittualità, in cui i l bambino è esposto

continuamente a emozioni non mentalizzate

- Depressione, che fa sì che la madre sia troppo preoccupata dal proprio disagio

- Eventi stressanti che occupano la mente del genitore

- Situazioni in cui la mentalizzazione è eccessiva, cioè ad esempio famiglie in cui tutto è

trasparente e i genitori non lasciano uno spazio di segretezza al bambino, avendo una

sorta di manipolazione della mente del bambino/adolescente

- Manipolazione dei pensieri del proprio bambino: il genitore sa benissimo cosa pena il

bambino, e usa questa consapevolezza per i suoi scopi

Conseguenze negative della mancata mentalizzazione:

- scarsa capacità di pensare a se stessi e agli altri come soggetti di stati mentali

- Focalizzazione prevalente su comportamenti e utilizzo di modalità di mentalizzazione

automatica, ad esempio per rilevare le minacce (interpretare immediatamente le

emozioni dell'altro come aggressive e agire di conseguenza --> ricorso eccessivo alla

mentalizzazione implicita)

- Difficoltà a comprendere le proprie e mozioni e a utilizzare questa comprensione per

regolare le emozioni.

Quali sono i vari tipi di fallimento nella mentalizzazione che si verificano in varie situazioni

problematiche? Normalmente la mentalizzazione funziona, e in un campione normale il

punteggio nella scala di riflessività è in media di 4-5, però i punteggi, in campioni a rischio,

possono essere anche molto più bassi. I fallimenti sono i seguenti:

- Ipomentalizzazione (difficolta ad attribuire stati mentali ad altri): bambini e

adolescenti dello spettro autistico hanno difficoltà di mentalizzazione (infatti il

bambino autistico non è neanche in grado di giocare a livello simbolico, ma gioca in

modo stereotipato) e di empatia. Inoltre i bambini autistici già a 12-14 mesi hanno forti

difficoltà nell’intraprendere con l’adulto un’attività di attenzione condivisa.

Ipomentalizzazione è presente anche in bambini con problemi esternalizzanti, che

hanno difficoltà nella comprensione delle emozioni.

- Ipermentalizzazione (può essere considerata come una sorta di mentalizzazione

fraintendente —> è quella in cui si attribuiscono stati mentali all’altro, molto spesso

negativi, che però non appartengono all’altro —> distorsione dello stato mentale

dell’altro): in soggetti borderline e bambini maltrattati si verifica una

iperinterpretazione dei segnali sociali, spesso con attribuzioni negative, quindi

ipermentalizzano la negatività nell’altro (anche se l’altro non è portatore di

aggressività e ha una espressione del tutto neutra). I genitori borderline ad esempio

potrebbero attribuire al bambino che piange una intenzionalità molto più negativa

rispetto alla realtà (“mi odia”). Ciò avviene anche in bambini con ansia sociale

(attribuiscono ad altri intenzioni negative e per questo sono eccessivamente

preocccupati nell’incontro con l’altro) e in bambini depressi (anche loro tendono ad

attribuire agli altri stati negativi).

- Pseudomentalizzazione (implica che si legga lo stato mentale dell’altro con una

funzione manipolatoria): bambini con disturbo esternalizzante accentuato usano la

comprensione degli stati mentali altrui a scopo manipolatorio, ad es. «leggendo» aspetti

vulnerabili e di debolezza nei compagni —> ciò succede ad es. nel bullismo. Soggetti

affetti da psicopatia usano la comprensione degli stati mentali/emotivi dal punto di

visto cognitivo però con empatia a grado zero (capiscono che l’altro ha paura, ma ciò gli

è del tutto indifferente e continuano nel loro scopo) —> è una mentalizzazione solo

cognitiva, ma non affettiva-empatica.

Come è possibile intervenire? Migdley esemplifica una serie di interventi rivolti alle famiglie o

ai bambini. Essi sono interventi preventivi/terapeutici rivolti a condizioni di genitorialità a

rischio nel primo anno di vita (depressione post-partum, rischio psicosociale, esperienze

traumatiche ecc), che hanno l’obiettivo di prevenire il rischio psicopatologico successivo. In tali

interventi il focus non è solo sulla sensibilità del genitore, ma anche sulle sue capacità di

mentalizzazione riferite a sé e al bambino, e quindi l’efficacia dell’intervento viene valutata

non solo rispetto alla sensibilità del genitore ma anche alle sue capacità di mentalizzazione (se

è aumentata rispetto a prima dell’intervento).

In questi interventi ci si può concentrare su due livelli:

- Si può andare a osservare il conflitto (riguardante le relazioni precoci) che viene

proiettato dal genitore sul figlio e cercare di risolverlo. Focus sul conflitto

- Si può andare ad analizzare e potenziare le capacità di mentalizzazione del genitore,

quindi la sua capacità di riflettere sui suoi stati mentali nella relazione attuale con il

bambino. Focus sulla mentalizzazione.

Al terapeuta viene richiesta capacità di di mentalizzare gli stati emotivi del paziente.

La terapia basata sulla mentalizzazione (MBT): È un approccio terapeutico (elaborato da

Fonagy e Bateman) che nasce per il trattamento di disturbo borderline di personalità (che

creava molti problemi a livello terapeutico ed è rivolto ai soggetti adulti. Successivamente è

stato ampliato, in modo da essere applicato anche a bambini, famiglie, famiglie adottive ecc.

Principali problematiche presenti nei pazienti borderline: relazioni intime difficoltose (possono

diventare molto vischiose e simbiotiche, e successivamente distanzianti), difficoltà nella

regolazione emotiva (pazienti borderline ricorrono spesso a condotte impulsive e autolesive per

regolare le emozioni) e dispersione identitaria —> sono collegate a problemi nella

mentalizzazione —> quindi, a livello terapeutico, piuttosto che lavorare sulla conflittualità

relazionale del paziente (che si era rivelato piuttosto difficoltoso), si cerca di lavorare sulle

capacità di mentalizzazione, quindi sulla sua capacità di riflettere sui suoi ed altrui stati

mentali ed emozioni (spesso rabbia, tristezza, vuoto)

In situazioni di stress relazionali i pazienti borderline hanno le seguenti distorsioni nella

mentalizzazione:

Percezione degli stati mentali altrui erronea

 Difficoltà a mentalizzare le proprie emozioni

Intervento MBT:

Aumentare le capacità mentalizzanti del soggetto riferite a sé e agli altri

 Mentalizzazione delle emozioni

Le caratteristiche chiave di un atteggiamento terapeutico mentalizzante (non solo con i

borderline, ma anche con bambini e famiglie):

Presenza empatica e non giudicante

 Fare domande sugli stati mentali del paziente e commentare i comportamenti che il

 paziente racconta in funzione di questi stati mentali

Avere la mente aperta verso gli stati mentali altrui, assumendo nel colloquio

 «un’incertezza sicura», mostrandosi curioso verso gli stati mentali altrui, e cercando al

contempo di attivare nel paziente una tale curiosità

Avere presente l’opacità della mente, cioè la difficoltà a leggere gli stati mentali

 nell’altro.

Attivare la mentalizzazione nel paziente (il terapeuta cerca molto di più di attivare la

 mentalizzazione nel paziente nel qui ed ora, piuttosto che interpretare i conflitti

inconsci provenienti dal passato del paziente).

Gli interventi MBT rivolti a genitori e bambini:

- MBT- Families: rivolto a famiglie con problemi relazionali con il proprio bambino.

Rivolto anche, con un programma specifico, a famiglie di bambini adottati

- MBT-Parents: rivolto a genitori con disturbo borderline della personalitàù

- Minding the baby: programma di prevenzione rivolto a madri e bambini nei primi anni

di vita

- MBT-children

MBT- Children: è rivolto a bambini tra i 5 e i 12 anni con varie possibili problematiche tra le

quali:

- Difficoltà nell’attenzione

- Regolazione emotiva inadeguata con problemi esternalizzzanti e internalizzanti

Il numero di sedute prefissato e al contempo si effettua un intervento con i genitori.

Scopi: Recupero/sviluppo della capacità di mentalizzazione nell’ambito di una relazione di

attaccamento, con l’obiettivo di:

Migliorare la capacità di regolazione emotiva ad es. aggressività, impulsività

 Rinforzare il senso di sé

 Creare narrative relative a eventi di vita stressanti e/o traumatici (malattia di un

 genitore, divorzio, esperienze di bullismo).

Il trattamento basato sulla mentalizzazione per genitori con disturbo borderline

Questo tipo di programma è stato sperimentato dal centro di Psicoterapia Viersprong

(Olanda). Il lavoro è incentrato sia sui genitori (trattamento classico MBT) sia sulla relazione

genitore-bambino disfunzionale.

I genitori hanno disturbo borderline di personalità, quindi hanno difficolta nella regolazione

emotiva, alti livelli di impulsività che portano all’autolesionismo e a rischio suicidario, e

funzionamento interpersonale disturbato. Questi problemi si vanno a riflettere sul bambino

—> i soggetti con DBP presentando una bassa soglia di attivazione del sistema di

attaccamento legata ad una compromissione della mentalizzazione. Un genitore con DBP

potrebbe attribuire al bambino aspetti distruttivi (ciò riprende Ferenczi), il bambino assume

questa identità che gli viene attribuita dal genitore, e così diventa un altro da sé —> Fonagy

dice che così il bambino sviluppa un sé alieno.

I figli di genitori con DBP manifestano a loro volta: deficit nella regolazione emotiva, possibili

distorsioni nella rappresentazione del sé e dell’altro, patttern di attaccamento disorganizzato

(in elevata percentuale).

L’MBT-P è un programma rivolto a genitori che stanno cercando un trattamento per il proprio

disturbo. È pensato per genitori con figli da 0 a 4 anni. È importante il focus sul genitore.

Il MBT-P può essere iniziato durante la gravidanza, alla nascita o dopo l’arrivo del bambino

nel caso della genitorialità adottiva. Sarebbe però preferibile che iniziasse prima della nascita

per stabilire un’alleanza con il genitore.

Questo trattamento si focalizza su:

- la genitorialità,

- la relazione genitore-bambino,

- riduzione della trasmissione intergenerazionale del DBP,

- l’accrescimento della funzione riflessiva, ovvero la capacità dei genitori di riflettere in modo

esplicito sulla propria esperienza mentale e su quella del loro bambino.

Il MBT-P combina il MBT ambulatoriale intensivo (MBT-IOP) con un modulo genitore

bambino, condotti da terapeuti differenti. MBT-IOP: sedute di psicoterapia di gruppo

(bisettimanali di 1 h) e individuale (settimanali di 45 min). In entrambe ci si focalizza

sull’incremento della capacità di mentalizzazione del paziente. MODULO GENITORE-

BAMBINO: uso del video feedback (45 min di psicoterapia una volta ogni 2 settimane) e

training di gruppo (6 sedute da 90 minuti nell’arco di tempo di 2 mesi). Inoltre visite

domiciliari, telefonate ed altre attività per favorire l’alleanza terapeutica svolte da un

operatore psicosociale.

Nel centro di Psicoterapia Viersprong è presente un’equipe MBT-P composta da:

- 3 terapeuti (2 per il MBT-IOP e uno per il modulo genitore-bambino),

- un operatore psicosociale,

- uno psichiatra,

- un supervisore.

È indispensabile la collaborazione tra i vari terapeuti coinvolti per garantire coerenza e

congruenza nel trattamento.

Il programma del trattamento viene formulato in maniera collaborativa dallo psicoterapeuta e

dal paziente e comprende 5 obiettivi rispetto ai seguenti temi:

1. coinvolgimento nella terapia

2. disturbi psichiatrici,

3. difficoltà relazionali,

4. comportamento autodistruttivo,

5. frequenti ospedalizzazioni.

Durante la psicoterapia genitore-bambino saranno trattati temi riguardanti la genitorialità e

la relazione genitore-figlio.

È molto importante che il livello di riflessività del genitore venga valutato sia prima del

trattamento, sia dopo, per poter valutare i cambiamenti avvenuti durante la terapia.

A scadenza programmata l’equipe e il paziente discutono del trattamento. Questi momenti di

sintonizzazione hanno lo scopo di:

1. valutare gli obiettivi del trattamento e i progressi,

2. riformulare gli obiettivi se necessario,

3. riflettere sulle esperienze del paziente e terapeuta nel corso del trattamento,

4. discutere se la terapia incontra ancora i bisogni del paziente.

La psicoterapia individuale: Durante le sedute ci si focalizza sulla mentalizzazione di sé stesso

come genitore, sul figlio e sulla relazione, viene infatti chiesto di portare il bambino in terapia.

Il modulo è suddiviso in 3 fasi di trattamento:

FASE INIZIALE: valutazione della funzione riflessiva e coinvolgimento del paziente

 (prima del trattamento).

FASE CENTRALE: migliorare la funzione riflessiva con la tecnica del video feedback.

 FASE FINALE: paziente e terapeuta sviluppano un programma per il follow up per

 stimolare la responsabilità e indipendenza genitoriale.

Training di gruppo (sulla mentalizzazione esplicita): Obiettivi del corso sui seguenti temi:

- DBP,

- genitorialità,

- interazioni tra pensieri, sentimenti ed intenzioni,

- attaccamento e trasmissione intergenerazionale,

- separazione-individuazione,

- sviluppo e regolazione emotiva.

L’atteggiamento terapeutico: L’essenza dell’atteggiamento terapeutico nel MBT è l’adozione di

una posizione di «non conoscenza», cioè il terapeuta deve accettare e legittimare i punti di

vista differenti su quanto sta accadendo in quel momento, chiedendo descrizioni dettagliate

dell’esperienza. Inoltre è importante che il terapeuta tenga in considerazione:

- i propri fallimenti nella mentalizzazione (e se ciò si verifica, esplorare quanto accaduto);

- relazioni: tra terapeuta e genitore, tra terapeuta e bambino, tra genitore e bambino.

Il terapeuta deve creare un’alleanza terapeutica con il genitore il prima possibile, poiché

questo consente più opportunità di coinvolgimento del paziente nel trattamento, e inoltre

consente di sviluppare un modello più sofisticato della mente del paziente, includendo le sue

paure, le sue resistenze e altre tracce transferali che potrebbero portare problemi durante la

terapia (Questo assume una rilevanza maggiore per genitori con DBP).

Nel modulo genitore-bambino l’ obiettivo del terapeuta è:

aiutare il paziente a capire che gli stati mentali sono opachi, dando l’esempio

 attraverso la tolleranza dell’incertezza e la stimolazione della curiosità e della

motivazione ad individuare stati mentali

aiutare il paziente a riconoscere che i suoi stati mentale sono di farsi da quelli degli

 altri

Il terapeuta deve infine avere un atteggiamento pedagogico, mettendo in atto insegnamenti

impliciti al genitore riguardanti la mente del bambino: deve fungere quindi da modello per il

genitore. L’atteggiamento pedagogico è diverso dal fornire consigli educativi o conoscenze sullo

sviluppo del bambino, i quali non sono compatibili con un atteggiamento mentalizzante. Anche

quando il terapeuta fornisce qualche informazione psicoeducativa è soprattutto orientato ad

incoraggiare il genitore a pensare e a meravigliarsi rispetto allo sviluppo del proprio bambino,

allo scopo di creare una comprensione del piccolo del suo sviluppo e della loro relazione.

Principi di intervento nel MBT-P:

1. FOCUS SUGLI STATI MENTALI ATTUALI: Gli interventi dovrebbero essere centrati

sugli stati mentali piuttosto che sul comportamento e riguardano ciò che sta accadendo

o le interazioni genitoriali. Obiettivo del trattamento: aiutare il genitore a comprendere

il figlio in termini di cosa stia pensando e provando. Inoltre, terapeuta e paziente si

muovono continuamente tra mentalizzazione su sé stessi, sull’altro e sulla interazione

genitore-bambino.

2. Focus sull’affetto: L’ MBT-P si focalizza sugli affetti nell’immediatezza del momento,

concentrandosi su quello che succede nel qui ed ora nella seduta, tra genitore e

bambino. Identificare il sentimento aiuta a colmare il divario tra l’esperienza affettiva

primaria e la sua rappresentazione simbolica, sostenendo il sistema della

rappresentazione secondaria del genitore ed indirettamente del bambino. Identificare

le emozioni, saperle nominare, rappresentarle e collocarle in un contesto, sono chiavi

importanti di miglioramento. Il terapeuta deve restare flessibile, ricordando i fallimenti

di mentalizzazione del paziente per calibrare l’intensità emotiva dell’intervento.

Durante le sedute di videofeedback i livelli di attivazione sono elevati, in quanto il

paziente teme il giudizio del terapeuta. È compito del terapeuta adottare tecniche

supportive, come l’approvazione e l’empatia. Il terapeuta col suo atteggiamento

mentalizzante pone domande tipo: «che cosa ne pensa?»; «come pensa si stia sentendo il

suo bambino?»; «come fa a sapere questo?»

3. Modelling della riflessività genitoriale: Nel MBT-P il terapeuta funge da modello per il

funzionamento riflessivo, mostrando al caregiver una rappresentazione degli stati

mentali del bambino.

4. Focus sulle risorse genitoriali: Il MBT-P si focalizza quanto più possibile sui punti di

forza presenti nel genitore. Mettere in luce le risorse genitoriali costituisce un

intervento rassicurante e supportivo, che aiuta a ridurre i livelli di attivazione e a

creare la possibilità di migliorare ulteriormente la mentalizzazione.

5. Discutere e validare: Il genitore accetterà e imparerà più facilmente attraverso

interventi che rinforzano i suoi sentimenti. Il rinforzo positivo crea, inoltre, l’

opportunità di focalizzarsi sulle vulnerabilità del genitore. Dopo la rassicurazione, il

terapeuta può stimolare una riflessione sugli stati mentali del bambino, del genitore e

della loro interazione: è la strategia del discutere ed elogiare

6. Mentalizzare nel qui ed ora della relazione genitore-bambino: Una regola importante

nel lavoro con i genitori é quella di lasciare che dapprima l'interazione si avvii, facendo

sì che il genitore assuma l'iniziativa. Il terapeuta dovrebbe trattenersi dall'intervenire

immediatamente nella relazione anche quando è evidente fin dall’inizio una mancanza

di sensibilità genitoriale.

Parental development interview (PDI)

Può essere usata su genitori di bambini 0-12 mesi o su genitori di bambini 1-3 anni con alcune

modifiche. Va ad indagare come nel momento dell’intervista il genitore si rappresenta se

stesso come genitore, il bambino e la relazione con il bambino. Assomiglia all’AAI, e può essere

usata sia a scopi di ricerca sia a scopo clinico. Le aree indagate sono:

- Rappresentazione della relazione con il figlio (esempio: può descrivermi suo figlio? In

cosa pensa sia simile o differente da lei? Scelta 5 aggettivi per descrivere il rapporto

con suo figlio e mi dica degli episodi a supporto di tali aggettivi)

- Esperienza affettiva alla genitorialità: sentimenti ed emozioni del genitore e del

bambino

- Reazioni del genitore a situazioni tipiche del primo anno di vita

- Separazione

- Cambiamenti avvenuti dopo la gravidanza (esempi:

- Rapporto con i proprio genitori (questa parte è molto breve rispetto a quanto viene

indagato nell’AAI)

Esiste una PDI anche per il periodo 12-26 mesi. In piu viene chiesto: il su bambino ha ormai 2

anni, alla luce della..

Con la PDI si possono analizzare sia i contenuti tematici (stati emotivi del bambino e del

genitore e rappresentazioni del genitore), oppure si può cercare di capire se nell’intervista il

genitore ha usato stati mentali (quindi si usa la scala della riflessità) —> si possono analizzare

sia i nuclei tematici, sia il livello di mentalizzazione del genitore).

Nuclei tematici:

- Sentimenti descritti dal genitore, in particolare la rabbia (molto bassa o elevata —> il

livello moderato è quello ottimale), inoltre bisogna vedere quando questi sentimenti

vengono accettati e riconosciuti

- Vedi

Per indagare invece il livello di riflessività del genitore si usa la stessa scala di riflessività che

viene usata nell’AAI

Una intervista simile alla PDI è l’intervista elaborata da Zeanah, che introduce un livello di

analisi simile a quello dell’AAI (livello di coerenza globale e ricchezza delle percezioni).

Insightfulness (I): è la capacita del genitore di fornire un a descrizione complessa del bambino,

e la capacità di modificare questa rappresentazione man mano che il bambino si sviluppa. Ha

3 aspetti:

- Insight: corrisponde alla mentalizzazione, cioè capacità del genitore di capire stati

mentali ed emotivi del bambino

- Visione complessa: capacità del genitore di comprendere sia emozioni positive ce

negative del bambino

- Openess: capacità del genitore di adattarsi agli snodi evolutivi del bambino.

Anche nell’I quanto più un genitore è competente nell’I quanto più è in grado do mettersi in

relazione positiva con il bambino, quindi può essere valutato come molto sensibile e

disponibile emotivamente, e ciò è prenditore di attaccamento sicuro del bambino. Quindi un

obiettivo terapeutico per relazioni a rischio dovrebbe essere aumentare l’I del genitore.

Il bambino che ha uno o entrambi i genitori con I, è un bambino che si ved riconosciuto e vede

valorizzati i propri pensieri, desideri, aspirazioni. Ciò implica che il bambino poi abbia a sua

volta una buona capacità esplorativa dei propri stati emotivi (con conseguente self-confidence

e fiducia in se stesso).

Un bambino con genitori con basso I:

- Motivazioni e desideri del bambino non vengono compresi e accettati

- Impossibile fare affidamento sui genitori per la regolazione di emozioni negative.

Questo porta a sentimenti di frustrazione, vergogna, colpa e solitudine.

Oppheneim propone una modalità di valutazione dell’I, che usa la videoregistrazione (e poi

anche nell’intervento viene usato il videofeeedback). Vengono videoregistrati tre i versi

momenti di interazione, e poi si fa un’intervista al genitore su quanto videoregistrato. I

contesti interattivi sono 3:

- Compito di co-costruzione: si chiede a bambino e genitore di costruire una storia usando

delle bambole, in cui madre e padre partono per un viaggio, lasciando a casa il bambino

con la babysitter, e dopo un po' ritornano (riprende un po' la strange situation)

- Un gioco competitivo: si propone a bambino e genitore di costruire una torre di blocchi,

e si va a vedere quale torre rimane in piedi, e quindi chi è più bravo a costruire una

torre stabile

- Compito di completamento di storie: l’intervistatore presenta una bambola che

rappresenta un bambino, seduta a un tavolo con altri membri della famiglia. La

bambola accidentalmente fa cadere un succo di frutta, e viene chiesto a genitore e

bambino di completare la storia.

Alla fine dell’intervista al genitore vengono proposte domande generali sulle principali

caratteristiche dei bambini e su cosa lo colpisca principalmente (vedi).

Oppenheim individua diverse tipologie di capacità di insightfulness del genitore:

- I positiva: corrisponde ad avere openess, visione complessiva e insight

- I unilaterale: è un tipo di intervista in cui il genitore tende molto poco a comprendere le

motivazioni del bambino, ed è molto centrato sui propri stati emotivi. Corrisponderebbe

all’attaccamento preoccupato dell’AAI

- I disimpegnata: la madre è poco coinvolta emotivamente, e molto poco capace di

mentalizzare (parla molto del comportamento manifesto del bambino, senza attribuire

intenzioni e stati mentali). Corrisponderebbe all’attaccamento dismissing dell’AAI.

- I mista Il bambino e le sue relazioni

Capitolo 2: i legami di attaccamento

Negli ultimi 20 anni la teoria dell’attaccamento ha subito una profonda trasformazione —> il

suo oggetto di interesse è passato dall’analisi dei comportamenti che portano il bambino a

costruire i suoi pattern di attaccamento (nella relazione con gli adulti significativi) all’analisi

dei modelli rappresentazionali (rappresentazioni dei suoi legami di attaccamento), che secondo

Bowlby cominciano a formarsi dal primo anno di vita (altri autori metteranno in luce come si

formano molto prima, già dai 3 mesi). Questa trasformazione si deve a Bowlby, che nel 1969

ha introdotto il concetto di modelli operativi interni (MOI) —> definizione di Bowlby: in senso

ampio sono i modelli che il bambino si costruisce del mondo in cui vive, in senso specifico, sono

i modelli delle relazioni con le figure di attaccamento. In questo modo Bowlby si avvicina alla

psicoanalisi, sia per l’analisi delle rappresentazioni interne del bambino (e non più dei

comportamenti esterni) sia per l’enfasi posta sulle componenti relazionali implicate nella

costruzione dei modelli di attaccamento.

Main e Bretherton riprendono il concetto di MOI, che il bambino comincia a costruirsi dai

primi mesi di vita —> essi sono modelli in cui sono rappresentate le figure di attaccamento

(prima di tutto la madre) e le relazioni con tali figure. Dato che si formano dai primi mesi, la

loro costruzione è contemporanea alla costruzione dei pattern di attaccamento sicuro/insicuro

individuati da Ainsworth tramite la SSP —> si può dire che i pattern di attaccamento sono i

correlati comportamentali dei MOI.

Come vengono costruiti I MOI? Tramite la schematizzazione delle esperienze relazionali con le

figure di attaccamento —> il bambino si forma un modello sintetico, che riassume la relazione

tra il sé e la madre. Nel modello non è presente solo lo schema della madre e delle sue

modalità di interazione con il bambino, ma anche lo schema del bambino stesso e delle sue

modalità di interazione con la mamma. Vedi esempio su pag 50. Quindi sulla base di questi

schemi il bambino risponde alla madre non solo in relazione al comportamento contingente

della madre, ma anche in base alla storia passata di interazioni con la madre, schematizzata

nei MOI. È importante chiarire anche che il bambino si costruisce diversi MOI di sé per

diverse figure di attaccamento.

I MOI si formano quindi tramite processi di internalizzazione della relazione di attaccamento

vissuta dal bambino con le varie figure significative (considerando entrambe le facce, quindi

sia il bambino, sia l’adulto). Sono dunque soggettivi: è vero che l’attaccamento a livello

comportamentale si manifesta con i pattern di attaccamento, tuttavia essi non costituiscono di

per sé l’attaccamento, dato che esso è INTERNO al bambino, ed è caratterizzato da

sentimenti, memorie, emozioni, desideri. Tutti questi elementi poi costituiscono una sorta di

filtro, che permette al bambino di elaborare e interpretare le sue esperienze relazionali.

Quindi il MOI non è solo una copia del legame di attaccamento, ma una ricostruzione attiva

operata dal bambino, mediata appunto da memorie, emozioni, desideri ecc.

Bretherton e Main si occupano anche dello studio dei correlati cognitivi responsabili della

costruzione dei MOI. Essi usano il concetto di copione, cioè uno schema al cui interno vi sono

ruoli e azioni (riferiti a una specifica attività dotata di inizio e di fine, come può essere il gioco

o il bagnetto) inseriti in una specifica sequenza temporale. Successivamente la Main utilizzerà

une definizione più sofisticata di copione, secondo cui all’interno di ciascun copione vi sono

degli schemi più circoscritti, che possono essere composti in sequenze più complesse a seconda

delle situazioni. La Nelson riflette ulteriormente su questo tema e ritiene che i copioni siano

proprio la struttura di base dei MOI.

I MOI presentano delle similarità con le rappresentazioni interne generalizzate (RIG) di

Stern, che derivano dagli schemi di essere-con. Stern infatti sostiene che fin dai primi mesi il

bambino si costruisce schemi di “essere-con” l’altro —> cosa sono? Rappresentazioni

prototipiche degli eventi di interazione con il caregiver. Sulla base di tali schemi si formano

poi le RIG, le rappresentazioni generalizzate delle interazioni del sé con gli altri (fondamentali

sono gli affetti condivisi con il caregiver e il ruolo che esso ha di regolatore degli affetti). Come

I MOI, anche i RIG guidano le successive relazioni del soggetto con altre persone. Però i RIG

hanno anche differenze con i MOI, dato che in essi sono schematizzate tutte le interazioni del

bambino con il caregiver (ad esempio anche il gioco), e non solo quelle di attaccamento.

[vedi libro per strategie difensive e adattive, per espressione/regolazione delle emozioni, e per

memoria implicita/dichiarativa

Attaccamento, psicoanalisi e infant research: attualmente la teoria dell’attaccamento si

propone come una teoria complessa: è in grado di seguire lo sviluppo del bambino sia a livello

socio-emotivo sia a livello della personalità in condizioni normali e a rischio, fornendo anche

suggerimenti per interventi di psicoterapia. Quindi la teoria dell’attaccamento, nella sua più

recente versione rappresentazionale (autori principali: Main, Bretherton, Fonagy), ha

integrato concetti e costrutti provenienti da diversi ambiti della psicologia dello sviluppo e

della psicoanalisi —> si è così arrivati a una teoria dello sviluppo che ha al suo interno vari

ambiti teorici e empirici:

- Lo sviluppo del bambino in relazione alle sue competenze di comunicazione e

regolazione delle emozioni —> i pattern di attaccamento possono essere concepiti come

stili di comunicazione e regolazione delle emozioni

- Concetto di responsività e sua evoluzione nel tempo

- Modelli operativi interni —> similarità con gli schemi “essere-con” e RIG di Stern

(infant research)

- Modelli operativi interni come interiorizzazioni di interazioni di attaccamento tra

bambino e caregiver, e delle emozioni a esse correlate (psicoanalisi)

- Importanza attribuita agli affetti nell’orientamento psicoanalitico: Kernberg considera

gli affetti come primo sistema motivazionale del bambino / Emde considera gli affetti

come base dei primi nuclei del sé infantile —> affetti come concetto ponte tra

psicoanalisi e teoria dell’attaccamento

Nell’orientamento psicoanalitico sono significative le osservazioni di Sandler: grazie a una

propensione innata relazionale, il bambino si costruisce delle rappresentazioni sé/oggetto, che

al pari dei MOI (e dei RIG) hanno la funzione di guidare le successive esperienze relazionali

del bambino. Sandler parla anche di role responsiveness, cioè i ruoli affettivi che il soggetto

attribuisce al proprio interlocutore.

Però vi è un problema nel rapporto tra teoria dell’attaccamento e psicoanalisi: i MOI come

strutture affettivo/cognitive relative alle prime interazioni di attaccamento VS relazioni

oggettuali interiorizzate, concepite anch’esse come I MOI, ma al contempo sostanziate

(secondo la psicoanalisi) da fantasie inconsce sviluppate dal bambino intorno ad esse. Un

tentativo di conciliazione proviene da Seligman: alla costruzione dei MOI non contribuiscono

solo processi affettivi e cognitivi, ma anche le fantasie inconsce che sviluppa il bambino

rispetto alle interazioni di attaccamento. Inoltre secondo Seligman I MOI del bambino sono

influenzati dai processi di identificazione protettiva del genitore verso il bambino: tramite l’IP

il genitore attribuisce al bambino caratteristiche del proprio mondo interno e quindi anche dei

propri modelli di attaccamento, e il bambino interiorizza questi aspetti nei MOI che sta

costruendo. Quindi secondo questa ipotesi la trasmissione intergenerazionale dei modelli di

attaccamento avviene attraverso processi di IP (Klein)

Il rapporto tra Klein e teoria dell’attaccamento è reso anche più esplicito se si pensa al

rapporto diretto tra Klein e Bowlby (che era stato suo allievo): la tendenza innata, ipotizzata

da Bowlby, del bambino a cercare una figura di attaccamento deriva direttamente dal lavoro

kleiniano, che ha sottolineato spesso la motivazione relazionale innata che spinge il bambino a

ricercare un oggetto.

Ulteriore collegamento tra teoria dell’attaccamento e Klein: alcuni autori considerano i modelli

di attaccamento sicuro e insicuro come posizione depressiva e schizoparanoide kleininane —>

il bambino nel corso del suo sviluppo passerebbe da uno stato della mente iniziale di tipo

insicuro a un prevalenza di stati sicuri (così come secondo la Klein il bambino passa da

posizione schizoparanoide a depressiva). La sicurezza interna a cui arriva il bambino nei primi

anni di vita diventa un importantissimo fattore di protezione per il suo sviluppo socio-affettivo

successivo, ed è allo stesso tempo il più importante obiettivo degli interventi preventivi.

Questa sicurezza interna può essere paragonata alla fiducia che, secondo la Klein, il bambino

sviluppa bei primi anni di vita grazie alla presenza di un oggetto primario buono nel suo

mondo interno (questo oggetto buono sarà il fondamento della sua personalità). La

psicoterapia basata sulla teoria dell’attaccamento ha proprio come obiettivo far raggiungere al

paziente uno stato della mente sicuro rispetto alle sue esperienze di attaccamento (fiducia nei

termini kleiniani).

Capitolo 3: identificazioni, interazioni e caratteristiche individuali

Melanie Klein

Dagli anni 50 la Klein inizia a usare, insieme al metodo clinico con adulti e bambini,

l’osservazione diretta del bambino e delle sue relazioni.

Negli ultimi lavori della Klein viene descritta la predisposizione innata del bambino alle

relazioni, e il rapporto tra madre e bambino che si viene a costruire sarebbe caratterizzato da

tratti “realistici” sia da parte della madre che del bambino (questo è quindi in disaccordo con

la classica interpretazione delle teorie kleiniane, per cui il bambino nelle sue prime relazioni è

guidato solo da fantasie inconsce, e ha quindi un accesso deformato alla realtà). Con questa

ipotesi la Klein si riallaccia ad alcune ipotesi anti-narcisistiche sparse in alcune delle ultime

opere di Freud —> In “pulsioni e loro destini” Freud sostiene che le pulsioni dell’Io (finalizzate

all’autoconservazione e contrapposte alle pulsioni libidiche), fin dall’inizio si rapportano con la

realtà, grazie a un nucleo primitivo dell’Io chiamato da lui “Io-realtà”. Quindi Freud, accanto

alla tesi dominante per cui il bambino nasce narcisista ed egocentrico, formula anche l’ipotesi

contraria che l’Io fin dall’inizio instauri un rapporto realistico con la realtà (in particolare con

l’oggetto) finalizzato alla sua auto-conservazione (quindi la natura di questo rapporto è

esclusivamente pulsionale). La Klein, grazie a queste ipotesi freudiane e all’osservazione

diretta dei bambini, sottolinea più volte la predisposizione innata del bambino a entrare in

relazione con la madre. Però questa relazione non è solo pulsionale (scopo di

autoconservazione), ma a tratti sembra “un tenero colloquio” che il bambino fin dalle prime

settimane instaura con la madre e almeno in parte slegato dalle istanze pulsionali (ad esempio

il bambino di 3 settimane può interrompere ogni tanto la suzione per giocare con il seno della

madre o per guardarla negli occhi). Questa relazione tra il bambino e la madre diventa la base

di ogni ulteriore relazione (fortemente richiamato dalla teoria dell’attaccamento) e soprattutto

il fondamento del mondo interno del bambino (che si forma grazie a processi di identificazione

proiettiva e introiettiva nella relazione con la madre). Quindi nella relazione oggettuale, la

madre con tutti i suoi aspetti buoni (che nutre, ama, aiuta il bambino) è il primo oggetto buono

che il bambino interiorizza nel suo mondo interno —> questo oggetto buono rafforza l’Io

emergente del bambino, e allo stesso tempo l’Io si sviluppa in gran parte intorno a esso. L’io si

identifica con l’oggetto buono e ciò diventa la base per successive identificazioni positive con il

padre buono e in futuro con altre persone amichevoli. Come risultato di tutto ciò il mondo

interno del bambino appare popolato da oggetti ed emozioni prevalentemente buoni —> ciò

costituisce la base per un personalità stabile. Questa prospettiva anticipa le successive

ricerche empiriche che mostreranno il ruolo delle prime interazioni del bambino nella

strutturazione e nello sviluppo dei primi nuclei del sé infantile (quindi della personalità).

La Klein, d’altra parte, è attenta non solo alla qualità degli oggetti (buoni vs cattivi), ma anche

alle caratteristiche personali del bambino, come ad esempio l’aggressività innata, che rende

difficile sopportare la frustrazione. Però l’ambiente di cure può mitigare l’impatto di queste

caratteristiche innate —> quindi l’atteggiamento materno può ridurre, oppure accrescere, le

angosce e l’aggressività del bambino (quindi sono le esperienze reali del bambino con la madre,

e poi con il padre, a essere importanti). A seconda che queste angosce verranno ridotte o

aumentate, nel bambino prevarranno oggetti protettori o persecutori, che, come si diceva

prima, diventeranno la base della sua personalità.

Nel considerare le caratteristiche individuali del bambino, la Klein appare sensibile al tema

(tutt’oggi dibattuto) delle differenze individuali dei bambini rispetto alla capacità di

fronteggiare situazioni sfavorevoli (alcuni sono più vulnerabili, altri hanno maggiore capacità

di resilience). Quindi la Klein considera anche le capacità del bambino molto piccolo di

affrontare situazioni stressanti grazie alle sue risorse interne [vedi esempio e spiegazione].

Ferenczi

Procedendo a ritroso, si può d’altra parte osservare come le ipotesi della Klein sulla

predisposizione innata del bambino alle relazioni e sull’importanza di processi di introiezione e

proiezione, è rintracciabile nell’opera di Sandor Ferenczi —> egli a questo proposito sostiene

che il neonato fin dalla nascita ha una predisposizione alla relazione, in particolare a creare

un contatto fisico con la madre finalizzato a ripristinare la condizione intrauterina. Allo stesso

tempo Ferenczi introduce ipotesi innovative, in cui vengono analizzate le qualità genitoriali e i

processi mentali del genitore verso il bambino, che si sostanzierebbero nel calore, nella

freddezza o nella trascuratezza. In questo ambito Ferenczi analizza le condizioni ambientali

che rendono sfavorevole lo sviluppo (introduce il tema del trauma, che rimarrà marginale fino

ai tempi recenti, quando verrà ripreso da Bowlby, e provocando la spaccatura tra psicoanalisi

e teoria dell’attaccamento —> psicoanalisi si occupa del mondo interiore, teoria

dell’attaccamento delle esperienze concrete del bambino —> poi con l’introduzione della teoria

dei MOI ci sarà un riavvicinamento tra teoria dell’attaccamento e psicoanalisi), costruendo

una vera e propria fenomenologia delle possibili relazioni tra genitore e bambino —> in tale

ambito hanno un’importanza decisiva le condizione mentali ed emotive (calore/freddezza) del

genitore e l’impatto che hanno sul bambino. Esempi: bambini ospiti indesiderati della

famiglia, oppure accolti freddamente e senza affetto, che muoiono con facilità o comunque

mantengono una disposizione al pessimismo —> lui parla proprio di funzione vitalizzante /

organizzatrice che il genitore ha rispetto alla sopravvivenza psichica del bambino, soprattutto

nelle prime fasi —> l’assenza di calore e la freddezza (o più attivamente il rifiuto e

l’impazienza) da parte del genitore impediscono al bambino di superare la condizione di “non-

esistenza” (il sé non è ancora sviluppato ed è molto più vicino, rispetto al genitore, alla non-

esistenza piuttosto che alla vita) —> se il genitore non esercita la sua funzione vitalizzante

(con il calore e l’affetto) è molto facile che il bambino scivoli spontaneamente indietro nella

condizione di non-esistenza.

I genitori e le loro attitudini mentale sono quindi una possibile fonte di trauma per il bambino,

però allo stesso tempo (nel caso siano positive) possono essere un importante fattore di

protezione che permetterà al bambino di fronteggiare successive esperienze traumatiche.

Verso quei pazienti che hanno vissuto esperienze difficili con il loro genitori, Ferenczi si

comporta come “una tenera madre”, che tranquillizza e offre calore e protezione.

Quali sono i possibili traumi che il genitore può indurre nel bambino attraverso una

comunicazione distorta (piuttosto che avere una funzione organizzatrice ha una funzione

disorganizzante)?

1) abuso (sessuale o fisico), quindi intrusività del genitore che invade il bambino con i suoi

desideri --> il bambino mette in atto un meccanismo di difesa, cioè l'identificazione con

l'aggressore --> in questo modo Ferenczi non considera tanto le proiezioni del bambino

sul genitore, quanto le proiezioni del genitore sul bambino —> il genitore proietta

desideri, fantasie, emozioni sul bambino, invadendone lo spazio menale, e quindi lui è

costretto a identificarsi con esse (qualità punitive/aggressive/erotizzanti del genitore),

introiettandole. Altre reazioni del bambino potrebbero essere: bambino dimentico di sé

o ammutolito, perché invaso dalle fantasie erotiche o aggressive del genitore / oppure la

progressione traumatica (vedi sotto)

- trascuratezza, cioè il genitore non accudisce il bambino nè gli attribuisce Stati mentali

(aspirazioni, desideri), quindi il bambino usa come meccanismo difesa la progressione

traumatica delle competenze cognitive e emotive, il bambino diventa molto precoce

nelle sue acquisizione intellettive (non tanto per sue capacità accentuate, quanto

piuttosto per sfuggire alla trascuratezza, diventando egli stesso genitore di se stesso), e

può mettere in atto role reversing, quindi si adultizza (wise baby). Ferenczi intende

questo processo in termini di scissione: l’abbandono o la trascuratezza determinano nel

bambino una scissione della personalità, per cui una parte della persona comincia ad

assumere il ruolo di padre o di madre nei confronti della parte rimanente.

Le analisi di Ferenczi sono preziose. perché introducono il tema della comunicazione

distorta fra adulto e bambino (perché è aggressiva, erotica o trascurante), e quindi il tema

dell’azione che il genitore esercita sul bambino attraverso le sue concrete modalità di

accudimento (influenzate dai suoi stati mentali ed emotivi). In tal modo Ferenczi getta anche

le basi per lo studio della trasmissione intergenerazionale dei modelli relazionali e

comunicativi da genitore a figlio.

In ambito clinico Ferenczi è anche il primo a riflettere su come ridurre l’impatto traumatico

esercitato dal genitore sullo sviluppo del figlio, cosa che può essere raggiunta aiutando il

genitore a comprendere la propria storia infantile. In questo modo Ferenczi ribalta l’ipotesi

diffusa che sia il bambino a doversi adattare alla famiglia, sottolineando al contrario che è in

primo luogo la famiglia a doversi adattare al bambino e ai suoi bisogni.

Sigmund Freud

La direzione presa da F era già stata in parte accennata da Freud (anche se poi la sua

attenzione si rivolge soprattutto al mondo interno del bambino e alle sue fantasie) --> in

introduzione al narcisismo Freud parla di come il bambino può essere influenzato dal genitore,

tramite l'assunzione di aspetti narcisistici del genitore --> il genitore vede il bambino come il

possibile realizzatore di aspetti di sè che non si sono realizzati o perfezionati nella sua vita,

quindi tende ad attribuire al bambino ogni sorta di perfezione e a idealizzarlo. Freud,

riferendosi al bambino, dice che lui diventa "sua maestà il bambino", e deve realizzare tutti i

desideri e aspirazioni narcisistiche del genitore.

In sintesi la direzione di ricerca intrapresa da Freud e Ferenczi:

- Il genitore proietta sul bambino aspettative, conflitti ed emozioni legate al sé inducendo

il bambino a identificarsi con tali caratteristiche

- Questa è un’anticipazione dell’ipotesi relativa alla trasmissione intergenerazionale dei

modelli relazionali tramite processi di identificazione proiettiva, che sarà ripresa negli

anni 80 da Cramer

Autori precedenti invece si erano concentrati di più sulle proiezioni del bambino sul genitore.

Ad esempio Bion parlava del bambino che proietta sulla madre emozioni da lui non

elaborabili, la madre le elabora tramite la Reverie materna, e in questo modo il bambino le

può reintroiettare in forma elaborata, e al contempo introietta la funzione di Reverie (funzione

Alfa).

Selma Fraiberg

Scrive l’opera “ghosts in the nursery” e propone un nuovo modello di psicoterapia rivolto

congiuntamente alla coppia madre-bambino (infant-parent psychotherapy).

L’ipotesi centrale della Fraiberg: i genitori accudiscono e interagiscono con i loro figli facendo a

volte entrare il loro passato (le figure genitoriali e le relazioni con loro) nella presente

relazione con loro —> i fantasmi nella stanza dei bambini possono, nei casi più gravi,

influenzare massicciamente le modalità di cura del genitore (influenzano il modo in cui

concretamente il genitore si relaziona con il bambino). I danni che fanno questi fantasmi

possono riguardare varie aree, come il sonno, l’alimentazione, il controllo sfinterico o la

disciplina, a seconda delle aree di vulnerabilità del passato dei genitori. Ma come avviene che i

fantasmi del passato dei genitori invadano la stanza dei bambini? La Fraiberg, che aveva

come riferimento la psicologia dell’Io di Hartmann, per rispondere a tale domanda utilizza il

concetto freudiano di transfert (da lui utilizzato nel contesto paziente/analista): la Fraiberg

amplia questo concetto e ritiene che il genitore trasferisce sul bambino le proprie esperienze

relazionali vissute con i genitori, spesso caratterizzate da violenze, trascuratezza emotiva,

abuso, le quali fanno spesso parte di un passato non “ricordato”, causato dalla rimozione da

parte del genitore degli affetti negativi relativi a tali esperienze. il genitore tende così ad

interagire con l’immagine trasferita sul bambino proveniente dal proprio mondo interno,

oscurando le sue caratteristiche reali. La Fraiberg riprende anche il concetto di identificazione

con l’aggressore di Ferenczi (anche se non lo nomina e si riferisce più che altro alla

concettualizzazione di Anna Freud), ipotizzando che il bambino, di fronte a situazioni di abuso

o trascuratezza, tenda a identificarsi con le caratteristiche aggressive o trascuranti dei

genitori, rimuovendo allo stesso tempo gli affetti dolorosi legati a queste esperienze, che

diventano cosi un passato non incordato. Questo bambino, da adulto e genitore, eserciterà a

sua volta violenza e trascuratezza sul figlio, facendo proprie le caratteristiche del genitore con

cui si è identificato e rimanendo del tutto insensibile verso gli affetti negativi espressi dal

figlio, dato che il genitore li ha lui stessi rimossi durante l’infanzia (dunque non li riconosce).

[vedi caso clinico]

A partire dalle su ipotesi e dall’osservazione di numerosi casi clinici la Fraiberg elabora un

nuovo modello di psicoterapia, che si ispira sia alla psicoanalisi (interpretazione dei conflitti

dinamici) sia ai principi del sostegno e della guidance. L’intervento viene svolto nella casa in

cui vivono madre e bambino (la Fraiberg lo chiama Psychotherapy in the kitchen). Obbiettivi

dell’intervento:

- Mettere in luce il passato conflittuale della madre (trasferito sulla relazione con il

bambino tramite transfert), in modo da far emergere gli affetti rimossi

- Aiutare la madre a comprendere i bisogni evolutivi del bambino

Questo non è un intervento di prevenzione, ma un intervento che va ad agire quando

 già è presente un disagio.

Il modello della Fraiberg appare un ponte tra le ipotesi di Ferenczi della comunicazione

distorta tra genitore e bambino (anni 20-30) e il modello più articolato di formulato da Cramer

(a metà degli anni 80) che utilizza il concetto di identificazione proiettiva.

Difese patologiche: vedi libro

Bertrand Cramer

Il modello teorico e psicoterapico proposto da Fraiberg negli Stati Uniti viene ripreso e

approfondito in Europa da Bertrand Cramer. Egli, come la Fraiberg, si trova ad affrontare la

patologia del bambino nei primi anni di vita, e, come la Fraiberg, individua in questa patologia

le componenti relazionali, legati sia al modo di interagire dei genitori sia alle loro modalità di

rappresentarsi il bambino. In quest’ambito Cramer riprende le teorie di Lebovici, il quale

evidenzia come già durante la gravidanza la futura madre inizia a relazionarsi con il bambino

futuro e a creare un legame con lui attraverso fantasie e rappresentazioni:

- Bambino fantasmatico: è la rappresentazione che la madre si crea del bambino sulla

base delle fantasie edipiche e del conseguente processo di identificazione con la madre e

fantasia di donare il bambino al padre (sarebbe il bambino del nonno materno)

- Bambino immaginario: è la rappresentazione che la madre (e il padre) si crea del

bambino corrispondente alle sue aspettative attuali relative al bambino, ad esempio

che sesso avrà, quali caratteristiche, a chi somiglierà ecc

Dopo la nascita compare il bambino reale, e la madre dovrà quindi operare un confronto tra le

caratteristiche reali del bambino e quelle immaginate e rappresentate prima della nascita (nel

bambino fantasmatico e immaginario). La prima relazione tra madre e bambino sarà quindi

necessariamente mediata dalle rappresentazione e dalle fantasie che la madre si è creata

durante la gravidanza e già a partire dall’infanzia (come si immaginava da piccola come

sarebbe stato suo figlio). Per spiegare questo Cramer fa riferimento al concetto di

identificazione proiettiva, attraverso cui la madre attribuisce al bambino qualità relative al

proprio sé (alla propria storia passata) e ai propri oggetti interni. Cramer distingue tre tipi di

identificazione proiettiva che possono intercorrere tra madre e bambino:

- IP normale (esternalizzante): le proiezioni non oscurano l'identità del bambino, ma

sono un modo per familiarizzare con il bambino, e così nascono le prime forme di

comunicazione empatica rivolte al bambino, non più vissuto come estraneo. Allo stesso

tempo la madre si rivela capace di riconoscere le caratteristiche reali del bambino.

Queste proiezioni sono dunque di carattere positivo, dato che sono flessibili e si

modificano a seconda dell’individualità del bambino, il quale le interiorizza

integrandole con le sue caratteristiche personali.

- IP esternalizzante costrittiva: la madre attribuisce al bambino caratteristiche degli

oggetti provenienti dal suo mondo interno e dal passato al bambino in modo costrittivo

—> il bambino è costretto nella costruzione della sua identità a introiettare tali

proiezioni, e le identificazioni da lui messe in atto assumono caratteristiche

prevalentemente alienanti (vengono soffocate le sue qualità individuali). I possibili casi

sono: bambino tirannico (bambino rappresentato come particolarmente richiedente),

bambino idealizzato (la madre vede il bambino come perfetto, perché proietta su di lui

tutti i suoi ideali narcisistici --> chiede al bambino di essere l'ideale di se stessa --> può

diventare anche molto pressing verso il bambino), bambino vulnerabile (sul bambino

viene proiettato il sè vulnerabile vissuto nella relazione della madre con la madre,

bambino rappresentato come fragile a partire alla inadeguatezza materna proiettata),

bambino idealizzato con aspetti riparativi rispetto alla propria infanzia, ad esempio il

bambino che diventa il sostituto di una persona morta. A queste attribuzioni si

accompagna contemporaneamente l’identificazione della madre con un ruolo

complementare a quello attribuito al bambino, quindi se ad esempio il bambino è

rappresentato come tirannico, la madre sarà impotente e inadeguata, se il bambino è

rappresentato come come un parente morto, la madre sarà costantemente preoccupata

e allarmata nei suoi confronti, se il bambino è rappresentato come fragile, la madre

diventerà eccessivamente intrusiva —> in tutti i casi vengono trascurate le

caratteristiche individuali del bambino.

- IP narcisistiche: il genitore proietta massicciamente sul bambino immagini del proprio

passato infantile prevalentemente negative (di sé o delle figure genitoriali). L’identità

del bambino si costruisce prevalentemente su tali proiezioni che non riconoscono le

originarie caratteristiche dell’identità del bambino (esempio: bambino intrattabile,

aggressivo ecc).

[approfondimento: Uno psicoanalista che ha molto approfondito il tema della proiezione è

Ogden, che fa vedere come avviene la proiezione e come il bambino introietta queste

proiezioni. Il genitore proietta nel bambino parti di sè (relazioni con la propria madre, il sè

bambino) e si comporta con lui concretamente in modo tale che il bambino assuma queste

caratteristiche, e quindi diventa l'oggetto delle proiezioni e inizia a comportarsi in modo

consistente in linea con gli aspetti proiettati. Esempio: la madre fin dai primi mesi vive il

bambino come molto richiedente e tirannico , attribuendogli aspetti molto intrusivi della

relazione vissuta con la madre d'origine (il bambino è intrusivo come lo era la madre) -->

questa proiezione avviene tramite una madre che accudisce costantemente i bisogni del

bambino, e quindi il bambino concretamente diventa sempre di più un bambino richiedente,

quindi diventa come la madre lo vede (a fronte delle pressioni proiettive della madre diventa

effettivamente tirannico, ad esempio dimostrandosi difficilmente soddisfacibile e

continuamente richiedente). A questo punto la madre si sente inadeguata e a disagio nei

confronti di questo bambino tiranno, esattamente come si sentiva inadeguata con la sua

mamma intrusiva.]

Per individuare concretamente il modo in cui le IP del genitore influenzano il bambino,

Cramer propone un metodo innovativo, che coniuga dati clinici e dati osservativi. Secondo

l’autore i diversi tipi di IP del genitore sul figlio si manifestano concretamente nelle modalità

con cui la madre si prende cura del bambino, e quindi possono essere individuate attraverso

l’analisi dettagliata dell’interazione madre-bambino. Quindi diventa fondamentale

l’osservazione diretta dell’interazione, cercando di coglierne eventuali deragliamenti. Ciò che

propone Cramer è di semantizzare le interazioni, per individuarne le componenti inconsce che

le sottendono —> infatti ogni interazione può essere interpretata dal genitore in modo più

manifesto (esempio: il bambino sorride quindi è felice), o in modo più inconscio, in funzione

della propria storia relazionale infantile (il bambino piange quindi mi rifiuta come mi

rifiutavano i miei genitori). Esempio: madre molto intrusiva e il bambino che diventa

avoidant. Non ci si ferma a questo livello ma si cerca anche di capire perché la madre è così

intrusiva --> questo viene chiamata semantizzazione delle interazioni, cioè si cerca di dare un

significato alle interazioni, soprattutto quelle che sembrano disfunzionali e patologiche.

In particolare Cramer ipotizza che se si osservano interazioni g-b nei primi anni di vita si

possono individuare 3 tipi di risposta del genitore: 1) la madre risponde in maniera

contingente ai bisogni del bambino (corrispondenza tra madre e bambino) 2) la madre non è

responsiva verso i bisogni del bambino, quindi è indifferente o incapace di rispondere ai

bisogni fra bambino, o perché non li comprende o perché non vuole prendersene carico (non

contingente) 3) la madre non vede i bisogni del bambino, ma gli attribuisce caratteristiche e

fantasie che fanno parte dei suoi modelli relazionali interiorizzati ma che non appartengono al

bambino (quindi non solo non riconosce i bisogni del bambino, ma gli attribuisce

caratteristiche e bisogni che non gli appartengono).

La finalità del metodo terapeutico di Cramer è quello di modificare tali interazioni madre-

bambino precocemente a rischio, le quali possono determinare disturbi del sonno,

dell’alimentazione, della regolazione emotiva ecc. Per fare ciò Cramer utilizza psicoterapie

brevi in cui viene utilizzate una particolare metodologia che combina osservazione diretta

della coppia madre-bambino e dati clinici (provenienti da interviste cliniche ai genitori).

Attraverso l’osservazione Cramer può individuare i pattern tipici che caratterizzano

l’interazione (ed eventuali anticontingenze), con le interviste cliniche invece può esplorare le

rappresentazioni che i genitori si sono costruiti del bambino e di sé come genitori, andando a

esaminare anche i legami con le famiglie d’origine. Il confronto tra dati osservativi e clinici

permette a Cramer di individuare eventuali corrispondenze tra le rappresentazioni dei

genitori e le loro concrete modalità di interazione. Diventa così possibile individuare i

processi di ID patologica (costrittiva o narcisistica). Le interazioni disfunzionali sono chiamate

da Cramer sintomatiche, che danno origine a una struttura ripetitiva di scambi tra madre e

bambino.

Finalità dell’intervento: aiutare i genitori a diventare più sintonizzati nella loro interazione

con i figli. In particolare il genitore viene aiutato a riassorbire le proprie IP patologiche,

liberando in tal modo il bambino da aspetti aggressivi e narcisistici permettendogli quindi di

costruire la sua personalità individuale. Allo stesso tempo la madre avrà una immagine del

bambino non più persecutoria ma bonificata, e potrà acquisire una maggiore fiducia nelle

proprie competenze genitoriali.

Il focus in queste psicoterapie brevi non è quello di modificare la personalità della madre o del

padre (cosa che avverrebbe con terapie molto lunghe), ma è un focus specifico sulla relazione

con il bambino. In tutto ciò è importante che la madre costruisca una alleanza positiva con il

terapeuta (piuttosto che sviluppare un transfert con il terapeuta, proprio perché non si vuole

modificare la personalità della madre).

Bollas

Più recentemente si è mosso Bollas, arrivando a conclusioni che presentano convergenze con il

modello di Cramer relativamente alla formazione del Sé infantile. Per Bollas il primo

rapporto che il B vive con la M è quello di oggetto trasformativo = una M che attraverso le sue

concrete modalità di cura influenza, di fatto alterandola, la stessa esperienza di Sé da parte

del bambino. In questo modo il B vive la M come un processo di modificazione, dato che la M si

occupa di lui in modo da modificare suo mondo interiore ed esterno. Quindi all’inizio il

bambino non ha una rappresentazione della madre intera, ma la madre viene concepita solo

come fonte di trasformazione. Man mano che il bambino cresce e aumenta la fiducia in se

stessso, il rapporto con la madre cambia: la madre viene concepita come una persona che ha

vita propria e bisogni propri.

Quindi Bollas distingue la

- madre reale: come la M si esprime nelle sue modalità di cura nei confronti del B

- madre oggetto interno: verrà successivamente costruita dal B in relazione alle proprie

fantasie e mondo interno

Bollas introduce concetto di INTROIEZIONE ESTRATTIVA = processo nel quale il Genitore

invade la mente del figlio, appropriandosi in modo “estrattivo” di caratteristiche della sua vita

mentale (vedi esempio su libro).

[vedi Vallino su libro]

Seligman e Lieberman

Seligman e Lieberman propongono un modello di sviluppo socio-emotivo del bambino che

segue le linee di Fraiberg e Cramer, e si pone come obiettivo quello di coniugare la teoria

kleiniana dell’IP con la teoria dell’attaccamento relativa ai MOI e alla loro trasmissione

intergenerazionale. I due autori riprendono la definizione di IP di Ogden, secondo cui la IP si

articola in varie fasi:

- fase 1: il soggetto proietta parti indesiderate di sé (ad esempio un affetto negativo)

sull’altro

- fase 2: il soggetto esercita una preside sull’altro affinché assuma la proiezione

- fase 3: l’oggetto assume la proiezione e si comporta in modo consistente in relazione a

tale proiezione

Riprendendo questa definizione, i due autori si propongono di focalizzarsi in particolare sulle

modalità concrete di interazione che il genitore adotta con il figlio, nelle quale si manifesta l’IP

del genitore sul figlio (come diceva Cramer).

Cosa proietta il genitore sul figlio? Per rispondere a questa domanda Seligman propone una

interpretazione relazionale del concetto di fantasia inconscia kleiniana. La Klein, con fantasia

inconscia, intendeva il correlato psichico delle pulsioni libidiche e distruttive (amore e odio),

che derivano dal corpo e sono orientare agli oggetti (in primo luogo quelli parentali). Di per sé

quindi vi è già un carattere relazionale nella definizione originane di Klein. Seligman sostiene

che se si accentuano queste caratteristiche relazionali attribuite dalla Klein alle fantasie

(piuttosto che accentuare le caratteristiche pulsionali e istitintive), le fantasie inconsce stesse

possono essere considerate l’organizzatore primario delle esperienze preverbali del bambino

intrattenute con gli altri. Sarebbero quindi un format (uno schema) che organizza a livello di

memoria implicita (quella esplicita ancora non è attiva) gli affetti e le sensazioni corporee

legate alle esperienze relazionali del bambino, e che guida le successive relazioni attraverso la

formazione di aspettative. Sotto questo punto di vista quindi le fantasie inconsce condividono

alcuni aspetti con i MOI. Seligman ritiene quindi che le fantasie inconsce sarebbero gli aspetti

tematici (le aspettative concrete che il bambino ha) delle esperienze relazionali preverbali del

bambino, mentre I MOI sarebbero gli aspetti strutturali (ad esempio il fatto che il materiale

viene organizzato in copioni).

Anche la Lieberman cerca di coniugare teoria kleiniana e teoria dell’attaccamento —>

evidenzia come I MOI non sono solo semplici schemi delle esperienze relazionali del bambino,

ma implicano anche che il bambino elabori attivamente le informazioni emotive legate a tali

esperienze. Anche secondo lei, come per Seligman, nei MOI sono presenti aspetti tematici, che

farebbero riferimento ai desideri, alle aspettative relazionali, ai conflitti inconsci, tutti

elementi riconducibili alle fantasie inconsce kleininiane. Quindi la Lieberman sottolinea la

legittimità e anzi la necessità di incorporare nel concetto di MOI quello di fantasia inconscia

(con le sue caratteristiche sessuali e aggressive).

Per quel che riguarda la relazione genitore-bambino, Seligman e Lieberman ritengono che i

genitori, nelle loro interazioni con il figlio, sono guidati dai propri MOI (intesi sia come schemi

delle esperienze relazionali, sia come stili adattivo o difensivi, sia come fantasie inconsce

relative alle figure di attaccamento), e li proiettano sui figli. Come per Cramer, le IP possono

essere di segno positivo o negativo. A questo proposito la Lieberman, più che di IP, parla di

attribuzioni, intendendole come l’insieme di credenze (desideri, aspettative, percezioni di chi è

il bambino e di chi diventerà) che il genitore sviluppa intorno al nucleo esistenziale del

bambino. Come si diceva prima i processi di attribuzione (o IP come li definisce Cramer) sono

di due tipi:

- processi di attribuzione positiva (normale): sono funzionali allo sviluppo del bambino.

Attraverso di essi la madre o il padre attribuiscono al figlio, in modo flessibile, temi dei

propri MOI. Tale attribuzione è alla base della comunicazione preverbali tra genitore e

bambino.

- Processi di attribuzione negativa (patologica): il padre o la madre attribuiscono al figlio

temi dei propri MOI in modo coercitivo, nel senso che forzano il bambino, attraverso i

loro modelli di interazione, all’introiezione di tali temi, privandolo dello spazio

necessario per sviluppare la sua personalità

Secondo gli autori, osservando e poi analizzano le interazioni madre-bambino, è possibile

individuare concretamente i processi di attribuzione messi in atto dalla madre verso il figlio.

Dato che ciò che viene attribuito sono i temi (aspetti) dei MOI, ciò che viene attribuito sono di

fatto le fantasie inconsce, attraverso le concrete modalità di accudimento e di interazione dei

genitori. Il bambino poi interiorizza (a livello normale o patologico) tali attribuzioni, le quali

entrano a far parte in modo integrante dei suoi MOI.

La Lieberman mette anche in luce come le attribuzioni genitoriali hanno un differente impatto

a seconda dell’età del bambino:

- Nel primo anno di via il bambino è più vulnerabile a queste attribuzioni

- A partire dal secondo anno (periodo in cui il bambino diventa sempre più autonomo e

assertivo), il bambino diventa meno permeabile alle attribuzioni del genitore, quindi è

importante osservare come il bambino incorpora e trasforma tali attribuzioni a seconda

delle sue caratteristiche individuali.

[vedi caso di Daniel su libro]

Modalità di intervento di Seligman e Lieberman: per modificare i pattern interattivi a rischio

tra genitore e bambino, esse propongono di esplicitare (sulla linea di Cramer) le attribuzioni

negative messe in atto dal genitore, che si manifestano concretamente nelle modalità di cura e

interazione. Tramite osservazione diretta e colloqui clinici si possono individuare in tempo

reale i processi di attribuzione negativa messi in atto dal genitore sul bambino, costretto a

introiettare i modelli del genitore, creando una trasmissione intergenerazionale di modelli

relazionali non adattivi.

La Lieberman in particolare approfondisce il lavoro clinico con genitori di bambini maltrattati.

Nella maggior parte dei casi gli stessi genitori erano stati maltrattati da piccoli, e la

Lieberman osserva come nel corso del trattamento i genitori tendano a ricordare non solo

esperienze negative con i loro genitori, ma anche episodi parzialmente positivi. La possibilità

di poter ricordare tale episodi e di integrarli a quelli di segno negativo diventa per la

Lieberman uno snodo fondamentale del trattamento. Infatti queste memorie positive hanno

un ruolo protettivo sul rapporto genitore-figlio, e così si potrà spezzare la trasmissione

intergenerazionale delle attribuzioni negative.

Arietta Slade

Nella stessa direzione di Seligman e Lieberman si muove Arietta Slade, anche lei interessata

al rapporto tra psicoanalisi e teoria dell’attaccamento. Concorda con Seligman e Lieberman sul

fatto che nei MOI sono presenti aspetti tematici legati a fantasie, aspettative relazionali e

conflitti inconsci con le figure di attaccamento.

In particolare la Slade ha studiato come I MOI strutturano un altro sistema di

rappresentazioni, e cioè le rappresentazioni che la madre si costruisce del bambino (durante la

gravidanza e dopo la nascita) e di se stessa come madre. Per indagare tali rappresentazioni la

Slade ha messo a punto due interviste: “Pregnancy interview” e “Parent Development

Interview”.

In uno studio la Slade esemplifica le sue tesi attraverso l’analisi longitudinale di tre casi di

madri, che segue dalla gravidanza alla fine del primo anno del bambino. Cosa viene misurato:

- Stati della mente della madre circa l’attaccamento misurati con AAI alla fine della

gravidanza

- Rappresentazioni che la madre ha del bambino e della sua relazione con lui tramite

PDI alla fine della gravidanza e poi di nuovo a 10 mesi del bambino

- Pattern di attaccamento del bambino misurato tramite strange situation a 12 mesi

L’autrice, tramite lo studio di queste tre madri, evidenzia la continuità tra rappresentazioni

(sicure o insicure) della madre circa l’attaccamento, rappresentazioni che lei ha del bambino e

di se stessa come madre e infine il pattern di attaccamento sviluppato dal bambino.

[vedi caso di Barbara su libro]

Comunque la rappresentazione del bambino che la madre si costruisce durante la gravidanza

e nel primo anno di vita del bambino può subire delle trasformazioni rispetto ai propri modelli

di attaccamento, e questo avviene grazie al profondo processo di riorganizzazione che

caratterizza il periodo della gravidanza, implicante:

- Rielaborazione da parte della madre delle identificazioni con i genitori, in particolare

con la madre

- Integrazione di affetti positivi e negativi legati alle relazioni di attaccamento

In generale però si può dire che:

- una mamma sicura ha la capacità di ricordare, riflettere, integrare e regolare sia

aspetti positivi che negativi delle relazioni significative, e questo gli permetterà di

costruirsi rappresentazioni più flessibili di tali relazioni. Questo farà sì che la madre

sarà aperta sia alle emozioni positive che negative del figlio (modalità concrete di

interazione), e le permetterà di costruirsi una rappresentazione flessibile sia del

bambino sia di se stessa come madre

- Una mamma insicura invece tende a distorcere e ad escludere difensivamente dalla

coscienza emozioni vissute come intollerabili. Ciò farà sì che anche nei confronti del

figlio sarà selettiva nel riconoscimento delle emozioni (modalità concreta di

interazione), e costruirà rappresentazioni rigide del bambino

Quindi ciò che appare fondamentale per la trasmissione intergenerazionale dell’attaccamento

sarebbe la consapevolezza della madre dei propri stati emotivi, la quale viene trasmessa al

figlio tramite le sue concrete modali di interazione con lui (la madre nell’interazione con il

bambino riconosce ed è aperta a tutti gli affetti del bambino, sia positivi che negativi).

Modalità di intervento: il trattamento con bambini sotto i due anni coincide sostanzialmente

con quello di Seligman e Lieberman, però con una maggiore accentuazione sulla necessità di

analizzare le rappresentazioni della madre, sia quelle della sua storia passata, sia quelle che

si sta formando nell’attualità sul bambino e su se stessa come madre, nonché l’influenza delle

prime sulle seconde. Per i bambini sopra i 3 anni, invece, la Slade proporne interventi

diversificati per madre e bambino, condotti entrambi dallo stesso terapeuta: per la madre si

cerca di aumentarne le competenze riflessive, per il bambino si cerca di aumentarne la

capacità simbolica.

Conclusioni

Il modello di Seligman e Lieberman è una possibilità di integrazione tra diversi costrutti

teorici e diversi metodi di indagine:

- In primo luogo vengono attribuiti ai MOI contenuti e temi inconsci —> legame tra

teoria dell’attaccamento e teorie kleiniane psicodinamiche

- Vengono resi più operazionali concetti clinici psicodinamici, tra cui quello di IP —> la

IP può essere osservata direttamente nella interazione genitore-bambino, attraverso

l’utilizzo dell’osservazione diretta e micronalaitica messa a punto dall’infant research.

In questa prospettiva l’osservazione delle interazioni g-b diventa una finestra

privilegiata per esplorare gli stati mentali profondi della coppia (inner states)

La proposta dei due autori si delinea così una risposta esauriente allo storico interrogativo

posto da Stern riguardante il gap cretosi tra bambino “clinico” della psicoanalisi e bambino

“osservato” della psicologia dello sviluppo.

Quindi, alla luce di questi studi, si delinea cruciale, per comprendere l’organizzazione della

personalità del soggetto, prendere in considerazione non solo i processi di IP messi in atto dal

bambino verso il genitore (per il contenimento e la metabolizzazione delle proprie emozioni

intense e intollerabili —> Bion e Fonagy), ma anche i processi di IP messi in atto dal genitore

sul figlio, attraverso cui egli proietta sul bambino aspetti del suo mondo interno.

Capitolo 4: ricerca longitudinale

STRANGE SITUATION: è costituita da 8 episodi di circa 3 minuti ciascuno, in cui si alterna la

presenza della madre / separazione della madre / presenza estraneo / assenza estraneo 1 (30

secondi): mamma e bambino giocano nella stanza / 2: la madre non interagisce mentre il

bambino esplora / 3: entra estraneo minuto 1: estraneo rimane in silenzio, minuto 2:

conversa con la madre, minuto 3: entra in contatto con il bambino / 4: esce la mamma e il

bambino rimane con l’estraneo / 5: rientra la mamma primo episodio di riunione in cui la

madre saluta il bambino e lo conforta, poi cerca di far sì che riprenda a giocare / 6: mamma

esce di nuovo / 7: entra l’estraneo e il bambino è da solo con lui / 8: torna la mamma secondo

episodio di riunione in cui la madre saluta il bambino e lo prende in braccio, mentre l’estraneo

se ne va in modo non intrusivo. Gli episodi più importanti sono quelli di riunificazione con la

mamma, per vedere come il bambino reagisce dopo la separazione (situazione stressante è

in grado di ristabilire il legame di attaccamento? Come? È in grado poi di riprendere

l’esplorazione?). Vengono usate delle scale per analizzare il comportamento del bambino, in

particolare negli episodi di riunione quali sono gli indici?

- Ricerca della prossimità e del contatto durante la riunione: L’intensità e la persistenza

degli sforzi del bambino di guadagnare (o riguadagnare) il contatto fisico (o, più

debolmente, la prossimità) rispetto ad un adulto. La scala è da 1 a 9

- Mantenimento del contatto: quanto il bambino persiste nel contatto, piuttosto che

staccarsi e riprendere l’esplorazione (in particolare vedi la resistenza attiva del

bambino ad essere lasciato andare attraverso l’aggrapparsi o il protestare). Anche qui

la scala è da 1 a 9

- Evitamento della prossimità e dell’interazione: quando la madre ritorna evita il

contatto oculare, fa il broncio, oppure si volta dall’altre parte o comunque non si dirige

verso la madre e rimane fermo. Anche questa scala è da 1 a 9

- Resistenza al contatto: la mamma torna e il bambino manifesta rabbia verso di lei:

piange, la spinge via, butta via gli oggetti che le porge la reazione può essere sia

aggressiva, oppure anche passiva (piange)

- Interazione a distanza: manifestazione spontanea di interesse positivo verso un adulto

in una situazione di non prossimità. Include sorriso, vocalizzazioni, gesti e giochi con la

finalità di attirare l’interesse dell’adulto o di attivare l’interazione con quest’ultimo.

- Ricerca durante la separazione: quanto il bambino, mentre la mamma non c’è va verso

la porta o verso la sedia in cui era seduta.

TIPI DI ATTACCAMENTO:

1) Attaccamento sicuro (B): il bambino è in grado di utilizzare la madre come base sicura per

esplorare l’ambiente, e quando è stressato cerca il contatto con la madre e si lascia consolare.

Nella ST il bambino sicuro piange quando la mamma se ne va (e la cerca), riesce comunque a

esplorare l’ambiente, quando la mamma ritorna ricerca prossimità e contatto (è in grado di

farsi consolare), e non è troppo a disagio quando rimane solo con l’estraneo. Un bambino con

attaccamento sicuro dopo i 2 anni è in grado sia di esprimere emozioni positive sia negative,

inoltre è capace di regolare le proprie emozioni o di farsele regolare dal caregiver (ha condotte

regolatoria efficace in situazioni di disagio) questo è predittivo di buone capacità di

autoregolazione emotiva in futuro. Quali sono i precursori di un attaccamento sicuro? Sono

state fatte molte ricerche, anche longitudinali, per vedere qual è il predittore di attaccamento

sicuro. Tali ricerche mostrano che il predittore è una mamma responsiva ai bisogni fisici ed

emotivi, in grado di svolgere il suo ruolo di consolatore e base sicura, accessibile emotivamente

dal bambino, e in grado di contenere tutte le emozioni, sia positive che negative del bambino.

Successive ricerche, sulla trasmissione intergenerazionale dell’attaccamento, mostrano come

un bambino sicuro ha a sua volta una mamma con attaccamento sicuro (valutato con AAI).

La Ainsworth ha anche evidenziato 4 sottogruppi di bambino sicuro:

- B1: il bambino privilegia l’interazione a distanza con la madre (vocalizzando,

sorridendo, mostrando oggetti) rispetto alla ricerca di contatto fisico negli episodi di

riunione, manifestando al contempo qualche segno di evitamento nei suoi confronti;

rivela poco stress alla separazione

- B2: il bambino ricerca maggiormente il contatto e la vicinanza con la madre rispetto al

B1, pur mostrando anch’esso un certo evitamento della vicinanza nei suoi confronti

soprattutto nel primo episodio di riunione è ambivalente nella riunione

- B3: è il gruppo prototipico. Il bambino si mostra molto sicuro, non delineando nel suo

comportamento nessun segno di evitamento o di resistenza nei confronti della madre

negli episodi di riunione, in cui è facilmente consolabile, e dopo riprende a giocare con

facilità

- B4: il bambino appare preoccupato di mantenere vicinanza e contatto con il genitore,

dimostrandosi focalizzato su di lui e stressato negli episodi di separazione; appare

inizialmente difficile da consolare quando il genitore torna è ambivalente quando la

mamma se ne va

2) Attaccamento insicuro di tipo evitante (A): è collegato alla scala dell’evitamento è un

bambino che quando la madre torna nella stanza evita il contatto visivo e continua a giocare.

Quando la mamma è presente esplora l’ambiente in modo indipendente, senza condividere

l’esplorazione con la madre. Quando la madre se ne va non mostra disagio ed è amichevole con

l’estraneo. Il bambino quindi tenta di minimizzare la relazione di attaccamento e di spostare

l’attenzione sui giochi e sull’ambiente. A livello di regolazione emotiva: piange poco e non

esprime stress, come se avesse disattivato l’espressione delle sue emozioni. Quindi, non

venendo espresse le emozioni, l’adulto non viene usato come regolatore. Questo attaccamento

predice difficoltà di autoregolazione dopo i 24 mesi. Perché un bambino sviluppa uno stile di

attaccamento evitante, con soppressione delle emozioni negative? Nel primo anno di vita il

bambino ha vissuto una situazione di mancata responsività da parte della madre (quando lui

piangeva i genitori non intervenivano) di fronte a questa situazione di reiterata mancata

responsività il bambino sopprime le emozioni (dato che nessuno gli risponde). La madre è a

sua volta una persona che cerca di distanziarsi dai suo affetti negativi circa le proprie

esperienze di attaccamento viene chiamata dismissing, cioè distanziante fa fatica a

 

sintonizzarsi con il bambino, in particolare con il suo disagio e il suo stress.

Anche qui si ha una distinzione in:

- A1: il bambino mostra un evitamento marcato e attivo alla riunione con il genitore non

ricercandone la prossimità e il contatto e non mostrando alcun segno di rabbia o stress, nei

suoi confronti; si rivela indifferente alla separazione , senza segni di disagio nello stare da

solo, rimanendo occupato nel gioco; non mostra segni di visibile disagio in presenza

dell’estraneo.

- A2: mostra segni di evitamento moderato nei confronti del genitore alla riunione, misti a una

possibile ricerca di prossimità e a manifestazioni di rabbia, qualche disagio nello stare da solo,

scarso o nullo disagio nello stare con l’estraneo.

3) attaccamento insicuro di tipo ambivalente o resistente (C): il bambino ambivalente esplora

poco l’ambiente, non è in grado di autoregolarsi ed è molto vigile nei confronti della mamma,

però non riesce a farsi consolare (ambivalente quindi perché cerca il contatto con la madre ma

poi non si fa consolare), inoltre ha molta paura dell’estraneo. Questo bambino massimizza la

relazione di attaccamento tramite ipervigilanza e controllo e disinveste l’attività esplorativa.

Privilegia l’espressione di emozioni negative. Ha una eccessiva attivazione delle emozioni

rivolte al caregiver, ma comunque non è capace di usarlo come regolatore l’attaccamento

insicuro è predittivo di difficoltà di autoregolazione dopo i 24 mesi.

Anche qui si ritrovano 2 tipologie:

- C1: il bambino mostra segni espliciti di ricerca di prossimità e contatto misti a

comportamenti resistenti e di rifiuto della riunione, accompagnati da palesi sentimenti

di rabbia, non si calma alla riunione

- C2: il bambino, molto a disagio negli episodi di separazione, al momento della riunione

mostra deboli segni di ricerca di contatto e prossimità nei confronti della figura di

attaccamento, prevalentemente in modo passivo, attraverso il pianto, piuttosto che

attraverso un approccio attivo. Mostra anche qualche resistenza al contatto, però scarsi

segni di rabbia. L’esplorazione è nulla e non si calma dopo la riunione.

Perché il bambino sviluppa l’attaccamento ambivalente? L’ipotesi emersa è che la madre è

imprevedibile (in alcuni momenti disponibile, in altri indisponibile ad esempio mamme con

depressione post-partum). La madre è a sua volta preoccupata nelle sue relazioni di

attaccamento (Non ha integrato gli stati emotivi positivi e negativi circa l’attaccamento).

[vedi esperimento pag. 28-29-30-31]

Queste sono le tipologie classiche individuate da Mary Ainsworth. Osservando poi bambini di

campioni non solo normali, ma anche a rischio, sono stati individuati bambini che non si

inserivano in nessuna categoria, quindi ne è stata aggiunta una quarta dalla Main:

Attaccamento disorientato o disorganizzato (D): alla presenza del genitore, durante la ST, il

bambino mette in atto comportamenti conflittuali o fortemente disorganizzati (ad esempio

cercare il contatto con il genitore, con la testa voltata dall’altra parte) o disorientati (ad

esempio starsene immobile quasi congelato per molti secondi, dondolandosi).

Dopo aver categorizzato il bambino come disorganizzato, lo si classifica ulteriormente come

sicuro o insicuro (se insicuro come ambivalente o evitante).

Comportamenti disorientati/disorganizzati:

A) Disordine nelle sequenze temporali attese:

- Al momento della riunione saluta il genitore affettuosamente, poi si volta, rimanendo

qualche tempo con lo sguardo perso e stordito

- Mostra rabbia alla riunione, poi si allontana furtivamente, mostrando segni di evitamento

con l'espressione del volto senza emozioni

- Mostra disagio alla separazione chiedendo ripetutamente del genitore, mentre al momento

della riunione si volta via indietreggiando

B) messa in atto simultanea di comportamenti contraddittori (ricerca di vicinanza combinata a

evitamento):

- cerca la prossimità del genitore in modo obliquo: si avvicina al g in modo furtivo, va incontro

al g con la testa voltata, approccia il g da dietro piuttosto che faccia a faccia

- si siede in braccio al genitore con affettuosità, guardando però dall’altra parte in modo

“stordito”

C) indici diretti di confusione e apprensione:

- congelamento di ogni movimento con espressione del viso come in trance

- dondolamenti sulle mani e le ginocchia, dopo un tentativo di contatto con il genitore fallito

- allontanarsi dal genitore per andare a sbattere la testa contro il muro quando è spaventato

dalla presenza dell’estraneo

- al momento della riunione si allontana dalla madre, iniziando a piangere in modo

incontrollato, senza tuttavia orientarsi verso di lei, né avvicinarla

- al momento della riunione indietreggia a fronte del genitore, portando la mano alla bocca o

toccandosi l’orecchio.

Pag 168-169 (non leggibili): per quel che riguarda i MOI classificati tramite AAI, la

distribuzione nel campione era:

- Sicure 54%

- Preoccupate 26%

- Distanzianti 13%

- Non risolte/disorganizzate 10% (comunque poi non furono considerate)

La variabile sicurezza è stata dicotomizzata (madri sicure vs non sicure), e tale variabile è

risultata correlata in modo significativo allo stile di interazione materno (dicotomizzato in

sensibile vs non sensibile) che la madre adotta a 3 mesi di età del bambino, ma non a 6 e a 9

mesi. Comunque in generale è stato osservato come l’attaccamento sicuro delle madri spesso si

accompagnasse a uno stile sensibile in tutti e tre i periodi di osservazione (3,6,9 mesi). Al

contrario le madri insicure solo a 3 mesi adottano in modo significativo uno stile non sensibile,

mentre a 6 e 9 mesi sono distribuite in modo variabile rispetto agli stili di interazione

considerati.

Per quanto riguarda i pattern di attaccamento dei bambini, misurati tramite strange situation

tra i 14 e i 18 mesi e codificati secondo le 4 categorie, la distribuzione era:

- Sicuri 59%

- Insicuri evitanti 14%

- Insicuri ambivalenti 14%

- Disorganizzati 11% (comunque poi non furono considerati)

La variabile attaccamento del bambino (dicotomizzata in sicuro vs insicuro) è risultata

correlata un modo significativo ai MOI delle madri. Inoltre i pattern di attaccamento del

bambino sono risultati significativamente correlati agli stili di interazione materna (sensibili e

non sensibili) a 9 mesi. Al contrario gli stili di interazione dei bambini a 3,6,9 mesi non hanno

mostrato alcuna correlazione significativa con i successivi pattern di attaccamento tra i 14 e i

18 mesi.

Inoltre i pattern di attaccamento dei bambini sono risultati correlati in modo significativo alla

stabilità della qualità degli stili di interazione materni valutati a 3,6,9 mesi, attraverso la

distinzione delle madri in sempre sensibili, instabili, sempre insensibili. Le madri sempre

sensibili tendono ad avere bambini con attaccamento sicuro, le madri sempre non sensibili ad

avere bambini con attaccamento insicuro. Per quel che riguarda le madri instabili (il campione

era poco numeroso quindi le conclusioni non sono attendibili) in generale è stato riscontrato

che le madri instabili con bambini sicuri erano nella maggior parte dei casi madri sicure per

quel che riguarda i loro MOI (87%), e solo una minoranza erano insicure (12%).

Per quel che riguarda le variabili temperamentali misurate a 7 mesi, è emersa una

correlazione significativa tra i punteggi ottenuti in “inibizione verso la novità” e “emozionalità

negativa” e i pattern di attaccamento del bambino, con tendenza dei bambini maggiormente

inibiti alla novità e con più emozionalità negativa a sviluppare pattern di tipo insicuro.

Comunque bisogna considerare che questa analisi, per problemi tecnici, è stata svolta solo su

18 soggetti rispetto al totale di soggetti considerati (34 coppie madre-bambino).

Infine l’analisi dei 15 casi per cui è stata completata la rilevazione longitudinale (fino ai 3 Ann

di età del bambino) ha permesso di rilevare una correlazione significativa tra pattern di

attaccamento dei bambini e presenza di problemi clinici o sub-clinici nella relazione madre-

bambino, rilevate dopo il secondo anno con la scala 0-3 NCCIP —> i bambini con attaccamento

insicuro presentavano una probabilità maggiore di sviluppare problemi inerenti la relazione

con la madre dopo il secondo anno di vita rispetto ai bambini sicuri.

Capitolo 6: sviluppo della relazione tra madre e bambino

La ricerca del capitolo 4 si è posta come obiettivo quello di studiare, longitudinalmente nei

primi 3 anni di vita, il rapporto tra vari fattori:

- Stili di interazione

- Responsività materna

- Caratteristiche temperamentali

- Qualità dei modelli di attaccamento del genitore e del bambino

E la loro influenza sullo sviluppo della relazione madre bambino. Allo stesso tempo si è andati

ad analizzare gli elementi di adeguatezza e rischio in soggetti provenienti da una popolazione

normale, e la loro connessione con eventuali problematiche dello sviluppo evidenziabili nel

bambino dopo i 2 anni. In questa ricerca sono stati anche analizzati singoli casi da un gruppo

di ricerca multidisciplinare costituito da psicologi dello sviluppo, psicanalisti, neuropsichiatri

infantili e psicomotricisti provenienti dal dipartimento di psicologia dell’università degli studi

di Milano-Bicocca e dalla cattedra di neuropsichiatria dell’Università degli studi di Milano —>

gli obiettivi dell’analisi dei singoli casi erano:

- Indagare le modalità con cui I MOI della madre possono influenzare l’interazione

madre-bambino e la formazione nel bambino dei pattern di attaccamento

- Individuare eventuali fattori di rischio, tra cui modelli di attaccamento della madre,

stili di interazione adottati da madre e bambino, pattern di attaccamento del bambino

- Porre in discussione quanto emerso, in modo da evitare eventuali distorsioni

psicologiche Enrica e Federico

- Entrambi modelli di attaccamento sicuro

- Entrambi stili di interazione adeguati (sensibile e cooperativo)

- Il bambino ha caratteristiche temperamentali nella norma e sviluppo adeguato dopo i

primi due anni

Obiettivo: individuare i nessi esistenti tra MOI (sicuri) della madre e responsività da

 lei esercitata / tra MOI della madre e stili di interazione della madre / relazione tra

MOI, responsività e stili di interazione materni con pattern di attaccamento del

bambino / relazione tra tutti questi aspetti e lo sviluppo socio-affettivo del bambino

dopo i 2 anni.

Storia della madre secondo AAI: Enrica ha 31 anni ed è primipara. Secondo la classificazione

dell’AAI risulta avere uno stato della mente relativo all’attaccamento sicuro (in particolare F3,

cioè “molto sicuro”). Narrazione nell’AAI: coerente e ricca, con episodi affettivi sia positivi che

negativi. Presenza di processi metacognitivi (per questo è stata classificata F3), che le

permettono di riflettere nell’attualità sula relazione con le proprie figure di attaccamento e di

riconoscere e anche aspetti problematici. La storia infantile narrata è complessivamente felice,

con rapporti emotivi positivi con entrambi i genitori, in particolare con il padre. Rapporto con

il padre: contatto intenso sia fisico che emotivo, ricordi legati a giochi in comune caratterizzati

da gioia e divertimento, padre attento e partecipe dei racconti della figlia (condivisione che si è

mantenuta anche in età adulta). Relazione con la madre: anche lei disponibile sul piano

affettivo e fisico, anche se più severa del padre, maggiore problema risiede nel fatto che non

riusciva ad accettare la progressiva autonomia della figlia. La difficoltà a distaccarsi da parte

dei genitori costituisce secondo Enrica la base delle problematiche riscontrate in adolescenza e

nella prima giovinezza, comunque non vi sono tracce di rabbia o di eccessivo coinvolgimento.

Enrica infatti dice di aver elaborato questa difficoltà, e vuole favorire nel figlio un maggiore

distacco da lei (alla luce delle sue esperienze infantili). Comunque la consapevolezza degli

effetti dei genitori sulla sua vita adulta non è solo negativa ma anche positiva, in particolare

per le è stato molto significativo il poter “parlare e raccontarsi” sempre con i suoi genitori.

Interazioni:

- 3 mesi: mamma sensibile e bimbo cooperativo, alternanza armonica di turni,

condivisione emozioni positive

- 6 mesi: mamma controllante e bambino passivo/compiacente —> vi sono router della

comunicazione, in particolare quando il bambino rifiuta le proposte della madre e si

rivolge agli oggetti; a quel punto la madre cerca di attirare nuovamente l’attenzione del

figlio, che però dopo poco ritorna a prestare attenzione agli oggetti —> la madre non

riesce a seguire lo sviluppo del bambino, che sta passando da intersoggettività primaria

a secondaria, non riesce ad adeguarsi alla sua crescente autonomia —> probabilmente

ciò è dovuto alle difficolta dei suoi genitori a separarsi da lei nell’infanzia

- 9 mesi: madre sensibile e bimbo cooperativo, rotture della comunicazione del tutto

riassorbite, efficace iterazione tradisca che coinvolge anche l’esplorazione e gli oggetti.

Temperamento bambino: nella norma

Attaccamento bambino: sicuro con aspetti di evitamento. Caratteristiche strange situation: il

bambino condivide con la madre emozioni positive ed esplorano insieme, e lo stesso

atteggiamento positivo viene mantenuto con l’estraneo (anche se quando è da solo con

l’estraneo, il bambino mostra di accorgersi dell’assenza della madre indicando la porta).

Quando la madre se ne va, il bambino fa ricorso all’autoregolazione (autoconsolazione,

autostimolazione, esplorazione). Quando torna l’estraneo, ma non la madre, il bimbo esprime

la delusione piangendo senza riuscire a farsi consolare dall’estraneo, ma si consola quasi

subito quando torna la madre.

DC 0-3 dopo i 2 anni: nessun disturbo dello sviluppo nel bambino

Conclusioni: il bambino appare in grado di esprimere emozioni sia positive che negative e di

usare la madre come regolatrice delle emozioni. Questo appare correlato alla capacita della

madre, nell’AAI, di ricordare sia episodi positivi che negativi dell’infanzia, ed affetti sia

positivi che negativi. Questa sua apertura verso le sue emozioni, la rendono aperta anche a

tutte le emozioni del figlio, che quindi può esprimere emozioni di segno sia positivo che

negativo, imparando a diventare anche lui aperto verso le sue emozioni, senza necessita di

escluderne difensivamente alcune. Tutto ciò gli permette di costruire un pattern sicuro di

attaccamento, che si configura come fattore protettivo relativo all’insorgere di problematiche

cliniche dopo i 2 anni. Anna ed Eleonora

AAI della madre: insicura preoccupata con tratti di passività —> descrizione vaga e generica

delle sue esperienze di attaccamento. I suoi genitori sono descritti come labili dal punto di

vista emotivo, spesso distanti per lavoro, indisponibili emotivamente e a tratti rifiutanti. In

particolare la madre, quando Anna aveva 10 anni, ha sofferto di un periodo di depressione, che

la resa ancora più indisponibile. Anna non ha neanche avuto altre figure stabili di

attaccamento: è stata per un periodo dalla nonna materna e per un periodo dalla nonna

paterna, ma con nessuna delle due ha instaurato un rapporto significativo. In generale dal

racconto di Anna emerge una forte frustrazione relativa all’impossibilità di poter condividere

le sue emozioni con i genitori, in particolare con la madre. Ciò che rimane nell’attualità è

passività e rassegnazione, più che rabbia e conflitto.

Interazioni: sono state svolte a 3 e 9 mesi, e in entrambe la madre era non sensibile

controllante, e il bambino passivo a 6 mesi e difficile a 9 mesi. Particolarmente rilevante è la

misurazione a 9 mesi che appare divisa in due momenti:

- La mamma è seduta di fronte alla bimba e le propone continuamente dei giocattoli

facendole vedere come funzionano, senza però lasciare alla bimba il tempo di

sperimentarli. Quando timidamente afferra un oggetto e prova a manipolarlo, la

mamma glielo strappa di mano —> quindi l’alternanza dei turni è continuamente

interrotta dalle intrusioni della madre.

- L’intrusività della madre diminuisce un po' solo quando avvolge con le braccia la

bimba, e quindi instaura un forte contatto fisico con lei

Emerge che la mamma ha molte difficoltà a tollerare e valorizzare l’autonomia

 nascente della bimba, sia impedendole qualsiasi iniziative, sia imponendole i giochi che

decide lei.

Attaccamento bambina: ambivalente, con tratti di passività (corrisponde perfettamente al

profilo della madre). Nella strange: ha molte difficoltà ad esplorare l’ambiente, e cerca sempre

di mantenere prossimità e contatto con la madre. Quando entra l’estraneo interrompe

qualsiasi attività e cerca ancora di più il contatto materno. Quando la madre va via la bimba

piange in modo incontrollato e disperato, né l’estraneo, né poi la mamma sono in grado di

consolarla. Comunque alla difficolta della bimba di allontanarsi dalla madre, corrisponde la

difficolta della madre a distaccarsi dalla bimba: nell’episodio in cui deve lasciare la stanza ha

molte esitazioni, e quando finalmente esce, lascia la porta aperta (come a invitare la figlia a

entrare), inoltre quando finalmente riesce a consolare la figlia nella riunione, ha molte

esitazioni nel lasciarla esplorare l’ambiente. Rispetto alla valutazione a 9 mesi, lo stile della

bimba sembra più passivo, probabilmente però per il fatto che la SS è più stressante di una

sessione di gioco normale.

Valutazione DC 0-3: nella valutazione la madre riporta che nel primo anno di vita la bambina

piangeva tantissimo ed era molto difficile farla dormire, la madre era quasi sempre sfinita e

stanca, inoltre vi erano delle incomprensioni con il marito. Nel secondo anno la situazione del

pianto è migliorata e anche le difficoltà con il marito sono state superate (il padre viene

descritto come una figura positiva e presente per la bambina). La madre poi descrive come la

bimba abbia difficoltà a separarsi da lei, quindi organizza le giornate in modo che tutte le

attività siano condivise con la bimba. Comunque anche durante il secondo anno è molto

difficile far dormire la bambina. L’alimentazione è nella norma e non presenta problemi. La

bambina non manifesta neanche ansia e paure in particolare (a parte l’ansia di separazione,

che però è riferita solo dalla madre). Come diagnosi primaria le è stata messa disturbo del

sonno, e in asse due le è stato messo un disturbo relazionale misto.

Conclusioni: lo stato della mente della madre preoccupato influenza sia gli stili di interazione

suoi e del bambino, sia il pattern di attaccamento della bambina. Inoltre questi fattori di

rischio tendono a stabilizzarsi dopo i due anni, come dimostrato dalle diagnosi di disturbo del

sonno e di disturbo relazionale misto. Riprendendo la teoria di Lieberman, si può ipotizzare

che la madre si sia identificata con sua madre in termini di incapacità di sintonizzarsi con i

bisogni della figlia, e allo stesso tempo ha proiettato sulla bambina l’immagine di sé bambina,

come molto bisognosa di cure e attenzioni —> avendo questa immagine della bambina si

comporta concretamente con lei in modo molto intrusivo e invadente. Questa modalità di

interazione della madre a sua volta determina l’attaccamento ambivalente della bambina (che

si identifica con l’immagine attribuitale dalla madre di bambina molto bisognosa).

Carlotta e Federico

AAI con la madre: la madre viene classificata come distanziante —> la narrazione è vaga,

viene descritta una infanzia normale con rapporti prevalentemente positivi con entrambi i

genitori, dei quali descrive la disponibilità fisica senza fare riferimento a quella emotiva,


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in psicologia dello sviluppo e dei processi educativi (Facoltà di Psicologia e di Scienze della Formazione)
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher mariasole.genovesi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dello sviluppo socio affettivo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Riva Crugnola Cristina.

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