PSICOLOGIA DELLO SVILUPPO
1 Introduzione …...................................................................................................................... pag. 3
1.1 Inquadramento storico
1.2 Periodi evolutivi
1.3 Livelli di analisi delle competenze
1.4 Principali approcci teorici
1.5 Sviluppo tipico, atipico e deficitario
1.6 I disturbi dello sviluppo
1.7 Valutazione e osservazione: rischio di soggettività
1.8 Valutazione e osservazione nella ricerca
1.9 Valutazione e osservazione nella clinica
2 Sviluppo motorio e prassico …............................................................................................. pag. 9
2.1 Sviluppo motorio
2.2 Sviluppo prassico
2.3 Piaget
2.4 Zoia
2.5 La coordinazione motoria
2.6 La rappresentazione motoria: il modello di Rumiati e Humpreys
2.7 Lo sviluppo motorio da 0 a 36 mesi
3 Sviluppo delle competenze cognitive …............................................................................. pag. 13
3.1 Piaget: stadi dello sviluppo cognitivo
3.2 Vygotskij: teoria socio – culturale
3.3 Bruner: strategie di rappresentazione
3.4 Approccio dell'elaborazione dell'informazione (HIP)
3.5 Osservazione e valutazione
4 Sviluppo comunicativo linguistico …................................................................................. pag. 16
4.1 Teoria innatista
4.2 Teorie cognitiviste
4.3 Ultime ricerche
4.4 Tappe dello sviluppo linguistico
4.5 Variabilità e valutazione situazioni di rischio
4.6 L'ironia
5 Sviluppo sociale …............................................................................................................... pag. 20
5.1 ToM: teoria della mente
5.2 Lo sviluppo della socialità
5.3 L'amico immaginario
5.4 I paracosmi
6 Sviluppo emotivo …............................................................................................................. pag. 22
6.1 Izard: teoria differenziale
6.2 Sroufe: teoria della differenziazione
6.3 Sviluppo emotivo nel secondo anno di vita
6.4 Regolazione delle emozioni 1
7 Sviluppo percettivo ….......................................................................................................... pag. 24
7.1 Principali teorie
7.2 Capacità percettive fetali
7.3 Capacità percettive a partire dalla nascita
7.4 Sviluppo dell'attenzione
8 Lo sviluppo deficitario e atipico …..................................................................................... pag. 25
8.1 Ritardo mentale: epidemiologia, patogenesi, eziologia, livelli di gravità, diagnosi,
rischio psicopatologico, approcci terapeutici e considerazioni conclusive
8.2 Disturbi del linguaggio: classificazione, eziopatogenesi, diagnosi, prognosi e approccio
terapeutico
8.3 Disturbo della coordinazione motoria:diagnosi, epidemiologia, caratteristiche cliniche
eziologia e comorbidità
9 Disturbi dello spettro autistico (ASD) ............................................................................... pag. 34
9.1 Epidemiologia
9.2 Caratteristiche cliniche: autismo, sindrome di Asperger (SA) e disturbo pervasivo dello
sviluppo non altrimenti specificato (DPS-NAS)
9.3 Comorbidità ASD
9.4 Prognosi
9.5 Eziopatogenesi
9.6 Modelli e teorie dei ASD
9.7 Diagnosi: nosografica, dimensionale e differenziale 2
(Modulo 1)
La psicologia dello sviluppo è una disciplina che studia i cambiamenti comportamentali e delle
competenze dalla nascita all'adolescenza (0 – 18/22 anni), fase centrale per le acquisizioni motorie,
prassiche, linguistiche, cognitive, affettive, interattive, etc.
Inquadramento storico
Nasce alla fine dell'800, fino a quel momento il bambino era considerato un adulto in miniatura e
quindi con simili competenze, capacità, diritti e doveri, progressivamente l'infanzia viene
considerata una fase dello sviluppo con esigenze e caratteristiche proprie. I ricercatori non sono
più filosofi ma medici e biologi che sottolineano l’importanza di esperimenti e osservazioni
attendibili (Binet – Hall – Gesell). Una spinta significativa in questa direzione si ha dopo la prima
guerra mondiale grazie a Eglantyne Jebb (croce rossa) che riconoscendo le necessità di tutela
dell'infanzia nel 1919 fonda l'ONG “Save the children” e nel 1923 scrive la prima “Carta dei
diritti del bambino” che sanciva i diritti inviolabili, a questo importante documento ne seguirono
altri come la “dichiarazione dei diritti del fanciullo” (Dichiarazione di Ginevra 1924), la
“Dichiarazione dei diritti del bambino (ONU – 1959) e infine la convenzione internazionale sui
diritti dell'infanzia (ONU – 1989).
In Italia Maria Montessori, con il suo approccio basato sulla centralità del bambino, fondò nel
1907 la prima Casa dei Bambini, dove gettò le basi per quello che diventò un vero e proprio metodo
educativo che ha riscosso successo a livello internazionale. Altra figura di spicco nel panorama
italiano è quella di Giovanni Bollea che negli anni '50 ha posto le basi della neuropsichiatria
moderna e sottolineato la rilevanza del processo educativo e di un approccio multidisciplinare in età
evolutiva (lavoro di equipe). Considerava l'età evolutiva come una classe sociale emergente che
deve essere riconosciuta, valorizzata e tutelata. Auspicava ad un ritorno all’antico educere, “guidare
in funzione di un’armonia di vita”, sostituendo all'idea di autorità quella di autorevolezza.
Oggi l'infanzia e l'adolescenza vengono considerata fasi ricche di cambiamenti in cui si pongono le
basi per la vita adulta. Periodi Evolutivi
Per quanto il cambiamento sia una costante della vita dell’essere umano, quello che riguarda le
prime fasi di vita ha portata tale che la maggior parte dei ricercatori preferisce concentrarsi sulla
fascia di età 0-18, suddividendola in 4 macro periodi diversi fra loro per le acquisizioni specifiche:
Prima infanzia(0-18/24 mesi): importanti acquisizioni nell'area motoria, percettiva, interattiva,
comunicativa e simbolica. Il bambino passa da una totale dipendenza ad una iniziale autonomia
(deambulazione, manipolazione, comparsa linguaggio)
Seconda infanzia(18/24 mesi-5/6 anni): espansione delle capacità e dell'autonomia, sviluppa i
prerequisiti per l’apprendimento di lettura, scrittura e calcolo.
Latenza(6-11 anni): gli apprendimenti hanno un ruolo centrale, vi è un’ulteriore specializzazione e
si diventa parte integrante del proprio ambiente (sperimenta quotidianamente le proprie abilità in
situazioni diverse e con soggetti di età diversa).
Adolescenza(12-18/22 anni): si pongono le basi per la vita adulta, è un periodo complesso
caratterizzato da trasformazioni fisiche, cognitive e psicologiche, il soggetto si confronta con un
corpo diverso e con la spinta all'indipendenza ma allo stesso tempo fatica a pensarsi come “giovane
adulto” (oscillazione fra comportamenti infantili e adulti 12 – 14 anni).
Lo studio del bambino/adolescente è imprescindibile dalla conoscenza del contesto in cui vive,
degli stimoli che riceve e delle mode per quanto riguarda giochi, film e via dicendo, che lo
influenzano. 3
Livelli di analisi delle competenze
Le competenze vanno analizzate a diversi livelli ed ogni livello non può prescindere dall'altro.
Fenomenologico (quando?), teorico (perchè?) e neurobiologico (quali?).
Esempio: competenza → linguaggio, analisi livello fenomenologico → quando inizia a parlare,
teorico → perchè inizia a parlare, neurobiologico → quali meccanismi e strutture sono coinvolte.
Le conoscenze attuali dei livelli di analisi non sono totalmente complete, abbiamo buone
conoscenze del fenomenologico, teorie valide del teorico e dati interessanti ma non esaustivi del
neurobiologico.
L'analisi è integrata, non può prescindere dalla conoscenza dei processi di sviluppo emotivi,
contesto ambientale e interazioni tra competenze e funzioni.
Principali approcci teorici
Come sostenuto anche da Santrock, per quanto molte teorie siano in disaccordo, molti dei loro
principi sono complementari più che contraddittori e integrano a vari livelli i tre principali processi
coinvolti: biologici, cognitivi e socio – emotivi. Il ruolo centrale di tutti gli studi sono le
competenze cognitive (come si sviluppano, come maturano e come interagiscono con le altre).
Approccio cognitivista: alla base dello sviluppo c'è un cambiamento qualitativo (andamento
discontinuo → compaiono nuove capacità e si trasformano quelle presenti); il bambino è costruttore
attivo delle proprie capacità e tende alla realizzazione delle proprie potenzialità. Si divide in tre
filoni: teoria dello sviluppo cognitivo di Piaget, teoria cognitiva socio culturale di Vygotskij e
teoria dell’elaborazione dell’informazione o HIP. Lo sviluppo avviene attraverso l'interazione di
fattori genetici e ambientali (esperienza) che si influenzano a vicenda. Il metodo consiste in
osservazione e sperimentazione.
Approccio comportamentista: lo sviluppo è un processo quantitativo (andamento continuo e
graduale), il comportamento è modellato dall'ambiente, il bambino è un organismo totalmente
plasmato dall'esperienza e dall'apprendimento con capacità di apprendere illimitate. Lo sviluppo
consiste in comportamenti osservabili e appresi attraverso l'esperienza in determinati ambienti.
Nasce nella prima metà del '900 dagli esperimenti inizialmente condotti su animali da Pavlov e poi
sull'uomo da Watson.
Condizionamento classico (Pavlov): è possibile associare uno stimolo neutro ad uno specifico e
produrre la medesima reazione in assenza dello stimolo specifico a seguito di una ripetizione
dell'esperienza.
Skinner (comportamentismo radicale) con il condizionamento operante sostiene che le
acquisizioni sono il prodotto di fattori ambientali e che il bambino tende a ripetere comportamenti
con esiti gratificanti (rinforzo positivo) ed eliminare quelli con esiti spiacevoli (rinforzo
negativo). Questa forma di condizionamento è alla base di molti comportamenti quotidiani degli
adulti (gratificazioni e punizioni). Secondo Khun questo approccio studia più l'apprendimento che
lo sviluppo.
Partono dal comportamentismo anche tutte quelle teorie che ispirate dall’apprendimento sociale di
Bandura, vedono al centro dei processi di apprendimento l’osservazione senza rinforzo
(imitazione del genitore ad es.). Bandura fa un ulteriore passaggio rispetto al comportamentismo
classico ritenendo che rinforzi intrinseci dovuti a funzioni cognitive possano avere un ruolo nelle
acquisizioni. Lo sviluppo non è influenzato solo dall'ambiente ma anche da una rappresentazione
cognitiva del comportamento altrui (supera limite di Skinner che non tiene conto delle
caratteristiche cognitive ed evolutive).
Il metodo è molto rigoroso, osservazione e sperimentazione avvengono in laboratorio con controllo
totale. Il limite metodologico del comportamentismo si rivela nel non tenere in considerazione le
variabili presenti nella vita di tutti i giorni del bambino. 4
Approccio etologico: prende spunto dagli studi in campo zoologico di Konrad Lorenz, che
descrisse il fenomeno dell’imprinting nelle oche (l’attaccamento preferenziale per il primo oggetto
in movimento visto dalle nuove nate) ritenendolo innato, di origine biologica. Queste teorie furono
applicate con scarso successo all’essere umano ma ebbero il merito di aver suggerito una base
biologica nella tempistica e nelle modalità di comparsa delle varie competenze, facendo inoltre da
spunto per la Teoria dell’Attaccamento di Bowlby (rapporto tra attaccamento precoce e successivo
sviluppo emotivo e relazionale).
Approccio ecologico: l’accento è posto sulle variabili ambientali nello sviluppo dell’individuo.
Bronfenbrenner propone un modello fatto da cinque sistemi principali che incidono sullo
sviluppo: microsistema (il contesto ambientale di crescita, scuola, famiglia, etc.), mesosistema
(interazioni tra i diversi componenti del precedente), esosistema (situazioni esterne all’individuo
che hanno comunque un’influenza, per quanto indiretta), macrosistema (la cultura in cui un
bambino vive), e cronosistema (cambiamenti causati da eventi ambientali nel corso del tempo).
Questo modello è tendenzialmente rappresentato come una serie di cerchi concentrici ed è stato
successivamente integrato dall’autore introducendo il peso della componente biologica ma restando
incentrato sul ruolo dell’ambiente.
Approccio psicoanalitico: l’individuo è un organismo simbolico in grado di attribuire significati ai
comportamenti propri e altrui. Lo sviluppo è prevalentemente inconscio e il comportamento una
“caratteristica di superficie” influenzata dai primi rapporti con i genitori. I cambiamenti qualitativi
sono il risultato di conflitti interni che portano attraverso cinque stadi alla maturazione della
persona.
Fasi dello sviluppo di Freud: Orale (0-18 mesi), Anale (18 mesi – 3 anni), Fallica (3-6 anni),
Latenza (6 anni – pubertà) e Genitale (dalla pubertà in poi).
Lo studio si basa sull’indagine della storia personali e dei suoi significati profondi, il metodo si basa
su colloqui e osservazione libera con ridotti gradi di controllo.
Le teorie di Freud sono state riviste ma tutte ritengono centrale lo sviluppo dei processi socio –
emotivi, il ruolo delle prime esperienze e delle relazioni familiari.
Limite dell’approccio: ridotta attenzione alle caratteristiche evolutive neurobiologiche e neuro
cognitive, per quanto ultimamente alcuni studiosi stiano tentando di collegare neuroscienze e
psicanalisi. Lo sviluppo tipico, atipico e deficitario
l'individuo non è solo il risultato della somma di competenze ma sopratutto dell'interazione continua
tra competenze e ambiente. Le diverse teorie dello sviluppo hanno permesso di approfondire i
meccanismi alla base della maturazione e di fornire importanti indicatori sull'emergere delle
competenze. Lo sviluppo è caratterizzato da una serie di appuntamenti evolutivi comuni per tutti,
ma esistono variabili interindividuali che non indicative di disturbo (ad es. i bambini iniziano a
camminare intorno a 12 mesi, ma questo “appuntamento” può verificarsi tra gli 11 e i 14 mesi, o si
sta seduti senza aiuto per almeno 30 secondi intorno ai 7 mesi, ma può avvenire tra i 6 e gli 8), che
dipende da fattori sia individuali che ambientali; variabili intraindividuali, ovvero il bambino
sviluppa tardivamente alcune competenze e altre precocemente.
Conoscere lo sviluppo tipico vuol dire: essere consapevoli delle differenze inter e intraindividuali,
che esistono strategie più o meno efficaci per risolvere i problemi, che le fasi possono variare e non
deve essere motivo di allarme(crisi evolutive), che è necessario distinguere lievi difficoltà dalle
emergenze (ritardi, atipie) e che per riconoscere i disturbi dello sviluppo sono necessari specifici
strumenti. 5
I disturbi dello sviluppo
Si manifestano durante lo sviluppo e ne influenzano lo sviluppo futuro, a seconda della fase in cui
emergono incidono con diverso peso sulle competenze emergenti. I disturbi dello sviluppo
modellano lo sviluppo neuro-cognitivo, affettivo e della personalità (psicomotorio), sono diversi
nelle varie fasce d'età ed esistono gradi di gravità. Colpiscono una percentuale della popolazione
che oscilla tra il 12 e il 20%.
Vengono classificati per:
n° delle competenze coinvolte: settoriali (una sola competenza → linguaggio, motorio,
– ecc...) o globali (tutte le competenze o quasi → autismo, ritardi globali)
caratteristiche cliniche: a prevalente componente atipica (problema di uso della
– competenza non di ritardo) o componente deficitaria (ritardo in 10+ aree dello sviluppo).
DS SETTORIALI DEFICITARI DSL (disturbo specifico del linguaggio
DCD (disordine dello sviluppo della
coordinazione motoria)
DSA (disturbi specifici dell'apprendimento)
DS GLOBALI DEFICITARI RM (ritardo mentale – disabilità
intellettiva)
ATIPICI ASD (disturbo dello spettro autistico
La difficoltà del riconoscimento avviene sopratutto nei casi lievi e in epoca precoce ed è dovuta
alla difficile distinzione tra “sviluppo tardivo” (es: late talker) e “ritardo” sfumato, aspecificità dei
sintomi, variabilità di presentazione di diversi quadri clinici, trasformabilità dei nuclei sintomatici
non sempre prevedibile e stretto legame tra competenze emergenti e fase evolutiva.
L'etiopatogenesi consiste nell'analisi del processo di insorgenza di una patologia e del suo sviluppo
con particolare attenzione alle cause, afferma un'origine neurobiologica e multifattoriale
(ambientale) per tutte le tipologie di disturbi.
Il modello “meccanismo causa-effetto” non è del tutto applicabile perchè non sempre il disturbo o
la sindrome sono risultato di un danno clinicamente evidente o diagnosticabile, perchè non valuta il
peso delle traiettorie evolutive e ambientali e non si sofferma sul peso che un disturbo primario ha
sullo sviluppo dell'individuo e viceversa (cognitivo, snc).
Il “modello causale a cascata” (Morton e Frith – 1995) che coinvolge più livelli e funzioni
cognitive si sofferma sull’importanza del livello cognitivo nel passaggio da origine biologica a
quadro clinico: una o più cause biologiche provocherebbero alterazioni dell’SNC e di conseguenza
dello sviluppo di funzioni cognitive provocando i sintomi del disturbo, che delineerebbero il quadro
clinico. Il limite del modello consiste nel non analizzare il peso dei sintomi sull’SNC e sul
funzionamento cognitivo in termini di comorbidità, non considera che i sintomi hanno impatto
sull'ambiente e viceversa, resta inoltre aperta la questione se più fattori biologici influiscano in
m
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