Psicologia dello sviluppo
La psicologia dello sviluppo studia le leggi, la natura e i processi che avvengono nel corso dello sviluppo dell’individuo, sia tipici che atipici, che non si fermano all’infanzia, all’adolescenza, ma durano fino all’età senile, alla morte. Quello che noi siamo da bambini, da adolescenti determina quello che siamo da adulti. Ci dice perché e come siamo diventati, perché un adulto si comporta in un certo modo, perché ci comportiamo in una determinata maniera anche in relazione ad eventi storici e culturali, come apprendiamo certi comportamenti e come questi si mantengono nel tempo.
Domande della psicologia dello sviluppo
- È più importante l’ambiente o la genetica? Quello che noi siamo è determinato dai nostri geni o dall’interazione con l’ambiente?
- Che influenza hanno le esperienze infantili? Quello che avviene dopo può cambiare queste esperienze? (caso dei bambini resilienti che anche se hanno vissuto esperienze negative e stressanti hanno poi sviluppato un senso di competenza oppure bambini che hanno avuto esperienze positive ma poi hanno assunto comportamenti disadattivi)
- Come possiamo cambiare alcuni comportamenti?
Psicologia dell'educazione
La psicologia dell’educazione si occupa dei risvolti applicativi della psicologia dello sviluppo nei diversi contesti educativi formali e informali in cui l’individuo è inserito (famiglia, scuola, tempo libero). Per esempio, la relazione tra sviluppo emotivo ed adattamento a scuola. I bambini sono sempre stati allevati con l’intuizione, la tradizione e il senso comune, tuttavia spesso ciò ha portato a facili generalizzazioni rispetto a cosa è meglio per la loro crescita o a come si dovrebbero comportare.
Ad esempio: i figli unici sono bambini soli, le femmine sono più sensibili dei maschi, guardare troppa tv rallenta lo sviluppo intellettivo, gli uomini sono meno abili delle donne come genitori, i figli di madri che lavorano sono a rischio di disadattamento, i figli di genitori separati sono destinati alla delinquenza giovanile.
Risposte alle domande sui bambini
- Soggettivo: intuizioni, ostinazione (io ho sempre fatto così, mio figlio si adatta, se i miei genitori mi hanno educato così lo farò anche con i miei figli), esperienze passate, pareri esperti;
- Oggettivo: ricerche affidabili con descrizione del campione, della metodologia, uso di gruppo e controllo delle influenze personali.
La psicologia dello sviluppo e dell’educazione serve a cercare risposte oggettive ai quesiti sulla natura dei bambini e del loro sviluppo e su come educarli, inoltre aiuta a comprendere gli adulti. L’opinione comune spesso sbaglia: ad esempio, non è vero che i bambini figli unici sono soli, possono avere tanti amici e stare meglio di un bambino che ha fratelli e sorelle; non è vero che i figli dei genitori separati cresceranno male. Dobbiamo stare attenti alle facili generalizzazioni!
Punti chiave della psicologia dello sviluppo
Dalla psicologia dell’età evolutiva alla psicologia dell’arco di vita
L’età evolutiva è intesa come quella parte del ciclo di vita o dell’arco di vita che precede e prepara alla maturità e che va, in termini cronologici, dal periodo prenatale e neonatale fino ai 18/24 anni. Parlare, tuttavia, di psicologia dell’età evolutiva è riduttivo perché implica ritenere che lo sviluppo psichico termini con l’età adulta e che ad una fase di evoluzione segua una fase di stabilità o, addirittura, di involuzione. In questa ottica, infatti, l’adulto rappresenta il punto di arrivo finale, e il bambino rappresenta solo un essere non compiuto e imperfetto.
L’idea di fondo è che il bambino debba essere via via socializzato al mondo adulto e debba conquistare il modo di ragionare dell’adulto. Nel corso dei secoli l’età evolutiva è stata sempre più allungata e articolata in fasi sempre più numerose. Parlare di fasi come concetti psicologici significa riconoscere che la persona in ogni fase ha dei bisogni e dei modi di realizzarsi specifici. Questo riconoscimento, almeno per l’infanzia, è un’acquisizione abbastanza recente.
L’infanzia come concetto psicologico compare solo nel XVII e XVIII secolo, quando si comincia a riconoscere che il bambino non solo ha specifiche esigenze, ma anche specifiche potenzialità di autorealizzazione con tempi e modi propri che gli adulti dovrebbero favorire e non soffocare. Prima di allora, nel Medio Evo, non esisteva un sentimento dell’infanzia. A quell’epoca, fino all’età di sette anni non veniva riconosciuta al bambino alcuna attività mentale; dopo questa età, il bambino diventava un adulto in miniatura, in grado di svolgere le attività degli adulti.
È nel corso del XX secolo, chiamato il “secolo del bambino”, che il valore sociale e culturale dei soggetti in età evolutiva raggiunge livelli molto alti. La tendenza della psicologia dello sviluppo attuale è quella di adottare una prospettiva che abbracci l’intero arco della vita. Sebbene, infatti, il funzionamento adulto sia stato generalmente rappresentato come la maturità cui il bambino deve tendere, la maturità fisica non rappresenta il termine dello sviluppo psicologico.
Lo sviluppo, specie quello psicologico, non può essere inteso come aumento progressivo di strutture e funzioni fino al raggiungimento della maturità e quindi della stabilizzazione. D’altronde, quand’è che potremmo dire che la personalità diviene pienamente matura e che cosa caratterizza questa maturità? Inoltre, il corso dello sviluppo è influenzato dalle interazioni e dalle transazioni con l’ambiente sociale, che in ogni momento della vita ci mette di fronte a nuove esperienze di rilievo (per esempio, il matrimonio o la gravidanza). Non solo è importante tenere presente che queste esperienze hanno un effetto psicologico sull’individuo, ma anche le ragioni per cui accadono e il momento in cui ciò avviene. Inoltre, ogni esperienza conduce a certi esiti che possono permanere o svanire con il tempo.
Fasi dello sviluppo
Lungo tutto l’arco di vita, è possibile individuare una serie di fasi dello sviluppo. I limiti cronologici riportati in termini di età fisica sono, comunque, puramente indicativi, perché le fasi della vita vanno intese come concetti psicologici. Ciò significa che l’età in cui i singoli individui entrano nelle diverse fasi ha un ampio margine di variazione e le fasi stesse non sono nella realtà rigidamente distinte. Inoltre, il termine dell’età evolutiva è diverso a seconda delle diverse funzioni psicologiche (per esempio, la funzione percettiva è già sviluppata completamente all’età di 10 anni).
- Periodo prenatale (dal concepimento alla nascita)
- Infanzia (0-2 anni)
- Periodo neonatale (1 mese)
- Infanzia (da 1 a 30 mesi)
- Fanciullezza
- Prima fanciullezza o età prescolare (2-5/6 anni)
- Media fanciullezza o età scolare (6-10/11 anni)
- Preadolescenza (11-12/13 anni)
- Adolescenza (13-19 anni)
- Età adulta
- Età giovanile (19-24 anni)
- Età adulto-giovanile (25-35 anni)
- Età adulta matura (36-64 anni)
- Età senile (da 65 anni)
Sebbene questa periodizzazione dell’arco di vita sia indicativa da un punto di vista cronologico, essa comunque corrisponde ad una oggettiva differenziazione relativa alle istituzioni che si occupano della cura e dell’educazione del bambino e relativa agli atteggiamenti e alle pratiche di genitori e operatori.
Cosa si intende per sviluppo?
Parlare di psicologia dello sviluppo significa non solo individuare le caratteristiche dell’individuo e i cambiamenti, ma anche e soprattutto capire come avvengono i cambiamenti, come si mantengono o si estinguono, come si modificano nel tempo, come il corso dello sviluppo varia a seconda degli individui. Insomma, è importante porre l’attenzione sui processi e i meccanismi coinvolti nello sviluppo.
La crescita psicologica è stata spesso descritta come cambiamento cumulativo o accrescimento, una progressione sistematica attraverso una sequenza di stadi comuni a tutti gli individui, che si succedono secondo un ordine precostituito. In questa prospettiva, ogni passo emerge da e si costituisce sul precedente. Le strutture precedenti si conserverebbero per porre le basi per quelle successive. In generale, lo sviluppo può essere inteso come un cambiamento sistematico, organizzato, intra-individuale, chiaramente associato a progressi adeguati all’età, che si attuano in modo da avere implicazioni per i successivi livelli di funzionamento della persona. Lo sviluppo può essere considerato il passaggio da uno stato di relativa indifferenziazione ad uno stato di crescente differenziazione, articolazione e integrazione gerarchica.
Sebbene per un certo periodo di tempo lo sviluppo sia stato messo in rapporto soltanto con la storia naturale della mente (è, per esempio, l’idea di fondo dell’evoluzionismo) e i fattori biologici abbiano avuto una predominanza, ha assunto sempre più rilievo il ruolo della storia culturale della mente. L’uomo, infatti, nasce e cresce in società e le società producono cultura che si trasforma nel tempo. La trasmissione culturale, che si verifica di generazione in generazione, ma anche all’interno di una stessa generazione, contribuisce, così come i fattori biologici e ambientali, a determinare le differenze individuali.
Il concetto di stadio
Se lo sviluppo è cambiamento, non possiamo non far ricorso ad un qualche concetto di stadio e considerare almeno due stadi: uno stadio 0 (prima del cambiamento) ed uno stadio 1 (dopo il cambiamento). Generalmente, inoltre, i cambiamenti sono graduali e richiedono una serie di stadi intermedi.
Possiamo indicare alcuni criteri relativi al concetto di stadio.
- Le differenze tra uno stadio e l’altro sono di natura qualitativa o discontinua (per esempio, nella sequenza stadiale proposta da Piaget, il pensiero del bambino nello stadio senso-motorio ha una qualità diversa del pensiero rappresentativo tipico dello stadio preoperatorio). Ogni stadio ha una specifica organizzazione funzionale.
- Gli stadi si susseguono secondo un ordine costante e gerarchico. Questo criterio non fa riferimento all’età cronologica assoluta, bensì al fatto che la sequenza stadiale è sempre la stessa e prevede che il primo stadio venga sempre prima del secondo, il secondo del terzo e così via. Non importa se un bambino raggiunge un certo stadio più tardivamente dei coetanei, purché segua sempre un ordine 1, 2, 3, ecc.
- Ogni stadio ha una sua strutturazione, cioè è caratterizzato da un insieme di elementi che non sono però giustapposti ma organizzati in una struttura di insieme.
- Gli elementi caratteristici di uno stadio non sostituiscono semplicemente quelli dello stadio precedente o ad essi si aggiungono, ma li integrano trasformandoli in modo che ogni stadio prepari il seguente e completi il precedente. Questo significa che i cambiamenti di ogni stadio sono derivabili e hanno degli elementi comuni o di continuità. Inoltre, vi sono regole di trasformazione.
Il concetto di stadio è però messo in discussione nel momento in cui presupponiamo che lo sviluppo biologico e la maturazione non possono rendere conto di tutte le possibilità di sviluppo. L’ambiente, il contesto sociale, la cultura offrono molte altre opportunità. È quindi possibile che le circostanze ambientali consentano al bambino di anticipare modalità di ragionamento caratteristiche di stadi successivi o, al contrario, che il bambino presenti delle differenze nel modo di ragionare all’interno di uno stesso stadio. È per esempio molto importante l’addestramento nello sviluppo di alcune capacità, così come il supporto da parte di altre persone.
Per tali ragioni, la tendenza dei ricercatori è quella di sostituire il concetto di stadio e di sequenza stadiale con quello di percorso di sviluppo. In questa ottica, lungo tutto l’arco della vita, l’individuo intraprende percorsi di sviluppo non obbligati bensì possibili, individualizzati e differenziati, dipendentemente dalle complesse interazioni e transazioni con l’ambiente. Tuttavia, i percorsi sono probabilistici e pluridirezionali, ma non infiniti, poiché esistono vincoli e potenzialità individuali, legati alle caratteristiche biologiche e sociali. In questa prospettiva, particolare rilievo assume il presente che offre opportunità o vincoli che possono, nell’interazione con l’individuo, portare a modificare la traiettoria di sviluppo intrapresa fino ad allora. Sebbene molti degli eventi, positivi e negativi, che accadono nel presente siano casuali, essi interagiscono con la capacità dell’individuo di cogliere le opportunità, con i suoi atteggiamenti, con le sue predisposizioni ad agire e a reagire in un certo modo.
Alcuni principi e concetti generali dello sviluppo
È necessario assumere una prospettiva biologica, poiché i fattori genetici hanno un peso nel plasmare sia le differenze individuali relative alle caratteristiche psicologiche, sia il corso dello sviluppo (la maturazione fisica del cervello ha conseguenze inevitabili sul funzionamento mentale). La maturazione biologica costituisce la base della crescita e implica non solo un aumento quantitativo di abilità o capacità, ma anche cambiamenti di tipo qualitativo. Lo sviluppo individuale è strettamente legato alle influenze dell’ambiente e del contesto sociale, sia quello più prossimo (per esempio, la famiglia), sia quello più distale (per esempio, la società in cui si vive, il periodo storico, ecc.).
L’ambiente consiste in una serie complessa di interazioni tra i diversi elementi e il cambiamento di uno di questi tende ad avere ripercussioni su tutto il sistema (per esempio, la relazione coniugale ha effetti sulla relazione madre-bambino; a sua volta, la relazione coniugale è influenzata dalla situazione lavorativa dei due genitori, così come dal loro sistema di relazioni; infine, tutto questo è a sua volta influenzato dalla società in cui viviamo e dal periodo storico che stiamo attraversando). Le influenze ambientali possono essere distinte in “condivise” e “non condivise”.
Le esperienze condivise (per esempio, status socioeconomico, rotture familiari, lutti, ecc.) riguardano allo stesso modo tutti i figli di una stessa famiglia. Le esperienze non condivise (per esempio, un ricovero ospedaliero, il frequentare una certa scuola, la preferenza da parte di un genitore, ecc.) riguardano in modo diverso ciascun bambino della stessa famiglia. Le esperienze non condivise possono essere familiari (per esempio, la preferenza da parte di un genitore), ma soprattutto extrafamiliari. La scuola ha in questo senso una importanza notevole, così come il gruppo dei pari.
Il ruolo delle esperienze non condivise assume ancora più importanza quando ci sono importanti influenze familiari, soprattutto negative: i fratelli non soffrono allo stesso modo di fronte a problemi patologici dei genitori o di fronte a condizioni di stress. È comunque bene precisare che molte variabili sono allo stesso tempo condivise e non condivise: situazioni problematiche familiari hanno un impatto diverso sui figli, sia per lo specifico modo con cui ogni genitore si relaziona a ciascun figlio, sia per le caratteristiche del figlio stesso. Inoltre, anche la relazione tra fratelli può avere un ruolo nel ridurre o accentuare differenze reciproche.
È ormai superata la dicotomia natura-cultura o influenze genetiche-ambientali. Si è ormai concordi nel sostenere una relazione bidirezionale tra la maturazione biologica e l’esperienza: la maturazione avviene in un contesto di esperienze. È vero che un bambino non è in grado di camminare se non ha raggiunto un certo grado di maturazione, ma è anche vero che la sua capacità di deambulare può essere modificata da esperienze positive o negative (per esempio, l’allenamento oppure l’essere caduto). Le caratteristiche genetiche essenzialmente operano tramite la loro capacità di alterare la suscettibilità individuale alle influenze ambientali (per esempio, un temperamento facile consente al bambino di sfruttare al meglio le opportunità che derivano dalle relazioni con gli altri).
Inoltre, c’è una sorta di correlazione passiva tra geni e ambiente, nel senso che i genitori che trasmettono un tipo particolare di geni offrono, al tempo stesso, anche un certo tipo di ambiente (per esempio, genitori intelligenti forniscono al figlio non solo un patrimonio genetico “intelligente”, ma anche un ambiente più favorevole allo sviluppo intellettivo). Le caratteristiche genetiche inoltre influenzano comportamenti che suscitano certi tipi di reazione (per esempio, bambini dal temperamento difficile spesso suscitano irritazione e comportamenti inadeguati da parte dei genitori).
Gli individui (anche i bambini piccoli) sono esseri attivi che costruiscono i loro percorsi di sviluppo. Le esperienze non accadono semplicemente, ma danno origine nelle persone a reazioni e a risposte differenti. Non ci si deve fermare solo all’impatto delle esperienze, ma anche alla loro negoziazione dell’individuo con l’ambiente (uno stesso evento come una promozione nel lavoro può opprimere per le aumentate responsabilità oppure può rinvigorire per la nuova sfida che rappresenta). Sebbene l’attenzione sia stata soprattutto rivolta ai principi universali dello sviluppo, è bene tenere conto delle differenze individuali e dei ritmi di sviluppo. Un numero relativamente esiguo di individui si evolve rispettando i tempi indicati come normali.
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