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Psicologia dello sviluppo

Sviluppo Tipico, Sviluppo Atipico e Deficitario, Valutazione e Osservazione.

La psicologia dello sviluppo è una disciplina complessa che si occupa di studiare e comprendere i

cambiamenti che si verificano nei comportamenti e nelle diverse competenze con il procedere dell’età. Si

concentra sulle tappe di sviluppo che vanno dalla nascita fino all’adolescenza perché sono ritenuti anni

centrali per lo sviluppo delle diverse acquisizioni e, quindi, per la costruzione della persona. Nei secoli

passati si pensava al bambino come un adulto in miniatura e, soltanto alla fine dell’800 iniziarono i primi

studi sistematici, i primi esperimenti e le osservazioni attendibili sui bambini e, in generale, sul loro

sviluppo. Si verificano due importanti cambiamenti tra la fine dell’800 e il ‘900. Da un lato vi sono i

ricercatori che non sono più solo filosofi ma anche medici e biologhi che sottolineano l’importanza di

esperimenti e osservazioni attendibili. Tra i più rilevanti in quanto a ricerche scientifiche: Binet, Hall e

Gesell. Dall’altro lato, inizia a delinearsi e ad affermarsi l’idea che l’infanzia è una fase dello sviluppo con

caratteristiche proprie, esigenze e, soprattutto, che deve essere tutelata. Una spinta significativa in questa

direzione si ha dopo la Prima Guerra Mondiale grazie a Eglantyne Jebb (1876-1928), dama della Croce

Rossa, che nel 1919 fondo l’Organizzazione Non Governativa Save the Children e, nel 1923, scrisse la prima

Carta dei Diritti del Bambino che sanciva i diritti inviolabili di cui ogni bambino dovrebbe godere. A questo

primo importante documento ne seguirono altri come la Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo

(Dichiarazione di Ginevra 1924), la Dichiarazione dei Diritti del Bambino (ONU, 1959) e, infine, la

Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia (ONU, 1989) ancora oggi in vigore. Nel contesto italiano

un importante contributo venne da Maria Montessori (1870 -1952), prima donna a laurearsi in medicina in

Italia, famosa perché sottolineava la centralità del bambino nel contesto educativo. Fonda nel 1907 a

Roma, nel quartiere San Lorenzo, la prima “Casa dei Bambini” in cui inizia a osservare, descrivere e valutare

lo sviluppo. Altra figura importante italiana è quella di Giovanni Bollea (1913 -2011) che ha posto le basi

della neuropsichiatria infantile moderna. Il suo lavoro è stato fondamentale, non solo nell’ambito dei

disturbi neuropsichiatrici dell’età evolutiva, ma anche nel fornire delle linee guida sullo sviluppo del

bambino, sul percorso educativo e, aspetto fondamentale, nel sottolineare l’importanza di un approccio

multidisciplinare nell’osservazione e valutazione in età evolutiva (il lavoro di equipe). Egli introdusse inoltre,

alcuni aspetti fondamentali: la complessità dell’individuo e il suo sviluppo, il ruolo centrale del bambino e

dell’adolescente nella società di oggi, i diversi livelli di studio della psicologia dello sviluppo. Questi aspetti

permettono di integrare i diversi piani di analisi e studio dei numerosi cambiamenti che riguardano il

bambino e l’adolescente. In termini concreti, non si può parlare di sviluppo ed età evolutiva se non si

conoscono le tappe principali di acquisizione delle diverse competenze. Allo stesso tempo, è importante

avere in mente che il bambino, e ancora di più l’adolescente, vivono una società complessa e sono

sottoposti a numerosi stimoli provenienti dall’ambiente.

Lo studio della psicologia dello sviluppo riguarda quindi, l’individuo nel periodo che va dalla nascita fino

all’adolescenza. Tuttavia, questa suddivisione è ritenuta arbitraria e con dei limiti poiché il cambiamento è

un processo continuo che non termina a 18 anni. Però i cambiamenti che riguardano i primi anni di vita

sono così tanti e così significativi che la maggior parte dei ricercatori preferisce concentrarsi sulla fascia di

età zero-diciotto anni. Vengono descritti 4 macroperiodi (periodo della prima infanzia, periodo della

seconda infanzia, periodo della latenza e periodo dell’adolescenza) e due ulteriori suddivisioni per il

periodo della prima infanzia (neonatale e della prima infanzia vera e propria). Ogni singolo periodo

evolutivo si caratterizza per una serie di acquisizioni specifiche nelle singole aree dello sviluppo. La Prima

Infanzia (0 – 18/24 mesi) si caratterizza per una serie impressionanti di acquisizioni che riguardano l’area

motoria, percettiva, interattiva, comunicativa e simbolica. Il bambino passa da una totale dipendenza

dall’adulto a una iniziale autonomia.

Nella Seconda Infanzia (18/24 mesi – 5/6 anni) il bambino espande e arricchisce le proprie capacità nei

diversi ambiti e, diventa progressivamente più autonomo e autosufficiente. Vengono poste le basi per lo

sviluppo successivo di competenze fondamentali per l’apprendimento della letto-scrittura e del calcolo

(prerequisiti).

Nella Latenza (6 anni – 11 anni) hanno un ruolo centrale gli apprendimenti e, allo stesso tempo, continua

una progressiva specializzazione ed espansione di capacità quali, quelle linguistiche complesse o di

socializzazione. Il bambino ormai è parte integrante del suo ambiente e quotidianamente sperimenta (e

utilizza) le proprie abilità in situazioni diverse.

Nell’Adolescenza sono poste le basi per la vita adulta. È un periodo complesso perché comporta

trasformazioni fisiche, psicologiche e di organizzazione cognitiva. Il ragazzo si ritrova, spesso in modo

repentino, a confrontarsi con un corpo completamente diverso, con una spinta all’indipendenza ma, allo

stesso tempo, fa fatica a “pensarsi” e a “rappresentarsi” come un giovane adulto.

Quindi, conoscere lo sviluppo del bambino/adolescente non può prescindere dal conoscere l’ambiente e la

società in cui vive. Il bambino di oggi è esposto a stimoli impensabili fino a pochi anni fa. Conoscere quelli

che sono i giochi, i film o i cartoni che “sono di moda” è una parte importante della preparazione di chi

lavora con i bambini. È importante, avere in mente che il bambino/adolescente è “il protagonista della

storia” e, pertanto, siamo noi che dovremo adattarci a lui e trovare il modo più congruo per poter

interagire correttamente a seconda di quello che è l’obiettivo del nostro lavoro.

Ogni singola competenza può essere analizzata secondo diversi Livelli di Analisi, ognuno dei quali non può

prescindere dall’altro. Un primo livello è quello fenomenologico (quando), un secondo livello è quello

teorico (perché), un terzo livello è quello neurobiologico (quali). Le nostre conoscenze ad oggi non sono

complete per tutti i livelli di analisi abbiamo buone conoscenze relativamente al Quando, molte teorie

valide rispetto al Perché e, infine, numerosi dati interessanti, sebbene non esaustivi, rispetto al Livello

Neurobiologico. Comunque, è importante conoscere ogni singola competenza, ma allo stesso tempo, il

rapporto (e il significato) che questa ha con tutte le altre abilità, con l’ambiente e con le caratteristiche

emotive dell’individuo, in ogni fase dello sviluppo. Solo considerando tutte queste variabili, e le loro

interazioni, possiamo considerare appieno la complessità dell’individuo.

Anche se la psicologia dello sviluppo è una scienza giovane è caratterizzata da numerose teorie. Nel corso

degli anni sono state proposte diverse teorie relative allo sviluppo dell’individuo, a volte molto discordanti

tra loro: alcune ritengono centrale la base biologica nel determinare gli schemi di sviluppo (programma

genetico predeterminato), altre individuano un peso maggiore nell’ambiente, altre ancora di entrambe;

alcune teorie affermano che ci sia una continuità nei processi di sviluppo, mentre altre dicono esattamente

il contrario; in alcuni casi, inoltre, viene sostenuto il ruolo dell’esperienze precoci come fattore centrale per

l’acquisizione delle diverse competenze, in altri casi invece si sottolinea come siano più importanti le

esperienze successive. Un ruolo centrale in tutti gli studi lo hanno avuto le competenze cognitive e la

comprensione non solo di come si sviluppano, ma anche di come maturano e interagiscono con le altre

competenze. Comunque, le diverse teorie cercano di comprendere il come, il quando e il perché dello

sviluppo del bambino/adolescente nella sua globalità e nelle singole funzioni. E’ possibile individuare alcuni

approcci teorici principali che condividono principi comuni, sebbene con alcune differenze legate alle

scoperte e osservazioni dei singoli ricercatori: Approccio Organismico (o Cognitivista); Approccio

Comportamentista; Approccio Etologico; Approccio Ecologico; Approccio Psicoanalitico.

L’approccio Organismico ritiene che alla base dello sviluppo vi sia un cambiamento qualitativo (comparsa di

nuove capacità o la trasformazione di capacità già presenti) e, vede il bambino come un attivo costruttore

delle proprie capacità e lo sviluppo è dovuto a influenze interne piuttosto che ai soli fattori ambientali

esterni. Questo approccio segue tre filoni teorici principali: la teoria di Piaget, la teoria di Vygotskij e la

teoria dell’elaborazione dell’informazione (hip). Sostiene che i cambiamenti sono alla base dei diversi

comportamenti e, allo stesso tempo, i comportamenti influiscono sull’ambiente. Vi è uno scambio continuo

con l’ambiente ed è proprio questa interazione che porta allo sviluppo delle diverse competenze. Lo

sviluppo viene ritenuto il risultato di un’interazione di fattori genetici e ambientali.

L’approccio Comportamentista considera lo sviluppo come processo quantitativo, e ritiene che il

comportamento sia modellato dall’ambiente che ne determina la natura e il ritmo delle abilità che si

sviluppano, in altri termini, che il bambino sia un “organismo” totalmente plasmato dalle esperienze e

dall’apprendimento, con capacità di apprendere illimitate. Lo sviluppo quantitativo avviene in modo

continuo e graduale. Questo approccio nasce nella prima metà del ‘900 grazie a studiosi come Pavlov

(1927) e Watson (1920) che iniziarono a condurre osservazioni sul comportamento, prima degli animali e

poi sull’uomo, attraverso esperimenti controllati e suggerirono che lo sviluppo consiste in comportamenti

osservabili e appresi attraverso l’esperienza in determinati ambienti. Nasce il concetto di Condizionamento

Classico (cane Pavlov), in cui egli partendo dal fatto che i cani iniziano a salivare quando vedono del cibo,

associa l’atto di dare loro del cibo al suono di un campanello e osserva come i cani, in un secondo

momento, salivassero solo ascoltando il suono del campanello. Quindi, uno stimolo neutro associato ad

uno stimolo specifico che produce una reazione porterà alla reazione anche in assenza dello stimolo

specifico. Watson scoprì, invece, che il condizionamento classico era presente anche nell’uomo e nello

specifico nel bambino. In questa teoria vi è anche il comportamentismo radicale, influenzato dalle idee di

Skinner (1938), secondo cui lo sviluppo è una lunga sequenza di esperienze di apprendimento. Le

acquisizioni sarebbero il prodotto di fattori ambientali (condizionamento operante) e il bambino tende a

riprodurre tutti quei comportamenti che hanno avuto conseguenze soddisfacenti (rinforzo positivo) e ad

eliminare quelli spiacevoli (rinforzo negativo). Secondo Kuhn (1992) questo approccio studia più

l’apprendimento che lo sviluppo. In ogni caso, dal comportamentismo sono nate le teorie che ispirate a

quella dell’apprendimento sociale di Bandura, sostengono il ruolo centrale dell’osservazione senza rinforzo

nei processi di apprendimento. Il bambino apprende anche senza rinforzo osservando quello che sta

intorno a lui. Si suppone anche l’efficienza dei rinforzi intrinseci che non dipendono solo dall’esterno

(bambino felice quando porta a termine un compito). In questa teoria il bambino ha un ruolo

nell’organizzare e interpretare le informazioni provenienti dall’ambiente. Bandura ha quindi compiuto un

ulteriore passaggio sottolineando il ruolo, nell’apprendimento, delle funzioni cognitive. Non è solo

l’ambiente che influenza lo sviluppo ma anche una rappresentazione cognitiva del comportamento altrui

che potrà influenzare il comportamento successivo del bambino. Bandura tenta quindi di superare il limite

delle teorie di Skinner. Inoltre, gli studiosi comportamentisti adottano metodiche come osservazione e

sperimentazione prettamente in laboratorio, facendo di questi metodi il loro limite in quanto non

prendono in considerazione le numerose variabili presenti nella quotidianità del bambino.

L’Approccio Etologico ha origine dagli studi effettuati nel campo della zoologia, soprattutto dal lavoro di

Lorenz (1903-1989). Egli descrisse il fenomeno dell’imprinting nelle oche e affermò che questo rapido

processo di apprendimento il cui risultato era un attaccamento preferenziale nei confronti del primo

oggetto in movimento era innato, aveva quindi un’origine biologica. Nell’uomo vi furono scarsi risultati ma,

questa teoria, suggerì l’esistenza di una base biologica (programmazione genetica) nella tempistica e nella

modalità di comparsa delle diverse competenze. Si inserisce il lavoro di John Bowlby che descrive,

attraverso la Teoria dell’Attaccamento, il rapporto tra stile di attaccamento precoce e sviluppo successivo

emotivo e relazionale.

L’Approccio Ecologico mette in evidenza il ruolo delle variabili ambientali nello sviluppo dell’individuo. Un

modello ecologico è quello proposto da Urie Bronfenbrenner (1917-2005) in cui vengono individuati cinque

sistemi principali che hanno un peso significativo nello sviluppo dell’individuo: 1. Microsistema – contesto

ambientale in cui cresce l’individuo, maggior numero di interazioni/scambi con altre persone; 2.

Mesosistema – interazioni tra i diversi componenti del microsistema (famiglia e scuola); 3. Esosistema –

situazioni esterne all’individuo che hanno in modo indiretto influenza su di lui; 4. Macrosistema – cultura in

cui il bambino vive; 5. Cronosistema – cambiamenti causati da eventi ambientali nel corso del tempo.

L’autore specifica che il peso della componente biologica non deve essere sottovalutato ma, sostiene che il

ruolo centrale nello sviluppo sia quello dell’ambiente.

Nell’Approccio Psicoanalitico l’individuo viene visto come organismo simbolico in grado di attribuire

significati ai comportamenti propri e altrui. Il primo teorico di tale approccio è stato Sigmund Freud (1856-

1939) che affermò l’esistenza di cinque fasi dello sviluppo, comuni a tutti quanti, ovvero: 1. Orale: dalla

nascita ai 18 mesi. 2. Anale: dai 18 mesi ai 3 anni. 3. Fallica: dai 3 anni ai 6 anni. 4. Latenza: dai 6 anni alla

pubertà. 5. Genitale: dalla pubertà in poi.

I primi anni di vita sono caratterizzati, come precedentemente affermato, da uno sviluppo impressionante

di capacità e competenze. I bambini, in un tempo relativamente breve, passano dal non saper fare nulla, o

quasi, a saper camminare, parlare, giocare. La neonata di un mese si trasformerà in una bambina di tre poi

cinque anni e poi di dieci, e così via, fino a diventare un’adulta. L’individuo che si forma è un individuo

complesso perché non è solo il risultato della somma delle varie competenze ma, anzi soprattutto, è il

risultato dell’interazione tra competenze e dello scambio continuo con l’ambiente. Lo sviluppo è

caratterizzato da una serie di appuntamenti evolutivi comuni per tutti ma, allo stesso tempo, esiste una

variabilità interindividuale che non è indicativa di un disturbo. Indica che è una capacità in un bambino

viene riscontrata prima rispetto ad un altro bambino. Questa finestra temporale è in qualche modo

fisiologica e dipende da fattori intrinseci al soggetto ed estrinseci (come l’ambiente). Allo stesso tempo

esiste una variabilità intraindividuale che si manifesta quando il bambino ha uno sviluppo di alcune

competenze più tardivo e di altre più precoce. Lo studio dello sviluppo tipico è importante perché permette

di conoscere non solo le tappe principali che portano il bambino a diventare un adulto ma, anche, le

strategie utilizzate per risolvere i molteplici problemi che la quotidianità propone. La psicologia dello

sviluppo si occupa, quindi, del “quando” ma anche del “come”. Conoscere lo sviluppo tipico vuol dire: 1)

essere consapevoli che esistono: delle differenze interindividuali e intraindividuali, strategie adeguate alla

risoluzione dei problemi e strategie poco funzionali, fasi evolutive e “crisi evolutive”; 2) saper distinguere la

lieve difficoltà dai problemi, quali i ritardi e/o le atipie nell’emergenza di una o più competenze. 3) avere gli

strumenti per riconoscere i disturbi dello sviluppo.

I disturbi dello sviluppo vengono definiti in base alla presenza di due requisiti fondamentali: si manifestano

durante lo “sviluppo” della persona e ne influenzano lo “sviluppo” futuro. Sono disturbi in cui le disfunzioni

di base coinvolgono un individuo, generalmente nei primi anni di vita, ne modellano lo sviluppo neuro

cognitivo, affettivo e della personalità, incidono sulle competenze emergenti assumendo un peso diverso, a

seconda della fase evolutiva. Questi disturbi possono coinvolgere in modo settoriale una competenza

(disturbi del linguaggio, disturbi della coordinazione motoria, apprendimento) o manifestarsi in modo

globale compromettendo lo sviluppo di tutte, o quasi, le funzioni mentali essenziali per il processo

evolutivo del bambino (disturbi dello spettro autistico, ritardi globali). I disturbi dello sviluppo possono

essere classificati per il numero di competenze coinvolte e sulla base di caratteristiche cliniche (prevalente

componente defici

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher robyro2000 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dello sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università telematica Niccolò Cusano di Roma o del prof D'Ardia Caterina.
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