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U S P

NIVERSITÀ DEGLI TUDI DI AVIA

D P

IPARTIMENTO DI SICOLOGIA

A A 2007-08

NNO CCADEMICO

SCUOLA INTERUNIVERSITARIA LOMBARDA DI SPECIALIZZAZIONE

PER L’INSEGNAMENTO SECONDARIO

CORSO DI

PSICOLOGIA DELLO SVILUPPO

(SILSIS Pavia)

M.A. ZANETTI

zanetti@unipv.it

S. PERUSELLI

sara.peruselli@unipv.it

C. BERRONE

carlogan68@tiscali.it

Programma del corso di Psicologia dello sviluppo Area 1 – 3° semestre

Nel corso si intende affrontare quella fase dello sviluppo che comprende l’adolescenza (e la

preadolescenza). Tale periodo del ciclo di vita sarà sviluppato in una prospettiva integrata

analizzando l’emergere i fattori universali di natura biologica e la loro interazione con fattori

individuali di natura psicologica e sociale. Ci si soffermerà quindi sui compiti di sviluppo

caratteristici di tale fase, compiti che richiedono ai ragazzi di utilizzare adeguate strategie di

coping via via sempre più complesse in relazione anche all’aumento delle potenzialità di

sviluppo cognitivo, relazionale, affettivo.

Al tempo stesso agli insegnanti è chiesta una competenza adeguata che va oltre la capacità di

trasmettere conoscenza.

Si analizzerà inoltre la dinamica relazionale alunno-insegnante, in riferimento ai cambiamenti

educativi e contestuali in atto in adolescenza.

Saranno trattati, in particolare, i seguenti temi :

• Introduzione: sviluppo puberale e adolescenza oggi

• Lo sviluppo morale

• Pensiero logico e ragionamento

• Apprendimento (motivazione allo studio e strategie)

• Sviluppo dell’identità

• Il disagio in adolescenza (comportamenti a rischio, bullismo…)

• Compiti di sviluppo e compiti di sviluppo a scuola

• Relazione alunni-insegnanti e ruolo dell’insegnante

• Clima classe e gestione delle dinamiche di gruppo

• Esercitazioni 1

Introduzione

Le fondamentali trasformazioni sociali che negli ultimi decenni hanno interessato i paesi

occidentali, hanno contribuito ad assegnare un posto di primo piano allo studio

dell’adolescenza. Attualmente infatti l’adolescenza sembra costituire un “problema epocale”

1

che impegna vari settori di ricerca e che coinvolge tutta la società .

I primi studi sull'adolescenza, a partire dalle ricerche di Stanley Hall (1904) e dagli studi di

stampo psicoanalitico (Freud, 1905; Freud A., 1936; Inhelder & Piaget, 1955, etc.)

descrivevano tale fase dello sviluppo come universale, simile per tutti gli individui e

spiegabile attraverso meccanismi biologici geneticamente determinati. Sembrava si trattasse di

un periodo particolarmente problematico e critico, per questo pieno di forti tensioni (Blos,

1967; Laufer & Laufer, 1984, etc.), al punto da essere descritto come periodo di “storm and

stress” o meglio di “sturm und drang” (tempesta ed assalto, tensione). Secondo queste

prospettive era perciò facile descrivere l’adolescenza come una crisi, ascrivibile al risveglio

pulsionale e/o ai grandi mutamenti biologici tipici di questa fase dello sviluppo. Anche

l’approccio ambientalista, che interpreta le problematiche adolescenziali come il risultato

inevitabile delle pressioni e delle influenze ambientali, è ascrivibile al determinismo per cui le

difficoltà adolescenziali risentirebbero necessariamente dell’influenza di condizioni

contestuali, quindi sociali.

Questi diversi studi sembravano però dimenticare il ruolo attivo svolto dall’individuo, visione

che sta invece alla base dei modelli interazionisti e costruttivisti, in cui lo sviluppo è descritto

come azione nel contesto (Bronfenbrenner, 1986), risultato dell'agire intenzionale e diretto del

soggetto verso uno scopo. La visione precedente dell’adolescenza appariva come un’eccessiva

semplificazione che non permetteva di cogliere appieno tutte le caratteristiche che rendono

tale periodo unico per ogni individuo. Con la teoria ecologica di Bronfenbrenner (1986, 1992)

l’individuo inizia ad essere considerato come parte integrante del sistema, cioè dell’ambiente

in cui è immerso (individuo ed ambiente si influenzano quindi reciprocamente). Il percorso

dell’adolescenza non è identico nel tempo e nello spazio perché è strettamente connesso alla

cultura di riferimento (Koops, 1996). L’adolescenza non è quindi più vista come una fase di

sviluppo che è caratterizzata da tappe universali, ma viene studiata in relazione ai contesti

sociali di riferimento.

La teoria storico-culturale di Vygotskij (1934), l’ultima psicologia culturale di Bruner (1990) e

di Cole (1996) sottolineano l’importanza di contestualizzare i compiti di sviluppo

adolescenziali in relazione ai particolari contesti culturali in cui si affrontano, in quanto sono

proprio gli ambiti relazionali con cui il ragazzo ha a che fare che permettono l’esplicitazione

dei compiti di sviluppo e gli mettono a disposizione vincoli e risorse (Confalonieri & Grazzani

Gavazzi, 2002). A sostegno di ciò si può fare riferimento allo studio di Margaret Mead (1928),

effettuato sulle adolescenti primitive di Samoa; tale ricerca ha dimostrato che le tempeste

emotive dell’adolescenza sono un prodotto della cultura di appartenenza e non una

2

conseguenza inevitabile della maturità fisiologica .

1 Silvia Vegetti Finzi, prefazione a M. Lancini (2003). Ascolto a scuola, Milano: Franco Angeli.

2 Secondo la Mead le organizzazioni culturali e familiari tipiche della società occidentale contribuiscono a

mettere in difficoltà gli adolescenti, ponendoli in una condizione di crisi; i numerosi conflitti emotivi, derivanti

soprattutto dal rapporto genitori-figli e da valori etici legati alla religione e alla comune “legge morale”,

alimentano un’eccessiva dipendenza che crea difficoltà nello sviluppo di una propria autonomia. Stati d’animo

2

Il sociologo Kurt Lewin (1939) ha in seguito suggerito di impostare lo studio dell’adolescenza

considerandola come fase di transizione tra fanciullezza ed età adulta, fase che si articola

lungo un arco di tempo che dura diversi anni; essa perciò non va intesa come evento

improvviso, ma come momento in cui influenze biologiche, psicologiche e sociali agiscono

sull’individuo. Insomma, l’adolescenza non è più descrivibile in modo unitario (Zazzo, 1966),

ma presenta differenze individuali che eventualmente accomunano per certi aspetti gli

adolescenti appartenenti ad una data cultura, come ad esempio quella occidentale.

Anche l’attuale prospettiva, ci riferiamo a quella psicosociale, sottolinea l’importanza di

studiare il soggetto in rapporto al contesto socioculturale in cui vive (Palmonari, 2001). Gli

psicologi dello sviluppo sono ora concordi nel ritenere che l’adolescenza non sia più da

considerarsi come un periodo particolarmente conflittuale e drammatico, sebbene tale

concezione sia ad oggi ancora diffusa nella cultura occidentale (Bonino, Cattellino, Ciairano,

2003). Si predilige in generale una visione che inquadra tale periodo come una normale

3

dinamica che caratterizza l’intero ciclo di vita (Rutter & Rutter, 1992).

Come definire l’adolescenza

Una definizione di adolescenza tuttora convenzionalmente condivisa la colloca nel “periodo di

vita che va dai 14 ai 18 anni” (Palmonari, 1996). In realtà tale definizione si rivela oggi poco

adatta al contesto occidentale e in particolare a quello italiano poichè il limite inferiore non è

detto che sia uguale per tutti, e quello superiore è tale perché considerato dalla nostra

costituzione come momento di ingresso nella vita adulta (acquisizione diritto al voto,

possibilità conseguimento patente di guida, acquisizione capacità di agire e ricorso al tribunale

ordinario, in luogo del tribunale dei minori).

Attualmente gli "adolescenti in crisi" di cui parlavano Hall e la psicoanalisi tradizionale non ci

sono più; nel panorama attuale sembra infatti emergere una visione di tale periodo della vita

più mitigata e meno conflittuale (Caprara, Scabini, 2000). La questione della definizione di

adolescenza si è perciò lentamente ma culturalmente modificata, assumendo connotati

sistemici; più che altro oggi la domanda che ci si pone è la seguente: “di che natura è la crisi

che affrontano gli adolescenti e quali altri soggetti sociali entrano in crisi insieme a loro?”

Alla base delle difficoltà di dare una definizione dell'adolescenza vi sono almeno due ordini di

motivi, di METODO, e di CONTENUTO. I primi sono legati alle difficoltà che sia incontrano

nello stabilire dove/quando tale periodo inizia e finisce (difficoltà dunque a collocarla

universalmente). Il secono ordine di motivi riguarda invece le difficoltà incontrate nello

spiegare congiuntamente le trasformazioni che si sviluppano lungo due calendari differenti,

quello del ciclo vitale dell’individuo, studiato dalle scienze psicologiche, e quello storico-

sociale in cui esso è inserito, campo di studio dell’analisi sociologica.

fortemente contrastanti e contraddittori porterebbero gli adolescenti a continui riavvicinamenti ed allontanamenti

dai propri genitori, tali da rendere difficile la presa di iniziativa (Confalonieri & Grazzani Gavazzi, 2002). Lo

studio della Mead dimostrerebbe un’assenza di tali vincoli nelle adolescenti di Samoa che vivrebbero dunque tale

momento con minori tensioni e difficoltà relazionali.

3 Oggi si è consapevoli del fatto che il cambiamento e lo sviluppo riguardano l’intera esistenza dato che le

funzioni psichiche sono in continua evoluzione (Oliverio Ferraris, 2003) e lo sviluppo avviene appunto lungo il

ciclo di vita. 3

Da tali premesse emerge chiaramente la necessità di intendere l’adolescenza come una

transizione sia evolutiva che sociale.

Oggi possiamo affermare che la condizione degli adolescenti è variata non solo nel tempo, ma

anche nello spazio, infatti da un contesto culturale ad un altro si hanno differenze apprezzabili,

nelle soglie e nelle regole, che governano l’accesso e l’uscita da questa fase del ciclo di vita.

Tutte le indagini condotte negli ultimi decenni hanno messo in luce un particolare fenomeno,

definito dell’ADOLESCENZA ALLUNGATA (Scabini & Iafrate, 2003). Esso consiste nella

contrapposizione tra l’acquisizione di maturità fisica e psicosociale e l’assunzione ritardata del

ruolo adulto in termini di autonomia ed indipendenza reale dalla famiglia di origine. Per certi

versi l’adolescente continua ad appartenere come un bambino alla sfera familiare, per altri

aspetti invece tende a sottrarsi a questa dimensione.

Secondo Scabini (1997) i cambiamenti che hanno portato all’attuale situazione sono dovuti a

diverse concause socio-culturali, dovute al maggiore attaccamento alla famiglia d’origine,

all’allungamento del periodo di scolarità, all’aumento dei tassi di disoccupazione, ecc. Anche

il V rapporto Iard sulla condizione giovanile in Italia (Buzzi, Cavalli & De Lillo, 2002) ci

fornisce una visione degli adolescenti segnata dai profondi cambiamenti strutturali che hanno

investito il mercato del lavoro, la società e la politica. Il dato che più balza all’occhio è proprio

il prolungamento dell’età entro la quale si è considerati giovani: se negli anni ’80 era pari ai 24

anni, verso gli anni ’90 si prolunga a 29 anni, per arrivare al 2000…quando si viene

considerati giovani fino addirittura a 34 anni!

Gli indicatori studiati per arrivare a questo risultato sono quelli che sanciscono il passaggio

all’età adulta: l’uscita dei ragazzi dalla casa dei genitori, la creazione di una propria famiglia e

la nascita del primo figlio. Si può dunque affermare che paradossalmente i giovani di oggi

invecchiano rimanendo giovani. Essi, infatti, incontrano notevoli difficoltà nel diventare

adulti, basti pensare al prolungamento dell’età scolare, alle difficoltà nel trovare casa, alla

precarietà del lavoro, dovuta alla diffusione di contratti atipici che non assicurano un reddito

sicuro a tal punto da poter pensare ad un progetto di vita autonomo, ecc. Strutturalmente il

futuro appare ora particolarmente indeterminato e non a caso l’indagine segnala come la

maggioranza dei giovani esprima maggiormente una certa tensione, legata al bisogno di vivere

il presente e l’immediato con particolare intensità (Di Blasi, 2003) e alle necessità derivanti

dalla difficoltà di prefigurarsi il proprio futuro. I giovani sono immersi in una realtà che porta

alla precarietà, alla frammentazione, all’impossibilità di elaborare obiettivi a lungo termine.

I recenti mutamenti sociali hanno infatti portato ad un allungamento eccessivo del periodo

adolescenziale al punto da sostenere che esiste una sorta di doppio passaggio: dall’infanzia

all’età del giovane adulto e dalla giovinezza all’età adulta. In questo modo si viene a creare

una nuova figura, quella appunto del “giovane adulto” che non è forse più un adolescente,

anche se talvolta si comporta come tale, ma non è neppure ancora diventato pienamente

adulto; sta semplicemente ritardando la propria crescita, rendendola un passaggio lento e

graduale. Il lento passaggio all’età adulta però non fa altro che rimandare nel tempo

l’assunzione di responsabilità; si tratta infatti di ritardare l’acquisizione della maturità

psicosociale. In questo modo l’adolescente si trova ad avere molti spazi, probabilmente troppi,

per provare e per sperimentarsi senza dover scegliere definitivamente (Scabini & Cigoli,

1997). Questa situazione d’altro canto asseconda la volontà dei genitori di rimanere tali per

sempre ed evita loro di vivere la cosiddetta “sindrome del nido vuoto” (Chiriboga & Fiske,

1990), causata dall’uscita di casa del figlio, spesso figlio unico.

Alla luce delle premesse descritte possiamo quindi affermare che la nozione di adolescenza

non può che essere PSICOSOCIALE, in quanto si riferisce, oltre che agli aspetti biologici, al

4

passaggio dalla condizione di bambino a quella di adulto, passaggio che risulta essere

fortemente influenzato dai differenti contesti sociali e culturali.

Molti sono gli studi storici ed antropologici che hanno evidenziato che l’adolescenza non è

sempre esistita in tutte le popolazioni; nelle società occidentali ha cominciato ad emergere tra i

ceti più elevati nell’800 e in tutta la popolazione solamente agli inizi del ‘900.

Nelle società “primitive”, in cui si può osservare un taglio netto tra l’infanzia e l’età adulta,

l’adolescenza in realtà non esiste; il passaggio da una fase all’altra è sancito da precisi rituali,

riconosciuti dalla comunità di appartenenza. Questi riti iniziatici, in cui il/la ragazzo/a deve

affrontare dure prove di sopravvivenza, riconoscono non tanto la pubertà fisiologica, quanto

quella sociale, accompagnando il ragazzo all’assunzione del ruolo adulto. Le prove, spesso

cruente, hanno il compito di offrire all’individuo la possibilità di mettersi alla prova e quindi

di sentirsi ed essere considerato degno di entrare nel mondo degli adulti. Si tratta perciò, più

che altro, di un viaggio verso l’autoconoscenza e verso la crescita, con l’obiettivo di essere

riconosciuti come “qualcuno”. In generale, infatti, i rituali servono per connotare, in modo

molto significativo, il passaggio da una fase all’altra dell’esistenza; essendo riconosciuti

dall’intera comunità di appartenenza, assumono un significato ben preciso, di tipo simbolico.

Si tratta di pratiche molto importanti per il soggetto che si trova a vivere la fase di passaggio

perché egli sa che in queto modo sarà riconsociuto dalla sua comunità; in questo modo tali

pratiche diventano aspetti molto importanti per il processo di costruzione della propria

identità.

Da tutto quello che è stato detto finora, emerge come non sia possibile studiare gli adolescenti

senza considerare il DOVE e il QUANDO, ovvero senza collocarli in un periodo e in un luogo

precisi (l’adolescenza di uno studente di ceto sociale medio è differente da quella di un

coetaneo figlio di immigrati con problemi di integrazione). Possiamo invece affermare che

esistono innumerevoli “adolescenze” che si differenziano per: età, genere di appartenenza,

famiglia di appartenenza e contesto sociale, economico e culturale in cui si vive.

La nuova visione della fase di sviluppo adolescenziale come periodo indefinito è ben

sintetizzata dalla seguente affermazione di Palmonari (2004): “l’adolescenza comincia nella

biologia e finisce nella cultura”. E’ con la pubertà, infatti, che si entra nella fase di sviluppo

adolescenziale; ciò ci permette di identificarne l’inizio con relativa precisione, mentre i criteri

in base ai quali se ne può determinare la conclusione sono legati all’emergere dell’autonomia,

della coerenza e della responsabilità con le quali l’individuo si rapporta al mondo; si tratta di

caratteristiche dipendenti non solo dalla personalità del singolo, ma anche dal contesto socio-

culturale di riferimento, inclusi i vincoli e le risorse ad esso connessi.

Gli studi più recenti indicano che l’adolescenza può risultare un periodo gratificante e di

grande crescita, oppure una fase profondamente problematica, ciò a seconda del contesto

socio-culturale in cui l’individuo vive e si confronta. Una recente teorizzazione è quella della

life span developmental psychology (Baltes, Reese & Lipsitt, 1980; Lerner, 1982) secondo cui

lo sviluppo umano è da considerarsi come un processo che dura l

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dello sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Baldini Luciano.
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