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Tramite la definizione di libido, egli definisce 5 principali stadi di sviluppo:

• Fase orale (0/18 mesi): legata alla suzione del seno materno, che rappresenta il primo

rapporto con il mondo esterno e lo stabilirsi del primo legame con la mamma;

• Fase anale(18 mesi/3 anni): legata al piacere nel trattenere a lungo e nell’espellere le feci;

• Fase fallica (3/6 anni): la zona genitale diviene la zona erogena per l’appagamento della

pulsione sessuale. È in questa fase che si verifica il Complesso di Edipo (o di Elettra nella

femmina);

• Fase latente(da 6 anni): libido dormiente; la rimozione del desiderio sessuale ha avuto

successo

• Fase genitale (da pubertà): maturità sessuale, che permette l’avvicinamento con il sesso

opposto e una nuova energia sessuale concentrata nella zona erogena dei genitali.

L’ identità è dunque, secondo Freud, costruita tramite stadi psicosessuali che gettano le basi per la

creazione della personalità. Ciò che si può notare nelle teorie di Freud è sicuramente un’

asimmetria tra bambino e bambina, essendo lo sviluppo sessuale femminile ritagliato da quello

maschile e quest’ultimo visto come prioritario. Egli afferma infatti che la bambina è definibile come

un “ometto mancato”, che si riconosce come femmina in seguito alla fase fallica proprio perché

“non maschio”, e il cui sviluppo psicosessuale ruota intorno ad un unico concetto: il primato del

fallo. Il complesso di Edipo (nel maschio) consiste in un’ostilità nei confronti del padre per poter

conquistare e dominare la madre; egli rappresenta il divieto dell’incesto, che porterà il bambino alla

paura della castrazione e gli farà abbondare il Complesso. Nella femmina Freud definisce, invece,

il Complesso di Elettra: a causa della sua presunta mancanza (l’assenza del pene, sostituito dal

clitoride, visto come una sorta di castrazione, di pene mutilato), la bambina sviluppa ostilità nei

confronti della madre, causa di questa sua “minoranza fisica”, in favore di un rapporto col padre, a

cui chiede una figlia che compensi la sua inferiorità. Tutto è ricondotto al fallo, al maschio, al

maschile. In entrambi i casi, però, ritroviamo due costanti:

- Il senso della VISTA, ovvero la visibilità o meno dell’organo come causa scatenante del

Complesso

- La RINUNCIA DELL'ALTRO in corrispondenza della fine del Complesso, con

allontanamento rabbioso dal rispettivo.

Gli studi di Freud verranno continuati da altri importanti autori, i postfreudiani, che concentreranno

i loro studi principalmente sul processo di identificazione del bambino, e su come questo processo

4

sia maggiormente difficoltoso nel maschio rispetto alla femmina poiché prevede un processo di

dis-identificazione dalla madre (primo oggetto di dipendenza del bambino) verso il padre.

2. IDENTITA’ E IDENTITA’ DI GENERE

La problematica dell’identità è stato un ampio argomento su cui hanno riflettuto numerosi filosofi,

psicologi e sociologi. Questo concetto è infatti stato, per esempio, uno dei cardini della filosofia

occidentale ed è riscontrabile sin dalle prime trattazioni logiche di Cartesio (“cogito ergo sum”).

Spesso esiste parecchia confusione sulla differenza esistente tra IDENTITA’ e concetto di SE’;

come sostiene Bianca Gelli in “Psicologia delle differenze di genere”, questo è spesso dovuto alla

diffusione sempre maggiore del termine inglese Self che le ricomprende entrambe. La differenza

può esser così definita:

• Concetto di sé: fa riferimento a componenti specificatamente intrapsichiche e individuali.

Può essere definito come la risposta alla domanda “chi sono io?” (E. Marta, M. Lanz,

“Psicologia sociale”, Mc Graw Hills pag. 55/57). Tra i vari fattori che determinano il sé

figurano: ruoli, giudizi degli altri, cultura dominante…

• Identità: implica un auto-riconoscimento basato sull’appartenenza sociale intesa nel suo

diverso declinarsi (sesso, razza…).

Ci sono diversi tipi di identità: ad esempio possiamo distinguere l’identità soggettiva (l’insieme

delle proprie caratteristiche “come io le vedo”, il modo in cui ciascuno si percepisce, si descrive) da

quella oggettiva (la propria riconoscibilità, il modo in cui ciascuno è riconoscibile e inconfondibile

agli occhi degli altri). L’ identità, per chi più e per chi meno, è soggetta a cambiamenti nel corso del

tempo.

2.1 IDENTITÀ DI GENERE

L’identità di genere appartiene all’identità sociale (consapevolezza di un individuo di appartenere a

certe categorie sociali come, appunto, il genere o il gruppo etnico). Genere deriva da “gender”, e si

riferisce alla componente storico sociale della dimensione sessuale dell’individuo. È importante

distinguere questo termine da altri tre: sesso, che si riferisce alla componente biologica (sesso

biologico, genetico, ormonale, gonalico) ; sessualità, ovvero come la sessualità diventa soggettiva

e propria di quell’individuo in base alla sua cognizione, dimensione psicosociale… e sessuatezza,

il “sociotipo”, le linee guida per l’essere di un individuo (ruoli, valori, prospettive…).

L’identità di genere è fondamentale nella costituzione dell’identità dell’individuo poiché, quando il

bambino scopre la differenza tra sessi, avviene una vera e propria rivoluzione nello sviluppo

psichico e nel modo di vedere il mondo, e questo influenzerà notevolmente anche la formazione

5

della sua personalità. Nonostante l’identità di genere sia inizialmente separata, risulta in un

secondo momento fortemente influenzata dall’identità personale e da quella sessuale.

Lo studio dell’identità di genere è complesso poiché racchiude in se quattro aree a se stanti:

1. Genere genotipico

2. Genere fenotipico

3. Identificazione di genere

4. Orientamento sessuale

Il genere genotipico è definito dai geni. Il DNA rappresenta il programma genetico di una persona

ed è composto da 46 cromosomi: 23 del padre e 23 della madre. Mentre 44 di questi cromosomi

sono coppie appaiate, gli ultimi due sono chiamati cromosomi sessuali, X e Y. Il genotipo femminile

è XX mentre quello maschile è XY (sesso genetico). Recenti ricerche hanno messo in evidenza

come il cromosoma X sia notevolmente più grande del cromosoma Y (il primo contiene 1500 geni,

il secondo 50): è per questo che la presenza di un cromosoma sessuale danneggiato nel maschio

comporta maggior rischio di sviluppare le cosiddette malattie genetiche legate al cromosoma X.

Per la determinazione del sesso è fondamentale la presenza nel gene Y dell’ RYS (regione del

cromosoma Y per la determinazione del sesso) che codifica una proteina chiamata FDT (fattore

per la determinazione dei testicoli) che permette lo sviluppo anatomico sessuale. Nonostante lo

schema maschio/femmina possa sembrare perfettamente distinto e definito dal punto di vista

biologico, in realtà non è così: esistono sindromi “intermedie” (ad esempio la sindrome di Turner) in

cui questa differenziazione viene meno.

Il genere fenotipico è costituito dai genitali e dal sesso anatomico. Durante le prime sei

4

settimane, le gonadi si trovano in uno stato indifferenziato e presentano due strutture

fondamentali: il dotto di Muller e il dotto di Wolf. Se il feto ha cromosoma Y, il gene RYS

permette la produzione di testosterone, con relativo sviluppo del dotto di Wolf e inibizione dello

sviluppo del dotto di Muller; se invece non è presente il cromosoma Y, il dotto di Muller progredisce

mentre il dotto di Wolf degenera. Questo porta, dunque, allo sviluppo del pene e dei testicoli

nell’uomo e della vagina nella donna.

L’identificazione di genere si riferisce alla percezione soggettiva del proprio sesso; l’

orientamento sessuale si riferisce, invece, alle preferenze nella scelta dei partner sessuali.

Per IDENTITA’ DI GENERE ci si riferisce all’acquisizione, conscia o inconscia, di

appartenere al proprio sesso e non all’altro, che inizia a verificarsi intorno ai 18 mesi e si

4 In biologia, ghiandole produttrici dei gameti, cioè il testicolo e l’ovario o strutture a questi equivalenti. 6

stabilizza verso i 3 anni. Numerosi sono i fattori che possono influire, tra cui fattori biologici/innati,

acquisizioni socioculturali, comportamenti osservati nei genitori e nei caregivers: crescendo i

bambini devono potersi collocare nelle categorie presenti nella società.

2.2 L’INFLUENZA SOCIO-CULTURALE

Le caratteristiche sessuali sono determinate biologicamente; il genere indica invece le credenze di

una cultura circa l’uomo e la donna: “Il bambino quindi nasce con caratteristiche sessuali, ma non possiede

ancora un genere” (D. Vigna, M. Nissotti, “Identità di genere” pag. 11).

L’identità di genere si sviluppa nel momento in cui il bambino capisce di appartenere ad una

categoria di genere e, di conseguenza, inizia a cercare di apparire e di comportarsi come gli altri

membri del proprio gruppo, ad avere maggiore interesse verso le attività tipiche del proprio sesso e

a mostrare, in generale, una preferenza verso di esso.

Secondo Stoller la formazione dell’identità di genere comprende un primo processo di

autodefinizione (identità di genere nucleare o core identity), che segue il sesso assegnato al

bambino alla nascita dai genitori; a questo succede il genere nucleare, ovvero la percezione

conscia o inconscia di appartenere ad uno dei sessi. Mentre il genere nucleare si riferisce ai

sostantivi “maschio” o “femmina”, l’identità di genere si riferisce agli aggettivi “mascolino” o

“femminile”, e quindi ad attributi culturalmente definiti quali abitudini, interessi, responsabilità che

compaiono solo più tardi.

Una volta stabilito il genere nucleare, il bambino identifica i comportamenti, gli oggetti e i tratti tipici

del proprio sesso e li interiorizza. Essere maschio o femmina, infatti, crea delle aspettative nella

società e nei caregiver, e il bambino si prepara a rispondere in modo adeguato ad esse, formando

delle “fantasie nucleari” che gli permetteranno di distinguere i due sessi e di identificarsi in una

data categoria. Inizialmente il bambino ha poca consapevolezza della propria identità sociale e di

genere, e si lascia guidare dalle rappresentazioni sociali che lo circondano; solo in un secondo

momento, grazie all’interiorizzazione, egli inizierà ad agire autonomamente, soprattutto grazie alla

comparsa del linguaggio: il bambino non è più passivo, ma diventa interlocutore, capace di gestire

le relazioni sociali. L’interiorizzazione delle rappresentazioni sociali gli permettono di acquisire i

tratti tipici del proprio genere. Per questo motivo, Carol Lynn Martin e Diane Ruble definisco così il

bambino:

“Children are gender detectives who search for cues about gender- who should or should not engage in a particular

activity, who can play with woman, and why girls and boys are different[…]” (. C.L. Martin e D. Ruble, Children’s search

for gender cues, cognitive perspectives on gender development. Psychological Science)

Tra gli elementi che influenzano lo sviluppo dell’identità di genere, oltre a fattori genetici/biologici,

ci sono: 7

- Aspettative, come sostenuto ne libro “Giochi da maschi, da femmina e.. da tutti e due” (p.

Ricchiardi, A.M.Valera), secondo cui, all’acquisto di un nuovo giocattolo, nasce sempre la

domanda “è un gioco per maschio o per femmina?”. Questa ampia differenziazione di

genere nel mercato del gioco è, secondo le autrici, ritenuta assolutamente normale dalle

persone poiché “[…] rispecchia ruoli e qualità classicamente attribuiti a maschi e femmine” (Pag

I giocattoli, in altre parole, corrispondono agli stereotipi circa i ruoli e le abilità dei due

17).

sessi e permettono al bambino di acquisire abilità e modelli che la società si aspetta da

lui/lei. Gli strumenti ludici assumono dunque l’obbiettivo di “istruire” i bambini ai ruoli di

genere.

- Percezione della propria anatomia, tramite l’esplorazione del corpo e l’osservazione del

mondo circostante.

- Esperienze relazionali. I genitori sono coloro che ricoprono il ruolo più importante: sono

loro, infatti, che indirizzano l’identità di genere del bambino e forniscono gli stimoli

necessari per far si che ciò avvenga nel migliore dei modi possibili, non solo dopo la

nascita ma addirittura prima che il bambino nasca, con la scelta, per esempio, del corredino

e dei giochi in base al sesso del futuro figlio. I genitori inoltre, insieme agli educatori,

faciliteranno le differenziazioni sessuali grazie agli atteggiamenti assunti, favorendo lo

sviluppo di determinate caratteristiche e attribuiti piuttosto che altri. Chodorow (1979)

evidenzia come la madre assuma atteggiamenti diversi in base al sesso del figlio.

L’importanza di questo elemento sarebbe confermato da varie ricerche, tra cui uno studio

proposto da Llyod e Rubin, secondo cui i bambini che nascono con sesso biologico

ambiguo, crescono sviluppando i tratti del genere assegnato loro dai caregiver, anche se

questo non coincide col sesso genetico. Le relazioni con i pari sono altrettanto importanti:

sia nei confronti di bambini dello stesso sesso (scambio e comunicazioni su emozioni,

pensieri o esperienze condivise) sia nei confronti di bambini del sesso opposto (che

permette di comprendere meglio le differenze e le caratteristiche dell’altro sesso).

Nonostante ciò alcuni autori ritendono che nell’infanzia sia preferibile sviluppare

principalmente le prime.

- Società: l’osservazione del mondo circostante, dei media, delle pubblicità, dei ruoli sociali e

degli stereotipi di genere.

Questo processo prende avvio verso i 18 mesi per raggiungere una modesta completezza verso i

3 anni. Intorno ai cinque anni, infine, il bambino si è già creato una vasta raccolta di stereotipi

sessuali, che utilizzerà per guidare il proprio comportamento e per formulare giudizi sugli altri.

2.3 RUOLI DI GENERE E STEREOTIPI 8

Lo stereotipo e i ruoli di genere non sono una novità, anzi: sono sempre esistiti nella storia

dell’uomo. Basti pensare al fatto che il destino per l’uomo e per la donna, nel passato, era diverso

e al suo interno ben definito e distinto: mentre l’uomo aveva di fronte a se tre diversi destini

(produzione, amministrazione, difesa), la donna ne aveva uno solo: generare.

Oggi, nonostante questi stereotipi siano cambiati, non hanno cessato di esistere. Intorno ai due

anni e mezzo, il bambino inizia già ad avere una buona conoscenza del ruolo di genere: quali

comportamenti siano tipici o “giusti” per un sesso piuttosto che per l’ altro. Si parla quindi della

comparsa di stereotipi già in età precoce. Questi sono diversi in base alla cultura di riferimento.

Un esempio può essere osservato nei giocattoli. I bambini giocano in modo indifferenziato nei

primi anni di vita (se messi di fronte ad una scelta, altrimenti giocano con i giochi tipici del proprio

sesso, ma solo perché scelti dai genitori o dalle altre figure che lo circondano), e solo verso i 3/4

anni i giochi utilizzati dai due sessi sono differenti: i maschi prediligono macchinine, giochi attivi, di

lotta, di guerra; le bambine preferiscono bambole, pupazzi, giochi di imitazione casalinghi. Questo

sembra esser non solo il risultato di caratteristiche innate determinate biologicamente (il maschio è

più aggressivo e attivo, la femmina più dedita alla cura, alla passività), quanto il risultato di

pressioni di tipo sociale: i genitori, la scuole, i media, insistono sin dai primi giorni di vita nel

differenziare i due sessi e nel mandare segnali su cosa sia adatto per il maschio o per la femmina.

Basti pensare anche solo ai colori, azzurro per il maschio e rosa per le femmine, o alle pubblicità

dei giochi, con musiche e colori molto più violenti per il maschietto. I bambini acquisiscono

attraverso i giocattoli gli stereotipi della società.

Il ruolo di genere viene solitamente acquisito tramite l’osservazione dei caregiver e, in particolare,

tramite l’osservazione dei genitori; i bambini imparano già a tre anni gli stereotipi di genere tipici: le

femmine sono più calme, i maschi sono più aggressivi, le mamme fanno da mangiare, i papà

tagliano l’erba. Un interessante studio condotto dall’Università di New York su bambini dell’età di 4

anni (“Four-year-olds beliefs about how others regard males and females”, M. L. Halim, D. N.

Ruble, C. Tamis-LeMonda, British Journal of Developmental Psychology ) ha concluso che a

quest’età ogni bambino crede che il proprio genere sia valutato dalla società come il migliore (i

bambini ritengono che i maschi siano migliori; le bambine che le femmine siano migliori, in accordo

con la teoria dell’egocentrismo tipico dei bambini e al favoritismo per il proprio gruppo di

appartenenza presente all’età di 4 anni). Le cose, però, cambiavano se considerate due variabili:

- Esposizione alla tv: bambini e bambine che passavano più ore davanti alla tv (3/4 ore al

giorno) rispondevano che il sesso maschile era migliore

- Divisione delle commissioni domestiche: le bambine che osservavano una disuguaglianza

nei lavori domestici e un maggior impegno della donna nella casa erano più propense a

9

rispondere che gli altri pensassero che il sesso maschile fosse migliore; questo non

avveniva nei bambini.

Ciò dimostra come bambini maggiormente esposti a informazioni riguardo alle gerarchie di genere

nella società siano influenzati nella percezione del genere e come quindi l’identità di genere sia

fortemente influenzata da stereotipi, ruoli e aspettative sociali.

Nissotti e Vigna (“Identità di genere. I bambini e le differenze sessuali”) hanno condotto una ricerca

e tramite colloqui semi-strutturati hanno identificato la conoscenza dei ruoli di genere nei bambini

di 3,4 e 5 anni. Intorno ai 3 anni il bambino sa riconoscere la mamma in quanto femmina e il papà

in quanto maschio, ma solo come etichetta, non ne ha cioè una conoscenza o una

consapevolezza ben precisa. Ciò che gli permette di discriminare il genere sono i ruoli svolti dalle

due figure ( la mamma cucina, il papà cura il giardino) e le capacità procreative attribuite alla

mamma (spesso negate dal maschio come rifiuto della ferita narcisistica e della propria

“mancanza”). Intorno ai 4 anni inizia a farsi strada la consapevolezza del genere, non intesa solo

come ruolo svolto. Il primo riferimento percettivo riguardo se stessi è sempre comunque dato dal

riferimento ai genitori come prototipo per organizzare la percezione di sé e la propria appartenenza

al gruppo. Intorno ai 5 anni, oltre alla presa di coscienza delle differenze di ruoli e della percezione

corporea, iniziano le prime curiosità sui legami di coppia, sul tema dell’amore di coppia e della

nascita.

2.4 TEORIE SULL’IDENTITA’ DI GENERE

Molte sono le teorie che nell’ultimo decennio si sono sviluppate riguardo la nascita dell’identità di

genere. Qui approfondiremo principalmente due teorie, quella di Lawrence Kohlberg e quella di

Jessica Benjamin.

La teoria cognitivista di Kohlberg del 1966 (basata sul pensiero Piagetiano, ovvero del ruolo attivo

del bambino nella costituzione del genere) rappresenta sicuramente una delle teorie che ha visto

maggiore diffusione e adesione. Secondo Kohlberg la comprensione del concetto di genere

influenza fortemente atteggiamenti, giudizi e pensieri del bambino stesso. Egli individua 3 stadi

differenti:

- L’identità di genere (18 mesi/ 2 anni): il bambino si rende consapevole che ogni individuo

appartiene ad uno dei due gruppi. Intorno ai due anni, infatti, il bambino è in grado di rispondere

alla domanda su quale sia il suo genere; verso i 3 anni è in grado di identificare il sesso di un

altro bambino basandosi però solo su elementi esteriori evidenti, quali l’abbigliamento, il taglio

di capelli…

- La stabilità del genere (3/4 anni): comprende che il sesso rimane in una persona costante per

tutta la vita ed è in grado, intorno al quarto anno di età, di rispondere alla domanda “quando eri

10

piccolo eri maschio o femmina?”, anche se la comprensione e la consapevolezza è ancora

abbastanza superficiale e spesso ancora legata agli elementi esteriori.

- La coerenza del genere (5/6 anni): comprende che il genere rimane non solo costante nel

tempo, ma anche in base ai vari contesti o cambiamenti di aspetto.

Un’altra teoria altrettanto rilevante è quella esposta nel libro “Identità di genere. I bambini e le

5

differenze sessuali” di Daniela Vigna e Manuela Nissotti, di Jessica Benjamin , che ha preso

spunto dall’idea di Winnicott secondo cui la mente elabora la relazione con l’ altro sia in quanto

oggetto di identificazione e proiezione, sia in quanto soggetto esterno ed indipendente. Benjamin

costituisce dunque una teoria che tenga conto sia dello sviluppo soggettivo cognitivo del bambino,

sia dell’aspetto più propriamente relazionale. Ella individua quattro stadi differenti:

- Identificazione di genere nominale: è un concetto molto simile alla core identity di Stoller.

Benjamin sostiene che esiste, subito dopo la nascita, una sorta di rappresentazione primordiale

in cui il bambino è già in grado di definire la propria appartenenza ad uno dei due sessi in base

alle attribuzioni (principalmente verbali) che gli vengono date dal mondo esterno. Nonostante in

questa fase manca ancora una vera e propria consapevolezza del concetto di genere (il

bambino continua ad identificarsi con entrambi i genitori), Benjamin ( così come Stoller e Stern)

sostiene che il bambino si sia già formato un primaria immagine di Sé come separato dalla

madre e come possessore di caratteristiche fisiche proprie.

- Differenziazione precoce delle identificazioni nel contesto della separazione-

individuazione: compare la condivisione del mondo interno. Inizia il complesso processo di

identificazione, secondo cui il bambino entra in relazione con il mondo, comprende il ruolo

svolto dal proprio Sé e dagli oggetti che lo circondano; inizia l’allontanamento e la separazione

intesi come comprensione dell’ indipendenza del proprio sé rispetto al mondo. La differenza tra

madre e padre inizia ad essere percepita a livello simbolico :

“[…] la madre- percepita come femmina – rappresenta l’accudimento e la dipenda; il padre- percepito come maschio-

l’indipendenza.” (“Identità di genere” Vigna e Nissotti, pag 28).

In questo momento (ritenuto dalla Benjamin più difficile per il maschio poiché prevede il

riconoscimento della propria complementarietà rispetto alla mamma e quindi l’allontanamento

da essa) il bambino inizia a comprendere le differenze di genere grazie alle acquisizioni

dell’identità di ruolo di genere in base alla pressioni e le aspettative sociali e culturali. Nella

mente, nonostante l’inizio della diversificazione madre e padre, egli continua a elaborare

entrambe le identificazioni come aspetti di sé.

5 Jessica Benjamin (17 gennaio 1946) è una psicoanalista e saggista statunitense, docente di psicoterapia e

psicoanalisi alla New York University 11


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze psicologiche
SSD:
Università: Bergamo - Unibg
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher desidesi92 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia delle differenze di genere e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bergamo - Unibg o del prof Zatti Alberto.

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