Psicologia dell'adolescenza
Prima parte: una premessa sullo sviluppo
Sviluppo emotivo
Prima attività mentale costruita sulle sensazioni corporee (sensazioni piacevoli senso di pace rispetto al mondo esterno); le esperienze sensoriali cominciano nella vita prenatale.
Melanie Klein: lo stato mentale oscilla tra “posizioni” (prospettiva dalla quale vediamo noi stessi e il mondo) differenti: schizo-paranoide e depressivo. Ogni posizione ha a che fare con specifiche angosce e relative difese.
Posizione schizo-paranoide
Angoscia per la propria sopravvivenza, paura di essere danneggiati, sensazione di pericolo (persecuzione). Primo meccanismo di difesa: scissione (che si divide a sua volta in idealizzazione e svalutazione). Inizialmente ci aiuta a discriminare bene e male, a mantenere la speranza che ci sia qualcosa che ci protegge dai pericoli (es. fantasia conscia che vivremo qualcosa di molto buono). All’inizio della vita, infatti, le fantasie inconsce hanno anche carattere di onnipotenza, i miei genitori possono tutto, possono proteggermi da qualunque cosa. Se la scissione non funziona c’è il rischio di idealizzare ciò che non è buono (es. chi non riesce a separarsi da persona che la maltratta), bisogno di conservare la relazione con l’oggetto (l’altra persona) “meglio un oggetto cattivo che nessuno”.
Cosa rende un oggetto cattivo quando siamo piccoli? La frustrazione, quando i nostri bisogni non vengono soddisfatti. È importante che la madre permetta al bambino di sperimentare la frustrazione tollerabile, in tal modo impara a tollerare l’assenza; è importante permettere al bambino di sperimentare più situazioni positive ma anche quelle negative sono fondamentali. In futuro sarà meno angosciato e avrà meno bisogno di ricorrere a difese primitive.
Per imparare è necessario accettare che qualcuno ha qualcosa di buono da darci (senza essere invidiosi). La dipendenza affettiva è necessaria, gli adolescenti non riescono ad accettarlo.
Nella posizione schizo-paranoide altri due meccanismi di difesa centrali:
- Proiezione: attribuzione di un proprio stato mentale all’altro-oggetto.
- Identificazione proiettiva: colloco parti di me nell’altro, le vivo e le sperimento come se appartenessero a lui quindi necessità di avere il controllo es. genitori che attribuiscono le loro fragilità ai figli il figlio finisce per identificarsi come fragile. Meccanismi pericolosi perché non permettono formazione della propria identità e di entrare in contatto con la propria realtà psichica. Se attribuisco a qualcun altro i miei sentimenti e stati mentali sono protetto da angoscia ma non sono in contatto con me stesso, non riesco a conoscermi e a stare davvero con me.
Altro uso dell’identificazione proiettiva: prima forma di comunicazione che abbiamo usato da bambini e che spesso utilizziamo anche da adulti quando non abbiamo le parole per comunicare: ti faccio sentire come mi sento (inconsapevolmente). Sentire sulla nostra pelle ciò che la persona sta sperimentando.
Quanto alla scissione, ogni tanto non sappiamo discriminare cosa è bene e cosa è male (si è davvero comportato male o sono io troppo permalosa?)
Per continuare a svilupparci abbiamo bisogno che prevalgano esperienze positive in tal modo sviluppiamo fiducia nella nostra bontà e in quella altrui, questo ci permette di accettare i sentimenti “cattivi” che sentiamo: rabbia, ostilità ecc. Questo ci permette un contatto più autentico con noi stessi, con il nostro vero sé.
Progressione verso la posizione depressiva
Non più preoccupazione per la propria sopravvivenza ma angoscia di perdere le persone care. Temo di perdere la parte buona di me stesso e l’altro che mi vuole bene. Comincio a sentirmi responsabile, non è più sempre e solo colpa degli altri: a volte sono io che non sono buono, a volte l’ambiente. Se prevale il buono posso tollerare e accettare questa cosa, ho meno bisogno di idealizzare perché sono abbastanza fiducioso, dunque non ho bisogno di dire che tutto è perfetto. Angoscia perché ho perso la parte totalmente buona (idealizzata) di me stesso e dell’ambiente. Devo fare i conti con la mia ambivalenza di sentimenti; accetto meglio i sentimenti negativi ma ho paura di distruggere le parti buone mie e altrui con la mia ostilità.
Se le cose vanno bene: angoscia di perdita e di colpa desiderio di riparare + di creare qualcosa di buono (converge in creatività e sublimazione)
Comincia a svilupparsi la capacità simbolica: non in senso strettamente cognitivo ma emotivo: mi sento al sicuro alla presenza di qualcuno – es. mamma – anche se lei non è fisicamente presente in quel momento.
Quando non riusciamo a riparare, o quando abbiamo paura di non esserne in grado – ciò accade se non riesco ad accettare i miei sentimenti negativi o se sono circondato da ambiente ostile – altre difese: dominio, trionfo, disprezzo basate su DINIEGO del mio bisogno dell’altro:
- Dominio: sei tu che hai bisogno di me!
- Trionfo: non ho bisogno di nessuno, faccio tutto da solo.
- Disprezzo: non ho bisogno di te, fai schifo.
Altro meccanismo: riparazione maniacale bisogno di essere super buoni, es. fanatici del volontariato; in tal modo però non si finisce mai, appena ci si prova, il sentimento forte di colpa si ripresenta. Spesso si prova contemporaneamente un disprezzo verso le persone che si stanno aiutando. Questo accade quando ho accumulato più esperienze negative che positive oppure quando costituzionalmente non si è in grado di tollerare sensazioni negative o quando si è troppo sensibili o quando sono intollerante alla frustrazione, dunque le cause possono essere moltissime.
Dimensione terza
Possibilità di tollerare che la madre abbia un altrove, se stessa, le sue cose (inclusa la presenza del padre); implica la questione del limite (della relazione): ogni relazione ha dei confini. Nella posizione depressiva il B. impara a tollerarne la frustrazione. Importante perché il limite definisce: come un disegno: i confini fanno sì che si definisca l’immagine e si capisca cosa sia.
Bion
Ha sottolineato la funzione comunicativa dei meccanismi proiettivi; specie da bambini, attraverso sguardo, pianto, movimenti, la madre capisce gli stati d’animo del figlio. Funzione di reverie della mamma: importante soprattutto quando il bambino comunica alla mamma gli stati emotivi dolorosi che non riesce a tollerare. Quanto più la madre è permeabile al sentire e gestire queste emozioni, tanto meglio il bambino imparerà a farlo. Dunque il B. ha bisogno di una mente che sia in grado, capace, competente solo in tal modo il b. riesce a introiettare competenze. È fondamentale che la madre identifichi lo stato mentale giusto del b. perché la mamma mi dice chi sono, mi aiuta a formarmi la mia identità, mi restituisce una interpretazione dei miei stati mentali.
Importanza di poter vivere l’esperienza emotiva senza evitarla, stare in contatto con emozioni e dolore mentale (ansia, paura di conoscere il mondo, sensazioni spiacevoli). Questo dipende da quanto siamo stati aiutati da chi abbiamo intorno a stare insieme al nostro dolore. Così si impara a fare i conti con le proprie esperienze emotive, grazie ai caregiver che mi aiutano a non essere troppo spaventato: imparo a riconoscere l’emozione, a dargli un nome. Questo dipende da quanto il caregiver è in grado di stare in contatto con il suo dolore. La capacità materna di tollerare il dolore è dunque centrale. Fondamentale anche per la formazione dell’identità: quanto più il b. riesce a stare in contatto con la sua esperienza emotiva, tanto più riesce ad essere sé stesso. Nonostante questo, i fallimenti della madre sono in una certa misura necessari per il senso del limite.
È importante che la madre non attribuisca al figlio stati mentali che non ha, altrimenti egli ci si identificherà formazione del sé alieno (bambino come ricettacolo delle proiezioni materne).
Cosa succede quando i fallimenti della madre sono eccessivi? Il b. non riuscirà a vivere la sua realtà emotiva, ne sarà sopraffatto, dovrà ricorrere a delle difese se le usiamo in modo eccessivo, DEFORMANO la realtà emotiva, ci impediscono di viverla, minacciato il nostro percorso identitario perché ci raccontiamo delle storie su noi stessi, alteriamo la verità emotiva.
Ricercatrice va in una scuola dopo grande alluvione, chiede ai bambini di disegnarla: uno fa un disegno molto preciso del paese (difese ossessive: etichetta, razionalizza, eppure non disegna la pioggia); un altro bambino disegna secchielli, palette e sole (difese maniacali: diniego, minimizzazione); un altro disegna una grande macchia nera; altro disegno con squali e balene nell’acqua e gente arrampicata sul campanile (bambino perseguitato da mostri e paura troppa angoscia).
Esempio che mostra quanto la realtà interna sia diversa da quella esterna. Quanto più riusciamo a vivere la realtà emotiva senza alterarla, tanto più riusciamo a imparare dall’esperienza.
Seconda parte
Adolescenza
Cambiano corpo e cervello, modo di vivere e di pensare, cambiamenti massicci che mettono a dura prova il nostro funzionamento mentale. Il modo di affrontarla dipende da risorse interne e risorse ambientali (famiglia, scuola, sport, gruppo dei pari ecc.).
Risorse interne: quale è stata la qualità del rapporto con la madre e come è stata introdotta e introiettata la dimensione terza quando siamo soggetti a grandi cambiamenti/scombussolamenti mettiamo in atto meccanismi di difesa di regressione (primitivi?)
Uso del pensiero: molti adolescenti pensano un pensiero cognitivo (anti-emozioni) per difendersi. Es ragazzi che studiano tantissimo, che fanno tanti discorsi filosofici (trattare emozioni in modo intellettuale).
A volte tendenza anti-pensiero: “sembra stupido, sembra che non pensi a nulla, solo sciocchezze” dipende dalla capacità di apprendere dall’esperienza emotiva.
In base al tipo di esperienza di relazione iniziale:
- Identificazione adesiva: imitazione meccanica, stereotipata, prendo a modello qualcuno e lo imito; estremamente superficiale, imito caratteristiche come il taglio di capelli.
- Identificazione proiettiva: prendo a modello es insegnante di filosofia e cerco di essere come lui, com’è dentro. Dunque non caratteristiche superficiali.
- Identificazione introiettiva: apprendo dall’esperienza emotiva chi sono io, cosa mi piace, quali sono le cose che vanno bene per me dipende dalla libertà che abbiamo potuto avere di essere noi stessi. Se siamo stati fraintesi, se l’ambiente ci ha attribuito qualcosa di sbagliato, abbiamo una identità appiccicata modello di identificazione adesiva.
Modelli di apprendimento: basati su queste tre forme di identificazione. Oscillazioni sempre presenti nel nostro funzionamento mentale con prevalenza di una di queste tre forme, in base al momento e alla situazione.
Passaggio da modalità di apprendimento più primitiva a una più evoluta: cresciamo attraverso meccanismi di proiezione e introiezione (introiettiamo la risposta dell’ambiente alle nostre proiezioni, quando siamo stati capiti). Identificazione introiettiva: non più imitare qualcuno o cercare di diventare come il proprio modello in questo caso si riesce ad essere autentici, a vivere le esperienze emotive senza esserne travolti o sopraffatti formazione dell’identità.
Passaggio dalla latenza (9 anni) alla pre-adolescenza (12 anni).
[articolo su AulaWeb]
Ricerca-intervento su questa fase della vita
Relativa specialmente al modo di trattare gli affetti + capire se ci sono differenze di genere. Intervento: chiedere a genitori e ragazzi di partecipare alcuni studenti devono intervistare ragazzini e poi discuterne con i loro genitori (NON in forma individuale).
40 bambini di 9 anni e 40 bambini di 12 anni. Prevalenza di maschi (25 maschi e 15 femmine) in entrambi i gruppi.
Pre-adolescenza
(pubertà, scuole medie) periodo che non si ricorda con estremo piacere (11-13 anni) primi cambiamenti fisici, non ci sentiamo ancora adolescenti, cominciamo a cambiare. Rispetto alle differenze di genere la letteratura dice che per le femmine sembra essere più difficile perché lo sviluppo cognitivo è più precoce (le femmine si sentono più grandi dei maschi infatti).
Problemi centrali: rappresentazione dei propri genitori e separazione dalla madre. Il maschio può trovare conforto nella relazione col padre, per la femmina è molto più difficile: deve staccarsi dalla mamma per emanciparsi, crescere, la mamma suscita angosce regressive (se sto troppo con lei mi sento piccola) con il padre invece angoscia incestuosa (non mi siedo più in braccio a mio padre, evito eccessivo contatto) la femmina deve dunque allontanarsi da entrambi i genitori.
Child attachment interview: strumento per valutare pattern di attaccamento. L’attaccamento evitante richiama difficoltà di vivere l’esperienza emotiva difesa: cercare di non vivere il dolore, attitudine a minimizzare e a normalizzare l’esperienza (vedi disegno della spiaggia per rappresentare l’alluvione). La child attachment interview permette di capire quanto i ragazzi riescano ad affrontare le esperienze emotive. In pre-adolescenza si tende a evitarle o ad esserne sopraffatti.
Nella ricerca-intervento si chiede ai bambini di descriversi (per capire cosa cambia nella descrizione di sé dai 9 ai 12 anni e da maschi a femmine) + domande sulla relazione con la madre e su quella con il padre + racconta un episodio in cui ti sei sentito turbato + esprimi 3 desideri per quando sarai grande (domanda in genere meno importante, che serve per distendere l’atmosfera; nella child interview per la Rosso e coll. è stata invece molto importante si nota lieve aumento delle strategie evitanti dai 9 ai 12 anni (ma non statisticamente significativa); in generale ci dice che la risposta emotiva alla pubertà dipende da esperienze passate; per le femmine emerge (di nuovo!) maggior difficoltà a vivere esperienza emotiva, specie affrontare conflittualità con i genitori (invece nei bambini di 9 anni no differenze di genere).
Rispetto alla rappresentazione di sé: nella latenza (9 anni) sono buono/cattivo (soddisfo più o meno le esigenze dell’ambiente e il mio bisogno di essere buono); nella preadolescenza questo sparisce, si trasforma in come mi vedo io e come mi vedono gli altri + tendenza a guardarsi dentro, osservarsi, studiarsi (sono introverso, permaloso, simpatico).
Relazione con la mamma: maschi di 9 anni relazione positiva e tendenza a occuparsi della mamma. Femmine di 9 anni tendenza a sottolineare aspetti negativi della relazione dandosi le colpe.
Maschi di 12 anni: ancora rappresentazione positiva ma non più riferimenti a vicinanza/affettuosità. Però mamma ancora rappresentata come qualcuno da cui si può andare quando si è in difficoltà.
Femmine di 12 anni: relazione più complessa, cerco la mamma ma la sento come troppo intrusiva, voglio parlare con lei ma ogni tanto mi pare impicciona. Le femmine dicono di non volerle somigliare.
Sia maschi sia femmine hanno immagine della mamma come troppo tenera, non ha polso, non è determinata. Il maschilismo da parte dei maschi è fisiologico: immagine della madre come debole, mollacciona questo perché non si accetta il bisogno dell’affetto della mamma, dunque si risponde inconsciamente etichettandola così e di conseguenza etichettando in tal modo tutto il genere femminile.
Relazione con il padre: per i maschi di 12 anni è una figura rassicurante (più che a 9 anni); sentono la sua mancanza quando non c’è. Per le femmine di 12 anni relazione difficile, conflittuale.
Desideri per il futuro: nelle femmine si nota un calo delle aspettative irrealistiche (voglio fare la ballerina/attrice diventa voglio avere un lavoro e dei figli). Nei maschi di 12 anni compare una mescolanza di desideri irrealistici (spinte regressive: vorrei giocare a calcio per sempre) associati ad angosce depressive (voglio una fine decente, vorrei che i miei genitori non morissero, che i miei nonni vivessero a lungo). Probabilmente anche per tutte queste ragioni non amiamo ricordare la nostra pre-adolescenza.
Adolescenza
- Tutto cambia: il corpo, i legami affettivi, gli interessi.
- Normalmente l’adolescenza non è particolarmente difficile, tuttavia può esserlo. Le ricerche mostrano che solo il 20% dei ragazzi mostra turbamento e bisogno di cure e attenzioni. Il malessere psicologico non è diffuso a tutti gli adolescenti, pensare questo potrebbe creare problemi clinici.
- Le spinte emancipative prevalgono su quelle regressive, entusiasmo per le novità.
- Il mio corpo cambia e cambia come vuole, non nella direzione desiderata passività durante il cambiamento, lo viviamo e basta, è troppo difficile anche rifletterci intorno.
- Stop onnipotenza del pensiero: il corpo cambia e anche se non ci piace diventa più potente, ci permette di fare più cose (anche cambiamenti cerebrali). Da bambini pensavamo qualunque cosa, “da grande sposo questa persona”, ora il pensiero non è più onnipotente però il corpo diventa potente.
Tutto è nuovo e insieme incerto.
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