Il "caregiving" nell'invecchiamento e nella malattia di Alzheimer
In letteratura si utilizza il termine “caregiver” per indicare "colui che accudisce" e si possono distinguere caregiver formali e caregiver informali. I primi sono figure professionali di area medico-assistenziale che hanno un ruolo pubblico e una preparazione specifica (dal 3 al 15%), mentre i secondi sono per lo più famigliari (donne per l’80% con più mansioni) che quindi non sono ricompensati economicamente e che agiscono in ambito privato.
Si stima che il 10-20% delle famiglie sia impegnato in un’attività di caregiving (in media per 18 ore ogni settimana) e che siano il 40% gli anziani ultraottantenni che necessitano di assistenza e il 75% quelli che fanno riferimento a famigliari e amici per cure igieniche, alimentazione, somministrazione di farmaci, gestione del patrimonio, ecc.
Il caregiving riguarda quindi la disabilità in generale, infantile e adulta, e sono numerosi i problemi legati all’assistenza di chi non è più autosufficiente, che possono ripercuotersi sulla salute psico-fisica e sullo status socio-economico del caregiver (“caregiver burden” inteso come esito dello stress).
Il caregiver burden
Novak e Guest propongono a tal proposito il “Caregiver Burden Inventory”, costituito da cinque sottoscale che suddividono il carico (burden) in evolutivo, di tempo, sociale, fisico ed emotivo. Il dato interessante che emerge è che non ci sono differenze nei livelli di burden tra chi ha famigliari in casa di cui occuparsi e chi invece ha famigliari istituzionalizzati. Tuttavia, le conseguenze sono di tipo fisico, legate al benessere psicologico e al funzionamento cognitivo del caregiver.
Conseguenze fisiche, psicologiche e cognitive
Per quanto riguarda la salute fisica, si fa riferimento in particolare agli ormoni dello stress e agli anticorpi, a una vita sedentaria, una dieta povera, abuso di farmaci e rischi cardiovascolari. Rispetto al benessere psicologico, i caregiver mostrano maggiori sintomi depressivi, maggiore stress e minor senso di "self efficacy" se confrontati con la popolazione generale. Infine, sul funzionamento cognitivo si può dire che l’attenzione e la velocità di elaborazione delle informazioni sono minori e anche che c’è un decremento della memoria.
Naturalmente è bene sottolineare che esiste una grande variabilità interindividuale, cioè di fronte alla stessa situazione non tutti sperimentano i medesimi effetti negativi perché essi dipendono dalla valutazione che si dà della situazione (appraisal) e da diversi elementi:
- Severità dei problemi comportamentali dell’assistito: con la malattia di Alzheimer si riscontrano di frequente aggressività,