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Psicologia della salute, Appunti Appunti scolastici Premium

Appunti di Psicologia della salute basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni della prof.ssa Campaniello dell’università degli Studi Maria SS. Assunta - Lumsa, Facoltà di Scienze della formazione, Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Psicologia della salute docente Prof. M. Campaniello

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Locus of control: è la capacità del soggetto di avere un controllo sulla situazione. Ce ne sono due

tipi: locus of control interno e locus of control esterno. Il locus of control è una “credenza generale”

stabile elaborata a priori, prima del verificarsi dell’evento e non legata ad una situazione specifica (è

diverso dall’attribuzione causale).

Il senso di “autoefficacia” aiuta a fronteggiare gli eventi stressanti, aiuta a modificare i

comportamenti nocivi. Le credenze sull’autoefficacia influenzano:

1) le intenzioni di cambiare il comportamento a rischio;

2) l’entità dello sforzo messo in atto.

“Emozioni”: sono variabili che hanno un effetto diretto sullo stato di salute; esprimere le emozioni

ha effetti importanti sui comportamenti di salute mentre, l’inibizione delle emozioni favorisce

l’insorgere di alcune malattie (come il cancro) e, infine, le persone ostili sperimentano il mondo

come più stressante, ricevono meno sostegno sociale e sono più vulnerabili rispetto all’insorgenza

di malattie.

Confronto sociale: l’appartenenza sociale e le relazioni interpersonali sono rilevanti nella decisione

di adottare comportamenti di salute ma, anche, il mantenimento di cambiamenti comportamentali

nel tempo (importante per i programmi di educazione e promozione alla salute).

Coping: sono gli sforzi della persona sul piano cognitivo e comportamentale per gestire le richieste

interne ed esterne poste da quelle interrelazioni persona-ambiente. Ci sono due modelli di coping:

1) coping centrato sul problema: finalizzato a gestire e modificare il problema;

2) coping centrato sull’emozione.

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L’espressione delle emozioni produce benefici perché:

- sblocca l’inibizione che l’individuo può mettere in atto quando vive esperienze traumatiche

con lo scopo di tenere a freno i pensieri negativi (per es. attraverso l’evitamento);

- il linguaggio parlato e scritto permette la costruzione di un senso rispetto alla propria storia e

alla propria esperienza traumatica;

- comunicare il proprio stato emotivo consolida le relazioni interpersonali, utili nella gestione

dei momenti di difficoltà.

“L’intelligenza emotiva” è la capacità di elaborare le informazioni emotive e di utilizzarle per

incrementare i propri processi cognitivi.

La “malattia fisica” ha determinanti fisici e biologici. La “malattia psicosomatica” ha come

determinanti fattori emozionali.

Quando ci sono delle situazioni molto pesanti emotivamente, gli operatori tendono a diventare più

tecnici possibili (per es. un giovane che arriva in ospedale e rischia il decesso). Gli “stressor”

possono essere di varia natura, come fisica/biologica/psicosociale, e possono influenzare il terreno

sul quale si inserisce la malattia. La condizione del terreno biologico dipende da tre fatori:

1) sistema endocrino;

2) sistema neurovegetativo;

3) sistema immunitario.

Questi tre sistemi, nei momenti di stress, sono attivati nelle situazioni di stress.

Relazione stress-malattie: lo stress provoca malattie; le malattie provocano stress, riducendo lo

stress si riduce il rischio dell’evoluzione delle malattie esistenti. Le malattie richiedono sforzi di

adattamento notevoli in molti ambiti dell’esistenza. Se riduciamo lo stress riduciamo anche il

rischio che le malattie evolvano rapidamente. Ci sono patologie che, pià di altre, sono legate allo

stress come, ad esempio, le funzioni digestive (diarrea, nausea, vomito).

Morbo di Crohn: un gran numero di soggetti colpiti da questa patologia sviluppa la malattia a

seguito di un evento minaccioso o stressante (per es. morte di una persona cara).

Le persone con disturbo psicosomatico fanno difficoltà ad usare il pensieri, utilizzano solo la via

somatica e, per loro, è difficile attribuire il loro disturbo a qualcosa di psicologico. Lo stress

provoca dei deficit comportamentali. In ambienti ansiogeni, per esempio, spesso si ha una riduzione

della mobilità e delle capacità di esplorazione. Lo stress può provocare: evitamento o fuga; attacco

o aggressività; immobilità. L’esposizione ad un ambiente stressante produce la modificazione della

“funzione immunitaria” (ad es. Herpes simplex; HIV; HCV). Oggi, sono moltissime le persone con

“malattie autoimmuni”, è un po’ la malattia della nostra epoca. Nei reparti ospedalieri ad alto

impatto emotivo, molti persone si ammalano di malattie autoimmuni. “Lo stress genera le malattie

ma anche le malattie generano stress”. È possibile che il cancro possa essere indotto da un evento

stressante, indesiderabile. Nelle persone che hanno subito un lutto è più probabile che si sviluppi

una “malattia neoplastica” emtro un anno dall’evento luttuoso. Anche le “malattie respiratorie” sono

legate allo stress come, ad esempio, l’asma bronchiale cronica e la tubercolosi polmonare. Un’altra

malattia legata allo stress è “l’artrite reumatoide giovanile”, una malattia che ha molto a che fare

con la perdita dell’oggetto e l’ospedalizzazione.

Lutto e malattia: le persone vedove hanno tassi di mortalità più elevati di quelle coniugate; hanno

tassi di depressione più elevati e hanno una maggior frequenza di visite mediche. Le difficoltà

economiche, la gestione dei figli e la gestione dei problemi della vita quotidiana incidono sullo

stress. Le terapie che agiscono sulla reazione emotiva sono:

- “psicofarmaci”: agiscono sullo stato emozionale alterato;

- “rilassamento”;

- “controllo volontario della funzione alterata”.

Biofeedback: possibilità di controllo su funzioni fisiologiche considerate al di fuori del controllo

volontario.

28/2/14

Alessitimia: fissano il loro pensiero sui disturbi somatici e tendono ad avere un

comportamento dipendente e evitante. “È l’incapacità di sentire e leggere le proprie emozioni”. È

vista come una situazione difensiva ad una situazione stressante.

Elementi beta: sono elementi emozionali non regolati e non elaborati che possono disturbare il

funzionamento corporeo.

Le situazioni stressanti legate al lavoro sono: carico di lavoro; lavoro ripetitivo; sorveglianza;

conflitto di ruolo e ambiguità di ruolo; relazioni interpersonali. Per far star bene i dipendenti non si

tende a diminuire l’orario di lavoro ma, a dare qualche pausa in più. È vero che le pause tolgono

manodopera ma, si è visto che dopo la pausa il lavoratore torna più carico e rilassato e riprende il

lavoro con più motivazioni. In questo ambito, ci sono due tipi di interventi:

1) individuali;

2) organizzativi.

“Gli interventi sull’organizzazione sono più efficaci ed hanno una tenuta migliore”.

Nel modello “biomedico” il medico è il “soggetto attivo” che prescrive farmaci ed aiuta mentre, il

paziente, è il “soggetto passivo”. È più facile che siano i medici ospedalieri ad avvicinarsi alle

tematiche psicologiche. La psicologia della salute opera sui servizi territoriali, aziende sanitarie,

scuola, comunità, luoghi di lavoro, ospedali, strutture residenziali.

Peer education: giovani come destinatari attivi e superamento delle barriere comunicative adulti-

ragazzi.

Per quanto riguarda la comunità, si interviene sui gruppi maggiormente a rischio, lavoro di strada,

campagne informative. Il lavoro su strada è molto importante perché va a toccare popolazioni che,

altrimenti, non sarebbero mai arrivate da nessun’altra parte e a nessun altro servizio. L’intervento

sulla comunità e un lavoro di screening, un lavoro iniziale che può mirare solo alla

sensibilizzazione. Naturalmente, anche in questo contesto, è importante il modo in cui vengono

dette le cose. Questo perché, se si spaventano le persone, la paura li fa andare via. All’interno

dell’ospedale, la psicologia della salute interviene nel momento dell’ospedalizzazione per aiutare la

persona a gestire meglio il trauma causato dalla sua malattia ed, inoltre, interviene in tutta la fase

dell’ospedalizzazione.

Promozione del benessere: è l’offerta della competenza psicologica in ogni fase della vita a tutta la

popolazione. Importanti dono le fasi di “transizione evolutiva”. Studi recenti hanno dimostrato che

la maggior parte dei bambini è consapevole di avere una malattia grave. i bambini, inoltre,

avvertono l’angoscia di chi li sta intorno e, se nessuno parla, loro cercano di trovare spiegazioni nel

loro immaginario. Inoltre, c’è il rischio che il bambino viva la malattia come una punizione per

essere brutti e cattivi o per la loro mancanze. I bambini non parlano quasi mai della loro malattia

con i loro genitori per “proteggerli”. Per quanto riguarda la comunicazione della diagnosi e della

prognosi di una malattia grave è importante, piuttosto che dirlo, a come dirlo. Dopo i 6 anni c’è una

visione irreversibile della morte. Gli adulti sottovalutano le conoscenze del bambino. In questo

ambito, l’intervento psicologico ha l’obiettivo di valutare l’impatto emotivo, l’accettazione dello

stato di malattia e migliorare le capacità dell’adattamento psicologico e psicosociale dei pazienti e

delle loro famiglie, fornendo un sostegno specifico durante le diverse fasi della terapia e/o della

malattia. Ci sono interventi informativi, educativi e formativi rivolti a: bambini, genitori, insegnanti,

medici, educatori e operatori. Nell’adolescenza, si interviene sulla prevenzione dei disturbi del

comportamento alimentare; sula percezione del rischio e comportamenti (come sostanze, alcool,

sessualità); educazione all’affettività; sulla cura del proprio corpo; atteggiamento verso la salute ed

il benessere; la malattia, l’ospedalizzazione, la morte. In adolescenza, quando si tenta il suicidio, si

entra in un circolo vizioso senza mai arrivare da uno psicologo. Cioè, il soggetto arriva al pronto

soccorso per aver tentato il suicidio, viene fatto vedere dallo psichiatra per una consulenza che li da

un farmaco, e finisce lì fino a tornare, a distanza di tempo per varie volte, di nuovo al pronto

soccorso per un tentato suicidio.

6/3/14

Le caratteristiche individuali e sociali della paziente rendono difficile l’aderenza alle terapie.

Importante è affinare le “capacità comunicative” con gli altri specialisti. Quando si lavora sul

paziente, è importante lavorare su: convinzioni della paziente sulla salute; contenuti e stili di

comunicazione; soddisfazione del paziente; regime farmacologico. I medici prescrivono una terapia

farmacologica che, il paziente, è in grado di fare. Questo perché, molte volte i pazienti uqndo sono

delusi dal colloquio con il proprio medico non fanno la terapia farmacologica (può anche accadere

che il paziente non è d’accordo con quella terapia farmacologica).

Il medico: deve avere buone capacità comunicative; deve saper gestire le proprie emozioni.

Disturbi psicologici legati alla “malattia grave”: intervengono il paziente, la famiglia e gli operatori.

L’arrivo di una malattia grave, soprattutto in giovane età, produce un rapido cambiamento di vita.

Questi momenti sono, spesso, momenti di grandi solitudine perché non se ne parla con nessuno. La

paura della malattia è una paura così forte che, spesso, si tende di tenerla lontana. La paura della

malattia dura molto tempo, a volte anche mesi. In questo periodo, si passa “da una totale negazione

dei sintomi ad una totale accentuazione dei sintomi”. In questo modo il paziente si prepara alla

diagnosi, avendo dei momenti in cui pensa di avere una malattia gravissima ed altri momenti in cui

si pensa di avere una malattia non grave. Alcune volte, il momento della diagnosi è un’occasione di

alleggerimento perché “almeno si sa quello che si ha”. Nella malattia, i gusci protettivi che davano

autostima e consolidavano l’immagine di sé vengono persi. La persona malata, si sente minacciata

su questi fronti: identità personale; identità socio-familiare; identità lavorativa; stabilità economica;

stabilità emotiva. “Una persona che si ammala opera, inevitabilmente, una sorta di distacco dal

mondo (transitorio se la malattia è transitoria)”. La malattia porta al ritiro del soggetto in uno stato

di sofferenza. Con la malattia cambia: l’immagine del tempo; l’immagine del corpo; l’immagine

sociale; l’immagine del corpo. Chi è ammalato dice “di non sentirsi più bene nella sua pelle”. Cioè

viene a perdersi “l’identità del corpo”. In qualche modo si ha la sensazione che il corpo diventi di

altri, come del medico. Con le malattie viene “inibita” l’attività sessuale. Alcuni pazienti cercano di

negare le trasformazioni del corpo e, alcuni, smettono di vestirsi non facendosi vedere da nessuno.

Sindrome della spada di Damocle: il corpo ha tradito e potrebbe tradire ancora.

Con l’annuncio della malattia, il tempo è annullato. Di fronte alla minaccia della malattia,

l’individuo attiva meccanismi atti a superare l’impatto dell’evento e a ritrovare un nuovo equilibrio;

questo dipende da: storia di vita del soggetto; variabili genetico-costituzionali; capacità cognitive

(per es. coping, locus of control).

Le fasi di adattamento alla malattia:

- fase di shock;

- fase di reazione: si cerca di capire se si può fare qualcosa;

- fase di elaborazione: si inizia ad elaborare la malattia;

- fase di riorientamento: si cercano nuovi punti di riferimento.

Lo stato di shock è caratterizzato da:

- disturbi del sonno;

- derealizzazione;

- depersonalizzazione.

Il paziente sotto shock ha una recettività bassa. Per questo, è importante che il medico “rispetti” i

suoi tempi, deve calcolare che in quel momento il paziente non ascolta e, infine, nella fase di shock

“non deve metterlo di fronte a delle scelte”.

Come reazione alla malattia si presentano: rabbia, depressione, rifiuto e colpa. Queste, si alternano

ad un confronto della realtà con la malattia. I “sensi di colpa” sono legati alle proprie abitudini di

vita, a volte malsane, alla noncuranza rispetto a certe regole salutari). Naturalmente, è

importantissimo lavorare sui sensi di colpa. Quando il paziente presenta rabbia ritiene di essere

perseguitato e, spesso, si difende contro l’angoscia di perdere il controllo. La fase di rifiuto può

manifestarsi come una non aderenza alle terapie farmacologiche e ai controlli. Il rifiuto può

aumentare nel tempo con il progredire della malattia.

14/3/14

Molte volte i familiari vivono sentimenti conflittuali verso l’ammalato come amore, preoccupazione

ecc. ma allo stesso tempo rabbia, disgusto ecc. Perché si prova rabbia e risentimento verso la

persona ammalata? Questo accade perché gli si attribuisce la colpa della malattia, di essersela

cercata. Un’altra colpa che gli si attribuisce è quella che, piano piano, si sta abbandonando la

famiglia. Anche i familiari hanno paura della morte della persona ammalata. Può accadere che, di

fronte alle malattie gravi, la famiglia si fa carico di tutto (rapporto con il medico ecc.). in questi

casi, spesso, il paziente neanche sa che cosa ha ma lo intuisce con il tempo. Spesso accade nei

pazienti con HIV che tengano nascosta la loro patologia ai familiari anche per diversi anni. Ogni

famiglia affronta la malattia grave di un suo congiunto in modo del tutto particolare, a seconda di:

esperienza di vita che l’hanno segnata, gioco dei ruoli fra i vari membri, conflitti sottostanti, grado

di apertura verso l’esterno. Un evento stressante è gestito meglio se: c’è una buona comunicazione e

se c’è una vicinanza emotiva all’interno del sistema familiare. I cambiamenti disfunzionali di fronte

alla malattia nella famiglia sono: negazione della realtà o della malattia; la malattia come centro di

interesse. Il cambiamento disfunzionale è quella condizione in cui, ogni membro della famiglia,

lascia le proprie attività quotidiane per stare accanto al malato. L’aggressività è un meccanismo che,

spesso, viene usato dal malato. Questo meccanismo non funziona per sempre, funziona per un po’

ma poi, fa ritornare l’angoscia. Nelle malattie gravi le relazioni affettive sono sempre “sconvolte”.

Può accadere l’iperprotezione reciproca nella menzogna; spesso il malato può negare la malattia e,

infine, se l’angoscia è troppo grande spesso si abbandona il malato. Spesso in queste situazioni il

ricovero ospedaliero può essere un alleggerimento della situazione. Lo psicologo non ha il potere di

togliere il dolore, quello che può fare è quello di aiutare il malato ad integrare e mentalizzare il suo

dolore e renderglielo più leggero. L’intervento dello psicologo non deve essere per forza su tutto il

nucleo familiare, a volte basta intervenire su una sola persona del sistema familiare, sul referente. A

volte può bastare un solo intervento dello psicologo, consigliabile nel momento della grave diagnosi

che è un momento molto duro e che provoca molta ansia. Lo psicologo può aiutare i membri della

famiglia ad avere una comunicazione più aperta, dove è possibile parlare più liberamente. La


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Edo1511

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in Psicologia clinica e del ciclo di vita
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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Edo1511 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia della salute e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Maria SS. Assunta - Lumsa o del prof Campaniello Maria Consiglia.

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