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Appunti di Giulia B. - Psicologia dell'infanzia e counseling psicologico-educativo

Introduzione

Chiara Ionio e Luca Milani

Modulo I – Luca Milani

Il counseling con i bambini

Il counseling non si fa solo con il bambino; l’interlocutore dell’intervento è il bambino, ma non chi lo chiede. La prima seduta si fa con il genitore che lo porta fisicamente all’incontro. Le difficoltà a superare alcune fasi dello sviluppo, che possono essere le cause principali dell’aver portato il bambino ad un percorso di counseling, sono sempre dipendenti da dei cambiamenti nel “sistema famiglia”, per esempio un divorzio, in cui la sfida evolutiva sta nel mantenere e rafforzare le capacità genitoriali, non solo la propria, ma anche quella dell’ex-partner. C’è il rischio di depotenziare le capacità dell’altro genitore; dovrebbe invece subentrare la capacità di co-parenting.

I cambiamenti nel “sistema-famiglia” sono influenzati dalla cultura e dai modelli culturali del tempo, possono apportare difficoltà nella famiglia e nel minore. Innanzi tutto c’è una trasformazione nell’istituzione familiare: è cambiato il ruolo del padre da “padre-padrone” a papà più affettuoso e meno impositore di regole. Si è passati ad una famiglia nucleare, più ridotta, mentre prima si avevano più influenze da parte di nonni e zii (i genitori ora sono più soli e meno consigliati, ci sono meno figure di riferimento adulte per il bambino). Sono cambiate le relazioni interne; in alcuni casi al bambino stesso viene attribuita la scelta di come gestire l’agenda interna della famiglia, si attribuiscono al bambino delle decisioni che prima non aveva. È cambiata la relazione madre-padre: idealmente c’è un’eguaglianza, ma nella pratica 1 donna su 3 è vittima di un qualche tipo di violenza (verbale, fisica, sessuale) da parte di un bambino. Le dinamiche tra i genitori implicano una possibilità da entrambe le parti di avere una professione e di avere capacità di giudizio riguardo alla professione dell’altro; si tratta di un’evoluzione della condizione femminile.

Si ha un’evoluzione dell’immagine del bambino: le famiglie oggi sono puerocentriche, ruotano intorno al bambino. Il bambino non è più la tabula rasa, non è un elemento inerte, nasce invece con delle caratteristiche specifiche, con un temperamento proprio. Questo cambia anche il modo in cui l’adulto si rapporta con il bambino. Se il bambino ha un ciclo di sonno-veglia, questo permette anche che l’adulto, essendo più rilassato, si rapporta in modo più idoneo con il bambino e così via.

L’evoluzione dei modelli culturali vede una tendenza a perdere la dimensione del genitore come inquadramento normativo stabile, il quale dà le coordinate che non cambiano in base alla situazione, poiché si cerca di perseguire la felicità e la soddisfazione dei figli lasciando decidere ad essi ciò che dovrebbero decidere i genitori (es. l’ora di andare a letto). Testimonianza di quest’ultimo tipo si può avere con le pubblicità di immobiliare.it, dove i bambini stessi sono protagonisti di scelte che non sono in grado di fare, come scegliere una casa. Può capitare che l’influenzamento sociale porti un genitore a recarsi da un counselor per dei problemi a livello genitoriale. È necessario aiutare i genitori a sentirsi legittimati a recuperare il proprio ruolo genitoriale, creando condizioni per cui si possa esprimere nel modo più ottimale possibile, all'interno delle sue possibilità e capacità.

Ci si trova di fronte ad un cambiamento culturale anche in base a quello che fanno i bambini nel tempo libero. C’è una contrazione degli spazi di socializzazione informale rispetto a quelli formali; i bambini sono sempre più “incasellati” in corsi di nuoto/calcio/lingue/ecc. Non c’è più un gioco libero per strada, cortile, oratorio, ecc.; questo porta gli adulti ad avere una maggiore necessità di spazi socializzanti, e a chiedere un supporto alla funzione genitoriale. Tali bisogni hanno modificato e stanno tutt’ora modificando il rapporto tra gli utenti e i servizi e la necessità di ripensare su questi ultimi.

Una linea di sviluppo

Una linea di sviluppo è determinata dall’intersezione di due assi: natura (caratteristiche del bambino) e ambiente; il problema portato quindi può riguardare uno solo dei due assi o più probabilmente l’intersezione di entrambi. Ci sono delle domande che ci si deve porre riguardo al comportamento per quanto riguarda le tempistiche, le circostanze e la frequenza con cui questi comportamenti si verificano; inoltre è importante analizzare da quanto tempo il problema sia presente e consolidato. Verificare se ci siano stati dei cambiamenti improvvisi nella vita del bambino che possano essere causa del comportamento; indagare anche quanto il comportamento interferisce con il funzionamento della vita del bambino.

Il counseling rivolto ai bambini

È importante capire la natura e gli obiettivi del counseling rivolto al bambino, ma soprattutto sulla relazione che si instaura tra bambino e counselor. Per lavorare con i bambini è necessario che il counselor abbia fatto un lavoro su se stesso e che sia in contatto con il suo “bambino interiore”, che sia disposto a sognare, a giocare, ecc., non per il fine stesso dell’azione, restando sempre e comunque adulti. Conservare la capacità di saper giocare per giocare, ma anche di manovrare il gioco per portare il bambino all’espressione di determinati contenuti, diventa importantissima la relazione. Alcuni bambini affrontano i compiti di sviluppo con facilità, altri con difficoltà. Tutti i bambini hanno la possibilità di avere uno sviluppo ed una crescita sana, ma alcuni hanno bisogno di un supporto aggiuntivo dalla loro famiglia e dalle altre figure di riferimento.

Nel counseling con i bambini non è facile capire e decidere se sia o meno necessario un intervento. È necessario quindi porsi diverse domande:

  • Il comportamento del bambino è appropriato per la sua età e per il suo sviluppo?
  • Il comportamento del bambino è adeguato considerando le circostanze?
  • Quanto frequentemente il bambino mostra il comportamento disadattivo?
  • Da quanto tempo è presente il problema?
  • C’è stato un cambiamento improvviso nella vita del bambino?
  • Questo comportamento interferisce con il funzionamento del bambino?

Gli obiettivi del counseling

Inizialmente si raccolgono gli obiettivi dei genitori attraverso il racconto; nel frattempo già si osserva il tipo di bambino che si ha davanti (esplora, gioca, cerca di interagire, vuole essere partecipe, curiosa tra i disegni, ecc), i suoi obiettivi poi si raccolgono all’interno del percorso. Tra gli obiettivi ci sono anche quelle del counselor: pensare a quali sono le sfide evolutive, quali sono le aree della sua vita sulle quali sta impattando il problema e fare in modo che il problema giunga ad una soluzione.

L’importanza degli obiettivi è significativa in ordine “decrescente” dal primo (meno importante) al quarto livello (più importante); ad un primo livello si hanno obiettivi di base, che sono comuni a tutti gli interventi di counseling, sono i più generici:

  • Aiutare il bambino ad affrontare tematiche emozionali dolorose;
  • Aiutare il bambino a raggiungere un livello di congruenza rispetto a pensieri, emozioni e comportamenti, cioè darsi la libertà di esprimere le proprie emozioni quando le prova, di non avere paura del fallimento e di gioire dei propri successi, significa stare “dentro i propri confini” e iniziare a strutturare delle parti di sé che ancora non sono pronte;
  • Aiutare il bambino a sentirsi bene rispetto a se stesso;
  • Aiutare il bambino ad accettare i propri limiti e punti di forza e sentirsi bene rispetto ad essi (è il caso del bambino “adultizzato” che non ammette di avere limiti);
  • Aiutare il bambino a modificare i propri comportamenti che producono delle conseguenze negative;
  • Aiutare il bambino a funzionare in modo adattivo nei confronti dell’ambiente esterno (a casa e a scuola);
  • Massimizzare la possibilità che il bambino persegua le fasi dello sviluppo.

Gli obiettivi dei genitori (II livello) sono i primi con cui si viene a contatto e si basano sulle esigenze specifiche dei genitori (es. ricerca di un equilibrio tra la necessità di uscire e lavorare, avere spazi propri e allo stesso tempo adempiere al ruolo genitoriale). Sono generalmente implicite e riportano vissuti di senso di colpa oppure possono essere esplicite e quindi verbalizzate dai genitori stessi. Si basano sul comportamento direttamente osservabile; il genitore è la persona che ha maggiore conoscenza in merito al comportamento del bambino. Un pezzo della seduta deve essere dedicato alla raccolta di queste informazioni; quando i genitori raccontano qualcosa sui loro figli, rivelano implicitamente i loro obiettivi. Di solito non si orienta la relazione di aiuto su questi obiettivi. Vengono stabiliti dai genitori nel momento in cui richiedono un intervento di counseling per loro figlio e si basano sulle esigenze specifiche dei genitori e sul comportamento direttamente osservabile.

Gli obiettivi formulati dal counselor (III livello) sono obiettivi che hanno una contaminazione rispetto alle basi teoriche del counselor stesso, che derivano dalla sua esperienza professionale, dalle conoscenze di psicologia dell’infanzia e dell’adolescenza, dalla letteratura di ricerca sul tema. Sono di un livello più alto per evidenziare la professionalità e la competenza della persona. Vengono formulati in relazione all’ipotesi che si è costruito circa il motivo per cui il bambino/adolescente si comporta in quel particolare modo. Il counselor forma delle ipotesi sulla base dell’osservazione del bambino, ed è sempre utile mettere in discussione le proprie ipotesi e i propri obiettivi. Il counselor deve trarre informazioni: dalla sua esperienza professionale; delle conseguenze di psicologia dell’infanzia e dell’adolescenza; della letteratura di ricerca sul tema.

Gli obiettivi del bambino (IV livello) emergono solo durante le sedute, si basano sul materiale che il bambino porta nella seduta, che non è sempre ovvio, ma spesso è confuso e può essere ambivalente. È necessario capire quali siano i reali bisogni del bambino; rappresentano i bisogni reali del bambino. L’intervento di counseling non potrà essere in alcun modo efficace fino a quando le problematiche portate dal bambino non saranno prese in considerazione e trattate.

La relazione bambino-counselor

È il principale evento di trattamento, affinché sia efficace dovrebbe essere:

  • Un sistema di connessione tra il mondo e il setting: ci sono elementi di continuità con il suo quotidiano, ma anche delle differenze; c’è una libertà di espressione con alcune regole, deve sempre essere permeabile con ciò che avviene nella vita del bambino. Quindi anche se sono degli aspetti che non hanno direttamente a che fare con il problema del bambino, il bambino non deve adattarsi solo al setting, ma anche al mondo;
  • Esclusiva: la relazione è instaurata solo con il bambino, si deve convincere i genitori che la relazione non è sostitutiva di quella con i genitori, ma è una relazione nella quale il principale interlocutore è il bambino stesso e quindi per un certo periodo il bambino potrebbe raccontare solo al counselor e solo in un certo modo alcune informazioni. Non si toglie qualcosa al genitore, ma è una funzione essenziale della relazione, certe cose i bambini non possono/riescono a dire ai genitori, prima quindi passano dal dirlo al counselor;
  • Sicura: il bambino deve sentire un’accettazione incondizionata da parte del counselor, il bambino si deve fidare della relazione ed essere sicuro che il patto di riservatezza non sia violato per ragioni non chiare;
  • Autentica: nello studio il bambino può esprimere quello che si sente, superando le paure iniziali;
  • Confidenziale;
  • Non intrusiva: rispettare i tempi del bambino, si tratta di essere sensibili nel proporre le tecniche giuste al momento giusto;
  • Contestualizzata e con un obiettivo.

Un counselor che lavora con i bambini deve essere congruente, in contatto con il proprio “bambino interno” (ad esempio la capacità di saper slegare il processo dall’esito del processo, fare qualcosa per il gusto di farlo e non per ciò a cui porta), accogliente, capace di mantenere la giusta distanza emotiva.

Le fasi del counseling

Il counseling si articola attraverso diverse fasi:

Assessment iniziale

Fare assessment significa fare una valutazione. Inizialmente attraverso colloqui con la coppia genitoriale per raccogliere le informazioni di riferimento, si raccolgono gli obiettivi portati dai genitori che ci portano sulla base della loro visione il comportamento del bambino, e instaurare un’alleanza che va creata non solo con il bambino, ma anche con i genitori per avere una base condivisa e comunicare quale sia il problema identificato e la proposta di intervento che può essere sia di counseling sia in alcuni casi di livello più elevato e creare il contatto. Il genitore deve tollerare che per alcuni momenti il rapporto con il figlio risulti essere di tipo esclusivo. Nel raccogliere le informazioni di riferimento è necessario indagare diversi aspetti tra cui il comportamento del bambino, la storia del comportamento sintomatico (è un evento acuto, puntuale? O che impatta nella vita del bambino coinvolgendo anche altre aree oltre a quella del problema?), la comprensione dei genitori del problema, le risposte al problema, lo stato emotivo prevalente del bambino, il temperamento/personalità, la storia, l’ambiente di vita. Per quanto riguarda l’instaurare un’alleanza e creare il contatto, i genitori possono essere ansiosi e preoccupati in merito: all’inizio del trattamento, alla possibilità che il bambino racconti “problemi della famiglia”, al fatto di sentirsi genitori non adeguati. È importante fornire ai genitori l’opportunità di parlare con il counselor, non solo dei problemi del bambino, ma anche delle loro ansie, e fornire anche un quadro chiaro sulle caratteristiche della relazione counselor-bambino.

Trattamento

Può essere definito attraverso un diagramma di flusso nel quale dobbiamo prendere decisioni. Inizialmente selezionare gli strumenti più appropriati in quel momento per approcciarsi al bambino: alcuni strumenti sono il disegno, il gioco (che si suddivide in altre a seconda del contenuto che si vuole elicitare e della fase di età del bambino), con la finalità costante di mantenere un legame, un contatto con il bambino. Se si perde è necessario mettere in atto delle strategie per recuperarlo; è necessario aiutare il bambino a raccontare la propria storia, a cui si possono collegare quattro decisioni da prendere: utilizzare le tecniche e gli strumenti appropriati, rivalutare gli strumenti utilizzati, affrontare le resistenze (talvolta sono inconsapevoli, per farlo si può cambiare strumento, cambiare mezzo, cambiare tecnica. La resistenza deve essere affrontata altrimenti il bambino non prosegue), affrontare il transfert (quello che il bambino manifesta come se voi foste un genitore, e vive quelle emozioni riferite a voi, ma come se fossero relate ad un'altra persona per lui rilevante) e il controtransfert (la risposta che il bambino suscita nel counselor, come il bambino ci fa sentire in quel momento). Quello che otterremo sarà aiutare il bambino a sentire e affrontare le proprie emozioni e aiutare il bambino ad integrare i cambiamenti.

Valutazione dei cambiamenti

Si tratta di un assessment finale e una valutazione per poi arrivare alla fine del trattamento che non è mai una fine categorica, ma c’è la disponibilità a riprendere in carico il bambino in futuro se si presentano altri problemi, o anche a vedere i genitori senza prendersi in carico il bambino.

Fine del trattamento

La fine del trattamento può essere difficile sia per il bambino sia per il counselor. Ci sono situazioni in cui diventa difficile per il counselor decidere se terminare un trattamento: il bambino regredisce tornando a manifestare i comportamenti presenti prima del trattamento, il bambino porta in seduta nuove problematiche (in questo caso non si parte dall’inizio, perché c’è già un rapporto stabilito, può essere però che sia più difficile per densità di argomenti), il counselor può essere inconsapevolmente divenuto dipendente dalla relazione terapeutica (si tratta di un modo insolito in cui si presentano difficoltà, è esito di una probabile errata comprensione del controtransfert).

La spirale del cambiamento (Geldard & Geldard, 2008) e il caso di Amanda

  • Esistenza di un problema emotivo: la madre sostiene che la figlia sia disobbediente, non si sappia concentrare e abbia problemi emotivi (ansia, depressione);
  • Entra in relazione con il counselor: si può iniziare con un gioco libero senza proporre subito un’attività (in altri casi con un gioco di regole si può vedere non solo se il bambino sa stare nelle regole, ma anche come il bambino prova a “barare” per bypassare le regole); dall’osservazione di un gioco libero si nota in Amanda la sua grande creatività (risorsa), buon pensiero astratto anche a volte troppo compiacente (si lega al suo rapporto con la madre, bambina adultizzata);
  • Inizia a raccontare la sua storia: lo fa attraverso gli strumenti di gioco.
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher binattigiulia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dell'infanzia e counseling psicologico-educativo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Ionio Chiara.
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