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Psicologia dell'infanzia e counseling psicologico-educativo

Appunti per sostenere l'esame da frequentanti basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni della prof. Ionio dell’università degli Studi Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt, facoltà di psicologia. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Psicologia dell'infanzia e counseling psicologico-educativo docente Prof. C. Ionio

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appunti di Giulia B.

Sabbionaia X

Pittura X X X

Gioco Autostima Abilità comunicative Insight

Libri e storie X

Pongo X X X X

Giochi strutturati X X X

Drammatizzazione

Viaggio immaginario X X

Animali X X

Disegno X

Pupazzi X

Sabbionaia X X

Pittura X X

Le tabelle indicano i giochi per obiettivo (X: non molto appropriato; XX: per nulla appropriato)

Nuove tecnologie e sviluppo

I tempi sono cambiati e oggigiorno ci troviamo ad essere invasi dalla tecnologia; i bambini di

oggi e del futuro non possono essere considerati a prescindere delle diverse tecnologie nelle

quali sono costantemente immersi.

Negli anni sessanta/settanta in una tipica casa italiana si trovava il televisore, questo

costituiva un modo di raccogliere tutta la famiglia intorno ad essa, era solitamente situata nel

soggiorno e non erano presenti come oggi in ogni stanza.

Anche il telefono era presente e risultava essere in uno spazio familiarmente pubblico e non

privato, lo smartphone invece rende privato ciò che viene detto. Avere un solo telefono

permette un interesse per quello che succede, si vuole sentire per mostrare un interesse.

Oggi si trovano televisori più sottili e presenti in più stanze, è comparso il computer, spesso

più di uno. Internet è come avere una finestra su un modo vastissimo, dove tutte sembrano

essere delle fonti attendibili; internet non educa a diventare esperti nel distinguere le fonti.

Lo sviluppo neuronale dipende dall’uso che ne facciamo, quindi più viene utilizzato, più risulta

sviluppato; dalla nascita ai due anni le reti neuronali aumentano e si collegano tra loro in

maniera esponenziale. Le reti neurali non più utilizzate vengono dismesse; se non esercitiamo

una competenza per tempo questa va a sciogliersi; il cervello per essere efficiente deve

potersi rinnovare in continuazione.

La maggior parte delle connessioni neuronali avviene quando si è piccoli, ma non si completa

fino ai tardi 20 anni; un adulto rispetto ad un bambino di due anni è molto più efficiente nelle

abilità consolidate, anche se possiede minori connessioni

Le nuove tecnologie fanno imparare meglio alcune funzioni (come copiare/incollare,

impaginare, ecc), ma non altre come scrivere o imparare una poesia.

Le connessioni neuronali non sono importanti solo in termini di funzioni cognitive, ma anche

in termini di attitudini, valori e pattern comportamentali.

Le connessioni neurali non sono importanti solo in termini di funzioni cognitive, ma anche in

termini di attitudini, valori e pattern comportamentali.

12 appunti di Giulia B.

Bisogni e rischi del social network

Boyd nel 2011 crea il termine “Social grooming”, per indicare gli amici reali, con i quali si

trovano spazi di parola per rimanere in contatto tramite i social network che accomunano i

giovani per compiti, musica, sport, interessi. Si tratta di essere nella mente di qualcuno, pur

non fisicamente presente. Il mondo reale e il mondo virtuale non sono in contrapposizione,

ma convivono e si integrano tra di loro.

Per alcuni subentra però il rischio di privilegiare il mondo virtuale a quello reale, si tratta

principalmente dei più insicuri e più fragili che utilizzano le chat e i social network come

palestre sociali, percepite come minacciose, nelle quali allenarsi per i contatti nel mondo

“offline”, ovvero quello reale.

Ciò che crea dipendenza inizialmente nei ragazzi non è la tecnologia, ma le relazioni: il

bisogno di socializzazione è connaturato ai compiti evolutivi dei bambini e dei ragazzi. Quello

che è cambiato nel tempo è la possibilità di rimanere sempre e dovunque connessi con le

proprie relazioni.

Le attività svolte più frequentemente su internet sono vantaggiose o utili, si tratta di compiti

(85%), gioco (83%), guardare video (76%), comunicare con gli amici (62%).

I rischi della rete:

12% dei ragazzi europei si dichiara infastidito o turbato da qualcosa visto su internet:

• è necessario che i ragazzi sappiano selezionare le fonti credibili e affidabili;

il 7% dei ragazzi italiani è stato esposto a immagini a sfondo sessuale;

• il 2% dei ragazzi italiani ha ricevuto messaggi online offensivi o sgradevoli;

• il 4% dei ragazzi italiani è stato vittima di sexting: si tratta di una modalità di

• comunicazione intrusiva in cui l’oggetto di sexting si vede recapitate delle immagini di

natura sessuale non desiderate. Va oltre il processo di esplorazione sessuale che può

avvenire in adolescenza, anche con le nuove tecnologie. Può prendere anche le forme

di cyberbullismo (immagini prese durante un momento di intimità e poi riutilizzate).

Con il semplice atto di inviare immagini a sfondo sessuale di altre persone, il ragazzo si

sta mettendo in una situazione perseguibile senza averne assolutamente coscienza.

L’adolescente si espone a diverse condizioni di rischio se non è adeguatamente tutelato

dagli adulti;

il 27% dei ragazzi italiani ha dichiarato di aver comunicato via internet con qualcuno

• mai incontrato faccia a faccia;

Il 18% ha avuto contatto con contenuti disturbanti sul web (siti che incitano all’odio,

• all’uso di sostanze…).

Nasce un sentimento di de-individuazione del Sé personale nelle comunicazioni online nei

gruppi per facilitare l’individuazione con un Sé comune del gruppo.

Il problema non è essere esposti ai rischi della rete, perché il mondo è contraddistinto da

diverse fonti di rischio. Non bisogna pensare di mettere le nuove generazioni sotto una

campana di vetro: sembra di proteggerli ma in realtà si espongono a diversi rischi; il contatto

con il rischio e il suo superamento aiuta alla crescita. Inoltre, non si possono prevedere tutte

le fonti di rischio possibili, quindi non si possono proteggere da rischi che non si conoscono.

Quella che è meglio è una prospettiva di mediazione, quindi mettersi in mezzo in maniera

proattiva: metterli nelle condizioni di gestire, anche non da soli, i rischi e gli outcome di questi

rischi.

Dipendenenza da internet

Non si parla più di dipendenza da internet ma dipendenza da gaming su internet, perché è

l’unica forma per la quale ci sono criteri diagnostici affidabili sul DSM V. Le persone che

13 appunti di Giulia B.

studiano questo fenomeno considerano accettabile parlare di dipendenza da nuove

tecnologie: è probabile che la persona sia dipendente dalla funzione più allargata. Si usa come

diagnosi validata soltanto la dipendenza da gaming su internet. Ma perché uno non dovrebbe

essere dipendente dalle tecnologie? Perché l’essere umano ingaggia una dipendenza verso

qualcosa? Il nucleo fondativo è il tentativo di modificare l’umore, quindi la persona regola

l’umore con un comportamento.

Le psicotecnologie, termine coniato da Derrick De Kerckhove (1996): sono tecnologie

particolarmente appropriate a rispondere a esigenze psicologiche, perché entrano in forte

contatto con la realtà psichica. Perché una situazione di realtà virtuale è così coinvolgente?

Perché è una sorta di reificazione del pensiero, ovvero raggiunge una densità quasi tangibile.

Non soltanto mimano il funzionamento psichico dell’umano ma permettono di entrare in

risonanza molto forte con la realtà psichica. Per i social, anche la più densa rete sociale di

contatti online è solo una sequenza infinita di 1 e di 0, ma vi è la rilevanza data dal singolo

soggetto: entra in risonanza, perché si presta al fatto che l’essere umano possa fare

un’attribuzione di valore di quello che vede. Influenzano la mente umana dal punto di vista

emotivo e cognitivo. Sono istantanee, connesse e interattive. Le nuove tecnologie sono

estensioni del Sé e modificatori dello stato mentale.

L’essere umano apprende anche a seconda di che tecnologie si crea per apprendere. I rischi

psicosociali e psicopatologici sono: le dipendenze tecnologiche, la dipendenza da internet, il

disturbo da gioco su internet.

Griffiths (1995) definisce le dipendenze tecnologiche come dipendenze comportamentali che

implicano l’interazione uomo-macchina.

I clinici per riflettere sulle dipendenze sono partiti dall’aspetto clinico della dipendenza da

sostanza:

dominanza delle attività nei pensieri, affetti e comportamenti: la persona con

• dipendenza da smartphone tende a pensare ad esso quando non dovrebbe, tende ad

usarlo quando non dovrebbe;

alterazione del tono dell’umore: la sostanza viene usata, all’inizio, per altre ragioni, poi

• ci si accorge che fa da modulatore del tono dell’umore;

tolleranza: si alza la soglia di sopportazione. La mente funziona nello stesso modo. La

• “dose” di assorbimento nei social che prima bastava, adesso non basta più;

astinenza: se si cessa l’assunzione, o la messa in atto di quel determinato

• comportamento, quel comportamento viene a mancare e ci si sente proprio peggio;

conflitto: ad un certo punto, il comportamento entra in conflitto con altre attività

• importanti della vita;

ricaduta: il soggetto cerca anche di limitare il comportamento, ma non riesce per cui

• ricade nel comportamento dipendente perché la mente della persona è talmente

assorbita dal comportamento (reificazione clinica);

definizione e inquadramento diagnostico: molto controversi, non si può fare una

• diagnosi di tipo psichiatrico;

conseguenze negative sul comportamento quotidiano (resa lavorativa, relazioni

• personali, modificazioni disfunzionali dello stile di vita): perché vi sia una dipendenza

deve esserci una conseguenza negativa;

spostamento progressivo dal mondo reale al mondo mediato;

• perdita di controllo sul proprio comportamento: il controllo è spesso più elevato

• rispetto a quello che pensiamo di avere;

l’uso delle nuove tecnologie è finalizzato a regolarizzare gli stati emotivi: strada della

• dipendenza. Il problema è quando l’umore è accettabile solo se si usano le tecnologie.

14 appunti di Giulia B.

Dal punto di vista lessicale, ci sono diverse chiavi di lettura della dipendenza da internet:

piacere;

• preferenza: fino a qui si è ancora all’interno del piacere e della scelta;

• abitudine: quando si ha un’abitudine, non si sceglie ogni singola volta di mettere in atto

• quel comportamento; l’azione diventa scontata, si perde la capacità di saper scegliere e

apprezzare la scelta di quel comportamento;

ossessione: si entra nella dimensione della distruttività; non si può più parlare

• dell’ossessione per internet perché ormai è ovunque. Prima si parlava di ossessione

perché navigare su internet era un evento molto staccato dalle azioni quotidiane. Il

carattere di novità fa molto dell’ossessione. Il problema è quando diventa abitudine,

quindi non si prende più la decisione di iniziare l’attività perché si è sempre connessi.

Il soggetto perde il controllo di quello che sta facendo. Se c’è qualcosa di nuovo, si

attira molto l’attenzione l’esplorazione, ma a lungo andare questo circuito fa perdere il

controllo di quello che si mette in atto;

dipendenza.

La dipendenza da internet (Internet Adiction Disorder)

Goldberg fece un articolo scherzoso per far riflettere gli accademici su questo aspetto nel

1995. Ci si accorse poi che molte persone potevano avere forme di dipendenza da internet. La

dipendenza porta ad un uso maladattivo della rete che comporta tolleranza, astinenza e

conseguenze negative dal punto di vista psicologico, famigliare, sociale, lavorativo e sintomi di

astinenza. Il soggetto aumenta progressivamente le ore di connessione e ne perde il controllo.

Diviene sempre più difficile limitarne l’uso, compaiono sgradevoli sintomi di astinenza

(agitazione, ansia, pensieri ossessivi, ecc); il soggetto continua a usare la rete nonostante un

decremento funzionale nelle diverse aree.

Questa è la base quasi provocatoria su cui si fondano tutti gli studi sulla dipendenza e la sua

prevalenza.

Una delle prime a studiare la dipendenza la definisce una patologia come disturbo del

controllo degli impulsi che non implica l’assunzione di una sostanza. Se ci fosse solo un

criterio quantitativo per definire ciò che è dipendenza da ciò che non lo è non sarebbe

sufficiente, perché si perdono diversi aspetti fondamentali della dipendenza. Se si usasse un

criterio temporale, adesso saremmo tutti dipendenti, perché si rimane connessi anche di

notte, l’oggetto è sempre connesso.

Gli studi a livello complessivo e mondiale parlavano di una prevalenza (numero di persone

affette da quella patologia all’interno della popolazione di riferimento) del 6% della

popolazione complessiva. (L’incidenza invece è la quantità di persone, all’interno della

popolazione, che corrono il rischio di ammalarsi durante un certo periodo di tempo). In

adolescenza: 4,7%. La percentuale sale nelle fasce di età successive: 6-15% tra gli adulti; 18%

tra gli universitari.

Un’importante caratteristica delle persone affette da IAD è definita POSI (preference of online

social interaction), si tratta di una preferenza per l’interazione sociale mediata dalle nuove

tecnologie.

Disturbo da gioco su internet

I criteri per la diagnosi sono i seguenti; è necessario che siano presenti 5 o più criteri per

almeno 12 mesi:

1. preoccupazione riguardo a giochi su internet: pensare alle precedenti attività e

anticipare le prossime, il gioco diventa la principale attività quotidiana;

15 appunti di Giulia B.

2. sintomi di astinenza quando viene impedito il gioco su internet: irritabilità, ansia,

tristezza;

3. tolleranza: bisogno di trascorrere crescenti quantità di tempo impegnati in giochi

su internet;

4. tentativi infruttuosi di limitare la partecipazione ai giochi su internet;

5. perdita di interesse verso i precedenti hobby e divertimenti come risultato dei, e

con l’eccezione dei, giochi su internet;

6. uso continuativo ed eccessivo dei giochi su internet nonostante la consapevolezza

di problemi psicosociali;

7. avere ingannato i membri della famiglia, i terapeuti o altri riguardo la quantità di

tempo passata giocando su internet;

8. uso dei giochi su internet per mitigare od eludere stati d’animo negativi

(sensazione di disperazione, di senso di colpa, ansia);

9. aver messo a repentaglio o perso una relazione, un lavoro o un’opportunità

formativa o di carriera a causa della partecipazione a giochi su internet.

Il nono sintomo risulta essere il più grave e rilevante rispetto agli altri; il DSM parifica i

sintomi l’uno all’altro, ma dal punto di vista evolutivo questo non è possibile. È necessario

chiedersi quale tra i sintomi è più rilevante nel predire una traiettoria tipica o atipica.

Per quale motivo nasce questa dipendenza?

Permette di sperimentare una sorta di onnipotenza perché: si svolge in una situazione

• di anonimato, alcuni di più altri di meno, si tratta di un paradosso: l’utente pensa di

essere anonimo, ma la tracciabilità dell’utente che ha emesso qualcosa rimane sempre;

controllo dei tempi e dei modi di comunicazione, un’azione che era irrilevante, come

togliere una persona da un gruppo di contatti, è diventata un’azione/atto comunicativo

molto importante. Il portato comunicativo non è neutro, si è portato ad avere

un’etichetta che regola gli scambi a distanza; disclosure selettiva: gli adolescenti

possono avere diversi profili; assenza del non verbale; superamento dei vincoli spazio-

temporali. Fanno sperimentare una sensazione di maggior controllo e se un soggetto è

in una situazione di fragilità sente queste caratteristiche come di empowerment. Il

problema è riconoscere se queste siano reali o fittizie;

nei social media non si è esposti a tutti i possibili contatti, ma vi è un processo di

• selezione delle reti;

se la persona vive una situazione di stress e di tensione, può ricorrere alla rete come

• strategia di coping;

caratteristiche di personalità come il novelty seeking o il sensation seeking possono

• aggiungersi al quadro, facilitando l’instaurarsi di dipendenza. L’idea di poter navigare

in maniera mediata con tantissime persone potrebbe rispondere al desiderio di novità.

Per quanto riguarda il sensation seeking: è la ricerca di essere sempre in una

condizione di arousal, ricerca della sensazione fisica di incremento di arousal. Perché

nel contesto dell’attività con le nuove tecnologie? È sempre sulla dimensione

interpersonale, quindi entrare in relazione con persone che non si conoscono. Ricerca

di sensazioni sempre nuove con persone sconosciute, con incontri sfuggevoli, con

relazioni molto intime, il brivido della scoperta quando si pensa di essere davvero

nell’anonimato. Fenomeno del Trolling: il troll è l’elemento intrusivo che porta idee

palesemente provocatorie giusto per il gusto di andare contro all’idea comune del

gruppo. È l’outgroup che entra in un gruppo consolidato.

Scommesse sportive: tocca aspetti di sensation seeking, passando comunicazione che

scommetere online è un’attività eccitante, collegata all’azione agonista. In realtà lo

scommettitore non fa parte di questo mondo. Tocca il gusto per il rischio che anima le

16 appunti di Giulia B.

persone facendo un’azione che non ha niente a che vedere con quello su cui sta

scommettendo. È l’euristica della rappresentatività.

Istruzioni per l’uso

È probabile che il dipendente sfoghi parti del suo malessere nelle nuove tecnologie. Riportare

la domanda clinica non all’oggetto ma al malessere del minore. Se si sta solo sull’oggetto si fa

solo un lavoro parziale, non si risolve il problema alla base.

Carenze interpersonali;

• Modalità di risoluzione di problemi disfunzionali;

• Competenze sociali limitate o in quel momento meno sviluppate;

• Qualità della relazione genitore-figlio;

• Qualità delle relazioni interpersonali.

Il genitore ha l’idea di focalizzare il problema del ragazzo sull’oggetto, ma lo psicologo deve

capire la qualità educativa e relazionale della relazione genitore-figlio.

Non è sufficiente interagire con il computer per apprendere le competenze adulte. I nativi

digitali hanno una comprensione maggiore e più informale di come funzionano le nuove

tecnologie, ma alcune competenze non si apprendono senza l’intervento dell’adulto. Devono

imparare ad usare la macchina in maniera appropriata.

Gli immigranti digitali sono le persone che non parlano il linguaggio delle tecnologie come

primo linguaggio, quindi conservano l’accento di come imparavano e interagivano quando

loro erano giovani. I genitori e gli insegnanti sono immigranti digitali (ma lo siamo anche noi).

Spesso però gli immigranti digitali sono diventati entusiasti digitali.

I nativi e gli immigranti devono comunque parlare e incontrarsi. I nativi necessitano il

supporto adulto; gli immigranti devono aiutare i nativi non parlando la loro lingua. Digital

gap: qualità dell’uso delle tecnologie. Problema del ruolo: fino all’avvento delle tecnologie,

genitori e insegnanti erano molto più competenti dei giovani e trasmettevano il loro sapere

sia con il proprio esempio sia insegnando loro come si fa. Oggi, un genitore ha molte più

difficoltà. Non può però fare un passo indietro di ruolo solo perché è meno competente.

Bisogna rendere più competenti gli adulti, far perdere l’accento originale. Rispetto ai

videogame i genitori sono un po’ più radicali. Ci può essere un rovesciamento di competenze,

ma non un rovesciamento di ruoli!

I genitori spesso non sono consapevoli dei rischi, almeno la metà dei genitori di figli che

hanno dichiarato di aver visto immagini sessuali su internet, ignorano questo stato. I figli non

gliel’hanno mai detto ma neanche i genitori l’hanno mai chiesto. Il 13% dei genitori non mette

in atto alcuna strategia di mediazione. Solo il 28% blocca siti Web dannosi o inappropriati. Il

28% dei ragazzi dichiara di ignorare i consigli dei genitori.

Il controllo

Se si controlla, si scoprono delle cose, e se si scoprono cose che non si riescono a gestire? È

meglio quindi favorire la fiducia tra genitore e figlio: creare uno spazio di confronto tra

genitore e figlio, si può essere un elemento di aiuto e di indirizzo per la navigazione del figlio.

L’adulto non vuole neanche cercare il senso della navigazione. Bisogna cercare il senso

dell’uso delle nuove tecnologie.

È necessario promuovere l’uso responsabile attraverso la mediazione: se c’è zero intervento:

vi sono massimi rischi ma anche massime opportunità; attraverso la mediazione restrittiva si

minimizzano i rischi, con l’accesso limitato ad alcuni siti, ma si minimizzano anche le

opportunità e si stimolano minori competenze. Attraverso una mediazione attiva: si

diminuiscono i rischi (ma non li si azzera mai), mantenendo comunque alto le possibilità di

trovare nuove opportunità, si è nelle condizioni migliori per gestire l’evento spaventoso o non

17 appunti di Giulia B.

desiderato; consiste nel confronto con altri genitori e con la scuola, la famiglia non può essere

lasciata solo a gestire la problematica; nel conoscere la rete e favorire l’auto-tutela, ovvero

chiedere aiuto all’adulto se necessario, oppure alla autorità; nello stabilire un rapporto di

fiducia; nel condividere le attività online, nella sua vita online il genitore non deve essere un

alieno. Per il genitore l’incompetenza tecnica non deve essere una giustificazione del passo

indietro di ruolo.

Indicazioni pratiche

Per quanto riguarda i social networks:

1. Modificare il livello della privacy.

2. Decidere chi può “vedere” i contenuti: solo gli amici reali.

3. Verificare le impostazioni: guardare il profilo come lo vede un estraneo.

4. Controllare il “tagging”.

5. Non pubblicare informazioni sensibili.

Per quanto riguarda il gaming online:

1. limitare il tempo speso nell’online gaming.

2. Favorire un bilancio salutare tra il gioco online e altre attività socialmente salienti

(incontrare amici).

3. Controllare la valutazione PEGI del gioco.

4. Concordare regole solide in merito agli acquisti online.

5. Non condividere informazioni personali durante il gioco.

6. Provare prima il gioco e… giocare insieme!

Per quanto riguarda la navigazione:

1. E’ possibile filtrare e bloccare siti considerati inappropriati.

2. Monitorare le attività online (…con differenti strategie per bambini e adolescenti…).

3. Favorire un rapporto di fiducia: se si incontra qualche contenuto indesiderato,

comunicarlo a mamma e papà o a un adulto di riferimento.

Per quanto riguarda gli amici online:

1. Suggerire attenzione per «amici» online che appaiono troppo «amichevoli», che

condividono esattamente gli stessi gusti, le stesse passioni…

2. Porre attenzione alle incongruenze nei racconti degli amici online (si scopre che sono

più grandi di quello che avevano detto…).

3. SEGUIRE L’ISTINTO!

4. Usare particolare cautela se uno sconosciuto introduce argomenti sessuali nella

discussione.

5. Riferirsi a un adulto di fiducia.

6. Imporre regole per eventuali incontri con amici online.

Per quanto riguarda gli incontri offline:

1. Conoscere BENE chi si va a incontrare (dove abita, com’è la sua famiglia, etc..).

2. Informare un adulto di fiducia sui dettagli dell’incontro e della persona che si incontra.

3. Informare un adulto di fiducia su dove sarà l’incontro e quando si prevede di rientrare.

4. Fare una ricerca sull’identità di chi si va a incontrare (google, facebook, etc…).

5. Chiedere a un adulto di fiducia di essere presente all’incontro.

6. Incontrarsi in un luogo pubblico.

7. Portare un telefono carico.

8. SEGUIRE L’ISTINTO! 18 appunti di Giulia B.

9. Incontrare la persona per più volte, seguendo queste indicazioni.

I videogame

È la prima industria mondiale di intrattenimento, in perenne estensione che sta introducendo

in maniera liquida nelle smart tv, nei telefoni. È una dimensione che riguarda tutti, perché

tutti giocano. I game si stanno generando anche come linee narrative, come quasi linee di

epica narrativa. Poi c’è la pubblicità secondaria.

Sollecitano un apprendimento formale e informale su cui chiedersi che cosa fa il contenuto e il

contenitore. Come il contenuto viene trasmesso al giocatore (forma)? A differenza degli altri

media ingaggiano il giocatore in prima persona. Player vuol dire anche elemento del sistema.

Le ultime forme di game stanno valicando il paradossale confine tra reale e virtuale

generando effetti nel mondo reale, quindi stimolando il gamer nella vita reale. Ci sono giochi

che sollecitano delle azioni nel mondo reale.

Come sempre, ci sono gli apocalittici, ovvero quelli che dicono che i videogiochi sono

diseducativi, ma bisogna chiedersi cosa fanno e quali effetti abbiano. Non si tratta solo di

resistenza al cambiamento:

Notevole velocità del processo tecnologico;

• Spesso non è possibile per gli adulti ricorrere alle proprie esperienze infantili quindi

à

• danno dei giudizi generati da paradigmi di semplificazione.

Le opzioni dei media non sono sempre affidabili.

Il mondo dei videogame: ormai hanno 50 anni.

I primi video game erano basati su sequenze di testo: il giocatore doveva interagire con uno

scenario narrato.

Si inizia ad avere delle rappresentazioni grafiche, non molto attraenti.

La ragione per cui i game sono particolarmente ingaggianti va ricercata anche nella loro

qualità di immagine (alto livello di stimolazione percettiva molto di più rispetto ad un film).

à

Qui c’è l’insieme di interazione e il crescente livello di funzionamento. C’è anche la

stimolazione percettiva multicanale: suono, video, traccia sonora. Un evento, che sia

spaventoso o meno, si vive con molta più salienza. C’è anche la stimolazione tattile: i sistemi di

gioco accettano qualsiasi gesto corporeo del giocatore. La traccia cognitiva di quello che si fa

nel videogame rimane molto più impressa.

È ingaggiante perché cambia il livello di sfida in base all’input del giocatore, quindi si adatta

alla capacità del giocatore. I giochi degli anni 80 erano molto più basati sulla rapidità

percettiva e di risposta (sono più frustranti, il giocatore perde molto più spesso); oggi invece è

calibrato sulle capacità del giocatore stesso. Il programmatore è molto più interessato affinché

il giocatore finisca il gioco. La ricompensa negli anni 80 era simile al flipper, ovvero il

giocatore poteva visualizzare le proprie iniziali nella classifica pubblica (si ricavava una sorta

di piacere narcisistico). Oggi non avviene quasi più, i primi avevano la leaderboard. Il

punteggio era la ricompensa della bravura e sforzo del giocatore. Dagli anni 90 i videogiochi

sono diventati loro stessi le ricompense, i premi (assassins creed). È un meccanismo molto

potente! Il rinforzo è molto più forte se associato alla dimensione sociale. Il gioco è ricorsivo,

ovvero feedback di se stesso.

Nei videogiochi è possibile esplorare soluzioni sempre diverse ed è molto incentivata come

attività. Il problema nasce quando i ragazzini trasportano questa modalità di tentativo per

prove ed errori nella vita reale: infatti, nel gioco l’unica sanzione è ripetere il gioco non c’è

à

sanzione commisurata a quanto si è commesso nel game e quello che avverrebbe nel mondo

reale.

Il gioco richiede anche un controllo molto alto dell’ambiente di gioco: i videogiochi sono uno

degli strumenti più potenti per esercitare la capacità di tenere presente più stimoli in un unico

sistema. 19 appunti di Giulia B.

Vengono attivati processi di identificazione (livello emotivo) e di pensiero (livello cognitivo).

Versante rischioso dell’identificazione: se si alimentano le linee identificazione con quello che

avviene nello schermo, si finisce a spendere qualcosa nella realtà.

Nodi problematici:

Stimolazione percettiva riflessione;

à

• Sfida e i contenuti? Violenza, linguaggio…

à

• Spazi di simulazione curare anche gli spazi reali

à

• Controllo dell’ambiente nella realtà c’è sanzione, nel gioco non sempre

à

• Fantasia/realismo addestrarsi a distinguere l’una e l’altro.

à

Effetti: Complessità e variabilità ne contenuti e forme gli effetti dell’interazione con i

à

• contenuti possono essere molto diversi dagli effetti dell’interazione con le forme. I

contenuti violenti non fanno bene: se si usano videogiochi con contenuti aggressivi si

diventa più aggressivi.

È un problema di misure.

ð

La distribuzione temperamentale dell’aggressività nella popolazione non è divisa equamente

per tutte le persone, è probabile che sia una normale. L’aggressività di tratto non è distribuito

equamente in tutti. La maggior parte delle persone sta: sempre rispettoso e gentile; occasioni

comportamento rude; occasionali pensieri aggressivi; aggressività verbale.

Gli altri step sono: aggressività relazionale, occasionali pensieri violenti, qualche spinta,

minaccia di violenza, aggressione fisica, violenza letale.

Legano un livello di attivazione molto elevato con un livello molto piacevole.

I videogame prosociali educano a diventare prosociali i contenuti fanno la differenza.

à

Fuel Rats: gioco di esplorazione spaziale degli anni 80 (elite), metteva il giocatore ai comandi

della navicella e poteva scegliere la carriera che poteva seguire.

MODULO II – Chiara Ionio

Le tecniche di counseling rivolto ai bambini

Quando si lavora con i bambini è importante avere un approccio completamente diverso; con

adulti e adolescenti si utilizza principalmente un canale verbale, questo non è sempre

possibile con i bambini, sia per un fattore di sviluppo cognitivo, sia perché con altre tecniche

si possono avere una maggiore quantità di informazioni in un modo meno intrusivo. Nel

contratto iniziale con il bambino è importante far capire che quello che viene detto nella

seduta resta nella seduta, che è una situazione protetta, poi ci sarà un momento di

restituzione al genitore, ma sarà deciso insieme che cosa e quando dire.

Le tecniche principali sono:

osservazione: inizia fin dal primo colloquio, in cui il counselor osserva la relazione del

• bambino con i genitori, la modalità di separazione e il comportamento generale del

bambino, è importante osservare già il bambino dalla sala di attesa, per vedere come si

relaziona con il caregiver, come si separa da lui come affronta un evento stressante

come la conoscenza con una figura professionale che lui non ha mai visto; queste

abilità non iniziano nella stanza, ma iniziano fin da subito, sono dati non strutturati che

ci permettono di arricchire le informazioni riguardo al bambino; nella stanza si andrà

vedere sia come si relaziona con lo psicologo, sia come si relaziona con ambiente e con

se stesso, come e se è in grado di stare da solo. È bene osservare il bambino sia nel

gioco solitario, sia nel gioco in interazione. Si va ad osservare l’aspetto generale (il

bambino è adeguatamente vestito rispetto alla stagione e alla “sua temperatura”? È ben

20 appunti di Giulia B.

pulito, curato?), il comportamento (come sta nella stanza? È in grado di esplorare

oppure sta in disparte?), l’umore e l’affettività (notare il modo in cui racconta le cose,

la velocità con cui lo fa, sono aspetti che si colgono nel momento in cui si sta in

relazione), il funzionamento intellettivo e i processi di pensiero (capacità di

produrre un pensiero logico, di dare delle sequenza temporali corrette, ecc), l’eloquio

e il linguaggio (tic, balbuzie, termini non appropriati, strutture sintattiche tipiche di

fasi di sviluppo precedenti), le abilità motorie (la stanza del counseling deve essere

abbastanza libera per il bambino e permettere di svolgere i giochi e le attività che il

bambino vuole fare, e questo permette di valutare se il bambino ama muoversi e se ha

lo sviluppo motorio consono alla fase di sviluppo, si può così osservare anche se il

bambino è agile), il gioco (è lo strumento principale con cui si lavora con il bambino,

inizialmente si va a vedere qual è il livello di sviluppo ludico, se il bambino vuole

giocare con il counselor o se preferisce giocare da solo, soprattutto nella fase di

valutazione; il gioco dipende molto dalla patologia del bambino), la relazione con il

counselor. È sempre bene tenere presente quali sono le tappe dello sviluppo

normativo, tenendo conto però delle differenze individuali;

ascolto attivo: è una tecnica che ci aiuta ad entrare nel mondo del bambino con rispetto

• dei suoi pensieri. Ci sono quattro componenti principali dell’ascolto attivo:

sintonizzarsi con il comportamento non-verbale, utilizzare risposte brevi, utilizzare

l’interpretazione dei contenuti e degli stati emotivi (si tratta di riformulazioni che

utilizzano un linguaggio diverso);

tecniche per facilitare il racconto della storia del bambino: colloquio, gioco, disegno,

• fiabe).

Interpretazione dei contenuti. Si dice in modo chiaro ciò che sta avvenendo sul piano

simbolico, questo permette al bambino di rendersi conto della presenza del counselor che è li

per ascoltarlo, inoltre il bambino diventa più consapevole di quello che ha appena detto.

L’interpretazione dei contenuti è utile per aiutare il bambino a muoversi in avanti nella sua

esplorazione di eventi e sentimenti.

Interpretazione degli stati emotivi. Accresce la consapevolezza del bambino in merito alle

emozioni che prova e lo stimola ad affrontare le proprie emozioni piuttosto che ad evitarle.

Bisogna sempre stare attenti ad interpretare le emozioni del bambino nel momento in cui lui è

pronto ad affrontarle. Interpretare gli stati emotivi permette al bambino di vivere pienamente

le proprie emozioni e di conseguenza sentirsi meglio. Una volta che queste emozioni vengono

liberate il bambino può diventare più libero di pensare e capace di operare scelte costruttive

verso il futuro.

Le interpretazioni

Le interpretazioni possono essere utilizzate con obiettivi diversi:

permettere al bambino di sentire ed esprimere una emozione particolare;

• permettere al counselor di comprendere quanto sta succedendo in un particolare

• momento;

permettere al counselor di sostenere gli sforzi del bambino;

• chiarire alcuni eventi durante un’attività;

• dare al bambino dei feedback su ciò che sta facendo senza esprimere giudizio.

Dal momento che per il bambino è difficile raccontare ad un adulto le proprie preoccupazioni,

è necessario che il counselor non solo entri in relazione con il bambino e lo inviti a raccontare

la propria storia, ma anche che crei un ambiente tale per cui il bambino possa continuare a

raccontare anche se prova sentimenti di paura e dolore. È possibile aiutare il bambino a

21 appunti di Giulia B.

raccontare la sua storia utilizzando l’osservazione e l’ascolto attivo, le interpretazioni, le

domande (aperte e/o chiuse), i materiali presenti nella stanza (giochi, animali, colori). È

difficile stimolare il racconto nei bambini e bisogna utilizzare questo metodo con molta

cautela, così come con le domande; infatti quando lavoriamo con i bambini è bene: porre le

domande strettamente necessarie; se necessario porre delle domande aperte, in modo tale da

stimolare il bambino a raccontare la sua storia dal suo punto di vista, per vedere le due storie

(genitori e bambino) e notare i punti di incontro e non, e capire perché genitori e bambini

hanno delle visioni differenti; evitare di utilizzare le “domande perché”, si tratta di domande

che solitamente veicolano un giudizio o un errore rispetto a quello che il bambino ci sta

dicendo; evitare di porre domande per soddisfare le nostre curiosità, gli psicologi devono

lasciare il paziente libero di raccontare ciò che vuole. La prima domanda che si fa è chiedere

cosa ne pensa il bambino del fatto che i genitori li abbiano portati lì.

Quando le domande vengono utilizzate in modo corretto possono essere di aiuto al bambino

nell’aumentare la propria consapevolezza in merito ad alcuni temi e quindi per poter

proseguire lungo la “Spirale del cambiamento”.

Il disegno

Viene utilizzato il disegno perché è un’attività amata dai bambini ed è uno strumento

transizionale che permette al bambino di esprimersi e raccontarsi in maniera mediata. Il

disegno ha gli obiettivi di:

aiutare il bambino a raccontare e condividere la sua storia;

• dare la possibilità al bambino di esprimere le emozioni più intense e inconsce;

• aiutare il bambino a ottenere un senso di padronanza degli eventi che hanno vissuto o

• stanno vivendo.

Anche il disegno libero è una grossa fonte di informazioni per lo psicologo perché il bambino

tira fuori il suo mondo interno e lo mette sul foglio ma senza passare attraverso

un’organizzazione cognitiva che richiederebbe il dover raccontare. Il disegno aiuta il bambino

a prendere le distanze da sentimenti, temi ed eventi connessi alla propria storia, ma al

contempo a raccontarli; i bambini che non sono in grado di parlare dei propri bisogni e

desideri in connessione con il passato, il presente e il futuro, possono riuscire a farlo

attraverso il disegno, il disegno aiuta il bambino a comunicare pensieri, sentimenti ed

esperienze utilizzando la propria immaginazione e capacità di simbolizzazione.

Stadi dell’evoluzione del disegno

Stadio motorio (fino ai 2 anni). Il bambino disegna ovunque e senza un senso per lasciare un

segno nel mondo; è importante che il bambino impari ad affermare il suo io anche senza

disegnare su un muro (pratica educativa).

Stadio percettivo (2 anni – 2 anni e mezzo). Maggiore coordinazione oculo-manuale e inizia a

dare un significato al proprio disegno, non ha ancora un’intenzione comunicativa, prima

disegna e poi gli assegna un significato.

Stadio rappresentativo (3 anni). Il bambino disegna con un’intenzionalità anche se non sempre

c’è un accostamento reale tra ciò che disegna e ciò che vorrebbe fare; compare l’ “omino

testone”; c’è intenzione comunicativa di rappresentare qualcosa.

Stadio sociale e comunicativo (4 anni in poi). Manifestazioni sempre più rappresentative e

intenzionali, il bambino disegna quello che sa. 22 appunti di Giulia B.

Schematismi del disegno

Il bambino inizia con i tracciati. Sono elementi disorganizzati tra loro.

diagrammi combinazioni di tracciati, sono segnali legati l’uno all’altro.

I sono

Le combinazioni sono somme di più diagrammi.

Gli aggregati sono somme complesse di segni semplici.

Infine compaiono le immagini vere proprie, che consistono in disegni figurativi.

Test grafico della figura umana

Il test è stato ideato da Goodenough-Harris nel 1926 e viene utilizzato per misurare il

potenziale intellettivo di bambino con disabilità o come screening cognitivo per bambini in

età prescolare. L’evoluzione dal punto di vista del disegno indica un’evoluzione dal punto di

vista cognitivo e della conoscenza di sé.

Per la codifica vengono utilizzati 73 indici per i maschi e 71 per le femmine e rilevano la

presenza/assenza di dettagli nelle figure, la loro complessità, la proporzione tra gli elementi

che costituiscono l’intera figura, la qualità delle linee e l’utilizzo di particolari tecniche

pittoriche. Per ciascun elemento si assegna un punto: il punteggio ottenuto rappresenta un

indicatore della maturità intellettiva del soggetto.

Successivamente Machover nel 1951 vede il test come un indicatore della personalità del

bambino: ogni parte del corpo è indicatore di qualcos’altro, la testa è la zona del pensiero,

della vita mentale, il collo è la zona di collegamento tra vita cognitiva (testa) e istintiva

(tronco), il tronco è la zona dell’istintualità, delle pulsioni, le gambe sono la zona del contatto

con la realtà e i legami del passato e le braccia e mani sono il contatto con l’ambiente esterno,

la socialità. Nel momento in cui un bambino accentua o riduce la rappresentazione corporea

di una di queste parti, secondo M. sta comunicando una sua difficoltà o bisogno connesso

all’area implicata. La codifica avviene a tre livelli: elementi grafici, si nota la qualità del tratto e

delle linee, pressione, cancellature e ombreggiature; elementi formali, come collocazione del

foglio, sequenza di esecuzione delle parti, dimensioni e proporzioni, numero di dettagli,

trasparenze, simmetria, orientamento, movimento, tempo di esecuzione; elementi di

contenuto, sia a livello globale (es. impressione complessiva della figura) sia analitico

(elementi del corpo raffigurati che costituiscono delle zone generali di influenza con uno

specifico significato simbolico). 23 appunti di Giulia B.

Il bambino nella pioggia

È un test che ha alla base la figura umana, ci permette di far emergere i meccanismi di difesa

che i bambini possono mettere in campo in situazioni ambientali negative (in questo caso la

pioggia). La consegna è di disegnare una persona sotto la pioggia. Nella codifica c’è una lettura

dei simboli grafici e contenutistici secondo i criteri generali relativi al test della figura umana

di Machover, ai quali si aggiungono le interpretazioni circa le difese dei bambini.

Per esempio la presenza di un ombrello che “difende” dalla pioggia, un ombrello grande o

colorato è ancora più indicativo di questa difesa; e la presenza di altri elementi di difesa, come

ad esempio una casa. Si devono anche notare elementi indicatori di disagio come per esempio

un fulmine o l’intensità della pioggia.

Child Drawing: Hospital (CD:H)

La consegna è “Disegna come ti immagini un bambino in ospedale. Custodirò il tuo disegno

quando l’avrai terminato”; l’obiettivo è misurare il livello d’ansia di bambini ospedalizzati in

età scolare si utilizza una griglia divisa in tre parti (A, B, C). La parte A è costituita da 14 item,

relativi a: posizione, azione, altezza della persona, spessore della persona, espressione

facciale, occhi, dimensione della persona in relazione all’ambiente, colori predominanti,

numero di colori usati, utilizzo del foglio di carta, posizionamento sul foglio di carta, qualità

del tratto, presenza di attrezzatura ospedaliera, livello di sviluppo. La parte B è composta da 8

item più specifici, che costituiscono già dei possibili indici di patologia (omissione,

l’esagerazione e la de-accentuazione di una parte del corpo, distorsione, omissione di due o

più parti del corpo, trasparenza, profili mixati, e ombreggiatura). La parte C è valuta il senso

globale espresso dal disegno, ponendo una certa attenzione al livello d’ansia e alle capacità di

coping. Il punteggio totale al CD:H è dato dalla somma della parte A, B, C.

Il disegno della famiglia (Corman 1967, Castellazzi 2005)

Si tratta dello strumento privilegiato nel lavoro con bambini e adolescenti. Esso consente

l’analisi della situazione psicoaffettiva individuale, mettendo in evidenza l’immagine di sé e la

sua collocazione nel nucleo famigliare, le relazioni oggettuali strutturate e interiorizzate, i

conflitti vissuti nei confronti del gruppo famigliare e i relativi meccanismi di difesa attivati.

L’obiettivo del test è rilevare la mentalizzazione della famiglia attraverso l’analisi della

rappresentazione grafica che l’esecutore fa di sé, collocata all’interno della rete emotiva

famigliare. Il test evidenzia come lo spazio originario, diadico e gruppale, è stato interiorizzato

e permette di cogliere la struttura di fondo della personalità.

Le richieste possono essere differenti: si può chiedere il disegno della famiglia reale, della

famiglia immaginaria (la consegna è “disegna una famiglia”, si vede la rappresentazione che il

bambino si dà della famiglia) o il disegno cinetico della famiglia (in cui la consegna è “disegna

una famiglia mentre fa qualcosa”, è interessante vedere come e se viene condivisa l’attività,

introdurre l’elemento cinetico permette di valutare l’elemento relazionale-comunicativo e la

interrelazione tra i diversi membri del nucleo famigliare).

La lettura del test avviene su tre livelli:

livello grafico: implica la comprensione del disegno in relazione al tipo di linee

• tracciate, alla pressione sul foglio, all’uso del colore (in particolare alla presenza o

meno di annerimenti e ombreggiature) e delle cancellature;

livello delle strutture formali: consente una valutazione di come il disegno eseguito

• esprime, in modo più o meno equilibrato e completo, l’immagine della famiglia;

livello del contenuto: esaminando il contenuto espresso dal disegno e integrandolo al

• materiale rilevato durante l’inchiesta, viene effettuato un confronto sistematico tra la

famiglia reale, anagrafica, e quella rappresentata graficamente.

24 appunti di Giulia B.

L’albero

La consegna è “Disegna un albero qualunque, come ti viene in mente. Poi, se vuoi, lo puoi

colorare”. I tre elementi che vanno osservati nel test dell’albero sono:

le radici: simboleggiano l’affettività. Rappresentano la vita dell’Io che, protetto e

• nutrito dall’affetto materno, si fortifica e cresce stabile e sicuro. Ci riconducono al

mondo delle emozioni, al legame che si stabilisce tra madre (radici) e figlio (tronco);

il tronco: simboleggia l’Io, esprime la percezione di sé e la sicurezza che il bambino

• possiede;

la chioma: simboleggia la proiezione verso l’esterno. I rami segnalano l’apertura o la

• chiusura verso la comunicazione, l’adattabilità, la solidarietà e l’amore. Esprime la

capacità di ridimensionare il proprio egocentrismo per ridistribuire le energie verso

l’Altro.

La fiaba

Si tratta di un mezzo che crea una forte relazione tra bambino e adulto, la fiaba come

strumento per creare un legame con il proprio bambino. Propp dice che la fiaba ha iniziato ad

esistere nel momento in cui si sono di fatto interrotti quelli che venivano chiamati riti di

passaggio, il bambino era tenuto a svolgere dei riti che testimoniavano che era diventato più

grande; nel momento in cui l’umanità è evoluta i riti di passaggio sono stati sistematizzato

entro quello che noi chiamiamo fiaba o favola: in tutte le culture esistono fiabe e favole che

rimandano a determinate tematiche evolutive.

Qual è la differenza tra la fiaba e la favola?

La fiaba è una struttura narrativa che ha come protagonista un personaggio umana e questo

uomo è spesso circondato da personaggi del mondo fantastico che sono figure accessorie che

possono aiutare o ostacolare il protagonista della nostra fiaba in determinate avventure e

sfide, ma anche dare insegnamenti al bambino su come si possono affrontare le difficoltà della

vita. Le fiabe hanno un lieto fine, anche se questo non esclude la presenza di aspetti crudi e

violenti: i bambini non rimangono turbati da questi aspetti ma le fanno proprie dal punto di

vista psicologico.

Le favole hanno protagonisti animali che esaltano in maniera positiva o negativa vizi e virtù

dell’uomo, permettono al bambino un’identificazione mediata e una maggiore comprensione

di quelli che sono gli atteggiamenti corretti o scorretti dal punto di vista morale che lui

potrebbe mettere in atto con gli altri. Tutti questi racconti agiscono nel mondo interno del

bambino e lo aiutano a elaborare alcune caratteristiche emotive.

La fiaba è un sostegno dell’Io perché il bambino facilmente si identifica con un personaggio

della fiaba che sia il protagonista, l’antagonista o un aiutante, questa identificazione sarà

quello che permetterà al bambino di crescere; permette la canalizzazione ed espressione,

senza sensi di colpa, le pulsioni aggressive e distruttive; evoca, in modo inconscio o

preconscio, la problematica dell’ascoltatore e sprona a ricercare una soluzione positiva;

promuove lo sviluppo cognitivo ed emotivo e facilita il superamento di disagi psichici;

rappresenta e aiuta a rivivere simbolicamente problematiche quotidiane o situazioni

pregnanti in un contesto protetto e fantastico; avvicina il mondo interno del bambino a quello

magico della storia, permettendo il confronto con i proprio stati d’animo, emozioni e reazioni;

mette ordine al caos interno permettendo al bambino di trarre conclusioni e significati che

interiorizza e ripropone nella vita quotidiana.

La fiaba è uno dei pochissimi ambiti nel quali si trovano i mezzi per discendere più in giù, nei

luoghi dell’interiorità che la mente cosciente difficilmente esplora, in questo senso essa

permette di scoprire e analizzare il mondo interno del bambino perché raggiunge paure, ansie

25 appunti di Giulia B.

e problemi inconsci e consci.

La fiaba incoraggia la libera espressione dei problemi e la manifestazione di aspetti nascosti

della psiche del soggetto; aiuta e stimola l’analisi dei propri pensieri e del comportamento in

relazione al sé ed agli altri; insegna, tramite la raccolta e la sintesi di informazioni, la necessità

di risolvere problemi, promuovendo un pensiero positivo; promuove relazioni riducendo

l’ansia incoraggiando l’espressione dell’emotività; fornisce un modo divertente per

sperimentare nuove abilità ricercando soluzioni alternative, utilizzando l’immaginazione e la

fantasia.

Processo di cura con la fiaba

Quando si è di fronte a un bambino con difficoltà espressive, che è inibito graficamente e non

riesce a raccontare attraverso il disegno o se è inibito nel gioco e non riesce a creare un gioco

comunicativo e simbolico, la fiaba viene in aiuto e si può cercare di scegliere una storia adatta

a lavorare sulle emozioni del bambino; questo si può fare solo ed esclusivamente se si ha una

relazione con il bambino, senza la relazione non si cura, è il primo obiettivo costituirne una.

Si possono intraprendere diverse strade:

scegliere una storia che pensa possa essere adatta al paziente;

• chiedere al paziente di portare una storia che è piaciuta particolarmente;

• chiedere al paziente di inventarsi una storia.

Dopo aver scelto la strada migliore per lavorare con il bambino si legge la fiaba che è stata

scelta e si lavora cercando di aiutare il bambino a comprendere con quale personaggio si è

identificato, dove somiglia e dove si differenziano, si lavora dentro la storia cercando di capire

perché quel personaggio, cosa ha fatto, se trova altre somiglianza tra personaggi della storia e

le persone a lui vicino. Quando il bambino crea la storia solitamente la scrive, è necessario

lasciare il tempo e lo spazio per farlo. È importante aiutare il bambino a identificare quali

sono i cambiamenti messi in atto su di sé attraverso la lettura della fiaba scritta.

Il metodo delle favole di Luisa Düss

Si tratta di un test abbastanza antico e che oggi non si utilizza più molto; è del 1940 quando la

psicologia dell’età evolutiva stava nascendo, molto improntata sulla visione stadiale freudiana

e risente di questa matrice culturale del tempo. Il test si propone di osservare e valutare la

personalità del bambino da un punto di vista psicoanalitico, considerando le principali

strategie di simbolizzazione infantile. La somministrazione prevede un momento di colloquio

con il bambino, al quale si riferisce che verranno lette delle piccole fiabe delle quali dovrà

indovinare il seguito, potendo dire tutto ciò che pensa, senza che le sue risposte vengano

giudicate giuste o sbagliate. Sono presenti 10 favole nel test:

la storia dell’uccellino: valuta il legame di attaccamento e la presenza della capacità di

• separarsi con autonomia e indipendenza;

la storia dell’anniversario di matrimonio: lavora sulla triangolazione, nel momento in cui

• non c’è più la relazione diadica con la madre, ma subentra anche il ruolo del padre;

la storia dell’agnellino: va a lavorare sulla difficoltà dello svezzamento e studia il rapporto

• con i fratelli;

il funerale: lavora sui sensi di colpa e le pulsioni di morte, malinconia, depressione;

• una storia di paura: lavora sui temi di angoscia e aggressività;

• la storia dell’elefante: va a valutare il complesso di castrazione nei maschi;

• la storia dell’oggetto costruito: lavora sulla presenza di tratti ossessivi di ritenzione,

• difficoltà di lasciar andare, di possesso;

passeggiata col babbo e la mamma: indaga il complesso edipico sia nei maschi che nelle

• femmine;

la storia della notizia: come il bambino affronta le sue paure legate a questioni non

• 26 appunti di Giulia B.

prevedibili della storia;

la favola del brutto sogno: è di controllo e verifica se il bambino ha dato risposte sentite o

• per desiderabilità sociale.

Il test delle fiabe (Fairy Tale Test) di Karina Coulacoglou

Utilizzato come strumento terapeutico che si pone l’obiettivo di valutare la personalità dei

bambini attraverso uno strumento standardizzato. Si tratta di un test proiettivo tematico per

bambini dai 6 ai 12 anni, vi sono 21 tavole stimolo presentate a gruppi di tre, si tratta di

personaggi di fiabe molto note che riflettono temi specifici. Vengono fatte domande per avere

lo stato soggettivo e le motivazioni personaggi. La trama e la cornice spazio-temporale tipica

della fiaba favorisce l’identificazione del bambino con il protagonista, attiva dei movimenti

proiettivi, permette di cogliere alcuni aspetti rilevanti del funzionamento mentale e della

personalità del bambino.

Ci sono domande che sono comuni ai set con i personaggi: “Che cosa pensa e prova ogni

personaggio? Perché?” e “Quali dei tre è il vero personaggio? Perché?”.

Ci sono poi altre domande specifiche per ciascuna tavola.

I punti di debolezza riguardano la lunghezza eccessiva, di circa 45 minuti, l’insistenza nelle

domande, poichè risulta essere difficile per i bambini di 6-8 anni differenziare le emozioni dai

pensieri. I punti di forza si riflettono nelle caratteristiche di a-spazialità e a-temporalità della

fiaba e dei suoi protagonisti favoriscono l’identificazione attiva e i movimenti proiettivi;

inoltre si tratta di uno strumento che piace ai bambini e attraverso cui essi comunicano anche

ciò che non osano dire.

Riflessioni sul film “Il grande cocomero”

Nel film ci sono due tipi di prendersi cura: nella relazione con il paziente e nel fornire cure. È

importante però mettere dei confini e far capire al bambino e al genitore che c’è uno spazio,

un setting in cui si svolge la cura. Prendersi cura vuol dire entrare nel mondo del paziente,

trovare il modo migliore, lo strumento più efficace per entrare nella relazione; non c’è uno

standard e non c’è un “meglio”, dipende tutto dalla situazione e dal bambino che abbiamo

davanti. È importante che ci sia uno spazio di lavoro distinto dallo spazio del privato. Il tempo

del colloquio diventa un tempo interno, se ha significato: può diventare un tempo di fuga

quando ci sono temi ancora non trattati o troppo difficili per loro, il tempo è indicatore di

quanto il bambino sente di stare lavorando rispetto alle sue questioni significative. I genitori

sono i nostri committenti, di conseguenza è necessario tenerne conto nel momento in cui si

lavora; essi possono avere un ruolo nell’origine del disturbo nel bambino.

Counseling e burnout

Uno dei rischi che si possono correre nella professione è quella di far nostre le problematiche

della famiglia e del bambino e mettere in campo modalità di protezione e di cura che non sono

però richieste dal punto di vista professionale. Il riconoscimento dell’impotenza percepita da

un bambino che presenta un disagio può elicitare negli operatori un forte senso di protezione

e cura. Gli operatori che lavorano con i bambini possono avere una forte identificazione con

loro, possono sentire lo stesso senso d’impotenza, possono sentirsi sopraffatti ed inadeguati,

possono sentirsi soli nel far fronte alla situazione. Non è la presenza di questi sentimenti

nell’operare ad ostacolare il lavoro, ma è l’incapacità di gestire questi sentimenti che può

interferire con il processo di cura. Qualsiasi sia l’approccio, si è in una relazione e come tale si

viene toccati, ci sono temi che i pazienti portano che possono toccare delle corde particolari,

che impediscono di sentire e leggere cosa porta il paziente, perché il counselor può aver

dissociato il sentimento oppure lo sente fortemente, senza riuscire a distinguere quello che è

del paziente e quello che è suo. 27 appunti di Giulia B.

Il burnout è la risposta ad una serie di fonti lavorative stressanti avvertite come intollerabili,

risposta evidentemente non funzionale e che necessita laddove si manifesta di essere accolta e

“curata”. Le principali cause possono essere suddivise in due questioni: situazionali

(caratteristiche del lavoro e del conteso organizzativo in cui si lavora, sovraccarico lavorativo,

richiesta continua di intimità, stress emozionale, perdita di controllo); individuali

(demografiche, personalità, concezione di sé, motivazione personale, controllo emotivo).

L’operatore spesso non riesce a trovare uno spazio per sé, percepisce di non avere più in

mano la situazione e ciò che va alla deriva è causato dalla sua incapacità di stare sul caso; il

lavoro nel sociale è ad alto livello di stress, soprattutto in situazioni che non prendono la

direzione sperata e aumentano la frustrazione.

Ci sono degli step nel burnout:

esaurimento emozionale: senso di sfinimento nel soggetto, come se all’operatore

• mancasse l’energia per affrontare il nuovo giorno lavorativo e percepisse uno

svuotamento emozionale, come se sentendo di non riuscire più a dare nel lavoro ci

fosse un ritiro dall’investimento, che porta a sua volta al pensiero di non essere più

capace di fare il proprio lavoro (circolo vizioso);

spersonalizzazione: c’è un completo distacco con quelli che sono i vissuti del proprio

• paziente;

ridotta realizzazione personale: l’operatore si sente inadeguato per il proprio lavoro e

• vive ogni nuova situazione come opprimente, senza riuscire ad uscire da quel circolo

vizioso che si è creato.

I sintomi posso essere diversi: sintomi fisici (tensione, irritabilità, spossatezza, frequenti mal

di testa); sintomi emotivi (stato dell’umore depresso con visione negativa della vita e

pesantezza emotiva, presenza di ansia, ostilità nei confronti degli altri, forte disillusione

rispetto al proprio ruolo); sintomi comportamentali (assenteismo al lavoro, diminuzione della

performance lavorativa, abuso di nicotina e alcol); sintomi interpersonali (diminuzione delle

rete sociale, rigidità rispetto al proprio ruolo professionale, allontanamento progressivo nelle

relazioni sia con i colleghi sia con i pazienti); sintomi attitudinali (cinismo, rigidità di pensiero,

bassa autostima, atteggiamenti generali negativi verso il proprio lavoro e verso

l’organizzazione a cui appartiene). Questi sintomi possono comparire a volte insieme, a volte

divisi e a volte anche senza burnout, magari in periodi di forte affaticamento; riconoscere il

burnout consiste nel sentirsi bloccati nella propria situazione.

Per evitare o ridurre il burnout è importante seguire training e attività professionalizzanti,

lavorare su di sé e acquisire nuove tecniche permette di approcciarsi ai pazienti con strumenti

nuovi; lavorare con pazienti con diverse patologie, ciò permette di vedere gradienti di

patologie psichiche diverse, lavorando con una sola patologia si può correre il rischio di

mettere in atto delle routine, senza stare attenti ai bisogni del paziente che rischia di stagnarsi

e non evolvere; trovare colleghi che capiscano e che possano dare supporto, è

importantissimo il confronto che può avvenire con psicologi, assistenti sociali, ecc; andare in

supervisione, importante strumento che permette di discutere i nodi critici della particolare

situazione con cui si fa fatica a lavorare; impegnarsi in un lavoro sul sé, se si è in burnout

significa che in quel momento si è in un nodo critico che non ci permette di lavorare.

Gravidanza: aspetti psicologici

La ricerca ha portato in evidenza che la gravidanza non è solo un percorso di accrescimento

fisico del feto, ma è un primo momento in cui si crea una relazione tra il bambino, la sua

mamma e il suo papà, il suo ambiente. La relazione con la mamma è una relazione diretta, la

relazione con il papà è una relazione mediata.

La gravidanza diventa un momento chiave nella società contemporanea, quando diventa parte

di una scelta all’interno di una progettualità di coppia, dentro questa scelta entrano le

28 appunti di Giulia B.

caratteristiche individuali della coppia che sceglie di avere un bambino, spesso è vincolata al

raggiungimento di obiettivi economici e professionali, alla qualità del rapporto di coppia, alla

rete di supporto sociale; avere un bambino ora fa parte di una scelta programmata, anche in

seguito alla diffusione delle tecniche contraccettive e a un timing sociale meno definito e

vincolante che in passato, e questo cambia di gran lunga la concezione dell’essere genitori.

Diventare genitori non è un evento puntale coincidente con la nascita del figlio, ma un lungo e

laborioso processo fisico e psichico che affonda le radici nella storia di ciascun individuo, è

necessario riflettere sulle proprie percezioni, sensazioni, ricordi che una persona ha dei

propri genitori, quelle caratteristiche che ha interiorizzato, perché questi modelli permettono

al futuro genitore di dare un senso alla costruzione della propria nuova identità, di fare una

scelta su che tipo di genitore si pensa di poter essere, su che tipo di continuità con lo stile

educativo avuto si vuole mantenere, non si tratta quindi di un nuovo inizio, ma di una

continuazione di una storia che già è stata scritta; attraverso questo lavoro sulla propria

storia è necessario ridefinire il proprio ruolo e le relazione esistenti; diventare genitori

implica la creazione di nuovi legami, perché si è maggiormente portati a scegliere legami di

tipo amicale con persone che stanno vivendo la propria situazione.

Le traiettorie che vengono prese da mamma e papà nell’affrontare la gravidanza sono molto

diverse: la mamma ha la possibilità di vivere il bambino sempre, il papà lo inizia a vivere a

seconda di quanto la mamma gli permette di accedere al mondo interno. È un momento

instabile perché bisogna ristabilire le proprie dinamiche famigliari, le emozioni che possono

essere elicitate sono le più disparate, se una gravidanza è cercata vengono prima gioia e

soddisfazione, ma possono anche comparire timori e ansie rispetto alla propria capacità di

essere genitore, la paura delle modificazioni del corpo della donna, il fastidio di un corpo che

cambia così velocemente, e questi cambiamenti portano l’idea di dover rinunciare a qualcosa

e riadattarlo al terzo che sta arrivando.

La madre

La madre deve passare attraverso tre tipi di trasformazioni: quelle fisiche, quelle psicologiche

e quelle relazionali; tutte e tre devono essere accolte e fatte proprie per arrivare ad una

transizione alla genitorialità. I nove mesi possono essere utilizzati come tempo di

apprendimento: una delle prime avvisaglie del fatto che una donna sia incita è data dalla

presenza di nausee, che dal punto di vista psicologico aiuta la donna ha prendere

consapevolezza del fatto che dentro di lei stia avvenendo qualcosa di diverso, la nausea è un

modo che il corpo ha di dire che il bambino c’è e la rassicura perché il bambino non si sente e

non si vede, la mamma è chiamata ad iniziare il processo di preoccupazione materna primaria,

cioè una predisposizione mentale che permetta di pensare se stessa in relazione ad un altro,

che è il bambino. La preoccupazione materna primaria inizia quando il bambino è nella pancia

e questi segnali fisici sono input che permettono di iniziare a pensarsi come una mamma. Man

mano che passa il tempo le trasformazioni fisiche portano all’ingrossamento della pancia e

iniziano i primi movimenti fetali e quindi si sente che il bambino c’è perché si vede e si sente;

la mamma a questo punto prova anche dei disturbi (sonno, fame, digestione, ecc), questo

permette dal punto di vista fisico di allenarsi a quando il bambino arriva. L’ultimo step è

quello relazionale, si passa dall’essere moglie e figlia, all’essere mamma, tutto questo prevede

una ridefinizione che si ha con le persone significative. I compiti che la donna deve affrontare

durante i nove mesi della gravidanza sono innanzitutto quella di accettazione del proprio

bambino e in secondo luogo quella della riorganizzazione delle proprie relazioni oggettuali e

la preparazione per la nascita-separazione del bambino che è dentro di lei; solo in questo

modo è possibile prepararsi in modo adattivo alla nascita del bambino.

Il corpo che cambia mette la donna di fronte ad un’instabilità emotiva dovuta al cambiamento

del suo schema corporeo. I fianchi si arrotondano, il peso aumenta e si verificano dei

29 appunti di Giulia B.

mutamenti somatici. I rapidi cambiamenti che destabilizzano l’immagine fisica della donna

preparano dunque il terreno per una nuova organizzazione dell’identità; è importante che la

donna impari ad accettare e integrare la sua nuova immagine corporea; i cambiamenti fisici

sono poi accompagnati da sintomi quali nausea, vomito, stanchezza che sono diretta

espressione della conflittualità del vissuto materno. Affinchè la gravidanza sia accettata e

vissuta in modo pieno è importante che la donna possieda una buona immagine corporea,

frutto della sua storia personale e delle influenze ambientali e sociali.

Pines individua quattro fasi mettendo in relazione le fantasie della donna con gli eventi

somatici relativi alle diverse fasi della gravidanza:

1. Dal concepimento fino alla percezione dei movimenti fetali. Si verificano alcune

modificazioni dell’immagine corporea che si accompagnano a un aumento

dell’investimento oggettuale sul sé, ad una regressione e a una accresciuta sensazione

di passività;

2. Dalla percezione dei movimenti fetali fino alla fine della gravidanza. Il feto viene

riconosciuto come entità a sé stante le caratteristiche che solitamente in questo

periodo vengono attribuite al feto risentono delle fantasie consce e inconsce della

madre;

3. Ultimi momenti prima del parto. Sono caratterizzati dalla presenza di ansie riguardanti

la paura di morire, del dolore, dell’integrità del bambino, del travaglio e del parto e

dalla necessità sempre più alta di portare a termine la gravidanza;

4. Subito dopo il parto. È un periodo caratterizzato da numerosi cambiamenti: i

mutamenti del corpo (ventre che torna normale, seno che si ingrossa), la separazione

dal bambino, la relazione con il bambino reale.

In questo intervallo evolutivo la donna si trova ad aver a che fare con dei sentimenti e dei

comportamenti regressivi, cioè che hanno a che fare con la sfera dell'infanzia. La donna sente

il bisogno di essere accudita e coccolata e mostra una certa fragilità emotiva che può

manifestarsi con degli sbalzi d'umore e con l'espressione improvvisa e dirompente di

emozioni come la tristezza e la rabbia. In questa fase può anche sentire il bisogno istintivo, e a

volte inconscio, di riavvicinarsi alla propria madre e di elaborare conflitti non risolti. Il

confronto con la propria madre scaturisce dal bisogno di costituire una propria identità come

madre, di trarre esempio da lei o prenderne distanza. La donna in questo delicato periodo

evolutivo della gravidanza si trova anche a dover cambiare "stato": da figlia a madre, un

passaggio esistenziale paragonabile a una vera e propria crisi. Verrà messa alla prova sulle

sue capacità di curare, proteggere ed educare e su un suo generale senso di competenza.

In questo periodo, la donna in attesa vive spesso un conflitto tra due tendenze opposte: la

crescita e la regressione. Se, per un verso, la gravidanza è esperienza di sviluppo completo e,

quindi, di passaggio a una fase più adulta, per un altro verso è un periodo in cui si verificano

ritiri ed evocazioni "infantili". È un momento fisiologico di stress.

Se in precedenza la donna era stato il polo “materno” della relazione di coppia, ora spetta

all’uomo fungere da supporto emotivo rispetto alle ansie ed alle paure della donna incinta,

sostenendola e ‘nutrendola’ affettivamente in questo periodo, proprio come ella nutre e fa

crescere il figlio che porta in grembo. Ora prendono forma sia fantasie consce che inconsce

rispetto al bambino (ad es. sul suo aspetto fisionomico, sul suo temperamento caratteriale,

sulla rosa di nomi), ossia “prende forma e spazio” nella vita dei futuri genitori. Questi

momenti sanciscono non solo la trasformazione della relazione di coppia in una situazione

triangolare ma introduce un nuovo elemento in quanto moglie e marito iniziano a percepirsi

come coppia genitoriale. Creare nella coppia la consuetudine a comunicare e confrontarsi sui

30 appunti di Giulia B.

temi della genitorialità, su fantasie, timori e dubbi circa la prospettiva di vita con il bambino

rappresenta una importante prevenzione delle difficoltà che la coppia si troverà ad affrontare.

Questa interiorizzazione predispone alla comunicazione e all’ascolto del proprio bambino e

pone le basi per lo sviluppo della relazione affettiva e di attaccamento.

Altri autori hanno individuato diversi periodi: un primo periodo caratterizzato dal silenzio

poiché i cambiamenti corporei non sono ancora evidenti, dove il feto è pensato come qualcosa

del proprio sé, è il primo trimestre, siamo nel periodo di formazione della placenta; il secondo

trimestre, in cui la mamma inizia a sentire il bambino come altro da sé, grazie ai movimenti

fetali e inizia a pensare alle caratteristiche del bambino, si inizia a evidenziare la presenza di

“un altro da sé” su cui si concentra l’attenzione e che diventa oggetto di immaginazione e si

rinforza il sentimento di maternità; il terzo semestre in cui la pesantezza della donna può

portare alla voglia di separarsi dal bambino, la voglia di partorire e vedere chi è in realtà

questo bambino, c’è un rallentamento dei movimenti fetali, dovuto sia all’effettiva mancanza

di spazio, sia ad una minore capacità percettiva della madre causata da un intensa angoscia

accompagnata dal capovolgimento del feto.

La donna è impegnata in un incessante lavoro psichico che coinvolge realtà e fantasia e che la

porta a fantasticare su di lei, sul bambino e il parto. L’aspetto fantastico emerge in modo più

manifesto in alcuni momenti, ma accompagna la gravidanza in tutto il suo svolgersi: per

quanto riguarda aspettative, paure e sogni consce possono trovare uno spazio immaginativo

condiviso con il partner attraverso la scelta del nome, la scoperta del sesso, i preparativi; vi

sono paure e fantasie profonde che sfociano in angoscia genetica e angoscia di morte; e

attraverso l’attività onirica dell’ultimo trimestre, possono esservi a volte dei sogni catastrofici

che sono rappresentazioni delle trasformazioni psichiche che la donna sta vivendo.

La gravidanza coinvolge il mondo relazione della donna consentendone una verifica e

apportando ad esso alcune modificazioni:

relazione con il feto: il bambino può essere visto come pericoloso per il corpo e la vita

• privata, come parte di sé dal punto di vista della madre, come bambino oggetto nella

mente, un bambino da pensare e su cui fantasticare;

relazione con la madre: si passa da figlia a madre, si possono provare sentimenti di

• perdita o di conquista;

relazione con il partner: si può provare un narcisismo della gravidanza, con un

• ripiegamento su di sé e il distacco, cresce l’interesse per la nuova identità di padre del

compagno, il partner è visto come un contenitore esterno che protegge e permette di

elaborare.

Tutto questo porta alla concettualizzazione da parte di Raphael-Leff di tre tipi diversi di

madre in gravidanza:

mamma facilitante: considera il diventare madre come parte finale della costruzione

• della propria identità di genere, alcune madri si abbandonano alla regressione e nel

momento in cui il bambino inizia a muoversi lo considera come qualcuno con cui stare

in relazione, un compagno con cui confrontarsi, la futura mamma inizia a differenziarsi

dalla propria madre, accetta volentieri i cambiamenti che la gravidanza le pone e dal

punto di vista intrapsichico è portata ad idealizzare la gravidanza come il momento più

bello della propria vita;

madre regolatrice: vive la gravidanza solo come un passaggio obbligato per avere un

• figlio, prova fastidio per le trasformazioni corporee, non vuole farsi influenzare dalla

31 appunti di Giulia B.

gravidanza, il bambino viene visto come un intruso che la vuole tenere lontana dai suoi

impegni, il parto è visto come un esperienza minacciosa;

madre reciproca: una madre che riesce ben a equilibrare una relazione verso il proprio

• bambino e una relazione verso il proprio io.

Attaccamento madre-bambino

L’attaccamento madre-bambino ha le sue radici già nella fase intra-uterina; si tratta di un

investimento psichico della mamma nei confronti del suo bambino; quindi quanto più la

mamma percepisce il proprio bimbo come una persona separata da sé, tanto più questa

mamma metterà mentalmente del coinvolgimento emotivo nel pensare a questo bambino. Nel

1945 Deutsch ipotizzò per prima l’attaccamento prenatale e Rubin ipotizza quattro compiti

legati alla gravidanza: ricerca di una transizione sicura per sé e il bimbo; assicurarsi che il

bambino venga accettato dalle persone significative della propria famiglia, creare un legame

con il proprio bambino sconosciuto; imparare a donarsi.

L’attaccamento ha inizio quando la donna inizia a formarsi l’immagine mentale del proprio

bambino e sente il desiderio di allevarlo e proteggerlo; l’attaccamento al feto sembra iniziare

alla decima settimana di gravidanza e cresce significativamente e rapidamente a partire dalla

sedicesima settimana.

L’attaccamento prenatale sarebbe dato da una parte legata più alla predisposizione genetica,

dall’altra dall’ambiente affettivo-motivazionale che si crea tra la mamma e il suo bambino.

Durante la vita fetale vi è un imprinting neurobiologico, dato che nel corso della gestazione

l’emisfero cerebrale destro, responsabile della socialità e delle emozioni, si forma e si

struttura in modo dipendente dal suo ambiente condiviso, cioè l’utero materno e, in senso più

generale, tutta la madre, gli ormoni materni regolano l’espressione di geni nel cervello fetale.

Le primissime esperienze affettive di interazione madre-feto influenzano direttamente la

maturazione dell’emisfero cerebrale destro fetale che è connesso allo sviluppo prenatale del

sistema nervoso autonomo e all’asse ipotalamo-adreno-pituitario che regola la risposta

individuale allo stress (Schore 2002). L’esperienza prenatale di interazione con l’ambiente

influisce sulla struttura del sistema nervoso centrale e sull’architettura del cervello in

evoluzione, prodotto congiunto della predisposizione geneticamente determinata e

dell’ambiente affettivo e relazionale offerto dalla madre a partire dall’epoca prenatale.

Condom analizza la relazione materna con il feto secondo due dimensioni: qualità, intesa

come esperienza affettiva vissuta dalla donna nella relazione con il feto nei termini di

vicinanza/distanza, tenerezza/irritazione, positività/negatività, gioia/dispiacere e intensità,

inteso come tempo trascorso a pensare al bambino, a parlare con lui, a sognarlo, a accarezzare

la pancia. Da queste due dimensioni si costituiscono quattro tipi di attaccamento:

positivo coinvolto: madri super coinvolte col feto, spendono molto tempo a pensarlo,

• immaginarlo, toccarlo, con sentimenti di vicinanza e cura verso di lui. Lunga attesa del

bambino percepito come socievole, capace di comunicare, corrisponde alla madre

facilitante;

positivo disinvestito; sono sufficientemente attaccate ma spendono molto meno tempo

• a pensare al bambino a causa di altre distrazioni (altri figli) o evitamento; per paura di

eventuali perdite;

negativo coinvolto: la madre è attaccata in modo ambivalente e ansioso, la percezione

• della relazione che si sta sviluppando con il feto è negativa;

negativo disinvestito: scarso coinvolgimento non è coinvolta o coinvolta

• prevalentemente in modo negativo, il feto è descritto come un intruso, un parassita,

corrisponde alla madre regolatrice. 32 appunti di Giulia B.

La simbiosi profonda tra la madre e il feto fa si che i fattori psicosociali, emotivi, affettivi,

vissuti dalla madre durante la gestazione ricadano inevitabilmente sulla relazione e

sull’attaccamento madre-bambino, creando delle tracce mnestiche che si conserveranno

intatte nella psiche del bambino e di conseguenza in quella del futuro adulto.

Il feto si sviluppa all’interno del corpo materno nutrendosi di tutto ciò che la madre gli offre, a

livello chimico-biologico e psico-emotivo. Tutto ciò che la madre vive, il bambino lo vive con

lei. Lo stress vissuto dalla madre durante la gravidanza, se continuato ed intenso, danneggia

enormemente lo sviluppo fetale, arrivando ad influire negativamente su di esso persino a

livello di formazione del sistema nervoso e modificando, a lungo termine la componente

temperamentale del nascituro. La gestazione è una condizione che riguarda madre e feto,

coinvolgendoli in un rapporto a due che è probabilmente il più profondo e intimo di cui un

essere umano possa fare esperienza: “prima della nascita, la madre e il bambino vivono in

osmosi” (Loux 2001).

Il padre

Il padre in passato era visto come un grande assente, oggi viene reso più partecipe grazie

anche a un cambiamento della società e ad un vedere come la presenza del padre dal punto di

vista emotivo-affettivo, abbia dei grossi benefici sul benessere del bambino e sul suo sviluppo

psicologica. Il 90% degli studi sui bimbi ha sempre preso in considerazione la diade mamma-

bambino, rendendo così il padre assente e deresponsabilizzato; oggi la letteratura sta

andando in un’altra direzione analizzando quanto i padri e in che modo possano modificare la

relazione madre-bambino e che tipo di contributo possa dare allo sviluppo del bambino. Il

padre rappresenta il mondo esterno ed è il garante dell’uscir fuori, del separarsi, il padre

funge a sua volta da contenitore, da grembo buono per la protezione della madre e del figlio. È

fondamentale che i padri siano coinvolti fin da subito in questo processo, quindi dal momento

intrauterino.

Anche per i padri c’è una successione di emozioni provate: innanzi tutto un’emozione positiva

legata alla gioia e alla soddisfazione rispetto alle proprie capacità riproduttive e generative;

subentrano poi le paure legate all’assunzione di un nuovo carico di responsabilità

conseguente alla nascita del figlio che implica un maggior coinvolgimento rispetto al nucleo

famigliare, da un punto di vista sia affettivo (paura di dover perdere i propri spazi, le passioni,

le libertà), che economico; ci può essere paura di perdere il legame privilegiato con la mamma

provando sentimento di esclusione e abbandono da parte della moglie che comporta una serie

di reazioni diverse aventi tutte l’obiettivo di non sentirsi esclusi; alcuni padri provano la

sindrome della couvade, che comprende cali di pressione, giramenti di testa, piccoli incidenti,

ingrassano, hanno delle malattie infettive, relazioni extra-coniugali che si verificano verso la

fine delle gravidanza e comportano non tanto la perdita di interessi verso la compagna ma

proprio la sensazione di sentirsi rifiutati, esclusi da lei; altri papà sublimano il senso di

esclusione cercando di superarlo attraverso la lettura di libri, riviste, si rimane accanto alla

compagna, si accolgono i suoi bisogni, le sue paure e la sostiene.

Da una parte il padre è incoraggiato a prendere parte alla gravidanza e al parto,

contemporaneamente gli si fa credere che in fondo è e rimane un escluso; meglio ancora si

può notare come la sua presenza sia richiesta, ma i suoi sentimenti negativi no. Vi è il

comando implicito di escludere qualsiasi sentimento possa essere disturbante per la donna in

attesa. Affinchè il padre sia davvero coinvolto non dovrebbe negare ciò che prova, anche se

questo è fonte di ansia e dovrebbe avere la possibilità di comunicare le proprie emozioni e

timori non solo alla propria compagna ma anche alla rete sociale che offre un supporto alla

coppia in attesa. 33 appunti di Giulia B.

Attaccamento padre-feto

Il padre non vive le sensazioni corporee legate alla gestazione, tutti questi vissuti corporei

vengono a lui raccontati, ma non fanno veramente parte di lui, perché non derivano dalla sua

diretta esperienza. Il padre deve fare un passaggio ulteriore, cercando di mentalizzare il suo

bambino senza averne una percezione reale, finché il bambino inizia a muoversi ed è

percepibile anche all’esterno. L’ecografia è uno strumento molto importante che permette di

vedere ciò che ancora non si vede realmente, intorno alla 5°/6° settimana, è il momento di

poter sentire il suo battito, si tratta del primo segnale di vita del bambino per il papà, che non

vive le nausee e il corpo che cambia. Il papà riesce quindi a lavorare sulla realtà e sulla

presenza del bambino, si cerca poi di avvicinare il papà al bambino attraverso carezze e una

ricerca e sollecitazione dei movimenti fetali.

L’uomo, avendo una struttura psichica orientata all’azione e al pragmatismo, tende a pensarsi

padre di un bimbo cresciuto, grande abbastanza da potersi relazionare con lui attraverso il

gioco e lo scambio; la donna, invece, orientata al mondo interiore, si pensa madre di un bimbo

da accudire, indifeso, bisognoso di cure e attenzioni. Il padre ha cominciato a modificare il suo

atteggiamento tendenzialmente distaccato verso il figlio. In passato il suo ruolo di delega della

funzione educativa alla madre lo aveva messo in una condizione di grande disagio senza

consentirgli di provvedere alla soddisfazione dei suoi bisogni relazionali, più profondi, di

vivere la sua naturale empatia verso il figlio.

Il bonding è un processo fisico, emozionale, spirituale, di relazione di accudimento tra madre,

padre e bambino; inizia nel periodo prenatale, si consolida alla nascita e continua nel primo

anno di vita, crea le basi per la futura relazione di attaccamento tra genitori e bambini e per

tutte le relazioni sociali e affettive future del bambino stesso.

Secondo Soulè durante i primi mesi di gravidanza la rappresentazione del bambino è perlopiù

assente e i vissuti della donna sono incentrati sulla rappresentazione di essere incinta;

successivamente l’immagine del bambino compare nello psichico materno che col procedere

della gestazione (dal 4° al 7° mese), acquista sempre più la definizione di “altro”. La donna

costruisce mentalmente il bambino dei suoi sogni, speranze ma anche delle sue paure. SI

tratta di fantasie ad occhi aperte condivise col partner. L’elaborazione delle rappresentazioni

dopo aver raggiunto il culmine verso il settimo mese, va incontro a una diminuzione fino a

quasi un totale annullamento verso l’ultimo mese di gravidanza, questo risulta essere un

tentativo inconsapevole della madre di proteggere il nascituro e se stessa da una possibile

discordanza tra bambino reale e bambino immaginario.

Lebovici (1983), occupandosi delle rappresentazioni del bambino offre un punto di vista

particolare ritenendo che la madre in gravidanza entri in relazione con tre bambini diversi:

Il bambino fantasmatico che prende origine dalle fantasie inconsce infantili della

• madre, dalle relazioni con le figure genitoriali e dalle sue rappresentazioni di queste.

Secondo Fornari (1979; 1981) questa rappresentazione del bambino, così fortemente

legata alla dimensione inconscia, è quella che può apparire nei sogni durante la

gravidanza.

Il bambino immaginario che compare all'interno delle fantasie coscienti e dei sogni ad

• occhi aperti; si tratta di una rappresentazione più realistica che si costruisce in base ai

desideri di maternità della donna e alla situazione relazione attuale. Quello

immaginario è un bambino che può essere condiviso col partner, come si può

osservare dalle aspettative sul sesso o nella scelta del nome. È un modello di

perfezione e soddisfa la ricerca dell’onnipotenza; questo figlio fantasticato deve perciò

realizzare tutte le potenzialità che sono rimaste inespresse nei genitori. Se i genitori

sono arrivati a possedere determinate cose, desiderano procurarle anche a lui, facendo

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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche (BRESCIA - MILANO)
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher binattigiulia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dell'infanzia e counseling psicologico-educativo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Ionio Chiara.

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