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Psicologia ed economia

Il termine inglese management non è facilmente traducibile, infatti sono compresenti nel termine i seguenti significati:

  • La gestione di aziende o organizzazioni
  • I dirigenti
  • Il controllo, e cioè, più in generale, i modi con cui una persona o un’entità vengono gestite

La psicologia è una scienza dei comportamenti umani, di ciò che li motiva e dei meccanismi mentali che li generano. L’economia aziendale si occupa di quel tipo particolare di comportamenti che ha a che fare con gli attori sociali che animano le aziende. Le prospettive e i metodi delle due discipline possono quindi divergere. La psicologia parte dai comportamenti dei singoli individui, mentre l’economia non è tenuto a farlo. La psicologia ha un’ottica descrittiva, osserva e cerca di spiegare, mentre l’economia può anche avere un’ottica prescrittiva, ci dice cosa sarebbe meglio fare. L’economia e la psicologia si basano su una definizione di razionalità, dove razionale sta per “ragionevole, accettabile per la ragione”.

Le persone ritengono spontaneamente di comportarsi secondo i principi della transitività, della dominanza, della teoria della scelta razionale. La dominanza, invece, è il principio in base al quale una persona, di fronte a due alternative possibili, sceglierà necessariamente quella che possiede almeno una caratteristica che la rende superiore.

Un individuo non cerca di raggiungere soluzioni ottimali ma soddisfacenti, in un compromesso tra il ragionamento ideale e i limiti congeniti di percezione, calcolo, ragionamento propri della mente umana. Secondo il principio dell’invarianza, una scelta o decisione non dovrebbe essere influenzata dal modo in cui un problema viene rappresentato o descritto (mentre molte volte il contesto e le informazioni in possesso giocano un ruolo importante nella scelta).

Teoria del prospetto

Tale teoria sostiene che le persone sono avverse alle perdite e che quindi, di fronte alla possibilità di evitare una perdita sicura, esse sono disposte a correre il rischio di una perdita maggiore nella speranza di non perdere nulla. Effetto disposizione: la tendenza a tenersi i titoli su cui si è perso e a vendere quelli su cui si è guadagnato. Effetto dotazione: se l’oggetto non ci appartiene il nostro giudizio corrisponderà alla cifra in denaro che siamo disposti a versare per avere quel bene. Essendo le perdite soggettivamente più pesanti dei guadagni, la nostra tentazione sarà quella di attribuirgli un prezzo basso. Se invece siamo diventati i proprietari di questo oggetto i rapporti s’invertiranno.

La motivazione

La motivazione è ciò che spinge la persona ad agire, a compiere azioni dotate di uno scopo e legate alla soddisfazione di un bisogno. Intesa come tutto ciò che attiva il comportamento umano, la motivazione include concetti differenti:

  • Il riflesso: una reazione fisiologica innata avente spesso una funzione di difesa (starnuto).
  • Gli istinti: sequenze congenite fisse e stereotipate di comportamenti specie-specifici su base genetica in relazione a determinate sollecitazioni ambientali.
  • Imprinting: predisposizione innata attivata da un contesto e da uno specifico stadio dello sviluppo.

Bisogno: condizione fisiologica o psicologica di carenza o necessità. Pulsione: che è invece lo stato di tensione verso qualcosa generato da un bisogno. Motivazioni primarie e secondarie: le prime sono quelle legate a processi fisiologici e istintivi, mentre le seconde sono legate all’apprendimento, all’esperienza e alle abitudini. Sono interdipendenti fra di loro.

Per chiarire la complessità dei fattori che determinano le motivazioni, occorre tenere presenti almeno tre aspetti:

  • La direzione in cui una motivazione può spingere una persona ad agire.
  • L’intensità o forza della motivazione con cui intraprendiamo un’azione, in termini di energie investite o di impegno.
  • La durata e la permanenza di una motivazione.

Con il termine incentivo si definiscono a questo proposito gli oggetti e gli eventi esterni che esercitano un’attrattiva su di lui e lo motivano a comportarsi in un certo modo. La motivazione potrebbe essere descritta come il prodotto di pulsioni e incentivi.

La spinta di un individuo ad agire è la risultante di almeno tre fattori:

Comportamento = pulsione x incentivo x abilità

Si può così definire la prestazione di un individuo in un certo compito come la risultante di due fattori: il primo è l’abilità (o anche skills, competenze) e il secondo è la motivazione, a sua volta prodotto di pulsioni e incentivi.

Teoria X e Teoria Y

Teoria X: ipotesi dell’essere umano come refrattario alle responsabilità, spinto al lavoro solo sulla base delle necessità. Ciò porta ad adottare stili manageriali basati sul controllo e sull’uso di incentivi negativi. Teoria Y: lo sforzo lavorativo può essere naturale quanto il gioco o il riposo. Se adeguatamente motivate, le persone ricercano l’impegno e la responsabilità verso il raggiungimento degli obiettivi.

Modelli della motivazione umana: le teorie centrate sul contenuto

I modelli della motivazione umana possono essere distinti in due tipi di teorie complementari:

  • Le teorie del contenuto, così chiamate in quanto si concentrano ad esaminare i tipi di bisogni che motivano le persone all’azione.
  • Le teorie del processo, che cercano di spiegare quali fattori dirigono il comportamento verso certe scelte piuttosto che altre.

Tra le teorie del contenuto quella più nota è la gerarchia (o scala, o piramide) dei bisogni (Maslow 1943). Un bisogno è uno stato di mancanza che l’organismo cerca di colmare. Egli ipotizza quindi che i bisogni siano ordinati gerarchicamente, ovvero secondo un ordine di priorità del loro soddisfacimento. Definisce almeno cinque tipi di bisogni che costituiscono una scala o una piramide:

  1. Bisogni fisiologici (alla base)
  2. Bisogni di sicurezza
  3. Bisogni di affiliazione
  4. Bisogni di stima
  5. Bisogni di autorealizzazione

1 e 2 sono bisogni di carenza, 3, 4 e 5 sono bisogni di crescita. Solo la piena soddisfazione di un livello di bisogni permette il sorgere di un bisogno del livello superiore.

Alderfer (1972) riduce i livelli di bisogni alle tre categorie generali di:

  • Esistenza (fisiologici e di sicurezza)
  • Relazione (affiliazione)
  • Crescita (autonomia, stima, autorealizzazione)

Questo modello (chiamato ERG) assume che i tre tipi di bisogni possano essere anche simultaneamente presenti. Alderfer analizza anche le reazioni degli individui in condizioni di frustrazione, cioè in situazioni in cui la soddisfazione dei bisogni è ostacolata. La reazione immediata può essere l’aggressività. Può però accadere che la non soddisfazione di un bisogno di un certo tipo porti l’individuo a focalizzarsi su un bisogno di ordine inferiore, secondo un meccanismo di regressione.

Per Herzberg (1966), esistono due tipi generali di fattori: quelli di igiene e quelli motivazionali. I primi, se presenti, evitano insoddisfazioni, ma non sono di per sé motivanti. Essi sono dunque condizioni necessarie ma non sufficienti.

McClelland (1961), identifica tre tipi di motivazioni: al potere, all’affiliazione e al successo. La particolarità in questa proposta consiste nell’idea che nell’individuo convivano tutti e tre i fattori motivazionali, ma in proporzioni differenti.

Secondo Atkinson (1960), la motivazione alla riuscita è costituita dalla somma di due forze in contrapposizione, il desiderio di avere successo e il desiderio di evitare il fallimento. L’individuo idealmente motivato è quello che non teme il fallimento ed è orientato al successo. L’individuo che ha sia un forte orientamento al successo, sia un forte timore di fallire tenderà a essere sovramotivato (ansia e paura spingeranno per evitare il fallimento). La persona spinta solo dalla motivazione a evitare il fallimento agirà con lo scopo di non sbagliare, ma non avrà interesse a fare bene. All’estremo di questa tipologia, l’individuo che non è mosso né dalla volontà di riuscire, né dal timore di fallire affronterà i compiti senza motivazione, con passività e disinteresse.

Teorie basate sull’aspettativa

L’intensità della motivazione a fare qualcosa non è legata solo alla desiderabilità dell’obiettivo, ma anche alla probabilità con la quale si pensa di raggiungerlo. Secondo Vroom (1964), ogni azione condotta in un ambito complesso come quello lavorativo ha una funzione strumentale, ovvero è orientata al raggiungimento di determinati obiettivi. Sempre Vroom, definisce:

  • Aspettativa la probabilità soggettiva di raggiungere un certo obiettivo
  • Strumentalità la probabilità soggettiva che il raggiungimento di un obiettivo lavorativo comporti una ricompensa finale
  • Valenza la desiderabilità della ricompensa stessa per la persona

Motivazione = Aspettativa x Strumentalità x Valenza

La motivazione verso un compito è dunque dipendente dall’impressione di controllabilità degli esiti delle proprie azioni. Un organismo ha più possibilità di successo se è in grado di influire su quello che succede, invece di subire gli eventi del mondo esterno.

Teoria del controllo

La motivazione al controllo è strettamente associata al bisogno di competenza. Il senso di efficacia si sé, determina la propensione della persona ad affrontare o meno un problema sulla base della sua sensazione di poterlo risolvere. Una persona che ha una bassa autostima può decidere di affrontare un compito con strategie autolimitanti, le quali consistono in sabotaggi più o meno consapevoli del proprio comportamento. Essa può così spiegare a sé stessa e agli altri di non essere riuscita nel compito a causa di questi sabotaggi, e non della propria incompetenza: se lo studente fallisce l’esame potrà attribuirlo alla stanchezza, non alla propria incapacità.

Un fattore d’influenza nel proprio lavoro può essere percepito come qualcosa di stabile o di accidentale. In sintesi, la valutazione delle cause di un comportamento umano è suddivisa in tre coppie di categorie generali:

  1. La causa di un risultato è interna alla persona o esterna
  2. La causa è un elemento stabile oppure accidentale
  3. Una causa può essere percepita come controllabile o non controllabile dal soggetto coinvolto

Lo stile di attribuzione è rilevante anche nel caso delle autoattribuzioni. Il giudizio in questo caso avviene nei confronti dei propri comportamenti e può influire direttamente sulla motivazione di un individuo. (“Io non getto le cartacce perché mamma non vuole” causa esterna, non controllabile è stabile. Valida finché c’è la mamma. “Io non getto le cartacce perché sono un tipo ordinato” causa interna).

Dissonanza cognitiva

Lo stato di dissonanza cognitiva riguarda una persona sottoposta a due o più credenze, motivazioni o desideri in conflitto, senza che uno prevalga sull’altro in modo spontaneo. L’esigenza di essere liberi da dissonanze è ancora riconducibile al nostro desiderio di controllabilità. La dissonanza ci spinge ad approfondire, modificare o sostituire le nostre conoscenze, oppure a cambiare le nostre preferenze. Il cambiamento indotto dalla dissonanza può essere dunque di diversi tipi:

  • Cambiamento dell’atteggiamento e delle motivazioni (modifica della motivazione) - Accetto di sfidare il pericolo fumando
  • Aggiunta di informazioni e motivazioni che riducono la dissonanza (modifica delle credenze) - In fondo, anche gli altri fumano
  • Cambiamento della percezione del comportamento (modifica delle credenze sul comportamento) - Non lo faccio perché sono cattivo, bensì per l’educazione di mio figlio
  • Riduzione dell’importanza del conflitto (modifica delle credenze sulla natura del dissidio) - In fondo sono un fumatore leggero
  • Modificazione del comportamento - Smetto di fumare

L’esempio del fumatore è quello di una dissonanza tra preferenze, ovvero tra desideri. Una dissonanza tra ipotesi o credenze è quella dell’individuo che deve prendere una decisione avendo a disposizione informazioni incerte o parzialmente contrastanti (dissonanza pre-decisionale). In situazioni in cui siamo indecisi a causa dell’incertezza delle nostre conoscenze, dobbiamo stabilire fino a che punto occorre raccogliere informazioni che guidino la scelta e quando invece è giunto il momento di decidere.

Optimal stopping: (arresto ottimale) conflitto tra la possibilità di avere già sottomano l’opzione migliore e la necessità di cercare oltre rimandando ancora la scelta. Una dissonanza cognitiva differente è quella che segue una scelta (dissonanza post-decisionale). Wishful thinking: eliminazione del conflitto tra preferenze e credenze (desideri in contrasto con le convinzioni) attraverso la modificazione.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/06 Psicologia del lavoro e delle organizzazioni

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher DannyPettinella di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia del lavoro e delle organizzazioni e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Gabriele D'Annunzio di Chieti e Pescara o del prof Pietroni Davide.
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