I livelli della consapevolezza
Conscio, preconscio, inconscio
Introduzione. Consapevolezza e non consapevolezza sono i due poli entro i quali si colloca, nell’esperienza individuale, lo svolgersi dell’attività psichica.
Definizioni
La psicologia generale fu prevalentemente una psicologia della coscienza, ovvero lo studio descrittivo del funzionamento mentale cosciente. A partire da S. Freud si è posto, al centro dell’attenzione scientifica del '900, il problema dell’inconscio e quindi di tutto quello che nelle operazioni mentali avviene al di fuori del livello di coscienza. Inoltre quasi paradossalmente, lo studio delle zone in ombra della nostra mente ha contribuito ad attivare la ricerca sulla coscienza perché si sono rese più visibili le modalità con cui qualcosa accede alla sfera della consapevolezza.
Le definizioni o categorie applicate al concetto di inconscio sono innumerevoli e si collegano sia all’oggetto di indagine che al metodo di rilevazione. Molti studiosi legano strettamente il concetto di inconscio a quello di drive (pulsione); altri distinguono un’accezione generale da una più strettamente psicologica; altri ancora lo considerano semplicemente come una specie di deposito psichico in cui sono immagazzinati tutti i processi mentali di cui una persona è inconsapevole.
In Freud il termine indica sia un deposito che contiene le rappresentazioni latenti, sia contenuti (ideativi e affettivi), processi (come le strategie difensive attivate verso conflitti e angosce) e operazioni di pensiero fondate su modalità primitive. Inoltre di fianco ai concetti di conscio e inconscio, esiste quello di preconscio che indica ogni componente psichica che, pur non emergendo sul piano della consapevolezza, può veder mutare lo stato inconscio in stato cosciente con una certa facilità (ad esempio spostando l’attenzione).
Dalle osservazioni sullo stato ipnotico allo studio sistematico dei livelli di consapevolezza e delle reciproche interferenze
Alla fine dell'800, Janet (a partire dagli studi sul sonnambulismo) e Freud (a partire dagli studi sull’ipnosi) giunsero ad utilizzare il concetto di inconscio. Questo però non era un’idea nuova perché l’ipotesi dell’esistenza di una vita psichica profonda e ignara all’individuo risale ai tempi della filosofia platonica. Al di fuori dell’ambito filosofico però, è solo verso la fine dell’800 che il concetto di inconscio si rinforza, grazie all’accentuarsi dell’interesse per i fenomeni del magnetismo e dell’ipnosi, fino a diventare oggetto di riflessione.
Chertok e Saussure hanno tracciato un resoconto molto dettagliato del lavoro di alcuni magnetisti che avevano constatato che i loro malati, uscendo dallo stato sonnambolico, smarrivano il ricordo di ciò che era successo e di alcuni eventi che il terapeuta aveva fatto rievocare in quella condizione. La conclusione era stata che esistono due memorie, una conscia e una inconscia. Chertok e Saussure hanno quindi evidenziato che era ormai nozione acquisita che a stati diversi della mente corrispondono consapevolezze diverse.
L’inconscio nella clinica psicoanalitica
Dalla collaborazione tra Freud e Breuer nacquero le prime elaborazioni sistematiche in chiave psicologica dell’isteria. Le loro pazienti presentavano molti sintomi come: paralisi degli arti, contratture muscolari, disturbi visivi, sordità, impressioni di soffocamento, fobie, abulie ecc. Esse erano giovani donne della borghesia viennese, colte e dall’intelligenza vivace, che però presentavano comportamenti ideativi e di coscienza rigidi, se confrontati alla ricchezza immaginativa che mostravano nel corso dell’ipnosi e delle allucinazioni.
I due studiosi erano molto colpiti da questa contraddizione e osservarono che il poter comunicare ad altri i contenuti delle loro immagini mentali sembrava dare loro un sollievo immediato e una remissione dei sintomi (da qui l’espressione talking cure, cioè cura parlata). Freud e Breuer scoprirono anche che c’erano dei legami tra i sintomi e alcuni eventi del passato cosicché i fenomeni isterici scomparivano quando tali episodi (strettamente associati all’origine del sintomo) erano rivissuti ed espressi a parole attraverso l’ipnosi.
I due studiosi formularono l’ipotesi che un’esperienza dolorosa “scissa” (cioè tagliata fuori dai collegamenti con ciò che l’ha originata) possa ripercuotersi su vari comportamenti somatici e quindi provocare i sintomi. Da qui essi formularono il concetto di trauma, inteso come l’evento patogeno originario dimenticato, e di microtraumi, che accumulandosi potevano avere lo stesso effetto. Traumi e microtraumi suscitano conflitti interiori (generalmente tra desideri erotici e istanze morali) dolorosi che fanno scattare le misure difensive dell’evitamento, dell’allontanamento dall’area della coscienza e della rimozione, che però non sono in grado di nascondere completamente il disagio che viene sì dimenticato, ma si scarica attraverso manifestazioni fisiche (sintomi).
Freud e Breuer inoltre scoprirono che i sintomi possono comparire anche diverso tempo dopo il trauma e che alcuni dolori corporei possono essere originari e diventare solo dopo il mezzo di espressione del disagio (fungono da medium espressivo di emozioni). In seguito Freud abbandonò il modello teorico della nevrosi centrato sugli effetti di un trauma rimosso, a favore di quello centrato sugli effetti di fantasie inconsce. Mutarono quindi anche gli obiettivi della terapia poiché non era più necessario rintracciare l’episodio doloroso scatenante, ma si doveva liberare dalla cecità mascheramenti e falsificazioni.
Oggigiorno il metodo dell’osservazione clinica non tiene più conto solo delle dinamiche inconsce del singolo paziente, ma anche di quelle del terapeuta e della relazione nel suo complesso.
L’inconscio nella pratica di laboratorio
Nell’ambito della ricerca sperimentale è stato necessario attendere l’attenuarsi della visione comportamentista, strettamente legata a condotte pratiche e ad esperienze misurabili, per vedere le prime indagini dei processi psichici inconsci. La prima prova di natura sperimentale del ruolo dei processi mentali inconsci nel determinare pensieri, affetti e azioni è il durare degli effetti ipnotici anche nella fase post-ipnotica senza che il soggetto se ne renda conto. A questo proposito Freud aveva ordinato a un suo paziente di aprire un ombrello non appena l’ipnosi sarebbe cessata e aveva osservato il soggetto compiere tale operazione anche senza ricordare il motivo per cui lo stava facendo.
Altre prove sono state individuate grazie al movimento del New Look (attivo specialmente negli anni ’40 e ’50), i cui esponenti avevano descritto una tendenza generale alla “difesa percettiva”. Nell’esperimento, ai soggetti erano mostrate delle parole (con il tachistoscopio) con contenuto sessuale o aggressivo per tempi brevissimi che ne impedivano il riconoscimento cosciente. Gli studiosi avevano registrato negli individui, dopo immagini molto sentite, i sintomi dell’ansia ed erano quindi arrivati alla conclusione che ciò che non ha libertà di accesso all’area della consapevolezza, può lasciar tracce del suo passaggio ad altri livelli.
Tra i risultati recenti ottenuti in questo ambito, ha molta importanza Marcel che si è cimentato con il tema del mascheramento percettivo e i cui esperimenti sono stati poi perfezionati da Eagle. Eagle presentò per un tempo brevissimo a dei soggetti l’immagine di un ragazzo gentile o di uno aggressivo, mascherandola subito dopo con quella di un ragazzo dall’espressione neutra. Egli rilevò che, nonostante non fossero in grado di elaborare le prime immagini coscientemente, i soggetti tendevano a vedere l’espressione neutra come gentile o aggressiva a seconda di ciò che era stato mostrato loro con il tachistoscopio. Da qui egli affermò che il sottrarsi di un’immagine rispetto alla nostra capacità di percepirla coscientemente non implica il fatto che essa non venga elaborata ad altri livelli.
Molto significative sono anche le ricerche sugli stimoli subliminali, cioè quegli stimoli che, pur non essendo oggetto di chiara consapevolezza, hanno effetto nell’immediato o a distanza di tempo su vari dimensioni espressive della persona. A questo proposito Silverman ha steso una rassegna dove si descrivono vari studi sperimentali che volevano dimostrare l’effetto di immagini, presentate per 4 ms. In queste ricerche la metodologia comprendeva la tecnica del “doppio cieco”, l’utilizzo di stimoli neutri in alternativa a quelli critici e un campione composto sia da soggetti con personalità normale che patologiche.
Gli sperimentatori hanno rilevato che sono i contenuti specifici delle immagini (non la loro componente negativa generale) e il fatto che esse non accedono alla sfera cosciente a provocare degli effetti. Ad esempio un omosessuale maschio, che presenta ansia, angoscia e aggressività, risponderà con un aggravarsi dei sintomi quando gli verrà presentata, per un tempo non sufficiente al riconoscimento cosciente, l’immagine di un uomo e di una donna nudi accompagnata dalla frase “Fottere mamma” (quindi a chiaro contenuto incestuoso), ma non avvertirà alcun disagio di fronte a quella di un cane che defeca (a contenuto anale) che invece sarà molto sentita da pazienti balbuzienti. I ricercatori hanno anche evidenziato come particolari motivazioni, attive nel soggetto prima della stimolazione subliminale, possono potenziare gli effetti di risposta negativa se gli stimoli hanno più o meno i loro stessi contenuti (es. motivazioni aggressive e stimoli aggressivi).
Tutti questi studi hanno contribuito a potenziare la convinzione che buona parte delle operazioni mentali si svolgono al di fuori della coscienza e che perciò è bene distinguere tra processi inconsci di elaborazione della coscienza e processi consci.
Conclusioni
Nel corso dei secoli quindi, si è arrivati ad una concezione di inconscio molto meno limitata che comprende non solo contenuti rimossi, ma anche regole, credenze negative, modelli e più in generale gli schemi cognitivo-affettivi impliciti. Queste rappresentazioni costituiscono lo sfondo delle nostre esperienze e interazioni; sono delle specie di conoscenze tacite che vengono acquisite spesso per via non verbale e in fasi dello sviluppo molto precoci.
Le motivazioni
Realtà, osservabilità, caratteri distintivi e definizioni
Secondo Freud “tutto il comportamento è motivato”. L’individuo infatti non fa nulla se non è spinto da un’esigenza. Chi si trova ad osservare il comportamento altrui ha bisogno del concetto di motivazione per esigenze di chiarezza conoscitiva, quindi questo termine ha molta importanza nella psicologia, soprattutto in quella sperimentale. La motivazione ha un ruolo quadruplice in psicologia in quanto può essere:
- Variabile indipendente: deve essere studiata per poter prevedere le condotte che provoca o influenza.
- Variabile dipendente: subisce a sua volta delle influenze che incidono sulla sua intensità, persistenza, sul grado di accettazione ecc.
- Variabile interveniente: diventa una fusione tra variabile indipendente e dipendente e interviene come articolazione fra altre variabili o condotte specifiche.
- Oggetto di studio: è studiata accuratamente dall’osservatore che cerca di fare chiarezza sulle sue componenti, sull’intensità, sulla durata ecc.
Fenomenologia generale e dinamica delle motivazioni umane
La mete sono ciò verso cui si dirige l’azione o il desiderio e possono essere oggetti del campo (oggetti-meta) o qualità di oggetti (qualità-meta). Quando si indica l’attrazione verso una meta le motiv
-
Riassunto esame Psicologia della comunicazione organizzativa, Prof. Bonaiuto Marino, libro consigliato Introduzione…
-
Riassunto esame Psicologia della comunicazione organizzativa, Prof. Bonaiuto Marino, libro consigliato Teoria e tec…
-
Riassunto esame Psicologia della comunicazione organizzativa, Prof. Bonaiuto Marino, libro consigliato La comunicaz…
-
Riassunto esame Comunicazione giornalistica, prof. Bartoli, libro consigliato Parlare Civile, Redattore sociale, Ba…