PSICOLOGIA CLINICA DELLA RIABILITAZIONE
di Anconetani Eleonora e Bertoi Alice
“Psicologia
Riassunto del libro di testo delle disabilità e dell’inclusione” di Salvatore
Soresi (2016). Sommario
INTRODUZIONE ................................................................................................................................................. 2
CAPITOLO I: UNO SGUARDO AL PASSATO E AL PRESENTE .............................................................................. 2
CAPITOLO II: DALLA CLASSIFICAZIONE DELLE MENOMAZIONI E DELLE DISABILITÀ ALLA PARTECIPAZIONE E
ALLE “LIFE SKILLS” ............................................................................................................................................. 8
CAPITOLO III: A PROPOSITO DI ASSESSMENT: IL CONTRIBUTO DELLA NEUROPSICOLOGIA ........................ 15
CAPITOLO IV: Procedure e strumenti per la valorizzazione delle persone ................................................... 18
CAPITOLO VI: RIABILITAZIONE: LINEE GUIDA E PROSPETTIVE ...................................................................... 23
CAPITOLO VII: RI-ABILITAZIONE: PROGRAMMI DI INTERVENTO .................................................................. 27
CAPITOLO VIII: Il ruolo della famiglia ............................................................................................................. 30
CAPITOLO XIII: Promuovere l’autonomia e l’autodeterminazione ............................................................... 36
CAPITOLO XIV: PROMUOVERE UNA VITA DI QUALITA’ PER TUTTI ............................................................... 40
CAPITOLO XIX: LA VALUTAZIONE DEGLI ESITI DEI TRATTAMENTI ................................................................ 45
1
INTRODUZIONE
A livello internazionale, con i termini “Psicologia ci si riferisce all’applicazione della conoscenza
della Riabilitazione”
psicologica, in senso lato, alle problematiche relative al mondo della disabilità.
La Psicologia della Riabilitazione è quell’area della pratica psicologico clinica atta ad aiutare le persone con disabilità
(congenita o acquisita) ai fini del raggiungimento di un ottimale funzionamento psicologico, fisico e sociale”.
L’American Psychological Association (APA), definisce tale settore di studi ed intervento come “l’applicazione dei principi
emozionali”.
psicologico-sociali a favore di persone con disabilità fisiche, sensoriali, cognitive, dello sviluppo ed
[Roe, R.A. (2002)] What makes a competent psychologist?
Nello sviluppo di standard europei per la professione psicologica, sono stati proposti 2 approcci alla definizione di competenza
professionale. Uno si concentra sui ruoli e le funzioni che gli psicologi dovrebbero essere in grado di svolgere (modello di output), l'altro
sui curricula educativi che dovrebbero essere seguiti per diventare uno psicologo (modalità input). Questo articolo inizia con una
discussione di entrambi gli approcci, che porta alla conclusione che nessuno dei due offre una base sufficiente per stabilire standard
professionali adeguati. Successivamente viene presentato un modello completo di competenza professionale che comprende fattori di
input e output. Viene indicato come questo modello possa essere utilizzato nella definizione dei profili di competenza per le specialità
psicologiche, nonché nello sviluppo e nel mantenimento delle competenze. I problemi trattati comprendono: selezione degli
studenti, progettazione del curriculum accademico, formazione professionale iniziale, formazione professionale continua, accreditamento
.
istituzionale e individuale e garanzia della qualità
Categorie:
Conoscenze: teoria cognitiva, teoria della personalità, teoria delle prestazioni, teoria della carriera, teoria della progettazione del lavoro
Competenze: capacità di analisi dei problemi, capacità di osservazione, capacità di comunicazione orale, capacità di scrittura, capacità
di collaborazione in team
Atteggiamenti: rispetto delle persone, apertura alle critiche, coinvolgimento, orientamento al cliente, integrità
Abilità: ragionamento analitico, ragionamento verbale, fluidità verbale, attenzione distribuita, intelligenza emotiva
Tratti della personalità: stabilità emotiva, coscienziosità, cordialità, flessibilità, fiducia in se stessi
Altre caratteristiche: esperienza di lavoro personale, interesse per le persone, interesse per gli ambienti aziendali, valori democratici,
assenza di psicopatologia
Competenze: identificazione delle esigenze del cliente, valutazione individuale, analisi del luogo di lavoro, progettazione del sistema di
selezione, sviluppo organizzativo
Sotto-competenze: intervista, testing, analisi del lavoro, consultazione, conservazione della documentazione
Competenze per “saper fare” nei diversi contesti della psicologia clinica:
• Relazionali
• Comunicative→ chiarificazione; focalizzazione; riassumere; rispecchiamento; capacità di indagine (saper porre
domande)
• Emotive
• →
Pensiero critico riconoscere errori, sistemi di valore e pregiudizi
• →
Saper essere autoconoscenza; autoconsapevolezza; autocontrollo
CAPITOLO I: UNO SGUARDO AL PASSATO E AL PRESENTE
La disabilità è connaturata all’umanità e le pratiche sociali ed i pregiudizi relativi ad essa hanno continuato a trasformars i
attraverso le diverse epoche. Le menomazioni sono state causate da: genetica, epidemie, carestie, guerre, catastrofi. La
disabilità ha avuto una lunga storia ed è per questo che di essa sono state fornite molte spiegazioni, interpretazioni e
“trattamenti” diversi.
1. Dal monte Taigeto allo sterminio nazista di ebrei, zingari, malati di mente e persone con disabilità
contribuire all’integrità e alla
Per molti millenni la probabilità di sopravvivenza era collegata alla capacità di lottare e di
difesa del proprio gruppo, motivo per cui essere disabili comportava essere allontanati, emarginati o soppressi. Questo
succedeva anche nell’antica Grecia: a Sparta sul monte Taigeto venivano abbandonati i bambini nati con malformazioni e
menomazioni, inoltre chi non raggiungeva livelli adeguati di capacità produttive e competitive non aveva diritti politici.
La disabilità c’è da sempre, ma non è sempre la stessa storia.
Esempi: Omero, non vedente ma col compito speciale di diffondere le gesta dei popoli eroi; ad Atene si davano delle
chi aiutava i disabili; Filottete, racconta Sofocle, venne abbandonato a causa di una ferita infetta
pensioni statali e c’era
che si pensava potesse contagiare gli altri compagni.
I latini tra le cause di disabilità annoverarono anche lusso eccessivo, avidità e vizi.
Non sempre però alla disabilità si associava stigma, emarginazione e declassamento: a Roma i non vedenti erano
considerati veggenti. Ci sono anche rappresentazioni neutrali e positive della disabilità, soprattutto nell’iconografia e cultura
egizia (ritrovamento di una protesi di alluce).
Sempre nell’antichità si credeva fossero le divinità a determinare le menomazioni e le disabilità umane (come volontà e
colpa da espiare).
Con il cristianesimo si pensava che i disabili fossero nati da donne che avevano avuto rapporti col demonio e per questo
andavano perseguitati e puniti. 2
Nel Medioevo c’era sia la repressione, sia forme di generosità e accudimento caritatevole dei malati e disabili. Nel XII
nascono i lebbrosari (1° grado di istituzionalizzazione). Nel XIII i disabili vengono relegati nelle strutture ospedaliere gestite
→
dai monaci e dalla Chiesa (St. Mary Bethleem atrocità ai malati mentali)
Poi nel ‘700 ci fu Diderot con alcune considerazioni sulla disabilità e sul concetto di “normalità”.
Itard fornì l’idea educative adeguatamente programmate e che enfatizzino l’apprendimento si
che usando modalità
possano registrare livelli di autonomia soddisfacenti anche a persone considerate ineducabili.
Con l’avvento della Rivoluzione Industriale si fa strada l’idea di dover partecipare attivamente alla vita produttiva e da qui
→
la linea di demarcazione tra coloro che contribuiscono e chi no (disabili). E da qui istituzionalizzazione, che diventa la
strada privilegiata per far fronte alle necessità assistenziali degli individui menomati.
Nel XIX questa visione viene rinforzata anche dal “darwinismo sociale” (sopravvivenza del più adatto per “selezione
visione in cui Levi Strauss vide l’origine del razzismo.
naturale”),
Plauto: “homo Hobbes “bellum →
homini lupus”; omnium contra omnes” si capisce che per i disabili la strada sarà in salita.
e dall’antropologia razziale derivò poi l’eugenetica che portò a respingere gli immigrati, proibire
Dal social-darwinismo negli anni del fascismo, anche all’eliminazione di molti
matrimoni misti e alla sterilizzazione coatta e successivamente,
malati mentali. Con il Nazismo e le leggi di Norimberga come candidati per la sterilizzazione c’erano anche i disabili fisici
e mentali, con malattie congenite, ciechi, sordi e popolazioni considerate inferiori.
Guerra Mondiale si inizia a parlare di diritti umani e dagli anni ’60 anche di de-istituzionalizzazione
a
Dopo la 2 e
integrazione. Comincia così una nuova storia verso contesti di vita inclusivi per tutti.
2. Primi passi verso la deistituzionalizzazione
Come si è visto dall’excursus storico la storia del trattamento delle persone con disabilità è stata segnata dalla presenza
di individui “diversi” da cui la società doveva proteggersi. A parte attenzioni caritatevoli e pietistiche da parte di alcune
organizzazioni religiose, solo di recente le scienze mediche e psico-pedagogiche si sono accorte che queste persone
dovrebbero beneficiare di trattamenti che però necessitano di spazi e tempi particolari (es: residenza custodistico-
assistenziale per persone con disabilità intellettiva di Berna del 1839).
Negli Stati Uniti le prime istituzioni apparvero verso la prima metà dell’800, in particolare in Massachusetts Wilburn ospitava
a casa sua i bambini con disabilità intellettive e nel 1855 la sua scuola sperimentale si trasferì a Boston e divenne il
prototipo per gli istituiti americani tra il XIX e XX secolo. In queste realtà:
- Alle ragazze si insegnava a: lavorare a maglia, intrecciare cesti, cucire, rammendare, fare pizzi, stirare, fare lavori
domestici, curare il giardino.
A quelle più competenti: lavorare nelle sartorie, nelle cucine, nelle sale da pranzo, nelle lavanderie
- Ai ragazzi si insegnava a: intrecciare stuoie, cucire, fare spazzole, cesti e reti
A quelli più esperti: lavorare nei laboratori di materassi, nelle falegnamerie, nei granai, nelle lavanderie,
nelle serre, nei giardini, nelle fattorie e nelle latterie
In realtà la funzione di questi istituti era proteggere la società da persone che non potevano essere curate e a causa del
fatto che sembravano non trarre beneficio dalla normale frequenza scolastica. Il problema è che col tempo si trasformarono
in “aree di detenzione” per persone non desiderate dalla società. dall’esercito e da qui poi nacque
a
Durante la 2 Guerra Mondiale molte persone con disabilità intellettiva vennero riformate
un particolare interesse verso il problema dell’efficienza intellettiva e della sua misurazione e si iniziò a mettere in evidenza
la relazione tra sviluppo cognitivo e altri fattori (socio-culturali, economici e razziali).
Guerra Mondiale iniziarono gli studi sull’analisi degli effetti dell’istituzionalizzazione (es: Goldfarb trovò
a
Dopo la fine della 2
che i bambini lasciati in istituto possedevano un linguaggio più povero, maggiori comportamenti devianti e ottenevano
punteggi più bassi ai test di sviluppo psicologico rispetto ai bambini cresciuti in famiglie adottive).
Responsabili degli effetti negativi dell’istituzionalizzazione:
- [Thompson, 1977] riferisce che il personale usava male il proprio orario di servizio e si dedicava pochissimo
all’educazione dei soggetti, favorendo invece il consolidamento dei comportamenti di dipendenza in quanto erano
gli stessi operatori a svolgere le attività che avrebbero dovuto/potuto eseguire autonomamente i disabili.
- [Klaber, 1969] confrontò vari istituti e vide che i bambini degli istituti in cui si favoriva un alto grado di autosufficienza
sembrano essere più felici (comportamenti di “felicità”: risata, sorriso). Notò anche che le persone negli istituti
trascorrevano dal 33-50% del tempo in totale passività e dal 15-20% emettendo comportamenti autistici. Inoltre,
spesso gli operatori si occupavano del benessere fisico ma ben poco del miglioramento e dello sviluppo del
ciò l’autore
comportamento dei disabili. A seguito di affermò che potevano essere considerate valide solo quelle
strutture in cui i bambini sono autonomi, presentano minori comportamenti stereotipici e hanno possibilità di
sviluppo intellettivo.
- [Thompson] riteneva che i programmi realizzati in ambienti stimolanti, che usano tecniche rimotivanti,
occupazionali e ricreative contribuiscono a migliorare le condizioni di vita delle persone con menomazioni collocati
nelle istituzioni. Il problema è che questi programmi per alcuni (che hanno vissuto a lungo negli istituti) sono arrivati
tardi, tanto che i loro comportamenti sono ormai profondamente radicati e quindi difficili da cambiare→
comportamenti autistici (dondolare, girarsi le dita), autolesionismo (battere la testa, mordersi mani/braccia), totale
dipendenza dal personale.
Annullare questi effetti non è impossibile, ma è sicuramente molto difficile (occorrerebbero programmi rigorosi e
metodi impegnativi che prevedano la modificazione e il riadattamento del contesto ambientale, familiare e non, e
degli operatori). 3
Nel contesto europeo fu importante il contributo di [Maria Montessori] che per prima dimostrò che anche i bambini con
gravi forme di disabilità intellettiva (considerati ineducabili al tempo) potevano conseguire risultati importanti nella
si diffuse così l’idea che il modo di concepire e trattare la disabilità poteva cambiare ed
lettura/scrittura/abilità manuali
essere ben diverso.
[Montessori] “Il il suo libro più famoso in cui la sua
metodo della psicologica scientifica”: concezione della pedagogia
speciale fu riconosciuta come “medicina sociale” e come riferimento per molti operatori e istituzioni impegnati nel
trattamento delle persone con disabilità.
I passi da compiere verso l’inserimento scolastico e sociale erano ancora molti, ma è interessante ricordare come il
passaggio dall’esclusione all’inserimento delle persone con disabilità nel contesto comune sia stato intrapreso da alcuni
genitori e familiari rifiutati dalle istituzioni educative e curative e che quindi si rivolsero alla magistratura. Infatti negli Stati
Uniti negli anni ’70 si giunse alla Carta del diritto alle pari opportunità educative e si estese a tutte le persone con disabilità.
di ricevere l’educazione
In seguito a ciò anche le persone costrette a letto hanno avuto la possibilità pubblica. Tutto ciò ha
determinato l’avvio di esperienze di inserimento che hanno trovato sostegno nel movimento della “normalizzazione” che
sosteneva che i programmi educativi potevano e dovevano essere fruibili da tutti.
È così che sono iniziate le esperienze di mainstreaming (correnti principali) che hanno promosso e incoraggiato
l’apprezzamento e l’accettazione delle persone con disabilità stimolando sentimenti di consapevolezza e ricercando forme
di convivenza e interazione.
Questo nuovo modo di trattare la disabilità è stato ben rappresentato dal cosiddetto modello a cascata di [Deno, 1970]
(“the cascade system of special education service”). Questo modello va dal livello regolare (con frequenza di ambienti
comuni-regolari) a quello più speciale (ospedalizzazione/istituzionalizzazione): i 7 livelli di integrazione riflettono il
movimento che avrebbe dovuto condurre la persona verso la frequenza di ambienti sempre meno restrittivi.
→
1. Primo livello inclusivo, con sessioni di insegnamento-apprendimento nelle classi regolari, con o senza la presenza
di supporti specializzati
→ dell’integrazione, con collocamento nelle classi comuni dove lo studente con disabilità beneficiava
2. Secondo livello
di supporti speciali forniti dai servizi
→ inserimento nella scuola dell’obbligo, in classi comuni per
3. Terzo livello frequenza di classi speciali a part-time: con
la maggior parte del tempo scolastico durante cui lo studente con disabilità beneficia di interventi specializzati in luoghi
appositi (classi di rotazione e di arricchimento)
→
4. Quarto livello frequenza di classi speciali a tempo pieno: con iscrizione in una classe speciale per la maggior parte
del tempo, con momenti di interazione in contesti comuni con altri coetanei
→
5. Quinto livello frequenza di scuole speciali pubbliche: con frequenza dello studente disabile in classi speciali
→
6. Sesto livello frequenza di scuola separate appositamente progettate per gli studenti con disabilità
→
7. Settimo livello più restrittivo, con collocamento dello studente disabile in strutture residenziali di tipo sanitario
all’interno delle quali si accede anche a programmi di tipo educativo
I primi 6 livelli riguardano il coinvolgimento in sistemi scolastici, mentre l’ultimo comporta la delega completa ai servizi
Lo spostamento dall’alto al basso poteva avvenire solo dopo un’attenta valutazione delle difficoltà
sanitari-assistenziali.
del soggetto.
Questo modello fu applicato su larga scala e portò alla frequenz
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