Che materia stai cercando?

Riassunto esame Psicologia Clinica, prof. Curci, libro consigliato Psicologia Clinica, Sanavio, Conoldi

Riassunto per l'esame di Psicologia Clinica, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Psicologia Clinica, Sanavio, Conoldi (cap 11).
Sono Presenti anche quattro capitoli di dispense. 1. IL RAPPORTO TERAPEUTA PAZIENTE, OVVERO IL SISTEMA OSSERVANTE
2. La diagnosi della diagnosi (in terapia familiare)
3. Buone prassi relative alla valutazione in prima... Vedi di più

Esame di Psicologia clinica docente Prof. A. Curci

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

riequilibrio in termini adattivi quindi la terapia sistemica è piuttosto un modo di pensare che una

pratica di intervento.

Nell’approccio sistemico la comunicazione ha un ruolo fondamentale. Il setting in terapia familiare

è particolare in quanto alla seduta è invitata l’intera famiglia intesa come nucleo che vive

abitualmente insieme; nella stanza con la famiglia ci sono due terapeuti familiari mentre altri due

osservano la seduta dietro uno specchio unidirezionale. La coppia di terapeuti che interagisce con la

famiglia costituirà con essa un nuovo sistema con le sue regole, i terapeuti dietro il vetro si

occuperanno maggiormente di analisi e osservazione.

La seduta di terapia familiare si può suddividere in cinque fasi:

1. La preseduta nella quale i terapeuti discutono prima dell’arrivo della famiglia le

informazioni già disponibili;

2. L’intervista familiare che viene condotta dai due terapeuti a contatto con la famiglia;

3. La discussione che si svolge tra i quattro terapeuti in assenza della famiglia;

4. La conclusione nella quale uno dei terapeuti riferisce alla famiglia le valutazioni conclusive;

5. La post seduta nella quale l’equipe discute le reazioni che la famiglia ha manifestato durante

l’intervento conclusivo.

La formazione dei terapeuti familiari dedica attenzione soprattutto al training svolto prima da un

lato dello specchio e poi dall’altro e alla supervisione in vivo.

Dalla scuola di Palo Alto si evolve il modello strutturale nel quale la famiglia è vista più come

struttura che assolve molteplici funzioni legate al ciclo vitale. I terapeuti strutturali sono impegnati

nelle realtà degradate e nei conflitti sociali statunitensi.

L’INTEGRAZIONE IN PSICOTERAPIA

Il movimento integrativo non aderisce ad alcun approccio in particolare ma è aperto verso teorie e

tecniche diverse tendendo a costruire una struttura teorica globale che permetta di capire e predire il

cambiamento e di determinare la scelta delle procedure terapeutiche idonee. Attualmente si possono

distinguere tre tendenze che caratterizzano il movimento per l’integrazione della psicoterapia:

• La prima tendenza può essere indicata come ricerca dell’integrazione teorica cioè vengono

integrati tra loro due o più modelli, si opera dunque una fusione di elementi concettuali.

• Una seconda tendenza prende in esame differenti forme di psicoterapia per cercare di

individuare gli elementi che hanno in comune, i cosiddetti fattori comuni. Obiettivo di

questa tendenza è tracciare un profilo dei fattori che risultino maggiormente associati al

successo terapeutico.

• La terza tendenza può essere definita quella dell’eclettismo tecnico che attribuisce

importanza molto ridotta agli aspetti teorici e ha un atteggiamento pragmatico a differenza

delle altre due. Il terapeuta deve scegliere per ciascun problema e per ciascun paziente la

tecnica che ha più probabilità di risultare valida in quel contesto particolare.

EFFICACIA DELLA PSICOTERAPIA

Ad avviare il dibattito scientifico sulla questione dell’efficacia della psicoterapia è stato nel 1952,

Eysenck, uno dei più conosciuti psicologi del ‘900 il quale affermava che per poter parlare di

efficacia bisogna confrontare i dati delle terapie psicoanalitiche e di quelle eclettiche con la

percentuale di remissioni spontanee che si registravano in pazienti che non usufruissero di

psicoterapia. In base alle ricerche dell’epoca Eysenck affermò che, nell’arco di due anni, 2/3 dei

nevrotici gravi risultano guariti o migliorati senza il beneficio di una psicoterapia sistematica.

Secondo altri studi la psicoterapia, addirittura, può essere responsabile dell’effetto di

deterioramento cioè peggioramento dei sintomi, comparsa di problemi nuovi e di sintomi diversi

infatti in un studio che confrontava un gruppo di controllo con un gruppo trattato al termine del

trattamento entrambi i gruppi stavano meglio in media e non esistevano differenze tra i gruppi.

Nel 1977 con lo sviluppo della metanalisi che calcola un indice detto dimensione dell’effetto che

esprime quanto mediamente il gruppo trattato sia migliorato rispetto al proprio gruppo di controllo,

si è dimostrato che la psicoterapia è realmente efficace.

TRATTAMENTI PSICOLOGICI BASATI SULLE EVIDENZE

Per efficacia di un intervento sanitario si intende la sua capacità di modificare il decorso di una

malattia o di un problema.

Si distinguono 3 diversi livelli nelle valutazioni d’efficacia:

Efficacy (efficacia teorica): ha l’obiettivo di stabilire se esista o meno un certo effetto cioè la

capacità di un intervento sanitario o psicosociale di produrre il risultato atteso a livello

sperimentale;

Effectiveness (efficacia pratica): la capacità di un intervento sanitario o psicosociale di

produrre il risultato atteso nella realtà quotidiana dei servizi;

Efficiency (efficienza): riguarda la valutazione del personale.

IL RAPPORTO TERAPEUTA PAZIENTE, OVVERO IL SISTEMA OSSERVANTE

Cap. 1 (dispense)

La diagnosi è considerata essenziale dalla medicina e dalla psichiatria perchè ha lo scopo di fornire

una descrizione della situazione, rintracciare la causa del disturbo e stabilire il punto da cui partire

per la cura. La terapia familiare, però, tende a mettere in discussione il modello medico delle

precedenti terapie e con questo anche il concetto di diagnosi. Le critiche più frequenti da parte dei

terapeuti relazionali comprendono il ritenere la diagnosi:

a) Un’etichetta senza tempo che rischia di bloccare la realtà;

b) Un’etichetta che sottolinea la patologia;

c) Uno strumento per separare l’osservatore dall’osservato e quindi il paziente dal terapeuta,

imponendo una gerarchia.

Ogni clinico deve fare una diagnosi, cercando e scegliendo alcuni parametri rispetto ai quali

costruire le proprie ipotesi; i parametri o le categorie che si potrebbero utilizzare sono infiniti, scelti

o inventati da chi osserva. La diagnosi perciò ci dice molto del terapeuta e delle categorie che ha

amplificato o inventato nel rapporto con il paziente o la famiglia. Già Sullivan sosteneva che la

diagnosi include il terapeuta in quanto parte del campo di osservazione: il clinico non osserva il

paziente ma osserva la propria interazione con il paziente.

La diagnosi è, inoltre, vista come ipotesi complessa e processuale, infatti Boscolo e Cecchin

sostituiscono il concetto di diagnosi con quello di ipotizzazione inteso come la capacità del

terapeuta di formulare una o più ipotesi come punto di partenza della propria investigazione.

Un aspetto che tutti i buoni clinici hanno sempre messo in atto è la connessione fra terapeuta e

paziente e quindi la loro interazione come unico elemento che permetta la costruzione di ipotesi;

affinchè ciò avvenga, il terapeuta deve perdere la sua neutralità e la distanza per diventare co-

partecipe e responsabile delle risposte che assieme al paziente co-costruisce.

Un tentativo di prendere in considerazione l’interrelazione tra osservatore e osservato, coinvolgendo

in prima persona il terapeuta, è l’ipotesi della Ugazio la quale afferma che si devono analizzare le

interazioni tra sistema osservato e sistema osservatore, il che comporta per l’equipe terapeutica di

porsi in una posizione autoriflessiva. Inoltre, la famiglia si collega alla terapia e per fare questo

collegamento la Ugazio analizza i comportamenti che la famiglia mette in atto quando richiede la

terapia e le aspettative.

White, un clinico australiano, consegna alla fine di ogni seduta un riassunto-reframing

condividendo così la diagnosi con la famiglia, organizzata e scritta in modo da sottolineare aspetti

positivi e proporre narrazioni che abbiano un potenziale terapeutico. La terapia sistemica favorisce

notevolmente la rinuncia a una posizione gerarchicamente rigida in favore di una maggiore apertura

e condivisione. I sistemi <puri> hanno mostrato un interesse molto vivo per il ruolo del terapeuta

nel rapporto, in particolare, Aponte, in un articolo del 1982, considera la persona del terapeuta come

l’elemento fondamentale per il buon andamento della terapia.

Secondo Loriedo e Viella, al termine controtransfert si dovrebbe sostituire quello di coinvolgimento

inteso come il processo che riguarda l’intero sistema cioè elementi soggettivi ed oggettivi del qui ed

ora che non rimandano a eventi passati, il coinvolgimento in questo senso, è una sorta di sintomo

del terapeuta. Di questo coinvolgimento parla esplicitamente la Togliatti la quale afferma che nel

lavoro di formazione per diventare terapeuti relazionali, non ci si limita a insegnare le varie nozioni

ma il futuro terapeuta viene addestrato a un’attenta autoriflessione sulle proprie esperienze

personali, deve interrogarsi sui propri sentimenti, sulle simpatie e antipatie, preferenze e sulla

propria adesione o meno alla visione del problema proposta da un membro della famiglia. Anche

Whitaker ritiene che le emozioni, il coinvolgimento, le difficoltà del terapeuta costituiscono un

elemento fondamentale per il comune processo di crescita; durante la terapia, infatti, l’autore

richiede sempre la presenza di una terza persona (coterapeuta) che verbalizzi i propri stati d’animo e

le proprie intuizioni. La diagnosi della diagnosi (in terapia familiare)

Cap.2 (dispense)

Non è facile dare una precisa collocazione al concetto di diagnosi nel campo della terapia familiare,

esistono, però, due posizioni importanti:

1. Ackerman afferma che senza un’adeguata diagnosi non può esserci un’adeguata terapia;

2. Virginia Satir al contrario afferma che le categorie non aiutano nel trattamento.

Da un lato il proposito di rimuovere la diagnosi in terapia familiare, dall’altro una tendenza alla

rivalutazione e al rilancio.

L’atto diagnostico e la valutazione ai fini diagnostici non sono solo fondamentali ma addirittura

ineliminabili e verrà dimostrato affrontando le due principali argomentazioni contrarie:

La prima argomentazione contraria è che il principiante tende a focalizzare l’attenzione sulla

diagnosi e sulla valutazione del problema familiare e preferisce raccogliere informazioni

prima di intervenire; i terapeuti con più esperienza, invece, si trovano sempre a lavorare con

una quantità minima di informazioni e intervengono non appena hanno un’idea di ciò che sta

accadendo, non amano rimandare la terapia a causa della diagnosi e della valutazione.

Questa dicotomia valutazione/intervento è, però, fittizia perché ciò per il terapeuta è una

valutazione, per il paziente può essere un intervento;

La seconda argomentazione critica sostiene che la diagnosi è inutile per il terapeuta

familiare perché essa dà un’etichetta di malattia ed è centrata sull’individuo e non sui

sistemi relazionali. Nell’etimo del termine, però, diagnosi deriva da diagnoskein che vuol

dire distinguere, non esiste un minimo accenno al fatto che il suo uso debba essere riferito

all’identificazione di sintomi da inquadrare in una malattia. A favore di ciò Spencer-Brown

afferma che solo attraverso la distinzione saremo in grado di parlare di un universo, senza

distinzioni è il Caos dell’indistinto, quindi fare una diagnosi è innanzitutto operare una

distinzione allo stesso modo di come si effettua una distinzione tra sistema rigido e sistema

flessibile, tra padre periferico e padre centrale. Friedrich von Hayek parla addirittura di

discriminazione così come effettuiamo nella vita quotidiana distinguendo aria da terra o da

albero, quando diciamo <<Questo è un albero>> stiamo usando una categoria diversa ma un

identico procedimento mentale di quando diciamo <<Questo è un paziente psicotico>>.

È infine possibile accertare con diversi metodi sperimentali che non solo gli uomini ma anche la

gran parte degli animali classificano gli stimoli con un ordine simile a quello delle nostre esperienze

sensoriali come per esempio i polli nel famoso esperimento di Revesz, sono soggetti alle medesime

illusioni ottiche degli uomini.

Gregory Bateson afferma in conclusione che <<Non si può dire di non fare diagnosi. Chi lo sostiene

fa solo cattive diagnosi. L’importante è che giusto o sbagliato, il fare diagnosi sia esplicito. Sarà

così possibile criticarlo in modo altrettanto esplicito>>, si dovrebbe fare perciò una diagnosi della

diagnosi, questo a conferma che la diagnosi è essenziale.

Buone prassi relative alla valutazione in prima seduta: un contributo empirico

all’interno di un corso di training.

Cap.3 (dispense)

Obiettivo di questo studio è riflettere sulla qualità dell’analisi della domanda di terapia nella prima

seduta rilevando quale sia il protocollo possibile.

La differenza tra Consulenza e Terapia, in molti casi è liminale poiché se è vero che spesso la

psicoterapia inizia con una fase di consultazione, è anche vero che, altrettanto spesso, alcune

consulenze psicologiche si affacciano su uno scenario con obiettivi e setting prettamente

psicoterapeutici. A questo proposito, vi sono diverse prospettive di riflessione:

Per Carli, ad esempio, la consultazione è parte integrante della terapia a patto che si possano

elicitare nel richiedente nuove prospettive sul problema, ossia solo nel caso in cui la

domanda di cambiamento incontra nel consulente la possibilità di pensare a quel

cambiamento (modello dell’analisi della domanda).

Minuchin, invece, ritiene che ogni fase del processo terapeutico condiziona e sia necessaria

per le successive fasi. A questo proposito l’attenzione viene posta sulla cosiddetta fase di

joining, ossia la fase dei primi contatti con la famiglia. La prima seduta, infatti, rappresenta

in sintesi quanto avverrà con la famiglia durante il corso di tutta la terapia e viene suddivisa

in tre fasi:

1. Il terapeuta mette a proprio agio la famiglia, per esempio dedicando i primi minuti ad

una chiacchierata per mettere i componenti a proprio agio.

2. Il terapeuta chiede a ogni membro della famiglia (non importa l’ordine, ciò che

importa è che tutti si sentano partecipi, nell’esplorazione del problema), quali sono i

motivi che l’hanno portato in seduta.

3. Il terapeuta esplora la struttura della famiglia aiutandola ad agire i propri drammi.

Egli non interviene mai quando la famiglia interagisce, il suo compito è quello di

osservare e far raggiungere alla famiglia un livello emotivo come se fosse a casa

propria

Minuchin vede il terapeuta come un antropologo, che come lui osserva, scruta, analizza, ma con la

differenza che il terapeuta vuole indurre un cambiamento e la trasformazione del sistema.

L’idea che il terapeuta sia come il “padrone di casa” viene ripresa da Andolfi che utilizza la

metafora dell’estraneità, per indicare che il terapeuta è “un estraneo in famiglia", cioè si avvicina al

sistema alla ricerca sia di qualcosa di famigliare ma anche e soprattutto alla ricerca di nuove

informazioni che il sistema spesso apprende per la prima volta. Egli introduce il tema della pre-

seduta, quindi quel primissimo spazio di contatto con cui il terapeuta viene a conoscenza di quel

preciso sistema familiare. Sistematizzando le intuizioni di Haley, per quanto riguarda la prima

seduta, ci avvaliamo di 4 tempi o stadi:

1. Stadio sociale, la famiglia viene messa a proprio agio.

2. Focalizzazione sul problema, il terapeuta raccoglie elementi rispetto al disagio che il sistema

porta.

3. Stadio interattivo, il terapeuta conduce i membri a confrontarsi tra loro e conduce un ascolto

più ampio volto ad aumentare le informazioni.

4. Contratto terapeutico, si va a definire un obiettivo.

Successivamente, ricordiamo il contributo di Whitaker, egli parla in un primo momento di “libertà

di avvicinarsi e allontanarsi” per definire un’attenta valutazione da entrambe le parti (terapeuta –

famiglia) e in un secondo momento della capacità del terapeuta di fare propri i temi della famiglia

come la sofferenza, il dolore, ma anche il sapersi differenziare da essi. Whitaker si sente un

chirurgo, gli “interessa risolvere la patologia, e non importa se uscirà del sangue”. Infine ritiene la

“battaglia per la struttura” e lo “stabilire il menù” come due momenti precisi dell’inizio della

terapia.

Un altro lavoro è stato condotto dalla Scuola Milanese, uno loro consuetudine nella prima intervista

è la “cartella telefonica”, dove viene raccolta la prima richiesta di terapia in base alle quali decidere

chi convocare in prima seduta. L’importanza delle informazioni che precedono la prima seduta, è

data da due ordini di motivi:

− per evitare di entrare in seduta senza alcuna idea sul sistema familiare;

− per aiutare il terapeuta a collegare informazioni relative al sintomo ad un’ipotesi relazionale

da verificare successivamente.

Oltre alla cartella telefonica relazionale, un altro strumento che consente di articolare la qualità

delle informazioni iniziali è la pre-seduta in cui si lavora sulle informazioni della cartella telefonica

ed in particolare comincia ad elaborare connessioni prestando attenzione alla storia clinica, alla

concomitanza del sintomo con eventi significativi nella storia della famiglia.

Da tutto ciò si deduce che è difficile mantenere un protocollo unico in prima seduta in quanto

esistono molti pareri dai quali non ci si può esimere.

Metodo

Per quanto riguarda le metodologie, la ricerca in psicoterapia si è occupata sia dei risultati cioè se

un trattamento funziona (outcomes research), sia del come funziona (process research).

Aspetto importante è L’osservazione diretta della famiglia in interazione con il clinico da parte di

un ricercatore che non ha preso parte alla seduta, in questa fase il sistema terapeutico e il sistema-

famiglia, si osservano reciprocamente e sono consapevolmente osservati a loro volta da un occhio

neutro (telecamera), come consuetudine interna alla terapia familiare. E’ proprio questo terzo

occhio ad aiutarci nella definizione del nostro oggetto di studio e del nostro disegno di ricerca,

parliamo a questo proposito di una qualità di osservazione di secondo livello, in quanto chi scrive

non ha preso parte all’interazione clinica. Si passerà successivamente, alla trascrizione delle sedute.

Descrizione del campione

Il materiale clinico a cui si fa riferimento trae origine da una ricerca condotta tra il 2005 e 2008, le

famiglie erano divise in 2 gruppi di training ed erano in totale 25 i nuclei familiari. Questo

campione era piuttosto eterogeneo composto da: famiglie con bambini piccoli, famiglie con un

adolescente, famiglie con un giovane adulto (la cui condizione lavorativa e sociale lo porta a

convivere con il nucleo familiare di appartenenza). Queste famiglie erano giunte nell’istituto o

tramite invianti di prestigio (gli era stato riferito che questo istituto fosse l’unico posto che poteva

risolvere i loro problemi), o attraverso l’invio del reparto di SPDC (Servizio psichiatrico di

diagnosi e cura) oppure erano reingressi, cioè famiglie che avevano già svolto un percorso in

precedenza e che hanno avuto la necessità di rivolgersi nuovamente alla terapia.


ACQUISTATO

1 volte

PAGINE

14

PESO

93.37 KB

AUTORE

roxx86

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Psicologia Clinica, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Psicologia Clinica, Sanavio, Conoldi (cap 11).
Sono Presenti anche quattro capitoli di dispense. 1. IL RAPPORTO TERAPEUTA PAZIENTE, OVVERO IL SISTEMA OSSERVANTE
2. La diagnosi della diagnosi (in terapia familiare)
3. Buone prassi relative alla valutazione in prima seduta: un contributo empirico all’interno di un corso di training.
4. Dalla valutazione alla progettazione dell’intervento per coppie separate conflittuali.

Voto esame: 30


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher roxx86 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia clinica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Curci Antonietta.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Psicologia clinica

Dinamiche relazionali e interventi clinici. Teorie contesti e strumenti + Appunti per esame Taurino
Appunto
Riassunto esame Pedagogia Speciale, prof. Elia, libro consigliato Questioni di Pedagogia Speciale, Elia
Appunto
Riassunto esame Psicologia del prodotto audiovisivo, prof. Mininni, libro consigliato Psicologia e media, Mininni
Appunto
Riassunto esame Psicologia Sociale dei Gruppi, prof. Annese, libro consigliato I Gruppi Sociali di Speltini e Polmonari
Appunto