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Quasi un anno dopo, il 15 ottobre 1898: «Mi è nata una sola idea di valore generale: in me

stesso ho trovato l’innamoramento per la madre e la gelosia verso il padre, e ora ritengo che

questo sia un evento generale della prima infanzia»; cita quindi Edipo re. «Mi è balenata

l’idea che la stessa cosa possa essere alla base dell’Amleto. Non penso a un’intenzione

deliberata di Shakespeare, ma ritengo piuttosto che un avvenimento reale abbia spinto il

poeta a tale rappresentazione, mentre il suo inconscio capiva l’inconscio dell’eroe. Come

giustifica l’isterico Amleto la frase: “Così la coscienza ci rende tutti codardi” e la sua

esitazione a vendicare il padre uccidendo lo zio, quando lui stesso non si fa alcuno scrupolo

nel mandare a morte i suoi cortigiani e non esita un istante a uccidere Laerte?» (S. Freud,

Epistolari. Lettere a W. Fliess. 1887-1904, Torino 1986).

Siamo già nell’ambito di pensieri dell’Interpretazione dei sogni, pubblicato l’anno dopo:

«Nello stesso terreno dell’Edipo re si radica un’altra grande creazione tragica, l’Amleto di

Shakespeare. Ma nella mutata elaborazione della medesima materia si rivela tutta la

differenza nella vita psichica di due periodi di civiltà tanto distanti tra loro, il secolare

progredire della rimozione nella vita affettiva dell’umanità. Nell’Edipo, l’infantile fantasia di

desiderio che lo sorregge viene tratta alla luce e realizzata come nel sogno; nell’Amleto

permane rimossa e veniamo a sapere della sua esistenza - in modo simile a quel che si

verifica in una nevrosi - soltanto attraverso gli effetti inibitori che ne derivano. L’effetto

travolgente del dramma più recente si è dimostrato singolarmente compatibile col fatto che

si può rimanere perfettamente all’oscuro del carattere dell’eroe. Il dramma è costruito

sull’esitazione di Amleto ad adempiere il compito di vendetta assegnatogli; il testo non

rivela quali siano le cause o i motivi di questa esitazione, né sono stati in grado di indicarli i

più diversi tentativi di interpretazione. Secondo la concezione tuttora prevalente, che risale a

Goethe, Amleto rappresenta il tipo d’uomo la cui vigorosa forza di agire è paralizzata dallo

sviluppo opprimente dell’attività mentale (“la tinta nativa della risoluzione è resa malsana

dalla pallida cera del pensiero”). Secondo altri, il poeta ha tentato di descrivere un carattere

morboso, indèciso, che rientra nell’àmbito della nevrastenia. Sennonché, la finzione

drammatica dimostra che Amleto non deve affatto apparirci come una persona incapace di

agire in generale. Lo vediamo agire due volte, la prima in un improvviso trasporto emotivo,

quando uccide colui che sta origliando dietro il tendaggio, una seconda volta in modo

premeditato, quasi perfido, quando con tutta la spregiudicatezza del principe rinascimentale

manda i due cortigiani alla morte a lui stesso destinata. Che cosa dunque lo inibisce

nell’adempimento del compito che lo spettro di suo padre gli ha assegnato? Appare qui di

nuovo chiara la spiegazione: la particolare natura di questo compito. Amleto può tutto,

tranne compiere la vendetta sull’uomo che ha eliminato suo padre prendendone il posto

presso sua madre, l’uomo che gli mostra attuati i suoi desideri infantili rimossi. Il ribrezzo

che dovrebbe spingerlo alla vendetta è sostituito in lui da autorimproveri, scrupoli di

coscienza, i quali gli rinfacciano letteralmente che egli stesso non è migliore del peccatore

che dovrebbe punire. Così ho tradotto in termini di vita cosciente ciò che nella psiche

dell’eroe deve rimanere inconscio. Se qualcuno vuol dare ad Amleto la denominazione di

isterico, posso accettarla solo come corollario della mia interpretazione. A questa ben

s’accorda l’avversione sessuale che Amleto manifesta poi nel dialogo con Ofelia, la

medesima avversione sessuale che negli anni successivi doveva impadronirsi sempre più

dell’animo del poeta, sino alle sue estreme manifestazioni nel Timone d’Atene.

Naturalmente, può essere solo la personale vita psichica del poeta, quella che si pone di

fronte a noi nell’Amleto.

Traggo dall’ opera di Georg Brandes su Shakespeare la notizia che il dramma è stato

composto immediatamente dopo la morte del padre di Shakespeare (1601), quindi in pieno

lutto, nella reviviscenza - ci è lecito supporre - delle sensazioni infantili di fronte al padre. È

noto anche che il figlio di Shakespeare, morto giovane, aveva nome Hamnet (identico a

Hamlet).»

(S. Freud, L’interpretazione dei sogni, traduzione italiana di E. Fachinelli e H. Trettl,

Milano 1973)

Otto Rank completa così: «Nel “fantasma del padre di Amleto” s’intreccia quindi tutta una

serie di potenti impulsi inconsci del poeta: non solo l’odio infantile per il padre e

l’inclinazione erotica per la madre, ma anche come reazione il contrario, cioè il complesso di

incesto che porta a venerare il padre e disprezzare la madre; e infine anche la punizione di

questi impulsi proibiti: la paura, cioè, che il figlio possa contraccambiare con eguale

odio.» (O. Rank, Il tema dell’Incesto, 1912)


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in pasicologia clinica e tutela della salute
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia clinica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze Storiche Prof.

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