Lezione 10-10-22
La psicologia clinica introduzione
La psicologia clinica va a studiare, verificare, intervenire su tutte le condizioni che creano disagio nella persona, quindi quei malfunzionamenti comportamentali e psichici, emotivi, relazionali, cognitivi e va a intervenire sui soggetti.
I test sono strumenti utilizzati per misurare i comportamenti delle persone. Per fare una diagnosi non bastano i test, ma interviene lo psicologo clinico che va a considerare e mettere insieme una serie di variabili e può fare le diagnosi attraverso l’applicazione dei test, il colloquio clinico e la valutazione psicodiagnostica che avviene con più strumenti, questo implica la conoscenza di meccanismi comportamentali sintomatologici e conoscenza degli strumenti. La diagnosi clinica viene espressa in una relazione, con tutti gli indicatori che sono stati analizzati dalla batteria di test e tramite il colloquio clinico.
La psicologia clinica ha un approccio evidence based, cioè basato su dati verificati del comportamento del soggetto, trovando informazioni dalla letteratura, da tutti gli approcci, individuando punti di forza e di debolezza di comportamenti, di sintomi, valutare su questi dati quali siano le strategie di intervento efficaci. Un dato è accettabile quando arriva a una soglia del 75%, qui si può generalizzare. Dalla diagnosi differenziale resta quindi il margine di errore del 25% che può sempre emergere, ma è ridotto al minimo, perché ci occupiamo di comportamenti, di danni funzionali.
Gli effetti primari e secondari dei danni cerebrali variano nei soggetti e vengono verificati con i test, partendo dal tipo di personalità del soggetto. La diversità tra gli individui dal punto di vista emotivo è data dalla personalità e dall’identità (parte della personalità). La personalità risente delle influenze esterne, ciò che ci rende unici è l’identità, e questo va ad incidere sulle performance dei test cognitivi se ho un danno cognitivo e fa il comportamento della persona. Il comportamento è la risposta che il soggetto dà a una richiesta del contesto, dell’ambiente esterno, questa risposta è data dall’integrazione tra la componente emotiva e cognitiva.
In due pazienti con la stessa lesione, con la stessa misura strumentale, si hanno performance diverse, per differenze di personalità. Quando si parla di persone si parla di parte emotiva e cognitiva, bisogni momentanei, identità, processi regolatori (emotività).
L’identità e la personalità cambiano nel tempo, si modellano in base all’ambiente esterno, si parla di modellamento tramite apprendimento, tramite le esperienze, l’adattamento, il quale si manifesta attraverso i nuovi apprendimenti, la crescita (anche la crescita post traumatica da stress, si impara da errori, insuccessi).
Quando mettiamo in atto un comportamento, una competenza emotiva e cognitiva, comunichiamo con gli altri. La comunicazione è un’abilità cognitiva della persona che permette di interagire con l’ambiente (le altre persone), è la prima abilità che un bambino ha alla nascita, è istintiva, il bambino crea interazione, cerca strumenti per comunicare, poi diventa intenzionale, un modo per esprimere i propri bisogni. Stabilisce quindi un processo comunicativo, e inizia poi lo sviluppo dell’intelligenza (Piaget).
La comunicazione è il mezzo per stare in relazioni con gli altri, in contesti sociali. Le interazioni con gli altri creano la propria realtà, i disagi emotivi si creano da malfunzionamenti nell’interazione con il contesto sociale e nelle relazioni con gli altri, da qualche elemento nella comunicazione che cambia e crea il disagio emotivo, attraverso ricordi, divisi in concetti (gli strumenti che abbiamo nella semantica, nelle conoscenze, linguaggio) e vissuti (tutto ciò che riguarda la parte emotiva, le esperienze emotive). Il linguaggio è un codice, un sistema simbolico che può essere variabile per ogni soggetto. Una comunicazione è efficace quando tra emittente e ricevente c’è un dialogo, una bidirezionalità di contenuti, c’è accordo, e c’è un feedback. Il conflitto si genera nel parlare, dove non c’è interazione, non c’è una bidirezionalità.
Cambiando il sistema relazionale, cambiando i ruoli, cambia il linguaggio e la comunicazione, cambia la relazione. Più sono ampi i vissuti e i concetti, più ampio è il linguaggio, più efficace è la capacità comunicativa, la competenza relazionale e la competenza cognitiva (tutto racchiuso nel comportamento). Il colloquio clinico serve per stabilire una risposta che l’individuo dà all’ambiente, non è un’anamnesi, ma è uno strumento molto tecnico, un colloquio che si basa sull’eloquio spontaneo, sul dialogo, sul modo in cui si presenta, sulla combinazione delle cose che dice. Nel colloquio clinico bisogna rilevare tutti questi indicatori per poi andare a valutare ed eventualmente fare una diagnosi.
Il paziente è colui che è consapevole di avere un bisogno, un problema, un paziente sa di avere un problema, lo sa descrivere. L’alleanza terapeutica è fondamentale, è il sistema relazionale attraverso il quale il terapeuta risulta credibile al paziente, rapporto di fiducia, lo psicologo deve risultare affidabile e credibile. Nel setting il paziente è attivo nella relazione terapeutica. L’alleanza si crea con l’esperienza, è importante l’empatia dello psicologo verso il paziente. È importante andare a considerare il punto di vista del paziente, come ha vissuto l’esperienza. Si va a lavorare sui bisogni del paziente, che vanno a costituire l’unicità della persona, il modo in cui diverse persone reagiscono a uno stesso stress è dato dai diversi bisogni che hanno, dalla loro identità e personalità.
Lezione 13-10-22
Il colloquio clinico
Due strumenti utilizzati: i test permettono di misurare, quantificare; il colloquio clinico permette di rilevare gli indicatori, i punti di forza e di debolezza di una persona per poi quantificarli. Sui punti deboli si fanno i test. Si sfruttano poi i punti di forza, cioè si lavora sulle compensazioni (punti di forza) messe in atto. La riabilitazione permette al paziente di usare delle strategie compensative.
Il colloquio clinico è un sistema di interazione terapeuta-paziente all’interno del quale il paziente esprime i propri bisogni, è basato sul parlato; si utilizza un’intervista, strutturata quindi con un elenco di domande, una tempistica e un ordine; semi-strutturata, sempre con domande, ordine e tempo ma meno rigida nella struttura, nell’ordine e nell’esecuzione delle domande; libera, non strutturata, non permette di fare una valutazione clinica. L'intervista è più rigida, c’è un tempo dettato dal professionista. L’eloquio spontaneo è ciò che le persone dicono senza controllo. Dal colloquio clinico si può valutare l’eloquio spontaneo che può andare ad indicare diverse condizioni, es. livelli di ansia. Nel colloquio contano le modalità con cui il soggetto riporta le informazioni (linguaggio del corpo, voce, termini usati). Nell’intervista invece contano i contenuti.
Le terapie cognitive si occupano del funzionamento del cervello, la psicoterapia si occupa della mente, cioè dei vissuti, dei ricordi, di rimettere in ordine e vedere le esperienze e i ricordi da una nuova prospettiva, a rielaborare. Permette di essere più flessibili sui propri vissuti, dando apertura e aprendosi a nuove possibilità. La psicoterapia si occupa della mente, l’attività cognitiva è finalizzata all’azione, che ha come obiettivo il soddisfacimento dei desideri.
Il colloquio clinico nella ricerca consente di rilevare errori di trattamento. Permette di strutturare e condurre trattamenti efficaci. Obiettivo: raccogliere informazioni per accrescere la conoscenza. Il colloquio di ricerca sarà trattato attraverso l’argomentazione di: motivazione al colloquio, modalità di utilizzo del colloquio, costruzione della traccia del colloquio, errori nella conduzione, strategie di facilitazione della comunicazione. (→ cosa deve fare lo psicologo, valutazione psicodiagnostica)
Errori nella conduzione del colloquio possono esserci ad esempio nella formulazione delle domande, che possono andare ad influenzare la risposta del paziente verso una risposta socialmente accettabile, ad esempio fornendo troppi strumenti, troppi aggettivi o suggerimenti la persona può sentirsi giudicata e rispondere diversamente, cioè come crede che il professionista si aspetterebbe. Questi errori di formulazione dipendono quindi dal significato delle parole che può variare a seconda dell’interlocutore, la scelta del momento meno adatto, la formulazione di domande doppie o eccessivamente sintetiche.
Un altro errore di conduzione è la dinamica dei rilanci, ovvero andare ad utilizzare i contenuti che gradualmente emergono dal colloquio, per formulare nuove domande e per richiedere nuovi approfondimenti. Questo errore avviene con il rilancio o l’aggancio mancati, con un uso rigido della sequenzialità delle domande, con l’anticipazione dei contenuti.
Lezione 24-10-22
Test e strumenti
La prima parte della valutazione clinica è il colloquio clinico, ovvero stabilendo i presupposti su cui andare a lavorare per fare poi la valutazione. Sulla base della valutazione che faccio e ciò che emerge dal colloquio clinico, dall’eloquio spontaneo, vado a decidere quale batteria di test somministrare. I test si dividono in due categorie: test cognitivi, misurano e valutano le abilità cognitive e test proiettivi, ovvero proiettano personalità o le dimensioni emotive. La differenza nei test è data dalla tipologia di stimoli e dalla conseguente richiesta. I punteggi vengono assegnati dalla risposta e successivamente interpretati e analizzati.
Stress: viene dopo l’evento stressante – Distress (→ angoscia, stress negativo, contrario di eustress → stress positivo): viene dopo l’evento traumatico, condizione cronica, diagnosi invalidante, che compromette la qualità della vita e che è progressiva e tende a peggiorare. Nei pazienti con diagnosi invalidanti è facile ritrovare delle condizioni somatiche, dei disturbi chiamati comorbidità che non sono poi ascrivibili a condizioni o quadri clinici rilevabili, non ci sono condizioni cliniche che evidenziano un danno, una lesione. Quindi questa condizione somatica diventa ascrivibile a comportamenti che sono relati alla condizione clinica del paziente, alla diagnosi ricevuta, allo stile di vita.
In un paziente con diagnosi cronica invalidante si fanno test cognitivi per valutare la flessibilità cognitiva, il ragionamento logico, la programmazione, la capacità di saper gestire più informazioni. Per ciascuna area cognitiva cerebrale si possono usare diversi test, perché le aree cerebrali sono poche ma le funzioni che svolge ciascuna area cognitiva sono molte e sono articolate in tante modalità di espressione, i codici esterni vengono codificati utilizzando tutti i canali in contemporanea di quella funzione. Questo è ciò che dà le differenze individuali.
L’intelligenza fluida e l’intelligenza cristallizzata sono due modalità di utilizzare le nostre funzioni cerebrali, l’intelligenza fluida è più utilizzata nell’età infantile, giovanili, adulta, l’intelligenza cristallizzata è più utilizzata nella senescenza, aumenta nel corso del tempo. Le aree cerebrali funzionano in maniera settoriale. Quando si immagazzinano informazioni si coinvolgono tutti i sistemi sensoriali, a volta si è consapevoli della provenienza del ricordo, altre no, non vengono elaborati o non vengono elaborati e immagazzinati consapevolmente da tutti i canali sensoriali. Quando c’è una lesione la dimensione della lesione fa il danno, cioè la posizione, la profondità, l’estensione, l’entità e l’effetto che ha questa lesione si ha il danno sul funzionamento cerebrale.
L’interpretazione dei test non è libera, ma è molto tecnica ed è la coesione e la concordanza di tutti i risultati che sono venuti fuori dal test, la coerenza dei dati. Saper fare i test significa conoscere tutto il processo di costruzione della prova, tutto il follow-up.
Il danno cerebrale è presente in un’area, la funzione che va ad invalidare va a costituire il danno funzionale, l’esame strumentale neurologico indica il danno cerebrale, il test rileva, individua e quantifica il danno funzionale.
Nel piano terapeutico si stabilisce il possibile recupero previsto, attraverso la combinazione tra la dimensione della lesione e la quantificazione neuro funzionale, la vicinanza dei punteggi alla soglia. Una valutazione funzionale indica quali sono le conseguenze di una lesione, come si riflette nella vita del soggetto. Il piano terapeutico ha delle priorità. Il danno ha un effetto primario, prioritario, diretto, è ascrivibile esclusivamente ai neuroni colpiti dalla lesione e un effetto secondario, indiretto, legato al funzionamento di alcune abilità collegate alla funzione venuta meno. Le prove da somministrare sono prove diagnostiche e prove descrittive che combinate danno il comportamento del paziente, la performance. I dati quantitativi vengono rilevati dalla somministrazione dei test, i dati comportamentali dall’osservazione, ovvero uno strumento rigido che bisogna saper applicare, bisogna saper individuare, discriminare comportamenti rilevanti, saper porre l’attenzione su diversi indicatori.
Lezione 07-11-22
Test cognitivi e test proiettivi
Le batterie di test sono combinate e costruite sia per quanto riguarda la diagnosi sia per quanto riguarda il trattamento. La diagnosi parte dalla valutazione, dal bisogno del paziente. Il trattamento consiste nello stabilire un obiettivo per il paziente, che consiste in una combinazione tra gli elementi del disturbo primario e gli elementi del disturbo secondario. Il disturbo primario può consistere nei disturbi cognitivi legati ad una lesione cerebrale, disturbi cognitivi localizzati; i disturbi secondari sono quelli dovuti al danno primario, ovvero le conseguenze psicologiche di un disturbo funzionale. Nel trattamento si lavora sul danno primario, emerso dai test.
I test vanno somministrati secondo regole prestabilite. Ci sono test proiettivi, test cognitivi e scale di intelligenza e di sviluppo. I test cognitivi vanno a verificare le funzioni cognitive, per ogni funzione ci sono molti test, che vanno a guardare e misurare una microarea, i più somministrati sono quelli dell’orientamento e dell’attenzione. L’attenzione localizzata nelle aree frontali, porta a danni comportamentali, ma si può sovrapporre anche alla depressione; i pazienti depressi hanno difficoltà a concentrarsi, nonostante non ci sia un danno cerebrale. L’orientamento viene misurato attraverso domande che verificano l’orientamento temporale sia nell’immediato che nel passato, e domande che verificano l’orientamento del proprio corpo destra e sinistra e l’orientamento spaziale, come con il pap (non si chiama così) test, con un item presentato su un foglio, una figura di un omino che ha un oggetto bianco e uno nero nelle due mani, e consiste nel girare intorno agli oggetti, ovvero di individuare attorno a quale oggetto è avvenuta la rotazione. Questo test viene fatto su pazienti che hanno disturbi neurologici importanti, e che hanno una capacità di muoversi e un’organizzazione topografica molto basse. Il test dell’orientamento delle dimensioni consiste nel dare indicazioni di destra e sinistra al soggetto.
Poi ci sono i test dell’attenzione e della concentrazione. Nei test dell’attenzione si deve toccare un tasto alla comparsa di un determinato stimolo in un insieme di stimoli diversi, sequenziali o caotici. I test di vigilanza, o test di attenzione focalizzata, relequed transelection (sicuramente non si chiama così) test, al soggetto viene chiesto di segnare in un tempo preordinato una lettera in particolare, poi la WAIS, ovvero il digital simbol, cioè l’associazione tra numero e simbolo, si va a vedere quale strategia viene messa in atto in un determinato tempo. Quando si fanno questi test oltre al tempo e alla risposta vengono registrate le strategie messe in atto, come anche i movimenti oculari.
I test di percezione, proiettivi, possono essere di tipo visivo, uditivo e tattile. Si va a verificare il controllo dell’emisfero, dell’emi-campo. Il tipo di compito dei test cognitivi e dei test proiettivi è lo stesso, ovvero quello di identificare uno stimolo, ma la differenza sta nel tipo di stimolo, che nei test proiettivi sono caotici, non ordinati e possono essere quindi interpretati attraverso la proiezione del soggetto. Poi c’è il test di riconoscimento degli oggetti e di riconoscimento dei colori. C’è il test di percezione e test di giudizio di linee (Benton), si mostrano delle linee posizionate in un modo e una griglia sotto numerata, il soggetto deve stabilire la posizione delle linee nella griglia. Nel visual discrimination test (Benton) il soggetto deve individuare quale stimolo tra tanti è uguale allo stimolo centrale mostrato.
Ripasso
- Bowlby. Strange situation, spiega la competenza affettiva delle persone, dei bambini, di come ci si lega agli altri.
- Il comportamento di attaccamento si manifesta in una persona che consegue o mantiene una prossimità nei confronti di un’altra persona, figura di attaccamento, ritenuta in grado di affrontare il mondo in modo adeguato.
- John Bowlby, rifiutò il modello di sviluppo di Freud secondo il quale il bambino avanza dalla fase orale a quella anale per giungere a quella genitale, e affermò che il legame madre-bambino non si basa solo sulla necessità di nutrimento del piccolo, ma sul riconoscimento delle emozioni. Egli dimostrò...
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