Presentazione
È importante soprattutto la fase definita “preistorica” della scrittura quando, prima ancora di capire il meccanismo dello scrivere, il bambino tenta di elaborare un suo metodo, partendo dal disegno, fino a dare senso ai disegni che trova diffusi ovunque. Ha una sorta di fascino il poter allineare dei tracciati, legarli tra loro, attribuirvi un valore; ciò corrisponde a un bisogno primario e naturale del suo pensiero essenzialmente magico e animista di dar significato ai simboli e ai segni che incontra.
Il bambino, partecipando al contesto culturale e agli scambi interpretativi che in esso si svolgono, sviluppa un percorso cognitivo caratterizzato da trasformazioni qualitative, più che da un accumularsi quantitativo di conoscenze e abilità, che gli permetteranno la gestione di un sistema simbolico sempre più astratto. L'ipotesi è che il bambino impari presto a condividere con l’adulto il significato dei segni e che anche a questo livello si possa parlare di continuità, perché sia per il disegno sia per la scrittura è necessario, per un corretto utilizzo comunicativo, attribuire loro sempre lo stesso valore, sapendo che il segno impiegato sta per un determinato significato.
Bisogna sottolineare il ruolo estremamente importante del disegno e della scrittura nel permettere, attraverso la riflessione visiva su quanto prodotto, il formarsi di quella dimensione della coscienza chiamata “metacognizione”. Il bambino attraverso questo nuovo tipo di sapere “meta” prende gradualmente coscienza della valenza semiotica dei segni e dei rapporti che legano pensiero, linguaggio, rappresentazione e realtà e consolida l'idea che, attraverso il disegno e la lingua scritta, sia possibile compiere operazioni mentali fino a un certo momento compiute solo in riferimento ad oggetti concreti, portandole su un piano di maggiore astrazione simbolica.
Parte prima – Rappresentare attraverso i segni grafici
Premessa
La procedura per rappresentare il contenuto del pensiero attraverso il grafismo è definibile come attività simbolica, cioè come processo che forgia strumenti (forme) per la realizzazione delle funzioni psicosociali emergenti dell’individuo. Non si ha infatti testimonianza di civiltà che in qualche modo non abbia prodotto segni grafici attestando così la necessità, per l’essere umano, di comunicare e di memorizzare accadimenti.
Anche gli psicologi si occupano di questi aspetti tentando soprattutto di scoprire come gli individui capiscono e producono effettivamente il segno scritto; si interessano quindi ai processi cognitivi della scrittura vedendone le modalità d’acquisizione, non solo a livello interculturale ma anche evolutivo.
I mezzi con i quali l’individuo fin da piccolo rappresenta la sua conoscenza del mondo sono molteplici e non solo grafici. Bruner delinea un modello cognitivo articolato in tre sistemi, attivo, iconico e simbolico, che coinvolgono mezzi progressivamente più complessi, mediante i quali l’esperienza viene rappresentata in molteplici modi. Questo processo che ha le sue origini nel biologico si trasforma in processo socio-storico-culturale attraverso le esperienze della vita: innato e acquisito si intrecciano così, in un rapporto complesso che muta nel tempo. Con lo scarabocchio e la nascita delle prime forme, si trovano delle costanti tra culture diverse. Verso i tre-quattro anni l'egocentrismo caratterizza le produzioni grafiche che sono quindi meno sensibili alle sollecitazioni esterne.
L’influenza socio-culturale poi aumenta e il bambino concentra l’attenzione nel perfezionare le proprie possibilità espressive in ordine alla convenzionalità. Dopo i 5 anni il piccolo disegnatore si apre a un nuovo universo ricco di stimoli che ne influenza la produzione. Più tardi, con l’introduzione della scrittura, l’interesse e soprattutto il piacere per l’espressività pittorica decrescono a favore dell’importanza crescente attribuita a problemi dell’alfabetizzazione che dettano le regole a cui attenersi per esprimere idee e sentimenti.
Tutte le concezioni oggi sono concordi nell’ammettere l’originalità dello sviluppo infantile: il bambino non è più considerato un uomo incompleto o un adulto in miniatura come un tempo ingenuamente si pensava e, dall’altro, a mettere in giusta luce anche il contributo dell’ambiente. “Il raccontare” e “il mostrare” sono patrimonio universale del genere umano quanto “il parlare”. Questa specializzazione origina dalla straordinaria predisposizione all’intersoggettività, la capacità che possiedono gli esseri umani di capire, attraverso il linguaggio e i gesti o con altri mezzi cosa hanno in mente gli altri.
Diverse prospettive
Le prospettive psicologiche che hanno studiato la produzione di forme grafiche nei bambini, si sono espresse soprattutto in ordine a problemi riguardanti i seguenti temi:
- Definizione dei meccanismi implicati (ruolo della memoria);
- Organizzazione delle procedure idonee a dare significato ai segni, in condizioni di coerenza con i vincoli imposti da differenti situazioni e contesti comunicativi;
- Ruolo del bambino e dell’ambiente nel processo di costruzione del linguaggio grafico.
In una prospettiva riduzionista imparare a utilizzare le forme scritte richiede, quali prerequisiti, la consapevolezza del rapporto segno-significato e una capacità ideativa che si sviluppano procedendo da componenti più elementari ad altre più complesse. Questo approccio ha evidenziato dei limiti soprattutto dopo le ricerche degli anni ’70 e ’80, che evidenziano come i bambini cercano di definire molto presto le regole sintattiche e le condizioni semantiche e pragmatiche per rappresentare qualcosa e s’impegnano attivamente nella loro costruzione.
In questo senso per spiegare l’approccio del bambino ai sistemi semantici quali il disegno e la scrittura diventano interessanti altre due prospettive: quella socio-culturale e quella costruttivista. Questi approcci individuano anche nell’espressività verbale e scritta un oggetto di indagine utile per capire e spiegare le due principali linee di sviluppo nel comportamento del bambino: quella naturale o biologica e quella culturale. Secondo alcune linee di ricerca, per disegnare e scrivere, lo sviluppo biologico è la condizione essenziale, il principio energetico; per altre, l’ambiente offre imprescindibilmente le leggi organizzative dall’esterno. Però il problema non si pone in termini così alternativi in quanto è vero che il bambino non può produrre, se non a condizione che gli vengano forniti strumenti e materiale, ma è altrettanto vero che le spiegazioni del suo agire si trovano in lui stesso.
Come il pensiero si sviluppa a partire da una base genetica ma va oltre attingendo nel mondo esperienziale significati e referenze, parallelamente, anche i segni scritti seguono questo percorso, attingendo a quanto, in termini di risorse, la società offre in materia d’educazione formale e informale. Osservando le tracce grafiche dei bambini è facilmente evidenziabile come esse si modellino, sia nella forma sia nel significato, beneficiando di stimolazioni che permettono loro di comunicare qualcosa efficacemente. A questo riguardo Vygotskij ha sottolineato come sia soprattutto il contesto storico-culturale a influenzare gli apprendimenti anche sul piano del linguaggio scritto.
Numerose ricerche hanno messo in evidenza come ogni individuo fin dai primi anni di vita sia un soggetto attivo nell’apprendimento. Le ricerche mostrano che i bambini sanno molto sulla lettura e sulla scrittura prima di saper leggere e scrivere in senso convenzionale e che il loro approccio al segno scritto ha un’origine naturale che fornisce i principi organizzatori per lo sviluppo culturale ulteriore richiesto dalla convenzionalità del segno.
Questa visione dell’acquisizione della lingua scritta sembra non mantenere la drastica direzione dello sviluppo all’ambiente al bambino, anzi, i bambini e gli adulti, di qualsiasi cultura e ambiente sociale, hanno una naturale tendenza a tracciare segni. Naturalmente il grado di sensibilità del bambino alle influenze esteriori varia in funzione dell’età: infatti il processo che comporta l’accesso semantico al segno sembra essere facilitato da alcune funzioni quali il linguaggio e la memoria che si organizzano evolutivamente. A questo proposito attraverso una ricerca si è potuto mostrare che nei bambini fra i tre e i sei anni, esiste una progressione graduale nell’apprendimento di codici convenzionali, progressione che utilizza un riferimento linguistico conosciuto e comune alla loro esperienza. I bambini riescono a migliorare nelle loro prestazioni con l’età.
Se il livello evolutivo è importante non si deve però dimenticare che il bambino è affascinato dalle immagini che il mondo moderno continuamente propone. Pubblicità, cinema e televisione agiscono sulla sua immaginazione e le sue produzioni sono spesso popolate da personaggi modellati dai mass media. I disegni raccolti per lo più rappresentano professioni che si colgono attraverso i filmati televisivi di successo, le partite di calcio o le manifestazioni canore. Un capitolo importante nell’analisi dei prodotti grafici infantili riguarda l’influenza dei fumetti e dei disegni animati, che svolgono un ruolo importante anche per l’apprendimento della lettura e della scrittura in quanto iniziano i bambini ai processi di alfabetizzazione mostrando segni diversi alternativamente analogici e convenzionali. I bambini condividono ampiamente questa cultura, definibile povera, di cui solo da poco tempo si comincia a comprendere l’importanza soprattutto per l’iniziazione alla scrittura e alla lettura. Agendo più profondamente sul bambino di quanto avvenga nell’adulto, questa cosiddetta cultura povera risulta incisiva e attivamente coinvolta nei processi di costruzione grafica sia a livello di temi sia di tratti.
Il bambino scopre nuove possibilità espressive, disegno e scrittura di possono mescolare o congiungersi in un rapporto ludico che motiva e coinvolge. Klee, introducendo nei suoi quadri delle lettere e dei geroglifici, raggiunge quello schematismo concettuale che si trova anche nel grafismo infantile quando gli oggetti vengono ridotti a simboli come nel caso del disegno del sole, della casa, dell’omino, dell’albero. Da questo punto di vista i limiti tra disegno e scrittura, nelle produzioni infantili come in quelle dei grandi artisti, si fanno veramente esili.
Tipologie di segni
L’uomo nel corso di millenni ha messo a punto un immenso repertorio di segni grafici stabilendo dei legami tra questi ultimi e gli oggetti percepiti e concettualizzati, adattandoli a seconda del contesto e delle necessità. Questi segni scritti, definiti sistemi simbolici, possono essere raggruppati in due grandi categorie: scrittura di pensiero o iconica, e scrittura di suoni o fonetica, a seconda del grado di somiglianza con l’oggetto referente. Con la prima si trasmettono direttamente idee o concetti: sono segni chiaramente imitatori o iconici perché alludono, con le loro forme, al significato cui fanno direttamente riferimento. Nel secondo gruppo i segni sono più astratti ed essendosi progressivamente liberati dallo stretto rapporto con l’oggetto significato, sono diventati segni arbitrari o convenzionali.
Mentre le persone non hanno bisogno di un addestramento particolare per riconoscere ciò che viene rappresentato attraverso le forme pittoriche della scrittura di pensiero, la lettura e la scrittura di simboli linguistici, invece, richiedono un apprendimento che coinvolge dimensioni psicologiche e socio-culturali più complesse. L’approccio storico comprende le due grandi funzioni che accomunano disegno e scrittura: permettere la comunicazione a distanza ed aiutare la memoria dell’uomo; l’approccio psicologico per descrivere i processi cognitivi ed emotivi implicati, quali ad esempio, le abilità di pianificazione.
Disegno e scrittura non sono solo semplici proiezioni di conoscenze ma prodotti del pensiero che richiedono un cospicuo lavoro cognitivo, determinante per il raggiungimento della forma finale desiderata. Infatti per Bruner disegno e scrittura sono mezzi d’espressione da considerarsi come amplificatori culturali di un pensiero, che pur partendo da basi biologiche, utilizzando strategie geneticamente predeterminate, costruiscono messaggi in forme strettamente legate a canoni culturali.
Si parla di quattro sistemi corrispondenti a quattro diverse modalità con cui il linguaggio può essere espresso: il sistema pittografico, quello logografico o ideografico, quello sillabico e quello alfabetico. La scrittura nasce così: i primi tipi di scrittura utilizzavano per lo più principi pittografici, poi, dall’immagine visiva si è passati a sillabe e lettere che non solo si riferiscono all’oggetto ma ne condividono l’essenzialità. In effetti, come per il disegno, la parola scritta evoca e conserva visivamente esperienze, eventi, parole, immagini mnestiche, affetti e sentimenti. Nel tal senso la prospettiva che viene qui considerata è quella di una stretta interrelazione tra dimensioni educative e d’apprendimento e dimensioni di sviluppo cognitivo e sociale. Il bambino infatti impara in un contesto culturale che gli offre gli strumenti per comunicare, permettendogli, secondo l’insegnamento di Piaget, di essere costruttore attivo delle sue conoscenze, abilità ed atteggiamenti.
La successione cronologica delle forme espresse dal suo grafismo, partendo dallo scarabocchio fino ai primi tracciati di scrittura, non è arbitraria ma segue tappe ben precise, spiegabili con interpretazioni dello sviluppo che chiamano in causa, come abbiamo detto, l’azione di processi biologici e psicologici più generali sottostanti. Secondo queste teorie, nel bambino un certo livello grafico sottintende sempre acquisizioni precedenti ed è interpretabile solo se collocato in una determinata fase del suo sviluppo globale.
Nelle prime forme dell’attività grafica sono già riunite le condizioni percettivo-motorie ed intellettive necessarie per scrivere. Anche la prospettiva transculturale, con studi comparativi, si è dimostrata particolarmente feconda nel chiarire le modalità di sviluppo del segno grafico, verificando l’assunto secondo cui esistono regolarità evolutive universali, che iniziano da un vocabolario di linee e forme, presenti in ogni cultura. Il cerchio infatti è una delle prime forme chiuse prodotte dalla maggioranza dei bambini del mondo.
Anche Kellogg sostiene l’esistenza di un andamento evolutivo universale dell’espressione grafica infantile e ci fornisce dei dati interessanti sulle loro produzioni, che evidenzierebbero venti tracciati base di scarabocchi, precursori onnipresenti e necessari per l’emergere del disegno figurativo e si può ipotizzare anche di forme di scrittura. In effetti, l’approccio transculturale e interdisciplinare al segno scritto ha evidenziato alcuni tratti comuni, non solo nella produzione infantile, ma anche nei primi documenti scritti dell’umanità. Dall’osservazione comparata di produzioni infantili emergono strategie grafiche universali che potenzialmente permettono di riprodurre una varietà molteplice di segni. I bambini, appartenenti a culture diverse, tendono poi a selezionare le forme in conformità con i tratti che colgono più frequentemente nel loro ambiente.
Si potrebbe parlare di polisemia nelle prime produzioni infantili che verrebbe ridotta nel momento in cui viene proposto al bambino, attraverso la cultura, un codice grafico che lo limita, incanalando poi le sue potenzialità espressive. Questa interpretazione dello sviluppo grafico permette di mediare fra le due tendenze: quella che presume l’evolversi dell’attività grafica in modo universale e quella che privilegia gli aspetti storici e culturali che vincolerebbero lo sviluppo delle manifestazioni grafiche alle convenzioni della cultura di appartenenza a scapito della creatività.
Parte seconda – Segni grafici per comunicare
Premessa
L’uomo fin dalle sue origini ha trasmesso le proprie idee ed esperienze attraverso innumerevoli segni: linguistici nella tradizione orale, grafici nella tradizione scritta. Le prime immagini risalgono a circa 35.000 anni fa, ma solo nel IV millennio compaiono i primi segni di una scrittura intesa in senso stretto come sistema di rappresentazione grafica di un linguaggio. Essi avevano l’obiettivo primario di memorizzare un’informazione soprattutto nell’ambito del commercio o nell’ambito sociale, per indicare delle proprietà. Prima della nascita di questi sistemi le uniche forme possibili di raccolta di dati erano la memoria e le rappresentazioni di tipo pittografico. Questo modo di immagazzinare le informazioni, per renderle disponibili in epoche successive, è antesignano della scrittura, in quanto racchiude in sé la potenzialità basilare per la quale il segno scritto sarà poi utilizzato, quella cioè di permettere la continuità delle conoscenze, la loro permanenza e il loro utilizzo come base per formulare nuove speculazioni.
“Se ogni scrittura è deposito di informazioni, allora sono di uguale valore: ogni società, infatti, trattiene il patrimonio di dati essenziali alla sua sopravvivenza, dati che le consentono di funzionare efficacemente. Non c’è, in effetti, nessuna differenza tra pitture rupestri preistoriche o l’alfabeto”:
Da un punto di vista psicologico invece le differenti forme di scrittura comportano l’attivazione di funzioni percettivo-motorie differenti, rapporti qualitativamente più o meno evoluti con il linguaggio.
Le origini della scrittura
La lingua dell’uomo primitivo doveva essere caratterizzata da un’elevata figuratività, dalla tendenza a parlare con gli occhi, a disegnare e a rappresentare con la gestualità ciò che si voleva esprimere. La lingua primitiva cercava di riprodurre le forme degli oggetti cogliendone la forma, i contorni, la posizione...
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