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Caratteristiche individuali

Esistono due marker per identificare le persone resilienti: il primo è che le persone devono essere state esposte ad un pericolo sia in termini

di rischio potenziale sia di danno o di trauma. Il secondo è che l’individuo deve mostrare un positivo adattamento, cioè una reazione

sostanzialmente migliore di ciò che ci si può aspettare sulla base di studi precedenti nelle medesime condizioni di esposizione.

L’assenza di una diagnosi di disturbo post­traumatico da stress non equivale però sempre ad una condizione di salute e di benessere: molti

individui manifestano deboli sintomi di reazioni di stress subcliniche, che tendono nel tempo a scomparire.

I teorici del trauma si trovano spesso stupiti quando gli individui esposti ad un evento tragico non sviluppano PTSD. I dati delle ricerche

mostrano invece l’esatto contrario, ossia che la resilienza ad eventi violenti e che minacciano la vita è, in realtà, molto comune. Emerge

quindi come la resilienza non sia astratta, misteriosa e rara, ma al contrario sia ben definita e piuttosto comune tra gli individui. La

resilienza viene a connotarsi non come aspetto unitario a sé stante, ma come insieme di pattern multipli, compresenti e interagenti nel

sistema individuo. Obiettivo della ricerca è quindi quello di approfondire questa commistione di elementi, sia singolarmente che come

reciprocamente interagenti.

È interessante a questo proposito la metafora della casa Le fondamenta sono costituite dalla rete di relazioni formali e informali che

devono essere supportive e improntate all’accettazione. Accettazione della persona e non di tutti i suoi comportamenti altrimenti

l’accettazione si trasforma in indifferenza. Nel giardino e al piano terreno è posta la capacità di attribuire un senso alla vita, al primo

piano vi è la stima di sé, le attitudini, le competenze e l’umorismo. Questo piano rappresenta la possibilità di costruire progetti concreti, di

far assumere alla persona delle responsabilità. Valorizzare le attitudini e le competenze della persona consente di non chiuderla solo nel

suo ruolo di vittima. Ed infine, nel granaio ci sono tutte le possibili esperienze che una persona può fare e che contribuiscono alla

resilienza.

Traiettorie resilienti tra individuo e contesto

Una caratteristica chiave del concetto di resilienza è la possibilità di mettere in atto processi flessibili di fronte a circostanze avverse di

diverso tipo che accadono in diversi momenti del ciclo di vita. La resilienza consiste nella capacità di mantenere un equilibrio stabile e si

connota come più di una semplice assenza di patologia. I soggetti resilienti possono avere transitorie perturbazioni nel normale

funzionamento, ma generalmente mostrano un andamento stabile del funzionamento.

Resilienza e recupero sono solo due dei possibili esisti; in seguito di un trauma o ad una crisi sono teoricamente possibili diversi pattern di

risposta.

La fascia centrale ok zone rappresenta il normale funzionamento dell’individuo con i suoi naturali alti e bassi, al di sotto si trova l’area

del disadattamento e al di sopra la zona del benessere ottimale. L’asse delle ascisse è rappresentato dal tempo: prima dell’evento

traumatico, la fase della crisi e quella post­crisi.

Il primo pattern è quello della resistenza (A): la persona continua a funzionare bene durante una crisi.

Il secondo pattern è quello del crollo ritardato (B): dopo un primo momento di resistenza all’evento il soggetto ha un forte calo del

benessere.

Il terzo pattern è quello del concetto di recovery (C): si assiste ad un calo del funzionamento al momento dell’evento seguito da un

recupero nel momento in cui gli effetti della crisi si attenuano.

Il quarto pattern è quello del crollo senza recupero (D).

Il quinto pattern è quello della condizione persistente e disadattiva (G): l’individuo, già in una condizione di malessere, ha un ulteriore

peggioramento, ma il recupero successivo non è sufficiente per migliorare la sua condizione.

Il sesto pattern è quello del disagio cronico (H): il soggetto permane nell’area della disfunzionalità senza nessuna variazione, forse a causa

di un effetto pavimento.

Il settimo e l’ottavo pattern ovvero quello delle trasformazioni in positivo di livelli di partenza già ottimali o leggermente sotto la media

(E e F): rappresentano dei pattern di risposta in cui la persona migliora il proprio stato di benessere sia nella fase di crisi che in seguito.

Secondo la teoria dei sistemi e dal modello ecologico, la resilienza deriva dai processi di interazione tra più livelli di funzionamento, per

esempio, dai geni ai sistemi neurali e alle relazioni tra individui e tra individui e contesto. Inoltre per mantenersi in equilibrio, la persona

deve costantemente adattarsi all’ambiente circostante e alle richieste sempre nuove del contesto. Propongono quindi un modello in cui lo

sviluppo umano è concepito come processo di interazione reciproca, via via più complessa, tra un organismo umano attivo e in evoluzione,

e le persone, gli oggetti, i simboli che si trovano nel suo ambiente immediatamente esperibile.

Secondo un altro modello all’interno del singolo bambino agiscono due sistemi interni interconnessi: il sistema nervoso centrale e il sistema

immunitario. I fattori biologici rivestono un ruolo importante nella determinazione delle caratteristiche della resilienza, tuttavia la

dotazione biologica spiega solo in parte l’articolarsi del processo, nel quale intervengono altri fattori interni ed esterni.

Il bambino si trova ad essere inserito in tre microsistemi: famiglia, gruppo dei pari e scuola. La famiglia è l’ambiente di sviluppo primario

per la maggior parte degli individui. Inoltre l’individuo viene inserito all’interno di un micro­contesto culturale costituito dal bagaglio di

miti, valori, esperienze, conoscenze e non detti. Secondo lo schema elaborato da Masten e Obradovic all’interno del sistema rientrano

anche ambiti non esperibili direttamente dal soggetto come ad esempio il contesto lavorativo dei genitori, che nello schema rappresentano

l’esosistema. I tre microsistemi sono a loro volta integrati in un sistema più ampio: il macrosistema. La cultura, le condizioni economiche

globali, il mondo dei media influenzano i processi resilienti attraverso la trasmissione di norme, comportamenti e significati. Il fatto che

questi sistemi siano integrati, interdipendenti, e in costante interazione ha profonde implicazioni nel delinearsi delle traiettorie resilienti in

seguito ad un evento critico.

Per individuare se una traiettoria di risposta è resiliente o no, bisogna individuare sue set di criteri: il primo per giudicare le minacce o le

sfide a cui è sottoposto un sistema e il secondo per verificarne l’adattamento. E quindi una traiettoria è resiliente se la persona o, più in

generale, il sistema funziona in modo efficace e si comporta come si suppone si debba comportare.

Il dibattito attuale è presidiato da questi temi: chi dovrebbe stabilire i criteri? È opportuno parlare di felicità? Ci sono criteri diversi per

cultura? E per le minoranze etniche? Cosa accade se un bambino dimostra un buon funzionamento in un dominio ma non in un altro?

Alcuni si sono concentrati sui compiti di sviluppo. tutto l’arco della vita dell’individuo sarebbe costellato da una successione di compiti da

risolvere nei momenti più opportuni, sono una sorta di richieste a cui gli individui devono rispondere nei momenti di crescita secondo tempi

prestabiliti.

Possiamo dire su ogni potenziale turbamento dell’equilibrio e del benessere personale, a volte pure eccedendo in fantasia e creatività. La

maggior parte di questi studi ha assunto come livello di analisi quello individuale, famigliare e scolastico. C’è stato più recentemente un

crescente aumento di ricerche sugli aspetti biologici o neurali.

La resilienza nel ciclo di vita

Il focus iniziale delle ricerche sulla resilienza si è concentrato sull’infanzia e sull’adolescenza e sul legame tra alcuni tratti e/o eventi e le

fasi successive di vita. Solo negli anni 2000 alcune ricerche hanno iniziato ad applicare il costrutto della resilienza all’età adulta e

anziana. Anche la resilienza negli adulti è un fenomeno comune, anche se la natura e le caratteristiche delle traiettorie sono ancora poco

conosciute. La resilienza in età avanzata non è invece un tema molto recente; applicata alla vecchiaia, la resilienza è stata

concettualizzata da diversi punti di vista: alcuni ricercatori hanno studiato la resilienza come un tratto individuale, altri invece la

vedono come un processo e altri ancora come una sorta di prodotto/esito delle esperienze della vita.

In questa fase del ciclo di vita oltre alle proprie esperienze di vita e caratteristiche personali ha un enorme peso la rete di relazioni intorno

all’anziano che funziona come scaffolding.

Studiare la resilienza lungo il ciclo di vita significa riconoscere i momenti d svolta spesso caratterizzati da una nuova opportunità o da un

nuovo rapporto, che hanno fornito uno stimolo propulsore.

L’autoefficacia che deriva dal controllo di una nuova situazione o dal superamento di un ostacolo può contribuire a sviluppare, dal

bambino all’anziano, la fiducia di diventare un agente attivo nel proprio processo di sviluppo. i momenti di svolta sono determinanti

anche nell’ambito delle situazioni di resilienza tardiva, ovvero quelle situazioni nelle quali un adulto non resiliente diventa ad un certo

punto della vita un giovane anziano generativo e in grado di riprogettarsi.

Strumenti per misurare la resilienza

Gli strumenti utilizzati in ambito nazionale e internazionale per misurare i riscontri oggettivi della presenza della resilienza sono diversi.

La resilience scale (RS) di Wagnild e Young può essere considerata la sala maggiormente accreditata in letteratura e validata su campioni

di differenti età e da diversi studiosi che concordano nel giudicare la scala come attendibile e valida. Egli definisce la resilienza come una

caratteristica personale che modera gli effetti negativi dello stress e nello stesso tempo promuove l’adattamento. È quindi considerata come

una caratteristica innata, presente in ogni persona seppur in misura diversa e che si può potenziare in base a come si affrontano e si

superano gli eventi della vita. La scala in origine era composta da 25 item, gli autori ne hanno creata una seconda a 10 item. I due

studiosi hanno rilevato l’esistenza di solo due sottoscale significative relative alla competenza personale e all’accettazione di sé.

La Disposition Resilience Scale ha l’obiettivo di misurare la resilienza come resistenza psicologica, ossia uno stile di funzionamento

generale che include qualità emotive, cognitive e comportamentali. Lo stile resiliente fa riferimento a tre dimensioni: tendenza a vedere il

mondo con interesse e significato, credenza nelle proprie abilità di influenzare gli eventi, capacità di vedere le nuove esperienze come

possibilità di apprendimento e di sviluppo.

La Disposition Resilience Scale II è una versione ridotta della scala di Bartone composta da 18 item, che vanno ad indagare il

cambiamento, i legami e il livello di controllo. Qui il concetto di resilienza si rifà ad un concetto personale e individualistico della capacità

di far fronte ai traumi, lasciando completamente inesplorato il sistema relazionale e comunitario all’interno del quale si inserisce.

La Connor­Davidson Resilience Scale è una scala clinica che da riscontro alla definizione di resilienza degli autori come capacità

personale di prospettare anche di fronte alle difficoltà e come una misura della capacità di gestire lo stress. È composta da 25 item

distribuiti su 5 fattori: competenza personale e tenacia, self confidence e gestione delle emozioni negative, accettazione positiva del

cambiamento e relazioni sicure, controllo, influenze spirituali.

La Resilience Scale for Adult si inserisce sulla stessa scia, che non si limita a prendere in considerazione le caratteristiche psicologiche

disposizionali della resilienza ma contempla anche delle sottoscale che misurano il supporto famigliare ed esterno.

Accanto a questa scala se ne è sviluppata un’altra, la Resilience Scale for Adolescent che ha confermato la consistenza delle cinque

dimensioni ritracciate nella RSA, ossia: competenza sociale, stile strutturato, supporto esterno, coesione famigliare e competenze

personali.

Un altro strumento in fase di pubblicazione è il Resilience Process Questionnaire: è uno strumento di misurazione della resilienza,

costituito da 15 item a cui il soggetto deve rispondere su una scala Likert a cinque passi; è articolato su tre dimensioni: reintegrazione con

perdita o disfunzionale, reintegrazione resiliente, ritorno all’omeostasi.

Appare chiaro come stia avvenendo un graduale ma progressivo cambiamento di prospettiva. Gli studi sulle variabili che permettono a un

individuo di resistere alle situazioni stressanti e di evolvere positivamente nonostante i traumi rappresentano per gli psicologi un nuovo

terreno di ricerca, in quanto inducono a focalizzare le ricerche sulle risorse degli individui e dei gruppi e a elaborare metodologie per

svilupparle.

Il “test del villaggio di Arthus” può essere un esempio, un po’ obsoleto, di come approfondire strutture di personalità e processi di

resilienza dopo una catastrofe attraverso l’attività creativa. Il test consiste nella costruzione di un vero e proprio villaggio in miniatura. Il

soggetto deve ordinare, organizzare e dare un senso al caos in cui sono poste le costruzioni: in questa organizzazione il soggetto esprime

oggettivamente il livello e il tipo della propria attività creatrice o semplicemente riproduttrice. Questo test tende ad evidenziare inoltre

quali sollecitazioni del mondo esterno la persona è maggiormente sensibile e come le percepisce. Questo test potrebbe essere particolarmente

indicato nella valutazione del trauma e dei processi di ricostruzione dell’individuo e della comunità in seguito ad un disastro naturale, che

alternano la percezione esterna ed interna dello spazio di vita reale ed affettivo.

Un altro strumento è “il gioco della sabbia e il test della sabbia”. La sabbia e le figure che il soggetto andrà a comporre sono dei tramiti

attraverso i quali il mondo interno ha la possibilità di esprimersi e prendere una forma osservabile e concreta. Essa ha il privilegio di

permettere l’espressione di contenuti difficilmente verbalizzabili o troppo faticosi da esprimere a parole. La parola infatti oltre ad essere

una delle tante possibilità con cui comunicare alcune volte può essere un’imperfetta traduttrice dei nostri stati d’animo nonché portatrice

di filtri mentali e culturali. Resilienza e creatività: nessi possibili

Che cosa hanno in comune resilienza e creatività?

Che rapporto si può individuare tra resilienza e creatività? Pare si possano cogliere dei legami sul piano concettuale e sul piano operativo.

Si tratta di comprendere, nel primo caso, come il costrutto psicologico della resilienza condivida dei tratti con la definizione dei processi

mentali che si ritiene stiano alla base della creatività; nel secondo, come delle pratiche di intervento che sostengono la resilienza sono

ritenute anche possibili supporti allo sviluppo della creatività.

Aspetti concettuali comuni a resilienza e creatività la resilienza è intesa come possibilità di trasformare una situazione dolorosa o

traumatica in un processo di apprendimento e di crescita, come capacità di riorganizzazione positiva della vita. Trasformazione e

riorganizzazione sono dinamiche che contraddistinguono l’atto creativo. Quest’ultimo consisterebbe infatti nell’applicare a una situazione

uno schema di interpretazione insolito per essa. La creatività sarebbe quindi questione di prospettiva, di punto di vista, di modo di

guardare alla realtà: nelle situazioni creative si cambia prospettiva e si considerano le cose da un’altra ottica. Ciò porta a una

ristrutturazione della situazione perché i suoi elementi vengono organizzati in una nuova maniera così che essa appare diversamente.

Questi meccanismi, che nel caso della creatività vengono apprezzati perché portano a produrre qualcosa di originale e inaspettato, nel caso

della resilienza sono importanti perché inducono a una reinterpretazione della propria condizione che, pur nella sua drammaticità e

problematicità, assume un significato che non conduce alla disperazione ma apre al cambiamento o all’integrazione positiva degli eventi

critici nella propria storia.

Resilienza è anche capacità di trasformare un evento critico in un’occasione di ricerca personale. Anche il termine ricerca ha un posto

privilegiato nella riflessione sulla creatività, poiché varie teorie vedono nella generazione di idee finalizzata trovare soluzione a un

problema o dare una risposta a un’esigenza il processo fondamentale della creatività. La generazione delle idee sarebbe simile ad un

processo di ricerca.

Essere resilienti è infine disporre di un insieme di strutture e strategie cognitive e relazionali che permettono di riannodare i rapporti tra

passato, presente e futuro cosicché l’individuo possa nuovamente connettersi a un ambiente. Riannodare, connettere: secondo parecchie

teorie il pensiero creativo opera proprio compiendo collegamenti. La capacità di compiere associazioni remote, ossia nel trovare rapporti tra

oggetti o concetti che apparentemente non condividono alcuna proprietà, oppure nel collegare due distinte catene di ragionamenti, è per

alcuni il meccanismo di base della creatività.

Appare dunque che la resilienza si collega a modalità di funzionamento mentale che sono proprie della creatività. Risulta comprensibile

come un individuo che si trova ad affrontare una situazione drammatica che a prima vista non presenta vie d’uscita è chiamato a mette in

gioco una certa dose di creatività. Un vero cambiamento richiede l’individuazione di soddisfacenti alternative, e queste a propria volta

domandano immaginazione e creatività.

La creatività che fa da supporto alla resilienza è una creatività che riguarda sia gli aspetti pratici della vita (permanenza prolungata in

periodo di guerra nelle trincee, nei campi di concentramento) sia i significati essenziali. Anche in situazioni meno drammatiche la

resilienza si collega alla capacità di costruirsi strumenti direttamente non disponibili o di trovare stratagemmi per cavarsela in situazioni

intricate. Talvolta questa ingegnosità di tipo pratico non riguarda la produzione di oggetti materiali e strumenti, ma la sfera sociale e

relazionale.

Un diverso genere di creatività entra in gioco quando essere resilienti significa soprattutto reinterpretare la situazione in cui ci si trova,

ossia dare ad essa un diverso significato che non conduca alla disperazione e alla rassegnazione, ma mobiliti le risorse residue

dell’individuo.

Il cinema italiano è lo spunto per parlare di resilienza come attivazione creativa delle proprie risorse, come si vede nel film La vita è bella.

Anche la stessa letteratura è piena di esempi di resilienti che sotto la spinta creativa hanno deciso di raccontare la loro esperienza (vedi p.

35).

Un riferimento diretto al collegamento tra resilienza e creatività viene compiuto dallo stesso Cyrulnik: egli ricorda che la differenziazione

è uno dei possibili meccanismi di base della resilienza, perché con essa si attua una scissione nella mente del soggetto: una parte della sua

mente soffre le limitazioni e le conseguenze della situazione negativa che viene vissuta mentre una parte sotterranea continua a vivere e a

produrre. Secondo lo studioso i soggetti creativi sono quelli che compiono un collegamento tra le due parti, riconoscendo i limiti della

situazione reale e trovando il modo per esprimere e orientare in un senso socialmente accettabile e utile le sofferenze che patiscono.

Difficilmente una persona è creativa in tutti gli aspetti della propria vita; l’impegno in una direzione creativa non esclude che si debba

ricorrere anche a dinamiche psicologiche non­creative. La creatività va considerata come una propensione a “slittare”, quando opportuno,

verso un funzionamento mentale flessibile, avventuroso, che conduca a variare le routine, a immaginare diversamente le cose e tentare

passi nuovi.

Creatività e patologia

Non sempre i meccanismi di pensiero che abbiamo visto essere alla base della creatività sono funzionali. La creatività è stata anche

considerata un ambito imparentato con la patologia mentale o un terreno in cui viene favorito lo sviluppo di forme di disadattamento. I

processi creativi però, pur assomigliando in parte a processi psicopatologici, da questi si differenziano in quanto sono finalizzati ad uno

scopo (che tiene conto dei vincoli della realtà), sono sotto il controllo dell’individuo e sono inter­soggettivamente condivisibili.

Un’attività mentale esclusivamente basata sulla libera produzione di idee potrebbe generare scompensi di tipo dissociativo o fabulativo.

Ciò che l’individuo esprimerebbe secondo i principi sopra enunciati potrebbe assomigliare più a un’insalata di parole che a un processo

creativo.

Il pensiero creativo si presenta come una forma di pensiero flessibile e duttile, che si avvale di meccanismi non logici, ma non per questo

disancorato dalla realtà o delirante. In esso convive un gioco di liberi rimandi e di accostamenti intuitivi, inseriti tuttavia in una

prospettiva di adattamento all’ambiente e di scambio relazionale che ne evita gli sbocchi sterili o autistici.

I falsi miti della creatività

Una volta stabilito quale sia il tipo di creatività che può volgere un ruolo funzionale positivo della vita mentale in generale di individui e,

per quello che ci riguarda, nelle situazioni di resilienza, occorre compiere alcune precisazioni al fine di evitare che attorno a tale creatività

aleggino miti fuorvianti.

Primo mito la creativit à è prerogativa di individui particolari. Secondo alcuni studiosi una certa dose di pazzia sarebbe una componente

della creatività e quindi nella vita di artisti, scienziati, militari fossero rintracciabili segni di degenerazioni fisiche, psicologiche e sociali.

Oggi si tende a ritenere che potenzialità creative, seppur di diversa entità e di diverso genere, siano presenti in tutti gli individui e in tutte

le fasi della vita, anche se in esse si manifestano con i tratti particolari propri della personalità, dell’ambiente, della professione di

ciascuno.

Secondo mito credenza che vi sia un’et à della vita particolare per la creatività. La separazione tra creatività e non­creatività si riflette

nella scuola inducendo a ritenere che vi sia un’età in cui il bambino è di per sé incline al pensiero fantastico ed età in cui la creatività

lascia il posto allo sviluppo del pensiero razionale. In realtà la creatività si può manifestare in tutte le fasi della vita.

Terzo mito è collegato all’opinione secondo cui certi ambiti di attività siano connaturatamente predisposti alla creatività e altri ambiti

siano invece indirizzati al potenziamento di differenti capacità.

Quarto mito ha a che fare con il modo in cui si diventa creativi. Alla creativit à è collegata l’idea di spontaneità, di immediatezza; in

realtà anche i grandi creativi sono passati attraverso lunghi apprendistati, hanno fatto prove e riprove, imitato i predecessori e commesso

errori prima di affermarsi nel proprio campo. Non vi sono quindi individui non creativi che si limitano a copiare, perfezionare, ottimizzare

e, dall’altro lato, individui creativi che generano di getto nuove idee e opere. Piuttosto la creatività si basa su meccanismi di incubazione,

gestazione e costruzione progressiva che non esimono dal passare attraverso le “doglie del parto”.

È l’esperienza soggettiva che innanzi tutto ci attesta quando si concepisce qualcosa di nuovo ed utile si sta impiegando una forma di

pensiero diversa.

Alcune recenti ricerche proverebbero che regioni specifiche del cervello sono maggiormente coinvolte quando il soggetto è impegnato in

compiti creativi. Si può quindi ritenere che la creatività sia qualcosa di particolare, ma alla portata un po’ di tutti, purchè si abbia

l’adeguata curiosità e disposizione ad immaginare che le cose – anche quelle che troviamo nelle nostre case – possano essere diverse dal

solito.

Promuovere percorsi di resilienza e di creatività

Un secondo aspetto che può accomunare resilienza e creatività è dato dal fatto che entrambe si sviluppano sulla base di analoghe

attenzioni educative. Si ritiene che la propensione verso la creatività si sviluppi nell’individuo grazie allo stabilirsi di un senso profondo di

sicurezza, alla percezione di controllo e all’autostima, che sono favorite dalla presenza di un supporto sociale accettante e incoraggiante.

Si tratta di dinamiche che promuovono anche resilienza. In questo senso resilienza e creatività hanno aspetti comuni.

La resilienza è talvolta accostata al concetto di empowerment con cui si designa la capacità di padroneggiare una situazione e la

percezione di un potere di azione e di controllo sull’ambiente. L’empowerment implica l’auto­apprezzamento, la valutazione delle

competenze e la stima di sé. empowerment significa possibilità di utilizzare le proprie forze, abilità e competenze per attivare le risorse

interne acquisendo un maggior potere sulla realtà. L’empowerment implica: un locus of control interno, la percezione di autoefficacia (self

efficacy), la speranza appresa ovvero la tendenza a ritenere che gli eventi siano gestibili e controllabili e quindi orientabili verso esiti

positivi, e a credere che gli eventi previsti possono essere occasioni di trasformazioni positive, il pensiero positivo. Si tratta di aspetti che

sono ritenuti importanti anche nella promozione della creatività.

Non basta sapere che cosa occorre fare per essere creativi; si deve anche voler essere creativi, ossia essere motivati ad attivare le necessarie

energie mentali: bisogna avere un atteggiamento favorevole alla creatività.

Bisogna quindi che i training cerchino di sviluppare una struttura integrata di vari meccanismi mentali; utilizzino materiali che

rispecchino i contesti della vita quotidiana o aiutino a cogliere le corrispondenze tra le prove loro proposte e tali contesti; prendano in

considerazione le credenze e le tendenze che spontaneamente i soggetti sviluppano riguardo alla creatività; mostrino una sensibilità

metacognitiva; incoraggino l’adozione di atteggiamenti creativi quali l’assunzione dei rischi e l’accettazione dei disagi. Questi punti di

attenzione si trovano il linea con le indicazioni che suggeriscono come accompagnare lo sviluppo della resilienza. la resilienza, così come la

creatività, non si esaurisce in un’unica definizione, ma al contrario si arricchisce di significati grazie ai contributi che le diverse discipline

hanno dato allo studio di questa dimensione. In particolare si sottolinea l’importanza di integrare gli ambiti di indagine al fine di avere

un quadro unitario dei fattori che possono favorire lo sviluppo di tale capacità fin dall’infanzia. I fattori sono: la costruzione di relazioni

improntate sulla comprensione di sé stessi e degli altri e volte a salvaguardare una crescita positiva; l’adozione di un pensiero positivo e

l’uso di umorismo per fronteggiare lo stress e favorire il cambiamento di una situazione difficile; l’utilizzo di strategie che migliorino le

interazioni tra il soggetto e il contesto familiare e sociale.

Programmi di sviluppo della creatività efficaci permettono al bambino di attivare con successo strategie di pensiero innovative e acquisire

una maggior consapevolezza delle proprie abilità e competenze. Così sviluppa un forte senso di sicurezza interna, si cimenta in compiti

nuovi e sfindanti, impara a gestire situazioni frustranti adottando un atteggiamento positivo. È utile che non si prendano a eseguire

soltanto le strategie di pensiero creativo su istruzione, ma anche che si abbia la possibilità di vedere come esse possono essere

autonomamente messe in atto in situazioni nuove attraverso modificazioni, estensioni, adattamenti. Pare che se la creatività può essere

sviluppata (e analogo discorso vale per la resilienza), ciò avvenga anche in virtù di un appropriato ambiente di sviluppo e di

apprendimento che è stato predisposto attorno al soggetto. Quindi non si diventa creativi o resilienti a forza di esercizi o per merito di

ricette e istruzioni da seguire, è invece necessario un coinvolgimento globale dell’individuo.

La rappresentazione narrativa nella resilienza e nella creatività

Nelle situazioni di resilienza gli uomini si creano mondi immaginari che vanno oltre l’esperienza diretta e che ciononostante vengono

sperimentati in maniera intensa. Questa funzione è svolta magistralmente dalla narrazione. Le culture infatti mettono a disposizione del

soggetto che vive un’esperienza traumatica o critica luoghi e tempi per raccontare ciò che è accaduto. Cyrulnik afferma che un racconto è

una riconciliazione con la propria storia e un’iniziativa di liberazione. Con la narrazione noi diamo una rappresentazione di noi stessi.

Questa rappresentazione ci aiuta a mettere in ordine e a dare all’esperienza una forma provvisoriamente stabile. La narrazione è una

rielaborazione originale di fatti. Ed ecco che entra quindi in gioco la creatività: uno stesso evento, una stessa situazione narrata da

individui diversi può assumere molteplici significati e forme a seconda della chiave di lettura che ciascun autore ci fornisce. La narrazione

comporta un’opera di selezione: bisogna scegliere quali aspetti della realtà, quali momenti della realtà vale la pena di rappresentare. “che

cosa per te è importante mettere in scena? Di tutto quello che hai vissuto, che cosa vuoi raccontare?”.

La seconda operazione innescata da una narrazione è l’incorniciatura: è un processo che inevitabilmente si attiva quando io voglio

rappresentare la realtà, il mondo, la vita.

La terza operazione è il fatto che quando io rappresento la realtà ho la possibilità di fare “zoomate” su certi aspetti portando in primo

piano alcuni particolari. Allora la rappresentazione della realtà che viene raccontata non è la riproduzione fotografica, ma è una

riproduzione in cui i rapporti vengono modificati, vengono alterati per renderli funzionali a quel senso che soprattutto si vuol manifestare

nella rappresentazione (ci si prende la libertà di modificare la realtà ingigantendo o riducendo).

La quarta operazione è il mettere in forma: la realtà presenta slabbrature e sfilacciature, è nebulosa, complessa, intricata; nel momento in

cui essa viene rappresentata ad essa viene data una forma. Nella sua rappresentazione la realtà si mostra modellata con una propria

coerenza. Proprio perché ha questa caratteristica di compiutezza, io colgo la storia come particolarmente significativa.

Da ultimo, alla rappresentazione narrativa possiamo attribuire anche una funzione di preveggenza, nel senso che attraverso di essa si può

andare oltre quello che c’è e raccontare quello che potrebbe esserci, la realtà come potrebbe divenire. La realtà ha in sé delle potenzialità e

la rappresentazione narrativa esplicita queste potenzialità.

Sono soprattutto queste due ultime operazioni (distorsione e preveggenza) che ci fanno intuire i collegamenti con l’immaginazione, il

pensiero creativo, la possibilità di prefigurare la realtà diversamente da come è.

Le operazioni che le rappresentazioni narrative introducono nel tentativo di dare senso alla realtà producono delle culminazioni poiché

fanno si che io mi trovi davanti qualche cosa che mi permette di cogliere pienamente il senso di quello che sto vivendo.

Considerazioni conclusive

Entrambe le dimensioni psicologiche (resilienza e creatività) sottendono una pluralità di significati e di approcci da costituire entrambe

due distinte e al tempo stesso connesse prospettive d’indagine trasversali.

Approcci teorici e metodologie per la presa in carico di bambini in contesti traumatici

Trauma, resilienza e creatività

Un evento si definisce traumatico quando minaccia la salute ed il benessere psicofisico di un individuo, quando lo rende impotente di

fronte ad un pericolo, quando evidenzia l’impossibilità di controllare e prevedere gli eventi. Un evento traumatico vissuto da un bambino

può avere come conseguenza quella di porre il minore nella condizione di non poter far fronte ai compiti evolutivi che caratterizzano la

fase di sviluppo che sta vivendo, interferendo con la sua maturazione cognitiva, emozionale e comportamentale. La frantumazione di ciò

che Erikson chiama “fiducia di base” sembra caratterizzare pressoché tutti i disturbi infantili causati da eventi esterni a carattere

traumatico.

Cyrulnik distingue due momenti specifici nell’elaborazione del trauma: il momento del confronto confuso con la ferita del trauma e il

processo di ricostruzione e di riparazione. La reazione iniziale di un soggetto che ha vissuto un’esperienza traumatica è caratterizzata da

grande sofferenza e dolore, spesso ricorre a meccanismi di difesa quali la dissoluzione della coscienza. È nella seconda fase del processo di

elaborazione del trauma che entra in gioco la resilienza, intesa come la capacità di riuscire, di vivere e di svilupparsi positivamente, in

maniera socialmente accettabile, nonostante lo stress o un evento traumatico che generalmente comportano il grave rischio di un esito

negativo. Il bambino resiliente arriva ad un punto in cui decide di riappropriarsi del proprio passato ferito, di non subirlo più con

passività, ma di integrarlo, agendo così sulla realtà e al contempo sulla sua rappresentazione.

La creazione di storie risponde al bisogno di mettere ordine nelle vicende umane. In particolare, di fronte a un evento discrepante, ovvero

che viola le aspettative del soggetto, la mente è mossa da un bisogno immediato di conoscenza e di rappresentazione coerente della propria

vita e della realtà esterna. Gli eventi traumatici costituiscono un particolare esempio dell’incongruenza e dell’incomprensibilità che

irrompono nella vita dell’individuo.

Il bambino, non avendo ancora raggiunto la maturità, il bambino è portato a fare uso di strumenti cognitivi immaturi come il pensiero

magico, attraverso cui arriva a costruirsi delle rappresentazioni dell’evento frammentate e irreali, che non gli consentono di riappropriarsi

del proprio ricordo. I linguaggi creativo­espressivi costituiscono dei canali privilegiati di espressione, che gli consentono di dar voce alla

sofferenza, aggirando le difficoltà linguistiche. L’arte, non essendo esplicita e diretta come la parola, permette di far emergere significati

plurimi, in maniera protetta, a partire dalla stessa opera d’arte. Il soggetto traumatizzato può, attraverso un atto creativo, esprimere la

propria sofferenza, riuscendo a superare la scissione e a reintegrare la parte ferita nella propria identità.

Il processo di resilienza è visto come “l’obbligo alla metamorfosi che, grazie all’alchimia di parole, atti e oggetti, riesce a tramutare la

grigia sofferenza nell’oro della creazione che è una preservazione temporanea dagli artigli della morte”. L’attività espressiva permette alla

persona di sentirsi attiva, superando la passività propria dell’esperienza traumatica, e quindi di costruire la propria identità. Gli

strumenti espressivi consentono di elaborare e riflettere su fatti, pensieri ed emozioni connessi all’esperienza traumatica e supportano la

successiva ricerca e valorizzazione di risorse personali, funzionali al superamento della stessa. Potenziando le proprie capacità creative e

migliorando le proprie strategie di coping, si creano le condizioni per elaborare l’evento traumatico e dare avvio ad un cambiamento che

potrà costituire una vera opportunità di sviluppo.

Uno studio ha messo in luce come le attività artistiche semi­strutturate costituiscano un mezzo importante per favorire nei bambini il

superamento del trauma causato da un disastro naturale. Risulta quindi indispensabile in contesti di emergenza, progettare interventi

psicosociali rivolti ai minori, basati sull’utilizzo di strumenti espressivi, che possano offrire da un lato, un supporto alla terapia

individuale e, dall’altro, uno spazio in cui gettare la base su cui ogni individuo possa poi costruire la propria resilienza.

Il disegno come strumento promotore di resilienza

I bambini più che a verbalizzare le proprie emozioni e i propri pensieri sono portati ad “agirli”. “il disegno rappresenta un compromesso tra

le parole e gli atti: è un linguaggio agito, come il gesto, ma non evanescente: è un linguaggio fisso, eternamente parlante”.

Royer attribuisce al linguaggio grafico infantile la capacità di esprimere l’indicibile, inesplicabile, illustrandolo in tutta la sua intensità

mediante la composizione dei singoli espedienti grafici. Il disegno, secondo l’autrice, permette al fruitore di penetrare nel mondo ignoto

dell’altro e di sentire, attraverso di lui, quello che non si sarebbe mai potuto percepire altrimenti. In particolare consente al minore di

prendere coscienza delle proprie emozioni favorendo così l’apprendimento della gestione dell’emotività.

In ambito clinico e terapeutico il disegno libero costituisce uno strumento privilegiato per la messa in scena del mondo interiore del

bambino. L’espressione grafica consente dunque al bambino di avvicinarsi al ricordo di quanto accaduto, gli offre la possibilità di

confrontarsi con esso.

Il ruolo supportivo del disegno per i bambini che hanno vissuto un’esperienza traumatica è illustrato in 7 punti:

Incita il bambino a liberarsi dall’inibizione propria dell’esperienza traumatica, per passare all’iniziativa e all’azione.

 Invita alla creazione di qualcosa.

 Invita ad andare a fondo nella propria memoria per ricercare una continuità di vita tra passato e futuro.

 Sollecita a utilizzare simboli dotati di significato in attesa di trovare delle parole per descrivere l’evento.

 Incoraggia ad uscire dalla chiusura per riprendere contatto con il mondo e con gli altri.

 Promuove il reinserimento del soggetto nel proprio contesto.

 Spinge il soggetto a progettare l’avvenire, a costruire ma anche a ricostruirsi.

In molti studi viene messa in evidenza l’importanza dell’impiego del disegno come strumento funzionale all’avvio di processi resilienti.

Viene raccontato come adulti e bambini prigionieri dei campi di concentramento nazisti disegnassero in segreto e di nascosto dal controllo

delle guardie. Rappresentare sentimenti ed emozioni proprie in un foglio ha costituito un’esigenza fondamentale che ha conferito loro la

forza non solo di resistere, ma anche di reagire all’esperienza dolorosa che stavano vivendo.

Il test dei tre disegni “prima, “durante” e “dopo”

A seguito della II guerra mondiale il disegno si è via via affermato come tecnica diagnostica e strumento di mediazione terapeutica

maggiormente impiegati con i bambini vittime di conflitti armati. I fratelli Brauner misero a punto una tecnica che prevedeva la

realizzazione di tre disegni: “disegna come era la vita prima della guerra, durante la guerra e come sarà dopo la guerra”. I ricercatori

osservarono come il disegno fosse per questi bambini una sorta di finestra sul loro mondo interiore e permettesse loro di esternare ciò che a

parole non riuscivano ad esprimere.

Lo strumento è finalizzato a identificare le rappresentazioni che il bambino si è creato sul proprio passato, prima che l’evento si

imbattesse sulla sua vita, sul momento del terremoto, e sul futuro. In particolare il test prevede le seguenti consegne: “prima, durante e

come pensi che sarà in futuro”. Il primo disegno permette di osservare come il bambino ricostruisce il ricordo della sua vita antecedente

l’evento traumatico. Il secondo disegno favorisce l’emergere del trauma attraverso il canale dell’espressione grafica. Lo scopo è quello di

interrompere il blocco espressivo e consentire la libera fuoriuscita di emozioni e pensieri. Il terzo disegno invita il bambino a proiettarsi nel

futuro; risulta fondamentale rilevare la presenza di elementi innovativi, rispetto ai primi due disegni, che testimoniano la presenza di

speranza e vitalità nel bambino. In certi casi è possibile riscontrare delle difficoltà da parte del bambino nell’immaginarsi un avvenire, a

dimostrazione che le emozioni sono ancora rivolte esclusivamente all’evento traumatico.

Bisogna precisare il ruolo fondamentale dell’esaminatore durante l’esecuzione del test: deve essere rassicurante e contenitivo affinché il

bambino arrivi ad instaurare con l’adulto un rapporto di fiducia.

Non esiste una modalità standard di interpretare questo tipo di test, in quanto non ci sono repertori di segni universali. Si devono

considerare il contesto in cui il disegno è realizzato, il comportamento del bambino e la relazione instaurata tra lui e l’adulto, la reazione

al compito, più o meno adattiva, e i commenti del bambino durante e dopo l’esecuzione del test.

I principi interpretativi indicati dall’autore sono: lo svolgimento dinamico, ovvero i tempi di latenza, il tempo totale di esecuzione, la

sequenza con la quale sono stati rappresentati gli elementi del disegno e i comportamenti del bambino durante tutto lo svolgimento del

test; la struttura formale, ovvero l’occupazione del foglio, le cornici, il tipo di tratto, il colore ecc; l’immagine del corpo, ovvero le

attitudini, i movimenti o l’immobilità, la disposizione sul foglio dei componenti della famiglia; il contenuto, ovvero la presenza del

contesto, la natura, la casa, gli oggetti, i personaggi.

L’analisi dei tre disegni si pone come obiettivo di determinare se l’evento traumatico ha colpito l’immaginario del bambino e di individuare

in che modo sono state deformate le rappresentazioni mentali relative alla vita prima del terremoto, alla notte del terremoto e alla vita

futura. Incentivando il bambino a disegnare, è possibile rilevare se e come vene favorita la rielaborazione di quanto accaduto e

l’attribuzione di senso all’evento traumatico, attraverso l’espressione artistica e la narrazione.

Esempio 1: terremoto Abruzzo 2009

Esempio 2: tsunami Sri Lanka 2004 Adolescenza e rischio: la resilienza nella dipendenza da sostanze

L’adolescenza si caratterizza come momento particolarmente critico nel vissuto di un individuo perché le persone, in questa fase di vita,

sono meno resistenti rispetto ad alcuni stimoli che possono spingerli a compiere comportamenti disadattivi. Si cercherà di identificare quali

sono i comportamenti a rischio maggiormente presenti in adolescenza, e limitatamente all’uso di sostanze stupefacenti, di approfondirne

l’eziologia e il ruolo dei fattori di rischio e dei fattori protettivi.

Adolescenza

C’è accordo nel definire l’adolescenza come la fase di passaggio dalla fanciullezza all’età adulta che coinvolge tutti i diversi aspetti dello

sviluppo. é descritta come un momento particolarmente critico, a volte doloroso, e comunque caratterizzato da forte inquietudine,

reattività al mondo adulto, immaturità, insicurezza, instabilità; eppure l’adolescenza non è una malattia.

Se si fa riferimento ai compiti di sviluppo, ovvero ciò che un individuo, in uno specifico, momento della crescita, deve affrontare per poter

maturare e passare alla fase successiva, anche per l’adolescenza possiamo identificare alcune sfide con le quali ciascuno è chiamato a

confrontarsi. Se il fine ultimo è l’acquisizione dell’indipendenza dalle figure genitoriali e la capacità di costruire una propria vita

autonoma e soddisfacente, questo passa attraverso la costruzione di una propria identità che è il frutto del superamento di compiti di

sviluppo più specifici. Erikson propone il concetto di crisi di identità per definire la crisi psicosociale che riguarda lo stadio

dell’adolescenza.

È importante sottolineare come la definizione di compito di sviluppo si fondi sul rapporto tra l’individuo, la sua appartenenza sociale e

l’ambiente in cui è inserito. Questa focalizzazione assume particolare importanza proprio nei casi di insuccesso evolutivo: è infatti

nell’intreccio dei diversi contesti sociali e relazioni che è possibile comprendere i motivi di adolescenze non risolte.

Comportamenti a rischio e le loro funzioni

Cosa differenzia la crisi dalla patologia? La prima ha in letteratura una valenza neutra, nel senso che indica la necessità di confrontarsi

con compiti sai quali possono emergere esiti sia positivi che negativi. La patologia, invece, fa riferimento agli esiti negativi.

Compito dell’adolescenza è quello di comprendere qual è il limite oltre il quale non andare, limite che con la crescita si sposta sempre più in

là ma che comunque rimane come indicatore inderogabile della zona di salute e di quella di rischio. Sono, forse indispensabili, alcuni

comportamenti esplorativi che possono portare l’adolescente a compiere azioni che vanno al di là di quanto gli era concesso fino a quel

momento.

I componenti a rischio sono tutte le condotte che mettono a rischio la sicurezza di chi li mette in atto con il fine di provare eccitazione e di

sperimentare sensazioni forti. Sebbene possano essere identificate diverse aree di rischio, la letteratura internazionale fa spesso riferimento

a una sindrome di comportamenti rischiosi, intendendo con ciò il fatto che esistono correlazioni significative fra azioni pericolose, uso di

sostanze stupefacenti, comportamenti devianti, guida pericolosa e comportamento sessuale a rischio. I comportamenti devianti possono

essere suddivisi in tre aree: aggressione fisica, furto e vandalismo, bugia e disobbedienza. La sfida è vissuta come uno strumento per

acquisire visibilità all’interno del gruppo dei pari e, in un secondo momento, verso il sesso opposto.

Relativamente ai comportamenti sessuali, va innanzitutto affermato che essi non sono trattabili unicamente in termini di rischio in

quanto la capacità di sviluppare relazioni affettive e sessuali significative fa parte dei compiti di sviluppo dell’adolescenza. La devianza è

riconducibile a quei comportamenti che si caratterizzano per eccessiva promiscuità e/o mancanza di attenzione alla propria salute fisica e

psichica. Questo tipo di comportamenti sembra ridursi ad un bisogno disperato di adultità.

Vi è infine l’area dell’alimentazione disturbata: la ristrutturazione dell’identità corporea è un processo di più difficile elaborazione nelle

ragazze. Oltre a un evidente effetto di emulazione verso gli stereotipi estetici dell’attuale cultura occidentale, questi fenomeni vanno letti

nei termini di un tentativo disperato di comunicazione e richiesta di attenzione da parte del mondo adulto.

Questi comportamenti vengono agiti all’interno di un certo contesto, non in modo casuale, ma al fine di raggiungere degli scopi

personalmente significativi, che sono in relazione con i compiti di sviluppo di una certa cultura.

L’eziologia dell’uso delle droghe

Sui motivi per cui un adolescente inizia a fare uso di droghe è stata prodotta molta letteratura. Ci sono cinque principali teorie relative

all’eziologia dell’uso di sostanze stupefacenti in adolescenza: la teoria psicosociale dei problemi di comportamento ipotizza che l’esordio

dei problemi comportamentali sia associato a fattori di personalità e ambientali, che includono un maggiore valore attribuito

all’indipendenza, una maggiore critica verso la società, una maggiore tolleranza della devianza, un minore controllo e supporto parentale,

una maggiore influenza degli amici e una maggiore imitazione e ricerca di consenso da parte degli amici; la teoria del cancello identifica

quattro stadi di sviluppo che formano una sequenza che, partendo dall’uso di droghe legali, si conclude con l’uso di droghe illegali: uso di

birra o vino, seguito dall’uso di sigarette o liquori pesanti, seguito dall’uso di mariuana, seguito dall’uso di droghe illecite; la teoria

dell’influenza dei pari; la teoria del contesto sociale che recupera il ruolo della famiglia e del contesto sociale quali facilitatori

all’esposizione e alla predisposizione all’utilizzo; la teoria interattiva sull’uso di droga.

In conclusione, l’approccio più funzionale sembra essere quello che sostiene che l’uso di sostanze stupefacenti e la sua durata nel tempo

possono essere spiegati solo riferendosi a più fattori causali e alla relazione intercorrente tra di essi.

Fattori di rischio e fattori protettivi: resilienza e uso di droghe in adolescenza

Definiamo fattore di rischio qualunque elemento che possa favorire lo sviluppo e il progredire di una malattia o altro evento o condizione;

il fattore di rischio può essere sia un aspetto del comportamento, sia una caratteristica intrinseca del soggetto o genetica, sia


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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'educazione e della formazione (BRESCIA - PIACENZA - MILANO)
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