Come riprendere il cammino quando la strada è sbarrata?
Dalle diverse risposte sono nate sin dall’antichità teorizzazioni filosofiche, modelli educativi generali e strategie formative specifiche ognuna delle quali enfatizza un atteggiamento particolare nei riguardi degli ostacoli e dei traumi che si possono incontrare: rassegnarsi, sopportare, dimenticare, reagire, vendicarsi. Le più moderne indagini della pedagogia e psicologia mirano ad esaminare e valutare da un lato i fattori di rischio e di protezione agenti nelle situazioni di vulnerabilità e, dall’altro, le conseguenze a lungo termine delle situazioni. Obiettivo più generale è quello di comprendere il senso del costrutto psichico che è stato definito “resilienza” e che consiste nella capacità di riprendere il cammino, cioè svilupparsi e realizzarsi nonostante i traumi e le avversità.
Bisogna analizzare le espressioni e i fattori causali interni (personali) ed esterni (ambientali) e soprattutto la consistenza nel tempo: interpretarla come una risposta adattiva a breve o medio termine oppure come competenza stabile di personalità che si può creare, difendere e sviluppare. Se consideriamo la situazione attuale è legittimo parlare, a questo proposito, di un nuovo conformismo pessimista e lamentoso che sembra pervadere la cultura contemporanea; una tendenza a porre in prima linea limiti e patologie e ad ignorare invece le risorse positive attuali e soprattutto potenziali. È un conformismo che qualcuno ha definito “pathocentrismo” e che crea non solo rassegnazione ma anche dipendenza e passività.
Noi crediamo che il costrutto della resilienza si ponga in antitesi a questi elementi, che essa rappresenti un processo non a scadenza temporale ma protratto lungo tutta la vita: un processo che considera l’importanza non solo dell’emotività ma anche delle risorse intellettuali, creative e sociali. Papa Benedetto XVI diceva “il momento attuale è segnato da un affievolirsi della speranza, da una certa sfiducia nelle relazioni umane, per cui crescono i segni della rassegnazione d’aggressività e di disperazione”.
Questo cammino, dove il realismo si sposa con la speranza e la creatività artistica con la resilienza, ci ricorda che i bambini devono poter sviluppare le capacità che gli sono proprie in un clima relazionale accogliente che dia loro il senso di continuità dell’esistenza. Il volume tratta la tematica della resilienza anche nell’età adolescenziale, adulta e anziana.
Resilienza: prospettive scientifiche contemporanee
Obiettivo resilienza
Resiliente è colui che dimostra una grande capacità di adattamento di fronte a situazioni molto stressanti, catastrofi ed eventi negativi che capitano lungo tutto il ciclo di vita. Tale concetto indica la resistenza a rottura dinamica determinabile con una prova d’urto; ovvero le modalità con cui si comporta il materiale quando è sottoposto a sollecitazioni esterne di tipo meccanico. Il suo opposto in ingegneria è rappresentato dalla fragilità. Nel linguaggio informatico, la resilienza concerne, invece, la capacità di un sistema di continuare a funzionare a dispetto di anomalie legate a difetto di uno o più dei suoi elementi costitutivi.
Per la psicologia, la resilienza è un costrutto molto ampio ancora lontano dall’essere completo ed esaurito, anche se c’è un sostanziale accordo nel definirla come capacità dell’individuo di far fronte alle avversità che incontra nel ciclo di vita. Intorno agli anni ’80, l’evoluzione degli studi sulla resilienza ha spostato l’attenzione sui processi di adattamento e sulle risorse psichiche considerate fattori protettivi che preservano dalle patologie. La trasformazione del concetto di resilienza da statico a dinamico ed interattivo non è del tutto conclusa. L’evoluzione si è realizzata quando i ricercatori hanno cominciato a mettere in relazione diversi fattori individuali quali sviluppo di capacità cognitive e di autoregolazioni e a prendere in considerazione fattori familiari, sociali e culturali.
Le ricerche hanno portato all’identificazione di una lunga serie di fattori protettivi: abilità cognitive, positiva visione di sé e della propria vita, senso di sicurezza, temperamento positivo, locus of control interno, personalità prosociale, capacità di regolazione e autocontrollo. Oltre alla dimensione individuale, altri studi hanno poi considerato le relazioni interpersonali.
La resilienza è quindi un processo multidimensionale, non esiste un solo modo di essere resilienti così come non si è per nulla o del tutto resilienti. La resilienza appartiene al mondo delle sfumature più che a quello dei confini, dell’evoluzione e del cambiamento più che a quello della permanenza e della staticità.
L’analisi della letteratura evidenzia la presenza di due approcci di studio: uno centrato sulle caratteristiche del soggetto resiliente, l’altro sui fattori di rischio e di protezione presenti nell’ambiente di vita con cui l’individuo si interfaccia.
Caratteristiche individuali
Esistono due marker per identificare le persone resilienti: il primo è che le persone devono essere state esposte ad un pericolo sia in termini di rischio potenziale sia di danno o di trauma. Il secondo è che l’individuo deve mostrare un positivo adattamento, cioè una reazione sostanzialmente migliore di ciò che ci si può aspettare sulla base di studi precedenti nelle medesime condizioni di esposizione.
L’assenza di una diagnosi di disturbo post-traumatico da stress non equivale però sempre ad una condizione di salute e di benessere: molti individui manifestano deboli sintomi di reazioni di stress subcliniche, che tendono nel tempo a scomparire. I teorici del trauma si trovano spesso stupiti quando gli individui esposti ad un evento tragico non sviluppano PTSD. I dati delle ricerche mostrano invece l’esatto contrario, ossia che la resilienza ad eventi violenti e che minacciano la vita è, in realtà, molto comune. Emerge quindi come la resilienza non sia astratta, misteriosa e rara, ma al contrario sia ben definita e piuttosto comune tra gli individui.
La resilienza viene a connotarsi non come aspetto unitario a sé stante, ma come insieme di pattern multipli, compresenti e interagenti nel sistema individuo. Obiettivo della ricerca è quindi quello di approfondire questa commistione di elementi, sia singolarmente che come reciprocamente interagenti.
È interessante a questo proposito la metafora della casa. Le fondamenta sono costituite dalla rete di relazioni formali e informali che devono essere supportive e improntate all’accettazione. Accettazione della persona e non di tutti i suoi comportamenti altrimenti l’accettazione si trasforma in indifferenza. Nel giardino e al piano terreno è posta la capacità di attribuire un senso alla vita, al primo piano vi è la stima di sé, le attitudini, le competenze e l’umorismo. Questo piano rappresenta la possibilità di costruire progetti concreti, di far assumere alla persona delle responsabilità. Valorizzare le attitudini e le competenze della persona consente di non chiuderla solo nel suo ruolo di vittima. Ed infine, nel granaio ci sono tutte le possibili esperienze che una persona può fare e che contribuiscono alla resilienza.
Traiettorie resilienti tra individuo e contesto
Una caratteristica chiave del concetto di resilienza è la possibilità di mettere in atto processi flessibili di fronte a circostanze avverse di diverso tipo che accadono in diversi momenti del ciclo di vita. La resilienza consiste nella capacità di mantenere un equilibrio stabile e si connota come più di una semplice assenza di patologia. I soggetti resilienti possono avere transitorie perturbazioni nel normale funzionamento, ma generalmente mostrano un andamento stabile del funzionamento.
Resilienza e recupero sono solo due dei possibili esiti; in seguito a un trauma o a una crisi sono teoricamente possibili diversi pattern di risposta. La fascia centrale ok zone rappresenta il normale funzionamento dell’individuo con i suoi naturali alti e bassi, al di sotto si trova l’area del disadattamento e al di sopra la zona del benessere ottimale. L’asse delle ascisse è rappresentato dal tempo: prima dell’evento traumatico, la fase della crisi e quella post-crisi.
- Il primo pattern è quello della resistenza (A): la persona continua a funzionare bene durante una crisi.
- Il secondo pattern è quello del crollo ritardato (B): dopo un primo momento di resistenza all’evento il soggetto ha un forte calo del benessere.
- Il terzo pattern è quello del concetto di recovery (C): si assiste ad un calo del funzionamento al momento dell’evento seguito da un recupero nel momento in cui gli effetti della crisi si attenuano.
- Il quarto pattern è quello del crollo senza recupero (D).
- Il quinto pattern è quello della condizione persistente e disadattiva (G): l’individuo, già in una condizione di malessere, ha un ulteriore peggioramento, ma il recupero successivo non è sufficiente per migliorare la sua condizione.
- Il sesto pattern è quello del disagio cronico (H): il soggetto permane nell’area della disfunzionalità senza nessuna variazione, forse a causa di un effetto pavimento.
- Il settimo e l’ottavo pattern ovvero quello delle trasformazioni in positivo di livelli di partenza già ottimali o leggermente sotto la media (E e F): rappresentano dei pattern di risposta in cui la persona migliora il proprio stato di benessere sia nella fase di crisi che in seguito.
Secondo la teoria dei sistemi e dal modello ecologico, la resilienza deriva dai processi di interazione tra più livelli di funzionamento, per esempio, dai geni ai sistemi neurali e alle relazioni tra individui e tra individui e contesto. Inoltre per mantenersi in equilibrio, la persona deve costantemente adattarsi all’ambiente circostante e alle richieste sempre nuove del contesto. Propongono quindi un modello in cui lo sviluppo umano è concepito come processo di interazione reciproca, via via più complessa, tra un organismo umano attivo e in evoluzione, e le persone, gli oggetti, i simboli che si trovano nel suo ambiente immediatamente esperibile.
Secondo un altro modello all’interno del singolo bambino agiscono due sistemi interni interconnessi: il sistema nervoso centrale e il sistema immunitario. I fattori biologici rivestono un ruolo importante nella determinazione delle caratteristiche della resilienza, tuttavia la dotazione biologica spiega solo in parte l’articolarsi del processo, nel quale intervengono altri fattori interni ed esterni. Il bambino si trova ad essere inserito in tre microsistemi: famiglia, gruppo dei pari e scuola. La famiglia è l’ambiente di sviluppo primario per la maggior parte degli individui. Inoltre l’individuo viene inserito all’interno di un micro-contesto culturale costituito dal bagaglio di miti, valori, esperienze, conoscenze e non detti. Secondo lo schema elaborato da Masten e Obradovic all’interno del sistema rientrano anche ambiti non esperibili direttamente dal soggetto come ad esempio il contesto lavorativo dei genitori, che nello schema rappresentano l’esosistema. I tre microsistemi sono a loro volta integrati in un sistema più ampio: il macrosistema. La cultura, le condizioni economiche globali, il mondo dei media influenzano i processi resilienti attraverso la trasmissione di norme, comportamenti e significati. Il fatto che questi sistemi siano integrati, interdipendenti, e in costante interazione ha profonde implicazioni nel delinearsi delle traiettorie resilienti in seguito ad un evento critico.
Per individuare se una traiettoria di risposta è resiliente o no, bisogna individuare sue set di criteri: il primo per giudicare le minacce o le sfide a cui è sottoposto un sistema e il secondo per verificarne l’adattamento. E quindi una traiettoria è resiliente se la persona o, più in generale, il sistema funziona in modo efficace e si comporta come si suppone si debba comportare.
Il dibattito attuale è presidiato da questi temi: chi dovrebbe stabilire i criteri? È opportuno parlare di felicità? Ci sono criteri diversi per cultura? E per le minoranze etniche? Cosa accade se un bambino dimostra un buon funzionamento in un dominio ma non in un altro? Alcuni si sono concentrati sui compiti di sviluppo. Tutto l’arco della vita dell’individuo sarebbe costellato da una successione di compiti da risolvere nei momenti più opportuni, sono una sorta di richieste a cui gli individui devono rispondere nei momenti di crescita secondo tempi prestabiliti.
Possiamo dire su ogni potenziale turbamento dell’equilibrio e del benessere personale, a volte pure eccedendo in fantasia e creatività. La maggior parte di questi studi ha assunto come livello di analisi quello individuale, familiare e scolastico. C’è stato più recentemente un crescente aumento di ricerche sugli aspetti biologici o neurali.
La resilienza nel ciclo di vita
Il focus iniziale delle ricerche sulla resilienza si è concentrato sull’infanzia e sull’adolescenza e sul legame tra alcuni tratti e/o eventi e le fasi successive di vita. Solo negli anni 2000 alcune ricerche hanno iniziato ad applicare il costrutto della resilienza all’età adulta e anziana. Anche la resilienza negli adulti è un fenomeno comune, anche se la natura e le caratteristiche delle traiettorie sono ancora poco conosciute. La resilienza in età avanzata non è invece un tema molto recente; applicata alla vecchiaia, la resilienza è stata concettualizzata da diversi punti di vista: alcuni ricercatori hanno studiato la resilienza come un tratto individuale, altri invece la vedono come un processo e altri ancora come una sorta di prodotto/esito delle esperienze della vita. In questa fase del ciclo di vita oltre alle proprie esperienze di vita e caratteristiche personali ha un enorme peso la rete di relazioni intorno all’anziano che funziona come scaffolding.
Studiare la resilienza lungo il ciclo di vita significa riconoscere i momenti di svolta spesso caratterizzati da una nuova opportunità o da un nuovo rapporto, che hanno fornito uno stimolo propulsore. L’autoefficacia che deriva dal controllo di una nuova situazione o dal superamento di un ostacolo può contribuire a sviluppare, dal bambino all’anziano, la fiducia di diventare un agente attivo nel proprio processo di sviluppo. I momenti di svolta sono determinanti anche nell’ambito delle situazioni di resilienza tardiva, ovvero quelle situazioni nelle quali un adulto non resiliente diventa ad un certo punto della vita un giovane anziano generativo e in grado di riprogettarsi.
Strumenti per misurare la resilienza
Gli strumenti utilizzati in ambito nazionale e internazionale per misurare i riscontri oggettivi della presenza della resilienza sono diversi. La Resilience Scale (RS) di Wagnild e Young può essere considerata la sala maggiormente accreditata in letteratura e validata su campioni di differenti età e da diversi studiosi che concordano nel giudicare la scala come attendibile e valida. Egli definisce la resilienza come una caratteristica personale che modera gli effetti negativi dello stress e nello stesso tempo promuove l’adattamento. È quindi considerata come una caratteristica innata, presente in ogni persona seppur in misura diversa e che si può potenziare in base a come si affrontano e si superano gli eventi della vita. La scala in origine era composta da 25 item, gli autori ne hanno creata una seconda a 10 item. I due studiosi hanno rilevato l’esistenza di solo due sottoscale significative relative alla competenza personale e all’accettazione di sé.
La Disposition Resilience Scale ha l’obiettivo di misurare la resilienza come resistenza psicologica, ossia uno stile di funzionamento generale che include qualità emotive, cognitive e comportamentali. Lo stile resiliente fa riferimento a tre dimensioni: tendenza a vedere il mondo con interesse e significato, credenza nelle proprie abilità di influenzare gli eventi, capacità di vedere le nuove esperienze come possibilità di apprendimento e di sviluppo. La Disposition Resilience Scale II è una versione ridotta della scala di Bartone composta da 18 item, che vanno ad indagare il cambiamento, i legami e il livello di controllo. Qui il concetto di resilienza si rifà ad un concetto personale e individualistico della capacità di far fronte ai traumi, lasciando completamente inesplorato il sistema relazionale e comunitario all’interno del quale si inserisce.
La Connor-Davidson Resilience Scale è una scala clinica che dà riscontro alla definizione di resilienza degli autori come capacità personale di prospettare anche di fronte alle difficoltà e come una misura della capacità di gestire lo stress. È composta da 25 item distribuiti su 5 fattori: competenza personale e tenacia, self-confidence e gestione delle emozioni negative, accettazione positiva del cambiamento e relazioni sicure, controllo, influenze spirituali. La Resilience Scale for Adults si inserisce sulla stessa scia, che non si limita a prendere in considerazione le caratteristiche psicologiche disposizionali della resilienza ma contempla anche delle sottoscale che misurano il supporto familiare ed esterno. Accanto a questa scala se ne è sviluppata un’altra, la Resilience Scale for Adolescents che ha confermato la consistenza delle cinque dimensioni ritracciate nella RSA, ossia: competenza sociale, stile strutturato, supporto esterno, coesione familiare e competenze personali.
Un altro strumento in fase di pubblicazione è il Resilience Process Questionnaire: è uno strumento di misurazione della resilienza, costituito da 15 item a cui il soggetto deve rispondere su una scala Likert a cinque passi; è articolato su tre dimensioni: reintegrazione con perdita o disfunzionale, reintegrazione resiliente, ritorno all’omeostasi.
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