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L'artista di fronte allo specchio di Narciso

Sono molti i temi che legano il genere artistico dell’autoritratto alla figura di Narciso: il confronto con l’altro da sé, con il doppio, la ricerca della propria identità, il compiacimento di contemplare la propria immagine.

Età ellenistica

Narciso è rappresentato come un fanciullo molto bello e viene messo in evidenza l’aspetto edonistico del mito.

Medioevo

Prevale una valenza moralistica che sottolinea la negatività della bellezza fisica in quanto illusione rispetto alla bellezza dell’anima (cfr leggi medievali su abbigliamento).

Cinquecento e Seicento

La vicenda di Narciso è letta come un processo che conduce al “conosci te stesso” socratico ed altresì interpretata in un’accezione cristologica, dove Narciso è iconograficamente identificato con la figura di Cristo.

Settecento

È sottolineato il rapporto con se stessi e col mondo, si afferma il concetto di “riflessione”.

Ottocento

Gli artisti del Romanticismo e Simbolismo identificano la metafora di Narciso con lo sprofondamento nel proprio sé, visto come necessario per giungere alla creazione artistica.

Si passa dunque nel corso del tempo dalla non-riflessione ellenistica, in cui si considera il puro godimento dell’immagine, alla riflessione sull’essenza dell’uomo. Due concetti fondamentali per l’analisi del mito di Narciso sono l’inconsapevolezza e la consapevolezza. Troviamo questi significati nella versione Ovidiana del mito, incentrato in questo caso su un forte contrasto all’interno del personaggio: Narciso dapprima si abbandona inconsapevolmente all’immagine di sé e crede di avere di fronte una persona reale, nel corso della storia però prende coscienza di avere di fronte il riflesso di se stesso. È possibile in questo modo vedere il creatore dell’autoritratto, in quanto egli conosce un’immagine che non è reale ma che ha l’aspetto del reale. L’autoritratto è possibile solo con il riconoscimento di se stessi.

A partire dal Cinquecento la figura del Narciso è la più rappresentata, in Italia e anche in Europa. Leonardo afferma che lo specchio è il medium che riflette l’ingegno del pittore e rappresenta la pittura e lo spirito dell’artista. L’associazione Narciso/pittore creata da Alberti e specchio/pittura teorizzato da Leonardo, possono essere rintracciati in un dipinto raffigurante Narciso eseguito da un anonimo italiano agli inizi del Seicento: si osserva un corpo bianco che emerge da uno sfondo nero, si vede solo il tenue riflesso della mano sinistra, che permette di comprendere che è vicino a una fonte.

La mano posta in primo piano è l’elemento centrale del dipinto. Il rapporto specchio/mano, così frequente nella pittura a partire dal Cinquecento, sottolinea il lavoro dell’artista nella sua valenza più alta; Leonardo afferma che la mano del pittore è l’organo esecutivo del suo pensiero. Se è vero che la mano è il mezzo attraverso cui l’artista esprime il suo pensiero e lo specchio rappresenta l’opera d’arte, nel dipinto dell’anonimo pittore italiano, entrambi questi dati sono presenti, è quindi possibile concludere che in quest’opera Narciso viene raffigurato come prototipo del pittore.

L’“Autoritratto allo specchio” di Parmigianino (1524), si muove in questa direzione. Qui la fonte è sostituita da uno specchio in cui si riflette emblematicamente la mano dell’artista a sottolineare la valenza di chi opera. Intendendo superare il mito stesso e andare oltre la definizione stessa di pittura come rappresentazione mimetica della realtà, Parmigianino sceglie uno specchio convesso che distorce la realtà, e porta il paragone tra l’immagine dipinta e quella riflessa nello specchio. Mentre la pittura simula perfettamente il riflesso reale dello specchio, questo dà una visione falsa e distorta della realtà. L’ingrandimento della mano e la deformazione della finestra, sono “errori” dello specchio, non della pittura.

Nel momento in cui Narciso si specchia e nella fonte si riflette l’immagine, l’immagine stessa diventa metafora dell’opera d’arte, in quanto la vera pittura è simile alla superficie dello specchio. Narciso diviene al contempo creatore e fruitore. Giovan Battista Marino riprende questo concetto nella raccolta di cinque poemi inerenti dipinti raffiguranti il mito di Narciso, ponendolo in associazione con la pittura, in quanto l’autore si serve della raffigurazione di Narciso per paragonare l’illusione del giovane a quella che la pittura provoca nell’osservatore: la pittura cerca di riprodurre fedelmente il reale, come uno specchio, ma come lo specchio, non può che restare un’immagine fittizia del reale, lo stesso accade al Narciso che si specchia.

Periodo ellenistico

Narciso è raffigurato in piedi, mai nel momento in cui si china verso la fonte, spesso le braccia sono alzate, ad esaltare la bellezza del corpo, qui Narciso non si occupa ancora di esplorare il sé e l’altro da sé.

Periodo medievale

Si fa attenzione alla morale, e dunque all’ammonimento a non perdersi nello specchio falso delle cose terrene. Narciso è qui inserito all’interno di una visione cristiana del mondo. Osserviamo le immagini nelle miniature di due testi quali: “Ovide moralisé” e “Roman de la Rose”, in queste immagini Narciso è sempre piegato verso la fonte, ma in alcune immagini il suo volto non appare riflesso nell’acqua. In un’immagine de “Le Roman de la Rose”, il volto di Narciso riflesso ha dei tratti dolci e delicati e sembra sorridere rispetto al lui stesso che ha un’espressione sbigottita da ciò che ha di fronte, (lo si osserva dalla smorfia della bocca e sopracciglia corrucciate), oltre al braccio alzato in segno di stupore. Dall’osservazione di ciò è evidente che l’artista abbia voluto andare oltre la semplice rappresentazione del rispecchiamento, ma abbia voluto esprimere qualcosa che implica il tema dell’inganno e illusione legata alla bellezza corporea.

Non raffigurare il volto riflesso o raffigurarlo con tratti molto diversi significa che l’artista pone un accento sull’idea di amore per qualcosa che svanisce rapidamente come tutte le cose materiali; sottolinea il tema dell’inesistenza dell’oggetto d’amore, al quale Narciso offre tutto se stesso, per tale motivo il giovane viene punito con la morte, in quanto il suo desiderio è rivolto ad un qualcosa di inesistente: egli confonde l’illusione con la realtà.

Cinquecento

Nella rappresentazione di Narciso ci si avvicina ad un’iconografia cristologica, dove Narciso disteso alla fonte, ricorda nella posa il Cristo morto. Ricordiamo Rosso Fiorentino e Francesco Salvati, anche se l’esempio più significativo è la scultura di Benvenuto Cellini in cui è forte il richiamo all’antichità. Qui Narciso si rivela nella sua antica nudità e riprende il gesto delle braccia alzate. L’antichità però è riletta dall’artista che non si ferma ad una pura e sola consapevolezza estetica: Narciso anche se raffigurato in piedi intento a mostrare il suo corpo, ha la testa piegata verso il suo riflesso, indicando una riflessione filosofico-esistenziale radicata nel tormento dell’uomo moderno.

Seicento

Incontriamo la figura del Narciso ritratta da Caravaggio, in cui l’artista gli attribuisce il ruolo di emblema dell’uomo che giunge attraverso la riflessione, alla conoscenza di sé, e attraverso il sé, a quella di Dio (qui simboleggiato dal cerchio formato dal corpo e dal suo riflesso). Caravaggio prevede qui l’identificazione di se stesso e dello spettatore col Narciso; si tratta di uno specchio che non riflette esattamente il corpo del personaggio, nonostante la perfezione del cerchio, attraverso uso sapiente di luci e ombre, l’immagine riflessa sembra una maschera cupa e spenta. Punto focale dell’opera è il ginocchio, il quale ricorda nel suo riflesso, l’immagine di un teschio, rivelando la consapevolezza della morte. Narciso qui vede la sua vita e altresì la sua morte. In Narciso è l’Io stesso che muore e si guarda morire, giungendo così alla consapevolezza di sé e di Dio. Il cerchio simboleggia il passaggio dall’umano al divino, l’amore per sé stesso riflesso è l’amore per Dio (a sua immagine e somiglianza).

Poussin con “La nascita di Bacco” (metà del ‘600), rappresenta l’unità raggiunta tra il mito e una concezione cristiana del mondo, unendo per mezzo della figura di Narciso, il tema pagano a quello cristiano. La sua immagine di Narciso riporta alla figura di Cristo morto, propria delle deposizioni. Poussin fa coincidere i due personaggi Bacco e Narciso rappresentando l’ambivalenza del mito di Narciso che riunisce in sé l’immagine di Dioniso a quella di Cristo. Bacco risplende di luce, un’aureola circonda il suo volto rendendo la sua venuta tra le ninfe una specie di natività pagana: (la grotta della natività è qui un antro ornato di tralci di vite, e le ninfe in luogo dei pastori, adorano il Dio bambino). Narciso morto sulle rive della fonte, indica il passaggio necessario nel processo conoscitivo bacchico: la perdita dell’entità fisica, la passione e la rinascita.

Il confronto tra il mito di Narciso e quello di Dioniso è rintracciabile anche nella scultura di Benvenuto Cellini, dove troviamo i tralci di vite su cui il giovane è seduto, che ci riportano al mito di Dioniso. La rappresentazione del mito di Narciso come espressione della riflessione dell’artista su di sé, sulla sua opera e sul mondo, continua nel tempo, ricordiamo a questo proposito Rubens, in cui è evidenziabile nel volto di Narciso un forte conflitto interiore, il Domenichino nella cui opera colpisce la grande importanza data alla descrizione della natura (paesaggio fluviale, occupa la maggior parte della scena).

Settecento

Ricordiamo le raffigurazioni di Creti in cui Narciso non è più raffigurato come un fanciullo ma come un uomo. La scena rivela una certa drammaticità, Narciso infatti è rappresentato nel momento in cui è già morto. L’uomo morto ricorda nel suo aspetto, sia i giovani eroi greco-latini che i personaggi dell’iconografia cristologica (la lancia posta sotto il corpo del giovane, riporta all’immagine della croce). Anche in questo caso, come in Domenichino, il paesaggio ha un ruolo predominante. Il tema dell’immagine riflessa è l’immagine stessa dell’io immerso nell’acqua e trasformato in un elemento naturale e ciò porta a pensare a Narciso come a colui che ritrova il legame originario con la Natura e con Dio.

Il moderno concetto di narcisismo prevede l'amore che una persona prova per la propria immagine e per se stesso. Il narcisista incarnando un falso sé grandioso e illusorio, il narcisista è per emblema la personalità più lontana dalla conoscenza della sua vera natura, dall’espressione delle proprie potenzialità e dei propri talenti, così come dalla consapevolezza della propria debolezza e dei propri reali bisogni.

Moreau nel suo Narciso rende evidente l’atteggiamento superiore e distaccato dell’artista che solo e separato dal mondo, riflette sulla propria opera. Lo sguardo fisso di Narciso e la posa (non piegata verso la fonte) e che richiama quindi le immagini antiche, esprimono la sensazione dell’uomo che assiste impassibile alla propria morte e trasmette qualcosa di perturbante. De Chirico in “Composizione Metafisica” (autoritratto), manca l’immagine dell’artista, e questa mancanza è la sostanza stessa del ritratto, ciò che il fruitore vede sono solo oggetti simbolici. Riconosciamo in essi l’Arte (flauto), la classicità antica (oggetti di marmo), la civiltà contemporanea (ciminiere rosse). Tutto mostra un Io disperso, tenuto unito solo dalla composizione artistica. Nella volontà di non rappresentarsi, si può leggere la crisi del visibile nella cultura contemporanea, in cui la rappresentazione, sta diventando incapace di definire il modo d’essere comune e alla conoscenza. Gris nel “Lavabo”, inserisce un frammento di specchio. Al di là dell’inserimento di un materiale extra-pittorico, vi è un significato simbolico che lo si può confrontare con l’opera di Velázquez “Las Meninas”, facendo riemergere una pluralità di significati legati al tema dello specchio. Non è un caso infatti che il frammento di specchio nel quadro di Gris, occupi una posizione analoga a quella occupata dallo specchio con il riflesso-ritratto del Re e della Regina nella Meninas.

In quest'opera è dipinta l'Infanta Margarita, circondata dalle sue dame di corte, Velázquez si trova di fronte al suo cavalletto, nello specchio sopra la testa dell'Infanta si riflette la coppia regnante. Al ritratto si affianca l'autoritratto, al quadro dipinto la tela che viene dipinta, ai personaggi che recitano la loro piccola storia le molte figure che si rivolgono allo spettatore. E poi, in fondo, sulla parete, uno specchio, e quindi un'allegoria della pittura che anticipa concettualmente la competizione mimetica in cui il pittore è impegnato, - una competizione che si ripete nei soggetti mitologici dei quadri appesi alla parete e riprodotti da Velázquez.

Nel gioco tra visibile e invisibile e l’intreccio di sguardi, nel quadro di Velazquez, si ripropone l’antico e irrisolto problema dell’illusorietà del visibile e del rapporto tra mondo esterno e opera, tra il sé e la rappresentazione di sé. Lo specchio è dunque il simbolo dell’opera d’arte. Dalí in “Metamorfosi di Narciso”, Narciso è talmente consapevole di sé da poter essere rappresentato piegato su se stesso e intento a riflettersi nell’acqua alla ricerca di una conciliazione tra unità e identità di sé. La scelta iconografica del dipinto deriva dalle suggestioni artistiche ricevute durante il viaggio in Italia compiuto dall’artista nel 1936, così come le figure dei nudi sullo sfondo che evocano pose classiche e atteggiamenti formali tipici dell’arte rinascimentale e manierista. Il mito classico del giovane Narciso, che innamoratosi della propria immagine riflessa in uno specchio d’acqua e impossibilitato a possederla si trasforma nel fiore che porta il suo nome, offrì lo spunto all’artista per inscenare questa metamorfosi ovidiana in un’ambigua relazione tra illusione e realtà. La figura accovacciata di Narciso, che giganteggia come una roccia sulla superficie lucida e riflettente del lago, si trasforma nel suo doppio che assume l’aspetto di una grande mano pietrificata che regge un uovo crepato da cui nasce il fiore narciso. Le fasi di trasformazione sono rese in una narrazione consecutiva da sinistra a destra, così anche i colori opachi e le forme dapprima trasparenti, evanescenti e quasi invisibili acquistano gradatamente una connotazione realistica e concreta, come un lento risveglio dopo un sogno visionario.

La vicenda di Narciso in Storia dell’Arte giunge fino ai giorni nostri e presenta una costante nel tempo: la riflessione sull’uomo, sull’arte e sulla morte, e ancora oggi, l’artista attraverso Narciso, raffigura se stesso. Ciò che accomuna le rappresentazioni di Narciso più vicine al nostro tempo, è l’immagine di un individuo che di fronte allo specchio, esprime un senso di infelicità e solitudine. Ciò che oggi rende ancora interessante la vicenda di Narciso è il fatto che la sua vicenda è quella di ciascun individuo: il passaggio che egli compie dall’inconsapevolezza alla consapevolezza.

Il ritratto di Cristo come autoritratto dell’uomo

Nel libro dell’Esodo tra il decalogo di leggi, troviamo anche questa regola: “Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è nell’alto dei Cieli, né di ciò che è sulla terra”. Ciò fece sì che nel Concilio di Hieria del 754, venne condannato il culto delle icone, in quanto si temeva che la venerazione delle icone andasse a sfociare nell’idolatria. Questa convinzione provocò non solo un imponente confronto dottrinario ma anche la distruzione materiale di un gran numero di icone. Le icone potevano essere raffigurazioni sacre di qualsiasi genere: dalle miniature dei codici alle pitture murali. Si consideravano le icone veri e propri oggetti animati che le si usava per assistere battezzandi o cresimandi in qualità di padrino. Altri raschiavano la vernice dei quadri e mescolavano quanto ottenuto nel vino della messa, ricercando in tal modo una comunione con il santo raffigurato. Era, insomma, corrente l'opinione secondo cui l'icona fosse effettivamente un luogo nel quale poteva agire il santo o, comunque, l'entità sacra che vi era rappresentata. Leone III di Bisanzio nell’Editto del 726 cercò di abbattere questa corrente considerata ereticale, affermando che la vera e sola icona di Cristo è l’Eucaristia. L’iconoclastia serviva anche a combattere lo strapotere dei monaci che, da un lato, facevano ampio mercato delle icone, rafforzando in tal modo la loro condizione economica e la loro influenza politica all'interno dell'Impero, e, dall'altro, suggestionavano le folle, sottraendo influenza alla corte imperiale. Il Concilio di Nicea...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/04 Museologia e critica artistica e del restauro

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dell'arte e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Ferrari Stefano.
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