Elementi costitutivi della teoria sistemico-relazionale: dalle origini in poi
Le basi teoriche per lo sviluppo dei modelli di terapia familiare si ritrovano nella psicologia
negli anni ’50. In questi anni, infatti, l’attenzione
sistemico-relazionale delle discipline psicologiche
si sposta dai processi intrapsichici ai fenomeni interpersonali e al contesto in cui essi si
manifestano. La crisi dei modelli meccanicistici di causa-effetto e causalità lineare è sottolineata
dalla diffusione della Teoria Generale dei Sistemi (von Bertanlanffy), per la quale il sistema è
considerato come una totalità e non come la somma delle sue parti. Per comprendere il sistema,
pertanto, si devono considerare le complesse interazioni tra le sue componenti in un processo di
causalità circolare (non lineare).
Le assunzioni di Bateson allontaneranno questa prospettiva anche dal pensiero psicoanalitico:
L’individuo
1. è ritenuto un sistema aperto capace di autoregolazione e in interscambio
continuo con l’ambiente: l’unità di studio non è più il singolo indiv ma l’indiv nel suo amb
L’interscambio tra l’individuo e l’ambiente non è un interscambio di energia, ma di
2. informazione: ciò apre la strada a concetti di retroazione e circolarità nella comunicazione
interamente identificabili con l’individuo, ma comprendono
3. I processi mentali non sono L’organismo non si adatta
anche vie e messaggi che connettono individuo e ambiente.
all’ambiente ma individuo e ambiente co-evolvono.
Alla base del pensiero v’è la considerazione per la quale il tutto è più della somma delle parti: le
proprietà dell’insieme dipendono dalla relazione delle sue parti, oltre che dalle loro caratteristiche.
L’unità di osservazione si sposta alla relazione e al contesto nella quale la si osserva. Ogni persona
fa parte di una serie di contesti di relazioni: del contesto familiare in cui nasce, della comunità in cui
vive e della cultura di appartenenza (teoria ecologica dello sviluppo). Non basta conoscere bene gli
passare dall’attenzione per i singoli
individui di un insieme per sapere cosa fanno ma è necessario
elementi a quella per le relazioni che uniscono gli stessi elementi.
Le prime applicazioni del modello sistemico alla terapia avvenute all inizio degli anni 60, fanno
torto a questa originale ispirazione baetsoniana. Esse assimilando riduttivamente la teoria sistemica
alla prima cibernetica, hanno condotto all’elaborazione di un modello fortemente centrato su
concetti di autocorrezione e di omeostasi piuttosto che di potenzialità evolutive. Sulla pragmatica
delle interazioni osservabili pittosto che sulla semantica delle comunicazioni. Si sono concentrati
sulla possibilità che il terapeuta desse del sistema trattato una descrizione oggettiva piuttosto che
sull’inevitabilità di un’interazione co-partecipativa tra il terapeuta e il sistema stesso.
in quest’ottica si può definire
Betson propone di descrivere e studiare gli organismi come sistemi:
un sistema ogni livello di organizzazione formato da parti differenziate che cooperano per formare
un’entità organizzativa con specifiche funzioni, funzioni che non possono essere svolte dalle singole
parti autonomamente. Un sistema è un’unità intera e unica composta da parti in relazione tra loro
L’intero è diverso dalla somma delle sue parti e
e tendenti all equilibrio. qualsiasi cambiamento di
una di queste parti influenza la globalità de sistema. Ogni elemento di un sistema è in relazione con
gli altri elementi e ha una ragione di essere per la specifica funzione che svolge. Comportamenti,
ruoli, e funzioni diverse concorrono a generare la proprietà emergente del sistema che è una
caratteristica superiore alla somma delle funzioni l’autoregolazione
Negli stessi anni, la cibernetica di Wiener si propone di studiare che si verifica
sia nei sistemi naturali che in quelli artificiali. Il suo concetto base è proprio quello di feedback o
retroazione, secondo il quale una parte dei dati in uscita da un sistema aperto rientra nel sistema
riguardo all’uscita dallo
sotto forma di informazioni stesso. Quindi, il rapporto tra causa-effetto non
è più lineare, ma i sistemi funzionano in un continuo processo di causalità circolare, proprio perché
l’effetto può tornare ad influenzare la causa attraverso retroazioni o feedback. La retroazione può
la prima se l’informazione è usata per diminuire
essere negativa o positiva: la deviazione in uscita
(il sistema conserva l’omeostasi), mentre la seconda se l’informazione in entrata aumenta la
deviazione all’uscita (il sistema modifica l’equilibrio).
Il gruppo di Palo Alto si propose di applicare la prospettiva sistemico-cibernetica anche alle
relazioni umane, ponendo l’attenzione sul sistema famiglia come “totalità in continuo interscambio
con l’ambiente” anziché come semplice agglomerato di individui isolati dal loro contesto. La
famiglia è vista come un sistema cibernetico che si autogoverna attraverso la retroazione e si
autoregola attraverso l’omeostasi. Le famiglie cliniche possono “delegare” ad uno dei membri il
ruolo di “componente omeostatica”, per riportare il sistema sull’assetto precedente se l’equilibrio
viene minacciato. Il disagio psichico è visto come una distorsione del comportam comunicativo.
Collaborando con Bateson, il gruppo introdusse la Teoria del Doppio Legame, secondo la quale la
disfunzionale all’interno delle relazioni diadiche è alla base di alcuni disturbi
comunicazione
considerati intrapsichici, come la schizofrenia. Le famiglie schizofreniche analizzate dal gruppo di
Palo Alto, oltre a comunicare in modo contraddittorio, proibiscono la metacomunicazione ai loro
membri, bloccando qualsiasi comunicazione che possa risolvere queste stesse contraddizioni.
Il sintomo è quindi un segnale di disagio relazionale all’interno del sistema familiare: l’individuo
che esprime anche per gli altri le difficoltà legate all’evoluzione.
portatore del sintomo diventa colui
Il membro sintomatico della famiglia
Le famiglie cliniche delegano a uno dei membri il ruolo di componente omeostatica per riportare il
sistema sull’assetto precedente ogni volta che una modalità stabile viene minacciata. Ogni volta che
un informazione è in grado di amplificare la deviazione, tale comportamento della persona
sintomatica subisce un incremento. La persona identificata come paziente designato deve pagare un
alto prezzo ma in questo modo permette agli altri membri della famiglia di mantenere i rispettivi
ruoli nel sistema dal momento che tutti gli altri problemi o conflitti familiari vengono messi da parte
di fronte a questa esigenza.
Nathan Ackerman
Incontrava i pazienti insieme alla loro famiglia. Famiglia come unità sociale ed emotiva.
Documentazione audiovisiva del lavoro clinico (specchio monodirezionale). Le sue dimostrazioni
erano famose per la sua teatrale vulcanicità, per l’umorismo e per una quasi sconvolgente capacità
di intromettersi nelle aree private della vita personale e familiare.
Le risonanze, la self disclosure (emozioni che prova il terapeuta lavorando con una determinata
famiglia). Non solo è necessario che il terapeuta conosca le emozioni del paziente ma anche che il
La terapia familiare si basa sull’interazione sociale:
paziente conosca le emozioni del terapeuta.
essa permette lo scambio emotivo tra paziente e terapeuta dal momento che il terapeuta può
partecipare e contrinbuire personalmente e non può tenersi fuori dalla relazione con il paziente.
Un buon terapeuta nella relazione con il paziente deve saper filtrare le proprie emozioni e fornire
quelle di cui il paziente ha bisogno così da ridurre la distanza tra lui ed i membri della famiglia.
fu uno dei primi a sottolineare l’importanza di includere nel trattamento padri, madri,
Ackerman
bambini e nonni, in modo da conoscere la persona nel contesto più ampio nell’arco delle 3
generazioni. Importanza del trattamento con la familgia intendendo coloro che vivono sotto lo
stesso tetto e chiunque abbia un ruolo significativo per il nucleo familiare.
Secondo il suo pensiero la patologia di un membro della famiglia ha natura relazionale, poiché
nasce all’interno del contesto familiare: in un certo senso, è come se l’individuo portatore dei
sintomi diventasse il “capro per la patologia della famiglia. Per questo motivo,
espiatorio”
Ackerman sottolinea l’importanza di osservare il bambino all’interno della famiglia: egli considera
un’espressione funzionale della trama emotiva dell’intera famiglia.
il sintomo del bambino come
Pertanto, per comprendere la sua natura si devono osservare le relazioni fra il bambino e i
sottosistemi familiari. La sua è una prospettiva ecologica: l’ambiente familiare è cruciale per capire
i modelli di adattamento del bambino, e va esaminato come parte di un sistema più ampio, che
comprende relazioni sociali e modelli culturali. Il paziente designato porta la famiglia in terapia. Si
deve riflettere sul significato del sintomo in quel dato sistema familiare ed in quella determinata
fase del ciclo vitale, collocandolo in un contesto trigenerazionale.
Sintomo come segnale
Nella maggior parte dei casi, il problema del bambino viene usato per segnalare un disagio
all’intero del sistema familiare. La funzione del sintomo è di mantenere le
relazionale appartenente
caratteristiche dell’omeostasi generazionale: il ruolo di “paziente designato” o di “capro espiatorio”
assunto dal bambino consente di salvaguardare l’armonia delle relazioni familiari. Così, i familiari
considerano il paziente come la causa dei loro rapporti conflittuali e insistono sulla natura organica
del sintomo. Inserendo nell’indagine anche le famiglie di origine, tuttavia, emerge una sofferenza
vedere il sintomo come una “richiesta di aiuto” che il bambino fa per
generazionale: quindi, si può
tutto il sistema. È per questo motivo che molti autori sistemico-relazionali vedono il bambino come
una risorsa, l’unico che compie atti che possono portare a un cambiamento: il suo sintomo segnala
che qualcosa sta frenando la sua crescita emotiva e la sua collaborazione è utile per guidare il
clinico nel mondo familiare.
Il clinico è considerato nel gruppo familiare come un vecchio parente saggio che può dare speciali
consigli a proposito di questioni familiari.Viene visto come colui che partecipa, sostiene, attiva,
sfida, reitegrando i processi familiari. Deve essere spontaneo, attivo e sentirsi libero di usare le
proprie emozioni anche se in modo selettivo ed adeguato. Usa gli aspetti non verbali della
comunicazione per accedere agli aspetti emotivi significativi.
Ackerman utilizza il termine di “genitorializzazione” o “parental child” creato da Minuchin,
intendendo con esso un’inversione dei ruoli nel sistema familiare che non consente al bambino di
vivere nel livello generazionale appropriato. In questo senso, un figlio è come se occupasse il posto
dei genitori (genitori che sono sempre rimasti figli), i quali scendono al piano generazionale del
leali ed accettano l’esigenza dei genitori di essere
bambino. I bambini, i figli, sono eternamente
confortati, svolgendo funzioni e ruoli che permettono loro di proteggere il sistema familiare, ma
rinunciando ai propri bisogni e a vivere adeguatamente la propria età. Col passare del tempo, il
desiderio non esaudito di cure dai propri genitori influenzerà le relazioni future (cercare genitore in
coniuge) e il modo stesso di fare il genitore. Se il coniuge deluderà questa aspettativa, il genitore
potrebbe spostare le sue richieste sulla generazione successiva (i figli), assumendola come una
nuova risorsa e allontanandosi sempre di più dal destinatario opportuno, al quale le richieste
dovrebbero essere indirizzate. I bisogni di dipendenza ed i conflitti irrisolti con la famiglia di
origine di un membro della coppia potranno essere mascherati da da atteggiamenti di iperprotezione
o iperpermessività nei confronti del bambino nascondendo la loro insicurezza e la loro incapacità di
fare il genitore. Andolfi parla di Granparental child (bambino nonno): bambino ruba posto ai
nonni per occuparsi dei genitori
Nel sottosistema dei fratelli vi sono ruoli non evidenti, ma che se assunti con rigidità costituiscono
un rischio per una crescita sana. Tra questi vi sono i figli modello, che sebbene non diano
preoccupazioni sembrano soffrire interiormente (stato di sofferenza sottostante più grave di quella
di paziente designato). Se i genitori non si accorgono dei loro bisogni e focalizzano ogni loro
attenzione sul figlio che ha il ruolo di capro espiatorio, ne possono seguire futuri problemi
relazionali. In alcuni casi succede che con il miglioramento del fratello con il sintomo, un altro
fratello può diventare sintomatico per mantenere gli equilibri e l’omeostasi familiare (migrazione
del sintomo). Questi figli hanno problemi nella vita relazionale: vengono spesso allontanati dagli
altri e non hanno molte amicizie nel mondo esterno, avendo difficoltà nei rapporti interpersonali
tanto quanto il fratello con il sintomo. Ci sono fratelli che nel sistema familiare hanno una posizione
particolare, quella del beniamino, fratelli che mettono allegria, i giullari. Nascondono un senso di
vuoto, bassa autostima, come se non avessero un posto nella famiglia, esigenze trascurate. Una
specie di cagnolino leale che riflette affetto ed accettazione ai suoi padroni.
Il bambino come collaboratore nella consulenza
Il bambino viene visto come una grande risorsa, una fonte di informazione preziosa, un’esperto
delle relazioni familiari che può guidare il clinico nel mondo familiare. Una caratteristica è la sua
immediatezza, la sua spontaneità, la sua capacità di arrivare dritto al punto, senza diplomazia e
sovrastrutture. In un intervento clinico il bambino aiuta a scoprire modelli d’interazione e nessi
significativi all’interno della propria famiglia.
Murray Bowen
Bowen concepisce la famiglia come un’unità emotiva con complesse interazioni tra i membri, legati
tra loro da vincoli emotivi. Queste relazioni e vincoli emotivi fanno si che un cambiamento
all’interno di un singolo membro familiare si ripercuota sull’intero nucleo, anche a livello
trigenerazionale (omeostasi).
Le famiglie differiscono per il grado di interdipendenza emotiva (Si sviluppa massa
indifferenziata dell’io familiare, un’ identità emotiva conglomerata il cui grado d’identità determina
il livello di coinvolgimento di tu
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