Psicobiologia della resilienza e della vulnerabilità [1] 01-10
Resilienza: capacità di resistere a eventi esterni, capacità di non sviluppare una certa
patologia; il contrario di vulnerabilità.
Psicobiologia: tutta la tematica viene affrontata cercando di capire se ci sono
processi/fattori biologici che sia all’interno che all’esterno del cervello possano
regolare questa resilienza o vulnerabilità.
> resilienza = < sensibilità all’ambiente esterno
Plasticità: proprietà dei circuiti del cervello di potersi modificare. , sono influssi non
L’esperienza è causa delle differenze anche nei gemelli omozigoti
genetici (epigenetici). Per poter reagire a uno stimolo esterno è necessario che
l’organismo si adatti -> plasticità.
Andando a vedere come il cervello si adatta a condizioni potenzialmente a rischio di
sviluppo di psicopatologia cerchiamo di capire perché in qualcuno effettivamente si
sviluppa una psicopatologia e in qualcun altro no. Cosa succede all’interno del cervello
di chi sviluppa o meno una psicopatologia? Quanto di quello che scopriamo con la
sperimentazione animale può essere esteso all’uomo?
Resilienza: capacità di un metallo di resistere alle forze che vi vengono applicate
(termine che deriva dalla metallurgia). È L’opposto della vulnerabilità
(psicologicamente parlando) e si definisce come “capacità di far fronte a un evento
traumatico in maniera positiva”. La resilienza è sempre attiva, mai passiva e questo fa
sì che anche l’intervento psicologico possa spiegarla. In generale trattasi sempre di
meccanismi attivi sia nell’uomo che negli animali.
Definizione di resilienza di Nestler (2012): La resilienza si riferisce alla capacità di un
individuo di evitare conseguenze sociali, psicologiche e biologiche negative di stress
estremo che comprometterebbero altrimenti il proprio benessere psicologico o fisico.
Werner: fece una ricerca nel 1955 su 700 neonati nelle Hawaii (ricerca longitudinale).
Di questi aveva una coscienza totale date le dimensioni limitate dell’isola e della
popolazione. L’obiettivo era di capire per ciascuno di loro, dati i rischi ambientali
conosciuti e osservabili, in quanti fossero a rischio di sviluppare una psicopatologia in
futuro. Stimò che, potenzialmente, un terzo dei neonati sarebbe potuto incorrere nello
sviluppo di una psicopatologia in futuro (dati i rischi ambientali), ma crescendo in molti
-> erano resilienti rispetto all’ambiente
meno la svilupparono . Werner notava che,
andando avanti nel tempo, anche i bambini che nella prima fase erano considerati
problematici in realtà riuscivano comunque a resistere: magari anch’essi possedevano
un determinato fattore di rischio, ciononostante molti di loro riuscivano a stare in
società senza problemi.
Nascere in un ambiente in difficoltà non è una condanna allo sviluppo di
patologie.
Tutto ciò concettualmente è molto importante, perché fino a qualche anno fa ci si
concentrava solo sui fattori negativi, si cercava di andare alla fonte (es. avere una
situazione familiare negativa). Oggi si guarda invece anche a cosa possa migliorare la
condizione. Nell’ambito degli studi più psicobiologici osserviamo lo stesso
cambiamento di paradigma che si è verificato quando si smise di studiare il solo
effetto delle deprivazioni (es dello scimmiottino abbandonato / deprivazioni sensoriali).
Oggi si guarda invece (Rosenzweig) al paradigma dell’arricchimento ambientale,
ovvero si vuole vedere cosa succede all’animale quando cresce in un ambiente simile
al paradiso terrestre (giochi, ecc.) dal punto di vista neurobiologico.
Esistono fattori protettivi tardivi, dove li cerchiamo? Dove saranno? Come agiscono? Si
cercano nella genetica o nell’ambiente?
Plasticità: capacità di rispondere all’ambiente. Ma se l’ambiente è negativo? Si
possono creare delle fobie, delle paure non controllabili (ad esempio). I neuroni sono
elementi plastici che differiscono da un cavo della luce poiché quest’ultimo funzionerà
sempre allo stesso modo; il neurone, invece, ce lo possiamo figurare come un
interruttore che, una volta acceso, può dare una luce forte o debole, che cambia, che è
. Non è detto che la
plastica e questa è una proprietà fisica del neurone stesso
plasticità sia sempre positiva.
Cos’è cambiato nel cervello di un resiliente? A livello neuroendocrino (rilascio
ormonale e relazione tra circuiti cerebrali e ghiandole che producono ormoni), l’ipofisi
è la ghiandola che controlla il rilascio degli ormoni.
Polimorfismi genetici: varianti dei nostri geni. Il nostro genoma è composto da circa
30000 geni, e un gene è il codice dal quale si può costruire una proteina.
Generalmente se siamo della stessa specie dovremmo avere tutti gli stessi geni, ci
possono però essere delle varianti, ad esempio i gruppi sanguigni. Queste differenze si
chiamano polimorfismi. In genere c’è una forma che possiede il 95% delle persone,
altre forme in percentuali molto minori. Pur avendo il genoma uguale ma con piccoli
varianti, piano piano ci si avvicina all’individuo, l’unico uguale è il gemello omozigote.
Avere un gene diverso solitamente non significa nulla se non in condizioni molto
particolari.
Epigenetica: qualcosa che influisce sui geni cambiando il modo in cui vengono letti,
senza che venga cambiata la loro sequenza: lo stesso gene può essere letto di più o
letto di meno. Il fattore epigenetico non è ereditato, può essere attivato dall’ambiente.
L’ambiente influenza il come vengono letti i geni. Perché attivare un certo gene
dovrebbe rendere resiliente? Perché questi possono andare a modificare la struttura
del neurone stesso.
Risposta allostatica: risposta attiva che permette una certa stabilità. Se per esempio
sono in una condizione di stress, metto in atto una risposta attiva che mi permetta di
essere resiliente all’agente stressogeno e di rimanere quindi in uno status
biologicamente precedente alla comparsa dell’evento stressogeno stesso. È volto al
mantenimento dello stato generale dell’individuo.
Psicobiologia della resilienza e della vulnerabilità [2] 07-10
Sappiamo che ci sono aree cerebrali diverse cono volte in funzioni diverse. Questo
perché c’è una distribuzione specifica di competenze del cervello. Per cercare dove
avvengono gli apprendimenti, dove avviene la plasticità, non è che dobbiamo cercare
in tutto il cervello, possiamo invece focalizzarci in determinate aree in funzione di cosa
vogliamo apprendere (es, apprendimento di un percorso). Per lo più la plasticità deriva
da modifiche a livello sinaptico. I punti di contatto tra i neuroni e le sinapsi sono quelli
che possono andare più facilmente incontro a modificazioni in funzione
dell’esperienza. La modifica delle sinapsi porterà alla modifica del circuito. Quando
parliamo di circuito intendiamo un insieme di neuroni che si connettono tra di loro.
L’azione di questi circuiti (che possono essere locali o in aree distanti capaci di
comunicare tra loro) è ciò che costruisce la nostra realtà: non è assolutamente detto
che la realtà sia esattamente quella che noi riproduciamo nel cervello, quello che
percepiamo è l’attività prodotta dai nostri neuroni (es. illusioni visive).
È importante analizzare lo sviluppo perché i circuiti si formano maggiormente durante
determinate fasi di alta sensibilità all’esperienza. La plasticità diviene quindi ancora
più importante. Un altro punto importante è quello del come si generano le differenze
interindividuali (perché X sottoposto a uno stress sviluppa una patologia e Y no?). A
livello macroscopico non si notano le differenze interindividuali, non è che
l’organizzazione macroscopica del cervello è diversa, bisogna invece andare a livello
microscopico, sinaptico.
plasticità neurale
Parleremo di (ci sono anche delle sotto categorie) nei termini di
capacità di mutamento dei circuiti in funzione dell’esperienza da un punto di vista più
comprende sia cambiamenti funzionali
ampio, che (stessi neuroni/sinapsi che
cambiamenti morfologico-strutturali.
funzionano di più o di meno), oppure Questa
capacità è importante in caso di patologia per cercare di recuperare il soggetto. I
circuiti si possono modificare, ma per quanto tempo si modificano?
Quando c’è stata una certa esperienza e si è verificato un cambiamento del circuito,
millisecondi a giorni
quanto può durare lo stesso? Da (plasticità a lungo termine). Cosa
attiva la plasticità, come funziona? Ciò che scatena a livello neuronale i fenomeni di
l’attività elettrica dei neuroni.
plasticità è Non è che qualsiasi forma di attività
neuronale dà necessariamente luogo a fenomeni di plasticità, questi avvengono
quando si verificano delle scariche particolari, un pattern di attività elettrica tale da
attivarli. Se, per esempio, andiamo a vedere la scarica che genera uno stimolo
semplice, noteremo che questa non attiva fenomeni di plasticità (differentemente da
uno stimolo complesso). In effetti noi ricordiamo stimoli più salienti, ricchi, collegati a
una sensazione emotiva.
Cos’è per un circuito l’interesse, la salienza? È un’attività potenziata rispetto a un’altra
più debole. Com’è che questa attività riesce a cambiare il circuito? Bisogna che
l’attività si trasformi in qualche cambiamento cellulare, molecolare. In altri termini,
occorre che ci sia un’attivazione di fattori cellulari, molecolari, di lettura di geni e
creazione di proteine che deve mediare questa plasticità.
plasticità sinaptica)
La plasticità può avvenire a livello sinaptico ( –può essere sia di
aggiunta di sinapsi che di eliminazione delle stesse- o tramite variazioni su grande
(crescita dell’assone)
scala del neurone o, ancora, tramite variazioni di cambiamenti a
livello ormonale. Oltre al livello di sinapsi / di morfologia dei neuroni, è stato ipotizzato
che ci sia una forma di plasticità basata sulla nascita stessa di nuovi neuroni
(neurogenesi). Questa generazione è un qualcosa che in realtà, fino a poco tempo fa,
si pensava non si verificasse nel cervello adulto ma che fosse invece confinato
esclusivamente alla fase embrionale. Si assume ciò perché si pensa ci siano due
specifiche aree del SNC (mucosa olfattiva e nell’ippocampo) in cui possa verificarsi la
formazione di nuovi neuroni anche nell’adulto (neurogenesi dell’adulto), in qualche
modo influenzata dall’esperienza.
La plasticità sinaptica rimane la componente principale. Non tutti i livelli di attività
sono capaci di provocare un fenomeno di plasticità, ci sono delle regole per cui un
certo pattern di attività darà luogo a una modificazione del circuito. La regola che
stabilisce se una certa attività darà luogo a un potenziamento, manterrà invariato o
addirittura darà luogo ad una riduzione del potenziale nasce dai cosiddetti studi sul
(LTP):
potenziamento lungo termine sperimentalmente, per un certo periodo di tempo
si sottopose un circuito nervoso a stimolazioni elettriche registrandone la risposta
(dando un certo stimolo X, avrò una risposta sinaptica di un certo valore). Ripetendo
questa stimolazione per un certo lasso temporale si notò che l’ampiezza della risposta
tendeva a rimanere costante. Se invece per lo stesso tempo si aumentava la
frequenza degli stimoli (1 ogni millisecondo) per poi tornare alla frequenza pre-test, la
risposta era maggiore rispetto a quella della condizione precedente, mantenendosi
costante. Questo esperimento già ci dice che è il tipo di attività, la frequenza, che
genera determinate tipologie di risposta nel neurone. Supponiamo che un certo
neurone ha “visto” qualcosa di interessante e ha generato una risposta ad alta
frequenza, quella via è ora potenziata e dà una risposta maggiorata.
Che succede invece se, giocando con la frequenza di stimolazione, invece che dare un
segnale ad alta frequenza lo do a bassa frequenza? Succede esattamente l’opposto
LTD).
dell’LTP: si dà origine a una riduzione della risposta sinaptica ( Ad esempio, un
neurone che vede sempre lo stimolo “muro bianco” tende ad essere disinibito. In
generale, gli stimoli a bassa frequenza tendono a portare ad una riduzione della
riposta sinaptica a lungo termine, al contrario a un potenziamento. Stimoli a frequenza
media, invece, non porteranno a variazioni.
Meccanismo Hebbiano di plasticità: se c’è l’attivazione simultanea tra il neurone
presinaptico e il post sinaptico si verifica un potenziamento. Se invece il presinaptico si
attiva e il postsinaptico si attiva poco o niente, questo non si sommerà con altri stimoli
dando luogo ad un indebolimento del segnale. Questa ipotesi introduce il fatto che
deve esserci simultaneità tra attivazione presinaptica e postsinaptica . Cosa
simultaneità?
intendiamo con Che finestra temporale è tollerata dai neuroni per dire
che due stimoli possono potenziarsi l’uno con l’altro? Degli studi hanno scoperto una
regola di plasticità dipendente dall’ordine temporale preciso tra presinaptico e
postsinaptico. Questo esperimento si svolgeva così: si mette un elettrodo nel neurone
presinaptico, uno nel postsinaptico e si guarda, dando uno stimolo al presinaptico,
quale sarà la risposta del postsinaptico. Si genera quindi un protocollo che dovrebbe
indurre plasticità durante il quale andiamo a variare l’intervallo tra attivazione
presinaptica e attivazione postsinaptica. Se attivo il postsinaptico prima del
presinaptico (simulando l’attivazione generata da un altro neurone) si possono
osservare due situazioni: se i valori sono positivi, vuol dire che per questo valore di
intervallo c’è stato un potenziamento; al contrario, per altri valori di intervallo, che c’è
stata una depressione. Per avere il potenziamento massimo occorre che il presinaptico
preceda leggermente il postsinaptico. [Spike Timing Dependent Plasticity –slide-]. Se
l’azione del presinaptico avviene in maniera totalmente disgiunta dall’attivazione
corollario:
postsinaptica viene sottoposto al il presinaptico fallisce e va incontro a LTD.
Ci potremmo domandare: come fa dal punto di vista biochimico il neurone a valutare
questi tempi? Notiamo che anche l’LTD se vogliamo è attività dipendente: se non
stimoliamo il neurone l’attività rimarrà neutra. Come fa dunque il neurone a
decodificare il fatto che ci sia un certo tipo di attività o un’altra? In realtà, se il
presinaptico riesce ad attivare il postsinaptico in maniera efficace (simultaneità di
azione) si riuscirà ad ottenere un potenziale di membrana maggiore; un’attivazione più
forte potrebbe sbloccare dei canali voltaggio dipendenti solitamente chiusi: i canali
NMDA (canali sia voltaggio dipendenti che ligando dipendenti). L’apertura di questi
canali innescherà un flusso piuttosto importante di calcio all’interno del neurone. Si
pensa sia proprio questo calcio a generare l’LTP. Al contrario, quando il segnale è di
frequenza più bassa, l’NMDA non si apre e tutto il calcio che potenzialmente sarebbe
potuto entrare non entra o entra meno. In altre parole, il neurone attiverebbe via
diverse a seconda che ci sia un alto o un basso ingresso di calcio.
Noi studiamo questa plasticità come base dell’apprendimento. Gli esperimenti visti
prima sono molto semplificati rispetto al funzionamento del cervello. Nelle memorie
emotive, in particolare nelle memorie di paura, è estremante importante il fenomeno
dell’apprendimento: se in un certo ambiente X riceve una scossa, da allora in poi è
giusto che abbia paura di entrare nello stesso ambiente in futuro. Una struttura
amigdala.
fondamentale per questo tipo di apprendimento è l’ Questa si attiva per una
serie di stimoli sensoriali che hanno delle caratteristiche: devono essere stimoli
attivanti da un punto di vista emotivo (es, forte rumore). Vero anche che l’attivazione
dell’amigdala non per forza è mediata solo da stimoli “forti”: accoppiando un suono di
moderata intensità a un debole shock elettrico, è probabile che alla presenza
successiva del suddetto suono si verifichi l’attivazione dell’amigdala. Qui vediamo un
aspetto comportamentale (il suono mi fa paura) strettamente associato a una certa
attivazione neuronale. Come mai l’amigdala si attiva di più? Stimoli sensoriali deboli
raggiungono comunque l’amigdala, ma vista la loro natura “debole” non si verifica
necessariamente una certa attivazione. Se però sullo stesso neurone dell’informazione
sensoriale debole (es, un suono) arriva simultaneamente anche un’informazione di
dolore, il neurone si attiva molto di più dando luogo all’LTP. Questi cambiamenti
DSPT).
possono perdurare e rimanere sotto forma di paura radicata (causa di La
memoria emotiva è utile quando è specifica: se imparo che dove c’è la tana del
serpente io non devo andare a piedi scalzi, è utile. Se però questa memoria di paura
cambia e si generalizza per tutte le situazioni, si tramuta in una paura eccessiva di
tutto, generando fenomeni di ansia costante o fobie. Questi fenomeni aprono la porta
all’aspetto patologico, lo stesso in cui questi fenomeni si alterano leg
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Domande con risposte 1° modulo Psicobiologia della Resilienza e della Vulnerabilità
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Preparazione per compitino 1° Modulo Psicobiologia