Religione, politica, cultura come difesa paranoide dall'angoscia di morte
Luigi De Marchi e le battaglie per i diritti civili
Luigi De Marchi è uno psicologo clinico e sociale e un politologo che, negli anni Settanta del secolo scorso, si è messo in luce nelle battaglie per i diritti civili. Nel 1971, fra l'altro, ha ottenuto dalla Corte Suprema la revoca dei divieti penali all'informazione e all'assistenza anticoncezionale, contro l'allora presidente del Consiglio Emilio Colombo; e, da allora, ha contribuito alla crescita della rete di consultori sessuologici e familiari pubblici.
L'importanza dell'angoscia di morte
Segretario nazionale dell'AIEV negli anni Cinquanta, nei decenni successivi è stato presidente delle sezioni italiane delle tre maggiori scuole di psicoterapia: quella psico-corporea ispirata a Wilhelm Reich, quella bioenergetica di Alexander Lowen e quella umanistica di Carl Rogers. Se ne è poi allontanato, perché gli sembrava che nessuna di esse abbia compreso l'importanza dell'angoscia di morte nell'insorgenza dei comportamenti paranoici dell'uomo; e ha fondato, a Roma, l'Istituto di Psicologia Umanistica Esistenziale, che tuttora dirige.
De Marchi ha sempre sostenuto che la peggiore calamità del nostro tempo è l'esplosione demografica, perché da essa derivano molti dei mali da cui è afflitta l'umanità: fame, guerra, genocidio, disastro ambientale, crisi energetica, disoccupazione diffusa, migrazione disperata di masse sempre più numerose dal Sud al Nord della Terra. Ultimamente ha accentuato il suo interesse per la politica e si è fatto promotore di una "rivoluzione liberale", coniugando valori umanistici e lotta alla burocrazia statale. Ha partecipato anche alla realizzazione di programmi televisivi, convinto che la TV sia un mezzo privilegiato per incidere in senso positivo sui mutamenti comportamentali.
Il libro "Scimmietta ti amo"
Nel suo libro Scimmietta ti amo (Longanesi & C., Milano, 1984) Luigi De Marchi formula la tesi dello shock primario, che segna il suo distacco dalle scuole di psicoterapia di Reich, Lowen e Rogers e che sarà oggetto di molte altre sue ricerche, ben conosciute anche all'estero e specialmente in Germania.
La visione naturalistica e biologica dell'uomo
Partendo da una visione rigorosamente naturalistica e biologica dell'uomo, egli sostiene che vi è un unico filo conduttore che lega le vicende della "scimmia umana", dalla sua emergenza biologica fino alle prospettive di apocalisse atomica che contrassegnano i nostri giorni. Convinto che le strutture psicologiche fondamentali rimangono invariate nel susseguirsi vorticoso di culture, ideologie e istituzioni, egli individua tale filo conduttore nello shock esistenziale dovuto al "trauma primario" con il quale la scimmia umana ha dovuto prendere coscienza del proprio destino di morte.
Tale shock è stato, in lei, più sconvolgente che in qualunque altro essere vivente, proprio a causa delle sue particolari facoltà intellettive e affettive, che hanno moltiplicato l'eco di quella sconvolgente scoperta, davanti alla ineluttabilità della propria morte e al dolore per quella delle persone a lei care.
L'angoscia di morte e le sue conseguenze
A partire da quel momento, lungo l'intero arco della sua evoluzione storica, la scimmia umana non è mai più stata in grado di liberarsi, neanche per un istante, da quella angosciosa consapevolezza, che entra definitivamente a far parte della sua dimensione psichica e della sua vita sociale. Impossibilitata a sostenere il peso e la tensione dell'angoscia di morte, essa ha messo in opera la più antica delle rimozioni e ha elaborato l'intero edificio della cultura - religione e politica in primis, ma anche filosofia, psicologia, economia, arte - nel tentativo di reagire e di difendersi da una minaccia così totale e irreversibile.
La violenza intraspecifica, caratteristica della specie umana, acquista un nuovo significato se viene letta come una doppia risposta, ugualmente regressiva e paranoide, all'angoscia di morte: quella sadica e aggressiva e quella masochista ed espiatoria. Si tratta, in entrambi i casi, di un tentativo di esorcizzare e mascherare il "tabù originario", riversando in forme compulsive e violente l'insostenibilità dello shock esistenziale. I miti e i riti della sopraffazione, della guerra, dell'espiazione e dell'auto-punizione, non sono che le forme elaborate dall'uomo, guidato dai suoi istinti gregari, per fare fronte comune davanti alla suprema minaccia di annientamento che lo assedia da ogni parte.
L'alienazione e i paradisi religiosi e politici
Ma lì dove la scimmia umana ha toccato il vertice dell'alienazione, è nelle credenze religiose e politiche che gli hanno additato, volta a volta, un Paradiso in cielo o un Paradiso in terra, inducendolo a moltiplicare le sue capacità distruttive e, nello stesso tempo, ad annullarsi in una passività docile e remissiva. Nella sua duplice valenza di tentativo di fuga e di illusione di salvezza, il millenarismo religioso e politico ha accompagnato la scimmia umana fino alla crisi epocale che caratterizza l'era atomica: crisi di tutte le certezze e di tutte le ideologie; ma, proprio per questo, suscettibile di innescare una inversione di tendenza.
Per la prima volta nella storia, l'angoscia di morte ha avviato processi così distruttivi che, invece di allontanare - e sia pure in maniera illusoria - la minaccia, l'ha enormemente moltiplicata e avvicinata, sì che essa incombe come una concreta e imminente possibilità di distruzione totale per tutta la specie.
Possibilità di mutazione culturale
La stessa radicalità e vicinanza del pericolo, dunque, potrebbe innescare una sorta di mutazione della cultura umana, capace di indurre a una ripulsa delle morali coercitive e delle ideologie totalitarie e di sviluppare, al contrario, quell'incremento armonioso della vita, che trova la sua fonte nei bisogni emozionali più profondi: il desiderio e l'amore. E appunto come un tenero atto di amore verso la scimmia umana, fin dal titolo del libro, Luigi De Marchi imposta la sua analisi.
Conclusione dell'indagine
Dopo aver passato in rassegna le varie forme culturali dell'alienazione indotta dall'angoscia di morte, a conclusione della sua indagine e della sua proposta, egli così riassume i punti principali del suo ragionamento (Scimmietta ti amo, cit., pp. 189-194):
- L'intuizione improvvisa, e poi continuamente rinnovata e rimossa, del destino di morte riservato a lui stesso e a tutti i suoi simili più cari, provocò nell'uomo primordiale una reazione di terrore e di panico, da me definita di shock esistenziale, che sta alla base della nascita e di molti sviluppi della cultura umana, se per cultura s'intende non la semplice produzione di manufatti (che del resto è riscontrabile anche a livello animale) ma la produzione di idee, fantasie, miti, credenze, riti, costumi.
- Questo trauma esistenziale primario, infatti, produsse una rimozione totale e una negazione immediata della morte, che assunsero la forma di fantasie (poi cristallizzate in credenze) di sopravvivenza dopo la morte. I documenti di queste antichissime fantasie e credenze di vita ultraterrena risalgono al paleolitico medio; appartengono a una razza umana (quella neanderthaliana) anteriore all'homo sapiens sapiens e per vari aspetti ancora quasi scimmiesca, sono la prima forma di cultura umana di cui si abbia traccia e anticipano di decine di migliaia di anni i successivi più antichi documenti culturali finora scoperti: i dipinti rupestri della Dordogna, risalenti a 30.000-23.000 anni fa e ancora molto rozzi, e quelli del periodo magdaleniano (17.000-13.000 anni a.C.), ormai policromi e relativamente sofisticati.
- Da questa primordiale negazione della morte è derivata una miriade di miti e riti sempre più complessi, ma tutti sempre finalizzati a difendere l'essere umano dallo shock esistenziale e dalla relativa angoscia di morte. Questi miti e riti sono il nucleo universale, il denominatore comune di tutte le religioni, talché si può dire che magia e religione sono nate e si sono sviluppate e tramandate in ogni parte del mondo essenzialmente come difese e rassicurazioni contro l'angoscia di morte.
- Già in epoca antichissima la morte cominciò a essere percepita come punizione per un'offesa dell'uomo alla Divinità. Questa colpa primaria dell'uomo è significativamente simboleggiata dalla brama di amare e di conoscere, nel mito dell'Eden: e di lì le infinite persecuzioni di cui furono oggetto la donna, il sesso e il pensiero indipendente attraverso i tempi. La presunta colpa delle origini è stata elaborata dalla mente umana sia in termini espiatori (e di lì la tragica disponibilità delle masse umane al masochismo, al conformismo, al gregarismo), sia in termini paranoicali (e di lì la proiezione della colpa e del Male sull'infedele e la catena infinita di odio e sangue che inchioda l'umanità da millenni).