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Psichiatria – Shock primario Appunti scolastici Premium

Appunti di Psichiatria Shock primario. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: Religione, politica, cultura come difesa paranoide dall'angoscia di morte, secondo Luigi De Marchi, trauma esistenziale primario, L'intuizione improvvisa, ecc.

Esame di Psichiatria docente Prof. C. Cedro

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l'angoscia di morte, che sta alla base di innumerevoli orrori interni ed esterni alle culture dominate

da queste religioni fanatiche e millenaristiche (la cristiana e l'islamica soprattutto).

8. La difesa religiosa contro l'angoscia di morte è però entrata in crisi in Europa a partire dalla

fine del Medioevo, prima per l'aumento sempre più incontrollabile della angoscia di dannazione

delle stesse dottrine ecclesiastiche, e poi per il crollo delle certezze etiche e ultramondane prodotto

dallo sviluppo del pensiero scientifico e filosofico. La crisi è diventata catastrofale a partire dalla

fine del XVIII secolo. Essa aveva avuto vari precedenti in altre epoche e civiltà: per esempio, nella

Grecia del V e IV secolo a. C. o nella Roma imperiale del I e II secolo d. C. Nella stessa Europa

cristiana, come si è detto più sopra, la stessa difesa religiosa, sostanzialmente solida durante tutto

l'alto Medioevo, aveva avuto una prima incrinatura per fattori interni (la sempre più schiacciante

angoscia di dannazione)tra il XII e il XIV secolo e varie altre crisi minori, dal XV al XVIII secolo, che

erano state sempre superate in qualche modo mediante forme di coesistenza, "doppia verità" e

compromesso tra ortodossia religiosa e pensiero umanistico e scientifico.

9. La crisi iniziata nel XVIII ed esplosa nel XIX e XX secolo si differenzia da tutte le precedenti

perché appare molto più radicale e irreversibile: non si tratta più di un conflitto tra élite culturali, ma

della silenziosa e generale dissoluzione dei dogmi e delle credenze religiose nella psiche dei

popoli attraverso un processo pervasivo di laicizzazione della società, dell'informazione e del clima

culturale in genere. E dall'Europa questa crisi si è estesa a tutto il mondo industrializzato e va ora

estendendosi anche al Terzo Mondo.

10. Investite da questa frana delle certezze religiose, la psiche e la cultura occidentale hanno

tentato di rimpiazzare i millenarismi religioso con due millenarismi «laici»: quello naturalista e

quello storicista. Alla Provvidenza Divina, cioè, si è tentato di sostituire una Provvidenza storica e

una Provvidenza naturale. La salvezza umana fu vista in un ritorno e in una sottomissione,

anziché alle leggi di Dio, alle leggi della Storia o della Natura, «correttamente» interpretate, come

un tempo quelle divine, da nuovi profeti che tuttavia si dicevano e si credevano laici, materialisti,

razionalisti o atei. Dei due nuovi millenarismi, quello di gran lunga più rovinoso fu comunque il

millenarismo storicista, perché approdò (come rilevato al punto 12) al totalitarismo fascista,

comunista e terzomondista.

11. La difesa filosofica, che aveva svolto nei secoli funzione integrativa o suppletiva della difesa

religiosa quando questa entrava in crisi, questa volta è entrata anch'essa, significativamente, in

crisi: come osserva l'Enciclopedia Britannica, «dopo il 1925 vi sono state ben poche discussioni

filosofiche sul tema della morte». Anche i filosofi più consapevoli, come gli esistenzialisti, finiscono

per sottolineare soprattutto l'angoscia di «essere-nel-mondo», piuttosto che quella di… cessare di

esserci. Sebbene questo fenomeno sia attribuito da un autore pur profondo come Jacques Corona

un processo di «specializzazione della filosofia come disciplina autonoma», in realtà questo

improvviso silenzio della filosofia sulla morte mi sembra testimoniare la gravità di un'impasse del

pensiero umano che la simultanea esplosione dei miti millenaristici totalitari di destra e di sinistra

ha tentato molto rozzamente di scavalcare.

12. La civiltà europea, ove la crisi delle difese religiose si è verificata più precocemente e su scala

più generalizzata, ha cercato di reagire al ritorno massiccio dell'angoscia esistenziale appunto con

un nuovo tipo d millenarismo fanatico a carattere non più religioso ma sociale e politico: il

totalitarismo fascista e comunista con i suoi programmi di universale felicità terrena. Il fatto che il

millenarismo politico totalitario si sia diffuso dall'Europa ad altri continenti e dai paesi

industrialmente avanzati a paesi estremamente sottosviluppati dal punto di vista economico oltre

che diversissimi per tradizioni storiche, mi sembra dimostrare al tempo steso sia l'egemonia delle

dinamiche psicologiche su ogni altro tipo di dinamica (economica, ideologica o istituzionale)sia il

crescente processo di diffusione della crisi delle certezze religiose.

13. Ai nuovi miti millenaristi di stampo politico totalitario sono stati particolarmente sensibili gli

intellettuali, com'era forse inevitabile per un gruppo più precocemente e più duramente colpito dal

crollo delle certezze religiose. La resa di tanti intellettuali alla mostruosa crudeltà e stupidità dei

totalitarismi contemporanei, incomprensibile sul piano logico ed etico, appare spiegabilissima in

un'ottica psico-esistenziale così come, in quest'ottica, appare subito risolvibile l'«oscuro enigma»

della massiccia diserzione degli intellettuali dalla sinistra al potere o da quella riformista: anche se

una recente inchiesta di Le Monde non sembra accorgersene neppure, la causa prima di tale

diserzione sta nel fatto che, alla sinistra di governo come a quella riformista, viene a mancare

l'alone millenarista.

14. Anche i giovani, in quanto meno rassegnati e più difesi contro la morte, hanno ceduto e

cedono più facilmente ai miti totalitari o, significativamente, alla droga; in altri termini, quando

crollano i loro paradisi politici molti giovani si rifugiano nei paradisi chimici, pur di sottrarsi in

qualsiasi modo all'impatto con la realtà angosciante dell'esistenza.

15. Ma il millenarismo politico totalitario non può reggere a lungo perché è molto meno consolante

e molto più smentibile del millenarismo religioso che ha tentato di sostituire.

16. Oggi molti reduci delusi della militanza rivoluzionaria si orientano verso un ritorno ai miti

religiosi (e qui sta una radice importante dell'enorme successo dei misticismi e dei guru orientali in

questi anni) mentre altri ex militanti ultrà (come i "verdi" olandesi, tedeschi e italiani) scoprono il

radicalismo ecologico. Questi fenomeni se da un lato confermano pienamente un assunto centrale

delle analisi qui condotte - e cioè la sostanziale intercambiabilità dei millenarismi religiosi, politici e

naturalistici - dall'altro hanno scarse prospettive dui successo proprio perché è l'ottica millenaristica

che è entrata in crisi globale in seguito all'evoluzione intellettiva, cognitiva ed etica dell'uomo,

cosicché la credibilità delle sue promesse risulta sempre più effimera.

17. Pochi altri, infine, col terrorismo hanno tentato un rilancio del mito e del rigorismo

rivoluzionario, tanto più cruento e fanatico quanto più forte era la loro paura d'un crollo

generalizzato delle certezze ideologiche. (Del resto, anche le chiese e le sette religiose avevano

reagito col terrorismo fanatico agli scricchiolii delle loro certezze). Ma anche questa "soluzione" è

in via di estinzione.

18. Particolarmente paradossale e significativa è stata la rimozione dell'angoscia primaria di morte

in psicologia e psichiatria, dato che in queste scienze lo studio dell'angoscia e della rimozione è

ormai da un secolo un vero e proprio leitmotiv. Ciò ha spesso portato a dilatare artificiosamente il

ruolo della sessualità rimossa nella produzione dell'angoscia e della nevrosi.

Insomma, siamo una specie che ha reagito e insiste a reagire con meccanismi obsoleti di difesa

alle nuove minacce di collasso psichico prodotte dal suo stesso sviluppo mentale.

L'uomo si comporta cioè come una talpa, che, per salvarsi, insiste a interrarsi anche quando una

ruspa potente (in questo caso la forza dell'evoluzione etica e cognitiva umana) soleva e ribalta la

zolla in cui essa s'interra.

A quanto pare non ci rendiamo conto che quella odierna è la più terribile crisi della nostra specie

dai tempi in cui l'uomo esiste come uomo, cioè come animale consapevole: e lo è non solo per i

motivi militari, economici, demografici e ecologici solitamente indicati, ma per motivi esistenziali

che incidono sulle radici stesse dello psichismo umano.

Questa crisi segna l'agonia della cultura umana quale s'era concretata dalle sue origini nel

paleolitico medio e superiore: una serie, cioè, di formazioni compulsive di topo difensivo,

depressivo o paranoicale (e di natura via via magico-religiosa, filosofica, demografica, poluitia,

artistica) all'angoscia di morte e ala sua rimozione.

Ora queste estreme difese stanno crollando. Resta da vedere se l'essere umano riuscirà a

sopravvivere senza di esse, se sarà costretto a regredire a livelli coscienziali e intellettivi che ne

consentano la ricostruzione, o infine se riuscirà a elaborare una nuova cultura non più

millenaristica e salvazionistica ma finalmente risanata dai funesti deliri espiatorie paranoicali di

tutta la sua storia, e quindi aperta all'amore autentico tra gli uomini, alla loro solidale alleanza

contro il comune destino.

Dicevamo che tutta l'argomentazione di Luigi De marchi muove da una visione materialistica ed

evoluzionistica dell'uomo, che egli dà per scontata, tanto da parlare di "scimmia umana" e da non

vedere nella cultura se non una continua variazione sul tema dello shock esistenziale: la scoperta

della ineluttabilità della morte e la conseguente angoscia, mascherata sotto infiniti travestimenti

ideologici.

In un certo senso, la sua diagnosi circa la condizione umana e la sua proposta, favorire la presa di

coscienza che l'uomo deve imparare a vivere e a morire senza attendersi improbabili paradisi in

cielo o in terra, ricorda per più aspetti quella del filosofo Salvatore Natoli, della quale ci siamo

appena occupati (cfr. F. Lamendola, Etica del finito come neopaganesimo nella proposta di

Salvatore Natoli, sul sito di Arianna Editrice). Entrambi, con diverse sfumature, propongono di

costruire un'etica del finito che rompa per sempre con la tradizione culturale, spirituale e religiosa

da cui proveniamo.

Ma vi sono anche due aspetti che lo legano all'ontologia di Emanuele Severino (cfr. F. Lamendola,

Gli immutabili, il niente, il caso nella filosofia di Emanuele Severino (anch'esso sul sito di Arianna

Editrice).

Il primo aspetto è quello relativo al giudizio totalmente negativo che viene espresso sull'intera

storia della cultura: per Severino della cultura occidentale, per De Marchi della cultura umana in

quanto tale; e che, con sbrigativa semplificazione, affastella e accomuna praticamente tutte le

manifestazioni del pensiero religioso e politico, da Cristo a Marx, da Mussolini alla Conferenza di

Bandung.

Il secondo aspetto è quello relativo al senso di angoscia che dominerebbe l'uomo

(rispettivamente, l'uomo occidentale o l'uomo tout-court), e che lo spingerebbe a elaborare risposte

illusorie e paranoiche. Per Severino si tratterebbe di una angoscia del divenire dovuta all'oblio

dell'essere e al senso di minaccia da parte del nulla; secondo De Marchi sarebbe, invece, una

angoscia di morte che deriva dallo shock esistenziale originario. Per entrambi, il mancato

riconoscimento della vera origine dell'angoscia, avrebbe spinto gli uomini a inseguire delle risposte

totalitarie, regressive e autodistruttive, che, dalla religione alla politica, non hanno fatto altro che

disseminare di errori ed orrori la storia dell'Europa e del mondo.

Come si vede, non vi è alcuna particolare sensibilità per le sfumature; il quadro è monocorde,

insistito, tetro, un tantino ossessivo; privo di mezze misure, squadrato con l'accetta. La religione

non è che una reazione paranoica all'angoscia di morte; e, quando le sue basi filosofiche sono

state messe in crisi dal progresso del pensiero e della scienza, altre religioni, laiche ma non meno

fanatiche e pericolose, ne hanno preso il posto: i totalitarismi politici, la cui ultima, sanguinosa eco

è stato il terrorismo degli anni Settanta e Ottanta. Lo spettacolo della storia umana è quello di

un'unica, monotona alienazione che assume le forme della violenza eterodiretta (sadismo) o

autodiretta (masochismo). Sempre e ovunque l'uomo, davanti all'incapacità di dominare l'angoscia

di morte, pare non abbia saputo far di meglio che infliggere al suo prossimo o a se stesso le forme

più variegate di violenza, fisica o psicologica, realizzando con le sue stesse mani una specie di

inferno terreno.

Fatto significativo, fra le minacce totalitarie prodotte dall'angoscia di morte De Marchi non sembra

far rientrare quella della scienza e della tecnica odierne: il che, del resto, è in linea con la sua

visione evoluzionistica e razionalistica, basata sull'idea di progresso. Al contrario, egli colloca

esplicitamente l'ambientalismo contemporaneo tra le forme degli esecrati totalitarismi millenaristici,

accanto al fascismo e al comunismo. Il pericolo per il nostro futuro, insomma - stando a questa

interpretazione - viene più dagli ambientalisti che lottano contro l'irreparabile distruzione della

natura, che non da una scienza senza coscienza e da una tecnica mercenaria che realizzano

materialmente, al servizio di un Logos strumentale e calcolante, tale distruzione.

A dispetto della sua radicale avversione per ogni forma di millenarismo e di totalitarismo, la

conclusione di De Marchi ricalca, inconsapevolmente, la tanto aborrita prospettiva salvazionistica:

gli uomini devono finalmente prendere coscienza della loro condizione finita e mortale (come per

Natoli), unirsi in solidale alleanza contro il dolore e la morte (come per Leopardi), riscoprire la

bellezza del mondo nella sua radicale immanenza (come per Severino).

A un certo punto (Scimmietta ti amo, cit., p. 194) De Marchi confessa che il suo schema

interpretativo della psicologia e della storia umana è stato, per lui, doloroso da concepire e da

accettare (una ammissione che richiama una famosa pagina del Diario del padre


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AUTORE

Sara F

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DETTAGLI
Esame: Psichiatria
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in teorie della comunicazione e dei linguaggi
SSD:
Università: Messina - Unime
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psichiatria e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Messina - Unime o del prof Cedro Clemente.

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