I paleoveneti
Negli ultimi anni si è assistito all'accrescimento dell'importanza delle conoscenze sui veneti; il loro territorio si estendeva dall’Oglio fino al carso triestino e all’Istria e dalle Alpi fino al corso del Po: questo territorio costituiva la X regio, denominata Venetia et Histria, quindi, a differenza di altre regioni augustee, il nome si rifà ai veneti e agli istri, cioè ai popoli che vivevano prima della conquista romana. Invece, ad esempio, altre regioni prendono il nome, la XI, di Transpadana o la regio VIII di Regio Aemilia, perché qui c’erano i celti, in particolare i boi contro cui i romani combatterono ferocemente.
Strabone, autore di un'opera geografica in 17 libri, parlando della cispadana, scrive che i romani, pur avendo fondato molte colonie nelle regioni, tuttavia salvaguardarono anche l'esistenza delle popolazioni preesistenti per cui al tempo della divisione in 11 regiones gli abitanti di questi territori erano tutti romani, ma comunque alcuni si dicevano ancora umbri o tirreni, come avviene per i veneti, i liguri e gli insubri. Quindi ancora all'epoca di Augusto queste popolazioni, che erano diventati cittadini romani, continuavano a ritenersi veneti, insubri e così via, cioè conservavano la loro identità etnica, anche se il processo di romanizzazione era concluso.
La lingua ufficiale diventa il latino, ma si assiste alla conservazione dell'identità etnica che presuppone la conservazione della propria lingua che è stata conservata attraverso un periodo di bilinguismo, anche se non sappiamo quanto tempo sia durato; verso la seconda metà del II secolo a.C., quando il processo di romanizzazione era ormai avanzato, abbiamo un passo di Polibio che scrive che i veneti differivano dai celti poco per il costume e per lo stile di vita, ma quasi solamente per la lingua.
Stele funeraria di età augustea
Se i romani hanno lasciato il nome alla regione di Venetia et Histria è perché i veneti sono sempre stati alleati dei romani; qui vediamo una stele funeraria di età augustea che è stata scoperta a Padova, che mostra il viaggio agli inferi di una coppia probabilmente di sposi su un cocchio trainato da due cavalli e guidato da un auriga; sulla cornice vi è un epitaffio. L’uomo è togato, quindi è sicuramente romano, mentre la donna ha un abbigliamento che richiama quello tradizionale delle donne venete; si tratta della stele di Marco Gallieno, figlio di Marco, e di Ostiala Galliena; l'uomo e la donna, forse una coppia di sposi, hanno lo stesso gentilizio latino, ma il prenome della donna è di tradizione locale, infatti Ostiala è il nome di una donna veneta, ma si tratta di un'iscrizione latina, e troviamo il termine equpetars (monumento funerario, stele) che è un termine della lingua veneta e questa è un'attestazione del bilinguismo.
Caratteristiche geografiche
Il Veneto era una regione molto estesa caratterizzata, allora come oggi, da un paesaggio assai vario ed è proprio questo succedersi ed armonico e integrarsi di mare, lagune, fiumi, laghi, pianura, colli, montagne, il tema ricorrente in tutti gli scrittori antichi. Sono comunque l'aspetto marittimo e paramarittimo, le lagune, le isole, il ricorrente fenomeno delle maree a tornare con particolare insistenza nelle antiche descrizioni della regione; l'alterna vicenda delle maree è sottolineata da Vitruvio come causa dell'incredibilis salubritatis delle paludi, dove l'acqua non era mai stagnante perché continuamente rinnovata dall’apporto del mare.
Caratteristica saliente del paesaggio lagunare sono certo le numerose isole e isolette che ne emergono, specialmente nella parte centrale e settentrionale; ecco perché in questa zona, che per molti aspetti doveva anche essere impraticabile e malsana, seppure di fondamentale interesse economico commerciale, già gli etruschi avessero iniziato un'opera di bonifica per mezzo di canali artificiali, opera regolarmente portata avanti dai romani.
Proprio i numerosi fiumi, che lungo l'arco dell'alto Adriatico aprono a raggiera le loro foci estendendosi all'interno con un'ampia rete a ventaglio, costituiscono il secondo elemento tipico della regione, dilatandone la connotazione acquatica. Grande fiume che segnava il confine per chiunque giungesse nel paese dei veneti provenendo da sud, il Padus, (Po’) è associato dagli antichi a varie leggende.
L’ambiente antico è sufficientemente ricostruibile non solo con l'ausilio della paleomorfologia, ma anche osservando l'allineamento e la distribuzione dei siti preromani e romani. Al contrario di quanto avviene per il Po, non altrettanto dettagliate e diffuse sono le notizie sugli altri fiumi, il che è stato giustamente attribuito al fatto che le caratteristiche fisiche del paesaggio venivano sottolineate dagli antichi solo se in esse si ravvisava qualcosa di fantastico, di soprannaturale, se potevano essere collegate a miti, leggende, eventi straordinari, imprese belliche, eroi e uomini famosi.
L’Adige, di cui gli antichi ricordano per lo più solo il nome, Atesis, è, con i suoi oltre 400 km di lunghezza, il secondo fiume d'Italia dopo il Po e la sua valle ha sempre costituito un corridoio naturale attraverso il quale l'uomo poteva penetrare nel cuore del sistema montuoso fino ai valichi che danno accesso agli opposti versanti alpini; poco a sud di Verona, il fiume anticamente si divideva in due rami: quello meridionale che passava per Legnago e si portava al mare nei pressi di Cavanella d’Adige, quello settentrionale si dirigeva invece verso Montagnana, attraversa la città di Este, il cui nome romano Ateste deriva proprio dalla presenza del fiume e sfociava infine nell'Adriatico, a Brundulum.
Era certo questo nell'antichità il ramo più importante, disattivatosi in seguito alle grandi alluvioni che alla fine del VI secolo d.C., in un periodo di deterioramento climatico ricordato in termini apocalittici da Paolo Diacono, portarono non solo l’Adige ma anche il Brenta a mutare percorso.
Il Tartaro e altri fiumi
Il Tartaro è un piccolo fiume, ma di estrema importanza nell'antichità in quanto costituiva il naturale collegamento tra Mincio, Adige, Pò; ad Occidente, alla confluenza con il Tione, si individua un'area che ha sempre svolto un importante ruolo di collegamento tra il Veneto e i terreni limitrofi, lombardi e basso padani. Tutto ciò ben giustifica il fatto che il Tartaro, più dell’Adige, venga ricordato da Plinio.
Come l’Adige e il suo sistema idrografico furono determinanti per il sorgere e lo svilupparsi di Este, così il Brenta, il Meduacus degli antichi, lo fu per Padova, attraversandola e mettendola in comunicazione con il mare; esso viene citato da Strabone e Livio lo ricorda come teatro della gloriosa impresa che vide i patavini vittoriosi contro le navi e i soldati dello spartano Cleonimo.
Sembra certo che il fiume raggiungesse il mare in due rami: il settentrionale, che correva lungo l'odierna riviera del Brenta, viene comunemente identificato come maior (in quanto collegato alla mansio Maio Meduaco della Tabula Peutingeriana); senza dubbio più importante in epoca preromana e, fino al II secolo d.C., doveva invece essere il ramo meridionale, il cosiddetto minor (dalla mansio Mino Meduaco); si veniva così a formare una sorta di ampio delta che consentiva una diffusa rete di traffici tra laguna e terra ferma.
Stupisce il silenzio delle fonti per quanto riguarda il Piave, l'unico grande fiume che scorre interamente in territorio veneto.
Confini e collegamenti del territorio veneto
Antico limite tra il territorio dei veneti e quello dei Carni era il Livenza/Liquentia che ancora oggi, insieme al Tagliamento, segna il confine tra Veneto e Friuli Venezia Giulia. Il Tiliaventum (Tagliamento), fiume essenzialmente friulano, solo nella bassa pianura è ricco di acque e navigabile fino alla foce che si apre tra le lagune di Caorle e di Marano; nella parte alta, montuosa, presenta un grandioso ventaglio di affluenti che conducono ai valichi alpini e in epoca antica il suo corso doveva presentare qualche differenza rispetto all'attuale, tant'è vero che Plinio parla di due rami.
Ai veneti è associato dalle fonti un altro fiume orientale, il Timavus (Timavo), e non solo perché segnava il confine tra le loro terre e quelle degli istri, ma perché teatro di miti e leggende; che dagli antichi il fiume sia stato divinizzato e fatto oggetto di culto è senza dubbio da connettere alle sue caratteristiche idrogeologiche che molto dovevano colpire la fantasia: le sue acque infatti, poco dopo la sorgente, vengono inghiottite dalle montagne per poi tornare alla luce tra Monfalcone e Miramare.
Per la loro ampiezza e navigabilità quasi tutti i fiumi del Veneto offrivano sicure vie di percorribilità, tanto è vero che i maggiori insediamenti dalla preistoria alla romanità si attestano proprio sui loro corsi, comodi vie naturali per trasportare prodotti del mare e della pianura, oltre che per ricevere quelli alpini transalpini.
Agli stessi fiumi è legata anche l'origine della pianura padana, quella pianura che Polibio considerava la maggiore d'Europa per estensione e fertilità; netta è la distinzione tra alta e bassa pianura: la prima è arida, fatta di terreni ciottolosi permeabili, la seconda è invece irrigua, fatta di sabbie, limi, argille deposti dal placato fluire delle acque. Limite da questi due ambienti è la zona delle risorgive, caratterizzata dal pullulare di una miriade di sorgenti spontanee disposte a fascia quasi continua.
Caratteristiche geografiche distintive
Elemento inconfondibile della pianura veneta è l'emergere isolato, quasi al centro di essa, di due gruppi collinari, i Berici presso Vicenza, gli Euganei presso Padova. Cerniera tra pianure montagna e la fascia pedemontana che si snoda sui conoidi fluviali, sulle alture moreniche, in un lungo e articolato sistema di colline, altipiani, massicci calcarei.
Le Alpi, sentite senza dubbio come confine naturale e sbarramento protettivo, più che un ostacolo hanno in realtà generalmente costituito una naturale cerniera tra mondo mediterraneo ed Europa centrale; infatti valico di comunicazione e di approvvigionamento furono certo le Alpi, ma anche porta d'ingresso alle invasioni, faccia e controfaccia della stessa medaglia.
Se già nel neolitico dovettero esistere contatti tra le zone a nord e a sud delle Alpi, è soltanto nell’età del bronzo che ebbe inizio un vivace traffico attraverso il territorio alpino, finalizzato alla ricerca del rame, i cui giacimenti più importanti si trovavano nella zona di Salisburgo; ma anche quando questi giacimenti persero d'importanza, la zona non ne soffrì, data la presenza di un'altra risorsa indispensabile agli uomini, il sale, al cui sfruttamento è legata la fioritura dei centri di Halstatt e di Hallein.
Origini storiche e leggendarie dei veneti
Circa la storia dei veneti, il primo inserimento nel mondo romano è ricostruibile quasi solo dalla documentazione archeologica che ci permette di ricostruire la storia di una civiltà; le fonti romane aggiungono molto poco e riguardano più che altro la cosiddetta mitistoria.
Dobbiamo dire che in Europa noi troviamo una vasta dispersione del nomen dei veneti che è sopravvissuto per indicare una città, Venezia, e una regione, il Veneto; dalle fonti antiche sappiamo di gente che portavano questo nomen, tra cui una popolazione della costa atlantica (l’attuale regione di Van) che aveva il nomen di Veneti; Ενετοι, Ουενετοι, Veneti, ricorre per indicare popolazioni diverse localizzabili in varie zone, dall'Asia minore alla penisola balcanica, dall'Europa settentrionale e centrale al Lazio.
All’area balcanica rimanda la notizia di “Eneti illirici” riportata da Erodoto; nell'Europa centrale sono da localizzare i Veneti, Venedi, Venedae, cui si riferisce Tacito, nella sua opera Germania, cap. 46 quando ci parla delle popolazioni al di là del corso della Vistola e dice che a est vi erano queste popolazioni.
Tolomeo, geografo e astronomo, vissuto intorno al 100-75 a.C., scrisse opere di geografia dell’ecumene allora conosciuto e cita per una regione il nome di Ουενεδικος κολπος, rispettivamente identificabili, con buona probabilità, nell'attuale golfo di Danzica e nelle alture della Prussia orientale Ουενεδικα ορη. Poi ci sono gli elethoi del nord dell'Asia minore, che vengono citati da Omero.
Veneticus lacus è definito da Pomponio Mela, un geografo del I secolo a.C., il lago di Costanza, anche se sussiste il dubbio che non si tratti del riferimento a un etnico quanto piuttosto all'aggettivo latino significante azzurro; Plinio ci dice che una popolazione del Lazio ai suoi tempi scomparsa, si chiamava venetulani.
Una dispersione così ampia del nomen veneti ha fatto pensare a un'origine comune di tutti questi popoli da un'unica popolazione originaria dell'Europa centro-orientale, che si sarebbe poi dispersa; questa tesi è difficile da sostenere perché noi sappiamo che i veneti della Gallia erano una popolazione celtica, mentre i veneti dell'Europa orientale erano certamente slavi; in più sappiamo che nell'antico tedesco si utilizzava il termine winida per indicare gli slavi della Pomerania; gli austriaci invece utilizzavano il termine winnish per indicare gli slavi.
Quindi i veneti ricordati da Tolomeo e da Erodoto erano sicuramente slavi; gli studiosi più recenti sostengono che la lingua indoeuropea sia simile al latino, ma si tratta di una lingua conosciuta a livello di relitto. È possibile avanzare la tesi che veneti sia un termine indoeuropeo che deriva da venetus, termine formato da una radice lessicale diffusa nelle lingue indoeuropee, *wenet che ricade nell'ambito semantico del desiderio, dell'amicizia; quindi veneti potrebbe indicare un gruppo legato da vincoli di fedeltà, di amicizia o di parentela.
Secondo alcuni, poiché per gli indoeuropei la virtù massima da esibire era la virtù in guerra, il significato originale di questo termine potrebbe essere quello di conquistatori, vincitori; allora veneti potrebbe indicare una popolazione che ne ha sottomessa un'altra e che si è stabilita in quello stesso territorio; essendo questo un termine diffuso nelle lingue indoeuropee, esso ricompare autonomamente nelle diverse parti dell'Europa, quindi veneti può essere il nome che alcune popolazioni europee davano a se stesse, traendolo da un termine comune.
Leggende e documentazione archeologica
Certo è il fatto che mentre gli altri veneti ricordati dalle fonti non possono essere ancorati ad alcuna realtà storico-culturale, solo attorno ai veneti dell'Adriatico si è creata una mitistoria a cui corrisponde una precisa documentazione archeologica. È certamente all'epoca di Catone, tra III e II secolo a.C., che si deve far risalire l'acquisizione, da parte dei romani, della leggenda di una discendenza troiana dei veneti.
È comunque solo in epoca augustea, con Virgilio e Livio che il tema generico dell'origine troiana dei veneti si salda indissolubilmente con la saga di Antenore, in un clima di chiara propaganda politica, per legare strettamente veneti e romani nelle loro più lontane origini e legittimare quindi, su base mitistorica, quella alleanza, quell'amicitia che ben serviva giustificare il sempre più imperioso affacciarsi di Roma ai territori dell'Italia nord-orientale.
L’origine troiana, o più genericamente orientale, dei veneti, trova il suo punto di partenza in Omero, dove il poeta ricorda, tra gli alleati dei troiani, un gruppo di Paflagoni: è da qui che prende le mosse tutta la tradizione classica, greca e latina, che attesta una provenienza dei veneti dall'Asia minore e precisamente dalla Paflagonia, regione che si estende lungo le sponde meridionali del Mar Nero.
Erodoto non sembra voler entrare nei più precisi termini della questione, limitandosi a parlare di “Eneti illirici”, ma la sua testimonianza non può non sottendere una più o meno esplicita confutazione di quanto pressoché contemporaneamente sosteneva Sofocle in una tragedia che cantava la discendenza degli Eneti da Antenore troiano, gli Antenoridi, che non ci è pervenuta, ma di essa esistono espliciti riferimenti in Strabone: secondo la leggenda tramandata da Sofocle, dopo la distruzione di Troia Antenore, i suoi figli e gli enethoi di cui era a capo, si erano rifugiati prima in Tracia e poi si erano stabiliti in una terra che da loro prese il nome di Veneto.
Stupisce che sia proprio Strabone, cui si deve l'esplicito riferimento a Sofocle e quindi all'antichità della tradizione, a porre dei dubbi, dubbi che sono stati interpretati con un tentativo di impostare il problema in termini scientifici.
Certo è che in ambiente romano Erodoto, Polibio e, sotto quest'aspetto, Strabone restano voci senza seguito in quanto contrastano con le voci della propaganda politica: come nel V secolo a.C. l'etichetta troiana applicata da Sofocle ai veneti da sostanza all'espansionismo commerciale di Atene nell'alto Adriatico sulla base di una sorta di ancestrale identità culturale, analogamente il recupero di questa tradizione del mondo romano serve legittimare gli interventi di Roma nell'Italia nordorientale.
Livio e Virgilio, voci ufficiale del regime augusteo, ci presentano due aspetti diversi dello stesso tema: Virgilio, nel I libro, racconta che Antenore era riuscito a fuggire al saccheggio di Troia e ad arrivare in questi territori dove fondò Padova, ma si dimentica dei veneti; Livio, che era originario di Padova, dice che Antenore, dopo alterne vicende, con gli enethoi pervenne nella più remota insenatura dell'Adriatico che era il territorio abitato dagli euganei che essi cacciarono i...
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