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Preistoria e protostoria - Appunti Appunti scolastici Premium

Appunti presi in classe fedeli e chiari, valutazione all'esame 30 e lode per l'esame di Preistoria e protostoria del professor De Marinis.
Il solo studio di questi appunti non è sufficiente, occorre scaricare gratuitamente le dispense sul sito archeo server. Tra gli argomenti trattati vi sono i seguenti: l'archeologia, la preistoria, lo studio delle origini.

Esame di Preistoria e protostoria docente Prof. R. De Marinis

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800 mila e i 500 mila anni fa: infatti gli esemplari qui sono più evoluti e ciò è dimostrato dagli

sviluppi del neurocranio. Incerta è la datazione dei crani di Ngandong, che mostrano un neurocranio

superiore ai 1000 cm cubici e sono quindi datati spesso molto più recentemente. L’homo erectus di

Pechino mostra esemplari più recenti fino a 1200 cm cubici. Il profilo a tenda tipico dell’homo

erectus comincia a scomparire in molti esemplari e il neurocranio si avvicina alla forma moderna.

Il cranio di Ceprano, una zona del Lazio con possibilità di datazione assoluta molto agevole grazie

alla presenza di roccia vulcanica, è stato ritrovato in una zona argillosa di giacitura secondaria: di

certo le argille, per gli studi di polarità, sono successive a 700 mila anni fa, ma la giacitura

secondaria non permette di datare il cranio con certezza secondo l’argilla. Le opinioni discordanti si

sono tuttavia risolte nell’ipotesi che esistessero, nello stesso periodo, specie differenti, dati i diversi

ritrovamenti di crani. In questo cranio comunque gli aspetti di homo erectus rimangono.

Nella fase più avanzata del Pleistocene Medio, tra 600 mila e 300 mila anni fa, in Africa e in Europa

troviamo forme umane diverse rispetto all’homo erectus classico, un tempo chiamate homo sapiens

arcaico, etichetta poi sostituita da haidelbergensis, da Haidelberg sul Reno, dove fu scoperta una

mandibola umana con caratteristiche diverse dall’uomo moderno (perché massiccia e senza mento)

ma anche dall’erectus. Il cranio del così detto homo rhodesiensis mostra ancora un’arcata

sopraorbitaria pronunciata ed è stato classificato con un nome diverso dall’heidelbergensis, la cui

etichetta è in realtà applicata a molti reperti africani. Si stima che la capacità cranica sia attorno ai

1200 cm cubici e la datazione è determinata solo dalla sua morfologia al Pleistocene Medio.

Molti reperti europei sembrano differenziarsi dagli esemplari africani, perché l’origine dell’uomo

anatomicamente moderno è l’Africa: il ramo del rhodesiensis pare quindi alternativo e destinato a

non dar vita all’uomo moderno.

Il cranio di Petralona in Grecia è un caso europeo molto interessante ma non databile e le scoperte

più importanti sono quelle di Atapuerca, in Spagna, e nel pozzo delle ossa nelle vicinanze sono state

trovate più di 6000 ossa umane di tutti i distretti scheletrici: nel complesso gli uomini di questo sito

sono molto evoluti (capacità cranica di 1300 cm cubici per il cranio più grande), e risalgono a circa

350 mila anni fa. In realtà oggi la datazione è proposta tra 600 mila e 400 mila anni fa, perché le

interpretazioni sono molto incerte.

Già in questi reperti si vedono caratteristiche presenti nell’uomo di Neanderthal, forma tipicamente

europea e solo in parte del Vicino Oriente. Il profilo a tenda è completamente scomparso e la parte

superiore del cranio diventa la più larga.

Molte testimonianze dimostrano come l’uomo abbia sviluppato in questa fase la caccia vera e

propria, come dimostrano alcuni siti spagnoli, inglesi, tedeschi: Ambrona e Torralba in Spagna sono

stati studiati negli anni ’60 in modo approfondito e si datano attorno a 400 mila anni fa; l’industria

litica e i resti di fauna mostrano le caratteristiche di una cultura della caccia, soprattutto le ossa di

elephans antiquus: si pensa che i resti macellati di animali rimandino alla caccia nelle zone paludose

circostanti. Infatti sono stati trovati pochi resti umani, ma moltissimi carboni, sparsi in tutta l’area e

non collegati a focolari: si pensa quindi che si organizzassero battute di caccia con l’uso del fuoco,

dato che i branchi di elefanti dovevano attraversare migrando una stretta valle nelle quale potevano

essere bloccati, impantanati nelle paludi.

In uno strato di torba di Schrodingen, in Sassonia, tra i materiali organici conservati grazie a questo

materiale, è stata trovata una lancia di due metri e mezzo insieme a molte altre con la punta

accuratamene lavorata e indurita al fuoco: è la testimonianza della pratica della caccia, soprattutto

dato il luogo del ritrovamento, cioè in un bacino fluviale.

All’inizio del Pleistocene Superiore troviamo ormai forme vere e proprie di neanderthaliani, detti

arcaici rispetto alla più avanzata fase glaciale in cui vivranno. 18/03/14

Le tesi di Schaaffhausen sull’uomo di Neanderthal non furono accolte da molti, ma già nel 1860 il

sito fu analizzato da Lyell e da Huxley, il quale escluse la possibilità che questo esemplare fosse il

missed link. William King definì così una nuova specie umana, l’homo neanderthalensis, diversa

dalla nostra.

Resti di questa specie erano già stati trovati prima del 1856, ma dominava l’assioma della non

esistenza dell’uomo fossile, prima delle pubblicazioni darwiniane. I resti scoperti un po’ in tutta

Europa alla fine dell’Ottocento furono numerosissimi e le informazioni che se ne ottennero furono

piuttosto complete.

La diffusione di questa specie è prettamente europea, ma ritrovamenti sono avvenuti anche nel

Vicino Oriente, fino ai Monti Altai nella Siberia meridionale. Nella fase di diffusione della specie

un’immensa calotta polare invadeva le estremità settentrionali dell’Europa.

La Chapelle aux Saints è un sito molto analizzato e ricco di informazioni su questa specie: lo

scheletro trovato in una caverna è stato studiato minuziosamente da Boule, che tuttavia ricostruì in

modo non esatto le parti mancanti dello scheletro, attribuendogli un’andatura non precisamente

eretta e un po’ flessa, quasi pitecoide. Per molti anni la sua interpretazione fu considerata canonica e

risulta paradossale che Boule non si renda conto che il soggetto che analizza sia stato fortemente

soggetto dall’artrite: avendo in mente il pregiudizio che la linea umana discendeva dall’erectus, si

spostava l’uomo di Neanderthal in un ramo secco ancora poco evoluto. La situazione è cambiata

quando una corrente di paleoantropologi di tendenza più materialistica vide un evoluzione più

lineare in cui si inseriva anche questa specie.

Nel monte Carmelo in Palestina le scoperte del 1930 svelarono soggetti con caratteri non solo

europei ma misti: secondo gli studiosi la differenza poteva far pensare a una posizione intermedia

tra l’uomo di Neanderthal e l’uomo moderno; altri studiosi però sostennero la teoria dell’ibrido,

come frutto di un incrocio tra uomo moderno e uomo di Neanderthal, il che sembra affermare che le

due specie non sono distinte ma il neanderthalensis sia anche sapiens e l’uomo moderno sia

definibile sapiens sapiens.

La questione non è però chiusa perché alcuni studi confermano la teoria che le due specie fossero

distinte: gli analisi di Lipsia del DNA sostennero queste teorie, ma alcune identità genetiche

sembrarono invece smentirla.

Le caratteristiche fisiche del Neanderthal sono decisamente diverse dalle nostre. Il frontale è

sfuggente all’indietro e il cranio è lungo, largo ma basso. L’occipitale forma ancora un angolo e al

di sopra del toro occipitale c’è una depressione sopra iliaca che si trova solo in questa specie e in

alcuni pre-neanderthaliani. La larghezza massima del cranio è come quella dell’uomo moderno, ma

nel complesso la forma è circolare e non pentagonale come nell’uomo moderno.

Il restringimento post-orbitario è ancora presente, seppur molto meno che nell’erectus. Le ossa

zigomatiche sono piatte e la cavità nasale è molto ampia.

La mandibola è forse ancor più caratteristica: manca il mento e l’arcata ascendente è molto larga e

massiccia, come la mandibola tutta, gli incisivi sono più grandi che nell’uomo moderno e hanno la

forma a paletta; i molari e i premolari hanno le radici fuse e il taurodontismo; la distanza tra

l’ultimo molare e l’arcata è molto ampio (diastema retromolare); l’incisura della mandibola è poco

profonda. Il taurodontismo è una caratteristica di questi esemplari e si tratta di una grande ampiezza

della cavità polpare.

L’uomo di Neanderthal ha una corporatura massiccia, necessaria per il clima freddo, con rapporti tra

la lunghezza delle ossa vicina all’homo erectus solo per un motivo di adattamento.

In una grotta del monte Circeo è stato scoperto un esemplare di questa specie, con il foro occipitale

molto allargato: per questo lo studioso che lo ha analizzato ha pensato a un azione di cannibalismo;

in realtà in questa grotta, rimasta sigillata, ci sono altri segni di morsi di iena.

L’homo di Neanderthal viveva di caccia e raccolta, come dimostrano gli studi del tasso di

concentrazione del Carbonio 13 e dell’Azoto 15 (il Carbonio è alto negli erbivori): la sua dieta è

quella di un carnivoro, ma non al 100%, perché l’alta proporzione di proteine, ottenute da animali di

grandi dimensioni, si accompagna a componenti vegetali (una via di mezzo tra il lupo e la volpe).

L’uomo di Neanderthal non era però cacciatore specializzato, nonostante usasse armi efficienti:

armi come l’arco o lance da lunga gittata mancavano ancora e sono strumenti fondamentali per

ottenere cibo da grande distanza. Nemmeno il propulsore, cioè un braccio di leva diffuso in seguito

in molte popolazioni primitive, era ancora diffuso, ma comparve nel Paleolitico superiore. Le

lesioni traumatiche riscontrate su molte ossa indicano come la vita di questi uomini fosse rischiosa e

la caccia non ancora ben organizzata; una tattica probabilmente diffusa è quella che si basa sulla

costrizione di un branco di animali verso un dirupo, per farli cadere e finirli, come dimostrano

alcuni siti con numerose ossa animali.

Il bue, i cavalli, in alcune zone lo stambecco, il mammut (specialmente gli individui giovani) sono

prede molto diffuse, forse accanto all’orso. Gli animali non troppo grandi venivano trasportati ed

erano scuoiati per farne pellicce, ma gli animali molto grandi venivano macellati sul luogo. È

probabile che la carne venisse cotta, come mostrano bruciature su alcune ossa: l’uomo di

Neanderthal aveva il controllo del fuoco, ma non si ha la certezza, nemmeno nel Paleolitico

superiore, della capacità di produrlo (l’uomo del Similaun aveva un marsupio in cui portava l’esca

per accendere il fuoco, ma esemplari più antichi non ci hanno restituito tali testimonianze).

Il cranio di Altamura è molto interessante ma è pieno di incrostazioni perché racchiuso in una grotta

carsica: per questo non è stato studiato ancora e può solo dare informazioni parziali. È stato

casualmente scoperto da alcuni speleologi e si tratta di un esemplare di Neanderthal. Nell’estrema

punta del Peloponneso sono stati trovati anche qui due crani inglobati nella matrice rocciosa.

Le industrie litiche del Paleolitico Medio sono raggruppate sotto il termine Musteriano, dal nome di

un sito della Borgogna studiato dal 1872. Il Musteriano è stato diviso in due gruppi, uno di

tradizione ausceuleana e uno detto Musteriano tipico. Altri tipi di Musteriano sono in seguito stati

scoperti, arrivando a 5 suddivisioni però non suddivisibili in sequenza cronologica ma scoperti

stratificati fra loro. In realtà è stato dimostrato che il Musteriano non esiste ma è semplicemente un

nome con cui si può identificare una fase di complesse e diverse produzioni in tutta Europa, frutto

di diversi caratteri etnici (si può parlare solo di complesso musteriano).

Con l’avvento della New Archeology si sostenne che la varietà delle industrie era dovuta alle

diverse attività praticate nelle varie zone, anche vicine tra di loro: le diverse attività possono essere

di sussistenza, di procacciamento, etc., quindi dalle analisi dei coniugi Beenford si ipotizzarono

sulla base degli strumenti le possibili attività corrispondenti. François Born, studioso di tipo

classico, fece subito obiezioni alle teorie per lui inconsistenti portate avanti dalla New Archeology:

infatti l’esistenza di oggetti con funzioni diverse dovrebbe confermare l’esistenza di siti

specializzati nelle attività corrispondenti, ma questo non accade perché le attività riscontrate sono

molteplici nelle zone analizzate; inoltre è inconcepibile che esistano intere zone in cui si svolge una

sola attività. Infine, le ipotesi della New Archeology non sono sostenute dal metodo scientifico ma

da interpretazioni approssimative, quindi non sono dimostrabili e rimangono intuitive. Le varie

industrie Musteriane non potrebbero nemmeno correlarsi alle fasi stagionali, come si è infine

supposto, perché nulla dimostra che ci sia un collegamento tra gli strumenti e i cambiamenti

climatici. Inoltre molti degli strumenti vennero utilizzati, seppur diversi, per lavorare il legno;

alcuni oggetti, invece, si è dimostrato essere stati utilizzati per diverse attività e non per una in

particolare.

Nel Musteriano ci sono strumenti diversissimi, ma sono presenti anche i bifacciali: questo tuttavia

non ha valore cronologico, perché si è dimostrato che i bifacciali non indicano necessariamente un

periodo precedente nelle tecniche di lavorazione.

Siamo tuttavia certi che l’uomo di Neanderthal non usava ancora l’osso, o meglio non ne faceva un

uso preponderante come nel Paleolitico superiore: l’industria rimane basata su scheggia di pietra.

È stato dimostrato che anche l’uomo di Neanderthal aveva la consuetudine di prendersi cura dei

propri simili: lo dimostra il fatto che l’uomo della Chapella aux Saints aveva una serie di traumi per

cui non avrebbe potuto sopravvivere da solo fino ai 40 anni; questo esemplare fu aiutato dal gruppo

in vari modi (ad esempio pre-masticando il cibo); non è tuttavia un caso isolato, perché una

mandibola di un altro sito mostrava la perdita di tutti i denti per una grave infezione, ma era

sopravvissuta a lungo con questa malattia, mentre in un altro esemplare grandi infermità come la

cecità a un occhio e la mancanza dell’avambraccio sarebbero stati senz’altro elementi mortali senza

l’esistenza di vincoli di carattere sociale nel gruppo.

Questi vincoli sono confermati fortemente dalla presenza di molte sepolture, che indicano una

consuetudine molto importante dal punto di vista sociale e affettivo (una tomba riporta addirittura

indizi dell’usanza di seppellire con i fiori).

La pratica del cannibalismo è sostenibile sulla base di alcuni ritrovamenti in Croazia e in Francia: le

ossa di almeno sei individui in un sito hanno segni di macellazione e fratturazione per l’estrazione

del midollo. Non è chiaro se questa pratica fosse a scopo elementare o un fatto rituale, perché

etnograficamente conosciamo questa usanza religiosa come strumento per rafforzare il legame con

gli antenati in alcune popolazioni. 24/03/14

Gli organi che partecipano al linguaggio umano articolato sono differenti nell’uomo di Neanderthal,

che presenta cioè caratteristiche fisiche diverse. Ma quello che permette la nascita della lingua è una

combinazione dell’elemento genetico e dell’elemento convenzionale: il linguaggio deve essere cioè

appreso e nasce dalla capacità di creare associazioni tra suono e significato che a loro volta

necessitano una comprensione e decifrazione; l’elemento fisico, quindi la predisposizione degli

organi, non basta.

Tuttavia si possono osservare gli organi del Neanderthal in confronto a quelli dell’uomo moderno.

La faringe degli uomini moderni ha uno sviluppo maggiore che nell’uomo di Neanderthal: qui

avviene la fonazione risonante. Inoltre la laringe è collocata più in basso nell’uomo moderno.

L’osso ioide svolge una funzione significativa nella modulazione del linguaggio: in una sepoltura in

Palestina questo piccolo osso si è fortunatamente conservato, mostrando la netta somiglianza con

l’uomo moderno.

Di certo la comunicazione doveva avvenire attraverso suoni diversi, ma si può supporre che fosse

abbastanza articolata da permettere il linguaggio. La fonazione avviene nella faringe ma molti

muscoli contribuiscono alla modulazione, e questo determina necessariamente diversi espressioni

fonetiche per il Neanderthal, il cui linguaggio è indefinibile.

Una delle caratteristiche particolari dell’uomo di Neanderthal è la breve durata della vita media: il

70% non arrivava alla vita adulta; prima dell’introduzione della medicina moderna anche in Europa

solo il 50% arrivava all’età adulta, quindi tutte le popolazioni prima della scoperta della

vaccinazione vivevano in condizioni di vita media molto basse e simili tra di loro. Il dato dell’uomo

di Neanderthal è tuttavia uno dei più alti e soprattutto era la mortalità infantile ad essere molto alta.

Un reperto molto problematico è il flauto di Divje Babe I, trovato in una caverna della Slovenia in

un sito ben studiato e databile: dallo strato datato al radio-carbonio attorno a 45000 anni fa è

fuoriuscito questo oggetto con due fori sullo stesso asse (ma ce ne erano alcuni altri non conservati)

per una lunghezza originale di almeno 14 cm; i fori sono regolari, allineati e della stessa

dimensione; le distanze tra i fori sono precise e sulla faccia opposta un altro foro indicherebbe la

posizione per il pollice. Tutto questo, sapendo anche che le distanze tra i fori corrispondono anche

alla scala musicale, rimanda a un flauto, cosa che ha destato molti dibattiti e opposizione all’ipotesi

dello strumento musicale.

Se opera dell’uomo di Neanderthal, questo strumento ha grandi implicazioni e porta a risultati non

facilmente accettabili. In alcune sepolture o in siti contenenti manifestazioni di attività di questa

specie umana si possono trovare produzioni simboliche e tipiche dell’uomo anatomicamente

moderno. Ma si crede, tra le ipotesi, anche che l’uomo anatomicamente moderno, in questo periodo

storico, possa aver raggiunto la Slovenia, inserendosi nel contesto dell’industria litica musteriana,

alla quale solitamente non appartiene. Se l’oggetto fosse stato trovato in un livello del Paleolitico

superiore, la sua produzione non sarebbe assolutamente dubbia come in questo caso.

L’argomento della scomparsa dell’uomo di Neanderthal è molto dibattuto: questa specie era diffusa

in Europa e nel Vicino Oriente; in Estremo Oriente l’homo erectus sembra essere sopravvissuto a

lungo, anche se le informazioni sono ancora incerte; l’uomo moderno viveva in Africa. Ma se

passiamo a 30000 anni fa l’uomo moderno è l’unico esistente.

Sull’origine dell’uomo moderno il dibattito è altrettanto complesso: il primo studioso in questo

ambito fu Reich, che, studiando l’homo erectus di Pechino, elaborò la teoria nota come ipotesi del

candelabro. Egli, colpito dalla presenza di varietà razziali nell’uomo dell’epoca, che anticipava

quella dell’uomo moderno, creò una teoria secondo la quale l’homo erectus, uscito dall’Africa, si è

evoluto separatamente in Europa, in Africa e in Asia per dare origine all’uomo moderno presente in

questi vari territori, secondo 5 linee filetiche con flusso genico comunque predominante (la specie

fondamentalmente non cambiava, ma si alterava sotto forma di diverse razze). I diversi rami hanno

incontrato uno sviluppo più o meno indipendente, con una sorta di divisione raziale che ha anche

favorito concezioni razzistiche che sostenevano la più veloce evoluzione di alcuni rami rispetto ad

altri. Dal 1976 da una scuola di Michigan la teoria è stata ripresa da molti studiosi ed è stata rivista

sulla base degli studi genetici.

Negli anni ’60-’70 Howell sviluppò una nuova teoria secondo la quale l’uomo moderno si è formato

in Africa, per poi spostarsi negli altri paesi rimpiazzando le altre specie: i rami delle altre specie,

come l’erectus, si sarebbero estinte.

Nel 1986 entrano in campo i genetisti e gli studi sul DNA mitocondriale di diverse popolazioni

attuali hanno constatato che il campo di variabilità è molto basso e il più alto tasso di sostituzione si

registra nelle popolazioni dell’area sub-sahariana: il DNA mitocondriale in questa zona è cioè più

antico, perché possiede più variazioni, quindi proprio da questa zona deve essersi sviluppata ed

estesa la specie dell’uomo moderno. L’origine dovrebbe risalire attorno a 200000 anni fa, fino

all’estensione fuori dall’Africa attorno a 100000 anni fa. I dati genetici sono infatti stati estesi anche

alle informazioni paleontologiche e hanno sostenuto questa teoria, che restringe inizialmente

l’uomo moderno a un’area molto piccola.

Senza alcuna forma di ibridazione l’uomo moderno ha soppiantato gli altri rami, forse per una netta

superiorità, soprattutto nelle capacità produttive.

Tuttavia ci sono parti di continenti in cui si trovano alcune datazioni incerte, che addirittura

tenderebbero a spostare alcuni esemplari della specie sapiens a un periodo originario più antico. La

teoria detta Out of Africa, cioè quella dei genetisti, è comunque quella più seguita e testimoniata da

molti reperti. Al di là delle incertezze di datazione negli altri continenti, le datazioni sono infatti più

sicure in Europa, sempre grazie alle analisi dei genetisti, che hanno messo a punto delle tecniche per

estrarre il DNA dai fossili, esame un tempo difficoltoso per la contaminazione batterica dei

campioni.

Nelle analisi genetiche dell’uomo di Neanderthal, si scoprì che la specie usciva fuori dal campo di

variabilità della specie umana moderna: questo conferma la differenza sostanziale e la mancanza di

ibridazione.

Alcuni esemplari sono stati definiti però di transizione, perché sembrano deivare da un substrato

musteriano, quindi di Paleolitico Medio, ma presentano aspetti più evoluti: i complessi di

transizioni sono stati attribuiti a un uomo di Neanderthal perché alcuni sono stati ritrovati in una

sepoltura, tuttavia in alcune zone funerarie compaiono oggetti ornamentali tipici dell’uomo

moderno.

Il musteriano continua a persistere in alcune zone, come nella penisola iberica (fino a 27000 anni

fa), mentre viene progressivamente sostituito dall’aurignaciano e dal chape, cioè da una delle

manifestazioni manifatturiere dell’uomo moderno. L’aurignaziano sembra rimandare all’uomo

moderno, ma nessuna sepoltura riferibile a questa cultura non è stata ancora trovata.

Nel 1998 in Portogallo una sepoltura di un bambino di 24500 anni fa, dell’età ..., ha rivelato la

presenza di uno scheletro caratterizzato da una mescolanza di caratteri moderni con caratteri arcaici

e neanderthaliani: è stata avanzata l’ipotesi che si possa trattare di un ibrido, ma l’interpretazione è

stata considerata da molti paleo-antropologi non fondata.

Negli ultimi 4-5 anni le conoscenze si sono sviluppate ancora una volta grazie ai genetisti, che

hanno ricostruito, a Lipsia, l’intera catena genetica neanderthaliana. Le somiglianze genetiche con

l’uomo moderno sono riscontrabili, grazie a questi studi, in moltissimi esemplari europei, asiatici,

australiani, etc., ma non africani, quindi le ibridazioni non sono state escluse.

Alcuni resti esigui come due falangi e due denti trovati in una caverna possono essere dati

importanti perché, grazie a condizioni climatici favorevoli, il collagene si è conservato e il DNA

può essere studiato: una falange e un dente appartengono a una specie intermedia tra uomo moderno

e neanderthaliano (seppure più simile a quest’ultimo), definita denisoviana; l’altra falange è invece

neanderthaliana. Una parte del codice generico denisoviano (i denisoviani dovevano essere diffusi

in Asia soprattutto) corrisponde a una parte dei neanderthaliani. Inoltre un femore del pozzo di

Atapuerca si è dimostrato appartenere ai denisoviani.

Il quadro di diffusione e sviluppo dell’uomo moderno, con tutte queste scoperte, si rivela quindi

sempre più complesso da identificare: flussi genici sono esistiti tra popolazioni ben distinte e di cui

non si sospettava il contatto.

In conclusione si può affermare che il modello del candelabro non è sostenibile, mentre quello Out

of Africa è troppo semplicistico, data la nostra conoscenza ridotta delle specie umane, della portata

dei flussi genici e di altre informazioni, e data la complessità dei processi e delle interazioni. La

riproduzione di molti gruppi era endogamica e questa può essere una causa dell’estinzione di alcune

specie: la mescolanza, quindi la possibilità di variazione, garantisce meglio la sopravvivenza. Tutto

questo ovviamente complica il quadro generale. 25/03/14

L’arte paleolitica

Alla fine del quarto millennio a.C. sono sorte le prime civiltà urbane, contrassegnate dal possesso

della scrittura, ma tutte le forme artistiche umane erano già state create: l’origine dell’arte si perde

nella notte dei tempi e presso tutte le popolazioni di interesse etnografiche le varie manifestazioni

artistiche sono sempre state più o meno osservate.

Per conoscere le tappe più antiche dell’arte dobbiamo rivolgerci a un periodo della preistoria molto

ampio, sin dal Paleolitico, del quale tuttavia possediamo informazioni relative (ad esempio sulla

musica e sulle tradizioni orali). Per l’arte figurativa non abbiamo grandissime quantità di

informazioni, ovviamente relative ai materiali durevoli: il materiale biologico è chiaramente

scarsamente conservato.

Per arte preistorica, o paleolitica, s’intende una manifestazione artistica che gli studi hanno

dimostrato già di alto livello. Altamira, ad esempio, fu definita la Cappella Sistina della preistoria,

ma ancora oggi il livello tecnico di queste opere stupisce, pur considerato con i canoni estetici

contemporanei. Quello che rimane certo è il divario del canone estetico rispetto al passato, perché la

creazione, soprattutto parietale, del passato aveva un valore ideologico ben diverso: le opere

parietali erano prodotte in luoghi lontani e difficili da raggiungere, in caverne anguste, quindi la

destinazione non era prettamente estetica e visiva.

Il significato dell’arte parietale ha condotto quindi a molte interpretazioni e a pochi risultati: di certo

l’arte parietale è una produzione simbolica e non utilitaristica, basata sul colore e sulle linee, quindi

spesso astratta.

L’arte compare per la prima volta non prima di 40000-35000 anni, quindi nel Paleolitico superiore:

la tendenza di alcuni studiosi a retrodatare l’inizio dell’arte è discutibile, dato che molte

manifestazioni “artistiche”, come quelle di australopitecus di addirittura 3 milioni di anni fa (come

un sasso che sembra un volto) o dei bifacciali o amigdale accuratamente lavorate, farebbero

supporre una certa ricerca di simmetria e regolarità che sembrano superare la semplice utilità

dell’oggetto. I nostri canoni estetici non possono essere ancora una volta comparati con quelli del

passato.

Più problematico è un ritrovamento a Bilzingslemen, in Germania, risalente a 400 mila anni fa: le

ossa di elefante usate come supporto per realizzare figure geometriche sono state interpretate come

un esempio di arte primitiva, per la regolarità e linearità dei tratti grafici; secondo l’interpretazione

dello scavatore su alcune ossa sono poi osservabili figure più complesse, come un animale (un

felino) non facile da osservare. Il problema è la mancanza di garanzia che i rilievi pubblicati dallo

studioso siano veri: specialisti in arte preistorica non hanno potuto accedere agli originali per

studiarne l’autenticità.

Un altro oggetto problematico è un sasso trovato sull’altopiano del Golan, in un sito acheuleano: un

ciottolo con una forma trasformata con un solco e pochi tratti in una statuetta femminile. Il

problema di fondo è la soggettività dell’interpretazione, tra chi lo ritiene un pezzo naturale, che vi

vede una manifestazione artistica primordiale.

Prima della vera nascita dell’arte di 40000 anni fa, nella fase prima della glaciazione di Wurm, si

intensificano tuttavia i segni che mostrano un’attività sempre più preparatoria della successiva arte:

oggetti non più legati alla sopravvivenza e alle esigenze fondamentali, come manifestazioni con

colori forse per utilizzo rituale (per dipingersi il corpo o colorare oggetti funebri). Si sviluppano

rituali funerari, con anche oggetti come corna di animali: un churinga, cioè un oggetto rituale

conservato da chi era addetto al rito e tipico di popolazioni australiane, è stato visto in un oggetto

liscio ottenuto dall’osso.

Nelle tombe neanderthaliane in Borgogna una sepoltura aveva come lastra di copertura la cui faccia

inferiore recava una serie di coppelle (fatte anche nel Medioevo) prodotte intenzionalmente: è

chiaro che il pensiero simbolico con queste manifestazioni si sta rafforzando.

Nella caverna di Blombos, a est di Città del Capo, sono stati trovati due blocchetti di ocra rossa con

un ornato geometrico inciso su una faccia (una serie di rombi in successione): qualcosa di

classificabile come arte astratta, una manifestazione di grande importanza che ci rivela che l’arte

astratta è più antica di quella figurativa.

Una fase intermedia può essere definita pre-figurativa: una fase in cui compare l’oggetto

ornamentale, come denti di animale forati, pezzi di ossa a formare collane, ritrovati in Europa in

livelli che risalgono a 44000 anni fa circa; in una caverna in Bulgaria a vari livelli sono state trovate

diverse manifestazioni, come denti di orso e volpe usati come collane. Nella fase Chatelperroniana

un pendaglio di renna mostra un ulteriore sviluppo dell’arte ornamentale.

In conclusione l’arte compare in un periodo di 10000 circa in cui sono migliorate le capacità di

astrazione e creazione simbolica degli individui.

Tuttavia i fenomeni post-deposizionali, ad esempio dovuti a movimenti di organismi sottoterra,

hanno spesso reso incerta l’analisi stratigrafica e tipologica degli oggetti.

La più antica scoperta dell’arte paleolitica non parietale (superficie rocciosa), ma mobiliare (degli

oggetti trasportabili) è un osso di una grotta in Francia, tra il 1844 e il 1845, quando non esistevano

ancora gli studi preistorici, attribuito al tempo a una produzione celtica. Quando Eduard Lartet nel

1860 scoprì che si trattava di un’opera paleolitica, diede inizio a una serie di scavi di siti paleolitici

francesi ricchi di informazioni e di opere appunto mobiliari, con figure incise soprattutto. Pian piano

lo studioso costruì una cronologia del Paleolitico superiore e nuove scoperte portarono altre

informazioni remote, come la diffusione del bisonte e del mammut in Francia.

La caverna di Altamira fu scoperta nel 1879: il potente deposito di riempimento a breve distanza

dall’ingresso aveva quasi colmato la caverna, quindi lo studioso spagnolo Sautuola si mise a

scavare il deposito, trovando oggetti già da lui osservati all’Esposizione Universale di Parigi. La

piccola figlia osservò per la prima volta, in un basso cunicolo di 1 metro di altezza, i bisonti dipinti

che subito lo studioso si preoccupò di salvaguardare, comprendendone il valore.

Da questa scoperta fu chiaro che esisteva l’arte pittorica nel Paleolitico: nel 1880 il Congresso di

archeologia preistorica e antropologia discusse le nuove scoperte che ebbero subito un grande

successo e molte pubblicazioni.

Tuttavia gli studiosi in visita alle caverne inizialmente giudicarono le pitture false. Lo studioso

Arlès studiò le opere, che effettivamente potevano apparire fresche, ma rimase colpito anche dalla

mancanza di tracce carboniose sul soffitto (per l’uso delle torce), che permetteva di sostenere

l’impossibilità della creazione delle pitture nella preistoria.

Tuttavia molte scoperte degli anni seguenti permisero di confermare l’esistenza di tali opere

artistiche nella preistoria, soprattutto in quei siti in cui le pitture venivano scoperti in profondi strati

archeologici e non in cavarne aperte. Grazie agli studi successivi fu confermata l’autenticità anche

di Altamira.

Da qui nascono gli studi dell’arte preistorica d’età glaciale, quindi del Paleolitico superiore. Le

fondamenta di questi studi di arte parietale furono gettate dall’abate Breuil. L’istituto di

paleontologia umana fu istituito a Parigi nel 1911 e Breuil fu incaricato dell’insegnamento.

26/03/14

L’abate Breuil ha avuto modo di aprire gli studi sulla pittura rupestre, e studiò anche molte pitture

all’aperto, soprattutto in Spagna. Chiamato nel 1929 al College de France, uno degli istituti più

importanti del tempo, poté ottenere il grande successo del riconoscimento della disciplina

preistorica. Egli pubblicò in breve opere su tutte le caverne conosciute della Francia e della Spagna,

divenendo quindi un’autorità in questo campo. Egli tuttavia non riuscì mai ad entrare

nell’Accademia Pontificia delle Scienze e morirà del 1961.

La sua importanza storica non è solo quella del pioniere negli studi, ma sta anche nella creazione

dei rilievi, preziosi perché nel corso del tempo molte pitture paleolitiche si sono deteriorate. Egli

applicò il rilievo manuale, ancora oggi un principio metodologico importante, perché la fotografia

spesso non può sostituirlo: il disegno dà l’interpretazione tipologica del pezzo (non la

rappresentazione fisica tipica della fotografia), quindi ha un valore tecnico fondamentale,

nonostante molti studiosi si siano opposti nel corso del tempo. Le pitture dell’abate non sono

effettivamente precise, ma va considerata l’epoca in cui lavorò e le condizioni delle pitture (che non

permettevano il contatto con la carta da disegno per il rischio del deterioramento) e del lavoro

stesso, in una caverna e con luci deboli; inoltre la mancanza delle foto a colori poteva essere

sostituita soltanto dalla pittura, quindi il suo contributo risulta assolutamente prezioso.

L’ultima opera dell’abate, del 1952, è la summa di tutta la sua opera e si intitola Quattrocento secoli

di arte parietale. La sua cronologia assoluta non è corretta, per mancanza di analisi come il radio-

carbonio e il metodo del potassio-argon.

A distanza di soli 4 anni dalla sua morte esce a Parigi la pietra miliare di Leroi-Gourhan, frutto di

una ricerca durata vent’anni: la differenza fondamentale della sua azione sta nel lavoro con

un’equipe, quindi non in solitario, con personaggi di un certo spessore e l’aiuto di un grande

fotografo. Il suo lavoro è stato sistematico e l’analisi strutturale, con l’uso dei metodi statistici:

visitando con la sua equipe 67 caverne (non tutte ma le più importanti) egli ricavo delle fiche

meccanografiche (in mancanza del computer) che gli permisero attraverso codici e voci di fare

statistiche sul numero di animali raffigurati, sulla posizione delle immagini, sui segni usati, etc., una

serie di dati per comprendere il significato dell’arte parietale.

L’arte delle caverne comprende due grandi temi, animali e segni. Nella sua analisi l’arte è però

classificata anche sulla base di 4 stili: il concetto di stile è al centro della sua indagine, anche per

identificare le diverse culture corrispondenti.

Tra i vari picchi glaciali del Pleistocene superiore, durante le fasi di Wurm e di Dryas, esistono

periodo interstadiali: in questo periodo si articolano le più importanti industrie e correnti artistiche

preistoriche prima dello scioglimento dei ghiacci.

L’industria litica è classificata sulla base di Laplace, che analizza ad esempio le diverse forme di

grattatoi, strumenti su lama di grande diffusione, bulini, lame troncate, becchi perforatori, punte a

dorso, lame a dorso, geometrici (con forme geometriche).

L’industria litica di questa fase, a differenza della fase precedente, non è su scheggia ma su lama.

Il ritocco per la produzione di una lama può essere semplice o erto, oppure obliquo; il ritocco piatto

è parallelo all’asse dello strumento. Nella fase aurignaziana gli strumenti più diffusi sono grattatoi,

bulini, lame strozzate, etc., ma soprattutto zagaglie. Nel gravettiano si diffonde moltissimo il ritocco

erto, mentre nel solutreano il ritocco piatto prende il sopravvento e l’industria è ben riconoscibile,

soprattutto per la sottigliezza raggiunta da alcune punte. Il magdaleniano ha ancora strumenti tipici,

ma compaiono soprattutto i geometrici; gli arpioni, soprattutto in corna di renna, sono tipici di

questa fase e nel corso del tempo aumentano il numero delle punte laterali.

Lo stile I di Leroi-Gourhan è un periodo in cui l’arte parietale non c’è ancora, se non in qualche raro

caso: tutte le manifestazioni sono prevalentemente rappresentazioni schematiche di organi sessuali,

eseguiti con incisioni crude e profonde, ma le figure animali oltre a essere poche sono raramente

complete. I blocchi trovati sono generalmente appartenenti alla fase aurignaziana e sopra portano

incisioni molto grezze e approssimative. L’unica rappresentazione completa è quella di un erbivoro,

con contorno inciso a martellina, cioè una pratica di incisione in tanti punti e non a linea continua: i

particolari anatomici sono scarsi.

Lo stile II, che Leroi-Gourhan data all’inizio del gravettiano, si ritrova in caverne non molto

profonde, dove passa la luce del giorno: le figure non sono rifinite e spesso non hanno terminazioni,

che rimangono molto incerte, le zampe si sovrappongono senza idea di profondità per

l’osservazione laterale semplificata, mentre le corna sono convenzionalmente viste di fronte, senza

prospettiva reale. L’esemplare più rappresentativo è il bisonte di La Grèze, anche qui di profilo ma

con corna frontali.

Lo stile III è una svolta nell’arte paleolitica, perché per la prima volta si raggiungono i luoghi più

profondi delle caverne, ma anche lo stile si evolve e le pitture non sono più monocromatiche. Gli

animali rappresentati sono di corporatura massiccia, ma con la testa piccola e le gambe corte: è una

stilizzazione particolare che non rispetta le proporzioni. Le corna sono rappresentate più

realisticamente, in prospettiva semi-distorta o quasi reale. Si diffondono le figure geometriche

astratte che sostituiscono i simboli sessuali, che avevano ancora un certo schema di figuratività: lo

schematismo si fa ora dominante e l’astrazione totale. Un esempio famoso è il pannello con cavalli

punteggiati, con a fianco anche rappresentazioni di mani in negativo, ma altro esempio famoso di

una fase avanzata sono i cavallini di Lascaux, con corpo estremamente massiccio ma dettagli molti

più definiti; si rivela anche il senso del dinamismo, con le zampe divaricate.

Lo stile IV rappresenta, dopo il magdaleniano antico dello stile precedente, rappresenta l’apice

dell’arte paleolitica, che punta al naturalismo della rappresentazione del reale: animali

anatomicamente definiti e fedelmente rappresentati, in una sorta di realismo fotografico.

La sequenza degli stili rispetto a Breuil è molto differente e più corretta: la differenza più

importante non è nella singola datazione, ma nella concezione globale e nel significato dell’arte, che

Breuil intende come manifestazione religiosa; Leroi-Gourhan vede nell’arte qualcosa di strutturato

e coerente, oltre che una realizzazione cronologica più breve in ogni singola caverna, sulla base

dell’idea che le immagini non andassero prese singolarmente ma in un’ottica ambientale nei singoli

gruppi. 31/03/14

Dopo le personalità di Leroi-Gourhan e dell’abate Breuil è iniziata una fase detta post-stilistica: il

sistema introdotto dai due studiosi viene tenuto a conto a lungo, ma le cose hanno cominciato a

cambiare per nuove grandi scoperte in Francia e in Spagna negli anni ’90; allo stesso tempo in

Portogallo è stata studiata l’arte rupestre all’aperto: le incisioni rupestri della valle del Koha

richiamavano lo stile III del Paleolitico superiore, quindi venivano confutate le teorie che stimavano

l’arte all’aperto come appartenente al solo Neolitico. Questa zona ha visto una forte battaglia tra gli

studiosi e i costruttori di una diga che rischiava di far perdere tutto il prezioso patrimonio: il

governo portoghese salvò la situazione contro ogni speranza. La creazione di un grande parco

archeologico è stata la conclusione dei processi che dimostrarono l’autenticità di quell’arte antica:

una roccia coperta di sedimenti nascondeva incisioni rupestri che non potevano essere quindi

posteriori alla data di copertura.

Il fatto nuovo frutto degli anni ’90 è la scoperta della presenza dell’arte all’aperto nel Paleolitico.

Ma altra novità di questo periodo è l’avvento delle datazioni dirette, quindi non legate alla

stratificazione: l’arte rupestre parietale fu datata direttamente perché i colori utilizzati per le pitture

sono di origine minerale, ma il nero deriva a volte dal carbone di legna, materiale studiabile perché

organico. Un prelievo di mezzo milligrammo, che non danneggia la figura, può essere oggi databile

grazie al metodo dell’acceleratore di particelle applicato al radiocarbonio.

Queste datazioni hanno in parte confermato e in parte corretto le divisioni stilistiche di Leroi-

Gourhan: nello stile III ad esempio le date sono estese da circa 4000 anni fa a circa 9000 anni fa.

Molti autori hanno parlato appunto di età post-stilistica perché il concetto di stile diventava obsoleto

e la datazione scientifica diventava quella veramente attendibile.

Nel 2012 uno studio su science ha rivelato un nuovo metodo di datazione: la datazione dei veli

calcitici o stalagmitici presenti sopra o dentro le stesse pitture, mediante lo studio dell’uranio e

attraverso analisi fisiche nucleari, può avvenire perché il ciclo di decadimento dell’uranio-238

radioattivo è facilmente databile anche nei veli calcitici stessi. Spesso però sono state date datazioni

discordanti, perché pur nella correttezza teorica, il metodo non è ancora perfettamente efficace dal

punto di vista pratico: le molte analisi di campioni di veli hanno portato a datazioni troppo diverse,

con un quadro generale piuttosto complesso di alcune datazioni non accettabili.

Uno degli assiomi tradizionali è quello che attribuisce l’origine dell’arte parietale ad alcune zone

dell’Europa: l’area franco-cantabrica è quella che ha riportato i maggiori e spesso gli unici risultati

rispetto a tutto il resto del mondo; qui le scoperte sono state moltissime e i ritrovamenti altrove sono

stati nulli in molti casi.

In realtà alcuni scavi hanno portato alla luce figure animali dipinte anche in Namibia, con

caratteristiche stilisticamente evidenti (le gambe lunghe a dismisura), mentre il Sahara si è rivelato

essere la zona più ricca di pitture rupestri. La fase più antica del periodo sahariano è quella della

così detta arte della fauna selvatica, per la presenza di animali tipicamente africano. È una fase

collocabile probabilmente alla fine del Pleistocene, perché nell’Olocene si svilupperà l’arte delle

teste rotonde.

Nel levante spagnolo ci sono molte pitture in ripari sotto roccia che sembrano contemporanee a

quelle franco-cantabriche: sono presenti scene di caccia e figure umane, che dimostrano che l’arte si

colloca in una fase post-glaciale, quindi nell’Olocene.

In Australia, raggiungibile solo attraverso un braccio di mare aperto molto grande e mai congiunto

durante la glaciazione nonostante il prosciugamento dei mari in molte zone, alcune grotte riportano

tracciati digitali denominati maccheroni da Breuil presenti anche nell’arte arcaica franco-cantabrica:

qui la datazione si rivela però più problematica e si pensa che sia possibile che la frequentazione di

queste grotte sia avvenuta ancora nel Pleistocene.

Pitture bicrome o policrome in Australia settentrionale, databili con il radiocarbonio, perché il

legante del pigmento è organico, sono state collocate a 23000 anni fa circa, quindi ancora in una

fase contemporanea all’arte franco-cantabrica.

Il motivo delle mani negative è diffuso invece in tutto il mondo e in alcuni casi la datazione della

calcite ha permesso di capire che alcune di queste risalgono alla fine del Pleistocene.

Nessuna regione al mondo ha una tale concentrazione di arte parietale come l’area franco-

cantabrica, che comprende la Borgogna, i Pirenei e la Cantabria. La maggior parte delle caverne è

rimasta sigillata da materiale litico, quindi l’accumulo dei detriti con la fine del Pleistocene ha

permesso la conservazione delle pitture all’interno: le condizioni di temperatura e umidità sono

rimasti stabili. Nell’Europa centro-occidentale, dove il clima è continentale, le superfici rocciose

delle caverne sono andati incontro a fenomeni crioclastici (si sono ghiacciate) e si sono esfoliate,

rimanendo aperte.

Nel sud degli Urali ci sono alcune grotte che hanno restituito arte parietale, con figure di mammut,

ma sono un eccezione che tuttavia dimostra la presenza dell’arte stessa in quella zona poco ricca di

pitture.

L’arte paleolitica comprende: l’arte mobiliare, diffusa in tutta Europa, con piccoli oggetti

trasportabili come ornamenti, figure ritagliate dall’osso o dal corno, armi e strumenti decorati con

figure a rilievo, placchette litiche o di osso incise e figure a tutto tondo di animali o uomini in vari

materiali; l’arte parietale, la vera arte delle caverne lungo le pareti o i soffitti.

La maggior parte delle pitture e delle incisioni si trovano in luoghi non illuminati dalla luce del sole,

anche a centinaia di metri di distanza dall’ingresso: per esplorare le caverne i mezzi di

illuminazione erano necessari e per questo molti pezzi di carbone di pino sono stati trovati fuori

dalle grotte come scarto di torce; spesso le tracce carboniose si trovano sulle pareti, perché le torce

erano sbattute per ravvivare il fuoco. Altri strumenti erano le lucerne, placchette di pietra concave e

modellate, riempite di grasso animale con uno stoppino. Spesso la luce instabile e poco chiara

creava effetti tali da spingere gli uomini a dipingere su determinate superfici.

Altri strumenti servivano per praticare tale primitiva speleologia: in mancanza dell’arte tessile, le

corde erano comunque utilizzate e fabbricate con l’intreccio di materiali vegetali, ed erano

strumenti essenziali. Molte difficoltà speleologiche sono state superate abilmente da questi uomini,

che percorrevano cunicoli molto stretti anche strisciando pancia a terra.

Il superamento di questi ostacoli con abilità fuori dal comune implica necessariamente che le

motivazioni che hanno spinto alla creazione delle opere non sono estetiche, rientrando piuttosto

nella sfera magico-religiosa.

Le incisioni erano realizzate con un bulino di selce, con una punta molto robusta che poteva lasciare

un solco continuo sulle superfici, spesso non difficili da incidere per lo strato di argilla o di calcite

che si poteva creare. L’incisione è paragonabile al disegno, mentre le pitture, conosciute solo

nell’arte parietale, utilizzano alcuni colori naturali di origine minerale realizzati con varie ricette,

con ematite, limonite, biossido di manganese, carbone di legna (per il nero); i colori come il blu o il

verde sono totalmente assenti.

Le ricette utilizzavano un legante, grasso animale, forse tuorlo d’uovo, per fissare i colori. La ricetta

detta F, con feldspato i potassio, è la più frequente, mentre nella B è presente anche la biotite; la

ricetta T utilizza il talco. Sembra che le tre ricette abbiano anche un calco cronologico.

In molti casi i colori erano dati con le dita, perché spesso le impronte digitali sono visibili. Le

pitture a campitura piena potevano essere applicate con la soffiatura, quindi con tubicini d’osso con

dentro il colore, con il colore sputato in seguito alla masticazione, oppure con tamponi di pelliccia.

La maggior parte delle pitture sono monocrome, mentre le figure bicrome accostano generalmente il

rosso e il nero. Le policrome, presenti nel IV stile, utilizzano tre colori, sfumati nelle vasi più

evolute. Talvolta le pitture erano anticipate dall’incisione per determinare i contorni.

L’arte mobiliare non ha problemi di datazione archeologica, perché gli strati archeologici creano un

contesto associativo facilmente determinabile, a meno che gli oggetti non siano scoperte casuali

fuori contesto.

Per l’arte parietale i problemi sono complessi: da notare come prima cosa è lo stile, che determina

un primo metodo di classificazione; ma ci sono metodi anche archeologici, ad esempio per la

copertura di sedimentazione che crea una stratificazione archeologica sopra il colore. Un altro

metodo è l’uso del radiocarbonio, con casi particolari di presenza di materiale organico non nella

pittura, ma sul suolo e sullo strato archeologico della grotta: il paleo-suolo può possedere evidenze

di carbone e presentare segni del colore utilizzato e quindi può essere analizzato come lo strato

archeologico della stessa fase in cui è stata dipinta una parete.

Il metodo stilistico tende oggi ad essere svalutato, anche se è stato spesso il più utile: il concetto di

stile è fondamentale nello studio della storia dell’arte e, seppur non traducibile immediatamente in

cronologia assoluta, esprime concezioni formali proprie di tutta una scuola, una regione e un

periodo ben preciso. 01/04/14

Lo stile IV, definito stile classico, è stato collocato nel magdaleniano medio e superiore; lo stile III,

con le datazioni dirette è stato spostato di 5000-6000 anni, quindi lo stile II viene occupato da

quello seguente rispetto alle idee di Leroi-Gourhan: lo stile II, se esiste anteriore allo stile III,

verrebbe a coincidere con lo stile I, e questa parte rimane ancora non chiara per la zona franco-

cantabrica.

All’inizio dell’aurignaziano si trovano certamente le manifestazioni artistiche più antiche, in

Germania sud occidentale, in provincia di Verona, nella grotta di Chovet (fuori dall’area franco-

cantabrica) e in Francia sud occidentale.

In Germania sud occidentale si trova arte mobiliare, scoperta in alcune caverne nella valle

Wurttemberg, in contesti ben datati: Leroi-Gourhan non aveva dato molta attenzione a questi

ritrovamenti; il deposito della caverna di Vogelherd era stato scavato nel 1931 e tra i numerosi strati

trovati gli strati IV e V hanno svelato esempi di arte aurignaziana, una dozzina di figurine (per la

maggior parte animali) tutte in avorio. Un cavallo, alcuni mammut, un leone sono oggetti che

potevano avere valenza ornamentale, alcuni portano segni sulla superficie che non sono

interpretabili.

In un’altra caverna di questa regione, a Hohlenstein Stadel, sono stati trovati vari frammenti di

avorio, poi ricostruiti in una statuetta di 28 cm, con il volto di un felino e le zampe di animale ma il

corpo di un uomo: una figura ibrida dello strato aurignaciano.

Da un’altra grotta proviene, sempre tra vari livelli (mesolitico, magdaleniano, gravettiano e

aurignaciano), una placchetta in avorio della fase aurignaciana più recente (32000 anni BP) con una

figura umana su una faccia, tacche lineari sull’altra. Le braccia alzate e le gambe divaricate

indicano senza dubbio una figura umana con grande fallo ma con tratti fisionomici non definiti.

Da un’altra caverna ancora provengono una testa di cavallo, un uccello acquatico e una statuetta

femminile, scoperta recentemente, molto rozza: le braccia si ripiegano sotto i grandi seni, il

triangolo pubico è rimarcato e la testa è come atrofizzata, delineata come le gambe da una semplice

protuberanza, caratteristica diffusa delle veneri neolitiche del gravettiano avanzato.

In Italia il sito dei Monti Lessini è in corso di scavo da molti anni: la Grotta Fumane presenta una

stratigrafia complessa, ma la parte più profonda della grotta non è stata esplorata. Nel livello che

risale all’aurignaciano sono stati trovati vari reperti, con anche un’area coperta di ocra rossa. I

livelli musteriani sottostanti sono in parte già stati scavati. La mancanza di resti umani lascia solo

ipotetica che la specie che frequentò questa caverna fosse anche quella neanderthaliana. Ci sono

fosse di scarico di rifiuti e di focolai nella fase aurignaciana, con oggetti di ornamento come

conchiglie marine (dall’Adriatico) di piccole dimensioni, con un foro per creare collane nella

maggior parte dei casi.

Negli strati soprastanti, archeologicamente sterili, sono state rinvenute placchette di roccia che una

volta ripulite si sono scoperte essere dipinte. I frammenti presentano figure dipinte in ocra rossa, ma

non sono opere mobiliari perché sono parti della superficie rocciosa della parete o della volta che in

seguito a fenomeni crioclastici si sono staccati andando a costruire lo strato. La prova della presenza

di arte parietale è evidente; su un frammento sembra essere rappresentato una sorta di sciamano,

altri riportano figure animali. Il periodo di questi frammenti è riferito alla frequentazione

aurignaciana, ma non si ha la prova che gli autori delle pitture parietali siano gli aurignaciani stetti:

rimane comunque improbabile che siano stati i neanderthaliani.

La grotta Chauvet, scoperta nel 1994 da speleologi, è stata oggetto di scontro giudiziari e solo nel

2001 si sono conclusi gli studi. La regione dell’Ardeche, a nord di Avignone presso il Rodano, è il

luogo dove è stata scoperta questa grotta, scavata proprio dall’acqua lungo un lungo canyon. La

lunghezza della grotta è di 230 metri e la larghezza massima è di 58 metri: una grotta molto grande

e scenografica, per la presenza di stalattiti e stalagmiti in gran quantità. Le numerose sale

ospitavano anche animali in letargo, come gli orsi. Si divide in due parti: la prima parte riporta

figure in ocra rosse, la seconda e posteriore, cioè sul fondo, ha figure tutte in nero, eseguite in

genere con il carbone di legno. Ci sono anche diverse incisioni oltre alle pitture.

La frequentazione è stata molteplice, sia di uomini sia di molti animali: oltre all’orso, come indicato

dalle graffiature sulle pareti, molte altre specie, come indicano le impronte rimaste e i crani. Le

impronte del piede di un individuo non adulto, alto circa 1,30 metri, rivela la presenza di

adolescenti.

L’industria litica rinvenuta è molto scarsa e poco significativa, atipica, cioè mancano pezzi

attribuibili facilmente a un particolare periodo, che comunque testimoniano la presenza dell’uomo.

Ai piedi delle pareti ci sono concentrazioni di carbone, resti delle torce e forse di focolari.

Le figure di animali sono almeno 420, la maggior parte determinabili nella specie. Su una tavola di

pietra è stato ritrovato un cranio di orso, necessariamente collocato da un uomo.

In una delle sale anteriori della grotta ci sono impronte del palmo della mano su una parete, quindi

non in negativo o con la mano intera: il palmo era spalmato di ocra e lasciava l’impronta; le

impronte paiono di una donna e di un bambino. Il palmo della mano di un adulto è invece presente

su un’altra parete. Sempre nella parte anteriore, ma in una sala più profonda, si trova il pannello

della pantera e più avanti ancora segni geometrici rossi, e non mancano mani in negativo.

Nella parte più profonda della grotta, almeno a 180 m di profondità, si trova il pannello dei cavalli e

dei mammut, disegnati in modo primitivo e poco definito. Una figura di orso a 4 m dal suolo indica

che il realizzatore dovette arrampicarsi sulle rocce per creare la sua opera. A poco meno di 200 m

c’è uno degli insiemi più spettacolari della grotta: l’alcova dei leoni, il pannello dei cavalli e il

pannello delle renne sono collocati nel medesimo punto. Tutte le figure sono in nero e sono le più

note di tutta la grotta.

Nell’area franco-cantabrica non esiste uno stile simile a quello di questa grotta, difficilmente

collocabile nella classificazione e unico nel suo genere.

Il pannello dei cavalli ha conosciuto diverse fasi di istoriazione; una rappresentazione sembra

addirittura presentare una scena, elemento mancante nell’arte parietale insieme alla delimitazione

del campo raffigurativo e agli elementi del paesaggio: gli sfondi sono sempre indefiniti e non ci

sono scene, tranne in questo caso in cui sembra esservi una lotta tra due rinoceronti, nonostante

tutto rimanga a livello ipotetico. Il corpo dei rinoceronti è massiccio, le zampe sono corte e gli

zoccoli non sono definiti.

La stratigrafia, o meglio la sequenza delle immagini del pannello, si presenta articolata: graffiature

d’orso, incisioni di figure animali scarsamente riconoscibili solo nella parte alta, figure a tratto nero

su una superficie ripulita e raschiata, nella parte più bassa i due rinoceronti e tre grandi figure di bos

primigenius (l’uro).

Nella galleria dei megaceri si trovano altre figure, come un bisonte e uno stambecco: i megaceri

sono cervi di età pleistocenica, ma soltanto le raffigurazioni paleolitiche ci dicono che aveva la

gobba, riserva di grasso utile per il clima freddo.

La sala del fondo è più bassa e presenta una serie importante di pitture: il pannello dei grandi leoni

si accosta sulla parete sinistra ad altri animali tutti direzionati dalla stessa parte, cioè verso la

galleria dei megaceri. Le graffiature d’orso in questa zona sono moltissime. A destra dei leoni

compaiono molti rinoceronti, di cui si vede solo il corno per la maggior parte. Proseguendo per la

parete un altro grande pannello ripropone le figure animali già osservate, in un affollarsi abbondante

di figure animali diverse.

Lo stile di alcune rappresentazione sembra avvicinarsi al realismo, con un miscuglio di aspetti

primitivi e arcaici, come nel caso delle zampe senza dettagli, e aspetti realistici, come nelle

dettagliate teste dei leoni. L’immagine complessivamente sembra quindi non primitiva.

Il pannello dello stregone mostra parte di un corpo femminile, con vulva riconoscibile, e un bisonte

che non è chiaro se sia metà uomo e metà animale: la zampa del bisonte sembra sovrapporsi a una

delle gambe dell’immagine femminile, quindi si è supposto che il bisonte sia uno stregone. Tuttavia

l’associazione donna stregone è comune nell’arte parietale, perché il bisonte, secondo Leroi-

Gourhan, è simbolo della figura femminile, come il cavallo è il simbolo della figura maschile. La

coppia cavallo e bisonte rappresentano il principio maschile e femminile nella tradizione

preistorica, come dimostra la loro predominanza nelle pitture di tutte le grotte.

La figura di bisonte in fondo alla sala presenta la prospettiva frontale nelle corna, quindi rimanda a

uno stile ancora arcaico rispetto alla resa più efficace delle altre figure: nello schema di Leroi-

Gourhan la veduta frontale delle corna è la più arcaica, ma qui il profilo della figura è tutt’altro che

arcaico.

Le molte datazioni radiocarboniche, fatte sia sulle figure sia sui carboni sparsi al suolo, presentano

tre gruppi di date: le date del secondo gruppo sono tutte di carboni, le date del primo gruppo, di età

aurignaciana, sono anche delle pitture, le ultime datazioni sono ancora sia del carbone che delle

pitture. Ma la data 20790, l’ultima della serie, è in contrasto con le altre ottenute. In età

aurignaciana, in età gravettiana e anche successivamente la grotta è stata frequentata per non più di

10000 anni, ma non si sa se le pitture siano tutte aurignaciane o siano anche più recenti.

Il bestiario della grotta presenta percentuali di raffigurazione con al primo posto il leone, seguito dal

mammut e dal rinoceronte; rinoceronte e leone nell’area franco-cantabrica sono in percentuale

bassissima, mentre domina il cavallo, qui solo al quarto posto. Nell’area franco-cantabrica infatti

domina per il 50% la coppia bisonte-cavallo, talvolta sostituiti dai bovidi. Quello che stupisce è che

lo stesso tasso di frequenza c’è per la renna, mentre il cervo, animale molto frequente in area

franco-cantabrica, qui è quasi assente. 02/04/14

La grotta di Chauvet è stata studiata da un’equipe capeggiata da Jean Clottes, uno studioso molto

importante nel campo. Gli studi della grotta hanno avuto un impatto mediatico enorme. Inizialmente

gli studiosi dissentivano dall’attribuzione alla fase aurignaciana, opinione comunque più diffusa e

difficile da smentire: una delle obiezioni più grande è stata portata avanti da Bahn, ricercatore e

divulgatore di successo, che ha espresso con maggiore vigore le critiche alla versione ufficiale.

La grotta può essere analizzata nel quadro archeologico generale, del Paleolitico superiore in

Francia, dove ci sono moltissimi siti di questo periodo, documentati in modo dettagliato: in questo

ambito Chauvet si inserisce molto male; come afferma Bahn, a Chauvet dovrebbe compiersi poco

tempo tutta l’evoluzione dell’arte dagli aspetti più arretrati a quelli più innovativi, un’evoluzione

che altrove si realizza in 20000 anni, quindi questo incrementa i dubbi a riguardo.

Uno studio ha dimostrato che l’ingresso è stato ostruito da 20000 BF, quindi le pitture sono

collocate nella fase precedente: ammesso che questo sia vero, il problema è che non si è certi che

l’entrata considerata fosse quella originaria, dato che tutte le parti non sono ancora state studiate a

fondo. Questo dubbio è confermato dallo studio sulle impronte: i segni lasciati da alcuni animali

come uno stambecco sono collocate solo verso il fondo, dove il buio non permette di vedere nulla,

quindi era improbabile che tali animali potessero arrivare così tanto in fondo con tale facilità; sono

in corso ricerche per trovare altre entrate, anche perché la maggiore concentrazione di carboni è

proprio collocata in fondo, lontano dall’entrata e in un luogo poco ventilato, quindi poco ricco

dell’ossigeno necessario per il fuoco. Anche le impronte di bambino, infine, si collocano sul fondo.

L’aurignaciano in Francia si è diffuso lungo due direttrici: lungo le coste mediterranee e lungo un

asse più settentrionale. In mezzo la valle del medio Rodano e l’Ardeche non ha lasciato indizi di

questa fase: la presenza di una grotta isolata in quest’area e così ricca lascerebbe pensare alla

presenza di una grande quantità di siti di abitato. La caverna avrebbe dovuto essere al centro di una

fitta rete di siti.

Inoltre la versione ufficiale della grotta, considerata totalmente aurignaciana, ha demolito la teoria

di Leroi-Gourhan, che tuttavia aveva stabilito il parallelismo di evoluzione stilistica tra arte

parietale e arte mobiliare: questa base era difficilmente contestabile dal punto di vista metodologico,

soprattutto osservando le relazioni con l’arte mobiliare. La base documentaria della teoria di Leroi-

Gourhan era dimostrata da molti riscontri.

Nella grotta è evidente la presenza di fasi stilistiche, con l’evoluzione verso le figure nere sempre

più naturalistiche e con tecnica di esecuzione più accurata, realizzata con lo sfumato: le varie fasi di

istoriazione sono un evidenza che confuta l’arco cronologico ristretto. Inoltre la grotta è stata

frequentata anche dagli orsi, la cui presenza datata con il radiocarbonio è stata dimostrata essere

molto lunga, e inoltre alcune pitture presentano le graffiature, altre sembrano essere state

risparmiate.

L’industria litica è poca, ma anche qui non è chiaro se sia aurignaciana: il giudizio va sospeso per

mancanza di dati, ma certo la presenza di oggetti non precisamene aurignaciani, altri decisamente

non aurignaciani, è un punto a sfavore per la teoria di un’unica fase cronologica.

Il mammut con il ventre a ferro di cavallo è esempio di una fase stilistica gravettiana, mentre la

renna non compare mai, solitamente, prima del magdaleniano. I megaceri, riconosciuti in tante

grotte, appartengono però a una fase di tardo gravettiano.

Insomma, le troppe eccezioni smentiscono la teoria aurignaciana. Le date radiocarboniche inoltre

sono sembrate molto imprecise: la data radiocarbonica deve essere considerata in stretta relazione

con l’oggetto da cui si è preso il campione da analizzare, perché questo può essersi facilmente

contaminato. Le possibilità di contaminazione del carbone di legna sono alte, perché la superficie

rocciosa, in fase di decalcificazione per l’azione dei batteri, contiene carbonati fossili che

invecchiano il carbone di legna che si crede di analizzare. Quindi la contaminazione dei carboni

impedisce una corretta datazione.

È addirittura probabile che nella caverna non ci sia nulla di aurignaciano, ma molti studiosi pensano

che si parta dal gravettiano.

L’unico argomento favorevole alla teoria aurignaciana è la presenza dei felini, che solo in questa

fase avevano una grande importanza, come dimostrano anche le figure di uomo con testa di felino.

Ma anche questo è un caso unico, perché la presenza dei felini rimane limitata a questa grotta.

La grotta Cosquer è un’altra scoperta sensazionale: si trova a una decina di chilometri a sudest di

Marsiglia e ha un’entrata principale a 37 m sotto il livello del mare. All’epoca della glaciazione

wurmiana il livello del mare era molto più basso e l’attuale zoccolo continentale era in superficie,

creando di fronte una zona pianeggiante.

La grande sala in fondo al corridoio è collocata in parte sopra il livello del mare, insieme al grande

camino che sale verso l’alto. Soltanto dopo qualche anno lo scopritore, nel 1991, si accorse che

sulla parete emersa c’erano pitture parietali.

Lo studioso Jean Courten, esperto di pitture parietali, si occupò dell’analisi della grotta

immergendosi con lo scopritore, ma la direzione fu affidata a Jean Clottes. Furono trovati dipinti di

cavali, bisonti, pinguini, ma anche focolari. Il livello dell’acqua talvolta copre in parte le pitture, le

quali sono anche in alcuni casi sovrapposte tra di loro. Il radiocarbonio data i dipinti al 18800 circa.

Per primi sono stati eseguiti tracciati digitali, poi dipinti in nero e infine un’incisione di stambecco

su una delle pareti e sono più le incisioni che le pitture. Ma la grande rivelazione è una certa

percentuale di animali marini: pinguini, foche incise, alcune che sembrano trafitte da dardi, figure

nere interpretate come meduse.

Il bestiario presenta una percentuale alta di cavalli, seguiti dagli stambecchi; gli animali marini, tutti

assieme, rappresentano il 17% e sono al terzo posto. Vengono poi altre figure come il bisonte, il

cervo, l’uro, un felino e alcuni megaceri. La coppia dominante è in questo caso cavallo-stambecco.

Ci sono anche figure di uomini schematici che sembrano trafitti da dardi.

Lo stile delle figure animali è molto particolare e non assimilabile all’arte franco-cantabrica: il

corpo è abbastanza naturalistico, gli zoccoli sono arcaici. Le impronte di mano sono molte, alcune

intere, altre mutilate.

Questa grotta ha avuto il maggior numero i datazioni in radiocarbonio, che si estendono nel

gravettiano, nel solutreano e nel magdaleniano. Tuttavia due figure di bisonti, assolutamente

identiche, hanno però avuto datazioni diverse e distanti: anche qui ci si domanda se non ci sia il

rischio di trattazioni non adeguate del carbone.

Le mani negative e positive sono presenti in tutto il mondo, ma in questo caso risalgono ovviamente

all’età paleolitica e sono più difficili da studiare: nella grotta di Gargas ne sono state contate

addirittura 254, la maggior parte conservate in maniera sufficiente per studiarle accuratamente; il

problema è che molte non appaiono complete, mancano falangi o intere dita, e non è un caso

limitato a questa grotta. Alcuni hanno avanzato ipotesi di mutilazione rituale, altri del congelamento

e dell’amputazione. Forse l’unica interpretazione di questo fenomeno che sia attendibile è che siano

state fatte con le dita ripiegate, come una sorta di linguaggio gestuale: Leroi-Gourhan porta a

confronto le culture di alcune popolazioni di cacciatori, che comunicano durante la caccia con

gestualità delle mani. Questa ipotesi è confortata dal fatto che a seconda delle grotte c’è una

predominanza di alcun gesti rispetto ad altri. In questa grotta ad esempio il mignolo è il dito più

ripiegato.

L’immagine forse più nota di venere paleolitica è stata trovata a Laussel: rappresenta una donna con

determinate caratteristiche stilistiche, cioè il volto aniconico e una semplice resa canonica dei

capelli; il corno di bisonte (simbolo femminile) è stretto dalla mano destra; le parti legate alla

riproduzione e alla fecondità sono ipertrofiche. L’oggetto è di età gravettiana, sulla base delle

datazioni stratigrafiche.

Lo schema compositivo delle statuette femminili gravettiane sembra essere iscrivibile in una sorta

di losanga, con la diagonale minore del rombo che è riempita dalle parti ipertrofizzate del ventre.

L’atrofizzazione talvolta è tale che le braccia scompaiono.

Le grotte dei Balzi Rossi presentano, nel livello del paleolitico superiore, una grande quantità di

statuette in osso, corno o pietra. 07/04/14

(dispense su archeoserver)

Lascaux, scoperta nel 1940, è una delle più importanti grotte paleolitiche, la seconda cappella

sistina della preistoria dopo Altamira. Nel giro di poco più di un secolo le grotte più importanti sono

state portate alla luce.

La Vézère è un fiume attorno al quale i ritrovamenti paleolitici sono numerosissimi e la zona è una

delle più ricche di arte di questa fase. La grotta di Lascaux è stata scoperta in questa zona per puro

caso, a guerra già iniziata: un giovane diciassettenne cercava un passaggio segreto per un castello

nelle vicinanze, attraverso una fenditura di cui girava voce. Il giovane con un gruppo di amici è

sceso scivolando nella grotta ritrovandosi nella sala dei Tori. Nei giorni successivi hanno esplorato

la grotta intera con l’aiuto delle corde e delle torce: la grotta non è molto estesa come altre cavità,

quindi hanno potuto osservarla quasi tutta.

La notizia giunge al loro maestro, che comprende l’importanza della cosa e telefona all’abate

Breuil, che si era allontanato da Parigi, occupata dai Tedeschi, per soggiornare nelle vicinanze: dopo

pochi giorni l’abate è sul posto per esaminare le pitture. Perony, sovrintendente di archeologia in

quell’area e suo amico, contribuì a datare la grotta alla fase gravettiana. Un buon disegnatore fece

rilievi e un fotografo scappato dai Tedeschi si occupò della riproduzione delle immagini, quindi

l’abate Breuil poté avere molte informazioni da inviare all’Accademia.

Il governo Vichy inserì presto Lascaux nei monumenti storici, permettendo di poter lavorare anche

in una proprietà privata.

L’abate Breuil dovette lasciare la Francia per tutto il periodo della guerra e il gruppo della scoperta

si disciolse in seguito a varie vicende, quindi sebbene si fosse diffusa la notizia e molti avessero

visitato il luogo, gli studi ripresero solo nel 1945.

Per sfruttare turisticamente la grotta furono fatti dei lavori, con porte d’ingresso, un percorso e

l’illuminazione e il numero di visitatori fu elevato: l’afflusso di persone in una grotta non

particolarmente grande creava una condensa che scioglieva il colore, quindi in seguito la grotta è

stata chiusa e sottoposta a lavori per un impianto di climatizzazione. I lavori hanno richiesto lo

scasso del suolo originario della caverna e quindi una grande perdita di informazioni: solo il lavoro

preventivo dei rilievi e la resa grafica delle pitture per volere di Breuil favorì la salvaguardia dei

documenti. L’abate Glory seguì con Breuil gli scavi e recuperò il materiale archeologico ritrovato,

prelevò campioni per varie analisi e quindi riuscì a salvare parte delle informazioni. La sua morte

negli anni ’60 interruppe i lavori e i suoi documenti furono per un certo periodo ignorati, per essere

recuperati solo da Balù. Nel 1977 i lavori sono stati pubblicati.

Quando sono ripresi i lavori, si notò la presenza di macchie verdi sulle pitture, che rischiavano di

andare perse: dal 1983 la grotta è stata chiusa e sono stati iniziati lavori di restauro e conservazione.

La grotta è stata riprodotta accuratamente a fianco nella sua parte iniziale.

Dalla scoperta sono stati realizzati molti volumi per diffondere le fotografie e le immagini della

grotta, realizzate per la maggior parte in bianco e nero, fino alla pubblicazione del 1977, volume

importante di riferimento fino ai nuovi studi di Aujoulat.

La pianta orientata nord-sud mostra un ingresso originario a nord, che porta con 16 m in discesa alla

sala dei Tori, che ha una forma ovale ed è la prima zona importante con le pitture, lunga 17 m e

larga 8 m, piuttosto alta. Il diverticolo assiale che si apre appunto in asse con la sala dei Tori è un

budello stretto e progressivamente più basso lungo 19 m circa: all’ingresso presenta moltissime

pitture, mentre in fondo svolta in una strettoia senza incisioni. Ma la grotta vera e propria continua

in un corridoio verso sud, lungo 15 m e piuttosto basso (2,40 m massimo), con alcune incisioni. La

biforcazione in fondo presenta un ambiente detto abside, con pitture e incisioni, abbastanza alto

almeno all’inizio ma più basso in avanti fino a un pozzo, a cui si accede con corde; dall’altro lato

c’è una navata di 20 m, ricca di incisioni e pitture, con in fondo un budello o restringimento lungo

ben 40 m, seguito dal diverticolo dei felini, incisi in uno spazio ancora più stretto e di percorrenza

difficile, anche per la presenza di un pozzo. Tutta la parte a ovest, oltre l’abside in salita, è priva di

arte parietale.

Le figure nella rotonda dei Tori sono tutte nella parte superiore, perché le pareti circostanti sono

divise in due: una sporgenza sottostante è sovrastata da una parte di calcite, quindi tutte le pitture

sono state necessariamente realizzate sopra la cornice orizzontale.

L’iconografia è dominata dall’uro, o bos primigenius, di diversa lunghezza a seconda delle

rappresentazioni, alcune lunghe 5 m e mezzo. La prima figura che si osserva è però una testa di

cavallo rivolta verso l’entrata. Il così detto liocorno, con due corna diritte poco verosimili e

classificato come un mostro mitico, precede un fregio di cavalli neri a campitura nera. Sopra un

cavallo di dimensioni maggiori è policromo e ha il colore nero per il profilo, l’ocra rossa per il

corpo. In seguito un grande toro è rivolto verso il diverticolo assiale, di fronte a un toro rivolto

invece all’entrata. All’ingresso del diverticolo vi sono due grandi tori e tracce mal conservate di un

sesto toro (in tutta la sala due tori sono quasi scomparsi).

Le corna, dal punto di vista stilistico, non sono più in veduta frontale, ma c’è un tentativo di

prospettiva che tuttavia non ci dà ancora una precisa idea prospettica, assumendo il nome di corna

ritorte.

Tra i due tori più grandi, il secondo e il terzo, ci sono quattro figure di cervi con grandi palchi,

alcuni monocromi, uno bicromo, ma solo alcune figure sono ben conservate; inoltre nello stesso

punto, sopra i cervi, c’è un grande cavallo policromo.

Le figure di bos rosse, tra le figure dei tori, sono esemplari femmine, quindi vacche.

Comunque si notano molte sovrapposizioni di cui si deve studiare la sequenza corretta, argomento

discusso dagli studioso e testato sulla base della riproduzione sperimentale: l’abate Glory ha

identificato la giusta sequenza, tranne un particolare, perché egli diceva che prima c’erano i cavalli,

poi i tori e i cervi e infine le vacche rosse, mentre in realtà le vacche rosse sono state create subito

dopo i tori. In base a studi recenti in tutta la caverna la sequenza è questa e ha un particolare

significato. Tuttavia non è stato facile creare una sequenza con sicurezza perché la sovrapposizione

del nero con gli altri colori inganna facilmente la vista, restando predominante anche se coperto da

altri colori.

È importante notare la presenza di segni attorno e vicino ad alcune figure, ma rimangono di difficile

interpretazione.

Le figure hanno corpi massicci e zampe corte, secondo uno stile tipico della fase III.

Il diverticolo assiale ha una sezione a buco di serratura, con una parte alta arrotondata, ed è la parte

più istoriata, su entrambe le pareti e sulla volta. Per quanto riguarda la parete a destra, si inizia con

una grande figura di cervo che bramisce e una serie di segni, come rettangoli e penniformi; i cavalli

che seguono, soprannominati cavallini cinesi per la forma particolare, si rivolgono verso l’ingresso;

tra di loro vi è una grande vacca rossa. In seguito si ripropongono gli stessi elementi, come cavallini

al trotto, sempre diretti verso l’entrata, o la vacca detta che cade. In fondo ci sono due stambecchi

che si fronteggiano, uno in contorno nero, uno in ocra gialla. Sul soffitto c’è il resto di un grande

toro simile a quelli della sala dei Tori.

Sul pannello di fronte c’è una grande sovrapposizione di immagini: si intravvedono corna ma la

figura è coperta da un torno, che contiene una vacca rossa. Il cavallo al galoppo, con corpo

massiccio, gambe corte e collo grande e testa piccola, è una tipica figura stilizzata di stile III, ma in

più presenta un grande dinamismo, perché le zampe sono divaricate.

Sul fondo del diverticolo ci sono figure di cavalli con in mezzo linee nere non definite, che sono

state interpretate come un albero, ma senza tenere in conto che nell’arte parietale di questo periodo

gli ambienti non sono mai presenti.

Nella navata abbiamo da un lato il fregio dei cervi, soprannominati cervi che nuotano perché

sembrano emergere dall’acqua, dall’altro c’è una grande figura di bos con anche segni

quadrangolari policromi chiamati blasoni, come se fossero emblemi araldici. Nella parte più lontana

dall’ingresso c’è una coppia di bisonti contrapposti, che sembrano fuggire in direzione opposta o

sembrano prepararsi allo scontro, a seconda delle interpretazioni.

Nell’abside c’è un gradino, che poi porta nei pressi del pozzo: una sala di forma irregolare c’è la

scena del pozzo: è detta scena perché qui singolarmente sembra poter mostrare un bisonte che

carica un uomo; il bisonte sembra ferito perché dal ventre pare uscire qualcosa, mentre l’uomo ha la

testa ornitomorfa e una strana posizione, il fallo eretto e le dita aperte. Un oggetto sembra essere un

propulsore per la caccia. La figura di uccello invece è ancora più difficile da associare al contesto,

come gli stendardi. In generale tutta l’interpretazione rimane incerta.

La sequenza delle istoriazioni è cavalli, bovidi e cervi: i cavalli hanno sempre il pelame molto folto,

quindi sono rappresentati in una stagione dell’anno che è per questo animale la stagione degli amori

di fine inverno; il bos primigenius è in abito estivo, perché le vacche rosse, varietà diffusa, hanno

perso il pelo, mentre i maschi hanno il pelame di intensità differente, a rappresentare la stagione

estiva, quella dell’accoppiamento per questa specie; i cervi sono presentati con il massimo sviluppo

delle corna, a settembre-ottobre, cioè la stagione dell’amore, in cui si radunano, dopo aver vissuto

in solitudine, per combattere con le corna al massimo delle potenzialità. Da questi elementi sembra

che a Lascaux sia raffigurato il ciclo del rinnovarsi della vita nel corso dell’anno.

Nella navata ci sono anche figure incise e campite con il colore, generalmente il nero.

Al di sopra del pietrisco causato da crolli c’è in alcune parti della caverna uno strato, cioè un livello

archeologico di frequentazione, che ha restituito importanti informazioni: il pietrisco che ha

costituito gli strati superiori ha anche ostruito l’ingresso prima della scoperta. Il livello archeologico

è comunque solo uno: l’industria litica ritrovata risale al Magdaleniano antico, sebbene non ci siano

molti elementi caratteristici a confermarlo; l’industria su ossa è abbastanza rilevante, con la

presenza di zagaglie e un ago in osso, che non compare prima del solutreano nella documentazione

archeologica.

Le analisi polliniche e dei carboni dicono che lo strato si è formato in una fase interstadiale, quindi

non in un picco di glaciazione ma in una fase di clima temperato, detta appunto fase di Lascaux.

Sono state raccolte lucerne di pietra calcarea grossolana con incavo per il grasso e lo stoppino, ma

c’è anche una lucerna in pietra rosa perfettamente conservata e con segni incisi.

Le date radiocarboniche, comparse nel secondo dopoguerra, avevano ancora errori standard

piuttosto elevate: 15000 circa BP con però un errore di 900 anni, una data poco precisa ma che

cominciava a dare un’idea attendibile. La data successiva è 17590 con un errore di circa 140.

08/04/14

A Lascaux non si possono fare datazioni dirette sulle figure, perché il nero non è mai carbone di

legna, ma biossido di manganese, quindi minerale e non organico. Si possono però datare i carboni

raccolti nell’unico livello archeologico intercettato dall’abate Glory, che non si è limitato a

disegnare le sezioni ma ha anche raccolto campioni: vi erano zagaglie, frammenti di osso e carbone.

Le datazioni nel 1951 erano ancora pionieristiche e la prima data suscitò l’opposizione di Breuil,

dato che si scendeva verso il magdaleniano, contro alle sue ipotesi più antiche: la prima data è

17516 BP, ma l’errore o deviazione standard è molto alta, attorno ai 900 anni, per avere una

percentuale di probabilità abbastanza alta.

L’ultima datazione è stata fatta sul materiale organico proveniente da una zagaglia, quindi da un

frammento di corno, ottenendo date al limite tra il solutreano e il magdaleniano antico. Nel 1965

Leroi-Gourhan aveva datato Lascaux al solutreano avanzato su base stilistica, avendo osservato

forme animali simili a quelle di Lascaux in alcuni bassorilievi di quella fase. Un altro bassorilievo

con un bisonte che sembra caricare un uomo sembra rimandare al dipinto nel pozzo di Lascaux, ma

è solo uno dei due casi di parallelismo stilistico, insieme ad un bassorilievo con due stambecchi di

fronte. La coincidenza stilistica e tematica è evidente ma limitata.

In ogni caso la collocazione nel solutreano o nel magdaleniano non sono totalmente errate, data la

brevità di entrambe le fase rispetto a quelle precedenti: entrambe le ipotesi sembrano attendibili. Il

discorso cronologico può essere portato avanti dall’analisi di molti altri campioni di carbone e

manufatti in osso non ancora analizzati; l’analisi di più campioni garantirebbe una datazione media

più affidabile.

Nella galleria, nella navata e nell’abside ci sono moltissime incisioni, spesso aggrovigliate e

sovrapposte, alcune riempite di colore. Le caratteristiche stilistiche ricalcano quelle della pittura,

con animali bassi e dal corpo prominente. Una figura di cervo con le zampe ripiegate, seppur sembri

appartenere ad una scena più realistica, mantiene ancora le caratteristiche lontane dalla

verisimiglianza delle altre figure, con la testa piccola e le zampe corte.

Solo in alcune parti della grotta, per le infiltrazioni d’acqua, i colori si sono conservati, quindi non

sempre possiamo sapere se le incisioni fossero anche campite.

I segni tra le figure sono di diversi tipi, da quelli penniformi a quelli somiglianti ad armi: questi

sembrano avere una valenza maschile. I segni pieni secondo Leroi-Gourhan, che si è occupato dello

studio dei segni, sono tipicamente femminili. Altri segni minori e puntiformi sono invece soltanto

elementi indicatori di punti della caverna.

Nell’arte paleolitica le figure umane sono in percentuale molto basse, calcolata secondo alcune

statistiche attorno al 4%, nell’arte parietale, più frequenti invece nell’arte mobiliare. Tra Spagna,

Francia e Italia in tutte le caverne le figure sono state studiate in modo attendibile, ma le scoperte

sono più limitate rispetto alla grandissima estensione e diffusione dell’arte mobiliare in molti siti

paleolitici. Non c’è una statistica sull’arte mobiliare nei vari paesi, che comprendono anche

l’Europa orientale e non solo quella occidentale.

Il gravettiano medio tardo presenta le così dette veneri paleolitiche. Il concetto di quadratura di

Leroi-Gourhan si basa sull’inscrizione della figura in un rombo, con i due diametri a segnare la

massima altezza e la massima larghezza delle figurine di pietra. Il punto medio dell’altezza di un

individuo nella struttura classica si colloca nei pressi del pube, mentre qui si colloca al centro del

ventre, variando la realtà anatomica. La parte centrale può essere racchiusa in un cerchio, nel quale

sono concentrati tutti gli elementi della fecondità, attorno ai quali si costituiscono in modo sempre

più atrofizzato i restanti elementi del corpo, come le spalle, la testa, le braccia e le gambe. Un

preciso schema, variamente modificato a seconda delle zone di produzione, governa la creazione

delle statuine: la testa può avere forma appuntita o ovale, essere strettamente confusa con il collo o

staccarsene. Le maggiori differenze si trovano tra l’ovest e l’est, mentre in alcune parti dell’Europa

centrale si trovano elementi condivisi.

Le natiche di molte statue sono estremamente ingrossate, secondo il principio della steatopigia, ma

in altre statue si presenta un accumulo di grasso sulle anche, detto latopigia. Nel contesto orientale

le braccia, se non mancano, scendono lungo il corpo, mentre ad occidente si appoggiano sui seni. Le

statue della Siberia sono differenti, perché hanno indicati spesso i capelli e l’abito e non mostrano la

costruzione a losanga e l’ipertrofia esagerata.

La distinzione tra est e ovest si inserisce anche nel problema dell’interpretazione: alcuni studiosi

interpretavano le statue come arte fine a se stessa, a rappresentare un particolare ideale di bellezza,

ma queste idee sono state superate anche dalle idee di Leroi-Gourhan; una spiegazione può invece

legarsi all’elemento rituale e magico e la statua può essere vista come un idolo o un amuleto che

rimanda alla fecondità.

Molte di queste statuette sono state trovate in contesti archeologici che ancora conosciamo: in

alcuni siti in Francia, come a Lussac, le statuette sono state trovate in una zona periferica

dell’abitato, insieme ad ossa, come le braccia anteriori di un bisonte, animale simbolo della

femminilità. Nell’Europa orientale, abitazioni ben conservate formano una zona d’abitato

facilmente ricostruibili, sia nella forma delle capanne (con strutture di zanne di mammut per reggere

la struttura ricoperta di pelli) sia nella disposizione dei focolari: nello spazio tra i focolari e il

margine della struttura dell’abitato sono stati trovati pozzetti e piccole fosse con ocra rossa, ossa

animali e statuette spezzate, insieme a placchette con incisioni di vulve e statuette di animali; si

pensa che le statuette venissero fabbricate, usate durante cerimonie, spezzate e seppellite secondo

un preciso schema rituale.

Nell’arte parietale ci sono immagini femminili, rare però nel periodo gravettiano. Alcune di profilo

mostrano ancora le stesse forme delle statuette, con la testa piccola e ovale attaccata al collo esile, le

braccia quasi atrofizzate, un grande sviluppo del ventre e i seni pendenti: queste appartengono al

gravettiano. Nei periodi successive le figure si fanno sempre più stilizzate e si avvicinano ai segni

claviformi identificati da Leroi-Gourhan tra i numerosi segni tipici delle caverne.

Si trovano però alcune eccezioni: dalla grotta del Papa, nella regione dei Pirenei in Francia,

provengono alcune statuette del genere della venere obesa, spezzate insieme ad altri frammenti

senza le caratteristiche consuete e di dimensioni molto piccole. La tete a la capuche è un esempio di

un frammento di statua con volto ben delineato, collo lungo, capelli e tratti fisiognomici: questi

ultimi mancano totalmente nelle veneri obese, ma purtroppo non sappiamo se anche il resto del

corpo seguisse un nuovo canone stilistico.

In Italia le veneri paleolitiche sono pochissime, come la venere di Savignano: la testa priva di tratti

è appuntita, a forma triangolare; la statua è stata però trovata in un luogo privo di altri segni

antropici, in una zona pedemontana dell’Emilia dove il Paleolitico superiore è assente. Non

possiamo quindi sapere né il contesto né l’autenticità della statua.

Dalla Moravia proviene una statuetta femminile con il volto con incisioni che potrebbero indicare

gli occhi: le figurine di Dolni Vestonice sono state prodotte con l’argilla e l’osso triturato, quindi

una sorta di uso primitivo dell’argilla, fatto non riscontrato altrove. Diversi frammenti di statuette

animali e umane sono fatte con questo materiale eccezionale. Altrove le statuette sono in pietra,

osso, avorio, corna, etc., mentre in quest’area le statuette di argilla si ricollegano al caso unico della

presenza di forni per la cottura.

In una statuetta da Kostenki, in Russia, le notazioni anatomiche sono più accurate rispetto

all’occidente e la testa è staccata dal corpo. Da Kostienki vengono molte statuette con le stesse

caratteristiche. Una di queste ha dimensioni maggiori alle altre e raggiunge un’altezza cospicua,

fino a 80 cm minimo secondo la ricostruzione dei frammenti. Queste statue appartengono al così

detto gravettiano orientale, che corrisponde al medio-tardo gravettiano occidentale.

Due statuette trovate sepolte contrapposte per la schiena, reciprocamente capovolte, presentano

quindi una disposizione particolare.

Con l’avanzare del tempo i profili di molte incisioni si fanno più stilizzati, come accade anche per le

figure mobiliari. Ma ci sono eccezioni come la rappresentazione di due donne che paiono sdraiate e

sono descritte più accuratamente su una parete mal conservata nel Riparo de La Magdelene, del

magdaleniano medio-recente, fase a cui appartengono altre incisioni realistiche.

Le rappresentazioni maschili sono poche e nell’arte parietale sono rarissime e ridotte a

rappresentazioni di stregoni metà uomo metà animale. Statuette maschili sono poche ma più diffuse,

come una statuetta in avorio in Moravia, a Brno, formata da più parti assemblate con perni, di cui è

rimasto poco: una sorta di bambola primitiva identificata in un corredo e chiaramente maschile per

la rappresentazione conservata del fallo. Nella sepoltura vi erano ossa di mammut e di rinoceronte

lanoso: si pensa che il personaggio fosse uno sciamano, perché il bagaglio di oggetti è tipico della

sua carica. Il defunto ritrovato aveva una forma grave di periostite agli arti: spesso gli sciamani

erano personaggi problematici e la malattia si collegava alle visioni religiose.

Da Dolni Vestonice proviene un testina in avorio fuori contesto, chiaramente maschile e di cui si è

dimostrata l’autenticità: la si è attribuita al gravettiano orientale. I tratti fisiognomici sono ben

delineati e naturalistici.

Una figura maschile è stata interpretata su un blocco di Laussel, che rappresenta un profilo di

cacciatore probabilmente, dotato di cintura. Le tracce di ocra rossa dimostrano la colorazione

scomparsa. Un altro blocco della stessa località mostra una figura maschile identificata dalla

presenza del fallo.

Lo stile IV è il meglio datato, tra 15000 e 11000 anni BP, verso la fine del Paleolitico superiore, in

età tardo glaciale, nel magdaleniano medio e superiore. La caratteristica fondamentale di questo

stile, detto classico, è il naturalismo nella resa delle figure, proporzionate e anatomicamente precise,

con prospettiva corretta e movimento realistico. Leroi-Gourhan lo ha definito figurativismo

analitico ad elementi concatenati, perché il tracciato delle figure è continuo e non presenta cesure:

tutte le parti formano una figura realistica, che sia realizzata a contorno nero o che sia policroma.

Altamira è la località più importante per la scoperta di questo stile: l’artista paleolitico è entrato fino

in fondo a questa grotta, nonostante le basse dimensioni. Vi è una fase più antica e una più recente:

la più antica risale allo stile III.

Il rilievo del soffitto dipinto è un affollarsi di figure animali, alcune più antiche, altre più recenti,

come una serie di segni claviformi di stile IV, interpretati come profili femminili molto stilizzati.

I bisonti di stile IV sono realistici e assumono posizioni diverse, sono incisi oltre che dipinti, forse

per una prima preparazione ma anche per una più precisa resa dei dettagli. La tecnica dello sfumato

è assolutamente innovativa e tipica di questo stile, come già era stato riscontrato a Chauvet. Le

corna sono infine in prospettiva assolutamente corretta.

La cerbiatta in posizione laterale si inserisce tra le molte figure di bisonti, insieme a quello che può

essere interpretato come un cinghiale.

Le maschere, parti della roccia che sembravano evocare l’idea della testa di un animale con pochi

tratti di colore nero, sono definite in alcuni esempi da due occhi e dall’arcata sopraccigliare, dalle

narici e da altri dettagli che sfruttano la forma naturale della parete. 09/04/14

Ad Altamira, sotto uno strato di crollo, c’è uno strato magdaleniano, seguito da un crollo riferibile a

una fase glaciale, da uno strato solutreano, da un crollo ancora e da uno strato musteriano: i livelli

antropici non sono solamente di frequentazione sporadica, ma di lunghi intervalli di frequentazione,

che hanno restituito carboni, ossa, placchette incise. Le date radiocarboniche ottenute sono di 18540

BP per il solutreano, ma la frequentazione può essere avvenuta anche prima. Mentre i complessi

aurignaciani e gravettiani sono presenti in tutta Europa, con il passaggio al solutreano si riscontra

una diffusione differenziata: manca in Europa orientale e in Italia. Il magdaleniano è invece

presente in modo più diffuso, ma manca nella fascia mediterranea e nell’Europa orientale, poiché si

diffonde una corrente di gravettiano detta epigravettiano. Nel campo della preistoria è frequente il

confine culturale che separa l’Italia dal resto d’Europa, quindi l’Italia si trova sempre in condizioni

particolari, come l’epigravettiano.

Il magdaleniano è stato di durata abbastanza breve, con un clima inizialmente secco seguito da una

fase temperata e infine una fase di freddo, come testimoniano i più recenti ritrovamenti

archeologici. Lo stile IV si diffonde all’incirca durante la fase temperata del magdaleniano medio.

Osservando il grande soffitto va considerata la posizione di alcuni bisonti accovacciati, tra le varie

posizioni che assumono in diversi dipinti: uno dei bisonti sembra mostrare i segni del sesso

femminile, mentre un altro è sicuramente femmina, nell’atto della fase prima della riproduzione,

con la testa alta e la coda sollevata. Ancora una volta siamo ricondotti al tema della stagione degli

amori, il tema già di Lascaux.

Le immagini dello stile III in molte parti della grotta si trovano anche nella grotta del cavallo. Lo

stile IV è presente anche nelle incisioni, come una figura di renna nella sala I, in perfetto stile

naturalistico. Altre incisioni presentano una tecnica molto caratteristica, cioè i tratti multipli sia nel

contorno che nella campitura: è uno stile tipico della regione cantabrica soprattutto; è ben evidente

nella rappresentazione di una cerbiatta e nelle teste di capridi.

Studiando le sovrapposizioni nella grotta si può osservare che la fase più antica comprende le figure

rosse e i segni claviformi, ma anche le figure a tratto nero; le incisioni a tratti molteplici si

sovrappongono talvolta alle figure nere, mentre in altri casi le pitture policrome sono posteriori.

Insomma le frasi sono 3: la sequenza è importante perché negli scavi sono state trovate figure di

cerbiatte a tratti multipli su ossa del magdaleniano, datate con il radiocarbonio. La datazione di una

ha dato 14280 BP circa, ma abbiamo altri casi di oggetti d’arte come questi da altre caverne della

regione cantabrica che sono risalenti a 14480, 15400, etc. Ad Altamira le datazioni sono state

dirette, perché sulla base del carbone di legna, e le date ricadono nel magdaleniano antico. Sono

stati datati molti dei segni e anche alcuni bisonti, tutti concentrati in un ristretto ambito cronologico,

nell’ambito del magdaleniano medio. Le datazioni sono comunque state discordanti e Breuil era

arrivato a contemplare 9 fasi di istoriazioni.

Le date radiocarboniche tendono a scartare le datazioni dell’abate e quelle di Beltrami, mentre

rimangono in campo quelle di Leroi-Gourhan e di Paul Bahn.

Altamira è stata la prima scoperta, ma è ancora priva di una pubblicazione critica esaustiva.

Un’altra grotta è esemplificativa dello stile classico: nel dipartimento di La Riege, vicino ai Pirenei,

c’è la Grotta di Niaux, collegata all’esterno da un lungo corridoio creato artificialmente che porta

nella galleria iniziale, mentre l’ingresso originale è molto più stretto e di difficile accesso. La grotta

è di 1300 metri, la galleria 600, e non c’è nulla se non dei segni in prossimità del grande incrocio:

sulla destra si apre poi una sala che termina in una sala più piccola, riccamente istoriata; sull’altro

lato una diramazione presenta pochissime istoriazioni. Ancora sulla destra, la galleria profonda di

270 m presenta vari segni, fino a un punto in cui c’è un secondo incrocio: a sinistra si prosegue

nella galleria del marmo, andando dritto si prosegue verso il fondo. La galleria è collegata con

laghi, anche piuttosto profondi e difficilmente superabili. Nella parte in cui la galleria piega da est

verso ovest oltre il lago della galleria Resoclast ci sono segni di frequentazione: è probabile che ci

fosse un’altra entrata ora mascherata da blocchi e incrostazioni, perché non è possibile che in

epoche passate abbiano attraversato il lago.

La caverna è stata scoperta nel 1906, ma la frequentazione risale anche al Seicento o Settecento, per

la frequentazione delle vicine località termali: gli scopritori del Seicento non erano in grado di

comprendere il significato di queste pitture, quindi solo nel XX secolo la grotta è stata analizzata

scientificamente. Si è osservata la totale assenza di Paleolitico all’ingresso della grotta, mentre sono

presenti resti del Neolitico.

Il Salon Noir presenta una serie di pannelli, anche in alcune nicchie: i primi due pannelli a destra

hanno poche figure, mentre il terzo comincia ad arricchirsi e il quarto è una vera e propria cappella

ricca di figure, ma il quinto e il sesto possiedono il numero più alto di figure. Nel terzo pannello c’è

una delle due figure di cervo, le uniche presenti in tutta la grotta, mentre nel quarto, molto più ricco,

ci sono oltre ai bisonti alcuni segni che sembrano essere frecce. Piccole figure di stambecco si

affiancano a una figura di cavallo, esemplare di uno stile totalmente diverso da Lascaux, con i

dettagli anatomici realistici, il pelame, gli zoccoli, la coda, il tipo di cavallo tipico del Pleistocene,

più piccolo rispetto alle razze attuali.

Tutte le figure del salone sono tracciate a linea di contorno con pennello ed è scarsa la campitura,

mentre la composizione segue un ordine, una disposizione su piani di animali però statici e fuori dal

tempo.

Prima di entrare nel Salon Noir, sul suolo è incisa la figura di un pesce, rarissima nell’arte

paleolitica.

Anche per Niaux la datazione è diretta, sulla base del carbone: 13850, 13060, 12890 sono le date

radiocarboniche che hanno chiarificato le incertezze e le ipotesi degli studiosi.

Il IV stile, molto presente nei Paesi Bassi e nella regione cantabrica, è ricco di segni. Nella grotta di

Rouffignac sono presenti figure di mammut e c’è anche un rinoceronte, ma è altrettanto ricca di

segni. Un bassorilievo di una testa di cavallo a Commarque presenta uno stile IV molto recente, alla

fine dell’arte paleolitica, perché mostra un grande realismo nella resa dei dettagli. Cap Blanc è

invece un’altra località scoperta nel 1909 e ha restituito materiali di IV stile appartenenti al

magdaleniano III, con figure a grandezza naturale o poco meno.

Un altro caso interessante è quello di Le tuc d’audoubert, una grotta molto articolata in cui si entra

con una canoa via fiume, perché il corso d’acqua si insinua nella grotta e la ostruisce per alcune

stagioni: dopo un percorso in salita si arriva con un lungo percorso a una sala in cui vi sono due

bisonti di 62 cm circa modellati in argilla, un argilla presa dal suolo, nel quale sono stati prelevati i

segni di una terza figura che stava per essere preparata.

Nella grotta di Les trois freres lavorò a lungo l’abate Breuil e presenta un palinsesto molto articolato

di figure, tra cui anche personaggi sciamanici vestiti da animali. Una figura di stregone dipinta ma

con la testa ormi cancellata ci rimane solo grazie al rilievo di Breuil. Vi è anche una figura di felino

inciso frontalmente.

Una delle opere più recenti, di stile IV secente, è un toro inciso a Teyjat, perfettamente naturalistico,

con corna simili agli animali della grotta di Chauvet: questo serve a mettere in discussione la

questione dell’origine solo aurignaciana della grotta.

Il periodo dello stile IV, magdaleniano medio e recente, è ricchissimo di arte mobiliare, con oggetti

di vari tipi incisi: sono stati spesso la guida di Leroi-Gourhan per stabilire lo stile IV. Un propulsore

con figura di cavallo in atto di saltare è stato scolpito con un osso, mentre la figura di stambecco

senza testa mostra che probabilmente l’oggetto era composto da due parti create separatamente e

poi assemblate. Le sculture erano realizzate partendo da un palco di corna di renna e non c’era

spesso la possibilità di scolpire anche la testa, creata a parte, come evidente in un frammento di

propulsore da Les trois freres. I propulsori così accuratamente decorati, ma anche i propulsori in

generale, si trovano soltanto nell’area del Periegord, in Francia: questo dipende probabilmente

perché questi oggetti non erano di uso pratico e gli altri propulsori, che venivano realmente

utilizzati, erano fatti in legno.

Molte spatole a sezione rotonda sono decorate accuratamente: lo stile ornamentale compare per la

prima volta proprio nel Paleolitico superiore, dove si notano queste ricche manifestazioni.

Il bestiario dell’arte paleolitica comprende molte specie difficilmente connotabili sessualmente, per

la mancanza di segni distintivi, se non nel caso del cervo, per l’assenza o la mancanza dei palchi.

Quando iniziarono gli studi sull’arte paleolitica gli studiosi conoscevano solo l’arte mobiliare ed

espressero la teoria che si trattasse di arte per l’arte, dato il molto tempo a disposizione dopo la

caccia, essendo l’ambiente molto ricco di fauna e breve il tempo necessario per la caccia. Era una

spiegazione che si inseriva nell’ideologia dell’assenza della religione nel contesto preistorico.

15/04/14

Gli archeologi hanno anche utilizzato l’analogia etnografica per alcuni fenomeni della preistoria: gli

Arunta australiani, studiati da Spencer, si sono dimostrati una popolazione adatta a questo tipo di

studi. Gli etnografi e gli antropologi hanno pensato di considerare queste popolazioni equivalenti

dal punto di vista tecnologico a quelle del paleolitico o mesolitico. Ma mentre la cultura tecnica di

queste popolazioni era semplice, l’organizzazione sociale era estremamente complessa, basata su

clan, totem e riti volti allo sviluppo dei loro animali simbolo (generalmente la loro fonte di cibo,

quindi venerati per propiziarne la riproduzione).

L’interpretazione magica delle pitture nelle caverne si collegherebbe a queste consuetudini rituali: le

cerimonie dovevano assicurare il successo della caccia e la fecondità degli animali. Questa tesi,

presentata per la prima volta nel 1903, fu accolta e approfondita da molti studiosi, tra i quali lo

stesso abate Breuil. La magia propiziatoria della caccia e della riproduzione dà vita così, secondo

quest’ultimo, alle rappresentazioni senza scene vere e proprie e concentrate sugli elementi sessuali

degli animali. A ciò si aggiunge anche la magia della distruzione, per quegli animali ritenuti

pericolosi per l’uomo e le sue prede.

Le figure che si accumulano progressivamente nelle caverne sono frutto di cerimonie individuale:

proprio il fatto che spesso si mostrino intrichi di figure non collegate indicherebbe che il luogo è

stato usato per diverse manifestazioni rituali singole.

Alla luce di questa interpretazione Breuil spiegava anche i segni, penniformi, a freccia, etc., che

rimandano alle armi utilizzate per la caccia. In questo contesto le figure delle mani

rappresenterebbero la simbolica presa di possesso della preda. Anche le punteggiature sono state

identificate in vario modo, come figure di uomini predisposti alla caccia.

Le figure di stregoni e sciamani rafforzerebbero queste idee, ma l’abate Breuil era conscio che gli

animali rappresentati non costituivano le prede predilette dai cacciatori di quel tempo: la renna è

poco rappresentata ma era sicuramente una preda facile e importante, mentre il bos primigenius o

altri animali di grandi dimensioni erano più difficili da cacciare; forse proprio per questo si

introducevano rituali per propiziarne la caccia.

Una svolta nell’interpretazione si ha però nel corso degli anni Trenta per opera del filosofo tedesco

Max Rafael: egli si occupava di estetica e quindi anche di storia dell’arte. Nel 1935, essendo ebreo,

fuggì in Francia e poté studiare le caverne. Pur nella mancanza di elementi di paesaggio e di oggetti

naturali nei dipinti, egli credette che si dovessero studiare di nuovo le figure mettendole in relazione

tra loro: formando gruppi e considerando tutto l’insieme si può comprendere il vero significato delle

figure. Le figure possono essere le prede dei cacciatori, l’espressione di caratteri religiosi oppure il

simbolo di gruppi sociali: il soffitto di Altamira rappresenterebbe una battaglia mitica e magica tra

due clan, rappresentati dai loro animali totemici.

Questa via dell’analisi strutturale fu seguita anche da Annette Laming-Emperaire, di origine russa

ma impegnata in Francia sotto la guida dell’abate Breuil, che dopo la guerra s concentrò su Lascaux

per sviluppare la teoria: avanzò l’ipotesi che l’associazione donna-bisonte e cavallo-uomo abbia

avuto un valore sessuale, un’idea che Leroi-Gourhan sostenne e volle sviluppare ulteriormente.

L’analisi di Leroi-Gourhan parte dalla certezza del contenuto religioso delle manifestazioni

artistiche, ma dubita fortemente che la chiave di lettura di questa arte possa essere così semplicistica

come l’analogia etnografica. Il suo approccio è diverso e parte dal dilemma del significato: pensa al

bivio magia o metafisica, cioè è indeciso se attribuire all’arte un valore magico o piuttosto la

rappresentazione del modo di vedere il mondo di quegli uomini che l’hanno creata. Sulla base delle

immagini di 72 caverne di area franco-cantabrica, classificò i gruppi di animali e contò oltre 2000

figure, osservando poi che il gruppo A rappresenta quello dei cavalli, l’animale più rappresentato.

B1 e B2 sono il bisonte e l’uro, che costituiscono insieme il secondo gruppo per diffusione.

Seguono percentuali più basse di altri animali che, messi tutti assieme nel gruppo C, rivelano di

avere un ruolo solo complementare, ridotto al 30% delle presenze. Nel gruppo D ci sono animali

poco raffigurati e generalmente pericolosi per l’uomo. Il gruppo E ha percentuali molto basse e le

creature sono particolari.

Le statistiche di Leroi-Gourhan sono ormai superate per le nuove scoperte e i migliori studi, ma in

realtà cambiano di poco. Se alla statistica si aggiungono la Grotta Chauvet, Cosquet e altre scoperte

più recentemente, la si può incrementare arrivando a 2767 figure rappresentate, ma le percentuali

non cambiano. Solo i felini aumentano in modo evidente, ma rimanendo infine a percentuali molto

basse.

Anche la struttura e la disposizione delle figure nella caverna è stata studiata: si individuano varie

aree, quelle di passaggio che portano in zone principali e in zone periferiche, nelle quali le figure si

dispongono in modo diverso. I rapporti di frequenza degli animali corrispondono a rapporti

topografici precisi: nei grandi pannelli gli animali più importanti occupano la parte centrale e gli

animali complementari e secondari si collocano tutto attorno. Lo schema generale che Leroi-

Gourhan ha creato per una caverna ideale è in realtà incentrato sulla struttura di Lascaux. Il limite di

questa interpretazione topografica è che ogni caverna è fatta in maniera molto diversa dalle altre e

questo schema a volte non è riconoscibile.

Leroi-Gourhan ha fatto importanti studi anche sui segni, spesso più numerosi degli animali.

Innanzitutto osserva che, mentre la rappresentazione animale punta a un sempre maggiore

naturalismo, i segni compiono una traiettoria esattamente opposta, da un figuralismo schematico

ancora riconoscibile verso una sempre maggiore astrazione geometrica. Nei segni c’è una

classificazione che li divide in 3 gruppi: il gruppo femminile (vulve e silhouette sempre più

stilizzate), il gruppo maschile (falli sempre più astratti) e il gruppo di quelli schematici e

meccanicamente ripetitivi.

In conclusione si può dire che anche i segni hanno una loro disposizione precisa nelle grotte: in

generale si trovano subito prima dei grandi pannelli, nei grandi pannelli o alla fine di corridoi

profondi. Secondo Leroi-Gourhan anche qui non si ha uno schema casuale, ma una struttura di

linguaggio simbolico.

L’interpretazione magico-propiziatoria delle rappresentazioni viene completamente smentita da

Leroi-Gourhan, che afferma che tutti gli animali più rappresentati con alte percentuali non erano

affatto cacciati dagli uomini del tempo: il bestiario non corrisponde insomma al campione culinario.

Le figure di animali che sembrano effettivamente colpiti e feriti sono presenti e sembrano rimandare

inevitabilmente alla caccia, ma nel complesso di quest’arte sono ridotti al 4% di tutte le

rappresentazioni. Secondo Leroi-Gourhan l’arte parietale rappresenta la visione del mondo degli

uomini paleolitici: secondo lui si può ipotizzare che il cavallo sia simbolo del principio maschile,

che il bisonte sia il principio femminile ed entrambi sono opposti e insieme complementari e garanti

del protrarsi della natura; si tratterebbe quindi di un particolare linguaggio, con sue particolari

regole.

Il pittogramma rappresenta delle scene cronologicamente collocate una dopo l’altra, ma qui

l’elemento temporale è assente; l’ideogramma è un simbolo che orienta sul significato che si vuole

manifestare, ma agisce in correlazione con altri simboli grafici e rappresenta comunque spesso un

azione collocata nel tempo. Il mitogramma è invece una terza categoria di simboli grafici, un

insieme di figure simboliche che non hanno carattere descrittivo e temporale e si strutturano tra di

loro: questo termine è stato coniato da Leroi-Gourhan ed è usato per spiegare l’utilizzo di un

linguaggio che non necessita di espressione verbale per comunicare un’idea (come accade nelle

immagini pubblicitarie). Naturalmente a noi manca il codice per decriptare questo particolare

mitogramma, ma Leroi-Gourhan non ha lo scopo di insistere su questo principio maschile-

femminile, ma si concentra piuttosto sull’obiettivo di dimostrare l’esistenza di questo particolare

linguaggio.

Il cacciatore paleolitico non aveva la distinzione tra naturale e sovrannaturale, fisica e metafisica,

come accadeva per noi, ma di fronte alle manifestazioni naturali si poneva comunque domande, con

lo stesso nostro bisogno di capire, quindi con le stesse facoltà mentali, ma con risposte diverse e

ovviamente non scientifiche.

Dopo Leroi-Gourhan e la sua autorità indiscussa, che aveva sostituito a figura di Breuil dagli anni

’60 per almeno trent’anni, l’ipotesi sciamanistica, portata avanti in seguito agli studi di Louis

Williams dei Boscimani, ha preso forza: lo studioso ha interpretato le opere pittoriche come

creazioni nate dalle immagini che gli sciamani osservano nello stato di coscienza alterata o trance

delle loro pratiche rituali. Lo sciamano eseguirebbe quindi le pitture rupestri per commemorare le

sue visioni.

Queste concezioni si sono appoggiate anche sugli studi neurologiche, che si concentrano sulle

allucinazioni e sulle alterazioni percettive: negli stati alterati della coscienza sembra che si

attraversino determinati momenti, passando dalle forme geometriche e astratte, da una sorta di

tunnel e infine arrivando al vero e proprio stadio visionario. Le immagini di animali senza sfondo e

senza suolo di appoggio sembrano galleggiare in assenza di gravità, come capita nelle allucinazioni

sciamaniche. La stessa grotta, infine, favorisce soprattutto nelle zone più profonde la caduta in stati

di allucinazione.

Questa ipotesi ha goduto di grande popolarità soprattutto grazie ai media, ma ha incontrato poco

favore nella comunità scientifica, soprattutto tra gli studiosi francesi, che solo tardi hanno però fatto

sentire la loro reazione. Soprattutto il concetto di sciamano è stato considerato approssimativo, non

analizzato dal punto di vista scientifico, ma mediato solo da interpretazioni personali di personaggi

non specializzati nella storia delle religioni: sono stati infatti studiosi non esperti a creare tali ipotesi

e la prima operazione di questi studiosi francesi è stata quella di appoggiarsi a veri studiosi

etnografici del mondo dello sciamanesimo, confutando la tesi sciamanica e mostrandone le basi

false.

Attualmente si può dire che l’interpretazione di Leroi-Gourhan, pur con le necessarie rivisitazioni,

rimane ancora la più attendibile. Si deve inoltre riconsiderare l’arte a seconda delle regioni e lungo

la linea del tempo, con un lavoro molto impegnativo ancora non attuato.

Il Paleolitico è distinto da una nuova età della pietra, il Neolitico, sia per l’utilizzo della pietra verde

levigata sia per l’utilizzo della ceramica. Sarà Gordon Childe a presentare la prima vera opera di

sintesi della preistoria europea: pubblicò due opere in cui illustrò il concetto di rivoluzione

neolitica, L’uomo crea se stesso e Il progresso nel mondo antico, che hanno avuto diverse ristampe

e un grandissimo successo.

La produzione del cibo, quindi la coltivazione intenzionale, e l’allevamento furono la seconda

rivoluzione umana ed economica, seguente solo alla scoperta del fuoco. Il processo di adozione

dell’economia del cibo è stato in realtà molto lungo e il termine rivoluzione è stato per questo

criticato, per una sostituzione lenta e graduale e una convivenza dei due sistemi economici, ma se

osserviamo l’evoluzione nell’ottica più ampia di tutto lo sviluppo economico umano il termine non

appare così contraddittorio, soprattutto contando che l’agricoltura e l’allevamento implicano un

impatto antropico enorme, un cambiamento radicale senza precedenti. A distanza di millenni, tempo

breve rispetto alle distanze temporali del Paleolitico, si trova un cambiamento epocale di grandi

dimensioni, con anche un nuovo sviluppo demografico e la possibilità della creazione di un surplus,

un eccedenza alimentare e quindi un accumulo di ricchezza (per la possibilità di mantenere più capi

o per la possibilità di immagazzinare prodotti agricoli). Tutto ciò apre la strada alla divisione sociale

delle classi e del lavoro e alla rivoluzione urbana. 23/04/14

È stato soprattutto grazie all’opera di Childe che i caratteri del Neolitico sono stati spiegati meglio e

ne è stata definita chiaramente l’innovazione: gli studi sono stati determinanti per impostare la

ricerca dei centri di genesi della rivoluzione neolitica; Gordon Childe, nelle sue opere, individuò

due grandi svolte prima della rivoluzione industriale, cioè la rivoluzione neolitica e poi quella

urbana.

Nella concezione di Childe la rivoluzione neolitica era accompagnata da una serie di fenomeni,

denominati pacchetto neolitico, come la sedentarietà, la coltivazione, la produzione ceramica, la


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AUTORE

Enrico91

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei beni culturali
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Enrico91 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Preistoria e protostoria e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof De Marinis Raffaele Carlo.

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