Preistoria e protostoria
Preistoria: dalle prime testimonianze all'invenzione della scrittura
Età della pietra
- Paleolitico (2,5 milioni-10 000 anni fa): periodo contraddistinto da nomadismo, caccia e raccolta.
- Mesolitico (10 000-8 000): periodo di transizione tra Paleolitico e Neolitico.
- Neolitico (9 500-5 000): la Rivoluzione neolitica introdusse l'agricoltura, abitudini di vita sedentarie, l'addomesticamento e l'allevamento.
Età dei metalli
- Età del rame o eneolitico: dalle prime forme di metallurgia.
- Età del bronzo: dall'uso del bronzo, nelle civiltà che usavano la scrittura è parte della Protostoria.
- Età del ferro: dall'uso del ferro, nelle civiltà che usavano la scrittura è parte della Protostoria.
Paleolitico
Da circa 2,5 milioni di anni fa a circa 10 000 anni fa:
- Paleolitico inferiore, 2,5 milioni-300/120 000:
- Olduvaiano, 2 500 000-750 000 anni fa circa;
- Acheuleano, 750 000-120 000 anni fa circa.
- Paleolitico medio, 300 000-36 000:
- Fasi finali dell’acheuleano, 130 000-70 000 anni fa circa;
- Musteriano, 120 000 a circa 40-35 000 anni fa.
- Paleolitico superiore, 36 000-10 000:
- Castelperroniano 40 000-34 000 anni fa circa, in Francia e Spagna nord-occidentale, e Uluzziano 38-36 000 – 33-30 000 anni fa circa, nell'Italia centro-meridionale;
- Aurignaziano 39-34 000 – 26-21 000 anni fa circa;
- Gravettiano 29-28 000 – 22-20 000 anni fa;
- Solutreano 20 000-18 000 anni fa circa;
- Magdaleniano 18-17 000 – 11-10 000 anni fa.
In Italia e in Europa centro-orientale mancano il solutreano e il magdaleniano: il periodo tra 20 000 e 10 000 anni fa vede una tarda evoluzione del gravettiano, l'Epigravettiano.
Storia della disciplina
La preistoria è una disciplina abbastanza recente. Possiamo identificare nel 1836 l’inizio della definizione di questa disciplina come a se stante, in quanto coincide con la pubblicazione di Thomsen, studioso danese e conservatore del museo di Copenaghen, di una guida al museo in cui egli spiega la sua teoria delle tre età, metodo divenuto poi famoso come “sistema delle tre età”, nel quale suddivide per la prima volta la preistoria in tre diversi momenti, basandosi su associazioni dei materiali raccolti a quei tempi: Età della pietra, Età del bronzo, Età del ferro.
Egli viene dal nord Europa, dove la comunità archeologica non è distratta da vestigia più recenti, ma si concentrava su reperti più antichi, come le strutture megalitiche e tracce di insediamenti primitivi. I manufatti ritrovati hanno portato a pensare che fossero il risultato di popolazioni molto antiche. Si iniziò, perciò, a osservare che alcuni oggetti in pietra erano associati a ambra, ceramiche ma non metalli. Si propose quindi l’idea dell’esistenza dell’età della pietra, poi del bronzo e del ferro.
In questa epoca i calcoli sulla storia dell’uomo erano fatti in base alla Bibbia, motivo per il quale si credeva la Terra molto più recente di quanto era in realtà e non si credeva con facilità all’idea di popolazioni così antiche e primordiali.
Proprio nel nord Europa si iniziavano ad osservare anche degli accumuli di conchiglie associati a manufatti non naturali: si ipotizzò si trattasse di qualcosa di artificiale, in realtà sono shell midden (parola danese che significa “siti costituiti da rifiuti di attività di sussistenza”), cioè accumuli di resti di pasto, le cui conchiglie derivano dalla forte presenza di molluschi presente in quel periodo che venivano quindi mangiati. Questi accumuli sono degli archivi importantissimi anche per studiare le condizioni ambientali, quindi noi nelle sequenze troviamo la storia dell’uomo che abita queste latitudini. Questi sono ritrovati in altri continenti come le Americhe, l’Asia e l’Africa.
Una concentrazione particolare è nella penisola danese, tale che venne istituita una commissione che aveva il compito di studiare tale fenomeno, ritenuto inizialmente naturale. Lo studioso Worsaae rimase colpito dalla presenza di numerosi altri riperti in corrispondenza della conchiglie, perciò si diede una spiegazione antropica. Dai suoi tempi son in realtà stati rinvenuti centinaia di insediamenti costieri e si è scoperto che molti shell middens sono siti complessi. Tra questi uno importante è Erteboelle, che dà il nome anche alla cultura.
Shell middens
Gli scavi nello shell midden di Erteboelle sono stati condotti in diverse epoche. Il sito è costituito da diverse numerose concentrazioni di conchiglie, soprattutto ostriche, accumulate in diversi momenti, intervallati da strutture di abitato: sono riconoscibili, grazie a una datazione eseguita su parte del sito, tre diversi momenti principali di abitato, compresi tra i 4100 e i 3100 anni a.C.
Gli shell middens di un tempo possono ora corrispondere a terre emerse e lontane dal mare o sommerse. Questo a causa degli spostamenti delle terre e dell’innalzamento o abbassamento delle acque marine.
I siti sommersi sono l’ideale per la conservazione di molti reperti deperibili che altrimenti sarebbero andati distrutti. Tra di essi vi sono ami in osso o legno, che talvolta presentano persino fibre vegetali, cordame, reti da pesca, immanicature in legno.
Sulla superficie di alcuni shell middens si osserva la presenza di frammenti ceramici, resti ossei d'animali selvatici e manufatti. È provato che queste popolazioni tenessero un campo-base più o meno fisso, tipico delle culture mesolitiche, ma si spostassero nelle zone circostanti in base alla stagionalità per cacciare.
Con gli scavi condotti nella Valle delle Somme da Boucher de Perthes nel XIX secolo portarono alla luce contenuti dei depositi di ghiaie fluviali del corso del fiume, come oggetti in pietra scheggiata e resti di animali estinti, reperti preistorici definiti “antidiluviani”, prima del diluvio universale, ma ci si mise poco a comprendere che si trattava di altro. La comunità impiegò del tempo ad accettare tale scoperta.
Nel 1865 si ha la pubblicazione dell’opera Prehistoric Times di John Lubbock, che introdusse termini ancora usati, come Neolitico, Paleolitico, mentre il termine Mesolitico si deve a Westropp, nel suo volume Prehistoric Phases, in cui mostra una fase dell’antichità in cui l’uomo è cacciatore e viene inserito tra il Paleolitico e il Neolitico.
Vere Gordon Childe studiò ad Oxford filologia classica e archeologia preistorica e nel 1925 pubblicò a sua opera “L’alba della Civiltà Europea”, una sintesi della preistoria dell’Europa prima nel suo genere. Ottenne una cattedra d’archeologia nel ’27 all’Università di Edimburgo, diventando uno dei pochi archeologi professionisti della Gran Bretagna dei tempi.
Egli notò come gli archeologi del suo tempo fossero divisi in compartimenti stagni, chi si occupava solo del Vicino Oriente, chi dell’Egeo, chi dell’Italia, ecc. Propose di colmare le lacune geografiche e culturali con lo studio di insediamenti dislocati lungo i corsi fluviali, in particolare il Danubio, elemento che lo interessava personalmente. Childe era attratto dalla presenza lungo tutto il corso del fiume di numerosi insediamenti pluristratificati che ricordavano i Tell vicino-orientali. Tra di questi un ruolo importante lo ha Vinča, alle periferie di Belgrado, in Serbia: presenta un’imponente stratigrafia che Childe confrontava con Troia. Di questi siti colpisce la cura dei recipienti ceramici dei primi allevatori e agricoltori decorati con motivi geometrici e colori quali bianco, giallo e rosso.
Con “Danubio nella preistoria” Childe introduce il concetto di cultura archeologica, cioè a ricorrenza costante di particolari tipi di resti associati tra di loro.
Un altro problema a cui egli si dedicò è il megalitismo, analizando i complessi della Grecia, come Micene, ma anche della Penisola Iberica e della Gran Bretagna. Li considerava fondamentali nella diffusione delle culture d’Europa.
Fra i concetti che egli esprime vi sono quelli di Rivoluzione urbana, che avvenne nell’Età del Bronzo e abbe luogo in tre vie fluviali (Nilo, Tigri e Eufrate, Indo), e la Rivoluzione neolitica.
In Italia
Si può datare l’avvio degli studi sistematici di questa materia verso il 1860, grazie al geologo torinese Bartolomeo Gastaldi, che inizia a interessarsi delle palafitte alpine. Egli può essere considerato padre della paletnologia italiana, era vice-presidente della Società Italiana di Antropologia e Etnologia e fondò una prima collezione di oggetti esemplificativi, creando collezioni che usava come strumento di lavoro e studio. Tali collezioni venivano a crearsi grazie ai rapporti con altri studiosi di tutta Europa, e in caso non potesse avere gli originali egli si procurava le riproduzioni in gesso. Nel 1895 la collezione viene acquisita dal Museo delle Antichità di Torino. Egli pubblicò il primo trattato di archeologia italiano nel 1869.
Torino era all’avanguardia nel dibattito culturale europeo e seguiva la nascita delle nuove teorie. I primi studiosi di preistoria in Italia sono accomunati da una cultura naturalistica, appartenevano all’aristocrazia o al clero e a volte rivestivano cariche politiche importanti. Furono i geologi a notare le associazioni di resti umani con faune estinte nelle stratigrafie geologiche, dimostrando l’antichità dell’uomo.
Vengono tradotte in italiano importanti opere estere sull’argomento, come quelle di Lubbock. I personaggi principali dello studio preistorico in Italia sono Chierici, Von Stroben e Pigorini. Il primo è un religioso appassionato di archeologia e scienze naturali, il secondo un aristocratico amico dell’Imperatore e il terzo uno studente liceale interessato inizialmente alla numismatica. Chierici studia la necropoli di Remedello Sotto, nel bresciano. Le sepolture erano distribuite all’interno di due monticoli attigui e ora distrutti, lungo il fiume. Si tratta di 142 sepolture di inumati rannicchiati e orientati, corredate da pugnali e frecce in selce.
In Italia settentrionale l’archeologia preistorica ruotava intorno a due tipi di insediamenti: le palafitte nelle zone lacustri alpine e le terramare, insediamenti così chiamati per la presenza di depositi di terreno nero ottimo per la concimazione. Lo sfruttamento agricolo della terramare aveva messo in luce alcuni abitati preistorici dell’Età del Bronzo, inizialmente interpretati come necropoli o stazioni dei Galli. Esse erano distribuite soprattutto in Emilia. Ora sono in gran parte distrutte, ma visibili con le fotografie aeree.
Le palafitte vennero scoperte per la prima volta nel lago di Zurigo, a causa dell’abbassamento delle sue acque: si trattava di una serie di pali di legno conficcati verticalmente nel fondo a pochi metri dalla riva, e tra di essi si trovavano diversi materiali preistorici. Dopo alcuni scavi si era compreso che si trattava di strutture abitative in legno, particolarmente complesse e risalenti al Neolitico, e che questi insediamenti erano numerosissimi. In Italia vennero trovate presso il Lago di Varese e quello di Garda.
I progressi della paletnologia italiana (nome dell’archeologia preistorica) si riscontrarono solo dopo il 1860 e nel 1871 si tiene a Bologna il V Congresso Internazionale di Archeologia e Antropologia Preistorica, mentre nel 1875 viene fondato, a Parma, il Bullettino di Paletnologia Italiana, unica rivista d’Europa dedicata esclusivamente alla preistoria. L’anno seguente viene inaugurato a Roma il Museo Nazionale Preistorico-Etnografico.
Datazione
Datare è una operazione che si può effettuare sia conoscendo precisamente l’anno dell’evento al quale vogliamo dare riferimento, sia conoscendo solo la sequenza di avvenimenti degli eventi. Se vogliamo datare precisamente andremo quindi ad effettuare una datazione assoluta, se ci basta sapere posizionare cronologicamente allora avremo una datazione relativa.
Datazione assoluta
Sapere la datazione di un reperto archeologico significa conoscere la sue età, in particolare qual è stato l’ultimo momento della sua esistenza. Ci sono tante tecniche di datazione che permettono di conoscere con certezza l'anno di un particolare istante della vita di un oggetto. Quello che si ottiene con queste tecniche come risultato è un anno, una datazione assoluta, un'età, correlati di un'incertezza detta “deviazione standard”. Ad esempio: 1070±20, non significa il 1070 ma un periodo che va 1050 - 1090.
Si usano soprattutto due tecniche:
- Radiocarbonio: il radiocarbonio può datare oggetti dai 300 fino a 70.000 anni e tutto ciò che è organico, sia vegetale che animale. Si data la morte dell'anno dell'organismo, ad esempio la data in cui è stato abbattuto un albero, non quella in cui è stato realizzato un oggetto con quel materiale.
Tutti gli esseri organici sono costituiti da carbonio che presenta tre isotopi: il 99% C (=613 neutroni e 6 protoni), l’1% C (=7 protoni 6 neutroni) e un infinitesimo C (6 protoni e 8 neutroni). Si tratta cioè di un atomo instabile presente in piccola quantità nell’atmosfera: esso si forma ad un ritmo abbastanza costante a partire dall’azoto-14 per azione dei raggi cosmici. Gli atomi dell’isotopo radioattivo del carbonio, e quelli molto più numerosi di carbonio-12, penetrano negli esseri viventi attraverso la fotosintesi, poiché gli organismi non sanno distinguere l’isotopo radioattivo dagli atomi stabili, e l’assimilano ugualmente. Fino a quando l’organismo è vivo, c’è un continuo ricambio di atomi di carbonio per cui si mantiene pressoché inalterato il rapporto tra i due isotopi, non appena l’organismo muore la quantità di 14 C si riduce regolarmente, dimezzandosi ogni 5730 anni.
Quindi quando si vuole datare un reperto si prende un frammento del reperto organico, si mette in una scatola chiusa per evitare muffe ed osservando quanto C è rimasto di materiale si può ricavare il tempo trascorso dalla morte dell’organismo misurando l’emissione β del C residuo in un reperto archeologico e confrontandola con quella di un campione attuale. Si può risalire al numero di dimezzamenti subiti dal radioisotopo e, successivamente, all’età del reperto.
C'è una curva frastagliata della misurazione del C e dimostra che nel passato ve n’era di più. La presenza del C permette agli scienziati di fare quella che è la misura dell’età con il radiocarbonio. Si ottiene così un età che poi bisogna confrontare con quanto C ci fosse nel passato e lo fa correggendo attraverso una curva di calibrazione che tiene conto delle oscillazioni di quantità nel tempo, tenendo conto delle fluttuazioni si trova la datazione precisa.
Può capitare che il laboratorio riporti più di un periodo se la curva ha oscillato molto, possono dare delle probabilità di quale sia esatta; in questo caso il laboratorio fornirà più date con la percentuale di probabilità relative. In alcune zone la curva risulta essere piatta: ciò si verifica soprattutto per gli ultimi 300 anni. Le attrezzature necessarie sono significative, ci sono pochi laboratori che fanno questa analisi (solo tre in Italia), ma i prezzi per datare sono relativamente esigui nonostante l’attrezzatura costosa. Le datazioni al radiocarbonio sono poi presentate con una formula standard, cosiddetta “Convenzione di Dubrovnik”: numero di laboratorio in cui vengono misurate + risultato + deviazione standard +/-.
- Termoluminescenza: data qualsiasi cosa sia stata cotta a un certo punto. I campi di applicazione sono: ceramiche, mattoni e laterizi, pietre da focolare, selci riscaldate, terra di fusione, fornaci metallurgiche, inclusioni di argilla in lava vulcanica, in generale tutto ciò che contenga argilla o terra e sia stato cotto a temperature maggiori di circa 500°C. Quello che si data è l’anno dell’ultima cottura.
È come se la cottura del materiale azzeri il punto di partenza a cui si inizia a contare il tempo. Questo perché ogni minerale ha un certo livello di termoluminescenza, che cresce in base alla quantità di radioattività che ha colpito il materiale. Questo si azzera quando si scalda il materiale e il segnale di termoluminescenza riprende il conto della radioattività con il corso del tempo in base quella che l’ha colpito. Questo segnale di termoluminescenza può essere analizzato in laboratorio. Più è alto il segnale, più è vecchio un oggetto e più è facile datarlo.
Questo segnale è fortemente influenzato anche dal terreno che circonda l’oggetto. Quindi per poter fare una datazione che abbia un'incertezza piccola è importante fare delle misure di termoluminescenza sul sito, anche sul terreno di scavo. Quella del terreno è un'analisi semplice da fare, che non necessariamente richiede un esperto, ma può essere fatta anche dall’archeologo: si fa una trapanatura in cui si mette un contenitore con dei dosimetri, sensibili alle radiazioni e che permettono di capire quanta radioattività è presente nel terreno circostante; bisogna lasciarlo almeno due settimane (più lo si lascia più è precisa la misura).
Il terreno e tutti gli oggetti che ci circondano contengono isotopi radioattivi, naturali. Alcune tecniche si basano sulla radioattività naturale: alcuni atomi sono naturalmente instabili cioè tendono a trasformare il loro nucleo in un altro emettendo contemporaneamente frammenti del nucleo stesso in un processo detto di...
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