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IL FEDERALISTA (1787-1788)

Il Federalista è una raccolta di 85 articoli, apparsi su diversi giornali tra 1787 e 1788, scritti da

per sostenere l’approvazione della Costituzione

Alexander Hamilton, James Madison e John Jay

degli Stati Uniti d’America, formulata nel 1787 durante la Convenzione di Filadelfia:

sostanzialmente l’opera è un grande commentario alla Costituzione.

Alexander Hamilton era un conservatore, un realista politico, grande ammiratore della monarchia

Secondo Hamilton anche l’America avrebbe dovuto

inglese, in particolare della Camera dei Lords.

intraprendere un processo di industrializzazione simile a quello inglese. James Madison si

collocava invece in una posizione intermedia tra Hamilton e il democratico Jefferson: è un tipico

esponente della tradizione liberale euro-americana, con timide tendenze democratiche.

L’opera non è un testo sistematico: gli autori, con un ampio bagaglio culturale classico, svolgevano

un ruolo politico attivo, e su di essa ragionavano. Gli autori si immaginarono la Costituzione senza

avere alcun precedente storico davanti ai propri occhi: il sistema politico da loro immaginato si è

mantenuto sostanzialmente intatto, continuando a funzionare, fino ai giorni nostri.

I coloni arrivati in America a fine Cinquecento erano dissidenti religiosi, puritani principalmente, che

in Europa, soprattutto dall’Inghilterra

fuggivano dalle guerre di religione protestante: questo sarà un

fattore molto importante per il futuro degli Stati Uniti. Essi erano una tipica classe media: grazie a

questo elemento non poté svilupparsi una forte aristocrazia. Per legittimare il proprio insediamento,

i coloni chiesero alla Corona inglese di essere riconosciuti come colonia: ottenuto il consenso,

instaurano stretti rapporti con la madre patria. Le tensioni con la Gran Bretagna iniziarono dopo la

Guerra dei Sette anni: visto che pagavano le tasse, chiedevano maggiori diritti alla madrepatria, in

particolare di avere una rappresentanza nel Parlamento britannico, ma gli inglesi si rifiutarono.

Negli anni Settanta iniziarono i primi contrasti di fatto, tra cui il Boston tea party, che portarono alla

Dichiarazione di indipendenza (1776). Con la Dichiarazione iniziò la guerra tra coloni e la Gran

britannico dell’Unione.

Bretagna (1776-1783), terminata con la pace di Parigi e il riconoscimento

In piena guerra gli Americani si diedero una prima costituzione, gli Articoli di Confederazione

(1781): questo fu il documento che Hamilton, Madison e Jay commentarono nel Federalista e che

diventò la nuova Costituzione degli Stati Uniti nel 1789.

L’OPERA

Il Federalista gravita attorno a due grandi temi, due grandi preoccupazioni:

dell’Unione,

1. Come evitare la guerra tra i tredici Stati creando istituzioni stabilmente

pacifiche.

2. Come evitare che il sistema politico assuma caratteri dispotici.

Per gli intellettuali americani, guerra e dispotismo erano due mali strettamente correlati, perché i

popoli bellicosi tendono a darsi istituzioni dispotiche, ma soprattutto erano due mali tipicamente

europei. La grande preoccupazione dei padri fondatori americani era quella di restare estranei ai

tenersi lontani dall’Europa: essi sono stati

mali europei, isolazionisti dalla dottrina Monroe (1823)

alla Seconda Guerra Mondiale, e quando sono entrati nella politica internazionale, lo hanno

sempre fatto con l’ottica con l’idea di

di essere speciali, di essere il popolo eletto da Dio, e

plasmare il mondo a propria immagine.

Uniti è costruita sull’ipotesi di neutralizzare due mali tipici dell’Europa:

La Costituzione degli Stati

per farlo bisognava costruire un sistema politica improntato su una separazione radicale dei poteri,

sia territoriale, sia funzionale.

IL PROBLEMA DELLA GUERRA

Per Hamilton, tipico esponente del realismo politico, la guerra tra comunità politiche, dove rimane

intatta la sovranità assoluta, dove gli Stati non riconoscono al di sopra di sé alcuna entità capace di

dirimere le controversie, è sempre inevitabile: se viene mantenuto il principio della sovranità

assoluta degli Stati, allora la guerra è inevitabile. I commerci non neutralizzano il conflitto, anzi

spesso sono la causa delle guerre perché esasperano i conflitti, e non è vero nemmeno che le

guerre sono il frutto dell’anarchia

repubbliche o le democrazie non entrano in guerra. Le

internazionale, dell’assenza di un potere terzo superiore al potere sovrano degli Stati, che sia in

grado di dirimere pacificamente le controversie tra essi.

Ci sono due modi per provare ad uscire da questa situazione di rischio costante di guerra, che

intaccano la sovranità assoluta degli Stati:

→ alleanza tra Stati, che trovano un accordo per intraprendere

1. Confederazione tra Stati

una politica comune, senza però rinunciare alla piena sovranità, al pieno potere di decidere

in ultima istanza: se la politica comune contrasta con i più profondi interessi degli Stati,

allora questi possono uscire dalla confederazione. Tipica struttura confederale è l’ONU.

2. Federazione tra Stati Alleanza tra Stati, i quali rinunciano a tre prerogative essenziali, la

politica estera, la politica monetaria, la politica economica, in favore di un unico vertice

l’Unione

federale, federale, che su quelle prerogative è pienamente sovrana. Su tutto il

resto, gli Stati sono pienamente sovrani, ad esempio la legislazione penale.

La federazione è il meccanismo pensato dai federalisti europei, come Spinelli ed Ernesto Rossi,

per l’Europa Guerra Mondiale: l’idea era creare gli Stati Uniti d’Europa, mettere

post-Seconda

d’accordo gli Stati perché non avessero il monopolio della forza fisica legittima, in quale deve

Nell’Unione Europea, invece

essere affidato ad una forza superiore. il modello dominante è la

confederazione, che pure possiede qualche elemento federale, ad esempio il Parlamento europeo

e la Commissione europea. Spinelli immaginava una Camera bassa elettiva, una Camera alta, la

Commissione, e un governo europeo responsabile delle due Camere. La terza grande cultura che

ha dato avvio all’integrazione europea è stato il funzionalismo: lo scopo dei funzionalisti era creare

un’unità forte su alcuni singoli settori, come la CECA o l’Euro, e a partire da questi settore, poco

ad un’unificazione totale. Accanto

per volta, si sarebbe arrivati ai federalisti europei esistono anche

i federalisti mondiali: il federalismo è diventata una delle grandi ricette per cercare di eliminare la

guerra dagli orizzonti mondiali.

IL PROBLEMA DEL DISPOTISMO

La seconda preoccupazione dei padri fondatori americani era evitare la deriva dispotica dei

nascenti Stati Uniti, lo stesso problema che si era posto Montesquieu relativamente la Francia.

Proprio a Montesquieu i padri fondatori si ispirarono: la ricetta trovata fu la dispersione dei poteri,

in ogni modo possibile, per dare vita ad un sistema di pesi e contrappesi tale da impedire qualsiasi

concentrazione di potere. La dispersione immaginata prevedeva una separazione territoriale dei

poteri, a cui si affiancava e si intrecciava una separazione funzionale, tra potere esecutivo,

legislativo e giudiziario.

Il principio che regolava, e regola tuttora, la separazione territoriale, era il principio di sussidiarietà:

ogni comunità territoriale e politica era responsabile su tutto ciò che la riguarda direttamente, e

poteva quindi prendere decisioni senza che intervenissero terzi. Negli Stati Uniti odierni le entità

territoriali a cui sono affidati i poteri sono i comuni, le contee, gli Stati, il vertice federale

(Presidente, Congresso, Corte suprema): i comuni prendono la maggior parte delle decisioni che

realmente toccano i cittadini, e salendo progressivamente tra gli enti territoriali, fino ad arrivare al

vertice federale, che prende soltanto pochissime decisioni, quelle di politica estera, economica e

l’impatto del potere L’importanza

finanziaria, diminuisce decisionale sulla vita concreta dei cittadini.

del livello comunale è testimoniato dal bassissimo grado di astensione elettorale rispetto, ad

esempio, alle elezioni presidenziali. Il principio di sussidiarietà è figlio della tradizione inglese

dell’autogoverno, della piccola comunità, che è stata portata dai puritani inglesi nel Seicento.

Alla separazione territoriali si doveva aggiungere la separazione funzionale dei poteri, che doveva

riguardare tanto il vertice federale, quanto i singoli Stati: ogni Stato infatti aveva una sua

Costituzione, una sua organizzazione dei poteri, un Parlamento che legiferava, un governatore.

Tale separazione istituiva un governo diviso, completamente differente dai modelli di Stato

parlamentare. La Costituzione commentata nel Federalista prevedeva una divisone funzionale

tripartita dei poteri:

 →

Potere esecutivo affidato ad un Presidente degli Stati Uniti immaginato come una sorta

di monarca elettivo, eletto direttamente dal popolo attraverso i grandi elettori ogni quattro

anni.

 →

Potere legislativo (Congresso) Parlamento bicamerale:

→ camera

1. Camera bassa dei rappresentanti del popolo, eletta su scala nazionale

ogni due anni, a metà del mandato presidenziale (elezione di medio termine), per

verificare il gradimento del Presidente.

2. Camera alta (Senato) camera federale che rappresenta gli Stati, in cui siedono

due rappresentanti per ogni Stato, a prescindere dalle sue dimensioni. Inizialmente

erano nominati dai Parlamenti o dai governi, successivamente sono diventati

elettivi. I senatori rimangono in carica per sei anni, ma ogni due anni 1/3 viene

rinnovato: il Senato è molto importante nella struttura federale, vi siedono i

maggiori esponenti della vita politica e vi vengono prese le decisioni importanti

della politica dell’Unione. Per questo motivo non bisognava rinnovare tutto il Senato

in una volta sola, ma dare tempo ai nuovi senatori di fare esperienza, di maturare e

di poter acquisire una certa competenza, in modo da far funzionare la macchina del

Senato in maniera adeguata.

 →

Potere giudiziario corpo giudiziario indipendente, depositario delle leggi, che, nella

mente dei federalisti, doveva avere anche un potere indirettamente politico

straordinariamente importante, il controllo della costituzionalità delle leggi. Ancora oggi la

magistratura esercita tale controllo nei processi quotidiani di qualsiasi tribunale:

frequentemente, le maggioranze che vengono elette all’interno di uno Stato promulgano ì

leggi che poi, in sede giudiziaria, vengono valutate incostituzionali. Il sistema americano è

precedenti: l’effetto di questo meccanismo è creare dei precedenti, in modo da

basato sui

costringere i parlamenti ad abrogarle ed evitare che vengano poi promulgate anche in altri

Stati, o che se anche venissero promulgate, i parlamenti sarebbero comunque costretti ad

abrogarle. In questo modo agisce indirettamente sul potere legislativo: deve però esserci

obbligatoriamente una sentenza che stabilisce l’incostituzionalità di una singola legge. La

magistratura non compie un’azione di carattere generale, ma agisce su casi singoli.

Questa è una forma di garanzia dal basso.

Tutto il sistema è basato sul principio della rappresentanza: il potere politico deve rappresentare gli

interessi, gli umori della popolazione. Il principio della rappresentanza nacque nel Medioevo, in cui

le società di antico regime rappresentavano i ceti. Le società moderne invece rappresentano gli

individui, le persone: questo, ad esempio, il significato del Giuramento della Pallacorda. La

rappresentanza era anche una garanzia contro le passioni popolari: i padri fondatori americani non

erano democratici, nei loro pensieri il popolo andava tenuto lontano dai poteri, dalla politica attiva.

Essi, infatti, si definivano repubblicani.

A differenza di quello che accade in un sistema parlamentare, tra potere esecutivo e potere

legislativo non c’è un rapporto di dipendenza: il presidente deve la sua legittimazione al voto diretto

del popolo, non alla fiducia del Parlamento, dunque non c’è modo di delegittimarlo. L’unico modo

per destituire il Presidente, anche se non tramite un atto politico, come è la fiducia del sistema

attivare la procedura dell’impeachment,

parlamentare, è un vero e proprio processo giudiziario che

ha come corte di giustizia il Parlamento: il Senato attiva la procedura e il Parlamento diventa una

caso giudiziario. L’effetto è destituire il Presidente dalla

corte di giustizia, si esprime su un sua

carica e consegnarlo alla giustizia ordinaria, perché fin tanto che rimane in carica non può essere

D’altro canto, il presidente,

giudicato. a sua volta, non ha il potere politico di sciogliere le Camere.

Essendo due poteri autonomi non interagiscono direttamente, ma si incastrano, si bilanciano: il

Presidente ha il diritto di veto sulle leggi, anche se non è un veto assoluto: esso ha una durata

ripresentare la stessa legge. Essendo un’azione

temporale, dopodiché il Parlamento può

straordinaria, viene divulgata e, durante il periodo del veto, si sviluppa il dibattito nell’opinione

il Parlamento invece, nei confronti dell’esecutivo, ha il

pubblica. diritto fondamentale di votare il

bilancio dello Stato.

I tempi diversi delle varie elezioni sono dovuti al timore nei confronti delle passioni popolari: il

sistema è studiato in tutti i suoi dettagli per tenere sullo sfondo le masse popolari. Il suffragio è

ristretto, il Senato viene nominato, non eletto dai singoli Stati. Anche le elezioni del Presidente, che

trae la sua legittimità dal popolo, è un’elezione di tipo indiretto: gli elettori eleggono un certo

numero di grandi elettori, i quali poi a loro volta eleggono il Presidente. I grandi elettori

compongono una sorta di Parlamento, che però ha solo uno scopo e soprattutto non si riunisce

mai, perché si vogliono evitare le dinamiche assembleari, nelle quali è presente un forte elemento

all’Ottocento,

passionale. Fino i grandi elettori avevano piena libertà di coscienza, potevano votare

anche un Presidente non appartenente alla propria corrente politica: questo processo cambiò

quando gli Stati Uniti entrarono in contatto con la democrazia e la disciplina di partito. La

democrazia, intesa come consistente allargamento del diritto di voto, arrivò attorno al 1820. In

Europa, dopo il breve esperimento di Napoleone, bisognerà aspettare il Secondo Impero tedesco

di Bismarck (1871). I due personaggi in Europa che concedono il suffragio universale sono due tipi

di leader carismatici, che attraverso il successo della loro politica personale consolidano il loro

potere con il consenso delle masse.

Il punto di svolta negli Stati Uniti sono le elezioni del 1828, che portarono alla presidenza Andrew

Jackson. Il sistema cambia: nascono i partiti, vi si inquadrano le masse, si moltiplicano le

esperienze di leadership plebiscitaria. Il suffragio universale porta con sé meccanismi plebiscitari di

consenso politico: la democrazia ha un tratto inevitabilmente plebiscitario, è sempre un consenso a

una persona singola, non è il governo delle leggi, ma più frequentemente governo degli uomini che

sanno attrarre il consenso popolare. Tutti i dittatori del Novecento hanno goduto di un ampissimo

consenso popolare: la democrazia può produrre aberrazioni.

la teoria della separazione e l’allontanamento

Dietro la costruzione istituzionale del Federalist,

delle masse, c’è una filosofia al tempo stesso sociale e politica, espressa molto chiaramente

nell’articolo l’idea è che

10, scritto da Madison, cioè le società siano e debbano essere società

plurali: devono essere garantiti gruppi sociali di persone che condividono convinzioni politiche,

religiose, classi sociali. Il pluralismo deve essere garantito dalle istituzioni politiche. Madison

affronta il problema delle fazioni, affermando che esse sono un male necessario dei governi e delle

c’è

società libere: dove la libertà ci sono le fazioni. Per affrontare questo problema, il governo

potrebbe abolire le fazioni, potrebbe impedire loro di esistere, ma questo significherebbe abolire la

libertà naturale degli uomini ad associarsi. Bisogna cercare invece di moltiplicarle il più possibile,

sull’altro e la società

favorire il loro sviluppo, perché in questo modo nessun gruppo può prevalere

può svilupparsi armoniosamente. Moltiplicare il numero delle fazioni si traduce, in termini politico-

istituzionali, nel considerare come migliore forma di governo per gli USA, la Repubblica federale di

grandi dimensioni: negli Stati piccoli si formano sempre poche fazioni, permettendo teoricamente

invece c’è una Repubblica federale di grandi

ad una di governare dispoticamente sulle altre. Dove

dimensioni, dove ci sono interessi diversi, le fazioni sono tante e nessuna di esse finisce con il

prevaricare le altre, dunque minore è il rischio di mettere a repentaglio la libertà. Qui Madison

contraddice Montesquieu, che agli Stati di grandi dimensioni associava il dispotismo.

Con estremo realismo, Madison dice che la grande frattura che pervade qualsiasi tipo di società è

quella tra ricchi e poveri: ogni società è sempre divisa tra una minoranza di ricchi che vogliono

governare e una massa più numerosa di poveri. Quando questo contrasto non viene governato

dalle istituzioni, può succedere che la maggioranza numerica, i poveri, vada al potere e eserciti un

dominio oppressivo sulla minoranza, una tirannide. Il pericolo della lotta di fazione è che quella

maggioritaria eserciti un potere tirannico sui pochi. In questo modo si mette a repentaglio la libertà:

quando c’è una maggioranza numerica, che pure legittimamente vince le elezioni, che vince il

potere, è a rischio la libertà, la garanzia che le minoranze un giorno possano assumere il governo.

La tirannide nel mondo moderno non è più quella antica delle minoranze, ma quella delle grandi

maggioranze, che eleggono un leader in grado di fare ciò che vuole in nome del popolo e della

legittimità che ha ricevuto da esso. Bisogna quindi trovare i contrappesi che a livello politico e

sociale impediscano questo esito: a livello sociale bisogna moltiplicare le fazioni, a livello politico

frantumare il potere. La repubblica federale di grandi dimensioni è la ricetta per garantire la libertà.

della maggioranza ossessionerà Tocqueville: egli è l’autore che ha

Il problema della tirannide e

reso classico questo problema. Uno degli autori americani che ha visto con maggiore lucidità e

maggiore comprensione questi fenomeni è John Caldwell Calhoun, il teorico dello schiavismo.

JEAN-JACQUES ROUSSEAU (1712-1778): Le contrat social (1762)

Rousseau è fondamentale perché rimette in circolazione il tema della democrazia e della sovranità

popolare, tema che continua a circolare nella cultura politica medievale e moderna, ma che,

esclusi Marsilio da Padova e Spinoza, rimane sottotraccia, svolto in una dimensione puramente

teorica. Per Rousseau la vera democrazia è quella diretta, non rappresentativa: è una visione

antica, etimologica della democrazia. L’esperienza del giacobinismo si è ispirata a questo pensiero

di Rousseau.

Rousseau appartiene, come Montesquieu, all’età dell’illuminismo, e per certi aspetti è anche vicino

ai filosofi illuministi, ma su alcuni elementi essenziali se ne distanzia in maniera molto radicale,

anticipando, per molti aspetti, elementi della successiva età del romanticismo. Rousseau è, infatti,

teorici dell’idea di nazione: l’altro personaggio è il tedesco Herder. L’idea di

uno dei primi grandi potenti della storia dell’Ottocento e

nazione, assieme a quella di classe, è stata uno dei motori più

del Novecento e, per certi versi, anche la nostra contemporaneità.

Rousseau, nella storia delle interpretazioni, è stato riletto nei modi più diversi: è stato considerato

quasi in maniera estremamente negativa dai liberali, in quanto teorico di una democrazia assoluta

e pericolosa, ma è stato riabilitato più volte dalla critica successiva. Per un certo periodo è stato

considerato il padre della democrazia totalitaria, ma è stato poi riletto, soprattutto da Derathé, e

riabilitato come autore attento al problema della libertà. In effetto, il Contratto sociale è un’opera

particolarmente ambigua, in cui tutti i passaggi chiave si prestano alle più diverse interpretazioni.

Figlio di artigiani, si muove tra Parigi, capitale della cultura illuminista; Ginevra, esempio classico

e l’Inghilterra, dove entra in contatto con

del piccolo Stato repubblicano Hume.

Discorso sull’origine e i fondamenti dell’ineguaglianza tra gli

I testi politici fondamentali sono il

uomini (1755) e il Contratto sociale (1762). Anche altre opere sono importanti nel suo discorso

rappresenta l’origine del suo

politico, ad esempio il Discorso sulle scienze e sulle arti (1751)

pensiero politico: il progresso di scienze arti hanno trasformato l’uomo, che per natura è buono, in

un prevaricatore, dunque esse rappresentano il male della società. Altre opere importanti sono il

Progetto di costituzione per la Corsica (1768) e Considerazioni sul governo della Polonia (1782),

nonché l’Emilio, scritto assieme al Contratto sociale.

I grandi temi che stanno al centro dell’opera di Rousseau sono quattro, strettamente correlati tra

loro: →

1. Progresso Discorso sulle scienze e sulle arti

Discorso sulle origini e i fondamenti dell’ineguaglianza.

→ L’ineguaglianza

2. Ineguaglianza

ha le sue radici nella proprietà privata, nella divisione del lavoro e nella ricchezza, elementi

che hanno degenerato le società.

3. Contratto sociale: soluzione alla corruzione dei sistemi politici, se essi non hanno raggiunto

un livello in cui non è più possibile fare nulla. Si può risolvere il problema attraverso una

nuova forma politica che garantisca libertà e uguaglianza. Il contratto sociale è lo strumento

attraverso cui costruire una nuova società diversa da quelle esistenti, in cui gli uomini

possano essere, come erano originariamente, liberi ed eguali.

4. Nazione e patria Progetto di costituzione per la Corsica e Considerazioni sul governo

della Polonia. Rousseau pensa che una comunità politica possa funzionare bene, possa

essere una vera comunità politica, soltanto dove esiste un sentimento pre-politico di

fratellanza tra gli esseri umani. Perché le istituzioni funzionino bene, gli uomini si devono

riconoscere affratellati, devono essre accomunati da un sentimento di comune

la coscienza nazionale. Se essa non c’è, le repubbliche

appartenenza, lo spirito nazionale,

non funzionano.

PROGRESSO E INEGUAGLIANZA

Rousseau non si allineò alle posizioni dei pensatori illuministi suoi contemporanei, anzi, vi entrò in

conflitto sul tema del progresso: egli era convinto che il progresso, che lo sviluppo, fosse stato la

leva di una decadenza innanzitutto morale, poi sociale e politica, delle società umane. Nel

Discorso sulle scienze e sulle arti sostiene che il progresso abbia corrotto le società moderne.

L’argomentazione che l’uomo, da

usata da Rousseau a sostegno di questa tesi è un uomo dotato

di una naturale bontà, sia diventato profondamente corrotto, egoista: avviene un passaggio da una

della natura stessa dell’uomo e, di

condizione di bontà originaria a una condizione di corruzione

conseguenza, della società in cui egli vive. In questo tipo di argomentazione è presente il mito

dell’oro.

dell’età Rousseau sostiene che gli uomini siano nati liberi ed eguali, è una loro condizione

originaria, e che invece nel mondo contemporaneo si ritrovano dovunque in catene, prigionieri di

sistemi oppressivi e, al tempo stesso, separati da enormi diseguaglianze.

l’uomo è pervaso l’amore

Rousseau dice che al principio da due sentimenti principali: di sé e la

L’uomo vede nei suoi simili sostanzialmente sé stesso, ed è mosso nei confronti

compassione. nei

loro confronti da un sentimento profondo di compassione. Gli uomini sono indipendenti e vivono

sfruttando i prodotti della natura. Le disuguaglianze esistono, ma sono naturali e non negative.

Con il complicarsi delle società umane, l’amore di sé si trasforma, poco alla volta, in amor proprio,

che diventa il veicolo di un egoismo che continua a svilupparsi in maniera irresistibile.

Attraverso il consolidamento delle relazioni sociali, gli uomini entrano in una condizione di relativa,

ma sempre più grave, ostilità reciproca; le diseguaglianze naturali crescono e si evolvono

diventando diseguaglianze sociali, le quali portano alla nascita di società moralmente corrotte.

l’introduzione della

Il processo di corruzione inizia con proprietà privata, la divisione del lavoro e il

crescere della ricchezza di alcuni: da questi tre fattori nascono le diseguaglianze, che si evolvono

progressivamente: la prima diseguaglianza è tra ricchi e poveri, poi tra potente e debole, poi tra

padrone e schiavo. Le leggi che le società si danno per regolare la convivenza consolidano,

pietrificano in maniera definitiva queste relazioni di ineguaglianza. Tutti i mali del mondo presente

sono causa di questo processo, anche le guerre tra Stati.

Questa condizione di degrado è sostanzialmente irreversibile, tuttavia è possibile immaginare

un’organizzazione sociale e politica diversa da quella che ha preso storicamente sostanza. Lo

è ricostituire, in un contesto organizzato, la libertà e l’eguaglianza perdute

scopo di questo modello

nel corso della storia: il Contratto sociale è costruito attorno al tema di ricostituire libertà e

uguaglianza degli uomini in un contesto sociale.

IL CONTRATTO SOCIALE

Rousseau utilizza il linguaggio politico per eccellenza della sua epoca: il contrattualismo moderno.

I tre autori che riconducono lo Stato ad un atto contrattualistico sono Hobbes, Locke e Rousseau:

tutti e tre utilizzano lo stesso linguaggio (stato di natura, patto o contratto, società civile o politica),

ma danno loro contenuti diversi.

1. IL CONTRATTO SOCIALE IN HOBBES

Hobbes scrisse il De cive (1642) e il Leviatano (1651) durante la guerra civile inglese: bisogna

tenere ben presente il contesto in cui scrive.

 → come sarebbe l’uomo senza l’ordine politico.

Stato di natura

L’uomo vive in una condizione di guerra incessante con gli altri uomini. Il sentimento predominante

L’unico diritto

è il timore reciproco, in particolare il timore di perdere la propria vita. valido nello

stato di natura è la forza: non esistono altri diritti, vige semplicemente la legge del più forte.

Nessuno, nemmeno il più forte, vive in una condizione di sicurezza. Questa situazione è

l’unico modo è stringere un patto.

insopportabile per gli uomini, i quali ne vogliono uscire:

 →

Patto o contratto nella tradizione contrattualistica esistono due tipi di patti: il pactum

tramite il quale la collettività si mette d’accordo per

societatis, patto di associazione

rispettare determinate leggi di convivenza, diventando un popolo, e il pactum subiectionis,

patto tramite il quale il popolo, costituitosi con il patto di società, si sottomette ad una figura

terza, cedendole il proprio diritto di utilizzare la forza. Quindi il secondo patto presuppone

l’esistenza del primo, non può esistere senza il patto di società

molto particolare: l’atto con

Il patto di Hobbes ha un carattere cui ci si costituisce in un popolo è lo

stesso con cui ci si sottomette al sovrano: quello di Hobbes è un pactum unionis/subiectionis.

Infatti il fine dell’unione tra gli individui è la cessione l’uso della forza a un terzo, questo momento

non è successivo alla costituzione della società ma ne è, in qualche modo, la causa. Il terzo, il

sovrano, non è la controparte giuridica del patto, dunque non ha obblighi nei confronti della società

politica.

 → unione di individui, creatasi per decidere assieme una parte terza

Società civile o politica

che regoli i rapporti conflittuali tra loro.

Lo stato che si costituisce è uno Stato assoluto, cioè solutus ab, sciolto da ogni obbligo nei

La sovranità produce sia l’ordine politico, sia la società: prima dell’ordine

confronti del popolo.

politico, dell’istituzione della sovranità, ci sono soltanto individui dispersi. Senza lo Stato non esiste

nemmeno la società, bensì solo una serie di individui in conflitto tra loro.

Lo Stato assoluto stabilisce i diritti: Hobbes è il tipo esponente della tradizione giuspositivista, per

la quale i diritti sono istituiti dallo Stato, non esistono diritti prima della loro creazione da parte dello

Stato. In uno Stato di questo genere non si ammette il diritto di resistenza, poiché sovversivo, il

quale rischia di gettare lo Stato in una condizione di guerra civile: se si rompe il vincolo con il

sovrano, si ritorna allo stato di natura, alla condizione di guerra perenne.

2. IL CONTRATTO SOCIALE IN LOCKE

Anche Locke usa lo stesso schema, ma attribuisce a queste condizioni dei caratteri diversi.

 →

Stato di natura gli uomini non sono così conflittuali, come se li immaginava Hobbes,

perché avevano già dei diritti naturali inalienabili che si riconoscono reciprocamente: questa

è la tipica posizione del giusnaturalismo. Questi diritti sono il diritto alla vita, alla proprietà e

alla libertà. Anche dove non esiste un ordine politico che li garantisca, questi diritti esistono.

Lo stato di natura ha un difetto fondamentale, motivo per il quale gli uomini vi escono e si

associano: quando sorge una controversia tra individui, pur in questo generale

riconoscimento di diritti, non esiste un soggetto terzo al di sopra degli individui in grado di

dirimere la controversia. Nello stato di natura, l’unico modo per risolvere il conflitto è la

c’è bisogno di un’autorità terza che abbia la

forza, dunque forza e la legittimità per

sciogliere le controversie.

 →

Patto o contratto gli uomini escono dallo stato di natura attraverso un doppio contratto:

prima con un pactum societatis, associandosi tra loro, e solo successivamente con un

terzo, a cui cedono il potere. Il sovrano deve però rispettare e garantire i diritti naturali: egli

non è più solutus ab. Il diritto non è istituito dal sovrano, essi esistono già: il contratto

sociale è lo strumento tramite il quale si costruisce un sistema istituzionale che garantisce

tali diritti. Non è più uno Stato assoluto, ma uno Stato temperato, limitato. Anche in questo

caso, è fondamentale il contesto storico in cui visse Locke: il Secondo trattato sul governo

(1662) fu scritto di fronte agli esiti della Gloriosa Rivoluzione. Effettivamente, essa fu una

rivoluzione pacifica, in cui la società britannica, attraverso una rivoluzione avvenuta in

Parlamento, diede la corona ad un nuovo re a patto che rispettasse il Bill of Right. Locke

prevede il cosiddetto appello al cielo: se il sovrano rompe il patto con i cittadini, il vincolo

pattizio è sciolto e diventa legittima la rivoluzione. Anche se il sovrano non ci dovesse

essere, la società rimane comunque strutturata, e si può prendere un altro sovrano a

sostituire il precedente.

 → unione di individui che già possiedono nello stato di natura i diritti

Società civile o politica

fondamentali sotto la guida di un sovrano, il quale deve garantire i diritti fondamentali degli

uomini. Egli stesso è però sottoposto al rispetto del patto con i cittadini.

3. IL CONRATTO SOCIALE DI ROUSSEAU

Anche Rousseau utilizza i termini tradizionali della contrattualistica:

 → originaria dell’uomo,

Stato di natura condizione tollerabile e felice, anche se a un livello

non ancora organizzato. Questo stato è del tutto immaginario, è una finzione, un modo per

ragionare su come gli uomini sarebbero se non ci fosse un ordine politico che li unisce.

Il problema di Rousseau è trovare un modo per conciliare la spinta alla formazione delle società

organizzate, presente nello stato di natura, con un modello politico che sia in grado di preservare,

nelle società organizzate, la libertà e l’eguaglianza naturali degli uomini.

 →

Società civile o politica Per Rousseau, tutti gli individui devono associarsi e sottomettersi

soltanto a sé stessi, ovvero alle leggi che essi stessi si sono dati. Mentre in Hobbes e

Locke il sovrano è una persona fisica e giuridica terza che sta a di fuori del corpo sociale, in

Rousseau il corpo sovrano, lo Stato, coincide con il corpo sociale: tutti gli uomini si

sottomettono a sé stessi, alla totalità del gruppo.

 → questo impianto sociale è possibile solo attraverso un patto tra

Patto o contratto sociale

individui, volontario, deciso all’unanimità per vincolare tutti allo stesso modo.

Gli uomini che si associano in una società organizzata sono al tempo stesso sudditi e sovrani:

sudditi perché obbediscono a leggi; sovrani perché sono creatori delle leggi a cui obbediscono. Il

sovrano è la totalità degli individui che si sono associati tra di loro. Così gli uomini sono tutti eguali

di fronte alla legge, ma al tempo stesso tutti sono liberi, perché obbediscono a leggi che essi stessi

si sono dati, non a leggi date da una parte terza. In questo modo si mantengono eguaglianza e

libertà. Questo è il fondamento della democrazia in senso stretto: quando parla di Stato, Rousseau

usa il termine di repubblica, inteso come res publica.

Rousseau apre però una serie di problemi:

 →

La rappresentanza politica la sovranità non può essere rappresentata, può solo essere

espressa in modo diretto. Eleggere dei rappresentanti vuol dire sottomettersi alla guida di

altri. La sovranità o è del popolo nel suo complesso, oppure non è: è il popolo che deve

prendere direttamente scelte politiche. Il sistema rappresentativo inglese non è vera libertà,

poiché la libertà del popolo si esprime solo nel momento dell’elezione dei rappresentanti.

 →

La volontà generale per far funzionare questo sistema istituzionale, per produrre le leggi,

Rousseau introduce il concetto di volontà generale. Rousseau ha però in mente una

piccola società di persone virtuose. La volontà generale è la volontà che ha per oggetto il

bene comune della comunità politica: può non essere la volontà di un gruppo particolare di

individui che compone il corpo sociale, ma può anche non essere la volontà di tutti, in

quanto questa è solo la somma di volontà particolari, e può capitare che anche una

votazione unanime sia sbagliata. La volontà generale è la percezione chiara, netta, si qual

è il bene comune: è un concetto qualitativo, non quantitativo. Per questo motivo, anche la

volontà di una minoranza, o addirittura di un singolo, può essere la volontà generale.

 I corpi intermedi vanno rimossi in quanto portatori di volontà particolari, in interessi

particolari che contrastano con il concetto di volontà generale. Questo è un altro aspetto

ambiguo del pensiero di Rousseau, che fu molto criticato dai liberali.

 →

Il legislatore nel Contratto sociale Rousseau introduce la figura del legislatore, un uomo

di grandi capacità, particolarmente competente, che è in grado di comprendere quale sia il

bene comune della società e di guidare gli uomini al suo raggiungimento. Poiché gli uomini

sono accecati, corrotti dagli interessi personali, il legislatore potrà anche imporre le leggi

«costringendo Questa figura mette però in crisi

per garantirlo, gli uomini a essere liberi».

l’impianto della democrazia diretta esposta dallo stesso Rousseau.

dell’avanguardia giacobina, disse

Riprendendo questo concetto, Saint-Just, esponente che la virtù

andava imposta al popolo tramite il Terrore poiché esso era ignorante, doveva essere guidato ed

educato alla virtù. Anche Marx, nel Manifesto del partito comunista, divise tra proletari e comunisti:

questi ultimi sono l’avanguardia che doveva guidare i proletari. La volontà generale rischia di

essere, anche se nella mente di Rousseau non lo era, un concetto che si presta a molte ambiguità:

Kant e Constant, e più in generale tutti i liberali, vedevano nella democrazia diretta, nel direttismo

così come Rousseau lo ha presentato, una forma di dispotismo. Rousseau non aveva una

concezione totalitaria della politica, come invece gli è stata attribuita, ad esempio, da Jacob

Talmon.

Pur essendo contrario alla separazione dei poteri, Rousseau era molto attento a distinguere le

funzioni del potere legislativo, quello che poneva le leggi fondamentali del gruppo politico, dal

all’interno della politica

potere esecutivo. Il potere decisivo era il potere legislativo, il legislatore,

esecutivo aveva un ruolo secondario: il governo era solo l’esecutore

mentre il potere della volontà

del potere legislativo.

Rousseau divideva con nettezza il concetto di Stato dal governo vero e proprio. Questa distinzione

all’inizio dell’età moderna,

non era nuova: con Bodin e Hobbes, si iniziò a separare lo Stato dal

governo. Per Rousseau lo Stato è quello democratico, la repubblica; dopodiché esso può darsi

diverse forme di governo. Solo a questo secondo livello Rousseau distingueva le tre classiche

forme di governo: democrazia, aristocrazia e monarchia. A questo livello Rousseau ricorda

Montesquieu, perché anche lui aveva una concezione relativistica delle forme di governo: non ne

esiste una migliore in qualsiasi situazione, esse dipendono da tanti fattori, fermo restando che la

«la democrazia è un governo che

repubblica deve rimanere tale. Addirittura Rousseau scrisse che

non si addice agli uomini, bensì agli dei», perché presuppone una perfezione degli uomini che essi

non hanno: la democrazia però è una forma di governo; lo Stato deve restare sempre una

repubblica.

La democrazia, come forma di governo, era preoccupante, rischiava di creare problemi, perché al

suo interno si creava una specie di corto circuito tra il corpo sovrano legislatore, il quale creava le

leggi, che dovevano sempre avere un significato generale, e l’azione del governo, che al contrario

era sempre particolare, agiva su casi singoli. Il pericolo era che coloro che creavano le leggi

generali, le applicassero poi in modo particolare. Doveva esserci, invece, una distinzione di

funzioni: il corpo sovrano doveva occuparsi questioni generali, l’esecutivo di questioni particolari.

L’IDEA DI NAZIONE

Soprattutto nelle due opere tarde della sua vita, quelle sulla Polonia e sulla Corsica, Rousseau

introdusse il tema della nazione, della patria. Per Rousseau, una comunità politica non poteva

funzionare solo con leggi e istituzioni comuni: doveva anche esserci tra gli individui un sentimento

di fratellanza, di comunità, di comunione, un elemento pre-politico che venisse prima delle

istituzioni, che aiutasse gli individui a riconoscersi gli uni con gli altri e che disegnasse un legame

tra gli individui, limite oltre il quale l’obbedienza non era più dovuta. Se non ci si riconoscesse in un

legame comune, non si sentirebbe nemmeno il dovere di rispettare le stesse leggi e le stesse

istituzioni. Il gruppo deve già avere dei legami di affetto, di vicinanza, in assenza dei quali

l’obbedienza diventa un problema. Questa comunità pre-politica, per Rousseau, era la nazione.

Il senso di comunità deve essere ogni individuo deve sviluppare fin dai

esplicitamente costruito:

primi anni della sua vita, attraverso l’educazione, questo senso di fratellanza. Per Rousseau,

questo compito era affidato completamente allo Stato.

La nazione è una forma particolare di coscienza, innaturale e costruita. Gli attori che costruiscono

la coscienza nazionale sono principalmente le élites politiche e gli Stati.

L’IDEA DI NAZIONE

Il tema della nazione, tra Ottocento e Novecento, ha conosciuto varie declinazioni, e nel

Novecento si è acceso, soprattutto sul tema della fragilità delle istituzioni politiche senza un

i primi teorici dell’idea di

riconoscimento nazionale alle sue spalle. Rousseau ed Herder furono

nazione, a cui poi se ne aggiunsero altri, come Fichte e Mazzini.

L’idea di nazione è un’idea estremamente vaga e scivolosa, estremamente difficile da definire:

uno dei grandi motori della storia dell’età contemporanea,

nonostante questo è stato assieme al

concetto di classe.

Per prima cosa, nazione e Stato non coincidono: lo Stato è un insieme di istituzioni politiche, la

nazione è più complicato definirla. In questo senso, esistono due grandi scuole, due grandi letture:

Teorici realisti oggettivamente

1. La nazione è una comunità di persone che condivide

alcune caratteristiche oggettive, ad esempio lingua, stirpe, memorie storiche, religione.

Che cos’è una nazione?

Teorici costruttivisti:

2. Renan, in (1882), ha fissato un modello

e

interpretativo che oggi è ripreso da tutti gli studiosi, tra cui Eric Hobsbawm (Nazioni

anni dopo l’unificazione

nazionalismo dal 1780). Questo breve testo fu scritto pochi

problema dell’Alsazia-Lorena:

tedesca, la quale aveva posto il Renan si oppose ad un

autore tedesco, che criticava gli alsaziani perché si sentivano francesi, quando invece per

sangue erano tedeschi. Renan disse che il sangue non creava appartenenza nazionale: la

«un

coscienza nazionale,

nazione è è sentirsi parte di una comunità. La nazione è

è la volontà di essere nazione. Renan smontò tutte le categorie

plebiscito di tutti i giorni»,

utilizzate dai teorici realisti. si colloca nell’individuo.

La coscienza nazionale non è un dato naturale, non La coscienza

altamente innaturale.

nazionale è un dato Per Hobsbawm la nazione è un elemento costruito.

I soggetti costruttori della nazione, della coscienza nazionale, possono essere due:

→ azione svolta tramite

Èlites politiche

1. la propaganda (simboli, immagini, oppure in

passato tramite i libri);

→ veri costruttori abituati all’esistenza

Stati

2. della nazione In Italia. Il Risorgimento ci ha

della nazione prima dell’esistenza dello Stato: in realtà è esattamente il contrario, prima c’è

il processo di costruzione dello Stato, successivamente il processo di costruzione della

Anche D’Azeglio espresse questo pensiero.

nazione. l’obbligo dell’educazione elementare pubblica,

Lo Stato costruisce la nazione, ad esempio, tramite

l’istituzione della lingua amministrativa, diritto di voto, guerra.

tramite tramite il tramite la

Le nazioni vengono sì costruite, ma solo a partire da un certo punto della storia del genere umano:

a partire dall’epoca delle rivoluzioni borghesi, tra fine

tale processo iniziò a vedersi Settecento e

inizio Ottocento; prima la coscienza nazionale era nulla nella grande massa delle persone.

Per tre ragioni fondamentali la nazione nasce in questo periodo storico, diventando un fenomeno

di massa: dottrine della sovranità popolare:

1. Cominciarono a diffondersi e a consolidarsi le con le

rivoluzioni, prese piede l’idea che i poteri dovessero essere legittimati dal basso, dal

popolo. Chi e il popolo? Come si determina? Il popolo, soggetto della sovranità popolare,

viene inteso come sinonimo del termine nazione: l’autodeterminazione nazionale significa

dire sovranità popolare. Quando si afferma questa idea, contemporaneamente scatta il

meccanismo della nazione. nazionalismo viene data dall’occupazione napoleonica

2. Grande spinta alla nascita del

d’Europa: nel 1807, con la Pace di Tilsit, le norme civili e penali erano imposte a tutta

Europa. Fu in quel momento che spagnoli, italiani e tedeschi iniziarono a sentirsi tali: in

Discorsi alla nazione tedesca.

questo contesto Fichte pronunciò i Affianco ad una spinta

omologante, c’è sempre una contro-spinta identitaria. Nel mondo contemporaneo, sta

accadendo lo stesso con la glocalizzazione in opposizione alla globalizzazione.

l’autore che ha insistito

rivoluzione industriale:

3. La su questo punto nella maniera più netta è

Nazioni e nazionalismo

stato Gellner, il quale ha scritto (metà 1980): egli sostenne che le

quelle plasmate dall’industrialismo, erano

società industriali orientate alla crescita, società

in cui è a rischio il legame sociale. A differenza delle società precedenti, agricole,

fortemente intrise di un sentimento di comunità santificato da una tradizione di lunga

l’uomo in quelle industriali l’uomo diventa

durata, in cui ha legami sociali forti, un atomo,

competitivo, pronto a calpestarsi con gli altri, non ha legami sociali veri e profondi. Secondo

Gellner l’idea della comunità nazionali ricostruisce, ripropone, in questa società

degenerata, la comunità tradizionale, ne è un surrogato: la nazione è funzionale

all’esistenza stessa delle società industriali orientate alla crescita.

La storia del nazionalismo è arrivata fino ad oggi, passando attraverso diverse fasi in cui hanno

predominato alcune idee di nazione rispetto ad altre:

 → l’idea

La Restaurazione (1815-1870) di nazione era legata per lo più a progetti di

liberazione nazionale, di auto-determinazione nazionale. Per questo motivo ha

rappresentato un momento progressivo della storia. Hobsbawm aggiunse che questa idea

principio della media o grande taglia:

era legata al non tutte le comunità politica possono

diventare nazioni; quelle più piccole, ad esempio l’Irlanda, non hanno il requisito della

taglia.

L’età dell’imperialismo

 →

(1870-1945) hanno convissuto due idee di nazione:

l’idea dei

1. Continuò nazionalismi da liberazione nazionale, ma con due correzioni:

l’idea che le nazioni avessero fondamento etnico

iniziò a maturare un più che

culturale, che la nazionalità fosse legata al sangue, alla stirpe; a questo si aggiunse

l’idea che le

caduta del principio della media o grande taglia,

la diffondendosi

nazioni potessero essere anche piccole comunità. Se si ammette questo principio,

rivendicare legittimamente l’indipendenza nazionale. Il

ogni comunità può rischio è il

secessionismo e il moltiplicarsi di nazioni indipendenti, aumentando la conflittualità.

L’apice di questa idea di nazione è stata la proclamazione dell’autodeterminazione

nazionale come principio fondamentale dell’ordine mondiale da parte del presidente

Wilson alla fine della Grande Guerra.

ideologia dei grandi stati burocratici di massa:

2. Idea di nazione come è questa idea

di nazione che ha generato il nazionalismo vero e proprio. In questo senso, il

principio di nazionalità è stato utilizzato come principio attraverso il quale le nazioni

hanno rivendicato la propria superiorità su altre nazioni e si sono auto-investite della

missione di conquista: così il nazionalismo ha legittimato la missione conquistatrice,

l’ideologia della conquista.

è diventato Per questo motivo, tra nazionalismo e

c’è stretta connessione: la prima è stata usata come fondamento della

imperialismo

seconda.

 → dopo i disastri delle due guerre,

La decolonizzazione (1945-1960) la nazione come

ideologia dello stato di potenza era inconcepibile; si riaccese però, nel secondo

dopoguerra, un nazionalismo di tipo mazziniano che permeò in profondità il processo di

decolonizzazione, diventando una delle ideologie portanti della decolonizzazione. Questo

anti-

processo permise al nazionalismo di stampo mazziniano di diventare un’ideologia

imperialistica.

 →

La glocalizzazione (1980-oggi) nel periodo successivo alla decolonizzazione, la nazione

perse realmente consistenza: il riferimento al nazionalismo, esclusi i francesi, perse la sua

forza propulsiva. Dalla fine degli anni Ottanta/inizio anni Novanta ad oggi, ci siamo trovati, e

«esplosione (Nicole

delle nazioni»

continuiamo a trovarci, di fronte ad una vera e propria

Ianigro), che secondo molti studiosi è il segno caratteristico dell’epoca contemporanea, del

tempo presente: sono esplose forme di si sono riaccesi i

etno-nazionalismo, movimenti

che vanno in parallelo con la globalizzazione. La globalizzazione, in breve,

indipendentisti,

è l’epoca della crescente integrazione e al tempo stesso omologazione, omogeneizzazione

del mondo. Proprio durante questo processo esplodono i nazionalismi: si è scatenata una

vera e propria corsa a riscoprire, e anche a inventarsi, le proprie origini, le proprie

tradizioni. Perché? Perché il mondo è allo stesso tempo globale e locale: questi due aspetti

si alimentano a vicenda. I fenomeni di riscoperta delle proprie origini non sono fenomeni

residuali, sono contemporanei, prodotti proprio dalla globalizzazione. Per esprimere questa

compresenza è stato coniato da Robertson il termine di una strana miscela

glocalizzazione,

di globale e locale che definirebbe l’epoca contemporanea.

Il maggiore studioso di nazionalismo, insieme ad Hobsbawm, è Anthony Smith, il qualche ha scritto

Le origini etniche delle nazioni. Il libro più recente, che affronta il tema globalizzazione e

Nazione e nazionalismi nell’era globale.

nazionalismo, si intitola

IMMANUEL KANT (1724-1804): Per la pace perpetua (1795)

mesi in cui l’Europa non era in guerra. La

Il Per la pace perpetua è stato scritto negli unici due

guerra che conobbe Kant era quella post-rivoluzionaria, di massa, caratterizzata dalla leva in

più solo i professionisti dell’arte militare, bensì popolazioni intere.

massa, in cui non partecipavano

Karl von Clausewitz, prussiano, ha fissato questa essenziale trasformazione della guerra

nell’incompiuto Von Kriege, il più importante trattato sulla guerra mai scritto, pubblicato postumo

nel 1832. Questo volume descrive il carattere distruttivo della guerra: essa ha come obiettivo

l’annientamento dell’avversario e non è mossa più soltanto dalla genialità dei generali e dalla

volontà dei politici, bensì, in quanto guerra di popolo, dalle passioni umane. Il Per la pace perpetua

è stato scritto intorno al problema della guerra e con il fine di raggiungere la pace.

Per realizzare la pace perpetua, una pace non precaria, temporanea, semplice tregua tra due

guerre, ma nemmeno la pace dei cimiteri, per realizzare una pace sostanziale è necessario che i

rapporti tra gli Stati siano improntati non alla forza, bensì al diritto. La ricetta di Kant è giuridicizzare

i rapporti tra gli Stati all’imperio

le relazioni internazionali, sottomettere della legge e non alle

ragioni della forza. I grandi statisti contemporanei di Kant, per garantire la pace, utilizzavano la

politica dell’equilibrio, ovvero creare una coalizione controbilanciante: questo è stato il senso del

un’idea

Congresso di Vienna, così come della Pace di Westfalia. Kant aveva invece

completamente diversa, più visionaria, che nel Novecento ha ispirato la Società delle nazioni e le

Nazioni unite: alla strutturale fragilità delle politiche di equilibrio, Kant opponeva la sicurezza

collettiva.

Per garantire la sicurezza collettiva, tutti gli Stati del mondo devono avere la volontà comune di

stabilire un patto confederativo, decidere assieme di darsi delle regole comuni per regolare le

controversie che inevitabilmente sorgono tra gli Stati. Se uno degli Stati contraenti del patto

decidesse di muovere guerra contro un altro Stato, violando le regole, allora tutti gli altri Stati

associati operano delle sanzioni contro lo Stato che ha violato le regole e, al limite, gli muovono

guerra. Questa però non è più una guerra, bensì una specie di operazione di polizia internazionale:

l’uso della forza è inserito in un contesto di legalità.

Kant è il maggiore esponente dell’illuminismo tedesco. Egli scrisse tanti testi nei più vari ambiti,

anche in quello politico. Oltre il Per la pace perpetua, interessante è anche la Metafisica dei

costumi.

RAPPORTO CON LA TRADIZIONE GIUSNATURALISTICA E COINTRATTUALISTICA

Il rapporto di Kant con la tradizione contrattualistica e giusnaturalistica precedente è ben visibile in

quattro aree tematiche:

1. Contratto il contratto tramite il quale si passa dalla società di natura alla comunità

politica non è un fatto storico, originario, ma è un’idea un’idea

di ragione, che serve a

definire la legittimità delle leggi. Il legislatore che produce le leggi deve agire come se (als

ob) le leggi effettivamente scaturissero dalla volontà del popolo.

2. Diritto di resistenza il diritto di resistenza non è ammissibile, altrimenti nessuna comunità

politica potrebbe sentirsi garantita. Kant però ammette ed esalta la libertà di penna, il diritto

alla libera espressione dell’opinione pubblica. In questo modo, si pone in una via mediana

tra il pensiero sul diritto di resistenza di Hobbes e di Locke.

→ per Hobbes l’uomo

3. Nozione di insocievole socievolezza era per natura insocievole, per

Locke invece era mediamente insocievole, per Rousseau era decisamente più socievoli.

Kant, con questa idea, cercò di mettersi in una posizione mediana: gli uomini sono

dell’uomo/animale

naturalmente portati ad unirsi in società (modello aristotelico politico) ma

al tempo stesso tendono a comportarsi egoisticamente, a far valere i propri interessi,

spesso gli uni contro gli altri. Kant, come tutti i liberali, riteneva che dalla competizione tra

gli individui per affermarsi derivasse il progresso, lo sviluppo positivo di un corpo sociale:

questo era il vero motore della salute di una comunità politica.

4. Diritto e Stato di natura Kant riconosceva come unico diritto naturale il diritto di libertà.

passaggio dallo stato di natura allo stato civile l’uomo rinunciava

Nel questo diritto

originario per ottenere un diritto di libertà basato sulla forza universale della legge: lo stato

la libertà dei singoli, l’uguaglianza dei sudditi e

di diritto è in grado di garantire

l’indipendenza dei cittadini.

LA PACE PERPETUA

Kant era convinto che, in ogni caso, il mondo naturalmente procedesse verso la pace perpetua,

verso una condizione in cui non ci sarebbero più state guerre, perché in esso stava sempre più

nettamente prevalendo lo spirito del commercio: le relazioni di interdipendenza economica sempre

i presupposti strutturali per l’eliminazione di qualsiasi tipo

più strette tra le nazioni avrebbero posto

di guerra. Lo spirito del commercio è presente in tutta la tradizione liberale e positivista, fino a

alla guerra c’era questo background.

Fukuyama: sullo sfondo della soluzione kantiana

Per Kant la pace doveva essere consapevolmente costruita contemporaneamente sui due piani

della politica interna e della politica estera:

«la costituzione civile di ogni Stato deve essere repubblicana».

1. Politica interna Ogni

Stato deve darsi una forma di tipo repubblicano. La Repubblica è l’opposto del dispotismo: i

governi dispotici sono quei governi in cui il potere è concentrato nelle mani di un solo

uomo, il quale agisce secondo il suo arbitrio. La Repubblica è invece una forma di governo

i cui pilastri sono la rappresentanza e la separazione dei poteri. La democrazia diretta di

Rousseau era una forma di dispotismo per Kant. Gli Stati devono darsi una forma

repubblicana perché le repubbliche sono meno inclini degli Stati dispotici a fare la guerra: il

despota decide a suo capriccio se fare o meno la guerra, spesso è condotta per futili motivi

e soprattutto il despota la fa con leggerezza, ben sapendo che le sue conseguenze,

sempre nefaste, ricadranno sui cittadini e non sulla sua persona. Gli stati repubblicani

invece fanno la guerra con maggiore difficoltà: essa prevede una decisione come risultato

di un confronto tra diversi poteri; in secondo luogo, essendo uno stato rappresentativo, il

popolo stesso, il quale materialmente fa la guerra, rappresenta un ostacolo di grandissimo

rilievo. Se si moltiplica il numero degli Stati repubblicani, superando il numero di stati

dispotici, la guerra non ci sarebbe più.

«il diritto delle genti deve essere fondato su un federalismo di

2. Politica internazionale

liberi Stati». Il problema kantiano era sostituire il diritto alla forza nelle controversie tra gli

Stati. Qui Kant stabilì una netta analogia tra rapporti tra gli individui all’interno dello Stato e

ciò che invece dovrebbe accadere nei rapporti tra gli Stati: dovrebbe esistere un ente terzo

superiore agli Stati che ne regoli le controversie. Questo processo di chiama

Essa si può realizzare con un modello

giuridicizzazione delle relazioni internazionali.

confederativo o con uno federativo, un unico Stato mondiale che governi le varie parti del

mondo sulla base del diritto. Nel caso del modello confederativo, non si crea un ente terzo,

gli Stati rinunciano, finché possono, all’uso della forza nei loro rapporti reciproci. Nel caso

del modello federativo si crea effettivamente uno Stato mondiale che governa il pianeta.

essenziale per lo sviluppo dello spirito della pace perpetua. Il diritto

Diritto cosmopolitico →

3. cosmopolitico è il diritto che ogni individuo deve avere, di qualsiasi parte del mondo, di

entrare, di partecipare a qualsiasi Stato del mondo: è il diritto di visita, di ingresso in Stati ai

quali non si appartiene. Questo diritto cosmopolitico è l’espressione delle crescenti relazioni

che i popoli della terra stringono tra di loro: esso diventa una necessità in un mondo

sempre più collegato reciprocamente.

La libertà degli antichi

BENJAMIN CONSTANT (1767-1830): (1819)

Constant è considerato uno dei grandi esponenti del liberalismo della Restaurazione, quel

particolare pensiero politico che prese forma tra la Rivoluzione francese e la Restaurazione, ma,

più in generale, fu un personaggio di spicco e uno dei più influenti teorici della tradizione liberale.

I grandi pensieri su cui Constant rifletté furono le esperienze del giacobinismo e del bonapartismo,

che considerava effetti perversi della democrazia e della sovranità popolare.

Constant ha fissato la celebre dicotomia antichi/moderni, che però è veicolo di una più generale

questo tema iniziò a prendere forma con Constant e si

separazione tra democrazia e liberalismo:

l’Ottocento. Una l’Ottocento è

trascinò lungo tutto delle grandi preoccupazioni che ha attraversato

stata come conciliare la salvaguardia della libertà con la salvaguardia della democrazia: dopo la

Rivoluzione, la democrazia cominciò a penetrare in un mondo che non era democratico. Libertà ed

eguaglianza si legano molto difficilmente tra loro: come si possono conciliare? Constant era

sinceramente liberale, ma nutriva profonda diffidenza nella democrazia: questo pensiero è esposto

ne La libertà degli antichi.

Constant non era propriamente un filosofo politico, bensì un autore fortemente implicato nelle

vicende politiche della sua epoca. Per questo motivo le sue non sono vere e proprie opere

politiche: sono pamphlet, lezioni, testi più o meno occasionali che definiscono un pensiero politico

coerente. Svizzero di Losanna, era vicinissimo a Madame de Stael, figlia di un ministro della

corona francese. Tra 1799 e 1802 fu membro del Tribunato, istituzione con il compito di preparare

le leggi che venivano poi promulgate dal potere legislativo. Divenuta progressivamente

un’istituzione ostile a Napoleone, il Tribunato fu sciolto: Constant andò in esilio in tutta Europa.

Tornato a Parigi nel 1814 dopo la sconfitta di Napoleone, durante i accettò di collaborare

100 giorni

la possibilità di riformare l’impero in senso liberale.

con Napoleone stesso, vedendo in lui Dopo la

sua caduta definitiva andò di nuovo in esilio. Nel 1817 tornò nuovamente a Parigi, diventò deputato

nel 1819, esercitando una sistematica opposizione contro Luigi XVIII e Carlo X di Borbone:

l’opposizione liberale al ritorno dell’assolutismo. Nel 1830,

Constant rappresentò dopo la

Rivoluzione di Luglio, fu nominato da Luigi Filippo presidente del Consiglio di Stato, ma morì poco

dopo. l’opera più sistematica, oltre la

Constant scrisse diversi testi: è i

Libertà degli antichi, Principi di

uscita in due edizioni (1806 e 1815). Queste due edizioni presentano differenze tra di loro,

politica,

in quanto sono ragionamenti su eventi a lui contemporanei.

Tre temi sono importanti nella sua opera complessiva:

1. dal punto di vista della libertà e della democrazia;

Rapporto tra antichi e moderni

2. fondamentale dopo la Rivoluzione

Rapporto tra sovranità popolare e diritto di voto,

francese;

3. Il potere neutro.

Constant sviluppò questi temi sullo sfondo del grande dramma storico della Rivoluzione francese,

quel processo iniziato dalla Rivoluzione e terminato con la caduta di Napoleone.

LA LIBERTÀ DEGLI ANTICHI PARAGONATA A QUELLA DEI MODERNI

Constant pose una frattura netta tra il modo in cui gli antichi concepivano libertà e democrazia e il

modo in cui potevano concepirla i suoi contemporanei. Constant sostanzialmente si riferiva al

modello politico delineato da Rousseau e dall’esperienza del giacobinismo, i quali intendevano

ristabilire un direttismo nel mondo moderno. Constant sosteneva due tesi, rivolte rispettivamente al

modello rousseauiano e a quello giacobino:

l’esperienza degli antichi non era

1. Dimostrare che strutturalmente riproducibile nel moderno,

che non era possibile trapiantare il modello della democrazia e della libertà degli antichi nel

mondo moderno (tesi contro Rousseau);

2. Il vero argomento, che sembra contraddire il primo, è dimostrare che, qualora si tentasse di

effettuare questo trapianto, da esso deriverebbero il dispotismo, il potere arbitrario.

mostri:

È in questo momento storico, vedendo gli effetti della Rivoluzione, che iniziò a prende corpo l’idea,

che diventerà chiarissima con Tocqueville, che la democrazia è il terreno di coltura del dispotismo.

Questi intellettuali ragionavano come Montesquieu, solo che Montesqueiu identificava il dispotismo

l’assolutismo monarchico, mentre essi

con trovarono il fondamento del dispotismo nella

democrazia che videro sorgere dalla Rivoluzione francese. Il principe di questa teoria fu

Tocqueville, che costruì il proprio pensiero politico attorno al concetto di tirannide della

maggioranza.

Secondo Constant, le principali differenze tra antichi e moderni erano quattro:

antico considerava la

1. L’uomo il punto massimo della

partecipazione alla vita pubblica

propria realizzazione personale: in quanto cittadino, era partecipe dei destini della propria

comunità. L’uomo moderno invece tende, in primo luogo, a realizzarsi nella sfera privata,

persegue i propri interessi, le proprie personali inclinazioni disinteressandosi della sfera

L’uomo moderno è

pubblica fin quando essa non viene toccato in maniera diretta.

tendenzialmente apatico dal punto di vista politico, è rinchiuso nel suo individualismo e, su

Questa è una differenza nella struttura stessa dell’uomo, una

certi aspetti, nel suo egoismo.

differenza quasi antropologica. direttistica che tutti i

Se si accetta questa prima idea fondamentale, bisogna eliminare l’idea

cittadini abbiano voglia di decidere sulle cose pubbliche: uno dei principali ostacoli alla democrazia

diretta nelle grandi entità politiche è proprio il disinteresse delle persone.

2. I cittadini antichi di pieno diritto potevano beneficiare della di alcuni per potersi

schiavitù

dedicare interamente alla politica; i moderni invece, esclusi alcuni casi particolare, per

vivere devono lavorare: anche se fossero pervasi dallo spirito pubblico che avevano gli

antichi, i moderni non possono materialmente dedicarsi a tempo pieno alla politica. La

nelle migliori delle ipotesi, un’attività

politica nel mondo moderno può essere, secondaria.

Questa è un’altra critica al direttismo: è un’attività che può essere svolta

la politica in

maniera adeguata soltanto come professione primaria. Il politico attivo deve svolgere la sua

attività a tempo pieno e fare della politica il proprio lavoro, ma questo, nel mondo di

Constant, non era più possibile: dovendo adempiere altri compiti rientranti nella sfera

privata, l’uomo è indisponibile alla politica, e se anche avesse la spinta verso il pubblico,

non potrebbe sostenerla economicamente. Questa è una differenza dirimente secondo

Constant.

Un dibattito molto vivo, legato a questo punto, è la retribuzione dei politici: o si accetta di pagare i

politici con il denaro pubblico, oppure si accetta che i politici siano i ricchi, i plutocrati, coloro che

possono permettersi di non lavorare e svolgere l’attività politica. →

3. Le antiche da quelle moderne Constant era

differenti dimensioni delle comunità politiche

consapevole che lo Stato moderno non aveva le dimensioni per poter sostenere una

democrazia diretta all’antica, che si ritrovava nell’agorà per discutere le questioni pubbliche,

che permetteva a ognuno di prendere la parola, che riuniva poche centinaia o migliaia di

all’autore riunivano milioni di persone.

persone: le comunità politiche contemporanee

Un ulteriore elemento che rendeva, e tuttora rende, estremamente pericoloso il meccanismo della

democrazia immediata è la competenza dei cittadini. Questi tre elementi assieme rendevano

all’epoca di Constant,

impossibile realizzare, il modello politico caratterizzante degli antichi.

4. A differenza degli antichi, che potevano praticare la democrazia diretta e sentivano di

realizzare la propria libertà all’interno dello Stato, i moderni devono per forza accontentarsi

della gli uomini moderni cercano la libertà dallo Stato, e al

democrazia rappresentativa:

tempo stesso devono affidarsi a meccanismi di governo rappresentativo. Il governo

rappresentativo risolve i tre problemi indicati prima: i politici, stipendiati, possono occuparsi

a tempo pieno della politica e prendere decisioni in un luogo circoscritto e controllato.

Riguardo il problema della pace e dei rapporti internazionali, come Kant, Constant riteneva che la

guerra stesse diventando obsoleta, perché allo spirito della guerra, al militarismo, stava

subentrando lo uno strumento pacificatore delle relazioni tra i popoli. Il

spirito del commercio,

mondo era proiettato ad una naturale scomparsa della guerra nei rapporti tra gli Stati.

IL PROBLEMA DEL DIRITTO DI VOTO

Il governo rappresentativo era dunque la soluzione agli ostacoli strutturali della modernità.

Constant si chiese però quanto dovevano essere realmente rappresentative le istituzioni

democratiche: il cruciale nel definire chi legittima le istituzioni politiche

diritto di voto,

rappresentative, per Constant doveva essere garantito su una base censitaria molto ristretta.

Constant credeva ancora di poter frenare l’avanzata della democrazia: in questo senso, Constant

presenta una sensibilità molto diversa da quella di Tocqueville, il quale, appartenendo a una

generazione successiva, era convinto che lo spirito della democrazia fosse arrivato e fosse

inarrestabile, e il problema era limitarlo. Per Constant il voto doveva essere molto ristretto, limitato

ai ceti abbienti e colti: egli era favorevole al Due erano gli argomenti utilizzati

suffragio censitario.

per giustificare questa presa di posizione:

→ solo

1. coloro che, attraverso le tasse, mettevano a disposizione dello Stato

Cassa comune

delle risorse finanziarie dovevano avere il diritto e il privilegio di decidere come quelle

risorse venissero utilizzate.

In questi anni tasse e rappresentanza furono concetti che viaggiarono parallelamente: esse furono

la rivendicazione principale della Rivoluzione americana.

→ coloro

2. che non pagavano tasse sufficienti, e dunque erano, per

Formazione culturale

definizione, meno abbienti, avevano meno risorse culturali per essere depositari di un diritto

così importante come quello di scegliere i propri rappresentanti. Le classi povere, proprio

perché hanno meno sapere, meno competenza, meno istruzione, rischiano di farsi

conquistare dal demagogo di turno, il quale, proprio perché può governare in nome del

popolo, tende a concentrare nelle sue mani dei poteri enormi.

La sovranità di chi governa in nome del popolo è tendenzialmente irresistibile, a differenza della

sovranità legittimata da un potere divino, a cui nessuno, al tempo di Constant, credeva più.

Nella riflessione politica di Constant è presente il tema del soprattutto nei

potere neutro: Principi di

egli riteneva che fosse necessario, una volta che si fosse affermato il principio della

politica,

sovranità popolare, che esistessero dei poteri che non derivassero dalla sovranità popolare, un

contrappeso di potere che non traesse legittimità dal popolo. Questo potere è la monarchia,

legittimata dal diritto dinastico: grazie a questa caratteristica, il sovrano ha le risorse per garantire

l’equilibrio del sistema politico nel suo complesso: egli non deve governare, bensì garantire il

funzionamento complessivo del sistema politico. La risorsa per assumere questa funziona di

garante è la sua non derivazione dal popolo.

ALEXIS DE TOCQUEVILLE (1805-1859): Democrazia in America (1835)

Insieme a Marx, Tocqueville rappresenta uno snodo decisivo nella storia delle teorie politiche

contemporanee.

Tocqueville è stato uno dei più importanti pensatori liberali, uno dei più grandi classici della

tradizione liberale: egli pose al centro della sua opera il grande tema, tipico dei liberali, del rapporto

tra democrazia e libertà. A differenza di Montesquieu, per Tocqueville il dispotismo era un prodotto

della democrazia.

Tocqueville introdusse il tema degli Stati Uniti, che alla sua epoca erano poco studiati e

superficialmente guardati, e del suo sistema politico, che lo stesso autore considerava come una

forma di democrazia pienamente realizzata. Tocqueville è stato, su questo tema, un giovane

visionario : guardando l’America degli anni ’30 dell’Ottocento, vide in maniera quasi profetica, nel

modello sociale e politico americano, alcuni caratteri che furono poi centrali nelle società di massa

che presero corpo nel Novecento. Per questa ragione, Tocqueville ha avuto una strepitosa fortuna

nel Novecento: Rayimond Aron, autore francese molto famoso e influente in Francia, lo ha inserito

nella storia del pensiero sociologico come uno dei suoi grandi maestri. Effettivamente, egli è stato

un grande analista non solo della politica, ma anche della società moderna.

Tocqueville era il rampollo di una grande e potente famiglia aristocratica normanna, filo-borbonica

e legittimista, che riuscì a sottrarsi alla Rivoluzione francese e al Terrore. Dopo la Rivoluzione di

Luglio, Tocqueville si schierò dalla parte di Luigi Filippo, re borghese, causando una rottura con la

sua famiglia e la sua cerchia sociale che lo portò alla decisione di intraprendere, quasi in esilio

insieme a Gustave de Beaumont: l’intenzione

volontario, un lungo viaggio in America (1831-1832),

originaria era studiare il sistema penitenziario americano, in quanto era in corso, in Francia, una

riforma del sistema carceraria. Tocqueville scrisse anche un libro sul tema, e Beaumont, sulle basi

di questa esperienza, scrisse un importante libro sulla schiavitù.

l’idea di scrivere

Durante questo lungo viaggio, Tocqueville maturò il suo capolavoro, pubblicato in

molto diverse, anche l’impostazione

due diverse tappe, nel 1835 e nel 1840. Le due edizioni sono

di fondo è la stessa: →

1. Prima democrazia carattere più descrittivo, orientato verso un senso positivo della

politica e della società moderna;

2. Seconda democrazia carattere più filosofico, con un impianto fortemente pessimistico:

l’idea è che tutte le società siano proiettate verso un destino illiberale, in parte anche

l’America.

Quest’opera diede una fortissima notorietà a Tocqueville, al punto da diventare un Accademico di

anche un’intensa

Francia; successivamente iniziò carriera politica, diventando parlamentare nel

1839, che continuò fino alla vigilia del colpo di Stato di Luigi Napoleone Bonaparte: Tocqueville gli

un’alternativa al socialismo.

era ostile, ma nella sua visione rappresentava Per un certo periodo i

due collaborarono, tanto che Tocqueville fu ministro degli Esteri di Luigi Bonaparte, ambito in cui si

era già distinto riguardo la sua politica coloniale e nei confronti della Repubblica Romana. Alla

vigilia del colpo di Stato prese le distanze da Bonaparte e si ritirò a vita privata. L’antico regime e

In questo periodo scrisse una seconda opera monumentale, rimasta incompiuta,

la rivoluzione. Questo testo è importante su due piani differenti:

→ Tocqueville

1. Piano storiografico ha sostenuto la tesi secondo cui vi sarebbe una

sostanziale continuità (tesi continuista) tra l’epoca dell’antico regime, la Rivoluzione e ciò

che è avvenuto dopo, fino all’epoca a lui contemporanea. In Francia la continuità era il

radicale centralismo dell’amministrazione, segno continuo della storia politico-

della Francia. Il centralismo, per l’autore, era

amministrativa una delle più gravi minacce

portate alla democrazia.

LA DEMOCRAZIA IN AMERICA

grandi temi dell’opera di Tocqueville importanti nel discorso politico

I tre sono:

1. America cosa pensava e vedeva quanto Tocqueville parlava di America;

→ cos’è, come l’ha definita Tocqueville e qual era

2. Democrazia il suo futuro;

→ prodotto della democrazia.

3. Concetto di tirannide della maggioranza

Il centro della riflessione c’è la definizione di come funzionavano le società democratiche e come in

esse fosse possibile preservare la libertà degli individui.

L’AMERICA

Prima della Democrazia in America, Tocqueville scrisse dei diari dei suoi viaggi, successivamente

pubblicati, i quali rappresentano una fonte importante per capire che tipo di interlocutori egi ha

raccolto. L’America che Tocqueville visitò era però

avuto, quali testimonianze e impressioni ha qui l’immagine era molto filosofica

molto diversa da quella che si ritrova nelle sue opere: e poco

fedele a ciò che effettivamente Tocqueville vide. James Bryce, nel suo American Commonwealth,

metà dell’Ottocento

analizzò la società americana per come si era configurata nella seconda

confrontandosi con il testo di Tocqueville, mettendo in rilievo come uno dei limiti della Democrazia

l’America per quello che era

era proprio questo carattere troppo filosofico, che non aiutava a capire

veramente. dell’America:

Tocqueville, in particolare, non percepì due fattori importanti

L’America degli anni Trenta era

1. già una società fortemente plutocratica: già in questi anni la

descrizione di un’America come

società era fortemente polarizzata, e la paese della classe

media non era fedele alla realtà.

L’avvento dei →

2. partiti politici di massa e il ruolo che stavano assumendo Tocqueville

distingueva i partiti in due grandi categorie:

 → partiti che lottano e che aggregano consenso su grandi ideali per i

grandi partiti

quali combattere;

 →

piccoli partiti partiti che hanno come unico scopo la conquista del potere, che

giocano sulla scena politica semplicemente per vincere le elezioni.

Fino al 1890 in America c’era lo spoil system, sistema per il quale il partito che vinceva le

elezioni inseriva suoi membri in tutti i ruoli amministrativi: non esistevano impiegati pubblici,

l’amministrazione cambiava

concorsi, amministrazione pubblica; ogni volta che le elezioni

Secondo Tocqueville l’America era un paese di

portavano al potere un partito diverso.

piccoli partiti: quest’analisi non coglieva in profondità le grandi trasformazioni in corso e di

ovvero l’avvento dei partiti politici di massa.

cui gli stessi americani erano ben consapevoli,

Autori come Calhoun videro questi processi di cambiamento della democrazia con una

chiarezza strepitosa, ma Tocqueville non se ne rese conto.

a un’epoca che stava

Tocqueville incontrò e parlò con personaggi appartenenti tramontando, ed è

il suo ragionamento sull’America.

sulla base delle loro affermazioni che costruì Molti dei dialoghi

riportati nei suoi diari sono diventati pezzi organici del suo capolavoro. I suoi interlocutori hanno

oscurando quello che stava emergendo davanti ai suoi occhi: alla fine degli anni Venti la vera

democrazia arrivò in America. nell’America

Nonostante queste premesse, Tocqueville vide le future società di massa.

LA DEMOCRAZIA

Tocqueville guardava la democrazia con gli occhi di un grande aristocratico: la democrazia non gli

piaceva, perché le società democratiche erano popolate da uomini mediocri, senza particolari

qualità, uomini massa , ma al tempo stesso la ammirava. Nella sua opera Tocqueville dà una

serie di definizioni della democrazia:

1. Democrazia come assetto sociale: la democrazia, nel linguaggio di Tocqueville, è in primo

luogo un assetto sociale, è una forma della società e non una forma di governo. Questo

assetto è caratterizzato dalla eguaglianza delle condizioni, intesa come eguaglianza delle

opportunità: gli uomini possono partire da punti diversi, ma tutti hanno le stesse possibilità

di organizzare e costruire la propria vita, tutti possono tentare di realizzarsi in qualsiasi

modo. L’eguaglianza delle condizioni distingue la società democratica da quella

aristocratica, o almeno quella che Tocqueville ha in mente: queste ultime sono società di

ceti, divise in gruppi sociali rigidi che decidono il destino degli individui, sono immobili. In

America non esistevano i ceti, ognuno era pienamente libero di realizzarsi e la mobilità

sociale era estremamente viva: la democrazia era una società di questo tipo, in cui tutti

potevano tentare la scalata sociale, salendo o scendendo.

2. La democrazia, intesa come società democratica, è il destino di tutte le società, la forma

Nell’introduzione di una delle edizioni della

verso cui tendono tutte le società umane.

«la rivoluzione democratica è un fatto provvidenziale,

Democrazia, Tocqueville scrisse che

irresistibile, universale, che si sottrae alla potenza dell’uomo».

Questo processo, che Tocqueville vedeva già nella società medievale con il clero, andava

3. però governato in modo razionale, altrimenti, se si prova a contrastare la democrazia con

metodi violenti, duri, la reazione sono i sussulti rivoluzionari, eventi che distruggono la

società. Il processo di democratizzazione, per Tocqueville, metteva a rischio la libertà degli


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in storia
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2016-2017

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