15/02/2016
Tema del corso è la storia del pensiero politico contemporaneo. Si prenderanno in esame una serie di autori importanti dell’età contemporanea (XVIII-XX secolo), filosofi che hanno fissato delle categorie valide ancora oggi. L’approccio è di tipo storico: si farà riferimento all’elemento teorico, facendo però particolare attenzione al rapporto che questi autori hanno intrattenuto con il proprio tempo.
L’interesse è capire in che misura essi sono stati influenzati e condizionati dal proprio tempo e in che misura essi hanno introdotto nel dibattito politico degli elementi di discussione importanti: l’attenzione sarà dedicata in particolare alla specifica attualità di questi autori.
I classici del pensiero politico
Cos’è un classico del pensiero politico? Secondo Norberto Bobbio, un classico ha tre caratteristiche fondamentali, che si presentano contemporaneamente quando lo si analizza:
- Un classico è innanzitutto un grande interprete del proprio tempo e un lettore della realtà a lui contemporanea, che da essa è permeato e su di essa incide.
- Il classico ha la capacità di trascendere il proprio tempo e fissare dei concetti, delle categorie che continuano a essere interessanti anche in contesti differenti. Alcuni esempi possono essere la teoria delle forme di governo di Erodoto, la teoria della separazione Stato/Chiesa di Montesquieu, la teoria del capo carismatico di Weber.
- I classici sono autori che in differenti epoche storiche vengono letti, riletti, interpretati e reinterpretati in maniera differente, proprio perché sono autori vivi, particolarmente esposti al dibattito, e che spesso sono interpretati in maniera drasticamente diversa. Un esempio è Rousseau e la sua riflessione sulla democrazia: Rousseau è stato interpretato come il padre della democrazia totalitaria, un’idea assoluta della politica, che è passata attraverso il Terrore giacobino, la tradizione socialista, il bolscevismo e lo stalinismo. Secondo Jacob Talmon, Rousseau sarebbe il padre del totalitarismo di sinistra (Le origini della democrazia totalitaria, 1952). Ma Rousseau è stato anche interpretato come il padre della democrazia diretta.
Quando inizia la storia del pensiero politico contemporaneo? Se si accetta l’idea che tutti i classici del pensiero politico sono contemporanei, si potrebbe partire dagli antichi, ma anche dalla prima età moderna, quando appaiono i primi grandi pensatori che ci dicono molto sulla contemporaneità, come Machiavelli, Jean Bodin, Hobbes, da cui inizia a circolare la discussione sul concetto di Stato.
Il punto di partenza del nostro percorso è Montesquieu, a metà XVIII secolo, anche se c’è un momento nella storia dei dibattiti politici in cui si accende una luce di modernità: i dibattiti di Putney, durante la rivoluzione di Cromwell, in cui vengono messe in campo tante idee moderne.
Il punto di arrivo invece è la metà del Novecento: la storia dei grandi classici del pensiero politico contemporaneo arriva a due autori in particolare, Max Weber, ritenuto da Bobbio l’ultimo dei classici, e Joseph Schumpeter. Quest’ultimo è uno dei più importanti teorici della democrazia moderna: egli ha fissato l’idea della democrazia come un governo di élite, di capi, che combattono sul mercato elettorale per esercitare il potere.
Se esistesse la democrazia per quello che significa, sarebbe pericolosa. Schumpeter scrive Capitalismo, socialismo, democrazia (1942), in cui viene formulata questa tesi sulla democrazia.
Tutti i classici, che ci insegnano delle cose sul mondo contemporaneo, in realtà su alcune cose non ci insegnano più nulla. Rispetto al modo di pensare la politica degli ultimi cinque secoli, il mondo degli ultimi trent’anni è drasticamente cambiato, e questi stessi classici, che pure sono attuali e ci fanno capire dei pezzi del mondo in cui noi oggi ci muoviamo, non ci fanno vedere che oggi la politica è finita: il mondo della globalizzazione, in cui contano molto meno gli Stati, in cui la capacità stessa della politica di regolare la vita è diminuita, è un mondo completamente diverso da quello che immaginavano i classici. Probabilmente ci vuole il nuovo classico.
Da metà del Settecento i grandi autori si sono confrontati con due grandi processi, l’avvento e lo sviluppo del capitalismo moderno e la progressiva e dilagante massificazione della vita politica e sociale, sullo sfondo di grandi trasformazioni politiche, sociali, economiche, culturali, quali furono la crisi dell’assolutismo moderno, e con esso delle società di ancien régime, le rivoluzioni borghesi, la nascita delle nazioni e del nazionalismo, lo sviluppo del socialismo e del movimento operaio, l’imperialismo e la guerra, la progressiva massificazione dei sistemi politici e sociali, i fascismi e l’avvento della democrazia.
16/02/2015
Ognuno degli autori trattati fa parte di una cultura politica, di tradizioni politiche diverse, con cui condivide diversi elementi:
- Tradizione liberale: la parola liberale inizia a circolare tra Settecento e Ottocento. Elemento centrale è il problema della libertà, come si può garantire la libertà degli individui, in tutti i suoi aspetti, nel momento in cui essi si associano in una comunità politica.
- Tradizione democratica: elemento centrale è il tema dell’eguaglianza: tutti gli uomini devono essere, se non concretamente, potenzialmente eguali. Rousseau iniziò a riflettere sulla politica analizzando la diseguaglianza, per Tocqueville invece la democrazia, prima ancora di essere una forma di governo, è un assetto sociale caratterizzato dall’eguaglianza delle condizioni: le società democratiche sono quelle in cui le potenzialità dell’individuo sono eguali. Fino all’Ottocento elemento cardine dei democratici radicali era il sorteggio come metodo elettivo, proprio perché si è tutti uguali. Solo dopo l’Ottocento, con una maggiore complessità delle società, ha preso piede l’idea di elezioni, rappresentanza e democrazia come la intendiamo oggi. Negli ultimi anni è entrato nel linguaggio corrente il concetto di democrazia del pubblico.
- Tradizione repubblicana: questa tradizione parte dal mondo romano, da Cicerone, ha il suo mito politico in Machiavelli e poi, attraverso i secoli, riemerge in Rousseau, Kant e Madison. Essa gravita attorno a due concetti: il primo è quello di virtù, un elemento di educazione del cittadino al rispetto degli altri, alla frugalità, a tutta una serie di concetti; il secondo è il governo delle leggi. La repubblica è una forma di governo in cui i cittadini, già virtuosi, si riconoscono non nel governo di uomini, ma nel governo delle leggi, in un governo comune, che è superiore ad ogni cosa.
- Tradizione conservatrice: essa consiste nella tendenza a pensare che i sistemi politici e sociali, per svilupparsi in modo non traumatico, debbano progredire gradualmente, maturare nel corso del processo storico. Quando si vuole imporre una società a tavolino, allora essa non può funzionare, perché concepita astrattamente: questo, ad esempio, è il ragionamento di Burke sulla rivoluzione francese. Montesquieu invece vedeva nell’assolutismo monarchico e nel processo di sviluppo della società feudale un impulso positivo alla trasformazione politica. Anche Gaetano Mosca può essere ricondotto a questa matrice: nel 1912, in veste di Parlamentare, riguardo il grande dibattito sull’introduzione del suffragio universale maschile, si oppose sostenendo il mantenimento del suffragio ristretto, proprio perché pensava che bisognasse arrivare gradualmente al suffragio universale, educando prima la popolazione.
- Socialismo: il tema principale del socialismo è l’eguaglianza, ma intesa diversamente rispetto a quella democratica: il socialismo cerca di realizzare una società egualitaria attraverso l’eliminazione della proprietà privata, la causa di tutti i mali. La prima corrente è la Congiura degli Eguali (1796), guidata dalla figura di Babeuf, che predica un comunitarismo agrario. Per Marx invece il fine del processo storico è l’avvento della società senza classi, quella in cui, per sempre, viene abolito il dominio dell’uomo sull’uomo.
- Tradizione liberal-democratica: tradizione più interessante per capire il Novecento. Vi appartengono autori come Constant, liberali ma apertamente anti-democratici, o come Rousseau, democratico ma anti-liberale. Questa tradizione ha preso corpo tra Ottocento e Novecento, e ha il suo esponente di rilievo in Madison e il suo più importante teorico politico in Schumpeter. Il tema fondamentale è la poliarchia: le democrazie sono governi plurali, una competizione tra élite per ottenere il consenso di governare. L’inventore del termine è Robert Dall, che come Schumpeter, crede che la democrazia sia una lotta tra élites.
17/02/2016
Montesquieu (1689-1755): L’esprit des lois (1748)
Francese, visse negli anni seguenti il regno di Luigi XIV, anni di profonda crisi dell’assolutismo, che si avviava verso la fine della sua parabola. All’assolutismo egli guardava con avversione e preoccupazione e vi opponeva, come modello positivo, il sistema monarchico costituzionale emerso in Inghilterra con la rivoluzione di Cromwell, che però era già cambiato profondamente rispetto a quello originario emerso dalla Gloriosa rivoluzione.
Proprio sul modello istituzionale, politico e sociale inglese Montesquieu costruirà la sua riflessione, nell’XI libro della sua grande opera.
Montesquieu fu uno dei principali esponenti della reazione nobiliare all’assolutismo: egli guardava il suo tempo con gli occhi nostalgici di un paladino della società feudale in disgregazione. Guardando all’indietro, paradossalmente, ha fissato dei concetti che hanno tuttora un carattere moderno: egli fu il teorico per eccellenza della separazione e dell’equilibrio dei poteri come antidoto al dispotismo.
Montesquieu fu un osservatore dei sistemi sociali e politici: era uno studioso della pluralità, viaggiava, raccoglieva documenti, li studiava, ebbe una sensibilità moderna. Raymond Aron lo considera uno dei grandi classici del pensiero sociologico contemporaneo.
Montesquieu fu un esponente della nobiltà di toga: si laureò in diritto e, per un certo periodo, praticò la magistratura, ereditando la carica di Presidente del Parlamento di Bordeaux, uno dei 13 Parlamenti francesi dell’epoca. Essi erano organi giudiziari incaricati di custodire le leggi del regno, ma con un ruolo politico: il diritto di registrazione, la facoltà di registrare materialmente tutte le leggi e le misure del monarca prima della loro applicazione, in piena autonomia reciproca e nei confronti del monarca, e potevano esercitare una forma di opposizione rifiutandosi di registrarle.
Questo diritto era stato abolito durante il lungo regno di Luigi XIV, ma era poi stato ristabilito subito dopo la sua morte (1715).
Nel 1726 vendette la carica e si dedicò a viaggi, raccolta di documenti, scrittura: le sue opere più importanti sono le Lettere persiane (1721), Considerazioni sulle cause della grandezza dei romani e della loro decadenza (1734) e Lo spirito delle leggi (1748).
L’esprit des lois (1748)
Lo spirito delle leggi è stato scritto in 20 anni, diviso in 6 parti e in 31 libri. Non sempre è coerente, a causa della lunga durata della sua scrittura. È un’opera molto complessa anche nell’evoluzione di pensiero che in essa si può ritrovare.
Sono tre i grandi temi dell’opera di Montesquieu:
- La definizione dello spirito delle leggi: insieme delle relazioni complesse altamente articolato tra le diverse condizioni che danno luogo a ordini politici diversi, tra i quali non si può mai dire quale sia il migliore: ci sono forme di governo che si adattano meglio ad alcune condizioni.
- La teoria delle forme di governo.
- La teoria della separazione dei poteri.
Questi tre temi sono strettamente legati da una riflessione sulla decadenza della monarchia francese, dai rischi di una deriva dispotica cui essa sembra essere esposta proprio a causa della decadenza della monarchia, a cui seguirebbe il declino stesso della società, e sui possibili rimedi a questi rischi in vista di una difesa della libertà: la preoccupazione di fondo è una possibile deriva dispotica in Francia e la difesa della libertà.
A differenza di autori a lui contemporanei, Montesquieu non si interrogò su quale potesse essere la migliore forma di governo in assoluto, la Costituzione ideale, ma, con atteggiamento da osservatore, cercò piuttosto di ragionare su come funzionavano i sistemi politici.
A differenza del modello dominante di ragionamento sulla politica dei suoi tempi, il modello contrattualistico, che impostava il ragionamento sulla politica in termini tipicamente razionalistici (Hobbes, Locke, Rousseau), facendo uscire l’uomo dallo stato di natura attraverso un patto, strumento con cui si costituisce l’ordine politico, Montesquieu adottò il metodo delle scienze sperimentali, comparativo e fortemente orientato in senso storico: per studiare la politica occorreva risalire alle radici dei vari sistemi politici e sociali esistenti, descriverli e metterli a confronto, e questo poteva avvenire solo con l’osservazione, lo studio, la ricerca sul campo.
Per questo motivo Montesquieu può essere considerato uno dei padri delle scienze sociali. Sulla base delle osservazioni sul campo elaborò poi una teoria relativistica, molto attenta alle differenze tra i luoghi che aveva visitato. L’esperienza di magistrato nel Parlamento di Bordeaux fece inoltre maturare in lui l’idea che il potere giudiziario potesse essere in grado di controllare e frenare il potere assoluto del sovrano.
Allo Spirito delle leggi iniziò a pensare a metà degli anni Venti e iniziò materialmente la composizione a metà degli anni Trenta. Nei primi otto libri dell’opera si trova un Montesquieu repubblicano: nella repubblica vedeva la forma di governo che meglio si adattava agli Stati di media grandezza, come la Francia a lui contemporanea. Successivamente cambiò idea: si convinse che le repubbliche potevano funzionare solo in piccoli Stati, di ristrette dimensioni, poiché esse comportano un alto grado di controllo sociale. Dal libro XI si trova invece un Montesquieu definitivamente schierato per la monarchia moderata.
La definizione dello spirito delle leggi
Nel quadro della visione relativistica della politica, Montesquieu definì il concetto di legge e la categoria di spirito delle leggi:
- Le leggi positive hanno origine dallo stato di guerra latente tra gli Stati e tra gli individui della stessa società che sono alla base della fondazione di una comunità politica. Montesquieu ne individua tre specie:
- Diritto delle genti: leggi che regolano i rapporti internazionali.
- Diritto politico: le leggi istitutive della comunità politica.
- Diritto civile: leggi riguardanti i rapporti reciproci tra cittadini.
Le leggi danno forma ai sistemi politici e sociali: esse sono il prodotto di forti condizionamenti geografici, climatici, che hanno a che fare con le dimensioni del territorio, con gli usi e i costumi di determinati popoli, con la religione, con le attività che gli uomini esercitano in prevalenza e che sono situate in una condizione spaziale e temporale particolare.
- Lo spirito delle leggi è quel principio di carattere più generale che spiega di volta in volta la sostanza delle leggi. Le leggi esprimono sempre una razionalità che è situata in determinate condizioni storico-geografiche.
Per questo motivo, per Montesquieu non esisteva una migliore forma di governo in assoluto, semmai esistevano costituzioni, leggi, forme di governo che erano più o meno adatte ai diversi contesti cui le leggi si riferivano. Questa è una concezione tipicamente relativistica: il mondo è fatto di diversità culturali, di pluralità, che hanno il loro radicamento in una storia profonda.
Montesquieu non aveva però un approccio determinista: le leggi non si riferivano meccanicamente ai vari condizionamenti, ma il legislatore aveva la libertà di plasmare le leggi stesse, farle muovere e farle funzionare. In questo modo, egli poteva superare i condizionamenti per garantire la forma migliore di governo.
La sua ricerca è finalizzata alla scoperta scientifica delle cause della varietà delle norme giuridiche e delle istituzioni politiche, e delle ragioni della loro efficacia o della loro inadeguatezza.
La teoria delle forme di governo
Le leggi politiche definiscono le istituzioni politiche, la loro struttura essenziale, danno loro forma.
Per capire la teoria di Montesquieu occorre riprendere come la teoria delle forme di governo è stata trattata nel corso della storia: oggi questa teoria è caduta completamente in disuso, e quando parliamo di forme di governo parliamo di governo parlamentare, di governo presidenziale e di governo semipresidenziale.
Questa distinzione è diversa da quella che è stata utilizzata da Erodoto a Max Weber, che ha elaborato la teoria del capo carismatico: gli studiosi successivi hanno infatti iniziato a ragionare sul tema del potere, su come, in una comunità di uomini, prende consistenza il rapporto tra chi comanda e chi obbedisce.
La teoria delle forme di governo si ritrova in Platone e Aristotele, Sant’Agostino e San Tommaso, Marsilio da Padova, Jean Bodin, Hobbes, Spinoza, Rousseau: essa è uno di quei temi classici che attraversano il tempo, e che continua a ritornare ininterrottamente.
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