Studiare la cultura oggi
“Studiare la cultura oggi è come studiare la neve in mezzo alla valanga”. Questa affermazione permette di affermare che studiare la cultura oggi significa essere sommersi dai significati del concetto stesso. Tale affermazione evidenzia che la cultura è sempre in movimento e perciò è complesso analizzarne il processo di definizione. La cultura non è una parte, ma l’insieme di più elementi, singoli blocchi di neve tenuti assieme nella valanga. La cultura è anche un concetto pervasivo, perché abusato nella quotidianità. Infatti, lo si ritrova in tantissime espressioni di senso comune, come “È un uomo di cultura”, “La cultura cinese”. Anche all’interno delle scienze sociali il termine è pervasivo ed abusato. È stato così tanto decostruito, detotalizzato e criticato da essere diventato inutilizzabile. Dato che il concetto di cultura non è stato sostituito dialetticamente, si continua ad utilizzare, perché senza alcune questioni chiave non potrebbero essere pensate. L’antropologia è addirittura giunta a teorizzare, recentemente e con alcuni suoi esponenti, di abbandonare il termine.
De Benedittis e il concetto operativo di cultura
Spiega perché De Benedittis parla di cultura come di concetto operativo. Fornisci degli esempi. È necessario premettere che la cultura è un concetto pervasivo, oramai quasi inutilizzabile, dato che è stato abusato nel tempo. Bisogna allora parlare di cultura come concetto operativo. Benedittis afferma che la cultura è un concetto operativo, perché è difficile parlarne astrattamente e lo si vede nel momento in cui lo usiamo. Gli esseri umani, grazie ai modelli culturali che detengono, sopravvivono, pensano ed agiscono nel mondo. La cultura è operativa perché permette all’uomo di agire in relazione ai propri obiettivi, adattandosi all’ambiente naturale, sociale e culturale.
La cultura funziona come un codice, perché permette di codificare la realtà che abbiamo davanti e quindi di comprendere quanto accade. La cultura è un’opera di ordinamento dell’esperienza umana sotto tre profili: rappresentazioni, percezioni e pratiche. Le tre dimensioni sono correlate. Un esempio riguarda l’importanza del concetto di neve e ghiaccio per i popoli Inuit. La loro percezione di neve e ghiaccio è diversa dalla nostra, perché hanno un impatto nella loro vita quotidiana più ampio che nella nostra, hanno una sensibilità maggiore a cogliere le differenze che riguardano questi due elementi e, infine, queste percezioni sono utili perché servono a sviluppare pratiche diverse dalle nostre, come costruire un igloo.
Questo esempio spiega che il linguaggio ha una dimensione pratica, cioè è possibile fare delle cose con le parole e le pratiche raccontano cose di noi. Questo è evidente nelle cerimonie di laurea o nei matrimoni, ma non corrispondono alla nostra identità. Il modo umano di stare al mondo procede perché vengono costantemente fatte classificazioni e tipologie, per dare un ordine alla complessità.
Le tre definizioni di cultura di Bauman
Bauman nel suo scritto “Cultura come prassi” raggruppa gli usi correnti del concetto di cultura in tre diverse definizioni-filoni. La nozione gerarchica è concepita come segue: Ciò che di meglio è stato pensato e creato in letteratura, nell’arte…, di conseguenza si parla di concetto umanistico. La cultura si oppone alle barbarie, il colto all’incolto. Tale concetto è legato a questioni di potere di legittimazione, che nella società contemporanea, si intrecciano con la legittimazione della classe intellettuale e con la sua crisi. È grazie a questo concetto che si pensa a importanti temi di sociologia dei processi culturali come l’apparire all’interno di una società di modelli di comportamento, quali eccellenza scientifica e competenza specialistica o ancora il mutamento, nel tempo, di quella che viene poi considerata cultura legittima in una società (nella cultura italiana romanesca gli stornelli e il jazz). Il concetto gerarchico di cultura non ammette un plurale, i contenuti cambiano solo attraverso lotte simboliche e materiali.
La nozione differenziale fa riferimento alla totalità dei prodotti dell’uomo, materiali e immateriali, vale a dire norme, valori, credenze e simboli espressivi nei diversi contesti geografici, storici e sociali, di conseguenza si delinea un concetto antropologico. Si definisce la cultura come l’insieme di quelle cose che rendono un gruppo diverso dall’altro (folklore, etnia, etc.). È la nozione-concetto che si trova nelle espressioni comuni della quotidianità, come “La cultura cinese”, “Cultura politica di sinistra”.
Tale concetto parte della premessa che gli esseri umani non sono interamente determinati dal loro patrimonio genetico e che ad uno stesso quadro di condizioni biologiche e sociali possono corrispondere diverse forme socio-culturali. Tale nozione dà conto della pluralità delle espressioni culturali, cioè riconosce che tutte le culture sono equiparabili e quindi non c’è gerarchia, ma sono solo espressioni differenti; però conduce il senso comune a rendere ovvie le categorie di incontro/scontro tra culture, ma nella realtà il riconoscere alcune caratteristiche come proprie di un determinato gruppo fa sì che quel gruppo si percepisca diverso da un altro e questa diversità implica barriere e, quindi, un’idea gerarchica (visione etnocentrica).
Infine, la nozione generica indica la capacità, che differenzia l’uomo da tutti gli altri esseri viventi, di produrre significati e simboli espressivi e di usarli in sistemi complessi di comunicazione. La cultura è la capacità di imporre nuove strutture al mondo. Strutturare è inteso come dare un ordine, ossia organizzare l’ambiente, selezionare e ridurre la complessità e darle senso, quindi orientare e significare. I simboli prodotti dal genere umano hanno senso solo in un sistema unico di rimandi incrociati e di opposizioni ed orientano i nostri comportamenti. Un caso emblematico è il bagno che viene distinto tra uomini e donne tramite due figure stilizzate: esse hanno significato solo l’una in relazione all’altra e di conseguenza direzionano le nostre azioni. Un altro esempio è l’accesso a zone per fumatori identificato da un apposito simbolo che acquista un significato solo in relazione al suo opposto (simbolo della sigaretta con la barra rossa).
La definizione di cultura di Taylor
“La cultura, o civiltà, intesa nel suo senso etnografico più vasto, è quell’insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine che l’uomo acquisisce come membro di una società”. Tylor fu il primo antropologo ad occuparsi dei fatti culturali in modo generale e sistematico e a dedicarsi allo studio della cultura in tutti i tipi di società e in tutti i suoi aspetti, materiali e simbolici, affermando che il termine cultura va applicato alle pratiche sociali-quotidiane di ogni comunità. Egli, quindi, fu il primo antropologo a dare una definizione organica di cultura in senso antropologico. Scrisse in “Primitive Culture” del 1871 quanto sopra riportato ed è una definizione ribelle rispetto alla modalità del tempo di intendere la cultura, ovvero si guardava la cultura in un’ottica etnocentrica.
Allo studioso va il merito di aver abbandonato un giudizio di valore nello studio delle culture a favore di un’ottica longitudinale. La definizione è rivoluzionaria perché legittima la nascita dell’antropologia così come la conosciamo noi oggi (gli studi antropologici precedenti erano degli studi di fatto su commissione, condotti per giustificare l’azione dei popoli colonizzatori); mette a tema la cifra sociale della cultura, cioè il valore sociale della cultura, essendo un prodotto della società; fa da spartiacque tra l’idea classica e quella moderna di cultura (cultura come cultura dell’uomo colto, ma anche dell’uomo popolare, del folklore, del pensiero, dell’assunzione, …); arroga all’antropologia una sorta di monopolio sullo studio della cultura. Gli unici titolati a studiare la cultura erano gli antropologi e, infatti, i sociologi per lungo tempo non l’hanno studiata.
Emergono, però, due contraddizioni, la prima inerente ai campi d’indagine invariati, siccome per lungo tempo la cultura viene studiata in paesi lontani, ma non viene studiata quella del contesto occidentale, dove permane l’idea della cultura della produzione alta. Quindi non c’era autocritica (bisogna attendere la sociologia) e, inoltre, la volontà d’acquisizione diretta di dati come unica fonte di conoscenza, cioè l’unico approccio corretto era l’osservazione etnografica. Il metodo etnografico presenta un elemento negativo, perché questa idea che la cultura sia dominio solo degli antropologici, fa sì che si sviluppino delle produzioni monografiche tribali.
L'apporto della Scuola di Chicago
Tra gli studi classici della cultura nel campo della sociologia abbiamo parlato della Scuola di Chicago; spiega quale è l’apporto di questa tradizione di studi americani agli studi culturali contemporanei. Chicago è la prima città, dopo New York, nella quale convivono sullo stesso territorio gruppi che appartengono a tradizioni culturali, in senso antropologico, differenti. La Scuola di Chicago opera negli anni Venti del 1900 e nasce come Scuola metodologica per lo studio delle diverse popolazioni o culture che popolano le moderne città americane, che si stanno sviluppando per effetto della Rivoluzione industriale. L’attività della Scuola di Chicago si sofferma sui seguenti punti:
- Istituzionalizzare la sociologia come disciplina scientifica e autonoma.
- Dare un’interpretazione della realtà e dei nuovi problemi sociali (conflitto, disagio e marginalità sociale) sorti a seguito dei processi di industrializzazione, urbanizzazione e immigrazione.
- Introdurre nuove metodologie, di stampo qualitativo, infatti, spicca l’osservazione partecipante.
La Scuola di Chicago è la prima scuola soc
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Produzione Culturale
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Produzione
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La produzione culturale del valore economico
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Lezioni, Sistemi di produzione avanzati M