La cultura come concetto operativo
Che cos’è la cultura e come funziona?
La cultura è un concetto operativo perché è difficile parlarne astrattamente e lo si vede nel momento in cui lo usiamo. Il termine cultura è un concetto pervasivo. È un concetto abusato nella quotidianità, lo ritroviamo in tantissime espressioni di senso comune (“È un uomo di cultura”, “La cultura cinese”, “La cultura enogastronomica”). Quindi il termine, nella quotidianità, è utilizzato in vari modi ed in varie espressioni e non sempre stiamo parlando della stessa cosa, anche se il termine è lo stesso.
Da decenni anche le scienze sociali stanno cercando di definirlo, ma con poco successo. Alcuni studiosi, per evitare fraintendimenti, propongono di non usarlo, ma non riescono a farne a meno. Anche all’interno delle scienze sociali è pervasivo ed (ab)usato. È stato così tanto decostruito e criticato da essere diventato inutilizzabile. Si è registrato un processo inflazionistico inerente al termine cultura. Dato che il concetto di cultura non è stato sostituito dialetticamente non si può far altro che continuare ad utilizzarlo, anche se decostruito e detotalizzato, anche perché senza, alcune questioni-chiave non potrebbero essere pensate.
Gli antropologi nella definizione di cultura inserivano quelle caratteristiche che distinguevano, nella prassi, una popolazione dall’altra e la prima caratteristica è la lingua che va di pari passo con l’etnia. L’antropologia è addirittura giunta a teorizzare, recentemente e con alcuni suoi esponenti, di abbandonare il termine. Sul piano della trattazione politica alcune delle definizioni di cultura vengono utilizzate per giustificare una determinata azione o l’azione corrente.
“Studiare la cultura oggi è come studiare la neve in mezzo alla valanga”. La cultura è sempre in movimento e perciò è complesso analizzare il processo di definizione della cultura. La cultura non è una parte, ma l’insieme di più elementi.
Cultura: un termine, tre concetti o processi
Bauman nel suo scritto “Cultura come prassi” raggruppa gli usi correnti del concetto di cultura in tre diverse definizioni-filoni. Esiste un solo termine, quello di cultura, ma i concetti sono tre e sono diversi tra loro.
- Nozione gerarchica: “Ciò che di meglio è stato pensato e creato” in letteratura, nell’arte… (concetto umanistico). Ci sono dei prodotti di alta qualità e altri di minore qualità (la cultura si oppone alle barbarie, il colto all’incolto). Questa nozione dà conto della preoccupazione per il raggiungimento dell’ideale dell’essere umano. Tale concetto è legato a questioni di potere di legittimazione, che nella società contemporanea, si intrecciano con la legittimazione della classe intellettuale e con la sua crisi. È grazie a questo concetto che si pensa a importanti temi di sociologia dei processi culturali come l’apparire all’interno di una società di modelli di comportamento. Il concetto gerarchico di cultura non ammette un plurale, esiste la cultura i cui contenuti cambiano solo attraverso delle lotte simboliche materiali e non;
- Nozione differenziale: la totalità dei prodotti dell’uomo (materiali e immateriali) vale a dire norme, valori, credenze e simboli espressivi nei diversi contesti geografici, storici e sociali (concetto antropologico). Si definisce la cultura come l’insieme di quelle cose che rendono un gruppo diverso dall’altro. È la nozione-concetto che troviamo nelle espressioni comuni della quotidianità. Tale concetto parte dalla premessa che gli esseri umani non sono interamente determinati dal loro patrimonio genetico e che a uno stesso quadro di condizioni biologiche e sociali possono corrispondere diverse forme socio-culturali. Dato che l’antropologia filosofica che fa da sfondo a tale concetto è quella che rimanda all’incompletezza dell’essere umano, allora tale concetto non ha senso inteso al singolare e si lega perciò ad una posizione relativistica: si parla quindi di culture. È comunque complesso delimitare i confini di una cultura, capire quindi dove inizia, dove finisce e chi ne fa parte;
- Nozione generica: Che cosa accomuna il genere umano? Che cosa rende “umano” il “modo umano” di stare al mondo? La capacità di produrre significati e simboli espressivi e di usarli in sistemi complessi di comunicazione. Il fatto che l’uomo sia una specie simbolica e che quindi è in grado di produrre culture, è l’elemento che accomuna gli esseri umani. La cultura, in quanto qualità generica e attributo universale dell’umanità, è la capacità di imporre nuove strutture al mondo.
Le prime due definizioni affermano che la cultura resta la capacità che l’uomo ha di produrre qualcosa. La cultura è una caratteristica che distingue l’uomo dagli altri esseri viventi. L’uomo non solo produce la cultura, ma soprattutto la usa per farsi comprendere nei sistemi di comunicazione.
La nozione differenziale
La nozione differenziale guarda a caratteristiche come il folklore, le etnie, etc. che distinguono un popolo da un altro.
Pro
- Ha l’obiettivo di dare conto della pluralità delle espressioni culturali. Questo è sempre un aspetto positivo, perché ha la capacità di riconoscere che tutte le culture sono equiparabili e quindi non c’è gerarchia, ma sono solo espressioni differenti;
- La cultura è “una struttura di significati trasmessa storicamente, incarnata in simboli, un sistema di concezioni ereditate ed espresse in forme simboliche per mezzo di cui gli uomini comunicano, tramandano e sviluppano la loro conoscenza e i loro atteggiamenti verso la vita” (Geertz).
Contro
- Si conduce il senso comune a rendere ovvie le categorie di incontro/scontro tra culture;
- Sembra avallare nella vita quotidiana visioni etnocentriche, cioè nella realtà dei fatti il riconoscere alcune caratteristiche come proprie di un determinato gruppo fa sì che quel gruppo si percepisca diverso da un altro e che questa diversità funzioni come barriera tra un gruppo e l’altro. In realtà si trae un’idea gerarchica “la nostra cultura è quella più giusta/vera”.
La nozione generica
I simboli umani sono “arbitrari, possiedono dei referenti obiettivi e sono integrati in un sistema-codice. È il potere unico di produrre e riprodurre strutture nuove. La cultura in quanto qualità generica, in quanto attributo universale dell’umanità nella sua differenza da ogni altra specie animale, è la capacità di imporre nuove strutture al mondo” (Bauman). La nozione generica di cultura è fatta per superare il contrasto fra pensiero e materia, corpo e coscienza. Il processo culturale è concepito come parte di una più ampia relazione di adattamento nella quale intervengono tutti gli organismi viventi e i meccanismi di autoregolazione fabbricati dall’uomo. Scienze sociali, cognitive, dell’uomo e neuroscienze sono legate.
Per Bauman esiste un “complesso di regole generative, storicamente selezionate dalla specie umana, che governa al tempo stesso l’attività mentale e pratica dell’individuo umano e lo spettro delle possibilità nel quale può operare tale attività”. Strutturare, nel senso in cui lo usa Bauman, è inteso come dare un ordine. Questo, da un punto di vista culturale, significa organizzare l’ambiente, selezionare la complessità e darle senso. Attraverso la costruzione di un mondo di senso, l’uomo ritaglia possibilità nella sua esistenza, attraverso le pratiche e i simboli creati e riprodotti nell’esperienza.
Significati e simboli
La questione non è tanto il fatto che l’uomo produce simboli, ma piuttosto che i simboli prodotti dal genere umano:
- Hanno senso in un sistema di relazioni. Il simbolismo umano non è un semplice impiego di simboli, ma il fatto che il loro significato ha senso solo in un sistema unico di rimandi incrociati e di opposizioni. I simboli umani sono integrati in un sistema-codice;
- Orientano i nostri comportamenti. I simboli acquistano significato e sono allora capaci di direzionare le nostre azioni.
La cultura produce simboli che ci dicono qualcosa ed orientano quello che noi riteniamo giusto o sbagliato fare. Un caso emblematico è il bagno che viene distinto tra uomini e donne tramite due figure stilizzate: esse hanno significato solo l’una in relazione all’altra. I movimenti della popolazione nera in America sono nati sul tema dei bagni, avere il bagno per i neri significa dare forma a determinate regole, avallare il simbolo e la pratica.
La definizione generica è più operativa perché orienta i nostri comportamenti e ci aiuta a dare un significato. Strutturare è dare un ordine, un senso. Dare senso significa:
- Organizzare l’ambiente;
- Selezionare e ridurre la complessità;
- Significare e orientare, quindi darle un senso.
La complessità della realtà fa sì che noi siamo assetati alla ricerca di indicazioni su ciò che dobbiamo fare. L’assenza di simboli può determinare la caduta della nostra capacità di mettere organizzazione al mondo. La necessità dei nostri simboli è di essere il più universali possibili e questo deriva anche dalla globalizzazione.
La cultura come codice
La cultura come codice funziona essendo l’insieme di quelle cose che permette di codificare la realtà che abbiamo davanti e quindi di comprendere quanto accade. La cultura è un’opera di ordinamento dell’esperienza umana sotto tre profili:
- Rappresentazioni;
- Percezioni;
- Pratiche.
Le tre dimensioni sono correlate, infatti rappresentare le cose in un certo modo, induce mutamenti nella percezione e nelle pratiche. Il modo in cui si costruiscono le regole che servono per organizzare la presenza in una determinata situazione, determina l’idea che ti fai della situazione stessa ed anche il comportamento stesso. Il rumore nei ristoranti giapponesi significa aver gustato ed è un esempio di significato simbolico. La cultura corrisponde all’interazione fra informazioni, schemi e universo simbolico.
Esempio: i popoli Inuit e il concetto di neve/ghiaccio
Il numero di termini nelle lingue artiche per neve e ghiaccio è vasto:
- Rappresentazioni, gli Yupik (popolo islandese) per esempio identificano e nominano in modo diverso almeno 99 formazioni di ghiaccio; gli eschimesi usano 5 parole diverse per definire il concetto di neve. La loro percezione di neve e ghiaccio è diversa dalla nostra, perché quell’oggetto ha un impatto nella loro vita quotidiana più ampio che nella nostra;
- Percezioni, la loro percezione della neve/ghiaccio è diversa dalla nostra. Hanno una sensibilità maggiore a cogliere differenze che riguardano questi due elementi della vita quotidiana;
- Pratiche, queste percezioni sono utili perché servono a sviluppare pratiche diverse dalle nostre (come costruire un igloo).
Questo esempio spiega che il codice linguistico rivela la pluralità di sguardi con cui le persone guardano il mondo e che non solo la lingua determina il modo di pensare e percepire la realtà, ma che il linguaggio ha una dimensione pratica, ovvero:
- È possibile fare delle cose con le parole. Le parole costruiscono il senso che si dà al mondo;
- Le pratiche raccontano cose di noi. Questo è evidente nelle cerimonie di laurea o nei matrimoni. Andare ad un concerto pop o andare alla scala dicono cose diverse su chi siamo. Le pratiche non ci identificano in maniera definitiva, non sono la nostra identità, ma raccontano qualche cosa su di noi. Il nostro modo di stare al mondo procede perché noi facciamo classificazioni e tipologie sempre, ovvero cerchiamo di dare ordine alla complessità.
L’incorporazione della cultura
Il processo attraverso il quale incorporo la cultura è la socializzazione. La cultura è il collante di agenti, pratiche e forme culturali (arte, musica…). La cultura risiede in una serie di forme significanti pubbliche (“prodotti culturali” come arte, letteratura, musica…) che solitamente possono essere viste o ascoltate, o meno frequentemente conosciute, attraverso il tatto, l’olfatto o il gusto, o attraverso una combinazione di sensi. D’altro canto, queste forme esplicite assumono significato solo in quanto le menti umane contengono gli strumenti per interpretarle.
La cultura ci permette di capire cosa il simbolo dice, di orientare le pratiche in funzione del simbolo e di produrre significati alternativi. La cultura è l’insieme di conoscenze, credenze, valori, abitudini, norme scritte che ci permettono di poter dare per scontato alcune informazioni quando interagiamo con gli altri. Ad esempio, è impossibile spiegare i singoli passaggi di una ricetta. Non si assumono comportamenti diversi dal solito in diversi contesti perché c’è una cultura condivisa e delle forme esplicite che hanno significato e sono comprese. La sensazione di comprensione immediata di un mondo familiare è data dal fatto che gli schemi cognitivi, motori e valutativi messi in pratica dall’agente sociale, sono il prodotto dell’incorporazione delle medesime strutture del mondo in cui agisce. La cultura è l’esternalizzazione, l’oggettivazione e l’incorporazione dell’esperienza. L’esperienza e la ripetizione sono allora di fondamentale importanza per incorporare una cultura.
La cultura nelle scienze sociali
Il concetto di cultura
La metafora dell’iceberg
Una metafora da utilizzare per definire il concetto di cultura è quella dell’iceberg, teorizzata da Hall nel 1976. Si vede solo il 10% dell’iceberg, ovvero la cultura esterna o di superficie, il restante 90% è nascosto e chiamato cultura interna o profonda. Quello che noi vediamo quando parliamo di cultura, quindi la superficie culturale, è solo una minima parte di ciò che la compone. La cultura si può rintracciare, da un punto di vista quotidiano, nei comportamenti (che ad esempio si tengono a tavola), in ciò che mangiamo e in ciò che è osservabile con tatto, gusto, olfatto e suono. C’è una cultura osservabile ed una difficile da osservare che è fatta dalle nostre percezioni, assunzioni (anche a priori), valori (come il valore della famiglia, in ogni cultura i significati dei valori possono cambiare), credenze e modi di pensare. A volte, le persone fanno supposizioni o sviluppano idee su un’altra comunità culturale senza comprenderne veramente la cultura interna o profonda che costituisce la maggior parte dei valori e delle convinzioni di quella stessa cultura.
Per molti secoli la base comune del concetto di cultura risiedeva nell’uso originario del termine latino “colere” che vuol dire “coltivare” e che rimanda immediatamente all’oggi, quando si sostiene che una persona è colta per intendere che si tratta di una “persona di cultura”. “Colere” in latino significa “abitare”, “coltivare” (coltivare nel senso di piantare un seme e determinare dei frutti, abitare nel senso che i frutti piantati hanno un senso laddove noi abitiamo) e per molti secoli si è fatto uso del termine cultura soprattutto per sottolineare quella prodotta dai colti e al contempo quella che produceva uomini colti. La cultura indicava uno dei principali attributi che separavano l’uomo dotto dal resto della popolazione incolta.
Snow ha teorizzato l’esistenza delle “due Culture”, ovvero la separazione tra filosofia e scienza (il divorzio della scienza dalle epistemologie da cui era sorta) nel 1961. La scienza moderna si è quindi resa gradualmente autonoma. Se già nel 1830 il termine scienziato era usato in contrapposizione al concetto di artista, il divorzio tra l’epistemologia umanistica e scientifica si è istituzionalizzato solo nella seconda metà del 1900.
Le definizioni principali
Le principali definizioni che si sono succedute nel corso del tempo possono essere immaginate come delle definizioni che si sono andate via via ad allargare. Per molto tempo la cultura possedeva, come già ha evidenziato Bauman, una definizione classica, cioè coincideva con la produzione degli uomini colti, con lo studio della verità, del divino, del bello e con l’epistemologia unica che comprendeva la filosofia, le arti, le teologie, etc.
Mentre l’accezione moderna guarda ai modi di vivere e di pensare (filosofia delle idee) e la nozione e lo studio della cultura si apre ad altri campi, oltre a quelli filosofici ed umanistici.
Per definire la cultura si passa per studi e campi differenti: da studi umanistici, si passa alla filosofia delle idee per poi giungere alle scienze sociali. L’accezione moderna di cultura si delinea con il confronto di diversi gruppi culturali, ovvero con l’avvento del colonialismo, cioè con le esplorazioni. I primi studi che riguardavano gli stili di vita, i valori, il folklore di popoli diversi, non erano fatti con intenti plurali, ma sotto commissione governativa per rendere evidenti le differenze tra i popoli e giustificare l’intervento dei paesi colonizzatori nelle colonie.
Soltanto alla metà e alla fine dell’Ottocento, le scienze sociali sono emerse come un campo epistemologico autonomo accanto alle affermate scienze naturali e ai classici studi umanistici. Il campo delle scienze sociali sin dall’inizio aveva dei problemi, soprattutto quello di dimostrarsi scientifico al fine di risultare moderno, ma anche di mostrarsi all’altezza della lunga tradizione umanistica.
Le scienze sociali: l’antropologia
Tylor: la definizione scientifica/or
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Produzione Culturale
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Produzione
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La produzione culturale del valore economico
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Lezioni, Sistemi di produzione avanzati M