Il termine globalizzazione
Il termine globalizzazione si riferisce ad una vera e propria trasformazione nell’organizzazione della società umana, data dalla crescente ampiezza e dal più veloce impatto nelle relazioni interregionali. Questo fenomeno pone in relazione comunità tra loro distanti e allarga la portata delle relazioni di potere. Il termine viene usato per la prima volta negli anni '70 per descrivere il fenomeno di rapida espansione e del fenomeno dell’interdipendenza politica ed economica degli Stati, per cui ciò che accade all’interno di uno di essi provoca delle conseguenze anche all’esterno e viceversa.
Negli ambienti accademici, il confronto tra posizioni contrapposte è molto acceso. La principale divisione avviene tra i globalisti, che considerano la globalizzazione contemporanea uno sviluppo storico reale e significativo, e gli scettici che invece la considerano una costruzione ideologica e mitizzante.
Parte prima: la controversia sulla globalizzazione
Una riconfigurazione del potere politico?
La vita sociale contemporanea è associata per molti aspetti al concetto di stato moderno. Lo stato infatti regola le condizioni di vita dalla registrazione della nascita fino alla certificazione della morte. Con l’avvento dell’era moderna in Europa si cominciarono a delineare due forme di regimi politici: la monarchia assoluta e quella costituzionale. Il continente sembrava assomigliare a un mosaico di poteri con molte sovrapposizioni.
Lo stato moderno emerse in Europa occidentale tra il XVIII e il XIX secolo, anche se le sue origini vengono fatte risalire al Cinquecento. Centrale in questo sviluppo fu l’elaborazione del concetto di sovranità, attraverso la quale si rivendicava la legittimità dell’esercizio del potere su un territorio circoscritto. Gli stati moderni si sono sviluppati come stati-nazione (corpi politici a prescindere dai governanti e dai governati), dotati di una suprema autorità. Le maggiori innovazioni che definiscono la tipologia di stato nazione sono la territorialità, il controllo monopolistico della violenza, la creazione di una struttura impersonale del potere politico e la rivendicazione della propria legittimità. Il consolidamento del potere politico dei principali stati europei è parte di un processo che ha visto la creazione di un sistema internazionale di stati.
Solo alla fine del XX secolo il moderno ordine internazionale è diventato veramente globale, perché è stato solo con il dissolvimento di tutti i grandi imperi (Europa, America e Russia) che molti popoli sono entrati a far parte della società degli stati come comunità politicamente indipendenti. Il momento più significativo nello sviluppo del moderno sistema degli stati-nazione è stato raggiunto alla fine del Novecento ed è stato sostenuto e rafforzato dalla diffusione di nuove forme multilaterali di coordinamento e cooperazione internazionale, con organizzazioni come le Nazioni Unite e nuovi regimi normativi come quello della difesa dei diritti inviolabili dell’uomo.
Per quanto limitato possa essere il controllo dello Stato esercitato sui propri territori, dovuto alla configurazione sempre maggiore di organizzazioni sovrastatali, gli stati sono generalmente pronti a difendere la propria sovranità e autonomia. Le implicazioni sul piano internazionale di una visione dello stato come unità fondamentale del sistema politico sono state esplorate in modo sistematico dai teorici del “realismo” nell’ambito della teoria delle relazioni internazionali. Nel contesto di un sistema statale globale, il realismo concepisce lo stato come un’entità unificata il cui obiettivo primario è la promozione e la difesa dei suoi interessi nazionali. Lo stato è quindi uno strumento per garantire l’ordine interno e internazionale attraverso l’esercizio del potere nazionale. Uno stato potente, in questo caso una potenza egemone, deve agire per mantenere la sua posizione e difendere i propri interessi nazionali.
Questa interpretazione rafforza un atteggiamento critico nei confronti della tesi secondo cui in un sistema di stati sovrani si possono realizzare sia un’autentica cooperazione globale, sia solidi accordi internazionali. L’estensione crescente delle reti politiche e delle attività transnazionali fa sì che le decisioni e le azioni politiche adottate in una parte del mondo possano acquisire rapidamente ramificazioni a livello mondiale. A questa “dilatazione della politica” si associa un’intensificazione o un approfondimento dei processi globali tale che l’“azione a distanza” permea ormai le condizioni sociali e le sfere cognitive di luoghi e comunità specifiche. Di conseguenza, sviluppi a livello globale possono acquisire quasi istantaneamente rilevanza locale e viceversa.
La politica globale oggi non è solo ancorata alle tradizionali questioni geopolitiche, ma anche a una pluralità di problematiche economiche, sociali ed ecologiche. Nazioni, popoli e organizzazioni sono poi collegati da molte nuove forme di comunicazione, che oltrepassano i confini. La rivoluzione digitale ha consentito connessioni praticamente istantanee da una parte all’altra del globo che, unite alle tecnologie esistenti, hanno radicalmente modificato la natura della comunicazione politica. La rilevanza di questi sistemi va ben oltre: essi sono infatti di importanza fondamentale per poter organizzare l’azione politica a distanza. Molti fenomeni tra i quali il rapido emergere di organizzazioni e di regimi politici internazionali testimoniano questa trasformazione.
L’aspetto che ha maggiormente contribuito a dare agli stati-nazione una comunione di intenti e una finalità, ossia la sicurezza nazionale, e che è stato al centro stesso della moderna nozione di stato, oggi può realizzarsi in modo efficace solo se gli stati-nazione si uniscono e condividono tra loro le risorse, le tecnologie, i cervelli, il potere e l’autorità. Con la crescita delle interconnessioni globali, l’arco delle scelte politico-strategiche disponibili per i singoli governi e l’efficacia di molti strumenti di policy tradizionale tendono a ridursi.
Il destino della cultura nazionale
Prima del sorgere delle nazioni e degli stati nazionali, la maggior parte degli scambi e delle comunicazioni culturali avvenivano tra le élite o solo a un livello locale o comunque ristretto. Tra la corte e il villaggio c’erano poche interazioni e per lungo tempo, per la maggioranza delle persone, la vita e le abitudini quotidiane sono rimaste fondamentalmente inalterate. Durante l’800 si è assistito al convergere di questi due poli di estremi all’interno di una nuova forma di identità culturale.
Le condizioni che sono alla base della creazione dello stato moderno sono state spesso le stesse che hanno generato il sentimento nazionale. Infatti, per reperire le risorse umane e finanziarie necessarie, i governanti si sono visti costretti dalla centralizzazione del potere a dipendere dai loro stessi sudditi. In particolare, sono state soprattutto le esigenze militari amministrative dello stato moderno a “politicizzare” le relazioni sociali e molte attività quotidiane: è accaduto così che la gente è diventata cosciente della propria appartenenza a una più vasta comunità politica con un destino comune.
Il consolidamento dell’idea di nazione e di nazionalità è stato determinato da molti fattori:
- La creazione di un’identità nazionale al fine di legittimare la crescita del potere dello stato e delle sue politiche;
- L’introduzione di un sistema di educazione di massa e creazione di un quadro di riferimento comune, fatto di idee, significati e consuetudini;
- La diffusione della storia, dei miti e dei rituali nazionali, grazie allo sviluppo delle comunicazioni di massa;
- Il consolidamento di una identità etnica attraverso l’elaborazione di un senso storico della patria ed il radicarsi di memorie condivise.
Anche nel caso in cui la creazione di un’identità nazionale è stata il frutto di un esplicito progetto politico portato avanti dalle élite, esse non hanno “inventato” una nazione ove questa non c’era: molte nazioni sono state costruite sulla base di un fondamento etnico di origine premoderna, i cui miti e memorie, valori e simboli hanno disegnato la cultura e i confini di quelle entità nazionali che le élite moderne sono poi riuscite a costruire.
Gli stati sono delle reti complesse, fatte di istituzioni, leggi e abitudini: assicurare e stabilizzare il proprio ambito di autorità su un territorio delimitato è stato perciò il frutto di un processo lungo e difficile. Il concetto di nazione implica una collettività che condivide un comune sentimento di identità ed un comune destino politico, ma i contorni di questa collettività, basati su elementi culturali, linguistici e storici, sono assai fluidi e plasmabili e possono finire per generare forme diverse di relazione ambigue con gli stati.
La forza che lega gli stati alle nazioni è il nazionalismo: esso descrive sia i complessi legami di fedeltà culturale, sia il progetto politico che ha come obiettivo la costruzione di uno stato nel quale una data nazione risulta dominante. La rigida delimitazione dei confini degli stati moderni ha finito per incorporare al loro interno una varietà di gruppi etnici, culturali e linguistici, caratterizzati da orientamento e fedeltà diversi tra loro. Il nazionalismo alla fine dell’800 e nel ‘900 è stata la forza che ha sostenuto e rafforzato la formazione dello stato, mentre in paesi multietnici ha finito per riformularla.
Il sorgere delle nazione, del nazionalismo e degli stati nazionali ha portato all’allineamento della vita culturale all’interno di confini nazionali e territoriali ben definiti: grazie alla forza dell’idea di nazione, la nozione di cultura nazionale e quella di nazionalismo si sono diffuse in tutto il mondo contribuendo ad alimentare i movimenti d’indipendenza nazionale e a cementare quello speciale legame che unisce cultura, geografia e libertà politica.
Le ragioni degli scettici
- La lotta per l'identità nazionale e per la creazione degli stati nazionali è stata tanto intensa che è in dubbio che queste forme politiche possano essere in qualche modo intaccate dalle forze transnazionali e in particolare dagli sviluppi della cosiddetta cultura globale di massa;
- Dato che le culture nazionali hanno al centro dei propri interessi il consolidamento delle relazioni tra identità politica, autodeterminazione e potere dello stato, esse sono ancora e continueranno ad essere fonti estremamente importanti di direzione etica e politica;
- Le nuove reti di comunicazione elettronica e la tecnologia informatica che si diffondono in tutto il mondo, aiutano ad intensificare le forme e le radici tradizionali della vita nazionale, rafforzando così la loro influenza ed il loro impatto;
- Mentre i nuovi sistemi di comunicazione possono mettere in contatto culture e persone tra loro molto distanti, essi portano anche ad una maggiore consapevolezza della diversità e, in particolare, delle incredibili varietà di stili di vita e orientamenti di valore. Anche se questa consapevolezza può agevolare la comprensione fra culture diverse, essa porta spesso all’accentuazione di tutto quanto è particolare accrescendo ulteriormente la frammentazione della vita culturale;
- Se è vero che i nuovi sistemi di comunicazione possono generare un loro proprio linguaggio, collegato ad un complesso di valori e di modelli di consumo, questi poi si confrontano con la molteplicità dei linguaggi e delle culture ai quali la gente fa riferimento per dare senso alla propria vita: e culture nazionali, come quelle a carattere locale, rimangono ben salde;
- Non esistono né una convergenza globale di memorie né un modo comune di pensare globale né soprattutto una storia universale dentro la quale la gente possa riconoscersi e sentirsi unita: esiste solo un enorme molteplicità di significati e di sistemi di pensiero politici rispetto ai quali ogni nuova consapevolezza in senso globale deve combattere per sopravvivere.
Le ragioni dei globalisti
- Innanzitutto i globalisti denunciano il carattere “artificiale” delle culture nazionaliste: se queste culture sono state create molto più recentemente di quanto si voglia riconoscere ed elaborate per sostenere un modo in cui andavano sorgendo già gli stati nazionali, vuol dire che esse non sono immutabili nell’era globale;
- Occorre distinguere il nazionalismo culturale (bagaglio culturale, retorico e simbolico che è fondamentale per la vita dei popoli) dal nazionalismo politico (affermazione del primato politico esclusivo dell’identità e degli interessi nazionali): oggi i singoli stati nazionali non sono più in grado di distribuire i servizi e i beni pubblici richiesti senza una cooperazione a livello regionale e globale, solo una visione politica globale può adattarsi alle sfide politiche di un’epoca caratterizzata da un sovrapporsi di comunità e destini e da una politica a molti livelli;
- L’espansione delle potenze europee oltreoceano ha contribuito all’affermarsi di nuove forme di globalizzazione culturale con lo sviluppo di nuovi sistemi di comunicazione e trasporto: ciò ha comportato il diffondersi delle filosofie laiche che a loro volta hanno trasformato il contesto culturale di quasi tutte le società nel pianeta;
- L’accelerata diffusione della radio e della televisione, di internet e della tecnologia satellitare e digitale espone come mai prima, la gente a valori appartenenti ad altre culture: nemmeno il fatto che parliamo lingue diverse ferma la corrente di idee e culture che oggi sta attraversando il mondo. In questa situazione vengono cioè spezzati i legami tradizionali tra “luogo fisico” e “situazione sociale”: i confini geografici sono superati in quanto gli individui e le collettività hanno conoscenza ed esperienza di eventi e vicende molto distanti fra loro e le identità vengono così sganciate dalle tradizioni e dai riferimenti spazino temporali ai quali erano precedentemente legate. Si crea in questo modo un effetto pluralizzante sulla formazione dell’identità;
- La globalizzazione moderna è guidata oggi da compagnie e società private più che dagli stati: sono queste ad aver preso il posto dello stato e delle teocrazie come produttori e distributori della cultura globalizzata;
- Viene meno la vecchia idea secondo la quale si debba obbedienza al proprio paese sia che questo abbia ragione o torto: la conferma è data dal sorgere e dallo svilupparsi di tanti movimenti (WWF, Amnesty International, Emergency, Greenpeace ecc) che hanno chiari obiettivi di scala regionale come la protezione delle risorse naturali e dell’ambiente e la lotta alle malattie e alla povertà. In particolare, l’impegno di molte organizzazioni nella difesa della dignità e dei diritti umani sta a significare l’emergere di una “coscienza globale”.
Pericoli globali: minacce militari e catastrofi ambientali
L’annullamento della distanza trasforma conflitti e minacce lontani in termini spaziali in pericoli molto vicini. In termini militari e geopolitici l’epoca attuale è contrassegnata dall’insicurezza globale. Inoltre, alla base di tale insicurezza non ci sono più soltanto le minacce militari, dal momento che degrado ambientale, batteri, virus e altre emergenze non riconoscono i confini nazionali. Come ha sostenuto Beck sta delineandosi una “società del rischio globale”. Due delle dimensioni più pericolose riguardano la violenza organizzata e i disastri ambientali.
La fine della guerra fredda nel 1990 è stata giudicata come la fine della “globalità strategica”. Nei contesti dei crescenti flussi transregionali di persone, merci, armi e culture, l’idea che i conflitti locali o intestatari potessero essere contenuti geograficamente si è rivelata illusoria. L’ascesa dello stato moderno ha saldato insieme sovranità territoriale, potenza militare e sicurezza nazionale. Nel sistema internazionale di stati, la pace e la stabilità erano sempre a rischio dato che, in assenza di qualsiasi autorità globale, la potenza militare nazionale era l’unico mezzo per assicurare la sicurezza e la sopravvivenza dello stato.
La storia moderna dell’Europa è una storia di competizione fra grandi potenze, di equilibrio di potenza e, quando questo falliva di ricorso alla guerra. Se la violenza organizzata ha avuto un ruolo centrale nella costruzione del sistema di stati europeo, all’inizio del XX secolo la guerra interstatale si è estesa fino a comprendere il mondo intero. La guerra fredda costituì un sistema unico di rapporti globali di potenza che, paradossalmente, da un lato divise il mondo in due campi rivali e dall’altro lo unificò all’interno di un singolo ordine militare mondiale. La guerra e la preparazione alla guerra sono aspetti endemici degli stati moderni, specialmente oggi.
Ciò che è cambiato oggi è che le guerre tradizionali, quelle interstatali, sembrano aver lasciato il posto a nuove guerre, quelle intrastatali. L’attuale militarizzazione della globalizzazione non costituisce una sorpresa per gli scettici dal momento che la presente congiuntura trova facile spiegazione nel lessico dell’imperialismo occidentale, dell’egemonia statunitense, della geopolitica e dell’inevitabilità dei conflitti. Le teorie classiche del capitalismo hanno cercato di spiegare i rapporti sociali globali in termini di violenza organizzata. Secondo gli scettici, queste analisi mantengono la loro pe...
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