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Sentenza penale

Appunti di Istituzioni di Procedura penale sulla sentenza penale con attenzione ai seguenti argomenti trattati: oggetto delle impugnazioni, in particolare la sentenza, il suo contenuto e i suoi effetti, con la relativa spiegazione degli articoli ad essa correlati, oggetto delle impugnazioni: la sentenza sentenza civile, Giudizio di appello.

Esame di Istituzioni di diritto e procedura penale docente Prof. F. Forzati

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momento in cui il giudice pronuncia le sentenza e legge il dispositivo, l’avvocato si

rende conto immediatamente dal numero della sentenza di cosa succederà e di quale

piega prenderà il processo. Tirerà un sospiro di sollievo quando sente da giudice: “

visto l’art. 530 o 531 del c.p.p “, mentre resterà deluso se sentirà pronunciare l’art.

533 del c.p.p che riguarda la sentenza di condanna. Spesso il difensore prevede già

l’esito della decisione, ma vi sono anche casi, in cui il difensore non lo prevede: o

perché la causa la vede con occhio di parte. Oggi il termine generico è

proscioglimento, solo che il proscioglimento può articolarsi: 1) nella sentenza di non

doversi ( art.529 del c.p.p ) procedere tutte le volte in cui la causa del procedimento

si lega alla mancanza di una condizione di procedibilità; 2) sentenza di assoluzione

(art. 530 del c.p.p) nelle quali la causa del proscioglimento è legata al merito inteso

in senso ampio. Il merito riguarda sia l’ipotesi che l’imputato non ha commesso il

reato, sia l’ipotesi in cui il fatto non costituisce reato; tale ipotesi è legata o al difetto

dell’elemento psicologico del reato o alla mancanza di un elemento costitutivo del

reato, sia alla non imputabilità, sia alla presenza di una esimente. L’innovazione più

significativa del codice vigente, relativa alle sentenze di assoluzione, è l’abolizione

della formula per insufficienza di prove. Il problema dell’abolizione

dell’insufficienza di prove è un problema che riguarda soltanto il dispositivo della

sentenza e solo entro certi limiti, perché il legislatore non se l’è sentita di abolire

quella distinzione che è una distinzione logica tra assoluzione piena e assoluzione

per insufficienza o per un conflitto di prove. Perché l’insufficienza di prove può

essere data dalla mancanza di una serie di prove che portino alla certezza piena della

responsabilità dell’imputato, o dalla presenza di una serie di prove positive di

responsabilità bilanciate però dalla presenza di una serie di prove di innocenza. Per

cui il dubbio, in sostanza, può radicarsi o in una serie di prove insufficienti o su un

conflitto tra prove di innocenza e prove di responsabilità; per cui un conflitto che

non può essere risolto dal giudice e quindi restando il dubbio per il principio del

favor rei, il giudice deve assolvere. Però il legislatore, tutto sommato ha mantenuto

la distinzione, l’ha mantenuta nella misura in cui il giudice nel pronunciare la

sentenza gli indica qual è il comma dell’art. 530al quale si riferisce quella

assoluzione; poiché questo è uno degli avvenimenti più discussi e dibattuti è stato

quello del processo Andreotti nella decisione di primo grado a Palermo, dove gli

organi di stampa sottolinearono il 2 comma dell’art. 530 c.p.p , che significa che

anche se il giudice non pronuncia più la formula insufficienza di prove, in realtà

significa insufficienza di prove. Insufficienza di prove che poi resta nella

motivazione della sentenza, perché riguarda il procedimento logico seguito dal

giudice per conferire la decisione. Per cui in questo caso può essere appellante anche

l’imputato che ha interesse ad una formula più favorevole. Lettura dell’art.530 del

c.p.p: sentenza di assoluzione; qui c’è stato un ribaltamento di situazioni rispetto al

codice previdente che riguarda il dubbio sulle esimente; perché il dubbio delle

esimenti tradizionalmente ha costituito un eccezione al principio del favor rei.

Qual’era la ragione per la quale fino all’ultimo codice approvato di procedura

penale, mentre il dubbio sugli elementi costitutivi del reato portava alla assoluzione,

il dubbio sulle esimenti portava alla condanna? Perché essendo l’esimente una causa

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di giustificazione, tale causa andava provata da chi la invocava; è come nel processo

civile, se si fa un’eccezione, l’eccezione va provata da chi la invoca. Per cui

tradizionalmente se un soggetto invocava la legittima difesa doveva provare di

trovarsi nelle condizioni della legittima difesa, se non provava con certezza la

sussistenza di tutti gli elementi della legittima difesa l’esimente non veniva applicata

e il soggetto pertanto veniva condannato. Oggi non è più così, questo inoltre è uno

degli argomenti che può essere utilizzato utilmente, in queste situazioni particolari,

senza bisogno di modificare le norme sulla legittima difesa, norme che sono legate

nel tempo a particolari schemi, che se modificati causerebbero rischi gravissimi alla

stessa incolumità delle persone, significherebbe consentire sempre l’utilizzo delle

armi. Oggi proprio la riforma processuale si offre quale motivo di lettura a chi deve

interpretare questa norma per applicare, come oggi il legislatore richiede, il principio

del favor rei anche a chi invoca la legittima difesa. Per cui il giudice anche nelle

ipotesi in cui abbia perplessità o dubbi sull’esistenza della legittima difesa, e sono le

ipotesi indicate dagli organi di informazione come ipotesi per le quali occorrerebbe

una riforma di natura sostanziale, oggi queste ipotesi, sotto il profilo processuale in

relazione al principio della insufficienza di prove, che costituisce oggi motivo valido

per l’assoluzione dell’imputato tutte le volte in cui l’imputato invoca un’esimente.

Per cui oggi il dubbio oltre che gli elementi costitutivi del reato può riguardare le

esimenti e anche se riguarda gli esimenti si applica il principio del favor rei ed il

giudice deve assolvere. Altra ipotesi di proscioglimento è la declaratoria di

estinzione del reato ( lettura art.531 c.p.p ): l’art 531 del c.p.p è norma che continua

a richiamare ove ce ne fosse bisogno il 2 comma dell’art.129 del c.p.p: anche qui il

dubbio si estende alle cause di estinzione del reato, però questa è solo una

specificazione che il legislatore ha voluto fare a scanso di equivoci perché mai si è

dubitato in passato che il dubbio sulla causa del reato comportasse la condanna;

l’unica ipotesi di dubbio che si trasformava in condanna era quella per esimenti.

Invece, per tutte le altre situazioni di procedibilità o di estinzione del reato è sempre

stato affermato che il dubbio comporta la sentenza ove non dovesse procedere. Per

es. il dubbio sulla tempestività della preposizione della querela e si traduce in una

causa di proscioglimento, così come il dubbio sulla causa di estinzione del reato.

Una delle ipotesi che nella prassi si presenta con molta frequenza il dubbio sulla

estinzione del reato per prescrizione riguarda le costruzioni abusive; poiché per

quest’ultime la giurisprudenza ha sempre affermato che la prescrizione del reato

decorre dal momento in cui la conclusione è stata ultimata o è stata bloccata; dal

momento in cui cessa l’attività di costruzione o perché il soggetto ha completato la

costruzione, o perché il soggetto non prosegue la costruzione per le ragioni più

disparate, da quel momento in poi inizia la prescrizione del reato. Quindi nella prassi

si creano una serie di situazioni di difficile individuazione del dies a quo dal quale

far decorrere la prescrizione. Quindi in questo caso se vi è un dubbio circa la

prescrizione del reato va pronunciata sentenza di proscioglimento. Per cui si passa

alla lettura dell’art. 533 del c.p.p riguardante la sentenza di condanna. Vi sono dei

casi in cui il difensore e il P.M percepiscono il contenuto della sentenza ancor prima

della lettura del dispositivo, e ciò avviene quando il giudice monocratico, anziché

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ritirarsi in camera di consiglio per scrivere il dispositivo resta nell’udienza. Per cui

quando il giudice ritiene di dover decidere su questioni più semplici di cui ritiene già

di essere sicuro, egli resta nella camera delle udienze, e ciò rappresenta un momento

molto stressante per gli avvocati, perché essi ancora prima della letture del

dispositivo sanno se è sentenza di condanna o di proscioglimento, lo capiscono dal

tempo che il giudice impiega nello scrivere il dispositivo. Poiché mentre il

dispositivo proscioglimento è di poche righe, quello di condanna è più lungo, per cui

quando il giudice inizia a scrivere e subito dopo si alza, la parte civile capirà di aver

perso; se invece il giudice impiega molto tempo si capisce che si tratta di una

sentenza di condanna, che è più lunga perché il giudice deve fare tanti calcoli e

compiere tante valutazioni, indicandole e specificandole. In un caso particolare e

recente un giudice riconosce la continuazione del reato, anziché due condanne

autonome, il giudice applica un’unica condanna alterando la norma sul reato

continuato che individua il reato più grave e dopo averlo determinato applica un

minimo di aumento per la continuazione, ma aumenta anche la pena della recidiva.

Può anche darsi che ci sia continuazione tra un reato per il quale già c’è stata

condanna e un reato commesso dopo la condanna, però il rilievo non è esaustivo,

perché può accadere che dopo che il soggetto ha commesso il reato ne commetta un

altro, e quindi che in teoria si prospetti l’ipotesi della recidiva. Ma qui il problema è

un altro, perché il giudice non poteva riconoscere recidiva? Perché la recidiva

presuppone che i reati siano autonomi, se il reato è uno non si può applicare la

recidiva all’ipotesi di reati continuati. Un appendice della sentenza di condanna è la

condanna alle spese processuali, è un’appendice costante, nel senso che tutte le volte

in cui l’imputato viene condannato si considera soccombente. Anche se nel processo

penale come in quello civile si segue la soccombenza, nel senso che chi perde la

causa paga le spese, però nel processo penale bisogna distinguere tra la

soccombenza dell’imputato e la soccombenza delle parti private diverse

dall’imputato, o dell’imputato stesso non in quanto parte del rapporto processuale

penale, ma quale responsabile civile e quindi parte del rapporto processuale civile.

Questa distinzione è importante perché mentre nel caso in cui si tratta di condanna

penale, la condanna alle spese è una conseguenza obbligatoria, automatica, perché

tutte le volte in cui l’imputato viene condannato come imputato si considera

automaticamente soccombente e quindi viene condannato. L’unica ipotesi in cui alla

condanna penale non segue la condanna alle spese è il patteggiamento, per ragioni di

politica criminale. La condanna per patteggiamento non evita il procedimento

disciplinare, per questo il legislatore ha voluto considerare il patteggiamento come

sentenza di condanna; però si evita la condanna alle spese per ragioni di politica

criminale premiale, nel senso che ti invoglio a fare il patteggiamento perché così non

vieni condannato alle spese, e non solo vi è questo premio, ma vi è anche l’altro

premio della riduzione di un terzo e la nuova iscrizione al casellario giudiziario

sempre però che si tratti di patteggiamento di condanna a non più di due anni.

Questo beneficio è automatico legato al patteggiamento tradizionale, e non a quello

allargato che è possibile fino a 5 anni e che comunque prevede la condanna alle

spese. Questo per sottolineare la diversa natura del patteggiamento con la previsione

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di discipline diversificate. Nel caso di condanna civile, quindi di condanna del

responsabile civile o dell’imputato quando è responsabile civile, la condanna alle

spese così come avviene nel processo civile è subordinata all’eventuale giudizio di

compensazione che il giudice può fare; nel processo civile il giudice non deve

condannare automaticamente alle spese il soccombente, ma può compensare le

spese. Ma la compensazione può essere totale o parziale per cui spetta al giudice

valutare il grado di soccombenza. Questo principio della compensazione delle spese,

lo si vedrà nell’art.541-42 del c.p.p viene esteso anche nel processo penale, ma solo

con riferimento ai capi civili della sentenza; perché la condanna penale comporta

automaticamente alle spese processuali e di mantenimento del carcere. Occorre

soffermarsi su quel capo della sentenza che è un capo autonomo e riguarda la

condanna per la responsabilità civile. Qui occorre fare una sottolineatura che

riguarda un divario tra codice e il prassi. Perché il codice vigente con riferimento

alla condanna relativa all’azione civile, pone un principio generale che riguarda

anche il momento precedente alla condanna, quale quello delle decisioni, nelle quali

l’ultima parola spetta all’imputato e al suo difensore, ma ci sono anche le

conclusioni della parte civile che deve determinare nelle sue conclusioni

l’ammontare del danno. A questa norma si aggiunge l’art. 538 del c.p.p che impone

al giudice penale di liquidare il danno, ma questo potere dovere del giudice di

liquidare il danno si ricollega alla determinazione del danno che fa la parte civile

nelle sue conclusioni; perché se la parte civile non determina il danno, è ovvio poi

che il giudice si trova nella difficoltà di determinare questo danno. Per cui il

legislatore insiste su questo punto per questo precisa nel secondo comma dell’art.

538 del c.p.p che se pronuncia condanna dell’imputato al risarcimento del danno, il

giudice provvede altresì alla liquidazione, salvo che sia prevista la competenza di

altro giudice. Per cui il legislatore si preoccupa di stabilire questo principio della

liquidazione del danno perché ha un senso l’esercizio dell’azione civile nel processo

penale come azione di risarcimento danno, la parte civile è legittimata ad esercitare

l’azione per il processo penale nella misura in cui è portatrice della lesione di un

diritto soggettivo dal quale è scaturito un danno, per cui nella misura in cui chiede

un danno patrimoniale o morale nel processo penale. Ma se questa è la ratio

dell’esercizio dell’azione civile non ha senso quello che avviene spesso nella prassi,

cioè che la parte civile nelle sue conclusioni chieda al giudice penale si una

condanna generica al risarcimento del danno, ma al tempo stesso di rinviare al

giudice civile per la liquidazione e la determinazione dell’ammontare del danno.

Questa era la prassi vigente e legittimata dal codice abrogato, ma è una prassi che

ancora continua, ma che non è legittimata dal vigente codice di procedura penale che

fa obbligo alla parte civile di determinare il danno e fa obbligo al giudice penale di

liquidare il danno alla stessa pena; perché in tanto si spiega questo appesantimento

del processo penale con esercizio dell’azione civile in quanto vi sia un’economia

processuale legata al risparmio di un autonomo processo civile. Perché se la parte e

il giudice per competenza dopo aver condannato genericamente al risarcimento del

danno rinviano al giudice civile per la liquidazione del danno, significa che davanti

al giudice civile si deve fare una nuova causa civile; allora che senso ha l’esercizio

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AUTORE

luca d.

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche
SSD:
A.A.: 2005-2006

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher luca d. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di diritto e procedura penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli Federico II - Unina o del prof Forzati Francesco.

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