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al prof. L. e l’evento, e la sua ritenuta sussistenza, trovavano conforto anche nel dato statistico.

Precisava infatti in proposito la Corte d’Appello che gli autorevoli esperti della difesa avevano riferito che nei più

qualificati reparti mondiali di ematologia il rischio fisso-inevitabile di contagio nosocomiale con HBV risulterebbe

in genere attestato sull’ 1-2%; mentre il tasso di contagio negli ultimi cinque anni nel reparto di ematologia

dell’Ospedale di Pesaro era stato dello 0,09%. Orbene, sottolineava quindi la Corte, tra l’agosto 97 e il gennaio

1998 in tale reparto erano stati ricoverati n. 104 pazienti suscettibili al virus dell’epatite B e si erano avute undici

infezioni, con un tasso di contagio pari al 10,6%: la differenza tra il tasso fisso (0,09 ) e il tasso di contagio

verificatosi (10,6), rappresentava dunque il coefficiente di aumento del rischio di infezione da attribuire - esclusa

l’incidenza di fattori causali alternativi - alla condotta antidoverosa del responsabile del reparto per la omessa

vigilanza sulla negligente operatività del reparto stesso

Avverso detta sentenza ricorre per cassazione, tramite il difensore, il prof L., deducendo, sotto il duplice profilo

della violazione di legge e del vizio motivazionale, e con articolate e diffuse argomentazioni, censure che possono

riassumersi come segue.

In rito, sulla scorta delle considerazioni già svolte dalla difesa in relazione all’appello presentato dal P.M. contro la

sentenza assolutoria di primo grado, e disattese dalla Corte distrettuale con le considerazioni sopra ricordate, si

ripropone l’eccezione di inammissibilità di detta impugnazione.

I profili di violazione di legge e vizio motivazionale vengono dal ricorrente ravvisati nel percorso argomentativo

seguito dalla Corte territoriale, sull’asserito rilievo che la Corte stessa, pur avendo dato atto di un assoluto deficit

probatorio nella ricostruzione della vicenda in questione, ha poi tuttavia ritenuto di poter ugualmente addivenire alla

pronuncia della penale responsabilità in capo al prof. L., in tal modo esprimendo un giudizio frutto di un evidente

fraintendimento di principi logico-giuridici che governano la materia del nesso di causalità e fortemente ribaditi

nelle statuizioni della Suprema Corte; in proposito il ricorrente ricorda in particolare la sentenza a Sezioni Unite,

Franzese, osservando chi i criteri in essa indicati sarebbero stati disattesi dalla Corte distrettuale.

Con il ricorso, attraverso un analitico richiamo delle risultanze acquisite, si deduce altresì la violazione dell’art. 192

deI codice di rito, atteso che la Corte d’Appello avrebbe fatto malgoverno delle regole di valutazione probatoria

dettate da tale norma, avendo attribuito dignità di prova, all’esito di un processo asseritamente logico-deduttivo, ad

un quadro indiziario caratterizzato da evidenti connotazioni di equivocità, incompletezza e superficialità, e quindi

assolutamente privo dei necessari presupposti della gravità, concordanza e precisione richiesti per legittimare una

pronuncia di condanna; e la fragilità dell’apparato motivazionale adottato dalla Corte territoriale troverebbe ulteriore

conferma, secondo quanto sostenuto nel ricorso, nello stridente contrasto tra la condanna del prof. L. e

l’assoluzione del dott. F.: sostanzialmente la Corte di merito avrebbe basato la sentenza di condanna a carico del

prof L. su una imputazione riconducibile ad una mera responsabilità oggettiva del tutto estranea ai principi giuridici

che costituiscono i cardini del nostro diritto penale.

Con l’atto di gravame vengono infine mosse censure anche alla dosimetria della pena, ritenuta ingiustamente ed

immotivatamente eccessiva, posto che la Corte d’Appello non avrebbe attribuito il dovuto rilievo alla eccezionalità

dell’evento ed alla assoluta peculiarità dello svolgimento dei fatti, ed avrebbe nel contempo trascurato la personalità

del prof L., da sempre impegnato con dedizione nella cura ed assistenza dei pazienti, ed insignito nel 2003 della

medaglia d’oro conferitagli dal Presidente della Repubblica per i risultati conseguiti in campo scientifico e

terapeutico. MOTIVI DELLA DECISIONE

Per prima, in ordine logico, deve essere esaminata la censura concernente la questione circa l’ammissibilità

dell’appello del Procuratore delta Repubblica avverso la sentenza di primo grado con la quale il prof. L. era stato

assolto.

La doglianza è priva di fondamenta come precisato dalla Corte d’Appello, allorquando il Procuratore della

Repubblica (il quale inizialmente aveva presentato ricorso per cassazione) propose appello, non era ancora decorso

il termine per proporre una valida impugnazione. Orbene, in ordine alla possibilità di proporre impugnazione

valida (comprensiva anche dell’enunciazione dei motivi) da parte del soggetto legittimato, dopo un primo atto di

gravame, nonché di presentare distintamente ed in momenti successivi la dichiarazione di impugnazione ed i motivi

a sostegno del gravame — ovviamente a condizione che non sia decorso il termine stabilito per l’impugnazione, e

che non sia nel frattempo intervenuta una decisione di merito sull’impugnazione stessa (cfr., a tale ultimo riguardo,

Sez. 5, n. 1638/92, Caporaso, RV. 192336) — si è ripetutamente pronunciata in senso positivo questa Corte

dando vita ad un indirizzo interpretativo che può ormai definirsi assolutamente consolidato; quali sentenze

conformi a tale orientamento si segnalano, “ex plurimis”, ed a titolo esemplificativo, le seguenti: Sez. 1, n.

6029/00, Creanza, RV. 215328; Sez. 3, n. 7162/93, Freschi, RV 195151, secondo cui “è ammissibile

l’impugnazione (nella specie ricorso per cassazione), quando, pur essendo stata presentata la sola dichiarazione di

gravame senza motivi, l’atto venga rinnovato nei termini integralmente attraverso il deposito di un documento

unico, contenente sia la parte dichiarativa, che quella argomentativa”; Sez. 4, n. 2759/93, Giannoccaro, RV.

194098, secondo cui mentre continua a decorrere il termine per impugnare, la presentazione di un ricorso

(invalido) non esaurisce il potere di impugnazione, che continua fino allo scadere del termine”. D’altra parte, in

virtù del principio della conservazione degli atti e di quello di conversione dell’impugnazione (l’uno e l’altro più

volte affermati in giurisprudenza ed avallati anche dall’autorevole intervento delle Sezioni Unite di questa Corte,

con la decisone n. 45371/01, Bonaventura, RV. 220221) l’iniziale ricorso del P.M. avrebbe comunque comportato

la conversione del gravame in appello: il che è puntualmente avvenuto, avendo questa Corte, con ordinanza del

21/1/2003, disposto appunto la conversione del gravame in appello.

Fondati risultano invece, nei termini che di seguito saranno precisati, gli ulteriori motivi di ricorso che, sul piano

metodologico, ben possono formare oggetto di una globale valutazione, attenendo gli stessi sostanzialmente, e sia

pure nella loro singola formulazione, alla denuncia di profili di violazione di legge e vizio motivazionale con

riferimento, per un verso, alla individuazione della causa che determinò il diffondersi dell’epatite B tra i pazienti

ricoverati nel reparto diretto dal prof. L., e, per altro verso - avuto riguardo alle condotte addebitate allo stesso prof.

L. — alla riconducibilità dell’evento almeno ad una di tali condotte.

Per un corretto inquadramento della problematica posta con il ricorso, appare indispensabile soffermarsi

preliminarmente sull’evoluzione della giurisprudenza di legittimità in tema di nesso di causalità con specifico

riferimento alla condotta omissiva in materia di colpa professionale medica.

In epoca meno recente è stato talora affermato che a far ritenere la sussistenza del rapporto causale, “quando è in

gioco la vita umana anche solo poche probabilità di successo..., sono sufficienti” (Sez. 4, n. 4320/83); in altra

occasione si è specificato che, pur nel contesto di una “probabilità anche limitata”, deve trattarsi di serie ed

apprezzabili possibilità di successo” (considerandosi rilevante, alla stregua di tale parametro, una possibilità di

successo del 30 %: Sez. 4, n. 371/92); altra volta, ancora, non aveva mancato la Suprema Corte di affermare che

“in tema di responsabilità per colpa professionale del medico, se può essere consentito il ricorso ad un giudizio di

probabilità in ordine alla prognosi sugli effetti che avrebbe potuto avere, se tenuta, la condotta dovuta. ., è

necessario che l’esistenza del nesso causale venga riscontrata con sufficiente grado di certezza, se non assoluta..

almeno con un grado tale da fondare su basi solide un’affermazione di responsabilità, non essendo sufficiente a tal

fine un giudizio di mera verosimiglianza” (Sez. 4, n. 10437/93). In tempi meno remoti la prevalente giurisprudenza

di questa Corte ha costantemente posto l’accento sulle “serie e rilevanti (o apprezzabili) possibilità di successo”,

sull’ “alto grado di possibilità”, ed espressioni simili (così, Sez. 4, n. 1126/2000: nella circostanza è stata

apprezzata, a tali fini, una percentuale del 75 % di probabilità di sopravvivenza della vittima, ove fossero

intervenute una diagnosi corretta e cure tempestive).

Alla fine dell’anno 2000 la Suprema Corte in due occasioni (Sez. 4, 28 settembre 2000, Musto, e Sez. 4, 29

novembre 2000, Baltrocchi) ha poi sostanzialmente rivisto “ex novo” la tematica in questione procedendo ad

ulteriori puntualizzazioni. In tali occasioni è stato invero rilevato che “il problema del significato da attribuire alla

espressione «con alto grado di probabilità».... non può essere risolto se non attribuendo all’espressione il valore, il

significato, appunto, che le attribuisce la scienza e, prima ancora, la logica cui la scienza si ispira, e che non può

non attribuirgli il diritto”; ed è stato quindi affermato che “per la scienza” non v’è alcun dubbio che dire «alto grado

di probabilità», «altissima percentuale», «numero sufficientemente alto di casi», voglia dire che, in tanto il giudice

può affermare che una azione o omissione sono state causa di un evento, in quanto possa effettuare il giudizio

controfattuale avvalendosi di una legge o proposizione scientifica che «enuncia una connessione tra eventi in una

percentuale vicina a cento»....”, questa in sostanza realizzando quella “probabilità vicina alla certezza”.

Successivamente (Sez. 4, 231112002, dep. 1O/6 Orlando) è stata sottolineata la distinzione tra la probabilità

statistica e la probabilità logica, ed è stato evidenziato come una percentuale statistica pur alta possa non avere

alcun valore eziologico effettivo quando risulti che, in realtà, un certo evento è stato cagionato da una diversa

condizione; e come, al contrario, una percentuale statistica medio-bassa potrebbe invece risultare positivamente

suffragata in concreto dalla verifica della insussistenza di altre possibili cause esclusive dell’evento, di cui si sia

potuto escludere l’interferenza.

E’ stato dunque richiesto l’intervento delle Sezioni Unite in presenza del radicale contrasto che nel tempo si era

determinato all’interno della giurisprudenza di legittimità tra due contrapposti indirizzi interpretativi in ordine alla

ricostruzione del nesso causale tra condotta omissiva ed evento, con particolare riguardo alla materia della

responsabilità professionale del medico-chirurgo: secondo talune decisioni, che hanno dato vita all’orientamento

delineatosi più recentemente, sarebbe necessaria la prova che un diverso comportamento dell’agente avrebbe

impedito l’evento con un elevato grado di probabilità “prossimo alla certezza”, e cioè in una percentuale di casi

prossima a cento”; secondo altre decisioni sarebbero invece sufficienti “serie ed apprezzabili probabilità di

successo” per l’impedimento dell’evento.

Le Sezioni Unite si sono quindi pronunciate con la sentenza Franzese già sopra citata, con la quale sono stati

individuati i criteri da seguire perché possa dirsi sussistente il nesso causale tra la condotta omissiva e l’evento, e

sono stati enunciati taluni principi che appare opportuno qui sinteticamente ricordare:

1) il nesso causale può essere ravvisato quando, alla stregua del giudizio controfattuale condotto sulla base di una

generalizzata regola di esperienza o di una legge scientifica — universale o statistica — si accerti che, ipotizzandosi

come realizzata dal medico la condotta doverosa impeditiva dell’evento “hic et nunc”, questo non si sarebbe

verificato, ovvero si sarebbe verificato ma in epoca significativamente posteriore o con minore intensità lesiva;

2) non è consentito dedurre automaticamente dal coefficiente di probabilità espresso dalla legge statistica la

conferma, o meno, dell’ipotesi accusatoria sull’esistenza del nesso causale, poichè il giudice deve verificarne la

validità nel caso concreto, sulla base delle circostanze del fatto e dell’evidenza disponibile, così che, all’esito del

ragionamento probatorio che abbia altresì escluso l’interferenza di fattori alternativi, risulti giustificata e

processualmente certa la conclusione che la condotta omissiva del medico è stata condizione necessaria dell’evento

lesivo con “alto o elevato grado di credibilità razionale” o “probabilità logica”

3) l’insufficienza, la contraddittorietà e l’incertezza del riscontro probatorio sulla ricostruzione del nesso causale,

quindi il ragionevole dubbio, in base all’evidenza disponibile, sulla reale efficacia condizionante della condotta

omissiva del medico rispetto ad altri fattori interagenti nella produzione dell’evento lesivo, comportano la

neutralizzazione dell’ipotesi prospettata dall’accusa e l’esito assolutorio del giudizio;

4) alla Corte di Cassazione, quale giudice di legittimità è assegnato il compito di controllare retrospettivamente la

razionalità delle argomentazioni giustificative — la cd. giustificazione esterna — della decisione, inerenti ai dati

empirici assunti dal giudice di merito come elementi di prova, alle inferenze formulate in base ad essi ed ai criteri

che sostengono le conclusioni: non la decisione, dunque, bensì il contesto giustificativo di essa, come esplicitato

dal giudice di merito nel ragionamento probatorio che fonda il giudizio di conferma dell’ipotesi sullo specifico fatto

da provare.

Può dunque affermarsi che le Sezioni Unite hanno ripudiato qualsiasi interpretazione che faccia leva, ai fini della

individuazione del nesso causale quale elemento costitutivo del reato, esclusivamente o prevalentemente su dati

statistici ovvero su criteri valutativi a struttura probabilistica, in tal modo mostrando di propendere, tra i due

contrapposti indirizzi interpretativi sopra ricordati, maggiormente verso quello delineatosi in tempi più recenti.

L’articolato percorso motivazionale seguito nella sentenza Franzese, induce tuttavia a ritenere che le Sezioni Unite,

nel sottolineare la necessità dell’individuazione del nesso di causalità (quale “condicio sine qua non” di cui agli artt.

40 e 41 del codice penale) in termini di certezza, abbiano inteso riferirsi non alla certezza oggettiva (storica e

scientifica), risultante da elementi probatori di per sè altrettanto inconfutabili sul piano della oggettività, bensì alla

“certezza processuale” che, in quanto tale, non può essere individuata se non con l’utilizzo degli strumenti di cui il

giudice dispone per le sue valutazioni probatorie: “certezza” che deve essere pertanto raggiunta dal giudice

valorizzando tutte le circostanze del caso concreto sottoposto al suo esame, secondo un procedimento logico -

analogo a quello seguito allorquando si tratta di valutare la prova indiziaria, la cui disciplina è dettata dal secondo

comma dell’art. 192 del codice di procedura penale - che consenta di poter ricollegare un evento ad una condotta

omissiva “al di là di ogni ragionevole dubbio” (vale a dire, con “alto o elevato grado di credibilità razionale o

logica”) Invero, non pare che possa diversamente intendersi il pensiero che le Sezioni Unite hanno voluto

esprimere allorquando hanno testualmente affermato che deve risultare «giustificata e processualmente certa la

conclusione che la condotta omissiva del medico è stata condizione necessaria dell’evento lesivo con “alto o

elevato grado di credibilità razionale” o “probabilità logica”»

Ciò detto, non resta ora che verificare se, nel caso che ne occupa, l’<<iter>> argomentativo seguito dai giudici di

seconda istanza — posto a fondamento del convincimento della responsabilità del prof. L. - sia in sintonia con i

principi di cui sopra affermati dalle Sezioni Unite.

La risposta è negativa

li primo punto fermo che le Sezioni Unite hanno inteso ribadire — che peraltro ha rappresentato sempre, a

prescindere dall’indirizzo interpretativo di volta in volta seguito, il necessario presupposto fattuale di partenza, ai

finii dell’accertamento della penale responsabilità del medico per colpa omissiva — è che, nella ricostruzione del

nesso eziologico, non può assolutamente prescindersi dall’individuazione di tutti gli elementi concernenti la causa

dell’evento: solo conoscendo in tutti i suoi aspetti fattuali e scientifici il momento iniziale e la successiva

evoluzione della malattia, è poi possibile analizzare la condotta (omissiva) colposa addebitata al sanitario per

effettuare il giudizio controfattuale e verificare se, ipotizzandosi come realizzata la condotta dovuta, l’evento lesivo

sarebbe stato evitato “al di là di ogni ragionevole dubbio”.

Orbene, al riguardo la sentenza impugnata — all’esame retrospettivo demandato a questa Corte circa la logicità e

razionalità delle argomentazioni giustificative addotte dalla Corte d’Appello di Pesaro a fondamento della propria

statuizione — si presenta frammentaria, incoerente, nonché illogica anche con riferimento a quel dato statistico che

la Corte stessa ha inteso interpretare e valutare come elemento probatorio a carico dell’imputato e di cui appresso

specificamente si dirà.

Ciò che inficia in radice il ragionamento seguito dai giudici dell’appello è proprio la mancata individuazione delle

modalità della trasmissione del virus dell’epatite B ai pazienti ricoverati nel reparto del prof. L.: quale fu il mezzo o

lo strumento di trasmissione del virus? Quale fu la specifica condotta sanitaria che determinò il contagio?

Trasfusione? Somministrazione di terapia? Prelievo di sangue? A tali interrogativi i giudici di appello non hanno

fornito alcuna risposta, né hanno approfondito l’indagine al riguardo - sulla scorta delle risultanze documentali,

scientifiche e testimoniali acquisite - ma hanno ritenuto appagante, sul piano della ricostruzione del nesso

eziologico ed ai fini dell’attribuibilità dell’evento alla penale responsabilità del prof. L., l’elemento probatorio

costituito dai residui ematici rinvenuti “in loco” (anche in contenitori) in quanto rivelatori di una prassi scorretta

determinatasi nel reparto di ematologia ed addebitabile all’omessa vigilanza da parte del responsabile del reparto

stesso.

Non è condivisibile sul piano metodologico — e nel rispetto dei principi enunciati nella sentenza Franzese, che,

peraltro, come si vedrà, la stessa Corte di merito non ha mancato di evocare — l’affermazione dei giudici di

secondo grado laddove hanno ritenuto erroneo il convincimento del primo giudice nella parte in cui questi ha

sottolineato sia la necessità della individuazione diretta e concreta del veicolo contaminato, che aveva provocato il

contatto ematico tra fonte ed ospite, sia la necessità, conseguentemente, della individuazione delle circostanze e

modalità dei comportamenti assistenziali e terapeutici scorretti sui pazienti contagiati (nonché dei soggetti che tali

comportamenti avevano posto in essere): al contrario, e come evidenziato nella sentenza di primo grado,

l’accertamento di tali circostanze costituisce proprio la base fattuale necessaria da cui muovere per una corretta e

compiuta valutazione della condotta del prof. L., cui è stato mosso l’addebito di omicidio colposo plurimo con una

contestazione di condotta omissiva che, sostanzialmente, sarebbe risultata connotata, per quanto si rileva dalla

motivazione della Corte distrettuale, principalmente da uno dei profili di colpa contestati con il capo di imputazione:

vale a dire, la omessa vigilanza che avrebbe favorito l’ instaurarsi di una prassi scorretta nell’andamento del reparto

ed il verificarsi di una contaminazione ambientale. E se così è, appare evidente che soltanto individuando il veicolo

dei contagio (o comunque le concrete modalità con le quali il contagio è avvenuto) è possibile dare un contenuto

fattuale alla enunciata omessa vigilanza, tenendo comunque sempre presente che il responsabile di un reparto ben

può fare affidamento sulla diligenza e professionalità dei suoi collaboratori (cfr., in proposito, Sez. 4, n. 1095/96,

RV. 205212) ove non vi siano motivi per nutrire dubbi sulla diligenza e sulle capacità professionali di costoro (e,

sulla scorta delle sentenze di primo e secondo grado, non risulta accertata la presenza, nel reparto del prof. L., e nel

periodo relativo agli avvenimenti in oggetto, di personale inaffidabile); non può invero richiedersi al primario —

pur attribuendo a costui l’ari 63 del D.P.R. 20 dicembre 1979 n 761 il potere-dovere di “impartire istruzioni e

direttive ed esercitare la verifica inerente all’attuazione di esse” - di essere costantemente al fianco di ogni singolo

operatore sanitario del suo reparto, ed in occasione di ogni singolo contatto tra l’operatore ed il paziente. Non

essendo consentita nel nostro ordinamento un’imputazione a titolo di responsabilità penale oggettiva solo

l’accertamento della condotta in concreto posta in essere da un operatore di un reparto può consentire di stabilire se

detta condotta possa essere o meno imputabile al primario del reparto sono il profilo della violazione dell’obbligo

di vigilanza o della erroneità delle direttive impartite.

Ciò posto, e ritornando all’esame della concreta fattispecie “de qua”, ne deriva che i giudici di merito avrebbero

dovuto individuare e specificare l’obbligo di vigilanza in concreto violato dal prof. L.: sulla condotta del personale

paramedico, e di chi in particolare? sulla condotta dei medici del reparto, e di quale medico in particolare? sulle

condizioni di sterilizzazione degli specifici strumenti adoperati di volta in volta nei confronti dei pazienti contagiati?

La Corte d’Appello, da un lato, ha censurato il ragionamento del primo giudice il quale aveva ritenuto di non poter

pervenire ad un’affermazione di colpevolezza del L. in mancanza dell’accertamento dei dati di fatto appena

ricordati, ma poi, per altro verso (non mancando di evidenziare le ragioni che rendevano comunque arduo dello

accertamento), ha dimostrato di avvertire la necessità della individuazione di tali circostanze fattuali, laddove (pag.

33 della sentenza) ha affermato testualmente che la esistenza di elementi di fatto rimasti ignoti “poteva e doveva

essere dimostrata con certezza mediante il procedimento logico disciplinato dall’art. 192. secondo comma, del

codice di procedura penale. “sulla base dei fatti che risultavano accertati dalle altre acquisizioni probatorie”.

Orbene, anche ai fini della ricostruzione del nesso di causalità in ipotesi di reato colposo per condotta omissiva è

certamente corretto, come prima detto, il ricorso allo strumento di cui al secondo comma dell’art. 192 del codice di

rito (ed in tal senso si è pronunciata questa Corte già in altre occasioni), ma detto procedimento richiede massima

cautela e particolare rigore (trattandosi comunque di ragionamento induttivo) e deve avere come obiettivo proprio

l’accertamento di quei fatti che possono poi condurre all’individuazione in concreto di una condotta colposa

omissiva, in relazione alla quale sia quindi possibile procedere al giudizio controfattuale, e legittimare quindi

un’affermazione di penale responsabilità che abbia un fondamento probatorio, relativamente alla ritenuta

sussistenza del nesso causale, in termini di certezza, intesa, quest’ultima, come innanzi ricordato, nel significato di

certezza processuale

Dunque la Corte d’Appello ha affermato che era possibile pervenire all’individuazione di fatti ignoti (perché

evidentemente considerati indispensabili ai fini della valutazione della posizione del prof. L.), utilizzando lo

strumento probatorio previsto dal secondo comma dell’art. 192 c.p., “sulla base dei fatti che risultavano accertati

dalle altre acquisizioni probatorie” (per come si legge testualmente a pag. 33 della sentenza impugnata) La Corte di

merito ha quindi elencato le circostanze fattuali ritenute pacificamente acquisite, ed in particolare: a) nove pazienti

erano deceduti a causa di epatite virale fulminante contratta durante il periodo di ricovero nel reparto del prof. L.; b)

il contagio era avvenuto necessariamente mediante comportamenti concreti che avevano comportato il passaggio

per via ematica di sangue infetto ai pazienti contagiati, posto che il virus dell’epatite B si trasmette mediante

contatto ematico o per via sessuale, e dovendosi escludere questa seconda ipotesi tenuto conto della situazione

ambientale in cui il fatto era avvenuto; c) doveva escludersi la contaminazione delle flebo perché tutti i donatori di

sangue erano stati controllati con esito negativo. Muovendo da tali premesse fattuali, la Corte d’Appello ha ritenuto

di poter poi trarre le seguenti conclusioni: 1) non essendo pensabili vari e molteplici meccanismi dell’infezione, un

solo meccanismo poteva averla causata: l’uso di veicoli contaminati per l’inosservanza delle precauzioni universali,

“solo questo e null’altro rendendola possibile”; 2) sì doveva dunque ammettere per “deduzione logica certa”

l’esistenza di questa inosservanza da parte del personale del reparto di ematologia nelle pratiche assistenziali e

terapeutiche dei pazienti, inosservanza che per il suo carattere non occasionale ma frequente, ripetuta nel tempo e

generalizzata verso innumerevoli pazienti, “non doveva essere tollerata e doveva essere impedita dall’opera di

vigilanza e di controllo cui era tenuto per legge il responsabile del reparto” (pag. 34 della sentenza).

Il percorso argomentativo seguito dalla Corte distrettuale presenta evidenti connotazioni di contraddittorietà ed

illogicità, posto che le conclusioni cui la stessa è pervenuta non appaiono in sintonia con le premesse. Ed invero,

all’esito del procedimento di valutazione probatoria, condotto - per affermazione della stessa Corte — alla stregua

dei criteri di cui al secondo comma dell’ad. 192 c.p.p., non pare possano dirsi accertati quegli elementi fattuali che

il primo giudice aveva ritenuto non individuabili (in particolare, condotte di operatori sanitari del reparto e/o

strumenti quali possibili occasioni o veicoli di trasmissione del virus, etc.) e la cui esistenza, ad avviso della Corte

di merito, sarebbe stato invece possibile accertare.

La Corte d’Appello è pervenuta alla affermazione della colpevolezza del prof. L. basandosi essenzialmente su

quelle che notoriamente, sulla scorta delle nozioni scientifiche acquisite nel patrimonio conoscitivo della scienza

medica, sono le condizioni che, in generale, rendono possibile un contagio da virus dell’epatite B: contatto ematico

e, quindi, inosservanza di precauzioni e cautele nelle manovre che comportano l’utilizzo del sangue; condizioni che

la Corte stessa ha ritenuto essersi verificate nel reparto del prof. L. a causa della inosservanza delle dette cautele e

precauzioni - inosservanza non occasionale ma frequente e ripetuta nel tempo — da parte del personale sanitario in

attività in quel reparto. Ma ciò non può essere ritenuto sufficiente - alla luce dei principi da osservare in tema di

ricostruzione del nesso causale in ipotesi di condotta colposa omissiva - per ricondurre i decessi, verificatisi nel

reparto diretto dal prof L., ad omissioni di quest’ultimo, se non viene innanzi tutto individuata, all’esito di un

approfondito esame del materiale probatorio acquisito (ed ovviamente ove possibile), la causa mater del contagio:

elemento che rappresenta il dato fondamentale ed indispensabile per poter prima individuare in concreto

l’omissione in cui i! prof. L. sarebbe incorso e poi procedere al giudizio controfattuale e verificare se ipotizzandosi

come realizzata la condotta doverosa impeditiva dell’evento “hic et nunc”, questo non si sarebbe verificato.

E vi è di più. Nel procedere all’accertamento della sussistenza del nesso di causalità, il giudice è — come

chiamato

precisato anche dalle Sezioni Unite nella sentenza Franzese più volte richiamata — a verificare anche che non vi sia

stata l’interferenza di fattori alternativi a quella causa dell’evento ipotizzata come riconducibile alla condotta

colposa addebitata all’agente. Nella concreta fattispecie, il primo giudice (la cui sentenza assolutoria, anche perché

riformata in secondo grado, ben può essere oggetto di esame da parte di questo Collegio in relazione ai motivi di

censura dedotti dal ricorrente) aveva motivatamente ritenuto non del tutto infondata - considerandola ipotesi

ragionevole, pur se priva di adeguato conforto probatorio - la tesi del sabotaggio, prospettata dallo stesso prof. L.

nella fase delle indagini preliminari (ed oggetto di attività investigativa, poi rimasta peraltro senza sbocchi positivi

appunto per la mancanza di concreti ed inequivoci elementi probatori cui poter ancorare tale ipotesi); ed il Tribunale

aveva dato conto del proprio convincimento al riguardo richiamando analiticamente e specificamente deposizioni

testimoniali (addirittura riportandone parzialmente il contenuto), dati cronologici ed ulteriori risultanze processuali

anche con riferimento a perquisizione eseguita presso l’abitazione di Claudio G. (un portantino già allontanato dal

reparto, e sospettato quale possibile autore dell’ipotizzato sabotaggio e poi suicidatosi), non mancando di

sottolineare altresì il collegamento tra la convocazione del G., per essere posto a confronto con persone già

esaminate, ed il suo suicidio, nonché l’atteggiamento, rivelatore di preoccupazione e mutamento di umore, assunto

dal G. stesso dopo aver ricevuto la notifica dell’avviso di quella convocazione (pag. 87 della sentenza di primo

grado). Ebbene, al riguardo la Corte d’Appello ha omesso di confutare le specifiche argomentazioni addotte dal

primo giudice e di neutralizzare analiticamente quegli elementi (privi, si, di connotazioni di significativo spessore

probatorio, ma pur sempre indiziari e deduttivi) che il Tribunale aveva tratto dalle risultanze processuali

utilizzandoli per corroborare il proprio percorso motivazionale. La Corte territoriale ha ritenuto priva di

fondamento la tesi del sabotaggio, argomentando sulla scorta di dati che scaturiscono però da circostanze fattuali e

temporali riconducibili a condizioni di normalità circa l’attività del reparto, vale a dire: a) sarebbe inverosimile che

il G. potesse avere tra le mani una provetta riferibile al C. con il nome di costui scritto a penna, perché le etichette

con i nominativi venivano stampate a computer; b) sarebbe da escludere che il G. potesse essere in possesso di

detta provetta alle ore 5,40 perché i prelievi non iniziavano prima delle 6; c) sarebbe impossibile che quella provetta

potesse essere riferibile ai prelievi del giorno precedente, tenuto conto che le provette dei prelievi, se non richieste

dal laboratorio di analisi, venivano eliminate entro le ore 11,30 dello stesso giorno: d) l’insorgenza del secondo

focolaio si era verificata verso la metà del mese di dicembre, allorquando il C. non era più ricoverato in

quell’ospedale, essendo stato ricoverato sin dal 13 novembre 1997 all’ospedale di Fano dove era poi deceduto il 7

dicembre 1997; e) non era possibile che nel reparto di ematologia fosse residuata qualche flebo non utilizzata

risalente all’ottobre precedente (epoca del primo focolaio) avendo la capo-sala chiarito che il reparto veniva

rifornito ogni giorno dalla farmacia delle flebo occorrenti e che eventuali rimanenze potevano permanere in reparto

solo pochissimi giorni. Orbene, non sembra che tali circostanze (singolarmente o globalmente considerate),

indicate dalla Corte distrettuale come idonee a smentire l’ipotesi dolosa di un sabotaggio, rivestano quell’assoluta

efficacia probatoria tale da indurre ad escludere che sangue infetto, una volta acquisito, possa essere stato custodito

al di fuori dell’ambiente ospedaliero per essere poi di volta in volta utilizzato per gli atti di sabotaggio da compiere;

d’altra parte atti dolosi di sabotaggio non potevano certo essere compiuti se non al di fuori dell’osservanza del

corretto protocollo di comportamento. Di tal che, le diffuse argomentazioni del primo giudice, relativamente

all’ipotesi del sabotaggio, non risultano adeguatamente contrastate e neutralizzate dalla motivazione adottata dalla

Corte d’Appello in proposito. E trattasi di questione che riveste non poca importanza, vertendosi in tema di

ricostruzione del nesso di causalità in presenza di reato colposo contestato su presupposto di una condotta

omissiva. Infatti, come innanzi ricordato nel richiamare i principi enunciati da questa Corte in materia (in

particolare dalle Sezioni Unite), il giudice del merito deve verificare la validità dell’ipotesi accusatoria sull’esistenza

del nesso causale, nel caso concreto, sulla base delle circostanze del fatto e dell’evidenza disponibile, così che,

all’esito dei ragionamento probatorio che abbia altresì escluso l’interferenza di fattori alternativi risulti giustificata e

processualmente certa la conclusione che la condotta omissiva del medico è stata condizione necessaria dell’evento

lesivo con “alto o elevato grado di credibilità razionale” o “probabilità logica” con la conseguenza che

l’insufficienza, la contraddittorietà e l’incertezza del riscontro probatorio sulla ricostruzione del nesso causale,

quindi il ragionevole dubbio, in base all’evidenza disponibile, sulla reale efficacia condizionante della condotta

omissiva del medico rispetto ad altri fattori interagenti nella produzione dell’evento lesivo, comportano la

neutralizzazione dell’ipotesi prospettata dall’accusa e l’esito assolutorio del giudizio. E giova sottolineare che il

Tribunale, dopo aver ritenuto sfornito di prova il modello ricostruttivo proposto dai consulenti tecnici del Pubblico

Ministero, e nel rimandare ad un momento successivo del suo percorso motivazionale l’esame dell’ipotesi del

sabotaggio (poi, come sopra detto, dettagliatamente analizzata), aveva sottolineato che detto modello non appariva

comunque idoneo “ad escludere ipotesi diverse ed altrettanto ragionevoli quale ad esempio quella di comportamenti

posti in essere da un singolo operatore, o da singoli operatori in dispregio delle precauzioni elementari, quelle note

a tutti perché costituiscono l’A.B.C. della professione sanitaria, quali l’utilizzo di siringhe monouso o il cambio dei

guanti da paziente a paziente, a prescindere da qualsiasi ulteriore istruzione o protocollo, o comunque in dispregio

delle istruzioni dei medici o della caposala”, aggiungendo poi che “il già rilevato carattere eccezionale degli

accadimenti oggetto del processo rispetto ad una normale e non contaminata vita del reparto, non soltanto dopo la

sanitizzazione ma anche negli anni precedenti, rende plausibile anche questa seconda ipotesi interpretativa” (così

testualmente si legge a pag. 56 della sentenza di primo grado).

Come già accennato, ulteriori connotazioni di illogicità, e contraddittorietà, presenta l’impugnata sentenza nella

parte relativa alla valutazione del dato statistico concernente il tasso di contagio nel reparto di ematologia

dell’ospedale di Pesaro. La Corte d’Appello ha richiamato i dati forniti dalla difesa secondo cui negli ultimi cinque

anni (prima del 1997), il rischio fisso-inevitabile di contagio nosocomiale con epatite B, nei più qualificati reparti

mondiali di ematologia, era risultato dell’1-2%, a fronte dello 0,09% registrato nello stesso periodo nel reparto di

ematologia dell’ospedale di Pesaro. La Corte d’Appello, dopo aver evidenziato che nel breve periodo dall’agosto

1997 aI gennaio 1998 erano stati registrati undici casi di infezione, con un tasso di contagio pari al 10,6% (essendo

stati ricoverati 104 pazienti suscettibili all’HBV), ha ritenuto, considerando evidentemente attendibili e condivisibili

i dati forniti dalla difesa, che la differenza tra il tasso fisso (0,09%) ed il tasso di contagio verificatosi (10,6%), pari

al 10,5%, fosse riconducibile alla condotta antidoverosa del responsabile del reparto (per la omessa vigilanza sulla

negligente operatività del reparto stesso) ed offrisse dunque la verifica aggiuntiva della sussistenza del nesso

causale omissivo. Orbene, appare contraddittorio il ragionamento della Corte territoriale, laddove attribuisce la

responsabilità al L. di fatti verificatisi in un breve arco temporale (agosto i 997-gennaio 1998), dopo aver

precedentemente affermato che la colpa del L. era ravvisabile nella omessa vigilanza su condotte scorrette del

personale medico e paramedico del reparto caratterizzate dall’inosservanza di doverose precauzioni e cautele,

inosservanza non occasionale ma frequente e ripetuta nel tempo: affermazione quest’ultima assolutamente

contraddittoria con il dato statistico (accettato dalla Corte di merito) secondo cui addirittura in un significativo arco

di tempo, pari ad un quinquennio, nel reparto di ematologia dell’ospedale di Pesaro era stato registrato un tasso di

contagio per l’epatite B inferiore persino ai più qualificati reparti mondiali di ematologia.

Proprio il dato statistico evidenziato dalla Corte distrettuale avrebbe dovuto indurre ad un esame particolarmente

approfondito alla ricerca di quel “quid” che aveva improvvisamente determinato un innalzamento del tasso di

contagio nel reparto, assolutamente al di fuori dell’ordinario standard che per anni si era mantenuto costante ed in

linea con i più qualificati ospedali del mondo.

Da ultimo, va sottolineato che il ricorrente, nel contesto delle sue articolate censure mosse alla sentenza di secondo


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DETTAGLI
Corso di laurea: Giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Kore Enna - Unikore o del prof Di Landro Andrea.

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