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Riassunto esame Diritto, prof. Marzaduri, libro consigliato Diritto processuale penale, Siracusano

Riassunto per l'esame di Procedura penale del prof. Enrico Marzaduri, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Diritto processuale penale di D. SIRACUSANO, A. GALATI, G. TRANCHINA, E. ZAPPALÁ, . Argomenti: la riforma del codice Rocco; I soggetti guridici; il giudice; L’incompatibilità;... Vedi di più

Esame di Procedura penale docente Prof. E. Marzaduri

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ESTRATTO DOCUMENTO

richiede che l’indagato e l’imputato abbiano la capacità di intendere e di volere onde av-

valersi consapevolmente delle garanzie ed esercitare i diritti di difesa sin dall’inizio del pro-

cedimento.

I diritti dell’imputato

Fra i molteplici diritti di cui è titolare l’imputato, occorre ricordare:

il diritto a scegliersi un difensore;

il diritto di rivolgersi direttamente al giudice;

il diritto alla prova e all’incidente probatorio;

il diritto a partecipare al processo;

il diritto a non presenziare all’udienza;

il diritto a scegliere un rito alternativo;

il diritto alle impugnazioni;

il diritto a non rispondere in sede di interrogatorio.

L’interrogatorio

L’interrogatorio costituisce senza dubbio l’atto più rilevante che coinvolge direttamente

l’imputato o l’indagato. Esso può essere svolto dal giudice, dal P.M. o dalla P.G. su delega

del P.M..

Al fine di evitare che le dichiarazioni rese da una persona contro se stessa siano utilizzate

aggirando la formalistica disciplina dell’interrogatorio, è previsto che le dichiarazioni co-

munque rese nel corso del procedimento dall'imputato o dalla persona sottoposta alle

indagini non possono formare oggetto di testimonianza (art. 62).

Inoltre, se davanti all'autorità giudiziaria o alla polizia giudiziaria una persona rende

dichiarazioni in qualità di persona informata dei fatti dalle quali emergono indizi di reità a

suo carico, l'autorità procedente ne interrompe l'esame, avvertendola che a seguito di tali

dichiarazioni potranno essere svolte indagini nei suoi confronti e la invita a nominare un

difensore. Le precedenti dichiarazioni non possono essere utilizzate contro la persona che le

ha rese.

L .

E ALTRE PARTI PRIVATE E LA PERSONA OFFESA DAL REATO

La parte civile

La parte civile costituisce un soggetto eventuale del processo penale. Diviene tale colui al

quale il reato ha recato danno, (danneggiato o soggetto passivo del reato), e che esercita nel

processo penale l’azione civile per il risarcimento del danno e le restituzioni (art. 74 c.p.p.).

L’azione civile viene esercitata mediante la costituzione di parte civile nel processo penale

(art. 76 c.p.p.). Tale costituzione avviene, a mezzo di difensore che può essere nominato an-

che procuratore speciale, non prima dell’udienza preliminare, e non dopo l’apertura del di-

battimento. La parte civile può citare nel processo penale il responsabile civile. Può pro-

porre impugnazione contro i capi della sentenza di condanna che riguardano l’azione civile

e, ai soli effetti della responsabilità civile, contro la sentenza di proscioglimento pronunciata

nel giudizio (art. 576 c.p.p.). Eccezionalmente può proporre impugnazione anche agli effetti

penali contro le sentenze di condanna e di proscioglimento per i reati di ingiuria e

diffamazione.

Il responsabile civile ed il civilmente obbligato per la pena pecuniaria

Il responsabile civile è colui che a norma delle leggi civili, deve rispondere civilmente, per

il fatto dell’imputato. La responsabilità di tale soggetto è di natura civile e non penale. E’

parte eventuale del processo penale. La presenza nel processo presuppone quella della parte

civile, la quale esercita nei confronti del responsabile civile l’azione civile per il risarcimento

del danno. Il responsabile civile può essere citato in giudizio ad opera della parte civile, del

p.m., ovvero può intervenire volontariamente, sino all’apertura del dibattimento, se vi è cos-

tituzione di parte civile. Il responsabile civile deve costituirsi per il tramite di un procuratore

speciale.

Il civilmente obbligato per la pena pecuniaria è il soggetto civilmente obbligato a pagare

una somma pari all’ammontare della multa o della ammenda inflitta al colpevole, nella ipote-

si che il condannato sia insolvibile. La fattispecie sostanziale è prevista dagli artt. 196 e 197

del codice penale; essa concerne le persone rivestite di autorità o incaricate della direzione o

vigilanza sul colpevole, sempre che si tratti di violazioni che esse siano tenute a fare osser-

vare. Concerne altresì le persone giuridiche per fatti commessi dai propri rappresentanti,

amministratori e dipendenti, in violazione degli obblighi inerenti a tali qualità, ovvero

commessi nell’interesse dell’ente.

La persona offesa dal reato

La persona offesa dal reato è il soggetto passivo del reato titolare del

bene giuridico tutelato dalla norma incriminatrice (art. 90 c.p.p.), leso dal reato. E’ soggetto

autonomo della fase procedimentale del processo, nella quale, tuttavia, non è parte in senso

tecnico. Soltanto nella fase processuale potrà divenire parte, e quindi, domandare, costituen-

dosi parte civile. La persona offesa dal reato può , in ogni stato grado del procedimento, e

quindi anche nel processo, presentare memorie e indicare elementi di prova. Può chiedere al

p.m. di fare istanza di incidente probatorio; può opporsi alla richiesta di archiviazione del

p.m..

Gli enti esponenziali

L’art. 91 prevede in capo agli enti e le associazioni senza scopo di lucro ai quali, anterior-

mente alla commissione del fatto per cui si procede, sono state riconosciute, in forza di

legge, finalità di tutela degli interessi lesi dal reato, la possibilità di esercitare, in ogni stato e

grado del procedimento, i diritti e le facoltà attribuiti alla persona offesa dal reato. L'eser-

cizio dei diritti e delle facoltà spettanti agli enti esponenziali è subordinato al consenso della

persona offesa. Il consenso deve risultare da atto pubblico o da scrittura privata autenticata e

può essere prestato a non più di uno degli enti o delle associazioni. Il consenso può essere

revocato in qualsiasi momento: la persona offesa che ha revocato il consenso non può

prestarlo successivamente né allo stesso né ad altro ente o associazione.

I L DIFENSORE

Il difensore è una parte puramente formale del procedimento in quanto l’interesse

sostanziale appartiene all’assistito. Egli interviene in funzione di assistenza – consistente in

una collaborazione di natura tecnica - e rappresentanza – esplicantesi con la sostituzione

del difensore al soggetto interessato nell’esercizio di diritti e facoltà.

L’imputato ha il diritto di scegliersi fino a due difensori di fiducia. Qualora non provveda o

non intenda avvalersi di tale diritto, sarà a lui assegnato un difensore di ufficio secondo i

principi di sussidiarietà, obbligatorietà, immutabilità e precostituzione. In particolare, la dife-

sa di ufficio:

è sussidiaria in quanto il difensore di ufficio cessa le sue funzioni non appena viene nomi-

nato un difensore di fiducia;

è obbligatoria in quanto il difensore designato non può rifiutare l’incarico né abbandonare

la difesa;

è immutabile poiché il difensore non può essere sostituito né dal giudice né dal P.M.;

è precostituita giacché la designazione del difensore scaturisce da un meccanismo precosti-

tuito di individuazione.

Caratteri comuni alla difesa fiduciaria e di ufficio sono la effettività – competendo al difen-

sore un ruolo dinamico, partecipativo e creativo, nella vicenda processuale – e la libertà –

sia nella sfera spaziale che funzionale.

G

LI ATTI E LE ATTIVITÀ

Il procedimento penale è per definizione una successione di atti - provenienti dai vari

soggetti coinvolti nel procedimento - che presentano profili formali e sostanziali.

Gli atti assumono in genere la forma di verbali - contenenti le indicazioni della data di for-

mazione, dei soggetti presenti, delle attività compiute - e recano la sottoscrizione degli inter-

venuti. Altri atti sono quelli tipici del giudice (sentenza, decreto, ordinanza).

Diversi dagli atti sono le copie (mere riproduzioni di atti), gli estratti (copie parziali) e i

certificati (attestazioni del contenuto di altri atti).

La segretezza e la pubblicità degli atti

Le esigenze di segretezza e il correlato divieto di pubblicità delle attività investigative e pro-

cessuali si fondano su una serie di valori meritevoli di tutela, quali la speditezza ed efficien-

za delle indagini preliminari, la presunzione di non colpevolezza, la corretta formazione del

convincimento del giudice. La tutela della segretezza si scontra, peraltro, con la libertà di

stampa, il diritto ad una piena informazione e il c.d. ruolo di controllo dell’opinione pubbli-

ca. Il punto di equilibrio è stato rinvenuto in una limitazione sia quantitativa degli atti

segreti, sia temporale sulla durata della segretezza. L’art. 114 disciplina la materia nei

seguenti termini:

è vietata la pubblicazione, anche parziale o per riassunto, con il mezzo della stampa o con

altro mezzo di diffusione, degli atti coperti dal segreto o anche solo del loro contenuto;

è vietata la pubblicazione, anche parziale, degli atti non più coperti dal segreto fino a che

non siano concluse le indagini preliminari ovvero fino al termine dell'udienza preliminare;

se si procede al dibattimento, non è consentita la pubblicazione, anche parziale, degli atti del

fascicolo per il dibattimento, se non dopo la pronuncia della sentenza di primo grado, e di

quelli del fascicolo del pubblico ministero, se non dopo la pronuncia della sentenza in grado

di appello. E' sempre consentita la pubblicazione degli atti utilizzati per le contestazioni;

è vietata la pubblicazione, anche parziale, degli atti del dibattimento celebrato a porte chiuse

nei casi previsti dall'articolo 472 commi 1 e 2. In tali casi il giudice, sentite le parti, può dis-

porre il divieto di pubblicazione anche degli atti o di parte degli atti utilizzati per le contes-

tazioni. Il divieto di pubblicazione cessa comunque quando sono trascorsi i termini stabiliti

dalla legge sugli archivi di Stato ovvero è trascorso il termine di dieci anni dalla sentenza

irrevocabile e la pubblicazione è autorizzata dal ministro di grazia e giustizia;

se non si procede al dibattimento, il giudice, sentite le parti, può disporre il divieto di pub-

blicazione di atti o di parte di atti quando la pubblicazione di essi può offendere il buon cos-

tume o comportare la diffusione di notizie sulle quali la legge prescrive di mantenere il seg-

reto nell'interesse dello Stato ovvero causare pregiudizio alla riservatezza dei testimoni o

delle parti private. Si applica la disposizione dell'ultimo periodo del punto 4;

è vietata la pubblicazione delle generalità e dell'immagine dei minorenni testimoni, persone

offese o danneggiati dal reato fino a quando non sono divenuti maggiorenni. Il tribunale per

i minorenni, nell'interesse esclusivo del minorenne, o il minorenne che ha compiuto i sedici

anni, può consentire la pubblicazione

è sempre consentita la pubblicazione del contenuto di atti non coperti dal segreto.

L

E NOTIFICAZIONI

Il Titolo 5 del Libro Secondo del codice di rito è dedicato alle notificazioni. Queste con-

sistono in quelle attività poste in essere per assicurare la conoscenza degli atti, esigenza fon-

damentale e insopprimibile considerando che il procedimento penale è appunto una serie di

attività e di atti-documenti che si susseguono nel tempo.

Organi e forme delle notificazioni

Le notificazioni degli atti, salvo che la legge disponga altrimenti, sono eseguite dell'ufficiale

giudiziario o da chi ne esercita le funzioni.

L'atto è notificato per intero, salvo che la legge disponga altrimenti. La consegna di copia

dell'atto all'interessato da parte della cancelleria ha valore di notificazione. Il pubblico uffi-

ciale addetto annota sull'originale dell'atto la eseguita consegna e la data in cui questa è

avvenuta. La lettura dei provvedimenti alle persone presenti e gli avvisi che sono dati dal

giudice verbalmente agli interessati in loro presenza sostituiscono le notificazioni, purché ne

sia fatta menzione nel verbale.

Notificazioni urgenti a mezzo del telefono e del telegrafo

Nei casi di urgenza, il giudice può disporre, anche su richiesta di parte, che le persone di-

verse dall'imputato siano avvisate o convocate a mezzo del telefono a cura della cancelleria

o della polizia giudiziaria. Sull'originale dell'avviso o della convocazione sono annotati il

numero telefonico chiamato, il nome, le funzioni o le mansioni svolte dalla persona che

riceve la comunicazione, il suo rapporto con il destinatario, il giorno e l'ora della telefonata.

Alla comunicazione si procede chiamando il numero telefonico corrispondente ai luoghi in-

dicati nell'articolo 157 commi 1 e 2. Essa non ha effetto se non è ricevuta dal destinatario

ovvero da persona che conviva anche temporaneamente col medesimo. La comunicazione

telefonica ha valore di notificazione con effetto dal momento in cui è avvenuta, sempre che

della stessa sia data immediata conferma al destinatario mediante telegramma. Quando non

è possibile procedere nel modo indicato nei commi precedenti, la notificazione è eseguita,

per estratto, mediante telegramma.

Le notifiche all’imputato

Salvo quanto previsto dagli articoli 161 e 162, la prima notificazione all'imputato non

detenuto è eseguita mediante consegna di copia alla persona. Se non è possibile conseg-

nare personalmente la copia, la notificazione è eseguita nella casa di abitazione o nel luogo

in cui l'imputato esercita abitualmente l'attività lavorativa, mediante consegna a una persona

che conviva anche temporaneamente o, in mancanza, al portiere o a chi ne fa le veci. Qualo-

ra tali luoghi non siano conosciuti, la notificazione è eseguita nel luogo dove l'imputato ha

temporanea dimora o recapito, mediante consegna a una delle predette persone. Il portiere o

chi ne fa le veci sottoscrive l'originale dell'atto notificato e l'ufficiale giudiziario dà notizia al

destinatario dell'avvenuta notificazione dell'atto a mezzo di lettera raccomandata con avviso

di ricevimento. Gli effetti della notificazione decorrono dal ricevimento della raccomandata.

La copia non può essere consegnata a persona minore degli anni quattordici o in stato di

manifesta incapacità di intendere o di volere. L'autorità giudiziaria dispone la rinnovazione

della notificazione quando la copia è stata consegnata alla persona offesa dal reato e risulta o

appare probabile che l'imputato non abbia avuto effettiva conoscenza dell'atto notificato. La

consegna alla persona convivente, al portiere o a chi ne fa le veci è effettuata in plico chiuso

e la relazione di notificazione è scritta all'esterno del plico stesso. Se le persone precedente-

mente indicate mancano o non sono idonee o si rifiutano di ricevere la copia, si procede

nuovamente alla ricerca dell'imputato, tornando nei luoghi indicati prima. Se neppure in tal

modo è possibile eseguire la notificazione, l'atto è depositato nella casa del comune dove

l'imputato ha l'abitazione, o, in mancanza di questa, del comune dove egli esercita abitual-

mente la sua attività lavorativa. Avviso del deposito stesso è affisso alla porta della casa di

abitazione dell'imputato ovvero alla porta del luogo dove egli abitualmente esercita la sua

attività lavorativa. L'ufficiale giudiziario dà inoltre comunicazione all'imputato dell'avvenuto

deposito a mezzo di lettera raccomandata con avviso di ricevimento. Gli effetti della notifi-

cazione decorrono dal ricevimento della raccomandata.

Le notificazioni all'imputato detenuto sono eseguite nel luogo di detenzione mediante

consegna di copia alla persona. In caso di rifiuto della ricezione, se ne fa menzione nella re-

lazione di notificazione e la copia rifiutata è consegnata al direttore dell'istituto o a chi ne fa

le veci. Nello stesso modo si provvede quando non è possibile consegnare la copia diretta-

mente all'imputato, perché legittimamente assente. In tal caso, della avvenuta notificazione il

direttore dell'istituto informa immediatamente l'interessato con il mezzo più celere. Le notifi-

cazioni all'imputato detenuto in luogo diverso dagli istituti penitenziari sono eseguite secon-

do la disciplina vista per l’imputato non detenuto. Le disposizioni che precedono si appli-

cano anche quando dagli atti risulta che l'imputato è detenuto per causa diversa dal procedi-

mento per il quale deve eseguirsi la notificazione o è internato in un istituto penitenziario. In

nessun caso le notificazioni all'imputato detenuto o internato possono essere eseguite con le

forme dell'articolo 159 (irreperibilità).

Il domicilio dichiarato o eletto

Ai sensi dell’art. 161, il giudice, il pubblico ministero o la polizia giudiziaria, nel primo atto

compiuto con l'intervento della persona sottoposta alle indagini o dell'imputato non detenuto

né internato, lo invitano a dichiarare uno dei luoghi indicati nell'articolo 157 comma 1

ovvero a eleggere domicilio per le notificazioni, avvertendolo che, nella sua qualità di per-

sona sottoposta alle indagini o di imputato, ha l'obbligo di comunicare ogni mutamento del

domicilio dichiarato o eletto e che in mancanza di tale comunicazione o nel caso di rifiuto di

dichiarare o eleggere domicilio, le notificazioni verranno eseguite mediante consegna al

difensore. Della dichiarazione o della elezione di domicilio, ovvero del rifiuto di compierla,

è fatta menzione nel verbale. Fuori dal caso appena visto, l'invito a dichiarare o eleggere

domicilio è formulato con l'informazione di garanzia o con il primo atto notificato per dispo-

sizione dell'autorità giudiziaria. L'imputato è avvertito che deve comunicare ogni mutamen-

to del domicilio dichiarato o eletto e che in caso di mancanza, di insufficienza o di inidoneità

della dichiarazione o della elezione, le successive notificazioni verranno eseguite nel luogo

in cui l'atto è stato notificato. L'imputato detenuto che deve essere scarcerato per causa di-

versa dal proscioglimento definitivo e l'imputato che deve essere dimesso da un istituto per

l'esecuzione di misure di sicurezza, all'atto della scarcerazione o della dimissione ha l'obbli-

go di fare la dichiarazione o l'elezione di domicilio con atto ricevuto a verbale dal direttore

dell'istituto. Questi lo avverte, iscrive la dichiarazione o elezione nell'apposito registro e

trasmette immediatamente il verbale all'autorità che ha disposto la scarcerazione o la dimis-

sione. Se la notificazione nel domicilio determinato diviene impossibile, le notificazioni

sono eseguite mediante consegna al difensore. Nello stesso modo si procede quando la

dichiarazione o l'elezione di domicilio mancano o sono insufficienti o inidonee.

Comunicazione del domicilio dichiarato o del domicilio eletto

Il domicilio dichiarato, il domicilio eletto e ogni loro mutamento sono comunicati dall'impu-

tato all'autorità che procede, con dichiarazione raccolta a verbale ovvero mediante telegram-

ma o lettera raccomandata con sottoscrizione autenticata da un notaio o da persona autoriz-

zata o dal difensore. La dichiarazione può essere fatta anche nella cancelleria del tribunale

del luogo nel quale l'imputato si trova. In quest’ultimo caso il verbale è trasmesso immedi-

atamente all'autorità giudiziaria che procede. Analogamente si provvede in tutti i casi in cui

la comunicazione è ricevuta da una autorità giudiziaria che, nel frattempo, abbia trasmesso

gli atti ad altra autorità. Finché l'autorità giudiziaria che procede non ha ricevuto il verbale o

la comunicazione, sono valide le notificazioni disposte nel domicilio precedentemente

dichiarato o eletto.

L

E SANZIONI PROCESSUALI

La irregolarità

L’irregolarità è qualsiasi vizio formale dell’atto non sanzionato dalla legge con la nullità.

Quando si verifichi, il giudice deve provvedere alla sua eliminazione, eventualmente facen-

do ricorso alla correzione degli errori materiali.

Si tenga presente che ai sensi dell’art. 124 i magistrati, i cancellieri e gli altri ausiliari del

giudice, gli ufficiali giudiziari, gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria sono tenuti a os-

servare le norme processuali anche quando l'inosservanza non importa nullità o altra

sanzione processuale. I dirigenti degli uffici vigilano sull'osservanza delle norme anche ai

fini della responsabilità disciplinare.

La decadenza

La decadenza consiste nella perdita o estinzione del diritto o facoltà di porre in essere un

atto del procedimento. Il presupposto naturale è che l’atto non sia ancora stato compiuto; in

caso contrario l’atto sarebbe inammissibile. Pertanto la decadenza può rilevare sotto il du-

plice aspetto di:

divieto di compiere l’atto (preclusione);

invalidità (inammissibilità) dell’atto eventualmente compiuto nonostante il divieto.

L’inutilizzabilità

L’inutilizzabilità consiste nel divieto di utilizzazione di un atto. Tale divieto scaturisce dal

fatto che molti atti hanno una fungibilità limitata ad una precisa fase procedurale. Di norma

– ad esempio – gli atti validamente compiuti durante le indagini preliminari hanno valenza

limitata a tale fase.

L’inutilizzabilità è prevista, in via generale, per la violazione dei divieti probatori. Le prove

acquisite in violazione dei divieti stabiliti dalla legge non possono, infatti, essere utilizzate e

l’inutilizzabilità è rilevabile anche d’ufficio in ogni stato e grado del procedimento.

Le nullità

In base all’art. 177 c.p.p., l’inosservanza delle disposizioni stabilite per gli atti del procedi-

mento è causa di nullità soltanto nei casi previsti dalla legge. E’ questo il principio di tas-

satività delle nullità, per il quale nessuna irregolarità degli atti procedurali può essere as-

soggettata al regime delle nullità se non quando espressamente previsto dalla legge. Si

definisce dunque nullità di un atto processuale l’invalidità espressamente commina-

ta dalla legge per talune gravi violazioni di essa. Le nullità possono dividersi in due

grandi categorie:

quelle speciali, determinate di volta in volta per casi particolari con previsione specifica;

quelle generali, previste una tantum per tutti i casi in cui poi concretamente possano verifi-

carsi.

Le nullità di ordine generale sono previste dall’art. 178 c.p.p. e si distinguono a loro volta

in:

nullità assolute, come tali deducibili in ogni stato e grado del procedimento dalle parti e ril-

evabili d’ufficio dal giudice; si tratta di nullità che non possono in alcun modo essere

sanate, salvo quello che si dirà più avanti;

nullità c.d. intermedie, rilevabili d’ufficio o su istanza della parte che ha subito danno dal-

la violazione, purché non vi abbia dato causa; a differenza della assolute, sono sanabili, in

quanto sono previsti precisi termini per la loro rilevabilità (le nullità verificatesi durante le

indagini preliminari si eccepiscono o si rilevano prima della sentenza di primo grado; quelle

verificatesi durante il giudizio si eccepiscono o si rilevano prima della sentenza di grado

successivo), trascorsi i quali vengono appunto sanate;

il terzo gruppo di nullità è costituito da quella relative, cioè esclusivamente deducibili dalle

parti, purché la parte che le eccepisce abbia interesse a farlo e non via abbia dato causa. An-

che queste sono ovviamente sanabili, nel senso che vengono sanate se non dedotte nei ter-

mini previsti, e cioè dall’esito dell’udienza preliminare per le nullità verificatesi in tutta la

fase che precede l’esito stesso; entro il termine previsto per le c.d. questioni preliminari ex

art. 491 c.p.p., per le nullità attinenti al decreto che dispone il giudizio e agli atti introduttivi

del dibattimento; con l’impugnazione della sentenza relativa per le nullità verificatesi durante

il giudizio.

Si ricordi che per espressa disposizione dell’art. 182, comma 2 o , c.p.p. tutti i termini per

rilevare o eccepire le nullità sono previsti a pena di decadenza; inoltre gli artt. 183 e 184

c.p.p. prevedono un regime differenziato di sanatoria, a seconda che si tratti di nullità inter-

medie e relative da un lato, e di quelle riguardanti notificazioni, avvisi e citazioni dall’altro:

le prime vengono sanate se la parte interessata non le eccepisce, se accerta gli effetti dell’atto

nullo, ovvero se si avvale della facoltà cui l’atto nullo è preordinato; le seconde sono sanate

se la parte compare o rinuncia a comparire; se compare al solo fine di eccepire la nullità, ha

diritto ad un termine per la difesa.

Per quanto attiene agli effetti delle nullità, l’art. 185 c.p.p. dispone che, una volta dichiarata

dal giudice, la nullità di un atto travolge gli atti consecutivi dipendenti da quello dichiarato

nullo; il giudice dispone la rinnovazione dell’atto dichiarato nullo, ponendo eventualmente

le spese a carico di chi abbia dato seguito alla nullità con dolo o colpa grave. A causa della

dichiarazione di nullità di un atto, poi, il procedimento regredisce allo stato e grado in cui

l’atto si è verificato, salvo che si tratti di nullità concernente le prove. La nullità non

dichiarata, anche se assoluta, non invalida il procedimento, che prosegue fino alla sua con-

clusione, tanto che il passaggio in giudicato della sentenza sana anche le nullità assolute.

L’inammissibilità

L’inammissibilità riguarda gli atti di parte e – in particolare – le impugnazioni. SI verifica

qualora manchino le condizioni richieste dalla legge per il compimento di un dato atto. E’

rilevabile anche d’ufficio in ogni stato e grado del procedimento e si sana soltanto con il

giudicato.

I

L FENOMENO PROBATORIO NEL PROCEDIMENTO PENALE

N OZIONI GENERALI

La prova è l’elemento, il segno, l’attività volta a fornire la conoscenza di un fatto altrimenti

sconosciuto o incerto. La prova può quindi definirsi come l’insieme degli elementi sui quali

si basa il convincimento del giudice. L’oggetto della prova o thema probandi è costituito da

una affermazione probatoria, è l’ipotesi da verificare nel processo penale: si riferisce all’im-

putazione, alla punibilità e alla determinazione della pena o della misura di sicurezza. La

prova è storica quando rappresenta un fatto, narrato da un testimone o contenuto in un doc-

umento. La prova è critica quando rappresenta un fatto dal quale, induttivamente, se ne ri-

cava uno ulteriore. La prova è, quindi, metodo conoscitivo utilizzato dal giudice, tramite

mezzi specifici; testimonianza, documento, massima di esperienza. Distinto è l’indizio,

segno di un fatto, non univoco, che può condurre a conclusioni anche oppose, secondo un

metodo interpretativo di tipo induttivo. Soltanto in presenza di indizi gravi precisi e con-

cordanti può desumersi l’esistenza di un fatto e quindi la prova dello stesso. Il codice vi-

gente indica come oggetto della prova i fatti che si riferiscono all’imputazione, alla punibilità

e alla determinazione della pena o della misura di sicurezza, ed altresì i fatti dai quali

dipende l’applicazione di norme processuali, nonché i fatti inerenti alla responsabilità civile

derivante dal reato, se vi è costituzione di parte civile. Ciò costituisce una innovazione

rispetto al codice previgente, che si riferiva ai fatti necessari per l’accertamento della verità.

L’innovazione risponde alla necessità di adeguare la disciplina della prova al sistema ac-

cusatorio introdotto dal nuovo codice. Le prove sono ammesse da parte del giudice a richi-

esta di parte; il giudice è titolare di un autonomo potere di assunzione di nuovi mezzi di pro-

va, soltanto se risulta assolutamente necessario. Il giudice, sulle richieste di parte, esclude le

prove vietate dalla legge e quelle che sono manifestamente infondate o irrilevanti. Vige, in

materia, il principio dispositivo, che si ritrova anche nel processo civile, per il quale in-

combe alle parti, ed in particolare al p.m., provare il proprio assunto, e il giudice non può

decidere se non sulla base di quanto provato dalle parti stesse, salvo l’eccezionale potere di

acquisizione della prova d’ufficio conferito al giudice. Di norma la prova si deve formare al

dibattimento, secondo il principio dell’oralità, avanti al giudice che poco o nulla sa dell’at-

tività svolta in precedenza dalle parti, e dei risultati della stessa. Le attività di indagine pre-

liminare non hanno valore di prova, ma debbono essere ripetute avanti al giudice del dibatti-

mento, salvo che si opti per uno dei riti dell’alternativa indagatoria. La prova illegittima-

mente acquisita non è utilizzabile. Il giudice deve valutare la prova dando conto nella moti-

vazione dei risultati acquisiti e dei criteri adottati, tenuto conto dell’esito complessivo

dell’istruttoria.

F

ONTI DI PROVA

Sono le cose, i documenti, o le persone da cui può scaturire la prova. Tali fonti preesistono

al giudice, tanto che funzione essenziale della P.G. e del P.M. è proprio quella di assicurare

le fonti di prova (art. 55).

I MEZZI DI RICERCA DELLA PROVA

I mezzi di ricerca della prova sono quegli strumenti volti all’acquisizione di mezzi di prova e

cioè di cose materiali, tracce o dichiarazioni da cui si possa ricavare la prova: ispezioni,

perquisizioni, sequestri, intercettazioni).

Le ispezioni

L'ispezione delle persone, dei luoghi e delle cose è disposta con decreto motivato quando

occorre accertare le tracce e gli altri effetti materiali del reato. Se il reato non ha lasciato trac-

ce o effetti materiali, o se questi sono scomparsi o sono stati cancellati o dispersi, alterati o

rimossi, l'autorità giudiziaria descrive lo stato attuale e, in quanto possibile, verifica quello

preesistente, curando anche di individuare modo, tempo e cause delle eventuali modifi-

cazioni. L'autorità giudiziaria può disporre rilievi segnaletici, descrittivi e fotografici e ogni

altra operazione tecnica.

L’ispezione personale

Prima di procedere all'ispezione personale l'interessato è avvertito della facoltà di farsi assis-

tere da persona di fiducia, purché questa sia prontamente reperibile e idonea a norma dell'ar-

ticolo 120. L'ispezione è eseguita nel rispetto della dignità e, nei limiti del possibile, del pu-

dore di chi vi è sottoposto. L'ispezione può essere eseguita anche per mezzo di un medico.

In questo caso l'autorità giudiziaria può astenersi dall'assistere alle operazioni. Esecuzione di

perquisizioni e ispezioni personali. Le ispezioni sono fatte eseguire da persona dello stesso

sesso di quella che vi è sottoposta, salvi i casi di impossibilità o di urgenza assoluta o nel

caso che le operazioni siano eseguite da persona esercente la professione sanitaria.

L’ispezione di luoghi o di cose

All'imputato e in ogni caso a chi abbia l'attuale disponibilità del luogo in cui è eseguita l'is-

pezione è consegnata, nell'atto di iniziare le operazioni e sempre che essi siano presenti,

copia del decreto che dispone tale accertamento. Nel procedere all'ispezione dei luoghi, l'au-

torità giudiziaria può ordinare, enunciando nel verbale i motivi del provvedimento, che

taluno non si allontani prima che le operazioni siano concluse e può far ricondurre coattiva-

mente sul posto il trasgressore.

Le ispezioni presso gli uffici dei difensori

Le ispezioni e le perquisizioni negli uffici dei difensori sono consentite solo quando essi o

altre persone che svolgono stabilmente attività nello stesso ufficio sono imputati, limitata-

mente ai fini dell'accertamento del reato loro attribuito e al fine di rilevare tracce o altri effetti

materiali del reato o per ricercare cose o persone specificamente predeterminate.

Nell'accingersi a eseguire una ispezione, una perquisizione o un sequestro nell'ufficio di un

difensore, l'autorità giudiziaria – nella persona del giudice ovvero, nel corso delle indagini

preliminari, del P.M. – avvisa il consiglio dell'ordine forense del luogo perché il presidente

o un consigliere da questo delegato possa assistere alle operazioni. Allo stesso, se inter-

viene e ne fa richiesta, è consegnata copia del provvedimento. Tali formalità sono richieste a

pena di nullità.

Le perquisizioni

La perquisizione consiste in un’attività volta ad acquisire al processo il corpo del reato e in

genere le cose pertinenti al reato, quelle cioè sulle quali o a mezzo delle quali fu commesso

il reato e quelle che ne costituiscono il profitto, il prezzo o il prodotto o un mezzo di prova.

Quando vi è fondato motivo di ritenere che taluno occulti sulla persona il corpo del reato o

cose pertinenti al reato, è disposta perquisizione personale. Quando vi è fondato motivo di

ritenere che tali cose si trovino in un determinato luogo ovvero che in esso possa eseguirsi

l'arresto dell'imputato o dell'evaso, è disposta perquisizione locale. La perquisizione è dis-

posta con decreto motivato. L'autorità giudiziaria può procedere personalmente ovvero dis-

porre che l'atto sia compiuto da ufficiali di polizia giudiziaria delegati con lo stesso decreto.

Se attraverso la perquisizione si ricerca una cosa determinata, l'autorità giudiziaria può in-

vitare a consegnarla. Se la cosa è presentata, non si procede alla perquisizione, salvo che si

ritenga utile procedervi per la completezza delle indagini.

Le cose rinvenute a seguito della perquisizione sono sottoposte a sequestro con l'osservanza

delle prescrizioni degli articoli 259 e 260.

Le perquisizioni personali

Prima di procedere alla perquisizione personale è consegnata una copia del decreto all'inter-

essato, con l'avviso della facoltà di farsi assistere da persona di fiducia, purché questa sia

prontamente reperibile e idonea a norma dell'articolo 120. La perquisizione è eseguita nel

rispetto della dignità e, nei limiti del possibile, del pudore di chi vi è sottoposto.

Le perquisizioni locali

Nell'atto di iniziare le operazioni, copia del decreto di perquisizione locale è consegnata

all'imputato, se presente, e a chi abbia l'attuale disponibilità del luogo, con l'avviso della fa-

coltà di farsi rappresentare o assistere da persona di fiducia, purché questa sia prontamente

reperibile e idonea a norma dell'articolo 120. Se tali persone mancano, la copia è consegnata

e l'avviso è rivolto a un congiunto, un coabitante o un collaboratore ovvero, in mancanza, al

portiere o a chi ne fa le veci. L'autorità giudiziaria, nel procedere alla perquisizione locale,

può disporre con decreto motivato che siano perquisite le persone presenti o sopraggiunte,

quando ritiene che le stesse possano occultare il corpo del reato o cose pertinenti al reato.

Può inoltre ordinare, enunciando nel verbale i motivi del provvedimento, che taluno non si

allontani prima che le operazioni siano concluse. Il trasgressore è trattenuto o ricondotto

coattivamente sul posto.

La perquisizione in un'abitazione o nei luoghi chiusi adiacenti a essa può essere svolta solo

fra le ore sette e le ore venti. Tuttavia nei casi urgenti l'autorità giudiziaria può disporre per

iscritto che la perquisizione sia eseguita fuori dei suddetti limiti temporali.

I sequestri

Il sequestro - operato personalmente dall’autorità giudiziaria con decreto motivato, o da uf-

ficiali della polizia giudiziaria delegati con lo stesso decreto - è un mezzo di ricerca della

prova. Durante la fase delle indagini preliminari la polizia giudiziaria può disporre di pro-

pria iniziativa il sequestro solo nel caso in cui vi sia pericolo che le cose sequestrande si al-

terino o si disperdano o comunque si modifichino e il pubblico ministero non possa inter-

venire tempestivamente. Nel caso ricorrano i presupposti previsti dall’art. 354 c.p.p. (peri-

colo di alterazione o dispersione) il difensore della persona sottoposta ad indagini ha facoltà

di assistere alle operazioni di sequestro, non ha invece il diritto di essere preavvisato. Nel

caso in cui sia direttamente il p.m. a compiere gli atti di sequestro chiede alla persona sotto-

posta alle indagini se sia assistita da un difensore di fiducia, qualora ne sia priva nomina

uno d’ufficio. Il sequestro operato d’iniziativa dalla polizia giudiziaria deve essere conval-

idato dal p.m., il quale provvede entro le quarantotto ore successive alla trasmissione del

verbale di sequestri, che deve avvenire ad opera della polizia giudiziaria senza ritardo e co-

munque non oltre le quarantotto ore successive al sequestro. Qualora il verbale del seque-

stro documenti un atto irripetibile, lo stesso confluirà nel fascicolo del dibattimento, dove

confluiscono anche il corpo del reato e le cose pertinenti al reato, purché non occorra cus-

todirli altrove.

Le cose sequestrate sono affidate in custodia alla cancelleria o alla segreteria. Quando ciò

non è possibile o non è opportuno, l'autorità giudiziaria dispone che la custodia avvenga in

luogo diverso, determinandone il modo e nominando un altro custode giudiziario. All'atto

della consegna, il custode è avvertito dell'obbligo di conservare e di presentare le cose a

ogni richiesta dell'autorità giudiziaria nonché delle pene previste dalla legge penale per chi

trasgredisce ai doveri della custodia. Al custode può essere imposta una cauzione.

Dell'avvenuta consegna, dell'avvertimento dato e della cauzione imposta è fatta menzione

nel verbale. La cauzione è ricevuta, con separato verbale, nella cancelleria o nella segreteria.

Le cose sequestrate si assicurano con il sigillo dell'ufficio giudiziario e con le sottoscrizioni

dell'autorità giudiziaria e dell'ausiliario che la assiste ovvero, in relazione alla natura delle

cose, con altro mezzo idoneo a indicare il vincolo imposto a fini di giustizia. L'autorità

giudiziaria fa estrarre copia dei documenti e fa eseguire fotografie o altre riproduzioni delle

cose sequestrate che possono alterarsi o che sono di difficile custodia, le unisce agli atti e fa

custodire in cancelleria o segreteria gli originali dei documenti. Se si tratta di cose che pos-

sono alterarsi, l'autorità giudiziaria ne ordina, secondo i casi, l'alienazione o la distruzione.

L'autorità giudiziaria, quando occorre procedere alla rimozione dei sigilli, ne verifica prima

l'identità e l'integrità con l'assistenza dell'ausiliario. Compiuto l'atto per cui si è resa neces-

saria la rimozione dei sigilli, le cose sequestrate sono nuovamente sigillate dall'ausiliario in

presenza dell'autorità giudiziaria. L'autorità giudiziaria e l'ausiliario appongono presso il sig-

illo la data e la sottoscrizione.

Quando non è necessario mantenere il sequestro a fini di prova, le cose sequestrate sono

restituite a chi ne abbia diritto, anche prima della sentenza. Se occorre, l'autorità giudiziaria

prescrive di presentare a ogni richiesta le cose restituite e a tal fine può imporre cauzione. La

restituzione non è ordinata se il giudice dispone, a richiesta del pubblico ministero o della

parte civile, che sulle cose appartenenti all'imputato o al responsabile civile sia mantenuto il

sequestro conservativo o preventivo: in altre parole il giudice può “trasformare” il seque-

stro probatorio in sequestro conservativo o in sequestro preventivo. Dopo la sentenza

non più soggetta a impugnazione le cose sequestrate sono restituite a chi ne abbia diritto,

salvo che sia disposta la confisca.

Il sequestro di corrispondenza

E’ consentito all’autorità giudiziaria procedere al sequestro di lettere, pieghi, pacchi, valori,

telegrammi e altri oggetti di corrispondenza, qualora abbia fondato motivo di ritenere essere

spediti dall’imputato, o a lui diretti, anche sotto nome diverso o per mezzo di persona diver-

sa o che comunque possono avere relazione con il reato. Allorché al sequestro procede un

ufficiale di polizia giudiziaria, questi deve consegnare all’autorità giudiziaria gli oggetti di

corrispondenza sequestrati, senza aprirli e senza prendere altrimenti conoscenza del loro

contenuto. In caso di urgenza gli ufficiali di polizia giudiziaria ordinano a chi è preposto al

servizio postale di sospendere l’inoltro degli oggetti di corrispondenza per i quali è consen-

tito il sequestro a norma dell’art. 254 c.p.p., ma, se il p.m. entro quarantotto ore dall’ordine

della polizia giudiziaria non dispone il sequestro, gli oggetti di corrispondenza sono

inoltrati. Tutte le carte e i documenti sequestrati che non rientrano fra la corrispondenza se-

questrabile sono immediatamente restituiti all’avente diritto e non possono essere comunque

utilizzati.

Il sequestro presso banche

L’autorità giudiziaria può procedere al sequestro presso banche di documenti, titoli, valori,

somme depositate in conto corrente e di ogni altra cosa, anche se contenuti in cassette di si-

curezza, quando abbia fondato motivo di ritenere che siano pertinenti al reato, quantunque

non appartengano all’imputato o non siano iscritti al suo nome. In questo caso specifico è

escluso che il provvedimento di sequestro venga preceduto da un’informazione di garanzia

a coloro ai quali risultano appartenere le cose sottoposte a sequestro.

Le intercettazioni

Esse possono riguardare qualsiasi forma di telecomunicazione. L’intercettazione non è con-

sentita per tutti i reati, le fattispecie per le quali essa è consentita sono elencati dall’art. 266

c.p., e sono:

delitti non colposi per i quali è prevista la pena dell'ergastolo o della reclusione superiore nel

massimo a cinque anni;

delitti contro la pubblica amministrazione per i quali è prevista la pena della reclusione non

inferiore nel massimo a cinque anni;

delitti concernenti sostanze stupefacenti o psicotrope;

delitti concernenti le armi e le sostanze esplosive;

delitti di contrabbando;

reati di ingiuria, minaccia, usura, abusiva attività finanziaria, molestia o disturbo alle per-

sone col mezzo del telefono ;

delitti previsti dall'articolo 600-ter, terzo comma, del codice penale (pornografia minorile).

Negli stessi casi è consentita l'intercettazione di comunicazioni tra presenti. Tuttavia, qualora

queste avvengano nei luoghi di privata dimora, l'intercettazione è consentita solo se vi è

fondato motivo di ritenere che ivi si stia svolgendo l'attività criminosa. Affinché si possa

procedere ad un intercettazione è previsto un procedimento autorizzatorio che prevede una

richiesta da parte del p.m. ed una autorizzazione da parte del giudice per le indagini prelimi-

nari da concedersi nell’ipotesi che sussistano gravi indizi di reato e l’intercettazione sia as-

solutamente indispensabile ai fini della prosecuzione delle indagini.

I MEZZI DI PROVA

I mezzi di prova sono gli strumenti attraverso i quali le fonti di prova producono la prova.

La testimonianza

La testimonianza è il tipico mezzo di prova, che garantisce, ad un tempo, l’oralità della stes-

sa e il diritto al contraddittorio attraverso il c.d. esame incrociato. Oggetto della testimonian-

za sono fatti determinati, specifici e non giudizi sulla moralità dell’imputato o apprezzamenti

personali.

La testimonianza indiretta

Quando il testimone si riferisce, per la conoscenza dei fatti, ad altre persone, il giudice, a

richiesta di parte, dispone che queste siano chiamate a deporre: in caso contrario le

dichiarazioni relative a fatti di cui il testimone abbia avuto conoscenza da altre persone sono

inutilizzabili, salvo che l'esame di queste risulti impossibile per morte, infermità o irreperi-

bilità. Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria non possono deporre sul contenuto delle

dichiarazioni acquisite da testimoni.

La capacità a testimoniare

Ogni persona ha la capacità di testimoniare. Qualora, al fine di valutare le dichiarazioni del

testimone, sia necessario verificarne l'idoneità fisica o mentale a rendere testimonianza, il

giudice anche di ufficio può ordinare gli accertamenti opportuni con i mezzi consentiti dalla

legge. I risultati degli accertamenti che siano stati disposti prima dell'esame testimoniale non

precludono l'assunzione della testimonianza.

Le formalità di assunzione

L’art. 497 prevede gli atti preliminari all’esame dei testimoni. Questi sono esaminati l'uno

dopo l'altro nell'ordine prescelto dalle parti che li hanno indicati. Prima che l'esame abbia in-

izio, il presidente avverte il testimone dell'obbligo di dire la verità. Salvo che si tratti di per-

sona minore degli anni quattordici, il presidente avverte altresì il testimone delle respons-

abilità previste dalla legge penale per i testimoni falsi o reticenti e lo invita a rendere la

seguente dichiarazione: «Consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo

con la mia deposizione, mi impegno a dire tutta la verità e a non nascondere nulla di quanto

è a mia conoscenza». Lo invita quindi a fornire le proprie generalità. Tali formalità sono

richieste a pena di nullità. Le domande sono rivolte direttamente dal pubblico ministero o

dal difensore che ha chiesto l'esame del testimone. Successivamente altre domande possono

essere rivolte dalle parti che non hanno chiesto l'esame, secondo l'ordine indicato nell'artico-

lo 496. Chi ha chiesto l'esame può proporre nuove domande.

Quanto alle regole da seguire durante l’esame testimoniale l’art. 499 prevede che:

l'esame testimoniale si svolga mediante domande su fatti specifici;

nel corso dell'esame sono vietate le domande che possono nuocere alla sincerità delle

risposte;

nell'esame condotto dalla parte che ha chiesto la citazione del testimone e da quella che ha

un interesse comune sono vietate le domande che tendono a suggerire le risposte;

il presidente cura che l'esame del testimone sia condotto senza ledere il rispetto della per-

sona;

il testimone può essere autorizzato dal presidente a consultare, in aiuto della memoria, docu-

menti da lui redatti;

durante l'esame, il presidente, anche di ufficio, interviene per assicurare la pertinenza delle

domande, la genuinità delle risposte, la lealtà dell'esame e la correttezza delle contestazioni.

Le contestazioni nell’esame testimoniale

L’art. 500 disciplina le contestazioni ai testi. Fermi i divieti di lettura e di allegazione, le

parti, per contestare in tutto o in parte il contenuto della deposizione, possono servirsi delle

dichiarazioni precedentemente rese dal testimone e contenute nel fascicolo del pubblico min-

istero. Tale facoltà può essere esercitata solo se sui fatti e sulle circostanze da contestare il

testimone abbia già deposto. Le parti possono procedere alla contestazione anche quando il

teste rifiuta o comunque omette, in tutto o in parte, di rispondere sulle circostanze riferite

nelle precedenti dichiarazioni. Le dichiarazioni utilizzate per la contestazione possono essere

valutate dal giudice per stabilire la credibilità della persona esaminata. Quando, a seguito

della contestazione, sussiste difformità rispetto al contenuto della deposizione, le

dichiarazioni utilizzate per la contestazione sono acquisite nel fascicolo per il dibattimento

e sono valutate come prova dei fatti in esse affermati se sussistono altri elementi di prova

che ne confermano l'attendibilità. Le dichiarazioni così acquisite sono valutate come prova

dei fatti in esse affermati quando, anche per le modalità della deposizione o per altre cir-

costanze emerse dal dibattimento, risulta che il testimone è stato sottoposto a violenza, mi-

naccia, offerta o promessa di denaro o di altra utilità, affinché non deponga o deponga il fal-

so ovvero risultano altre situazioni che hanno compromesso la genuinità dell'esame. Le

dichiarazioni assunte dal giudice a norma dell'articolo 422 costituiscono prova dei fatti in

esse affermati, se sono state utilizzate per le contestazioni previste dall’art. 500.

La falsa testimonianza

Poiché il giudice non è detentore di una verità processualmente acquisita, allorché un testi-

mone renda dichiarazioni contraddittorie, incomplete o contrastanti con le prove già ac-

quisite, il presidente o il giudice può solo farglielo rilevare rinnovandogli, se del caso,

l'avvertimento previsto dall'articolo 497/2 . Allo stesso avvertimento provvede se un testi-

mone rifiuta di deporre fuori dei casi espressamente previsti dalla legge e, se il testimone

persiste nel rifiuto, dispone l'immediata trasmissione degli atti al pubblico ministero perché

proceda a norma di legge.

Con la decisione che definisce la fase processuale in cui il testimone ha prestato il suo uffi-

cio, il giudice, se ravvisa indizi di falsa testimonianza (art. 372 c.p.), ne informa il pubblico

ministero trasmettendogli i relativi atti.

L’esame delle parti

L’esame inerisce alle dichiarazioni rese in qualità di parte processuale, così come la testimo-

nianza a quella di qualità di testimone: costituisce un mezzo di istruzione probatoria che ha

luogo nelle sedi in cui si forma la prova (dibattimento o incidente probatorio) e che investe

le parti processuali private.

Mentre i testimoni hanno l’obbligo di deporre, le parti hanno solo la facoltà di assogget-

tarsi ad esame, essendo esse titolari di un interesse proprio nel processo e quindi legitti-

mate ad esercitare il diritto di difesa anche mediante il rifiuto dell’esame.

La disciplina dell’esame

Ai sensi dell’art. 503 il presidente dispone l'esame delle parti che ne abbiano fatto richiesta

o che vi abbiano consentito, secondo il seguente ordine: parte civile, responsabile civile,

persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria e imputato. L'esame si svolge nei modi

previsti dagli articoli 498 e 499. Ha inizio con le domande del difensore o del pubblico min-

istero che l'ha chiesto e prosegue con le domande, secondo i casi, del pubblico ministero e

dei difensori della parte civile, del responsabile civile, della persona civilmente obbligata per

la pena pecuniaria, del coimputato e dell'imputato. Quindi, chi ha iniziato l'esame può rivol-

gere nuove domande. Fermi i divieti di lettura e di allegazione, il pubblico ministero e i

difensori, per contestare in tutto o in parte il contenuto della deposizione, possono servirsi

delle dichiarazioni precedentemente rese dalla parte esaminata e contenute nel fascicolo del

pubblico ministero. Tale facoltà può essere esercitata solo se sui fatti e sulle circostanze da

contestare la parte abbia già deposto. Le dichiarazioni utilizzate per la contestazione possono

essere valutate dal giudice per stabilire la credibilità della persona esaminata. Le

dichiarazioni alle quali il difensore aveva diritto di assistere assunte dal pubblico ministero o

dalla polizia giudiziaria su delega del pubblico ministero sono acquisite nel fascicolo per il

dibattimento, se sono state utilizzate per le contestazioni.

I confronti

Qualora fra due o più persone già esaminate o interrogate sussistano divergenze, il codice

prevede l’istituto del confronto (art. 211). Il giudice, richiamate le precedenti dichiarazioni ai

soggetti tra i quali deve svolgersi il confronto, chiede loro se le confermano o le

modificano, invitandoli, ove occorra, alle reciproche contestazioni. Nel verbale è fatta men-

zione delle domande rivolte dal giudice, delle dichiarazioni rese dalle persone messe a con-

fronto e di quanto altro è avvenuto durante il confronto.

Le ricognizioni

La ricognizione mira alla individuazione di persone, cose ed altre realtà sensoriali ad opera

di un soggetto chiamato in sede processuale a riconoscere persone ed oggetti già caduti sot-

to i suoi sensi.

Quando occorre procedere a ricognizione personale, il giudice invita chi deve eseguirla a

descrivere la persona indicando tutti i particolari che ricorda; gli chiede poi se sia stato in

precedenza chiamato a eseguire il riconoscimento, se, prima e dopo il fatto per cui si pro-

cede, abbia visto, anche se riprodotta in fotografia o altrimenti, la persona da riconoscere, se

la stessa gli sia stata indicata o descritta e se vi siano altre circostanze che possano influire

sull'attendibilità del riconoscimento. Nel verbale è fatta menzione degli adempimenti pre-

visti dal comma 1 e delle dichiarazioni rese. Tali formalità sono richieste a pena di nullità.

In seguito, allontanato colui che deve eseguire la ricognizione, il giudice procura la presenza

di almeno due persone il più possibile somiglianti, anche nell'abbigliamento, a quella sotto-

posta a ricognizione. Invita quindi quest'ultima a scegliere il suo posto rispetto alle altre, cu-

rando che si presenti, sin dove è possibile, nelle stesse condizioni nelle quali sarebbe stata

vista dalla persona chiamata alla ricognizione. Nuovamente introdotta quest'ultima, il giu-

dice le chiede se riconosca taluno dei presenti e, in caso affermativo, la invita a indicare chi

abbia riconosciuto e a precisare se ne sia certa.

Quando, invece, occorre procedere alla ricognizione del corpo del reato o di altre cose perti-

nenti al reato, il giudice procede osservando le disposizioni dell'articolo 213, in quanto ap-

plicabili. Procurati, ove possibile, almeno due oggetti simili a quello da riconoscere, il giu-

dice chiede alla persona chiamata alla ricognizione se riconosca taluno tra essi e, in caso af-

fermativo, la invita a dichiarare quale abbia riconosciuto e a precisare se ne sia certa.

In entrambi i casi, nel verbale è fatta menzione, a pena di nullità, delle modalità di svolgi-

mento e ricognizione. Il giudice può disporre che lo svolgimento della ricognizione sia doc-

umentato anche mediante rilevazioni fotografiche o cinematografiche o mediante altri stru-

menti o procedimenti.

Gli esperimenti giudiziali

L'esperimento consiste nella riproduzione, per quanto è possibile, della situazione in cui il

fatto si afferma o si ritiene essere avvenuto e nella ripetizione delle modalità di svolgimento

del fatto stesso. L'esperimento giudiziale è ammesso quando occorre accertare se un fatto

sia o possa essere avvenuto in un determinato modo (art. 218).

In fase di indagini preliminari, le esigenze cognitive che sono a fondamento dell’esperimen-

to giudiziale sono assicurate mediante “accertamenti tecnici” da parte del P.M. e mediante

“atti o operazioni tecniche” da parte della P.G., sempre, però, nell’ottica di finalità investiga-

tive, e mai probatorie.

La perizia e la consulenza tecnica

Ai sensi dell’art. 220, 1. la perizia è ammessa quando occorre svolgere indagini o acquisire

dati o valutazioni che richiedono specifiche competenze tecniche, scientifiche o artistiche.

Quanto alle modalità di espletamento, il giudice nomina il perito scegliendolo tra gli iscritti

negli appositi albi o tra persone fornite di particolare competenza nella specifica disciplina.

Il giudice affida l'espletamento della perizia a più persone quando le indagini e le valutazioni

risultano di notevole complessità ovvero richiedono distinte conoscenze in differenti disci-

pline. Il perito ha l'obbligo di prestare il suo ufficio, salvo che ricorra uno dei motivi di as-

tensione previsti dall'articolo 36. La necessarietà della perizia comporta che essa possa es-

sere disposta anche di ufficio dal giudice, nella sua funzione di garante della correttezza del

processo e delle procedure volte ad acquisire la verità reale, al di là delle deficienze di im-

pulso delle parti.

Disposta la perizia, il pubblico ministero e le parti private hanno facoltà di nominare propri

consulenti tecnici in numero non superiore, per ciascuna parte, a quello dei periti. Ai sensi

dell’art. 230, i consulenti tecnici possono assistere al conferimento dell'incarico al perito e

presentare al giudice richieste, osservazioni e riserve, delle quali è fatta menzione nel ver-

bale. Essi possono partecipare alle operazioni peritali, proponendo al perito specifiche

indagini e formulando osservazioni e riserve, delle quali deve darsi atto nella relazione. Se

sono nominati dopo l'esaurimento delle operazioni peritali, i consulenti tecnici possono

esaminare le relazioni e richiedere al giudice di essere autorizzati a esaminare la persona, la

cosa e il luogo oggetto della perizia. La nomina dei consulenti tecnici e lo svolgimento della

loro attività non può ritardare l'esecuzione della perizia e il compimento delle altre attività

processuali.

Il giudice, accertate le generalità del perito, gli chiede se si trova in una delle condizioni di

incapacità o incompatibilità previste dagli articoli 222 e 223, lo avverte degli obblighi e delle

responsabilità previste dalla legge penale e lo invita a rendere la seguente dichiarazione:

«consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo nello svolgimento dell'in-

carico, mi impegno ad adempiere al mio ufficio senza altro scopo che quello di far

conoscere la verità e a mantenere il segreto su tutte le operazioni peritali». Il giudice formula

quindi i quesiti, sentiti il perito, i consulenti tecnici, il pubblico ministero e i difensori pre-

senti.

Concluse le formalità di conferimento dell'incarico, il perito procede immediatamente ai nec-

essari accertamenti e risponde ai quesiti con parere raccolto nel verbale. Se, per la comp-

lessità dei quesiti, il perito non ritiene di poter dare immediata risposta, può chiedere un ter-

mine al giudice. Quando non ritiene di concedere il termine, il giudice provvede alla sosti-

tuzione del perito; altrimenti fissa la data, non oltre novanta giorni, nella quale il perito stes-

so dovrà rispondere ai quesiti e dispone perché ne venga data comunicazione alle parti e ai

consulenti tecnici. Quando risultano necessari accertamenti di particolare complessità, il ter-

mine può essere prorogato dal giudice, su richiesta motivata del perito, anche più volte per

periodi non superiori a trenta giorni. In ogni caso, il termine per la risposta ai quesiti, anche

se prorogato, non può superare i sei mesi. Qualora sia indispensabile illustrare con note

scritte il parere, il perito può chiedere al giudice di essere autorizzato a presentare relazione

scritta.

Il perito procede alle operazioni necessarie per rispondere ai quesiti. A tal fine può essere

autorizzato dal giudice a prendere visione degli atti, dei documenti e delle cose prodotti dalle

parti dei quali la legge prevede l'acquisizione al fascicolo per il dibattimento. Il perito può

essere inoltre autorizzato ad assistere all'esame delle parti e all'assunzione di prove nonché a

servirsi di ausiliari di sua fiducia per lo svolgimento di attività materiali non implicanti ap-

prezzamenti e valutazioni. Qualora, ai fini dello svolgimento dell'incarico, il perito richieda

notizie all'imputato, alla persona offesa o ad altre persone, gli elementi in tal modo acquisiti

possono essere utilizzati solo ai fini dell'accertamento peritale. Quando le operazioni peritali

si svolgono senza la presenza del giudice e sorgono questioni relative ai poteri del perito e

ai limiti dell'incarico, la decisione è rimessa al giudice, senza che ciò importi sospensione

delle operazioni stesse.

Il perito indica il giorno, l'ora e il luogo in cui inizierà le operazioni peritali e il giudice ne fa

dare atto nel verbale. Della eventuale continuazione delle operazioni peritali il perito dà co-

municazione senza formalità alle parti presenti.

I documenti

A norma dell’art. 234, è consentita l'acquisizione di scritti o di altri documenti che rappre-

sentano fatti, persone o cose mediante la fotografia, la cinematografia, la fonografia o qual-

siasi altro mezzo.

I documenti che costituiscono corpo del reato devono essere acquisiti qualunque sia la per-

sona che li abbia formati o li detenga. Inoltre è consentita l'acquisizione, anche di ufficio, di

qualsiasi documento proveniente dall'imputato, anche se sequestrato presso altri o da altri

prodotto.

E' consentita l'acquisizione dei certificati del casellario giudiziale, della documentazione es-

istente presso gli uffici del servizio sociale degli enti pubblici e presso gli uffici di sorveg-

lianza nonché delle sentenze irrevocabili di qualunque giudice italiano e delle sentenze

straniere riconosciute, ai fini del giudizio sulla personalità dell'imputato o della persona

offesa dal reato, se il fatto per il quale si procede deve essere valutato in relazione al com-

portamento o alle qualità morali di questa.

L’art. 238 disciplina l’acquisizione dei verbali di prove assunte in alti procedimenti. In parti-

colare:

è ammessa l'acquisizione di verbali di prove di altro procedimento penale se si tratta di

prove assunte nell'incidente probatorio o nel dibattimento;

è ammessa l'acquisizione di verbali di prove assunte in un giudizio civile definito con sen-

tenza che abbia acquistato autorità di cosa giudicata;

è comunque ammessa l'acquisizione della documentazione di atti che anche per cause so-

pravvenute non sono ripetibili;

Al di fuori dei casi appena visti, i verbali di dichiarazioni possono essere utilizzati nel dibat-

timento solo nei confronti dell'imputato che vi consenta; in mancanza di consenso, detti ver-

bali possono essere utilizzati per le contestazioni.

L’ INCIDENTE PROBATORIO

Con lo strumento dell’incidente probatorio si rende possibile, durante la fase delle indagini

preliminari, assumere, e dunque acquisire al processo, prove la cui assunzione non appare

rinviabile al successivo dibattimento. Il legislatore ha ritenuto opportuno nell’art. 392 c.p.p.

elencare le specifiche ipotesi in presenza delle quali procedere con incidente probatorio, con

ciò volendo sostanzialmente scongiurare il pericolo che l’uso dell’istituto esorbiti dall’ec-

cezionalità. Durante le indagini preliminari, dunque, sia il p.m. che la persona sottoposta ad

indagini possono chiedere al giudice che si proceda con incidente probatorio:

all'assunzione della testimonianza di una persona, quando vi è fondato motivo di ritenere

che la stessa non potrà essere esaminata nel dibattimento per infermità o altro grave impedi-

mento;

all'assunzione di una testimonianza quando, per elementi concreti e specifici, vi è fondato

motivo di ritenere che la persona sia esposta a violenza, minaccia, offerta o promessa di

denaro o di altra utilità affinché non deponga o deponga il falso;

all'esame della persona sottoposta alle indagini su fatti concernenti la responsabilità di altri;

all'esame delle persone imputate in un procedimento connesso;

al confronto tra persone che in altro incidente probatorio o al pubblico ministero hanno reso

dichiarazioni discordanti, quando ricorre una delle circostanze previste dalle lettere a) e b);

a una perizia o a un esperimento giudiziale, se la prova riguarda una persona, una cosa o un

luogo il cui stato è soggetto a modificazione non evitabile;

a una ricognizione, quando particolari ragioni di urgenza non consentono di rinviare l'atto al

dibattimento.

Il pubblico ministero e la persona sottoposta alle indagini possono altresì chiedere una per-

izia che, se fosse disposta nel dibattimento, ne potrebbe determinare una sospensione supe-

riore a sessanta giorni .

La richiesta di incidente probatorio è depositata nella cancelleria del giudice per le indagini

preliminari, unitamente a eventuali cose o documenti, ed è notificata a cura di chi l'ha pro-

posta, secondo i casi, al pubblico ministero e alle persone nei confronti delle quali si pro-

cede per i fatti oggetto della prova.

Entro due giorni dalla notificazione della richiesta, il pubblico ministero ovvero la persona

sottoposta alle indagini può presentare deduzioni sull'ammissibilità e sulla fondatezza della

richiesta, depositare cose, produrre documenti nonché indicare altri fatti che debbano costi-

tuire oggetto della prova e altre persone interessate. Copia delle deduzioni è consegnata dal-

la persona sottoposta alle indagini alla segreteria del pubblico ministero, che comunica sen-

za ritardo al giudice le indicazioni necessarie per gli avvisi.

Poiché l’incidente probatorio si risolve nella immediata acquisizione della prova, esso com-

porta la c.d. discovery di risultanze investigative. Se tale discovery è promossa

dall’indagato, essa talvolta può risultare pregiudizievole alle indagini in corso; in tal caso, il

P.M. può provocare il differimento dell’incidente probatorio per il tempo strettamente nec-

essario ad esperire quegli atti investigativi messi anzitempo a rischio dall’incidente probato-

rio. La contraria esigenza di acquisizione urgente della prova può comportare o il rigetto

dell’istanza di differimento o l’abbreviazione dei termini per l’assunzione della prova.

L'udienza si svolge in camera di consiglio con la partecipazione necessaria del pubblico

ministero e del difensore della persona sottoposta alle indagini. Ha altresì diritto di parteci-

parvi il difensore della persona offesa. La persona sottoposta alle indagini e la persona offe-

sa hanno diritto di assistere all'incidente probatorio quando si deve esaminare un testimone

o un'altra persona. Negli altri casi possono assistere previa autorizzazione del giudice. Le

prove sono assunte con le forme stabilite per il dibattimento. Il verbale, le cose e i documen-

ti acquisiti nell'incidente probatorio sono trasmessi al pubblico ministero. I difensori hanno

diritto di prenderne visione ed estrarne copia.

L IBERTÀ DELLA PERSONA E PROCEDIMENTO PENALE

In tema di libertà personale, il quadro sistematico è dettato dall’art. 13 della Costituzione il

quale, dopo aver premesso il principio che la libertà personale è inviolabile, sancisce che

non è ammessa forma alcuna di detenzione di ispezione o perquisizione personale, né qual-

siasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dall'Autorità

giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge. In casi eccezionali di necessità ed ur-

genza, indicati tassativamente dalla legge, l'autorità di Pubblica sicurezza può adottare

provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all'Autorità

giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive quarantotto ore, si intendono revo-

cati e restano privi di ogni effetto. E' punita ogni violenza fisica e morale sulle persone co-

munque sottoposte a restrizioni di libertà. La legge stabilisce i limiti massimi della carcer-

azione preventiva.

L’ ARRESTO IN FLAGRANZA E IL FERMO

L’arresto in flagranza

L’arresto in flagranza fa riferimento all’atto regolato dagli artt. 385-391 c.p.p., con il quale

una persona viene privata della libertà personale, poiché colta nell’atto di commettere un

reato, o sorpresa con cose e tracce con le quali appaia avere commesso poco prima un reato.

L’arresto si ripartisce in obbligatorio e facoltativo a seconda che la sua effettuazione sia

un atto dovuto o un atto discrezionale. Per la previsione obbligatoria deve trattarsi di delitti

non colposi riconducibili ad una indicazione generale (la cui pena prevista sia nel minimo

non inferiore a 5 anni e nel massimo non inferiore a 20) o analitica (casi cioè espressamente

indicati dal codice). Per la previsione facoltativa deve ugualmente trattarsi di delitti ma in

questo caso anche colposi. Se trattasi di delitto doloso è previsto l’arresto facoltativo se la

pena prevista per il reato è superiore nel massimo edittale a 3 anni; se trattasi di delitto col-

poso la pena prevista deve essere superiore nel massimo a 5 anni. Anche per l’arresto fa-

coltativo, oltre ad una indicazione generale è prevista una elencazione analitica.

Infine è da notare che il comma 4-bis dell’art. 381, introdotto dalla L. 332/95, vieta l'arresto

della persona richiesta di fornire informazioni dalla polizia giudiziaria o dal pubblico al fine

di evitare pericolose coazioni psicologiche che la minaccia dell’arresto potrebbe comportare.

Il fermo

Il fermo attribuisce alla polizia giudiziaria o al p.m. un potere di cattura di carattere dis-

crezionale, non sottoposto, come l’arresto, al requisito della flagranza di reato. In pratica, il

fermo consiste in una privazione della libertà dopo la quale trovano applicazione le medes-

ime norme previste per l’arresto (artt. 385-391 c.p.p.): la diversità fra i due istituti si coglie

però nell’ambito dei presupposti, delle finalità e della titolarità del potere. Per quanto con-

cerne i presupposti si può osservare che il fermo richiede gravi indizi di reità unitamente a

elementi specifici dai quali possa desumersi il pericolo di fuga; non è richiesta la flagranza.

Infine, il fermo deve essere consentito in ordine al titolo del delitto (o per l’entità della pena

o per espressa previsione: art. 384 c.p.p.). Di chiara evidenza risultano le finalità che pos-

sono riassumersi nell’intento di evitare che l’indagato possa fuggire, soprattutto nei casi in

cui, difettando la flagranza, non si può legittimamente procedere all’arresto. Infine, si deve

rilevare che la titolarità del potere di procedere al fermo appartiene tanto alla polizia

giudiziaria che al p.m.; alla polizia giudiziaria, in particolare, prima dell’assunzione della di-

rezione delle indagini da parte del p.m. o in caso di sopravvenute emergenze (come ex art.

384, comma 3 o ). Il fermo non è consentito quando il fatto commesso è non punibile o

coperto da una causa di giustificazione (art. 385 c.p.p.). I doveri della polizia giudiziaria e i

casi di immediata liberazione del fermato sono disciplinati dagli artt. 386 e 389.

Adempimenti e verifiche comuni

Premesso che le misure in esame non sono consentite quando il fatto commesso appaia non

punibile o coperto da una causa di giustificazione, i doveri della P.G. hanno i seguenti con-

tenuti, secondo una scansione logico-cronologica:

immediata notizia al P.M. competente del luogo ove la misura è stata eseguita;

avvertimento al soggetto in vinculis della facoltà di nominare un difensore;

se necessario richiesta al P.M. di nominare un difensore di ufficio;

immediata informativa al difensore appena designato dello stato di restrizione;

messa a disposizione del P.M. entro 24 ore del soggetto fermato o arrestato;

invio al P.M. nello stesso termine del verbale di arresto;

avviso dell’arresto o del fermo ai familiari, con il consenso dell’interessato.

L’art. 389 prevede l’immediata liberazione del soggetto se risulta evidente che l'arresto o il

fermo è stato eseguito per errore di persona o fuori dei casi previsti dalla legge o se la

misura dell'arresto o del fermo è divenuta inefficace a norma degli articoli 386 comma 7 e

390 comma 3. La liberazione è altresì disposta prima dell'intervento del pubblico ministero

dallo stesso ufficiale di polizia giudiziaria, che ne informa subito il pubblico ministero del

luogo dove l'arresto o il fermo è stato eseguito.

La convalida del fermo o dell’arresto

Entro 48 ore il p.m. deve richiedere al giudice per le indagini preliminari della stessa sede la

convalida; nelle successive 48 ore il G.i.p. deve celebrare in Camera di consiglio l’udienza

di convalida e decidere, a pena di cessazione di efficacia del fermo o dell’arresto (art. 390

c.p.p.). L’eventuale ordinanza di convalida del G.i.p. ha riguardo unicamente al controllo

giurisdizionale sull’atto privativo di libertà operato dalla polizia giudiziaria e dal p.m., ma

non è sufficiente da sola a consentire l’ulteriore continuazione dello stato di fermo: infatti, il

G.i.p., se non emette anche una contestuale ordinanza per l’applicazione di una misura co-

ercitiva deve, comunque, ordinare la immediata liberazione del fermato o dell’arrestato; in

pratica, la restrizione della libertà prosegue solo se la contestuale richiesta di misura coerciti-

va è accolta dal G.i.p.. Avverso il provvedimento di convalida può essere proposto unica-

mente ricorso per Cassazione ex art. 391, commi 1 e 4; mentre contro l’eventuale misura

cautelare adottata può essere esperito l’ordinario mezzo di impugnazione del riesame previs-

to ex art. 309 c.p.p..

L

E MISURE CAUTELARI

Le misure cautelari possono essere adottate dall’Autorità giudiziaria sia nel corso delle

indagini preliminari che nella seguente fase processuale; esse si dividono in misure cautelari

personali e reali, le prime, poi, possono essere coercitive o interdittive. Ai fini dell’applica-

bilità di queste misure cautelari, è necessaria in primo luogo la sussistenza di gravi indizi di

colpevolezza ed inoltre l’assenza di cause estintive del reato, della pena, di giustificazione e

di non punibilità. E’ altresì necessaria la presenza di esigenze cautelari; la legge ne prevede

tre, in alternativa:

la prima, comunemente chiamata pericolo di inquinamento delle prove, é inerente ad esi-

genze di indagine, in relazione al pericolo per l’acquisizione delle prove e la salvaguardia

della loro genuinità;

la seconda sussiste qualora vi sia la fuga od il concreto pericolo di fuga dell’imputato, se il

giudice ritiene che possa essere irrogata una pena superiore e due anni di reclusione;

la terza, infine, posta a tutela della collettività, è integrata dal pericolo che egli commetta

gravi delitti di violenza o contro l’ordine costituzionale ovvero delitti di criminalità orga-

nizzata o della stessa specie di quello per cui si procede.

L’applicabilità delle misure coercitive incontra una soglia minima inerente alla gravità del

delitto commesso, dovendo essere prevista una pena edittale superiore ad un certo limite. Le

soglie di pena previste sono le seguenti:

delitto punibile con l’ergastolo o con pena superiore nel massimo a tre anni, per le misure

diverse dalla custodia in carcere;

delitto punibile con l’ergastolo o pena non inferiore nel massimo a quattro anni, per la

misura della custodia in carcere;

delitto punibile con l’ergastolo o pena non inferiore nel massimo a quattro anni, se l’esigen-

za cautelare da tutelare è quella del pericolo di commissione di reati della stessa specie di

quelli per cui si procede e la misura da adottare è la custodia cautelare.

Le misure cautelari devono essere applicate mediante un procedimento giurisdizionale e co-

munque con i criteri di adeguatezza e proporzionalità sanciti dall’art. 275. In particolare, nel

disporre le misure, il giudice tiene conto della specifica idoneità di ciascuna in relazione alla

natura e al grado delle esigenze cautelari da soddisfare nel caso concreto. Ogni misura deve

essere proporzionata all'entità del fatto e alla sanzione che si ritiene possa essere irrogata.

Non può essere disposta la misura della custodia cautelare se il giudice ritiene che con la

sentenza possa essere concessa la sospensione condizionale della pena. La custodia caute-

lare in carcere può essere disposta soltanto quando ogni altra misura risulti inadeguata.

Quando sussistono gravi indizi di colpevolezza in ordine ai delitti di cui all'articolo 416-bis

c.p. (associazione mafiosa) o ai delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dal

predetto articolo 416-bis ovvero al fine di agevolare l'attività delle associazioni previste dal-

lo stesso articolo è applicata la custodia cautelare in carcere, salvo che siano acquisiti ele-

menti dai quali risulti che non sussistono esigenze cautelari. Non può essere disposta la

custodia cautelare in carcere, salvo che sussistano esigenze cautelari di eccezionale

rilevanza, quando imputati siano donna incinta o madre di prole di età inferiore a tre anni

con lei convivente, ovvero padre, qualora la madre sia deceduta o assolutamente impossibil-

itata a dare assistenza alla prole, ovvero persona che ha superato l'età di settanta anni o che

si trovi in condizioni di salute particolarmente gravi incompatibili con lo stato di detenzione

e comunque tali da non consentire adeguate cure in caso di detenzione in carcere.

Le misure coercitive

Le misure cautelari coercitive incidono sulla libertà personale degli individui, possono es-

sere applicate qualora sia prevista una pena edittale superiore nel massimo a tre anni, e si

suddividono in:

misure custodiali – che comportano la soppressione della libertà fisica – e sono la custo-

dia cautelare in carcere, gli arresti domiciliari e la custodia cautelare in casa di cura. Il

periodo di sottoposizione alle misure custodiali è detratto dalla eventuale pena da espiare

con la sentenza definitiva;

misure non custodiali – che implicano la limitazione, ma non la soppressione della libertà

fisica – e sono il divieto di espatrio, il divieto o l’obbligo di dimora, l’obbligo della presen-

tazione alla polizia giudiziaria.

Tali misure sono adottate con ordinanza del giudice su richiesta del p.m. e sono revocate

quando ne cessano i presupposti di applicazione.

La custodia cautelare in carcere

Con il provvedimento che dispone la custodia cautelare, il giudice ordina agli ufficiali e agli

agenti di polizia giudiziaria che l'imputato sia catturato e immediatamente condotto in un isti-

tuto di custodia per rimanervi a disposizione dell'autorità giudiziaria. Prima del trasferimen-

to nell'istituto la persona sottoposta a custodia cautelare non può subire limitazione della lib-

ertà, se non per il tempo e con le modalità strettamente necessarie alla sua traduzione. Per

determinare la pena da eseguire, la custodia cautelare subita si computa a norma dell'articolo

657, anche quando si tratti di custodia cautelare subita all'estero in conseguenza di una do-

manda di estradizione ovvero nel caso di rinnovamento del giudizio a norma dell'articolo 11

del codice penale.

Gli arresti domiciliari

Con il provvedimento che dispone gli arresti domiciliari, il giudice prescrive all'imputato di

non allontanarsi dalla propria abitazione o da altro luogo di privata dimora ovvero da un lu-

ogo pubblico di cura o di assistenza. Quando è necessario, il giudice impone limiti o divieti

alla facoltà dell'imputato di comunicare con persone diverse da quelle che con lui coabitano

o che lo assistono. Se l'imputato non può altrimenti provvedere alle sue indispensabili esi-

genze di vita ovvero versa in situazione di assoluta indigenza, il giudice può autorizzarlo ad

assentarsi nel corso della giornata dal luogo di arresto per il tempo strettamente necessario

per provvedere alle suddette esigenze ovvero per esercitare una attività lavorativa. Il pubbli-

co ministero o la polizia giudiziaria, anche di propria iniziativa, possono controllare in ogni

momento l'osservanza delle prescrizioni imposte all'imputato. L'imputato agli arresti domi-

ciliari si considera in stato di custodia cautelare.

La custodia cautelare in luogo di cura

Se la persona da sottoporre a custodia cautelare si trova in stato di infermità di mente che ne

esclude o ne diminuisce grandemente la capacità di intendere o di volere, il giudice, in luogo

della custodia in carcere, può disporre il ricovero provvisorio in idonea struttura del servizio

psichiatrico ospedaliero, adottando i provvedimenti necessari per prevenire il pericolo di

fuga. Il ricovero non può essere mantenuto quando risulta che l'imputato non è più infermo

di mente.

Il divieto di espatrio

Con il provvedimento che dispone il divieto di espatrio, il giudice prescrive all'imputato di

non uscire dal territorio nazionale senza l'autorizzazione del giudice che procede. Il giudice

dà le disposizioni necessarie per assicurare l'esecuzione del provvedimento, anche al fine di

impedire l'utilizzazione del passaporto e degli altri documenti di identità validi per l'espatrio.

Con l'ordinanza che applica una delle altre misure coercitive, il giudice dispone in ogni caso

il divieto di espatrio.

Il divieto e l’obbligo di dimora

Con il provvedimento che dispone il divieto di dimora, il giudice prescrive all'imputato di

non dimorare in un determinato luogo e di non accedervi senza l'autorizzazione del giudice

che procede. Con il provvedimento che dispone l'obbligo di dimora, il giudice prescrive

all'imputato di non allontanarsi, senza l'autorizzazione del giudice che procede, dal territorio

del comune di dimora abituale ovvero, al fine di assicurare un più efficace controllo o quan-

do il comune di dimora abituale non è sede di ufficio di polizia, dal territorio di una

frazione del predetto comune o dal territorio di un comune viciniore ovvero di una frazione

di quest'ultimo. Se per la personalità del soggetto o per le condizioni ambientali la perma-

nenza in tali luoghi non garantisce adeguatamente le esigenze cautelari previste dall'articolo

274, l'obbligo di dimora può essere disposto nel territorio di un altro comune o frazione di

esso, preferibilmente nella provincia e comunque nell'ambito della regione ove è ubicato il

comune di abituale dimora. Quando dispone l'obbligo di dimora, il giudice indica l'autorità

di polizia alla quale l'imputato deve presentarsi senza ritardo e dichiarare il luogo ove fisserà

la propria abitazione. Il giudice può prescrivere all'imputato di dichiarare all'autorità di

polizia gli orari e i luoghi in cui sarà quotidianamente reperibile per i necessari controlli, con

obbligo di comunicare preventivamente alla stessa autorità le eventuali variazioni dei luoghi

e degli orari predetti. Il giudice può, anche con separato provvedimento, prescrivere all'im-

putato di non allontanarsi dall'abitazione in alcune ore del giorno, senza pregiudizio per le

normali esigenze di lavoro. Nel determinare i limiti territoriali delle prescrizioni, il giudice

considera, per quanto è possibile, le esigenze di alloggio, di lavoro e di assistenza dell'impu-

tato. Quando si tratta di persona tossicodipendente o alcooldipendente che abbia in corso un

programma terapeutico di recupero nell'ambito di una struttura autorizzata, il giudice sta-

bilisce i controlli necessari per accertare che il programma di recupero prosegua. Dei

provvedimenti del giudice è data in ogni caso immediata comunicazione all'autorità di

polizia competente, che ne vigila l'osservanza e fa rapporto al pubblico ministero di ogni in-

frazione.

L’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria

Con il provvedimento che dispone l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, il giu-

dice prescrive all'imputato di presentarsi a un determinato ufficio di polizia giudiziaria. Il

giudice fissa i giorni e le ore di presentazione tenendo conto dell'attività lavorativa e del luo-

go di abitazione dell'imputato.

Le misure interdittive

Le misure cautelari interdittive, invece, comportano la limitazione o la perdita di diritti e

potestà e sono la sospensione dalla potestà di genitore; la sospensione da un pubblico uffi-

cio o servizio; il divieto temporaneo di esercitare determinate attività imprenditoriali o

professionali. Anche queste misure sono applicabili in presenza di una pena edittale superi-

ore nel massimo a tre anni e sono adottate con provvedimento del giudice su richiesta del

p.m.

La sospensione dall'esercizio della potestà dei genitori

Con il provvedimento che dispone la sospensione dall'esercizio della potestà dei genitori, il

giudice priva temporaneamente l'imputato, in tutto o in parte, dei poteri a essa inerenti.

Qualora si proceda per un delitto contro la libertà sessuale, ovvero per uno dei delitti pre-

visti dagli articoli 530 e 571 del codice penale, commesso in danno di prossimi congiunti, la

misura può essere disposta anche al di fuori dei limiti di pena previsti dall'articolo 287 com-

ma 1.

La sospensione dall'esercizio di un pubblico ufficio o servizio

Con il provvedimento che dispone la sospensione dall'esercizio di un pubblico ufficio o

servizio, il giudice interdice temporaneamente all'imputato, in tutto o in parte, le attività a

essi inerenti. Qualora si proceda per un delitto contro la pubblica amministrazione, la misura

può essere disposta a carico del pubblico ufficiale o dell'incaricato di un pubblico servizio,

anche al di fuori dei limiti di pena previsti dall'articolo 287 comma 1. Nel corso delle indagi-

ni preliminari, prima di decidere sulla richiesta del pubblico ministero di sospensione

dall'esercizio di un pubblico ufficio o servizio, il giudice procede all'interrogatorio dell'inda-

gato, con le modalità indicate agli articoli 64 e 65. La misura non si applica agli uffici elettivi

ricoperti per diretta investitura popolare.

Il divieto temporaneo di esercitare attività professionali o imprenditoriali

Con il provvedimento che dispone il divieto di esercitare determinate professioni, imprese o

uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese, il giudice interdice temporaneamente

all'imputato, in tutto o in parte, le attività a essi inerenti. Qualora si proceda per un delitto

contro l'incolumità pubblica o contro l'economia pubblica, l'industria e il commercio ovvero

per alcuno dei delitti previsti dalle disposizioni penali in materia di società e di consorzi o

dagli articoli 353, 355, 373, 380 e 381 del codice penale, la misura può essere disposta an-

che al di fuori dei limiti di pena previsti dall'articolo 287 comma 1.

L’applicazione delle misure coercitive ed interdittive

Le misure cautelari personali sono applicate con ordinanza del giudice su richiesta del P.M.

Il giudice incontra un duplice limite nell’applicare la misura: non può andare oltre la richies-

ta del P.M., né può fondare la sua decisione su elementi di prova diversi da quelli forniti

dallo stesso P.M..

Competente (funzionalmente) a decidere nel corso delle indagini preliminari e il G.I.P.; nel

corso dell’udienza preliminare è il G.U.P.; nel processo il giudice presso cui si procede.

Sulla richiesta del pubblico ministero il giudice provvede con ordinanza. L'ordinanza che

dispone la misura cautelare contiene, a pena di nullità rilevabile anche d'ufficio:

le generalità dell'imputato o quanto altro valga a identificarlo;

la descrizione sommaria del fatto con l'indicazione delle norme di legge che si assumono vi-

olate;

l'esposizione delle specifiche esigenze cautelari e degli indizi che giustificano in concreto la

misura disposta, con l'indicazione degli elementi di fatto da cui sono desunti e dei motivi per

i quali essi assumono rilevanza, tenuto conto anche del tempo trascorso dalla commissione

del reato;

l'esposizione dei motivi per i quali sono stati ritenuti non rilevanti gli elementi forniti dalla

difesa, nonché, in caso di applicazione della misura della custodia cautelare in carcere, l'es-

posizione delle concrete e specifiche ragioni per le quali le esigenze cautelari non possono

essere soddisfatte con altre misure;

la fissazione della data di scadenza della misura, in relazione alle indagini da compiere, al-

lorché questa è disposta al fine di evitare l’inquinamento delle prove;

la data e la sottoscrizione del giudice.

L'ordinanza è nulla se non contiene la valutazione degli elementi a carico e a favore dell'im-

putato, di cui all'articolo 358, nonché all'articolo 38 delle norme di attuazione, di coordina-

mento e transitorie. L'incertezza circa il giudice che ha emesso il provvedimento ovvero cir-

ca la persona nei cui confronti la misura è disposta esime gli ufficiali e gli agenti incaricati

dal darvi esecuzione.

Salvo quanto previsto dall'articolo 156 (notificazioni all’imputato detenuto), l'ufficiale o

l'agente incaricato di eseguire l'ordinanza che ha disposto la custodia cautelare consegna

all'imputato copia del provvedimento e lo avverte della facoltà di nominare un difensore di

fiducia, informa immediatamente il difensore di fiducia eventualmente nominato ovvero

quello di ufficio designato a norma dell'articolo 97 e redige verbale di tutte le operazioni

compiute. Il verbale è immediatamente trasmesso al giudice che ha emesso l'ordinanza e al

pubblico ministero. Le ordinanze che dispongono misure diverse dalla custodia cautelare

sono notificate all'imputato. Le ordinanze dopo la loro notificazione o esecuzione, sono de-

positate nella cancelleria del giudice che le ha emesse insieme alla richiesta del pubblico

ministero e agli atti presentati con la stessa. Avviso del deposito è notificato al difensore.

Copia dell'ordinanza che dispone una misura interdittiva è trasmessa all'organo eventual-

mente competente a disporre l'interdizione in via ordinaria.

Nel corso delle indagini preliminari, il giudice se non vi ha proceduto nel corso dell'udienza

di convalida dell'arresto o del fermo di indiziato di delitto procede all'interrogatorio della

persona in stato di custodia cautelare in carcere immediatamente e comunque non oltre

cinque giorni dall'inizio dell'esecuzione della custodia, salvo il caso in cui essa sia assoluta-

mente impedita. Nel caso di assoluto impedimento, il giudice ne dà atto con decreto motiva-

to e il termine per l'interrogatorio decorre nuovamente dalla data in cui il giudice riceve co-

municazione della cessazione dell'impedimento o comunque accerta la cessazione dello stes-

so.

Mediante l'interrogatorio il giudice valuta se permangono le condizioni di applicabilità e le

esigenze cautelari previste dagli articoli 273, 274 e 275. Quando ne ricorrono le condizioni,

provvede, a norma dell'articolo 299, alla revoca o alla sostituzione della misura disposta.

Nei casi in cui l’ordinanza che dispone la misura cautelare rimanga senza applicazione a

causa della irreperibilità del soggetto destinatario, viene compilato il processo verbale di

vane ricerche ai sensi dell’art. 295. Tale situazione può portare alla declaratoria di latitanza

qualora la misura si sostanzi in una privazione della libertà personale.

L’estinzione delle misure coercitive ed interdittive

Le misure cautelari personali vivono all’interno del procedimento e possono perciò venire

interessate da molteplici vicende sfocianti in una loro estinzione, modificazione o cumulo

con altre misure.

Ai sensi dell’art. 299, le misure coercitive e interdittive sono immediatamente revocate

quando risultano mancanti, anche per fatti sopravvenuti, le condizioni di applicabilità

ovvero le esigenze cautelari. Qualora le esigenze cautelari risultano attenuate ovvero la

misura applicata non appare più proporzionata all'entità del fatto o alla sanzione che si ri-

tiene possa essere irrogata, il giudice sostituisce la misura con un'altra meno grave ovvero

ne dispone l'applicazione con modalità meno gravose.

Il giudice, valutati gli elementi addotti per la revoca o la sostituzione delle misure, prima di

provvedere può assumere l'interrogatorio della persona sottoposta alle indagini. Se l'istanza

di revoca o di sostituzione è basata su elementi nuovi o diversi rispetto a quelli già valutati,

il giudice deve assumere l'interrogatorio dell'imputato che ne ha fatto richiesta.

Quando le esigenze cautelari risultano aggravate, il giudice, su richiesta del pubblico minis-

tero, sostituisce la misura applicata con un'altra più grave ovvero ne dispone l'applicazione

con modalità più gravose.

In ogni stato e grado del procedimento, quando non è in grado di decidere allo stato degli

atti, il giudice dispone, anche di ufficio e senza formalità, accertamenti sulle condizioni di

salute o su altre condizioni o qualità personali dell'imputato. Gli accertamenti sono eseguiti

al più presto e comunque entro quindici giorni da quello in cui la richiesta è pervenuta al

giudice. Se la richiesta di revoca o di sostituzione della misura della custodia cautelare in

carcere è basata sulle condizioni di salute di cui all'articolo 275, comma 4 (madre incinta,

ultrasettantenni ecc.), ovvero se tali condizioni di salute sono segnalate dal servizio sanitario

penitenziario, o risultano in altro modo al giudice, questi, se non ritiene di accogliere la

richiesta sulla base degli atti, dispone con immediatezza gli accertamenti medici del caso,

nominando perito, il quale deve tener conto del parere del medico penitenziario e riferire en-

tro il termine di cinque giorni, ovvero, nel caso di rilevata urgenza, non oltre due giorni

dall'accertamento.

Casi di estinzione automatica delle misure

Pronuncia di determinate sentenze

Le misure disposte in relazione a un determinato fatto perdono immediatamente efficacia

quando, per tale fatto e nei confronti della medesima persona, è disposta l'archiviazione

ovvero è pronunciata sentenza di non luogo a procedere o di proscioglimento. Se l'imputato

si trova in stato di custodia cautelare e con la sentenza di proscioglimento o di non luogo a

procedere è applicata la misura di sicurezza del ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario,

il giudice provvede a norma dell'art. 312. Quando, in qualsiasi grado del processo, è pro-

nunciata sentenza di condanna, le misure perdono efficacia se la pena irrogata è dichiarata

estinta ovvero condizionatamente sospesa. La custodia cautelare perde altresì efficacia quan-

do è pronunciata sentenza di condanna, ancorché sottoposta a impugnazione, se la durata

della custodia già subita non è inferiore all'entità della pena irrogata. Qualora l'imputato

prosciolto o nei confronti del quale sia stata emessa sentenza di non luogo a procedere sia

successivamente condannato per lo stesso fatto, possono essere disposte nei suoi confronti

misure coercitive quando ricorrono le esigenze cautelari del pericolo di fuga o della peri-

colosità sociale.

Scadenza dell’esigenza cautelare probatoria

Le misure disposte per le esigenze cautelari di pericolo di inquinamento delle prove perdono

immediatamente efficacia se alla scadenza del termine previsto dall'ordinanza che disponeva

la misura, non ne è ordinata la rinnovazione. La rinnovazione è disposta dal giudice con or-

dinanza, su richiesta del pubblico ministero, anche per più di una volta, entro i limiti previsti

dagli articoli 305 e 308. Quando si procede per reati per il cui accertamento sono richieste

investigazioni particolarmente complesse per la molteplicità di fatti tra loro collegati ovvero

per l'elevato numero di persone sottoposte alle indagini o di persone offese, ovvero per reati

il cui accertamento è richiesto il compimento di atti di indagini all'estero, la custodia caute-

lare in carcere disposta per il compimento delle indagini non può avere durata superiore a

trenta giorni. La proroga della medesima misura è disposta, per non più di due volte ed en-

tro il limite complessivo di novanta giorni, dal giudice con ordinanza, su richiesta inoltrata

dal pubblico ministero prima della scadenza, valutate le ragioni che hanno impedito il com-

pimento delle indagini per le cui esigenze la misura era stata disposta e previo l'interrogato-

rio dell'imputato.

Scadenza dei termini per l’interrogatorio

La custodia cautelare disposta nel corso delle indagini preliminari perde immediatamente ef-

ficacia se il giudice non procede all'interrogatorio entro il termine previsto dall'art. 294.

Dopo la liberazione, la misura può essere nuovamente disposta dal giudice, su richiesta del

pubblico ministero, previo interrogatorio, allorché, valutati i risultati di questo, sussistono le

condizioni indicate negli articoli 273, 274 e 275. Nello stesso modo si procede nel caso in

cui la persona, senza giustificato motivo, non si presenta a rendere interrogatorio.

Ritardata decisione del Tribunale del Riesame

Ai sensi dell’art. 309/10, se la decisione sulla richiesta di riesame contro una misura coerci-

tiva non interviene entro il decimo giorno, l'ordinanza che dispone la misura coercitiva

perde efficacia e l’indagato deve essere scarcerato.

La misura perde inoltre efficacia qualora l’autorità giudiziaria procedente, richiesta di inviare

gli atti al Tribunale del riesame, non fa pervenire gli stessi entro cinque giorni dalla

richiesta.

Scadenza dei termini per le misure non custodiali

Tutte le misure cautelari sono, per loro essenza, sottoposte a termini di durata massima, che

costituiscono un limite invalicabile per il giudice.

Le misure coercitive diverse dalla custodia cautelare perdono efficacia quando dall'inizio

della loro esecuzione è decorso un periodo di tempo pari al doppio dei termini previsti

dall'articolo 303 (termini di durata massima della custodia cautelare). Le misure interdittive

perdono efficacia quando sono decorsi due mesi dall'inizio della loro esecuzione. In ogni

caso, qualora esse siano state disposte per esigenze probatorie, il giudice può disporne la

rinnovazione anche al di là di due mesi dall'inizio dell'esecuzione, osservati i limiti previsti

dal comma 1 dell’art. 308. L'estinzione delle misure non pregiudica l'esercizio dei poteri che

la legge attribuisce al giudice penale o ad altre autorità nell'applicazione di pene accessorie o

di altre misure interdittive.

Omessa reiterazione della misura dopo la declaratoria di incompetenza del giudice

Ai sensi dell’art. 27, dopo l’adozione della misura cautelare, se il giudice si dichiara incom-

petente, entro venti giorni dalla ordinanza di trasmissione degli atti al giudice competente,

quest’ultimo deve adottare nuovamente la misura, sotto pena di perdita di efficacia della

misura già disposta.

Decorrenza dei termini massimi di custodia

Ai sensi dell’art. 303 la custodia cautelare perde efficacia quando:

dall'inizio della sua esecuzione sono decorsi i seguenti termini senza che sia stato emesso il

provvedimento che dispone il giudizio ovvero senza che sia stata pronunciata una delle sen-

tenze previste dagli articoli 442 e 561 (giudizio abbreviato), 448/1 e 563 (patteggiamento):

tre mesi, quando si procede per un delitto per il quale la legge stabilisce la pena della reclu-

sione non superiore nel massimo a sei anni;

sei mesi, quando si procede per un delitto per il quale la legge stabilisce la pena della reclu-

sione superiore nel massimo a sei anni, salvo quanto previsto dal punto numero 3;

un anno, quando si procede per un delitto per il quale la legge stabilisce la pena dell'ergasto-

lo o la pena della reclusione non inferiore nel massimo a venti anni ovvero per uno dei delit-

ti indicati nell'articolo 407, comma 2, lettera a), sempre che per lo stesso la legge preveda la

pena della reclusione superiore nel massimo a sei anni;

dall'emissione del provvedimento che dispone il giudizio o dalla sopravvenuta esecuzione

della custodia sono decorsi i seguenti termini senza che sia stata pronunciata sentenza di

condanna di primo grado:

sei mesi, quando si procede per un delitto per il quale la legge stabilisce la pena della reclu-

sione non superiore nel massimo a sei anni;

un anno, quando si procede per un delitto per il quale la legge stabilisce la pena della reclu-

sione non superiore nel massimo a venti anni, salvo quanto previsto dal punto numero 1;

un anno e sei mesi, quando si procede per un delitto per il quale la legge stabilisce la pena

dell'ergastolo o la pena della reclusione superiore nel massimo a venti anni;

dalla pronuncia della sentenza di condanna di primo grado o dalla sopravvenuta esecuzione

della custodia sono decorsi i seguenti termini senza che sia stata pronunciata sentenza di

condanna in grado di appello:

nove mesi, se vi è stata condanna alla pena della reclusione non superiore a tre anni;

un anno, se vi è stata condanna alla pena della reclusione non superiore a dieci anni;

un anno e sei mesi, se vi è stata condanna alla pena dell'ergastolo o della reclusione superi-

ore a dieci anni;

dalla pronuncia della sentenza di condanna in grado di appello o dalla sopravvenuta ese-

cuzione della custodia sono decorsi gli stessi termini previsti dalla lettera c) senza che sia

stata pronunciata sentenza irrevocabile di condanna. Tuttavia, se vi è stata condanna in pri-

mo grado, ovvero se la impugnazione è stata proposta esclusivamente dal pubblico minis-

tero, si applica soltanto la disposizione del comma 4.

La durata complessiva della custodia cautelare, considerate anche le proroghe previste

dall'articolo 305, non può superare i seguenti termini:

due anni, quando si procede per un delitto per il quale la legge stabilisce la pena della reclu-

sione non superiore nel massimo a sei anni;

quattro anni, quando si procede per un delitto per il quale la legge stabilisce la pena della

reclusione non superiore nel massimo a venti anni, salvo quanto previsto dalla lettera a);

sei anni, quando si procede per un delitto per il quale la legge stabilisce la pena dell'ergasto-

lo o della reclusione superiore nel massimo a venti anni.

Sospensione dei termini di durata massima della custodia cautelare

I termini di durata massima della custodia cautelare, previsti dall'articolo 303, sono sospesi,

con ordinanza appellabile a norma dell'articolo 310, nei seguenti casi:

nella fase del giudizio, durante il tempo in cui il dibattimento è sospeso o rinviato per im-

pedimento dell'imputato o del suo difensore ovvero su richiesta dell'imputato o del suo

difensore, sempre che la sospensione o il rinvio non siano stati disposti per esigenze di ac-

quisizione della prova o a seguito di concessione di termini per la difesa;

nella fase del giudizio, durante il tempo in cui il dibattimento è sospeso o rinviato a causa

della mancata presentazione, dell'allontanamento o della mancata partecipazione di uno o più

difensori che rendano privo di assistenza uno o più imputati;

nella fase del giudizio, durante la pendenza dei termini previsti dall'articolo 544, commi 2 e

3 (quindici giorni in caso non sia possibile procedere alla redazione immediata dei motivi

della sentenza; novanta giorni in caso di motivazione complessa);

I termini previsti dall'articolo 303 possono altresì essere sospesi, nella fase del giudizio,

quando si tratta di reati indicati dall'articolo 407, comma 2, lettera a), nel caso di dibattimenti

particolarmente complessi, durante il tempo in cui sono tenute le udienze o si delibera la

sentenza nel giudizio di primo grado o nel giudizio sulle impugnazioni.

I termini previsti dall'articolo 303, comma 1, lettera a), sono sospesi, con ordinanza appella-

bile a norma dell'articolo 310, se l'udienza preliminare è sospesa o rinviata per taluno dei

casi indicati nei punti a) e b) del presente paragrafo.

In ogni stato e grado del procedimento di merito, quando è disposta perizia sullo stato di

mente dell'imputato, i termini di custodia cautelare sono prorogati per il periodo di tempo

assegnato per l'espletamento della perizia. Nel corso delle indagini preliminari, il pubblico

ministero può altresì chiedere la proroga dei termini di custodia cautelare che siano prossimi

a scadere, quando sussistono gravi esigenze cautelari che, in rapporto ad accertamenti parti-

colarmente complessi, rendano indispensabile il protrarsi della custodia. Il giudice, sentiti il

pubblico ministero e il difensore, provvede con ordinanza appellabile a norma dell'articolo

310. La proroga è rinnovabile una sola volta.

Le impugnazioni delle misure coercitive ed interdittive

Tutte le misure cautelari, sia personali che reali, sono impugnabili. Di solito sono presidiate

da mezzi di impugnazione autonomi rispetto alla sentenza che definisce il giudizio onde

garantire una pronta tutela al soggetto impugnante. Tuttavia, l’impugnabilità della misura

coercitiva non implica necessariamente l’autonomia del mezzo di gravame: l’ordinanza

cautelare coeva alla sentenza di merito – ad esempio – è impugnabile solo congiuntamente

con la sentenza e con il mezzo per questa previsto.

I mezzi di impugnazione previsti per le ordinanze cautelari personali si articolano in due

gradi, uno di merito e uno di legittimità:

gravame di merito: riesame o l’appello, in alternativa tra loro;

gravame di legittimità: ricorso per cassazione.

Il riesame

Entro dieci giorni dalla esecuzione o notificazione del provvedimento che dispone una

misura coercitiva (non anche interdittiva), l'imputato può proporre richiesta di riesame, an-

che nel merito, salvo che si tratti di ordinanza emessa a seguito di appello del pubblico min-

istero.

Il difensore dell'imputato può proporre la richiesta di riesame entro dieci giorni dalla notifi-

cazione dell'avviso di deposito dell'ordinanza che dispone la misura. La richiesta di riesame

è presentata nella cancelleria del tribunale del luogo nel quale ha sede la corte di appello o la

sezione distaccata della corte di appello nella cui circoscrizione è compreso l'ufficio del giu-

dice che ha emesso l'ordinanza. Il presidente cura che sia dato immediato avviso all'autorità

giudiziaria procedente la quale, entro il giorno successivo, e comunque non oltre il quinto

giorno, trasmette al tribunale gli atti presentati a norma dell'articolo 291, comma 1, nonché

tutti gli elementi sopravvenuti a favore della persona sottoposta alle indagini.

Con la richiesta di riesame possono essere enunciati anche i motivi. Chi ha proposto la

richiesta ha, inoltre, facoltà di enunciare i nuovi motivi davanti al giudice del riesame facen-

done dare atto a verbale prima dell'inizio della discussione. Il procedimento davanti al tri-

bunale si svolge in camera di consiglio. L'avviso della data fissata per l'udienza è comunica-

to, almeno tre giorni prima, al pubblico ministero presso il tribunale; esso è notificato, altre-

sì, entro lo stesso termine, all'imputato ed al suo difensore. Fino al giorno dell'udienza gli

atti restano depositati in cancelleria, con facoltà per il difensore di esaminarli e di estrarne

copia. Entro dieci giorni dalla ricezione degli atti il tribunale, se non deve dichiarare l'inam-

missibilità della richiesta, annulla, riforma e conferma l'ordinanza oggetto del riesame deci-

dendo anche sulla base degli elementi addotti dalle parti nel corso dell'udienza. Il tribunale

può annullare il provvedimento impugnato o riformarlo in senso favorevole all'imputato an-

che per motivi diversi da quelli enunciati ovvero può confermarlo per ragioni diverse da

quelle indicate nella motivazione del provvedimento stesso. Se la trasmissione degli atti non

avviene nei termini di cui al comma 5 o se la decisione sulla richiesta di riesame non inter-

viene entro il termine prescritto, l'ordinanza che dispone la misura coercitiva perde efficacia.

L’appello

Fuori dei casi previsti per il riesame (l’appello ha infatti una valenza residuale), il pubblico

ministero, l'imputato e il suo difensore possono proporre appello contro le ordinanze in ma-

teria di misure cautelari personali, enunciandone contestualmente i motivi. Dell'appello è

dato immediato avviso all'autorità giudiziaria precedente che, entro il giorno successivo,

trasmette al tribunale l'ordinanza appellata e gli atti su cui la stessa si fonda. Il procedimento

davanti al tribunale si svolge in camera di consiglio. Fino al giorno dell'udienza gli atti

restano depositati in cancelleria con facoltà per il difensore di esaminarli e di estrarne la

copia. Il tribunale decide entro venti giorni dalla ricezione degli atti. L'esecuzione della deci-

sione con la quale il tribunale, accogliendo l'appello del pubblico ministero, dispone una

misura cautelare è sospesa fino a che la decisione non sia divenuta definitiva.

Il ricorso per cassazione

Contro le decisioni sul riesame o l’appello emesse a norma degli articoli 309 e 310, il pub-

blico ministero che ha richiesto l'applicazione della misura, l'imputato e il suo difensore pos-

sono proporre ricorso per cassazione entro dieci giorni dalla comunicazione o dalla notifi-

cazione dell'avviso di deposito del provvedimento. Il ricorso può essere proposto anche dal

pubblico ministero presso il tribunale indicato nel comma 7 dell'articolo 309. Entro i termini

previsti dall'articolo 309 commi 1, 2 e 3, l'imputato e il suo difensore possono proporre di-

rettamente ricorso per cassazione per violazione di legge contro le ordinanze che dispon-

gono una misura coercitiva. La proposizione del ricorso rende inammissibile la richiesta di

riesame. Il ricorso è presentato nella cancelleria del giudice che ha emesso la decisione

ovvero in quella del giudice che ha emesso l'ordinanza. Il giudice cura che sia dato immedi-

ato avviso all'autorità giudiziaria procedente che, entro il giorno successivo, trasmette gli atti

alla corte di cassazione. I motivi devono essere enunciati contestualmente al ricorso, ma il

ricorrente ha facoltà di enunciare nuovi motivi davanti alla corte di cassazione, prima dell'in-

izio della discussione. La Corte di cassazione decide entro trenta giorni dalla ricezione degli

atti osservando le forme previste dall'articolo 127.

L

E MISURE CAUTELARI DI SICUREZZA

In pendenza di procedimento penale possono essere provvisoriamente applicabili (in an-

ticipo rispetto al giudicato penale) solo misure di sicurezza di tipo personale. Le misure in

esame consistono in misure di sicurezza assai raramente applicabili, nel corso del procedi-

mento penale, nei confronti dell’indagato in presenza di esigenze di cautela processuale. I

presupposti sono la pericolosità sociale e criminale dell’indagato e le esigenze cautelari

di cui all’art. 274.

Le misure di sicurezza dal punto di vista sostanziale

Destinatari delle misure di sicurezza sono sia i soggetti imputabili che i soggetti semi-im-

putabili e non imputabili; alle prime due categorie di individui le misure di sicurezza si ap-

plicano cumulativamente alla pena, dando così vita al sistema del doppio binario, alla terza

si applicano in modo esclusivo. Presupposti di applicazione sono la pericolosità sociale del

soggetto, desunta dai parametri previsti dall’art. 133 c.p. e la commissione di un reato. Tut-

tavia, quest’ultimo requisito subisce due eccezioni tassativamente previste dalla legge: il

giudice infatti può, nelle ipotesi di quasi-reato ex art. 115 c.p. (accordo criminoso non ese-

guito o istigazione a commettere un delitto non accolta, o accolta, ma non seguita dalla com-

missione del delitto) e di delitto impossibile ex art. 49 c.p., comminare l’applicazione di una

misura di sicurezza a prescindere dalla commissione di un vero e proprio reato. Ai sensi

dell’art. 203 c.p. deve ritenersi socialmente pericolosa la persona che è probabile che com-

metta nuovi fatti previsti dalla legge come reato. A tal proposito, la l. n. 663 del 1986 (legge

Gozzini) ha provveduto ad abolire ogni forma di presunzione legale di pericolosità, abro-

gando l’art. 204 c.p. e statuendo che tutte le misure di sicurezza personali possono essere

applicate solo previo accertamento che colui che ha commesso il reato sia una persona so-

cialmente pericolosa. Le misure di sicurezza vengono applicate dopo l’esecuzione della pena

e sono indeterminate nel massimo essendo la loro durata collegata al protrarsi o alla ces-

sazione della pericolosità sociale; ne è però fissata dalla legge un durata minima, ma il Tri-

bunale di sorveglianza può, ricorrendone i presupposti, revocare la misura anche prima che

sia decorso il tempo corrispondente a tale durata. Il c.p. distingue le misure di sicurezza in

due categorie: personali e patrimoniali. Le misure di sicurezza personali si distinguono, poi,

in detentive e non detentive. Sono misure di sicurezza detentive: 1) l’assegnazione ad una

colonia agricola o ad una casa di lavoro. Le misure di sicurezza in questione si applicano ai

soggetti imputabili e pericolosi, generalmente a coloro che sono stati dichiarati delinquenti

abituali professionali o per tendenza, oltre a chi si trova nelle situazioni descritte dall’art.

216 c.p.. La distinzione tra queste due misure di sicurezza dovrebbe essere colta in relazione

al tipo di attività che vi si svolge: agricolo nella prima, artigianale o industriale nella

seconda, ma tale differenziazione non ha trovato riscontro pratico. 2) Il ricovero in una casa

di cura e di custodia. Questa misura ricomprende in sé sia istanze curative che custodialis-

tiche ed è prevista principalmente per i condannati ad una pena diminuita per infermità

psichica, per cronica intossicazione da alcool o da sostanze stupefacenti, ovvero per sordo-

mutismo. 3) Il ricovero in un ospedale psichiatrico giudiziario. Il manicomio giudiziario si

applica: a) ai prosciolti per infermità psichica o per intossicazione cronica da alcool o da stu-

pefacenti ovvero per sordomutismo, salve le eccezioni previste dalla legge; b) ai minori

degli anni quattordici e ai minori tra gli anni quattordici e diciotto prosciolti per incapacità di

intendere e di volere che abbiano commesso un reato negli stati di cui sopra; c) ai sottoposti

ad altra misura di sicurezza detentiva colpiti da una infermità psichica tale da richiedere il

ricovero in un ospedale psichiatrico giudiziario. 4) Il ricovero in un riformatorio giudiziario.

Il ricovero nell’istituto in esame è riservato ai minori di età. Esso si prescrive: a) ai minor

degli anni quattordici e ai minori degli anni diciotto riconosciuti non imputabili ex art. 98

c.p., che abbiano commesso un delitto doloso, preterintenzionale o colposo e siano con-

siderati socialmente pericolosi; b) ai minori tra gli anni quattordici e diciotto riconosciuti im-

putabili condannati a pena diminuita; c) ai minori degli anni diciotto dichiarati delinquenti

abituali, professionali o per tendenza; d) ai minori tra gli anni quattordici e diciotto condan-

nati per delitto durante l’esecuzione di una misura di sicurezza precedentemente applicata

per difetto di imputabilità; e) ai minori degli anni diciotto nell’ipotesi contemplata dall’art.

212 c.p. terzo comma. Sono misure di sicurezza non detentive: 1) la libertà vigilata: consiste

in una serie di limitazioni della libertà personale del reo mediante prescrizioni di carattere sia

positivo che negativo, aventi come scopo il reinserimento sociale dell’individuo e l’impedi-

mento della commissione di nuovi reati. La sorveglianza della persona in stato di libertà vig-

ilata è affidata all’autorità di pubblica sicurezza; 2) il divieto di soggiorno in uno o di più co-

muni o in una o più province: questa misura si applica facoltativamente a coloro che ab-

biano commesso un delitto contro la personalità dello Stato o contro l’ordine pubblico, op-

pure, nel caso di delitti politici o occasionati da particolari condizioni morali o sociali es-

istenti in un determinato luogo; 3) il divieto di frequentare osterie o pubblici spacci di be-

vande alcooliche: destinatari sono i condannati per ubriachezza abituale o per reati commes-

si in stato di ubriachezza, sempre che questa sia abituale; 4) l’espulsione dello straniero dal-

lo Stato: si applica agli stranieri condannati alla reclusione per un periodo non inferiore a

dieci anni ed alla reclusione, quale che sia la pena inflitta, per un delitto contro la personalità

dello Stato. Sono misure di sicurezza patrimoniali: 1) la cauzione di buona condotta: ai sensi

della l. n. 689 del 1981, la cauzione di buona condotta è data mediante deposito, nella Cassa

delle ammende, di una somma non inferiore al lire duecentomila, né superiore a quattro mil-

ioni ovvero nella prestazione di una garanzia mediante ipoteca o fideiussione solidale; 2) la

confisca: questa misura di sicurezza patrimoniale consiste nella espropriazione da parte del-

lo Stato delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato, e delle cose che

ne sono il prodotto o il profitto. La confisca, generalmente facoltativa, è invece obbligatoria

qualora si tratti di cose che costituiscono il prezzo del reato; di cose la cui fabbricazione,

uso, porto, detenzione, o alienazione costituisce reato, anche se non è stata pronunciata con-

danna.

L

E MISURE CAUTELARI REALI

Le misure cautelari reali sono misure che incidono sul patrimonio dell’imputato e determi-

nano l’indisponibilità di cose o beni. Esse sono:

il sequestro conservativo sui beni mobili e immobili dell’imputato a garanzia delle pene

pecuniarie, delle spese del procedimento e delle obbligazioni civili nascenti da reato;

il sequestro preventivo delle cose pertinenti al reato, la cui disponibilità potrebbe agevolare

le conseguenze di esso o la commissione di altri reati.

Il sequestro conservativo

Se vi è fondata ragione di ritenere che manchino o si disperdano le garanzie per il pagamen-

to della pena pecuniaria, delle spese di procedimento e di ogni altra somma dovuta all'erario

dello Stato, il pubblico ministero, in ogni stato e grado del processo di merito, chiede il se-

questro conservativo dei beni mobili o immobili dell'imputato o delle somme o cose a lui

dovute, nei limiti in cui la legge ne consente il pignoramento. Il sequestro disposto a richies-

ta del pubblico ministero giova anche alla parte civile.

Il provvedimento che dispone il sequestro conservativo a richiesta del pubblico ministero o

della parte civile è emesso con ordinanza del giudice che procede. Se è stata pronunciata

sentenza di condanna, di proscioglimento o di non luogo a procedere, soggetta a impug-

nazione, il sequestro è ordinato, prima che gli atti siano trasmessi al giudice dell'impug-

nazione, dal giudice che ha pronunciato la sentenza e, successivamente, dal giudice che deve

decidere sull'impugnazione. Dopo il provvedimento che dispone il giudizio e prima che gli

atti siano trasmessi al giudice competente, provvede il giudice per le indagini preliminari. Il

sequestro è eseguito dall'ufficiale giudiziario con le forme prescritte dal codice di procedura

civile per l'esecuzione del sequestro conservativo sui beni mobili o immobili [c.p.c. 678,

679]. Gli effetti del sequestro cessano quando la sentenza di proscioglimento o di non luo-

go a procedere non è più soggetta a impugnazione.

Contro l'ordinanza di sequestro conservativo chiunque vi abbia interesse può proporre

richiesta di riesame, anche nel merito, a norma dell'articolo 324. La richiesta di riesame non

sospende l'esecuzione del provvedimento.

Se l'imputato o il responsabile civile offre cauzione idonea a garantire i crediti indicati

nell'articolo 316, il giudice dispone con decreto che non si faccia luogo al sequestro conser-

vativo e stabilisce le modalità con cui la cauzione deve essere prestata. Se l'offerta è propos-

ta con la richiesta di riesame, il giudice revoca il sequestro conservativo quando ritiene la

cauzione proporzionata al valore delle cose sequestrate.

Il sequestro conservativo si converte in pignoramento quando diventa irrevocabile la sen-

tenza di condanna al pagamento di una pena pecuniaria ovvero quando diventa esecutiva la

sentenza che condanna l'imputato e il responsabile civile al risarcimento del danno in favore

della parte civile. Sul prezzo ricavato dalla vendita dei beni sequestrati e sulle somme de-

positate a titolo di cauzione e non devolute alla cassa delle ammende, sono pagate, nell'or-

dine, le somme dovute alla parte civile a titolo di risarcimento del danno e di spese proces-

suali, le pene pecuniarie, le spese di procedimento e ogni altra somma dovuta all'erario dello

Stato.

Il sequestro preventivo

Quando vi è pericolo che la libera disponibilità di una cosa pertinente al reato possa ag-

gravare o protrarre le conseguenze di esso ovvero agevolare la commissione di altri reati, a

richiesta del pubblico ministero il giudice competente a pronunciarsi nel merito ne dispone il

sequestro con decreto motivato. Prima dell'esercizio dell'azione penale provvede il giudice

per le indagini preliminari. Nel corso delle indagini preliminari provvede il pubblico minis-

tero con decreto motivato, che è notificato a coloro che hanno diritto di proporre impug-

nazione. Se vi è richiesta di revoca dell'interessato, il pubblico ministero, quando ritiene che

essa vada anche in parte respinta, la trasmette al giudice, cui presenta richieste specifiche

nonché gli elementi sui quali fonda le sue valutazioni. La richiesta è trasmessa non oltre il

giorno successivo a quello del deposito nella segreteria.

Nel corso delle indagini preliminari, quando non è possibile, per la situazione di urgenza,

attendere il provvedimento del giudice, il sequestro è disposto con decreto motivato dal

pubblico ministero. Negli stessi casi, prima dell'intervento del pubblico ministero, al seque-

stro procedono ufficiali di polizia giudiziaria, i quali, nelle quarantotto ore successive,

trasmettono il verbale al pubblico ministero del luogo in cui il sequestro è stato eseguito.

Questi, se non dispone la restituzione delle cose sequestrate, richiede al giudice la convalida

e l'emissione del decreto entro quarantotto ore dal sequestro, se disposto dallo stesso pub-

blico ministero, o dalla ricezione del verbale, se il sequestro è stato eseguito di iniziativa dal-

la polizia giudiziaria. Il sequestro perde efficacia se non sono osservati i termini previsti

ovvero se il giudice non emette l'ordinanza di convalida entro dieci giorni dalla ricezione

della richiesta. Copia dell'ordinanza è immediatamente notificata alla persona alla quale le

cose sono state sequestrate.

Contro il decreto di sequestro emesso dal giudice l'imputato e il suo difensore, la persona

alla quale le cose sono state sequestrate e quella che avrebbe diritto alla loro restituzione

possono proporre richiesta di riesame, anche nel merito, a norma dell'articolo 324. La richi-

esta di riesame non sospende l'esecuzione del provvedimento. Fuori da questi casi il pubbli-

co ministero, l'imputato e il suo difensore, la persona alla quale le cose sono state seques-

trate e quella che avrebbe diritto alla loro restituzione, possono proporre appello contro le

ordinanze in materia di sequestro preventivo e contro il decreto di revoca del sequestro

emesso dal pubblico ministero. Sull'appello decide, in composizione collegiale, il tribunale

del capoluogo della provincia nella quale ha sede l'ufficio che ha emesso il provvedimento.

L'appello non sospende l'esecuzione del provvedimento.

Con la sentenza di proscioglimento o di non luogo a procedere, ancorché soggetta a impug-

nazione, il giudice ordina che le cose sequestrate siano restituite a chi ne abbia diritto, quan-

do non deve disporre la confisca a norma dell'articolo 240 del codice penale. Il provvedi-

mento è immediatamente esecutivo. Quando esistono più esemplari identici della cosa se-

questrata e questa presenta interesse a fini di prova, il giudice, anche dopo la sentenza di

proscioglimento o di non luogo a procedere impugnata dal pubblico ministero, ordina che

sia mantenuto il sequestro di un solo esemplare e dispone la restituzione degli altri esem-

plari. Se è pronunciata sentenza di condanna, gli effetti del sequestro permangono quando è

stata disposta la confisca delle cose sequestrate. La restituzione non è ordinata se il giudice

dispone, a richiesta del pubblico ministero o della parte civile, che sulle cose appartenenti

all'imputato o al responsabile civile sia mantenuto il sequestro a garanzia dei crediti indicati

nell'articolo 316. P ROCEDIMENTO E PROCESSO

L

E INDAGINI PRELIMINARI

La notizia di reato

Alla notizia di reato sono dedicati i sei articoli (artt. 330-335) che costituiscono il titolo II

del libro quinto del c.p.p.. In pratica, la notitia criminis rappresenta l’inizio dell’attività pro-

cedurale vera e propria, la molla che fa scattare il meccanismo processuale. In base all’art.

330 c.p.p. il p.m. e la polizia giudiziaria prendono di propria iniziativa notizie di reato e

ricevono quelle presentate o trasmesse loro mediante:

denuncia da parte di un pubblico ufficiale o di un incaricato di pubblico servizio: si trat-

ta di un dovere che riguarda i soggetti indicati per quanto attiene ai reati perseguibili d’uffi-

cio di cui vengano a conoscenza nell’esercizio o a causa delle loro funzioni;

informativa della P.G.: è una forma qualificata di denuncia da parte di pubblico ufficiale

poiché quest’ultimo – differentemente dal caso precedente – è un agente o un ufficiale della

P.G. e non un generico pubblico ufficiale;

denuncia da parte di privati: è genericamente una facoltà, attinente anche in questo caso a

reati perseguibili d’ufficio; la legge determina però anche casi specifici in cui la denuncia è

obbligatoria (ad es., reati contro la personalità dello Stato puniti con l’ergastolo; reati relativi

ad infortuni sul lavoro da parte di datori di lavoro);

referto: è una segnalazione obbligatoria che riguarda soggetti (segnatamente, quelli che es-

ercitano la professione sanitaria) che per la loro particolare condizione, possono venire a

conoscenza di notizie di reato perseguibili d’ufficio. Il referto deve pervenire entro 48 ore o,

se vi è pericolo nel ritardo, immediatamente, al p.m. o all’ufficio di Polizia giudiziaria del

luogo in cui è stata prestata assistenza. Nel caso intervengano più soggetti obbligati, il refer-

to deve essere steso da tutti;

notizie atipiche: quali scritti anonimi e delazioni confidenziali.

Il p.m. iscrive in un apposito registro le notizie di reato, oltre al nome della persona cui il

reato è attribuito. L’iscrizione della notizia di reato nel registro assume nel nuovo processo

un’importanza notevole, poiché da tale momento decorrono:

i termini della durata delle indagini preliminari;

i 90 giorni utili al p.m. per richiedere il giudizio immediato (art. 454);

i sei mesi utili al p.m. per richiedere il decreto penale di condanna ex art. 459;

i 15 giorni utili al p.m. per presentare al giudice del dibattimento l’imputato reo confesso ex

art. 449/5;

i 30 giorni utili al p.m. per richiedere l’autorizzazione a procedere ex art. 344.

Le condizioni di procedibilità

La querela

E’ un istituto posto in deroga al principio della obbligatorietà dell’azione penale, per cui in

relazione ai reati perseguibili a querela, l’azione penale è procedibile soltanto a seguito

dell’esercizio del diritto di querela da parte del titolare. Il diritto di querela (art. 120 c.p.)

spetta al soggetto passivo del reato, ossia il titolare del bene tutelato dalla norma incrimina-

trice. Non spetta, invece, al danneggiato dal reato, titolare di diritti che soltanto eventual-

mente possono essere lesi dal reato. Titolare del diritto di querela può essere anche una per-

sona giuridica. Con la presentazione della querela, l’offeso richiede che l’autorità compe-

tente eserciti l’azione penale circa determinati fatti. La querela può essere orale o scritta,

deve essere presentata entro tre mesi dal giorno della notizia del fatto (art. 124 c.p.). Il dirit-

to di querela si estingue con la morte della persona offesa; se la querela è già stata proposta,

la morte della persona offesa non estingue il reato.

L’istanza di procedimento

L’istanza di procedimento è una condizione di procedibilità analoga alla querela, tanto che la

sua proposizione segue le forme della querela (art. 341): consiste nella domanda con la

quale il privato, persona offesa, chiede che si proceda contro i responsabili di taluni delitti

commessi all’estero – che se fossero commessi nello Stato sarebbero perseguibili d’ufficio

–da stranieri o da cittadini. L’istanza è irrevocabile e si estende di diritto a tutti gli autori del

fatto reato.

La richiesta di procedimento

La richiesta di procedimento, da parte del Ministro della giustizia, è necessaria per i delitti in

danno del Presidente della Repubblica (sostituisce la querela) e per taluni delitti politici o

comuni commessi all’estero dal cittadino o dallo straniero. A seconda dei delitti, è talvolta

necessaria, ai fini dell’esercizio dell’azione penale, anche la presenza dell’imputato nel terri-

torio dello Stato ed in più la querela dell’offeso, se il reato è punibile a querela di parte.

A differenza dell’istanza, che promana dalla persona offesa, la richiesta di procedimento

promana da una Pubblica Autorità; questa deve presentarla in forma scritta al P.M. o ad un

ufficiale di P.G.

L’autorizzazione a procedere

L’autorizzazione costituisce una condizione di promuovibilità o di proseguibilità dell’azione

penale a seconda che intervenga per rimuovere un ostacolo iniziale o sopravvenuto all’eser-

cizio dell’azione punitiva.

Anche l’autorizzazione a procedere si risolve in una dichiarazione di volontà di una Pubbli-

ca Autorità diretta a consentire l’esercizio del magistero punitivo in considerazione della

natura del reato (es. reati contro la personalità dello Stato o vilipendio alle assemblee legisla-

tive) o della qualità del soggetto.

Il difetto di condizioni di procedibilità

Le condizioni appena esaminate attengono a profili processuali. Ne consegue che il difetto

della condizione si riflette sul tipo di provvedimento in relazione al momento processuale in

cui esso si verifica: archiviazione per improcedibilità, sentenza di non luogo a procedere

nell’udienza preliminare o sentenza di non doversi procedere in dibattimento. Non entrando

nel merito, tali provvedimenti non sono di ostacolo alla riapertura del procedimento contro

la stessa persona per il medesimo fatto. In attesa della condizione di procedibilità è co-

munque possibile portare avanti le indagini preliminari e procedere eventualmente ad inci-

dente probatorio.

La chiusura delle indagini preliminari

La proroga delle indagini

Per garantire i possibili interessi dell’indagato e assicurare ritmi accelerati alla fase inves-

tigativa, il legislatore ha previsto – a pena di inutilizzabilità degli atti comunque compiuti –

termini di durata massima delle indagini preliminari. Il termine ordinario è di 6 mesi a

decorrere dall’iscrizione dell’indagato nel registro delle notizie di reato; di 1 anno se si pro-

cede per reati di particolare gravità (art. 407/2 lett. a). Tuttavia tali termini sono suscettibili

di proroga secondo una previsione che ne affida il compito al G.I.P. e calibra il susseguirsi

delle proroghe ad un criterio di gradualità. Il P.M., indicandone i motivi e prima della sca-

denza dei termini, chiede la proroga al G.I.P. il quale provvede a notificare tale richiesta ai

controinteressati. Questi possono controdedurre presentando memorie. Il G.I.P., dopo le

opportune valutazioni, provvede alla proroga senza altre formalità qualora sia convinto di

tale esigenza; convoca tutti i soggetti interessati in camera di consiglio per discuterne qualo-

ra sussistano dubbi sull’opportunità della proroga stessa.

In caso di rigetto il G.I.P. impone al P.M. di prendere subito la decisione se archiviare il

caso o rinviare a giudizio l’indagato. In caso di accoglimento della richiesta, il G.I.P.

dispone la proroga per un massimo di 6 mesi. La reiterazione delle proroghe incontra un

limite di 18 mesi nei casi ordinari e 2 anni nei casi di criminalità organizzata.

L’archiviazione

La richiesta di archiviazione è rivolta al giudice per le indagini preliminari da parte del p.m.

qualora quest’ultimo ritenga che la notizia di reato sia infondata ovvero che manchi una

condizione di procedibilità o che il reato sia estinto o che il fatto non sia previsto dalla legge

come reato. Con la richiesta il p.m. trasmette al giudice il fascicolo contenente l’intera docu-

mentazione relativa alle indagini espletate. Il giudice decide sulla richiesta di archiviazione

secondo uno schema analogo a quello previsto per la decisione sulla richiesta di proroga del

termine di indagine. Se accoglie la richiesta, pronuncia, de plano, il relativo decreto; se allo

stato non ritiene che sussistano i presupposti per l’archiviazione, fissa l’udienza in camera

di consiglio, dandone comunicazione al p.m., alla persona sottoposta alle indagine e alla

persona offesa. Il giudice è tenuto in ogni caso alla fissazione dell’udienza quando la per-

sona offesa presenti motivata opposizione. All’esito dell’udienza il giudice decide con ordi-

nanza, ricorribile per cassazione solo nei casi di nullità previsti dall’art. 127/5. Questa rego-

la limitativa riguarda, letteralmente, la sola ordinanza di archiviazione. Le alternative all’ac-

coglimento della richiesta di archiviazione sono due. La prima, di carattere interlocutorio,

consiste in una sorta di invito che il giudice rivolge al p.m. affinché questi svolga le ulteriori

indagini che sono ritenute necessarie ai fini della decisione sull’archiviazione. La seconda

concreta sostanzialmente una forma di esercizio coartato all’azione penale: il giudice che

ritenga non sussistere i presupposti per l’archiviazione, dispone che il p.m. formuli

l’imputazione e fissa (eccezionalmente) ex officio l’udienza preliminare. Il provvedimento

che dispone l’archiviazione non impedisce la riapertura delle indagini. Questa è però subor-

dinata all’autorizzazione del giudice, il quale la concede se ritiene formulata l’esigenza di

nuove investigazioni: non occorre quindi la sopravvenienza di nuove prove.

L’ UDIENZA PRELIMINARE

L’udienza preliminare opera solo nei procedimenti penali di competenza della Corte di as-

sise e del Tribunale e non anche nel procedimento pretorile. Giorno, ora e luogo dell’udien-

za preliminare sono fissati dal G.i.p., entro due giorni dalla ricezione della richiesta di rinvio

a giudizio. Della fissazione dell’udienza preliminare viene dato avviso all’imputato, alla per-

sona offesa ed al p.m.. Con tale avviso l’imputato viene inoltre avvertito della facoltà di

prendere visione di tutti gli atti di

indagine compiuti e contenuti nel fascicolo del p.m.. Si consente così all’imputato di pren-

dere per la prima volta conoscenza di tutto il materiale investigatorio posto a supporto della

richiesta di rinvio a giudizio. Prima di tale momento, difatti, gli atti di indagine, ad esclu-

sione di quelli c.d. garantiti, risultano coperti da segreto. La funzione essenziale dell’udienza

preliminare è quella di consentire, di fronte ad un giudice terzo – il G.U.P. – ed in contrad-

dittorio, essendo difatti necessaria la partecipazione del p.m. e del difensore dell’imputato

(art. 420 c.p.p.), una prima verifica della fondatezza dell’imputazione. Al termine

dell’udienza preliminare se il fatto non è previsto dalla legge come reato ovvero risulta che il

fatto non sussiste o che l’imputato non lo ha commesso o che il fatto non costituisce reato o

che si tratta di persona non punibile o comunque se viene rilevata la sussistenza di una

causa di improcedibilità, il giudice pronuncia sentenza di non luogo a procedere, indican-

done la causa nel dispositivo (art. 425 c.p.p.). Diversamente, non sussistendo le condizioni

ora descritte, il giudice pronuncia decreto che dispone il giudizio fissando altresì la data del

dibattimento (art. 424 c.p.p.). L’udienza preliminare si svolge in camera di consiglio. Con-

clusi gli accertamenti relativi alla costituzione delle parti il giudice dichiara aperta la discus-

sione. Il p.m. espone sinteticamente i risultati delle indagini preliminari e gli elementi di pro-

va che giustificano la richiesta di rinvio a giudizio. L’imputato può chiedere di essere sotto-

posto a interrogatorio. Prendono poi la parola i difensori delle altre parti (imputato, parte

civile ecc.) intervenute. Le conclusioni sono formulate sulla base degli atti contenuti nel fas-

cicolo del p.m. o di altri eventuali atti ammessi dal giudice prima della discussione (art. 421

c.p.p.). Se il giudice non ritiene di poter decidere allo stato degli atti può farsi luogo, nella

medesima o in altra udienza e su sollecitazione del giudice medesimo, ad un supplemento

probatorio mediante acquisizioni diverse (documenti, audizione di persone, interrogatorio

ecc.). Se quindi la funzione primaria dell’udienza preliminare può dirsi quella di rappre-

sentare una sorta di primo controllo giurisdizionale nei confronti dell’ipotesi accusatoria,

non meno importante può dirsi la funzione dell’udienza preliminare rispetto all’instau-

razione dei riti speciali deflattivi del dibattimento. Difatti, attraverso la conoscenza del fasci-

colo dell’accusa l’imputato si trova nella condizione di valutare l’opportunità di rinunciare

all’udienza preliminare sia chiedendo il giudizio immediato, sia decidendo di percorrere riti

alternativi premiali quale il patteggiamento o il giudizio abbreviato.

I PROCEDIMENTI SPECIALI

I procedimenti speciali si distinguono da quello ordinario, che prevede la sequenza così

composta: indagini preliminari, udienza preliminare, dibattimento. I procedimenti speciali, o

alternativi, differenziati, consentono di eliminare una delle fasi successive alle indagini pre-

liminari, per giungere più rapidamente alla decisione finale. Essi sono:

riti dell’alternativa inquisitoria: il giudizio abbreviato, l’applicazione della pena su richiesta

delle parti, il giudizio per decreto;

riti dell’alternativa accusatoria: il giudizio immediato, il giudizio direttissimo.

I primi consentono di definire il giudizio nel corso delle indagini preliminari o all’udienza

preliminare; i secondi permettono il passaggio diretto dalle indagini preliminari al dibatti-

mento.

Il giudizio abbreviato

Il giudizio abbreviato (artt. 438 ss. c.p.p.) che trae origine dall’esperienza del summary trial

dei paesi di common law, può dirsi l’unico rito speciale assolutamente nuovo tra quelli pre-

visti dalla riforma processuale. Esso consiste in un giudizio di merito allo stato degli atti

che, sull’accordo delle parti, è attribuito al giudice dell’udienza preliminare, il quale decide

sulla base degli stessi elementi (atti di indagine del p.m., atti e documenti ammessi dal giu-

dice prima dell’inizio della discussione, prove eventualmente assunte nell’udienza prelim-

inare) su cui normalmente egli si basa per pronunciarsi sulla richiesta di rinvio a giudizio

del p.m.. I vantaggi di questo rito, ai fini della economia del processo, sono evidenti. Es-

sendo un giudizio allo stato degli atti (v. direttiva n. 53 legge-delega), non deve essere com-

piuta alcuna ulteriore attività rispetto a quella già svoltasi nell’udienza preliminare: non

soltanto, quindi, questo tipo di giudizio evita l’appesantimento della fase dibattimentale, ma

addirittura non comporta alcuna attività procedimentale che non sia quella collegata alla

mera valutazione dell’ammissibilità del rito e ai meccanismi decisionali. Ancor più, il

sostanziale risparmio (fino quasi all’azzeramento) di attività processuali riverbera i suoi ef-

fetti anche nei gradi successivi, tenuto conto dei consistenti limiti all’appello previsti

dall’art. 443. Per favorire il ricorso a questo rito, il legislatore ha dovuto naturalmente

prevedere aspetti di convenienza per le parti: l’imputato ha la prospettiva di vedersi sensibil-

mente ridotta la pena, nel caso di condanna; il p.m. quella della utilizzazione piena degli atti

di indagine ai fini della decisione nel merito. Presupposto del giudizio abbreviato è l’accor-

do tra imputato e p.m., che può essere considerato un patteggiamento sul rito, a differenza

di quello che è alla base del c.d. patteggiamento sul merito (applicazione della pena su richi-

esta: artt. 444 ss.). L’accordo si articola in una richiesta (proposta personalmente dall’impu-

tato o da un suo procuratore speciale) diretta ad ottenere che il processo sia definita

nell’udienza preliminare, e nel consenso del p.m.. Ai fini della decisione sulla introduzione

del rito, il giudice deve solo valutare se la richiesta e il consenso siano stati validamente

espressi e se egli sia in grado di definire il processo allo stato degli atti. Diversamente da

quanto disposto per l’applicazione di pena su richiesta (artt. 446/6, e 448/1), non è previsto

che il p.m. debba motivare il dissenso, né che il giudice possa sottoporlo a sindacato. Trat-

tandosi di una valutazione allo stato, l’art. 440 opportunamente prevede che, in caso di

rigetto, la richiesta possa essere riproposta sino a che non siano formulate le conclusioni

dell’udienza preliminare: una volta acquisiti più completi elementi di valutazione, il giudice

può infatti rivedere la sua decisione. Come si è detto, una volta introdottosi il rito

abbreviato, il procedimento si riduce alla discussione finale e alla deliberazione (artt. 441 e

442). Essendo applicabili le forme dell’udienza preliminare (art. 441), si tratta di un giudizio

che si svolge senza la presenza del pubblico. Non possono essere assunte nuove prove, ma

restano utilizzabili quelle acquisite nell’udienza preliminare a norma dell’art. 422 quando il

rito abbreviato sia stato introdotto dopo tale momento. Oltre che sugli atti acquisiti

all’udienza preliminare, il giudice può qui fondare eccezionalmente il suo convincimento su

tutte le risultanze dell’attività di indagine del p.m.. La sentenza da lui emessa ha il valore di

una sentenza dibattimentale di primo grado (l’art. 442 rinvia per l’appunto agli artt. 529 ss.).

Nel caso di condanna, la pena in concreto determinata (dopo cioè l’eventuale valutazione di

circostanze) è diminuita di un terzo. Alla pena dell’ergastolo è sostituita la pena di trenta

anni di reclusione. Allo scopo di facilitare in tutte le situazioni il ricorso al giudizio abbrevi-

ato, e anche per evitare ingiuste discriminazioni, sono stati previsti meccanismi di trasfor-

mazione del rito in quello abbreviato in tutti i casi in cui l’esercizio dell’azione penale sia

avvenuto con modalità diverse dalla richiesta di rinvio a giudizio (v. artt. 452, 458, 461,

556, 557, 566).

L’applicazione della pena su richiesta delle parti

Tale rito speciale consiste in un accordo tra l’imputato e la pubblica accusa, che può avere

ad oggetto sia il tipo di reato per il quale si procede, sia il tipo sia la misura della pena. E’

stipulato al fine di evitare il dibattimento e quindi l’intero svolgimento del processo. Presup-

posto principale è la confessione o la assunzione di responsabilità da parte dell’imputato del

reato patteggiato con la pubblica accusa (plea of guilty, ammissione di colpevolezza). Con

l’introduzione del processo penale di natura accusatoria, è stato previsto nell’ordinamento

italiano l’istituto della applicazione della pena su richiesta delle parti (art. 444 c.p.p.). L’am-

bito di applicazione è limitato ai reati per i quali è prevista una sanzione sostitutiva, o una

pena pecuniaria, ovvero una pena detentiva che, tenuto conto delle circostanze e diminuita

fino ad un terzo, non superi i due anni. Nel nostro ordinamento, di civil law, l’esercizio

dell’azione penale è obbligatorio. La pubblica accusa non potrà rinunciare a perseguire un

dato reato grave, per uno meno grave. La proposta può essere congiunta o provenire da una

delle parti e accettata dall’altra. Il p.m. può dissentire, ma deve motivare tale dissenso. Le

parti chiedono una decisione sul merito indicandone al giudice i termini: configurazione

giuridica del fatto, tipo ed entità della pena. Il giudicante valuta l’insussistenza degli estremi

del proscioglimento, l’esattezza della configurazione giuridica operata dalle parti, e la con-

gruità della pena (art. 444/2; Corte Cost. 2 luglio 1990, n. 313). Se vi è costituzione di parte

civile, il giudice non decide sulla relativa domanda: la sentenza che applica la pena richiesta

non ha alcun effetto nel successivo giudizio civile (art. 445 c.p.p.). La sentenza che appli-

ca la pena concordata non è appellabile, ma solo ricorribile per Cassazione.

Il giudizio direttissimo

E’ il tipo di procedimento in cui è più marcato il carattere di accusatorietà , attesa la contigui-

tà temporale tra notitia criminis e giudizio e considerata l’assenza del filtro giurisdizionale

rappresentato dall’udienza preliminare. Tenuto conto di tale suo connotato, e delle buone

prove da esso fornite nella precedente esperienza giudiziale, il giudizio direttissimo è stato

recuperato dalla legge-delega del 1987 (direttiva 43) dopo la soppressione che ne era stata

fatta dalla delega del 1974. Accanto al tradizionale modulo arresto in flagranza-convalida-

giudizio la delega ha esteso al procedimento davanti al tribunale e alla Corte di assise quello

introdotto nel procedimento pretorile della l. 27 luglio 1984, n. 397 (che ha novellato l’art.

505 c.p.p.): arresto in flagranza-convalida contestuale al giudizio. Si è inoltre previsto che, a

prescindere dai casi di arresto e dallo status detentionis, il p.m. possa condurre direttamente

a giudizio l’imputato che nel corso dell’interrogatorio abbia reso confessione. Alla base di

tutti questi moduli procedimentali vi è comunque una situazione di evidenza probatoria che,

da un lato, non rende necessaria particolari indagini, dall’altro giustifica il mancato controllo

giurisdizionale sulla devoluzione della re giudicanda alla sede dibattimentale.

Il giudizio immediato

Previsto dalla direttiva 44 legge-delega, il giudizio immediato denuncia, sin dalla sua de-

nominazione, l’appartenenza ai riti acceleratori del dibattimento. L’immediatezza che lo

caratterizza è rappresentata dalla mancanza di un filtro sulla fondatezza dell’azione penale. A

differenza del giudizio direttissimo, qui l’introduzione della fase dibattimentale deve passare

attraverso il vaglio del G.i.p. il quale peraltro non solo è chiamato a pronunciarsi in assenza

di contraddittorio, ma si limita a verificare l’esistenza di alcuni presupposti di ammissibilità

del rito. Quando la prova appare evidente il p.m., previa interrogatoria dell’imputato, può

chiedere al G.i.p., entro novanta giorni dalla iscrizione della notizia di reato nel registro pre-

visto dall’art. 335 c.p.p., l’instaurazione del giudizio a carico dell’imputato (artt. 453 e 454).

Quale secondo presupposto del rito, l’art. 453 prevede il previo interrogatorio

dell’imputato. La ratio della norma è chiara: se l’evidenza della prova può giustificare il sac-

rificio del contraddittorio giurisdizionalmente garantito, il passaggio della re giudicanda al

dibattimento non può venire se l’imputato non è stato in grado di esprimere le proprie

difese: queste saranno prese in esame dal giudice, il quale, anche sulla base di essi, dovrà

decidere se la prova è veramente evidente. Poiché la legge si riferisce all’interrogatorio, sen-

za ulteriori specificazioni, non importa che questo sia stato condotto dal p.m. (artt. 364/1,

374/2, 388) ovvero dal giudice. Il terzo presupposto del rito è di ordine temporale: la richi-

esta di p.m. è ammissibile solo se presentata non oltre novanta giorni dalla notizia di reato.

Vi è qui una sorta di presunzione legale di non evidenza della prova nei casi in cui le indagi-

ni non si concludano in tempi ragionevolmente contenuti.

Il procedimento per decreto

Il procedimento che sfocia nel decreto penale si prefigge di evitare sia l’udienza preliminare,

sia il dibattimento. La fase che porta all’emissione del decreto ha natura puramente cartolare

e non contempla alcun contraddittorio, nemmeno scritto, tra P.M. richiedente il decreto e

imputato: è lo stesso decreto a fungere da atto di contestazione formale del fatto e da affer-

mazione di colpevolezza con contestuale irrogazione della pena. Presupposti del rito in

esame sono la perseguibilità d’ufficio del reato ascritto e la esclusiva pecuniarità della

pena in concreto inflitta, anche se la pena pecuniaria può avere natura sostitutiva di pena

detentiva. La richiesta di decreto deve intervenire entro sei mesi dalla data in cui l’interes-

sato ha acquistato la qualità di indagato. Quanto alla convenienza del decreto penale per

l’imputato, il legislatore ha previsto la possibilità di irrogare una pena pecuniaria ridotta

sino alla metà del minimo edittale. Le esigenze di semplificazione processuale permangono

anche nel caso in cui il condannato faccia opposizione al decreto giacché in tal caso egli non

potrà avvalersi dell’usuale sequela – udienza preliminare e dibattimento – ma dovrà

scegliere un altro dei residui riti alternativi: giudizio immediato, giudizio abbreviato o pat-

teggiamento.

I L GIUDIZIO

Gli atti preliminari al dibattimento

Il presidente del tribunale o della corte di assise, ricevuto il decreto che dispone il giudizio,

può, con decreto, per giustificati motivi, anticipare l'udienza o differirla non più di una volta.

Il provvedimento è comunicato al pubblico ministero e notificato alle parti private, alla per-

sona offesa e ai difensori; nel caso di anticipazione, fermi restando i termini previsti dall'ar-

ticolo 429 commi 3 e 4, il provvedimento è comunicato e notificato almeno sette giorni pri-

ma della nuova udienza.

Durante il termine per comparire, le parti e i loro difensori hanno facoltà di prendere

visione, nel luogo dove si trovano, delle cose sequestrate, di esaminare in cancelleria gli atti

e i documenti raccolti nel fascicolo per il dibattimento e di estrarne copia.

Nei casi previsti per l’incidente probatorio (art. 392), il presidente del tribunale o della corte

di assise dispone, a richiesta di parte, l'assunzione delle prove non rinviabili, osservando le

forme previste per il dibattimento. Del giorno, dell'ora e del luogo stabiliti per il compimen-

to dell'atto è dato avviso almeno ventiquattro ore prima al pubblico ministero, alla persona

offesa e ai difensori. I verbali degli atti compiuti sono inseriti nel fascicolo per il dibattimen-

to.

Le parti che intendono chiedere l'esame di testimoni, periti o consulenti tecnici devono, a

pena di inammissibilità, depositare in cancelleria, almeno sette giorni prima della data fissata

per il dibattimento, la lista con l'indicazione delle circostanze su cui deve vertere l'esame. Il

presidente del tribunale o della corte di assise, quando ne sia fatta richiesta, autorizza con

decreto la citazione dei testimoni, periti e consulenti tecnici indicati nelle liste, escludendo le

testimonianze vietate dalla legge e quelle manifestamente sovrabbondanti. I testimoni e i

consulenti tecnici indicati nelle liste possono anche essere presentati direttamente al dibatti-

mento. In relazione alle circostanze indicate nelle liste, ciascuna parte può chiedere la

citazione a prova contraria di testimoni, periti e consulenti tecnici non compresi nella propria

lista, ovvero presentarli al dibattimento. La parte che intende chiedere l'acquisizione di ver-

bali di prove di altro procedimento penale deve farne espressa richiesta unitamente al depos-

ito delle liste. Se si tratta di verbali di dichiarazioni di persone delle quali la stessa o altra

parte chiede la citazione, questa è autorizzata dal presidente solo dopo che in dibattimento il

giudice ha ammesso l'esame a norma dell'articolo 495. Il presidente in ogni caso dispone di

ufficio la citazione del perito nominato nell'incidente probatorio a norma dell'articolo 392/2.

Se l'azione penale non doveva essere iniziata o non deve essere proseguita ovvero se il reato

è estinto e se per accertarlo non è necessario procedere al dibattimento, il giudice, in camera

di consiglio, sentiti il pubblico ministero e l'imputato e se questi non si oppongono, pronun-

cia sentenza inappellabile di non doversi procedere enunciandone la causa nel dispositivo.

Il dibattimento

La disciplina dell'udienza e la direzione del dibattimento sono esercitate dal presidente che

decide senza formalità; in sua assenza la disciplina dell'udienza è esercitata dal pubblico

ministero. Per l'esercizio delle funzioni indicate in questo capo, il presidente o il pubblico

ministero si avvale, ove occorra, anche della forza pubblica, che dà immediata esecuzione ai

relativi provvedimenti.

La pubblicità

L'udienza è pubblica a pena di nullità. Non sono ammessi nell'aula di udienza coloro che

non hanno compiuto gli anni diciotto, le persone che sono sottoposte a misure di preven-

zione e quelle che appaiono in stato di ubriachezza, di intossicazione o di squilibrio mentale.

Se alcuna di queste persone deve intervenire all'udienza come testimone, è fatta allontanare

non appena la sua presenza non è più necessaria. Non è consentita la presenza in udienza di

persone armate, fatta eccezione per gli appartenenti alla forza pubblica, né di persone che

portino oggetti atti a molestare. Le persone che turbano il regolare svolgimento dell'udienza

sono espulse per ordine del presidente o, in sua assenza, del pubblico ministero, con divieto

di assistere alle ulteriori attività processuali. Per ragioni di ordine, il presidente può

disporre, in casi eccezionali, che l'ammissione nell'aula di udienza sia limitata a un determi-

nato numero di persone.

Il giudice dispone che il dibattimento o alcuni atti di esso si svolgano a porte chiuse quando

la pubblicità può nuocere al buon costume ovvero, se vi è richiesta dell'autorità competente,

quando la pubblicità può comportare la diffusione di notizie da mantenere segrete nell'inter-

esse dello Stato. Su richiesta dell'interessato, il giudice dispone che si proceda a porte

chiuse all'assunzione di prove che possono causare pregiudizio alla riservatezza dei testi-

moni ovvero delle parti private in ordine a fatti che non costituiscono oggetto dell'im-

putazione. Quando l'interessato è assente o estraneo al processo, il giudice provvede di uffi-

cio. Il giudice dispone altresì che il dibattimento o alcuni atti di esso si svolgano a porte

chiuse quando la pubblicità può nuocere alla pubblica igiene, quando avvengono da parte

del pubblico manifestazioni che turbano il regolare svolgimento delle udienze ovvero quan-

do è necessario salvaguardare la sicurezza di testimoni o di imputati. Il dibattimento relativo

ai delitti di violenza sessuale si svolge a porte aperte; tuttavia, la persona offesa può

chiedere che si proceda a porte chiuse anche solo per una parte di esso. Si procede sempre a

porte chiuse quando la parte offesa è minorenne. In tali procedimenti non sono ammesse

domande sulla vita privata o sulla sessualità della persona offesa se non sono necessarie alla

ricostruzione del fatto. Il giudice può disporre che avvenga a porte chiuse l'esame dei mi-

norenni.

L’istruzione dibattimentale

L’art. 496 apre la disciplina relativa all’istruzione dibattimentale indicando l’ordine da

seguire nell’assunzione delle prove. In particolare l’istruzione dibattimentale inizia con l'as-

sunzione delle prove richieste dal pubblico ministero e prosegue con l'assunzione di quelle

richieste da altre parti. Le parti possono concordare un diverso ordine di assunzione delle

prove.

Terminata l'acquisizione delle prove, il giudice, se risulta assolutamente necessario, può dis-

porre anche di ufficio l'assunzione di nuovi mezzi di prove.

Le nuove contestazioni

Se nel corso dell'istruzione dibattimentale il fatto risulta diverso da come è descritto nel de-

creto che dispone il giudizio, e non appartiene alla competenza di un giudice superiore, il

pubblico ministero modifica l'imputazione e procede alla relativa contestazione. Se a seguito

della modifica il reato risulta attribuito alla cognizione del tribunale in composizione colle-

giale anziché monocratica, l'inosservanza delle disposizioni sulla composizione del giudice è

rilevata o eccepita, a pena di decadenza, immediatamente dopo la nuova contestazione

ovvero, nei casi indicati dagli articoli 519 comma 2 e 520 comma 2, prima del compimento

di ogni altro atto nella nuova udienza fissata a norma dei medesimi articoli.

Qualora nel corso dell'istruzione dibattimentale emerga un reato connesso a norma dell'arti-

colo 12 comma 1 lettera b) ovvero una circostanza aggravante e non ve ne sia menzione nel

decreto che dispone il giudizio, il pubblico ministero contesta all'imputato il reato o la cir-

costanza, purché la cognizione non appartenga alla competenza di un giudice superiore.

Fuori da questi casi (previsti dall'articolo 517), il pubblico ministero procede nelle forme

ordinarie se nel corso del dibattimento risulta a carico dell'imputato un fatto nuovo non

enunciato nel decreto che dispone il giudizio e per il quale si debba procedere di ufficio.

Tuttavia il presidente, qualora il pubblico ministero ne faccia richiesta, può autorizzare la

contestazione nella medesima udienza, se vi è consenso dell'imputato presente e non ne

deriva pregiudizio per la speditezza dei procedimenti.

Nella sentenza il giudice può dare al fatto una definizione giuridica diversa da quella enunci-

ata nell'imputazione, purché il reato non ecceda la sua competenza né risulti attribuito alla

cognizione del tribunale in composizione collegiale anziché monocratica. Il giudice dispone

con ordinanza la trasmissione degli atti al pubblico ministero se accerta che il fatto è diverso

da come descritto nel decreto che dispone il giudizio ovvero nella contestazione effettuata a

norma degli articoli 516, 517 e 518/2. Nello stesso modo il giudice procede se il pubblico

ministero ha effettuato una nuova contestazione fuori dei casi previsti dagli articoli 516, 517

e 518/2.

Se, in seguito ad una diversa definizione giuridica o alle contestazioni previste dagli articoli

516 comma 1-bis, 517 comma 1-bis e 518, il fatto risulta attribuito alla cognizione del tri-

bunale in composizione collegiale anziché monocratica, il giudice dispone con ordinanza la

trasmissione degli atti al pubblico ministero. L'inosservanza di tale disposizione deve essere

eccepita, a pena di decadenza, nei motivi di impugnazione.

La discussione finale

Esaurita l'assunzione delle prove, il pubblico ministero e successivamente i difensori della

parte civile, del responsabile civile, della persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria

e dell'imputato formulano e illustrano le rispettive conclusioni. La parte civile presenta con-

clusioni scritte, che devono comprendere, quando sia richiesto il risarcimento dei danni, an-

che la determinazione del loro ammontare. Il presidente dirige la discussione e impedisce

ogni divagazione, ripetizione e interruzione. Il pubblico ministero e i difensori delle parti

private possono replicare; la replica è ammessa una sola volta e deve essere contenuta nei

limiti strettamente necessari per la confutazione degli argomenti avversari. In ogni caso l'im-

putato e il difensore devono avere, a pena di nullità, la parola per ultimi se la domandano.

La discussione non può essere interrotta per l'assunzione di nuove prove, se non in caso di

assoluta necessità. Se questa si verifica, il giudice provvede a norma dell'articolo 507.

Esaurita la discussione, il presidente dichiara chiuso il dibattimento.

La sentenza

La sentenza è deliberata subito dopo la chiusura del dibattimento (art. 525). Alla deliber-

azione concorrono, a pena di nullità assoluta, gli stessi giudici che hanno partecipato al di-

battimento. Se alla deliberazione devono concorrere i giudici supplenti in sostituzione dei

titolari impediti, i provvedimenti già emessi conservano efficacia se non sono espressa-

mente revocati. Salvo quanto previsto dall'articolo 528, la deliberazione non può essere

sospesa se non in caso di assoluta impossibilità. La sospensione è disposta dal presidente

con ordinanza.

Il collegio, sotto la direzione del presidente, decide separatamente le questioni preliminari

non ancora risolte e ogni altra questione relativa al processo. Qualora l'esame del merito non

risulti precluso dall'esito della votazione, sono poste in decisione le questioni di fatto e di

diritto concernenti l'imputazione e, se occorre, quelle relative all'applicazione delle pene e


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Procedura penale del prof. Enrico Marzaduri, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Diritto processuale penale di D. SIRACUSANO, A. GALATI, G. TRANCHINA, E. ZAPPALÁ, . Argomenti: la riforma del codice Rocco; I soggetti guridici; il giudice; L’incompatibilità; L’astensione; la ricusazione; l’incompetenza; I provvedimenti del giudice; IL PUBBLICO MINISTERO; l’avocazione; La direzione distrettuale antimafia e la direzione nazionale antimafia.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (PISA, LIVORNO)
SSD:
Università: Pisa - Unipi
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Procedura penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pisa - Unipi o del prof Marzaduri Enrico.

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