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Novità anche sul fronte del rito abbreviato, ulteriormente affinato dal d.l.

82/00 e della legge di conversione 144/00 e sempre più "classica" alternativa

(necessariamente monocratica) al giudizio dibattimentale, ma con opinabili

tratti marcatamente inquisitori.

In primis, il venir meno del consenso del pubblico ministero la cui necessità

non è più contemplata dall'art. 438. L'imputato può, addirittura, subordinare la

propria richiesta all'integrazione probatoria di cui all'art. 422 bis, ammessa

dal giudice con attenzione alla necessità della stessa ed anche ad una generale

- quanto imprecisata - compatibilità "con le finalità di economia processuale

proprie del procedimento". E', comunque, prevista la reiterabilità della

richiesta sino al termine ultimo ordinario.

L'integrazione probatoria, anche d'ufficio e regolata dall'art. 422, può,

peraltro, essere recuperata tramite il dettato dell'art. 441, comma 5, nei casi

in cui il giudice, pur dopo aver concesso il rito, si trovi a non poter decidere

allo stato degli atti.

Tutto ciò, come osservato da molti in primis nell'àmbito della mailing list di

www.penale.it, rende, in sostanza, obbligatoria la concessione del rito. Non ha,

infatti, più alcun senso parlare di "definibilità allo stato degli atti" in

presenza di così vasti poteri integrativi (sollecitati o meno) del sostrato

probatorio. E vi è pure una riprova positiva di quanto appena sostenuto:

l'abrogazione dell'art. 440 con il suo riferimento, appunto, alla possibilità di

definire il processo allo stato degli atti.

Il rito abbreviato, prima della riforma da celebrarsi soltanto in camera di

consiglio, può ora svolgersi in udienza pubblica se così richiesto da tutti gli

imputati (art. 441, comma 3).

Sempre riguardo lo svolgimento del rito, va ricordata un'importante innovazione

introdotta dalla legge 144/00 che disciplina il regime delle nuove

contestazioni.

Con l'introduzione ex novo del corposo art. 441 bis c.p.p., si corregge non poco

il c.d. "abbreviato condizionato" di cui all'art. 438, comma 5, c.p.p. Nel caso

in cui il giudice ritenga accoglibili le "condizioni" poste dall'imputato (ed

anche qualora lo stesso giudicante ritenga di disporre l'integrazione prevista

dall'art. 441, comma 5, c.p.p.), ma, a seguito di ciò, il pubblico ministero

proceda alle nuove contestazioni ex art. 423, comma 1, c.p.p., l'imputato potrà

sempre "ripensare" alle proprie scelte riguardo il rito chiedendo che il

procedimento prosegua nelle forme ordinarie (comma 1). La volontà dell'imputato

è espressa nelle forme (procura speciale) previste dall'art. 438, comma 3,

c.p.p. (comma 2).

Ai fini della richiesta di ritorno al rito ordinario o per l'integrazione delle

difesa, il giudice, su istanza dell'imputato o del difensore, può concedere un

termine non superiore ai giorni dieci sospendendo il giudizio (comma 3).

Alla richiesta di prosecuzione nelle forme ordinarie consegue la revoca

l'ordinanza di giudizio abbreviato, la fissazione dell'udienza preliminare,

eventualmente in prosecuzione, l'impossibilità di riproporre la richiesta di

giudizio abbreviato (comma 4). Il che sembrerebbe lasciare spazio, sempre che

possa dirsi tempestiva, all'eventuale richiesta di patteggiamento.

L'art. 441 bis c.p.p. ha, dunque, la funzione di consentire all'imputato di

tornare alla situazione precedente alla richiesta di giudizio abbreviato, per

evitargli il pregiudizio conseguente le nuove ed inattese contestazioni. Il

ritorno alla fase precedente patisce, però, un limite. Secondo il quarto comma,

gli elementi raccolti ai sensi degli artt. 438, comma 5, e 441 comma 5, sono

parificati a quelli compiuti ex art. 422 c.p.p., in sostanza come se tale

attività fosse stata compiuta durante una normale udienza preliminare.

Sempre, infine, alle nuove contestazioni, il comma 5 dell'art. 441 bis c.p.p.

stabilisce che, qualora l'imputato, malgrado le nuove contestazioni, ritenga di

mantenere la scelta dell'abbreviato, lo stesso abbia diritto a richiedere nuove

prove anche oltre i limiti previsti dall'art. 438, comma 5, c.p.p.

Specularmente, il p.m. potrà chiedere l'ammissione della prova contaria.

Significativa è la reintroduzione dell'applicabilità del rito abbreviato in

procedimenti riguardanti reati punibili con l'ergastolo (art. 442, comma 2): in

tal caso la riduzione per il rito comporta la sostituzione di detta pena con

quella della reclusione di trent'anni. Si ricorda che tale previsione era già

esistente nella formulazione originaria del codice. La Corte Costituzionale, con

sentenza 23 aprile 1991, n. 176, l'aveva dichiarata costituzionalmente

illegittima per eccesso di delega (v. infra per le norme transitorie).

Aperture verso l'imputato anche in tema di appellabilità: viene abrogato il

comma 2 dell'art. 443 che prevedeva il limite con riferimento alle condanne alla

sola pena pecuniaria e a pene comunque da non eseguirsi (limite, peraltro già

espunto con la dichiarazione di illegittimità della Consulta resa con la

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sentenza 23 luglio 1991, n. 30).

Con la riscrittura del primo comma, cade - ma anche con riferimento all'appello

del pubblico ministero - il limite riguardo le sentenze con le quali sono state

applicate sanzioni sostitutive.

Assai rilevanti sono le norme transitorie espresse dall'art. 4 ter del d.l.

82/00 (come modificato in sede di conversione). Tra le altre, di massima

evidenza è quella che consente, alla prima udienza utile successiva all'entrata

in vigore della legge di conversione, di celebrare i procedimenti per reati

puniti con l'ergastolo nelle forme del rito abbreviato (godendo, dunque, della

relativa diminuente). La reintrodotta (dalla legge 479/99) compatibilità

abbreviato-ergastolo spiega, dunque, i suoi effetti retroattivamente, ma non

oltre il giudizio di appello, qualora vi sia rinnovazione dell'istruzione ex

art. 603 c.p.p., od anche in particolari casi di giudizio di rinvio (cfr. il

comma 3 dell'art. 4 ter d.l. 82/00 modificato).

Più contenuta la retroattività delle nuove norme in tema di abbreviato

relativamente a procedimenti per gli altri reati. L'effetto è limitato alle

situazioni nelle quali non sia ancora iniziata l'istruzione dibattimentale alla

data di entrata in vigore della legge di conversione (art. 4 ter, comma 1, d.l.

82/00 modificato).

In entrambi i casi, costituiscono materiale probatorio utilizzabile sia il

fascicolo dibattimentale ex art. 416, comma 2, c.p.p. che le eventuali prove

assunte in precedenza (art. 4 ter, commi 5 e 6, d.l. 82/00 modificato).

PATTEGGIAMENTO

Nell'art. 444, comma 2, è stato aggiunto l'espresso riferimento alla congruità

della pena, parametro, peraltro, già fissato dalla giurisprudenza.

Ma la vera "rivoluzione", contenuta nell'art. 446, comma 1, è costituita dal

termine ultimo per la relativa richiesta: non più fino alla dichiarazione di

apertura del dibattimento di primo grado, ma sino alle conclusioni dell'udienza

preliminare, come per il rito abbreviato.

Per la trasformazione dal giudizio direttissimo vale il vecchio termine; per il

giudizio immediato si applicano tempi e forme di cui all'art. 458, comma 1; per

il rito monocratico si rinvia alla specifica sezione.

All'art. 448 viene, inoltre, prevista la possibilità di rinnovare, prima

dell'apertura del dibattimento, la richiesta di applicazione della pena qualora,

in precedenza, il giudice non abbia pronunciato sentenza conforme o il pubblico

ministero non abbia prestato il consenso. La richiesta non può essere rinnovata

oltre questo termine, ma il giudice può applicare la pena anche dopo la chiusura

del dibattimento di primo grado o nel giudizio d'impugnazione.

Per il resto si segnala l'adeguamento del testo del comma 2 dell'art. 444, ora

conforme, in tema di compensazione delle spese, alla sentenza della Corte

Costituzionale 12 ottobre 1990, n. 443 (anche se la Consulta aveva utilizzato la

locuzione "gravi motivi" e non "giusti motivi").

Altra menzione merita il novellato art. 135 disp. att.: in caso di richiesta di

patteggiamento, il giudice (naturalmente quello del dibattimento), a differenza

del passato dove vi era soltanto una facoltà, ordina senz'altro l'esibizione

degli atti contenuti nel fascicolo del pubblico ministero.

GIUDIZIO DIRETTISSIMO

Una sola disposizione modificata dalla legge "Carotti": il comma 2 dell'art. 452

in tema di trasformazione del rito da direttissimo ad abbreviato. Scompare,

ovviamente, il riferimento al consenso del pubblico ministero, mentre non sono

più genericamente richiamate le norme dell'udienza preliminare. Il riferimento è

circoscritto agli artt. 438, commi 3 e 5 (il che, peraltro, comporta la

subordinazione all'integrazione probatoria a prescindere dai temi nuovi e

incompleti soltanto indicati dal giudice), 441, 442 e 443. In particolare, il

richiamo a tutto l'art. 441 consente, pure in questa trasformazione, il pieno

recupero dei poteri di integrazione istruttoria propri del giudice (cfr. art.

422).

Il legislatore del 2000 ha, successivamente ed opportunamente, inserito

nell'art. 452, comma 2, c.p.p. l'eventualità della revoca dell'abbreviato

conseguente le nuove contestazioni, con un richiamo all'art. 441 bis c.p.p.

GIUDIZIO IMMEDIATO

Anche in questo caso (art. 458, comma 2), si noti l'espresso rinvio agli artt.

438, commi 3 e 5, 441, 442 e 443, nonché quello all'art. 441 bis, comma 4,

c.p.p. e alla revoca dell'ordinanza di abbreviato conseguente le contestazioni

suppletive (cfr. art. 458, comma 2, ultima parte c.p.p.).

PROCEDIMENTO PER DECRETO

L'irrogabilità del decreto penale di condanna viene estesa anche ai reati

perseguibili a querela sempre che la stessa sia stata validamente presentata e

che non vi sia opposizione del querelante proprio nell'atto di querela (art.

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459, comma 2), ma scompare il riferimento all'applicabilità di pene accessorie

(infatti, espressamente escluse dal nuovo comma 5 dell'art. 460). Il ruolo

dell'eventuale querelante emerge anche dal comma 4 dell'art. 459 che impone la

comunicazione della condanna allo stesso.

Nel quadro di una potenziata premialità del rito (palesemente riscritto sulla

falsariga del patteggiamento), il novellato articolo 460 prevede:

- il decreto non comporta più la condanna al pagamento delle spese di giustizia

e, come già evidenziato, a pene accessorie;

- il decreto, anche se divenuto esecutivo, non ha più effetto di giudicato nei

giudizi civili o amministrativi;

- è previsto l'effetto estintivo per decorrenza di cinque anni (delitti) o due

anni (contravvenzioni) e l'applicabilità della sola confisca obbligatoria.

In punto opposizione, superando le incertezze giurisprudenziali (peraltro

conclusesi in senso favorevole al condannato), oggi il silenzio serbato circa il

rito prescelto comporta senz'altro il dibattimento (rectius: il giudizio

immediato) senza alcuna possibilità, in quella sede, di ripensamenti volti al

patteggiamento o all'oblazione (art. 464). L'opposizione (e, come si vedrà,

anche per le altre impugnazioni) può essere presentata anche nella cancelleria

del giudice di pace (art. 461, comma 1).

Anche per la trasformazione dal procedimento per decreto a quello abbreviato, la

legge 144/00 ha inserito i necessari aggiustamenti riguardanti le ipotesi di

contestazioni suppletive regolate dall'art. 441 bis c.p.p. (v. art. 464, comma

1, c.p.p.).

In ogni caso, la condanna inflitta mediante decreto penale gode del beneficio

della non menzione sul certificato penale spedito a richiesta dei privati. La

legge 479/00 aveva già espressamente introdotto tale previsione al comma 2

dell'art. 460 c.p.p. Il legislatore del 2000 ha ritenuto di doverlo cancellare

anche in considerazione della disciplina generale relativa al casellario (art.

689 c.p.p.; cfr. infra).

OBLAZIONE

Cambiamenti al codice penale e alle norme di attuazione anche in tema di

oblazione. La legge 479/99 aveva previsto una caso particolare di rimessione in

termini, qualora, nel corso del dibattimento, l'originaria imputazione fosse

stata modificata in altra compatibile con l'oblazione (ultimo comma dell'art.

162 bis così come introdotto dalla "Carotti"). Va evidenziato che, prima della

riforma del 1999, la giurisprudenza ammetteva l'oblazione a seguito di modifica

dell'imputazione soltanto se la relativa richiesta era preventivamente

presentata negli ordinari termini predibattimentali e successivamente reiterata.

Successivamente, la legge di conversione ha cancellato il predetto comma 7

dell'art. 162 bis c.p., evidentemente prediligendo la disciplina generale di cui

all'art. 141, comma 4 bis, disp. att. c.p.p. (parimenti introdotto dalla legge

479/99) e rendendo finalmente univoca l'applicabilità di detta rimessione anche

all'oblazione ex art. 161 c.p.

Risulta modificato anche l'art. 141 disp. att.: l'ultima parte del comma 4 rende

ora inapplicabile il comma 3 dell'art. 75; il già citato comma 4 bis fissa,

infine, il termine (pari a dieci giorni) del pagamento per il caso di

ammissibilità al rito ai sensi dell'ultimo comma dell'art. 162 bis.

GIUDIZIO-DIBATTIMENTO (LIBRO VII)

Viene, anzitutto, risistemato l'art. 468 con particolare attenzione alla

citazione dei testimoni ex art. 210 e prevedendo una più agile e preventiva

distribuzione delle citazioni tra le varie udienze dibattimentali (cosa,

peraltro, anticipata dalla prassi).

A conferma della centralità dell'udienza preliminare (e, specularmente, della

residualità del dibattimento), alcune norme riguardanti quest'ultima (artt. 420

bis, 420 ter, 420 quater e 420 quinquies) sono, addirittura, richiamate dal

nuovo art. 484, comma 2 bis in tema di costituzione delle parti. Ne consegue

l'abrogazione delle norme del dibattimento regolanti questi aspetti (art. 485,

486, 487 e 488), la cui trattazione, come visto, è sostanzialmente anticipata

all'udienza preliminare.

Secondo il nuovo testo dell'art. 493, scompare l'esposizione introduttiva del

pubblico ministero che, al pari delle altre parti, dovrà limitarsi alla semplice

indicazione dei fatti che intende provare chiedendo l'ammissione delle prove.

Come già al termine dell'udienza preliminare (art. 431, comma 2) le parti

possono accordarsi su alcuni inserimenti di atti nel fascicolo del dibattimento.

Riassetto dei poteri del presidente o del giudice monocratico:

- espressamente, può ora impedire letture o esposizione di atti delle indagini

preliminari (art. 493, comma 4);

- per altro verso (art. 506, comma 2), gli sono ora impedite domande da

rivolgere ai soggetti esaminati prima che si siano conclusi esame e controesame;

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- può disporre, anche d'ufficio a norma del comma 1 dell'art. 507, l'assunzione

di mezzi di prova relativi agli atti il cui inserimento nel fascicolo

dibattimentale è stato concordato tra le parti (art. 507, comma 1 bis);

- può disporre la lettura di dichiarazioni rese non soltanto dal cittadino

straniero residente all'estero, ma anche dal cittadino italiano che non abbia

residenza nel nostro Paese, sempre che sia assolutamente impossibile l'esame

dibattimentale (art. 512 bis).

Le eccezioni riguardanti la necessità di udienza preliminare (ove non si sia

svolta) a seguito di modifiche, nel corso del dibattimento, dell'imputazione e,

nel medesimo àmbito, della contestazione di reati concorrenti e di circostanze

aggravanti patiscono gli stessi limiti di quelle riguardanti la competenza di

giudici superiori (artt. 516, comma 1 ter, e 517, comma 1 bis; ma v. anche artt.

521, comma 1, e 521 bis, comma 1). Da segnalare, ad opera della l. 144/00, la

discutibile possibilità, per il giudice, di dare al fatto una qualificazione

giuridica diversa da quella contenuta nell'imputazione anche nel caso in cui il

reato "risulti tra quelli per i quali è prevista l'udienza preliminare e questa

non si sia tenuta" (art. 521, comma 1, c.p.p. come ridisegnato con la parte

espunta dal testo).

RITO MONOCRATICO LIBRO VIII (GIA' RITO PRETORILE)

Un altro rito letteralmente rivoluzionato dalla riforma è quello precedentemente

definito "pretorile", ora, invece, comunemente chiamato "rito monocratico".

Il libro VIII del codice è stato integralmente riscritto sin dalla rubrica

("Procedimento davanti al tribunale in composizione monocratica") e comprende

attualmente appena undici articoli (549-559) contro i diciannove del passato.

Pur non risultando chiaro nel testo della riforma (soprattutto a causa della

sovrapposizione delle più ampie riforme portate dalla legge Carotti), la

precedente equazione libro VIII=assenza di udienza preliminare non è più valida

(almeno nell'assetto dato dalla de qua). Altrimenti detto, il rito monocratico

può prevedere la fase dell'udienza preliminare.

Pur nella succitata ambiguità del testo legislativo, tale conclusione è

inevitabilmente da trarre mediante la comparazione degli artt. 33 bis e 33 ter

da un lato (che ripartiscono le attribuzioni tra tribunale collegiale e

tribunale monocratico) e dell'art. 550 dall'altro (la disposizione disciplina i

casi di citazione diretta a giudizio).

Se, infatti, la citazione diretta (di cui si dirà in seguito), vale a dire la

citazione che "salta" l'udienza preliminare è imposta per i reati puniti con la

reclusione non superiore, nel massimo, a quattro anni e le attribuzioni del

tribunale in composizione monocratica si estendono, in termini generali, sino a

reati sanzionalibili con la reclusione non superiore, sempre nel massimo, a

dieci anni (cfr. la residualità prevista dagli arrt. 33 bis, comma 2, e 33 ter)

la forbice è evidente.

A conferma di quanto appena detto, si noti che il legislatore, pur nelle

"pieghe" della legge, parla di udienza preliminare anche nel rito monocratico.

In proposito, si vedano gli artt. 550, comma 3, 551 (pur indirettamente) e 556,

comma 2, mentre, nel libro VII, sono previste eccezioni riguardanti l'eventuale

mancata celebrazione dell'udienza preliminare (artt. 516, comma 1 ter, e 517,

comma 1 bis; ma v. anche artt. 521, comma 1, e 521 bis, comma 1).

Come accennato, tale innovazione discende, in realtà, dal progetto di legge

"Carotti" divenuto proprio l. 479/99. Infatti, mentre il d.lgs. 51/98 - in

ossequio alla delega - aveva sostanzialmente sostituito la figura del tribunale

monocratico a quella del pretore con ben poche modifiche sostanziali, la 479/99

ha introdotto la distinzione de qua nell'àmbito del rito monocratico.

Queste, comunque, le principali novità del libro VIII (rispetto al previgente

rito pretorile):

- il decreto di "citazione diretta a giudizio", vale a dire quello che salta

l'udienza preliminare, è sempre emesso dal pubblico ministero (cfr. art. 550);

ma, per alcuni reati precedentemente di competenza del pretore, è ora previsto

il rito monocratico con udienza preliminare (artt. 379, 572 - anche nell'ipotesi

base - , 589, 614, comma 4, 640, comma 2);

- l'eccezione circa la necessità dell'udienza preliminare può essere sollevata

entro il termine di cui all'art. 491, comma 1. In caso di accoglimento, il

giudice trasmette gli atti al pubblico ministero (cfr. art. 550, comma 2),

mentre la connessione con procedimenti che prevedono l'udienza preliminare

impone al pubblico ministero di presentare, per tutti, l'ordinaria richiesta di

rinvio a giudizio ai sensi dell'art. 416 art. 551);

- scompaiono la previsione (riportata nel previgente art. 553) di termini di

durata delle indagini preliminari diversi per il rito pretorile e le speciali

determinazioni del pubblico ministero alla chiusura delle indagini stesse (già

art. 554); Pagina 9


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Procedura penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Spangher Giorgio.

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