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L’art. 389 prevede l’immediata liberazione del soggetto se risulta evidente che l'arresto o il

fermo è stato eseguito per errore di persona o fuori dei casi previsti dalla legge o se la

misura dell'arresto o del fermo è divenuta inefficace a norma degli articoli 386 comma 7 e

390 comma 3. La liberazione è altresì disposta prima dell'intervento del pubblico ministero

dallo stesso ufficiale di polizia giudiziaria, che ne informa subito il pubblico ministero del

luogo dove l'arresto o il fermo è stato eseguito.

Dopo aver effettuato tutte le formalità sopra indicate, si apre una seconda fase del procedi-

mento di convalida che ha la funzione di mettere in grado la pubblica accusa si di formulare

la richiesta di convalida, sia di chiedere nella successiva udienza una delle misure cautelari

personali. A tal fine il pubblico ministero può procedere all’interrogatorio dell’arrestato o

del fermato dando aprevio avviso al difensore, che ha la facoltà di essere presente all’atto

(art. 388, comma 1). All’inizio dell’interrogatorio l’inquirente, dopo aver dato avviso della

facoltà di non rispondere, informa l’arrestato del fatto per cui si procede e delle ragioni che

hanno determinato il provvedimento comunicandogli inoltre gli elementi a sua carico e, se

non può derivarne pregiudizio per le indagini, le fonti (art. 388, comma 2 che rinvia all’art.

64). Il p.m. può liberare l’arrestato o il fermato se risulta evidente che l’arresto o il fermo è

stato eseguito per errore di persona o fuori dai casi consentiti dalla legge ovvero se la

misura è divenuta inefficace perché sono decorsi i termini per porre l’arrestato a dispo-

sizione del pubblico ministero o per chiedere la convalida al giudice (art. 389).

La convalida del fermo o dell’arresto

Entro 48 ore il p.m. deve richiedere al giudice per le indagini preliminari della stessa sede la

convalida; nelle successive 48 ore il G.i.p. deve celebrare in Camera di consiglio l’udienza

di convalida e decidere, a pena di cessazione di efficacia del fermo o dell’arresto (art. 390

c.p.p.). L’eventuale ordinanza di convalida del G.i.p. ha riguardo unicamente al controllo

giurisdizionale sull’atto privativo di libertà operato dalla polizia giudiziaria e dal p.m., ma

non è sufficiente da sola a consentire l’ulteriore continuazione dello stato di fermo: infatti, il

G.i.p., se non emette anche una contestuale ordinanza per l’applicazione di una misura co-

ercitiva deve, comunque, ordinare la immediata liberazione del fermato o dell’arrestato; in

pratica, la restrizione della libertà prosegue solo se la contestuale richiesta di misura coerciti-

va è accolta dal G.i.p.. Avverso il provvedimento di convalida può essere proposto unica-

mente ricorso per Cassazione ex art. 391, commi 1 e 4; mentre contro l’eventuale misura

cautelare adottata può essere esperito l’ordinario mezzo di impugnazione del riesame previs-

to ex art. 309 c.p.p..

L’incidente probatorio

Al fine di scongiurare il pericolo che nel corso delle indagini preliminari vadano disperse

prove non rinviabili al dibattimento è possibile ricorrere all'incidente probatorio. Trattasi di

una udienza simile a quella dibattimentale, ma che si svolge in camera di consiglio e nella

quale, davanti al giudice pere le indagini preliminari, si assumono le prove richieste dal pub-

blico ministero o dall’indagato. E ‘questo lo strumento processuale che consente di antici-

pare l'acquisizione probatoria ad un momento precedente alla fase dibattimentale, ma con le

stesse garanzie previste per quella fase.

Nel corso delle indagini preliminari il pubblico ministero e la persona sottoposta alle indagi-

ni possono chiedere al giudice che si proceda con incidente probatorio nei seguenti casi tas-

sativamente previsti dall’art. 392:

all'assunzione della testimonianza di una persona, quando vi è fondato motivo di ritenere

che la stessa non potrà essere esaminata nel dibattimento per infermità o altro grave impedi-

mento;

all'assunzione di una testimonianza quando, per elementi concreti e specifici, vi è fondato

motivo di ritenere che la persona sia esposta a violenza, minaccia, offerta o promessa di

denaro odi altra utilità affinchè non deponga o deponga il falso;

all'esame della persona sottoposta alle indagini su fatti concernenti la responsabilità di altri;

all'esame delle persone indicate nell'articolo 210;

al confronto (art. 211) tra persone che in altro incidente probatorio o al pubblico ministero

hanno reso dichiarazioni discordanti, quando ricorre una delle circostanze previste dalle let-

tere a) e b);

a una perizia (art.280) o a un esperimento giudiziale (art. 218), se la prova riguarda una per-

sona, una cosa o un luogo il cui stato è soggetto a modificazione non evitabile;

a una ricognizione (art. 213), quando particolari ragioni di urgenza non consentono di rin-

viare l'atto al dibattimento.

Nei procedimenti per i reati di violenza sessuale, prostituzione o pornografia minorile, il

pubblico ministero o la persona sottoposta alle indagini possono chiedere che si proceda

con incidente probatorio all'assunzione della testimonianza di persona minore degli anni

sedici, anche al di fuori delle precedenti ipotesi.

Il pubblico ministero e la persona sottoposta alle indagini possono altresì chiedere che si

proceda con incidente probatorio per espletare una perizia che, se fosse disposta nel dibatti-

mento, ne potrebbe determinare una sospensione superiore a sessanta giorni.

L’incidente probatorio si svolge in quattro momenti principali, che sono: a. il contraddittorio

sull’ammissibilità dell’incidente; b. la decisione sulla fondatezza della richiesta; c. lo svolgi-

mento dell’udienza in camera di consiglio; d. l’eventuale integrazione del contraddittorio.

Possono fare richiesta di incidente probatorio il pubblico ministero, l’indagato ed il suo

difensore (art. 392, comma 1). La persona offesa non può rivolgersi direttamente al giudice,

ma può soltanto fare richiesta ala pubblico ministero che ha l’obbligo di pronunciare decreto

motivato se non l’accoglie (art. 394). I soggetti che chiedono l’incidente probatorio hanno

l’onere alquanto pesante di precisare nella richiesta: la prova da assumete, i fatti che ne cos-

tituiscono l’oggetto e le ragioni della sua rilevanza; le persone nei confronti delle quali si

procede peri fatti oggetto della prova; i motivi per cui la prova non è rinviabile al dibatti-

mento. Il pubblico ministero deve fornire ulteriori indicazioni sulla persona offesa e sui

difensori delle persone interessate (art. 393, commi 1 e 2).

La richiesta è presentata alla cancelleria del giudice per le indagini preliminari ed è notificata

alla controparte e, cioè, secondo i casi, al pubblico ministero ovvero all’indagato ed al suo

difensore (art. 395). Costoro possono presentare al giudice deduzioni scritte sull’ammissi-

bilità e fondatezza della richiesta e sull’estensione oggettiva e soggettiva dell’incidente. Il

pubblico ministero ha il potere di chiedere il differimento dell’incidente quando la sua ese-

cuzione pregiudicherebbe uno o più atti di indagine preliminare (art. 397). La decisione sul-

la richiesta è presa dal giudice senza contraddittorio ed è comunicata al pubblico ministero e

notificata per estratto alle persone interessate. Il codice dispone che il differimento non è

consentito quando pregiudicherebbe l’assunzione della prova (art. 397).

L’incidente probatorio è un atto poco garantito dal punto di vista della difesa dell’indagato.

Infatti il difensore conosce soltanto i pochi atti che siano stati depositati ai sensi dell’art. 366

presso la segreteria del p.m.. Quest’ultimo è l’unico a conoscere integralmente tutti gli atti di

indagine. A seguito della legge n. 267 del 1997 che ha modificato l’art. 398, comma 3, è

obbligatorio depositare prima dell’udienza i verbali delle dichiarazioni che la persona da

esaminare abbia rilasciato in precedenza alla polizia giudiziaria e al pubblico ministero. A

tale fine il giudice fa notificare all’indagato, all’offeso e ai difensori l’avviso del giorno in

cui avverrà l’incidente probatorio con l’avvertimento che nei due giorni precedenti l’udienza

costoro potranno prendere cognizione ed estrarre copia delle dichiarazioni già rese dalla per-

sona da esaminare.

La legge n. 66 del 1996 sulla violenza sessuale ha esteso ulteriormente il diritto al contrad-

dittorio, anche se limitatamente all’incidente probatorio avente ad oggetto la testimonianza di

un minore di anni sedici nei procedimenti per violenza sessuale. Infatti nel nuovo comma 2

bis dell’art. 393 si dispone che con la richiesta di incidente probatorio il pubblico ministero

deposita tutti gli atti di indagine compiuti.

Lo svolgimento dell’udienza.

Solo dopo una delibazione positiva sulla richiesta, il giudice procede all'assunzione della

prova, con le garanzie del contraddittorio, peraltro limitato alla sola presenza dei soggetti in-

teressati alla prova. Ne consegue che le prove assunte con l'incidente probatorio sono utiliz-

zabili per la decisione soltanto nei confronti degli imputati i cui difensori hanno partecipato

alla loro assunzione. Ulteriore conseguenza è che la sentenza pronunciata sulla base di una

prova assunta con incidente probatorio al quale il danneggiato dal reato non è stato posto in

condizione di partecipare non produce nei suoi confronti gli effetti previsti dall'art. 652.

L’udienza si svolge in camera di consiglio e cioè senza la presenza del pubblico. È richiesta

la partecipazione necessaria del pubblico ministero e del difensore dell’indagato (art. 401,

comma 1). Il difensore dell’offeso ha il diritto, ma non l’obbligo, di partecipare all’udeinza;

in tale sede non può domandare direttamente al dichiarante, bensì può chiedere al giudice di

rivolgerle (art. 401, comma 5). Le prove sono assunte con le forme stabilite per il dibatti-

mento (art. 401, comma 5). Poiché non vi è un rinvio generale alla disciplina del dibattimen-

to, il giudice per le indagini preliminari non ha il potere di assumere d’ufficio nuove prove.

Viceversa appare applicabile l’art. 506, che attribuisce al giudice limitati poteri in ordine

all’esame dei testimoni e delle parti private; in particolare, il giudice può rivolgere domande

alle persone già esaminate. Infatti tale potere costituisce un necessario completamento

dell’esame incrociato. Occorre precisare l’ampiezza del divieto di estendere l’oggetto della

prova e di verbalizzare dichiarazioni su fatti riguardanti persone diverse sa quelle i cui

difensori partecipano all’incidente probatorio (art. 401, comma 6). Il divieto vale rispetto a

tutti coloro cui vengono attribuiti fatti capaci di dar luogo a responsabilità penale.

Come anticipato, il divieto di estendere l’oggetto della prova può essere superato. La

deroga, che rispetta la funzione dell’istituto, permette l’estensione purché si provveda all’in-

tegrazione del contraddittorio nei confronti delle persone interessate, e cioè soggetti che

risultino già raggiunti da indizi. La richiesta è rivolta al giudice; questi, se l’accoglie, rinvia

l’udienza per il tempo strettamente necessario per effettuare le notifiche nei confronti delle

persone indiziate e comunque non oltre tre giorni (art. 402). L’integrazione non è disposta

quando il rinvio dell’udienza pregiudica l’assunzione della prova. L’art. 403 determina con

precisione i limiti di inutilizzabilità: nel dibattimento le prove assunte con l’incidente proba-

torio sono utilizzabili soltanto nei confronti degli imputati i cui difensori hanno partecipato

alla loro assunzione. La legge 267 del 1997 ha completato la disciplina considerando la par-

ticolare situazione in cui una persona, ancora non indagata al momento dello svolgersi

dell’incidente probatorio, sia successivamente raggiunta da indizi di reità (art. 403, comma 1

bis). In tal caso di regola si rende necessario ripetere l’incidente in contraddittorio con l’in-

diziato: esclusivamente la prova raccolta in tale sede sarà utilizzabile contro di lui in dibatti-

mento. Soltanto se l’incidente non è più ripetibile l’atto può essere utilizzato eccezional-

mente in dibattimento; nel caso contrario, l’atto è inutilizzabile.

Una particolare disciplina è prevista per l'incidente probatorio nel rito innanzi al Tribunale in

composizione monocratica: la particolarità consiste nel fatto che in questo caso il giudice

dispone l'incidente probatorio solo se la complessità delle indagini rende impossibile l'im-

mediata emissione del decreto di citazione a giudizio a norma dell'articolo 555 (art. 551).

L

A CHIUSURA DELLE INDAGINI PRELIMINARI

La nozione di azione penale è correlata a quella di processo penale. Ai sensi dell’art. 405,

comma 1, il pubblico ministero esercita l’azione penale formulando l’imputazione. Nel pro-

cedimento ordinario l’imputazione è ricompresa nella richiesta di rinvio a giudizio (art. 417,

comma 1); nei riti speciali è ricompresa nell’atto che instaura il singolo procedimento- l’im-

putazione consiste nell’addebitare ad una determinata persona un fatto reato. elementi

dell’imputazione sono: a. l’enunciazione de fatto storico; b. l’indicazione degli articoli di

legge violati; c. le generalità della persona alla quale è addebitato il reato (art. 417, comma

1). La misura degli elementi di prova necessari per la formulazione dell’imputazione si rile-

va a contrario dall’art. 125 dip. att. Che precisa che il pubblico ministero richiede l’archivi-

azione allorché “gli elementi di prova acquisiti nelle indagini preliminari non sono idonei a

sostenere l’accusa in giudizio. L’azione penale ha quattro caratteristiche:

obbligatoria: ai sensi dell’art. 112 Cost. il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare

l’azione penale. In base all’art. 409, la scelta del pubblico ministero di non esercitare

l’azione penale si traduce nella richiesta di archiviazione; essa è sottoposta al controllo del

giudice per le indagini preliminari;

monopolio del pubblico ministero: l’art. 405 attribuisce unicamente ala pubblico minis-

tero il potere di esercitare l’azione penale;

procedibilità d’ufficio: in base all’art. 50, comma 2, quando non è necessaria la querela, la

richiesta, l’istanza o l’autorizzazione a procedere, l’azione penale è esercitata di ufficio;

irretrattabilità dell’azione penale: ai sensi dell’art. 50, comma 3, l’esercizio dell’azione

penale può essere sospeso o interrotto soltanto nei casi espressamente previsti dalla legge.

La disposizione enuncia il principio secondo cui, a seguito dell’iniziale esercizio dell’azione

penale, nessuno può di regola interrompere il processo: la serie necessitata di atti deve

seguire il suo corso fino alla sentenza irrevocabile senza che né il pubblico ministero, né il

giudice possano interferire.

La proroga delle indagini

Per garantire i possibili interessi dell’indagato e assicurare ritmi accelerati alla fase inves-

tigativa, il legislatore ha previsto – a pena di inutilizzabilità degli atti comunque compiuti –

termini di durata massima delle indagini preliminari. Il termine ordinario è di 6 mesi a

decorrere dall’iscrizione dell’indagato nel registro delle notizie di reato (art. 405, comma 2);

di 1 anno se si procede per reati di particolare gravità (art. 407/2 lett. a – delitti di criminali-

tà organizzata). Tuttavia tali termini sono suscettibili di proroga secondo una previsione che

ne affida il compito al G.I.P. e calibra il susseguirsi delle proroghe ad un criterio di gradu-

alità. Infatti la prima proroga può essere motivata su una generica giusta causa (art. 406,

comma 1); successive proroghe possono essere richieste nei casi di particolare complessità

delle indagini ovvero di oggettiva impossibilità di concluderle entro il termine prorogato

(art. 406, comma 2).

Il P.M., indicandone i motivi e prima della scadenza dei termini, chiede la proroga al G.I.P.

(art. 406, comma 1) il quale provvede a notificare tale richiesta ai controinteressati (imputato

e parte offesa che ne abbia fatto richiesta). Questi possono controdedurre presentando

memorie. Il G.I.P., dopo le opportune valutazioni, provvede (de plano) alla proroga senza

altre formalità qualora sia convinto di tale esigenza (art. 406, comma 4); convoca tutti i

soggetti interessati in camera di consiglio per discuterne qualora sussistano dubbi sull’op-

portunità della proroga stessa e decide con ordinanza inoppugnabile (art. 406, comma 6).

In caso di rigetto il G.I.P. impone al P.M. di prendere subito la decisione se archiviare il

caso o rinviare a giudizio l’indagato. Se il termine per le indagini preliminari è già scaduto il

giudice fissa un termine non superiore a dieci giorni per le determinazioni del pubblico min-

istero (art. 406, comma 7).

Vi è poi un procedimento di proroga c.d. speciale per i reati di criminailità organizzata

mafiosa (art. 51, comma 3 bis). In tal caso non vi è alcun contraddittorio sulla richiesta del

pubblico ministero ed il giudice decide sempre senza udienza (de plano) anche quando, per

ipotesi, on dovesse accogliere la richiesta di proroga (art. 406, comma 5 bis).

In caso di accoglimento della richiesta, il G.I.P. dispone la proroga per un massimo di 6

mesi. La reiterazione delle proroghe incontra un limite di 18 mesi nei casi ordinari e 2 anni

nei seguenti casi (art. 407, comma 2): se le indagini riguardano delitti gravi o di criminalità

organizzata, indicati specificamente; se le investigazioni sono particolarmente complesse per

il numero dei reato collegati o di indagati; se si tratta di procedimenti collegati.

Il termine nel procedimento contro ignoti. L’art. 415, commi 1 ed 2 detta disposizioni

alquanto scarne che, in virtù del rinvio alle norme sui termini per le indagini nei confronti

degli indagati noti debbono essere integrate con queste ultime. Il termine per le indagini

decorre dalla data di iscrizione della notizia di reato nell’apposito registro. Entro il termine

di sei mesi il pubblico ministero deve chiedere alternativamente l’archiviazione o la proroga

delle indagini (art. 415, comma 1). Il termine ha la funzione di far rispettare l’obbligatorietà

dell’azione penale. La decisione del giudice sulla richiesta di proroga del termine perché è

ignoto l’autore del fatto è preso de plano, qualora egli allo stato degli atti ritenga di con-

cedere la proroga (art. 406, comma 4). In caso contrario il giudice fissa la data dell’udienza

come avviene per l’indagato noto. Il giudice può: non autorizzare la proroga e quindi il p.m.

deve chiedere l’archiviazione perché è ignoto l’autore del fatto; può autorizzare il p.m. a

proseguire le indagine per un termine di sei mesi e, in ogni caso le indagini non possono

oltrepassare i termini massimi stabiliti nell’art. 407. Infine il giudice, se ritiene che il reato

sia da attribuire ad una persona già individuata, ordina che il nome di questa sia iscritto nel

registro delle notizie del reato; ciò comporta che inizi automaticamente a decorrere un nuovo

termine di sei mesi entro il quale il p.m. deve formulare le richieste di archiviazione o di rin-

vio a giudizio, ovvero deve chiedere una ulteriore proroga.

L’archiviazione

Quando il pubblico ministero ritiene che non vi siano elementi per esercitare l’azione

penale, formula una richiesta di archiviazione che è sottoposta al controllo del giudice per le

indagini preliminari. Di regola, il controllo è effettuato de plano, ma può diventare comp-

lesso nel caso in cui il giudice non accolga la richiesta di archiviazione o quando la persona

offesa vi si oppone.

La richiesta di archiviazione è rivolta al giudice per le indagini preliminari da parte del p.m.

qualora quest’ultimo ritenga che la notizia di reato sia infondata ovvero che manchi una

condizione di procedibilità o che il reato sia estinto o che il fatto non sia previsto dalla legge

come reato.

Il pubblico ministero che chiede l’archiviazione ha l’onere di instaurare un contraddittorio

scritto con la persona offesa, che abbia dichiarato di essere informata circa una eventuale

archiviazione. La persona offesa riceve la notifica della richiesta di archiviazione e viene al-

tresì avvisata che nel termine di dieci giorni può prendere visione degli atti depositati e può

presentare opposizione motivata, chiedendo la proroga delle indagini (art. 408, comma 3).

Se la persona offesa non presenta opposizione, il giudice decide de plano. Con la richiesta il

p.m. trasmette al giudice il fascicolo contenente l’intera documentazione relativa alle indagi-

ni espletate. Il giudice decide sulla richiesta di archiviazione secondo uno schema analogo a

quello previsto per la decisione sulla richiesta di proroga del termine di indagine. Se ac-

coglie la richiesta, pronuncia, de plano, il relativo decreto (art. 409, comma 1); se allo stato

non ritiene che sussistano i presupposti per l’archiviazione, fissa l’udienza in camera di

consiglio, dandone comunicazione al p.m., alla persona sottoposta alle indagine ed al suo

difensore nonché alla persona offesa (art. 409, comma 2). Il giudice è tenuto in ogni caso

alla fissazione dell’udienza quando la persona offesa presenti motivata opposizione, conte-

nente cioè l’indicazione dell’oggetto delle ulteriori indagini richieste ed i relativi elementi di

prova (art. 410, comma 1). Se l’opposizione è inammissibile il giudice dopo averne

dichiarato l’inammissibilità si limita ad operare un controllo de plano che potrà dare gli esiti

sopra indicati.

All’esito dell’udienza il giudice decide con ordinanza, ricorribile per cassazione solo nei

casi di nullità previsti dall’art. 127/5. Questa regola limitativa riguarda, letteralmente, la sola

ordinanza di archiviazione.

Le alternative all’accoglimento della richiesta di archiviazione sono due.

La prima, di carattere interlocutorio, consiste in una sorta di invito che il giudice rivolge al

p.m. affinché questi svolga le ulteriori indagini che sono ritenute necessarie ai fini della de-

cisione sull’archiviazione (art. 409, comma 4). In tal caso il giudice indica con ordinanza le

ulteriori indagini che ritiene necessarie e fissa il temine entro il quale devono essere com-

piute. Il p.m. è vincolato al compimento delle indagini. Completate le nuove indagini il p.m.

può formulare l’imputazione o riconfermare la richiesta di archiviazione. In tal caso la per-

sona offesa che ne aveva fatto richiesta deve essere nuovamente informata.

La seconda concreta sostanzialmente una forma di esercizio coartato all’azione penale: il

giudice che ritenga non sussistere i presupposti per l’archiviazione, dispone che il p.m. for-

muli l’imputazione (art. 409, vomma5) e fissa (eccezionalmente) ex officio l’udienza pre-

liminare. L’udienza preliminare, di particolare tipo, si svolgerà non preceduta da una richi-

esta di rinvio a giudizio (art. 128, disp. att.). In tale sede un diverso giudice controllerà la

fondatezza dell’accusa e potrà, se del caso, ordinare ulteriori indagini (art. 421 bis) o as-

sumere prove (art. 422).

Nel caso di persona ignota, il pubblico ministero deve notificare la richiesta di archiviazione

alla persona offesa che ne abbia fatto istanza(art. 415), avvisandola del suo diritto di pre-

sentare oppostone motivata (art. 408). Se l’offeso non si oppone, il giudice per le indagini

preliminari può accogliere la richiesta de plano; viceversa, se l’offeso si oppone o co-

munque il giudice non accoglie la richiesta, deve svolgersi una udienza in camera di con-

siglio (art. 409, comma 2). Il giudice fa dare avviso della data dell’udienza al p.m. ed

all’offeso; l’udienza si svolge nelle forme del procedimento in camera di consiglio. All’esito

dell’udienza il giudice può: accogliere la richiesta; ritenere che il reato si a attribuibile ad una

persona già individuata ed ordinare che il nome di questa sia iscritta nel registro delle notizie

di reato (art. 415, comma 2). Infine, se ritiene necessarie ulteriori indagini, le indica con or-

dinanza al p.m. il termine indispensabile per il compimento delle stesse.

Il provvedimento che dispone l’archiviazione non impedisce la riapertura delle indagini.

Questa è però subordinata all’autorizzazione del giudice, il quale la concede se ritiene for-

mulata l’esigenza di nuove investigazioni: non occorre quindi la sopravvenienza di nuove

prove (art. 414). L’UDIENZA PRELIMINARE

L’udienza preliminare è una delle fasi del procedimento penale: essa ha la funzione di assi-

curare che il giudice controlli la legittimità ed il merito della richiesta di rinvio a giudizio for-

mulata dal pubblico ministero. Il giudice dell’udienza preliminare è tratto dall’unica catego-

ria dei giudici per le indagini preliminari. In base alla legge 234 del 1999. Occorre eviden-

ziare che la riforma non individua due distinti organi, bensì una situazione di incompatibilità

che si realizza in concreto e che, pertanto, si limita a stabilire un divieto valido nel medesimo

procedimento. Le due qualifiche sono assunte da magistrati che sono tratti da un unico uffi-

cio. Pertanto il singolo magistrato può esercitare le due attività di Gip e Gup in due procedi-

menti differenti, ma non nel medesimo procedimento.

La legge n. 479 del 1999 ha introdotto la regola in base alla quale il giudice dell’udienza

preliminare adotta la sua decisione allo stato degli atti; ove ciò non sia possibile il legislatore

ha attribuito inediti poteri di integrazione probatoria, la quale può essere disposta soltanto se

si tratta di prove decisive favorevoli all’imputato.

L

A RICHIESTA DI RINVIO A GIUDIZIO

L'atto introduttivo dell'udienza preliminare è costituito dalla richiesta di rinvio a giudizio che

il P.M. deve depositare nella cancelleria del giudice (art. 416). Tale richiesta costituisce uno

dei modi di esercizio dell'azione penale (v. art. 405) perché con essa il P.M. individua uno o

più imputati e formula a loro carico una specifica imputazione, descrivendo analiticamente il

fatto reato commesso ed indicando le norme penali violate.

La richiesta di rinvio a giudizio, a pena di nullità, deve essere preceduta dall'avviso previsto

dall'art. 415 bis, nonché dall'invito a presentarsi per rendere l'interrogatorio ai sensi dell’art

375, comma 3, qualora la persona sottoposta alle indagini abbia chiesto di essere sottoposta

ad interrogatorio. L’avviso ex art. 415 bis, contiene l’avvertimento che l’indagato ed il suo

difensore hanno la facoltà di prendere visione del fascicolo delle indagini, depositato presso

la segreteria del pubblico ministero. L’indagato è altresì avvertito che entro il termine ordi-

natorio di venti giorni può esercitare le seguenti attività: può presentare memorie, produrre

documenti, depositare la documentazione relativa alle investigazioni difensive; può chiedere

al p.m. il compimento di atti di indagine; può presentarsi per rilasciare dichiarazioni ovvero

chiedere di essere sottoposto ad interrogatorio. Il p.m. non è vincolato ad adempiere alle

richieste dell’indagato, salvo in un caso. Quando quest’ultimo chiede di essere sottoposto

ad interrogatorio, l’inquirente ha l’obbligo di provvedervi. Se ritiene di svolgerle, esse deb-

bono essere compiute entro il termine di trenta giorni dalla presentazione della richiesta. Il

temine può essere prorogato dal giudice per una sola volta e per non più di sessanta giorni

(Art. 415 bis, comma 4).

Di fronte a valide giustificazioni addotte dall'accusato (in memorie od in interrogatorio), ben

può il P.M. chiedere l'archiviazione, invece del rinvio a giudizio, ovvero disporre ulteriori

indagini.

A norma dell'art. 417 la richiesta di rinvio a giudizio deve contenere:

le generalità dell'imputato onde consentire la sua precisa identificazione;

le generalità della persona offesa dal reato;

l'imputazione (l'accusa) in cui viene descritta analiticamente la condotta criminosa, vengono

richiamati gli articoli di legge violati; essa deve essere enunciata in modo chiaro e preciso,

con l'indicazione anche delle circostanze aggravanti e di quelle che potrebbero comportare

l'applicazione di misure di sicurezza;

l'indicazione delle fonti di prova che il P.M. ritiene possano consentire di sostenere l'accusa

in dibattimento;

la domanda al giudice di emissione del decreto che dispone il giudizio;

la data e la sottoscrizione del P.M.

Con la richiesta di rinvio a giudizio il P.M. deve depositare nella cancelleria del giudice il

suo fascicolo, contenente tutti gli atti delle indagini preliminari espletate (art. 416, c. 2). In

particolare la notizia di reato, la documentazione delle indagini (es. verbali di interrogatorio,

verbali di perquisizione e sequestro ecc.), i verbali di eventuali atti compiuti innanzi al giu-

dice delle indagini preliminari (es. verbali della convalida dell'arresto, atti dell'incidente pro-

batorio ecc.); il corpo di reato (es. monete false, armi ecc.) ed altre cose pertinenti al reato.

Su tali atti e su quelli acquisiti nel corso dell'udienza preliminare, le parti articoleranno la

loro discussione ed il GUP fonderà la propria decisione.

Ricevuta la richiesta di rinvio a giudizio il GUP, entro cinque giorni, fissa con decreto la

data dell’udienza che deve svolgersi entro i successivi 30 giorni (art. 418, comma 2). Le

parti devono essere avvisate della data dell’udienza in modo da avere un termine libero di

almeno dieci giorni (art. 419, comma 4).

La pienezza del contraddittorio è assicurata sia dalla previsione della vocatio in jus anche

della persona offesa dal reato (interessata, come tale, alla pretesa punitiva), oltre che, ovvia-

mente, dell'imputato, soggetto passivo di quest'ultima (art. 419, comma 1), sia dalla possi-

bilità di intervento provocato (citazione) delle parti private accessorie, quali il responsabile

civile e il civilmente obbligato con la pena pecuniaria, ovvero di intervento volontario della

parte civile e dello stesso responsabile civile. Per consentire di apprestare la difesa delle par-

ti private e del soggetto (persona offesa) convocati in judicium, l'avviso dell'udienza deve

essere ad essi notificato almeno 10 giorni prima (art. 419), a pena di nullità, a tutte le parti

ed ai difensori (d'ufficio o di fiducia). L'imputato deve essere avvisato che non comparendo

verrà giudicato in contumacia.

L’

UDIENZA PRELIMINARE

L'udienza preliminare si svolge in camera di consiglio davanti al Giudice dell’Udienza Pre-

liminare (GUP) con la necessaria partecipazione del pubblico ministero e del difensore

dell'imputato (art.420). Nell'impianto originario del codice rappresentava il primo controllo

giurisdizionale sulla richiesta di dibattimento avanzata dall'accusa, mentre oggi, a seguito

delle modifiche introdotte dalla legge 479/1999 (così detta legge «Carotti»), si è trasformata

nel vero baricentro del processo penale.

E stato innanzi tutto previsto un controllo più garantista della costituzione delle parti: infatti

il Gup deve controllare se vi sia stata regolare costituzione delle parti (art. 420, comma 2).

L’art. 420 bis impone al giudice di rinnovare l’avviso non soltanto quando esiste la prova

che l’imputato non ha avuto effettiva conoscenza dello stesso senza sua colpa, ma anche

quando tale prova non sussiste e tuttavia appare probabile la mancata conoscenza incolpev-

ole. Se accerta la nullità dell’avviso o della sua notificazione, il giudice ne ordina la rinno-

vazione (art. 420, comma 2). Il giudice dopo aver verificato l’effettiva conoscenza dell’avvi-

so, deve valutare la causa dell’assenza dell’imputato. Ai sensi dell’art. 420 ter, comma 1, se

l’assoluta impossibilità a comparire è dovuta a legittimo impedimento dell’imputato, il giu-

dice deve disporre il rinvio a d una nuova udienza ed ordinare la rinnovazion dell’avviso.

Se risulta che non vi è stata assoluta impossibilità a comparire il giudice dichiara la contu-

macia dell’imputato (art. 420 quater); quest’ultimo è rappresentato dal difensore (art. 420

quater). L’imputato può chiedere o consentire che l’udienza si svolga in sua assenza (art.

420 quinquies). Se comunque questi, dopo essere comparso, si allontana dall’aula di udien-

za è considerato presente ed è rappresentato dal difensore. Se il difensore dell’imputato non

è presente, il presidente designa un sostituto immediatamente reperibile. Questi esercita i

diritti ed assume i doveri del difensore di fiducia o d’ufficio. Nel caso in cui risulti che l’as-

senza del difensore è dovuta ad assoluta impossibilità di comparire per legittimo impedi-

mento, il giudice fissa con ordinanza la data della nuova udienza e dispone la notifica all’im-

putato (art. 420 ter, comma 5).

La contumacia è la situazione processuale dell’imputato il quale, pur ritualmente avvisato o

citato, non compare all’udienza senza che sussista un legittimo impedimento. Ai sensi

dell’art. 420 quater, comma 1, se l’imputato detenuto o a piede libero non compare

all’udienza e non risulta la sussistenza di un legittimo impedimento, il giudice, sentite le par-

ti ne dichiara la contumacia con ordinanza. In tal caso l’imputato è rappresentato dal difen-

sore. È possibile che l’imputato, dichiarato contumace, compaia prima della decisione. In tal

caso il giudice deve revocare l’ordinanza. L’imputato può rendere dichiarazioni spontanee e

chiedere di essere sottoposto ad interrogatorio (art. 420 quater, comma 3). Infine, l’art. 420

quater, comma 4 commina la nullità dell’ordinanza dichiarativa della contumacia se al mo-

mento della pronuncia vi è la prova che l’assenza dell’imputato è dovuta a mancata

conoscenza dell’avviso di udienza o ad impossibilità a comparire per legittimo

impedimento.

L’udienza preliminare si svolge in camera di consiglio in base alle norme che impongono

un contraddittorio più completo rispetto a quello previsto dall’art. 127. All’udienza devono

essere presenti il pubblico ministero ed il difensore dell’imputato. La persona offesa non

può intervenire come tale: può farlo nel solo caso che si costituisca parte civile ed esclusiva-

mente a mezza del difensore. L’imputazione formulata dal p.m. può essere modificata nel

corso dell’udienza preliminare; ciò può avvenire in base ad una differente valutazione degli

elementi di prova a carico. La modifica avviene su iniziativa del p.m. ed è contestata all’im-

putato. Il suo consenso è necessario solo quando risulta un fatto nuovo, cioè ulteriore, non

enunciato nella richiesta di rinvio a giudizio e per il quale si debba procedere d’ufficio (art.

423, comma 2). Se l’imputato non è presente, la modifica dell’imputazione è comunicata al

difensore, che rappresenta l’imputato stesso ai fine della contestazione (art. 423, comma 1).

Lo svolgimento dell’udienza vede susseguirsi i seguenti momenti:

ammissione dei documenti: le parti possono chiedere l’ammissione di documenti; eventu-

ali memorie potevano essere presentate dalle parti in cancelleria fino a cinque giorni prima

dell’udienza (art. 127, comma 2);

esposizione del pubblico ministero: il p.m. espone brevemente i risultati delle indagini

preliminari e gli elementi di prova che giustificano la richiesta di rinvio a giudizio;

dichiarazioni spontanee o l’eventuale interrogatorio dell’imputato: l’imputato può ren-

dere spontanee dichiarazioni. Può altresì chiedere di essere sottoposto ad interrogatorio. Si

tratta di un atto con funzione difensiva che non può essere sollecitato dal p.m.. L’interroga-

torio è condotto dal giudice in base agli artt. 64 e 65. tuttavia, su richiesta di una delle parti il

giudice deve disporre che esso si svolga nelle forme dell’esame incrociato (art. 421, comma

2);

esposizioni dei difensori delle parti private: i difensori delle parti private svolgono le

proprie argomentazioni. L’ordine rispetta le cadenze dell’onere della prova: parte civile, re-

sponsabile civile, persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria, imputato. Il p.m. ed i

difensori possono replicare una sola volta;

conclusioni: il p.m. ed i difensori formulano ed illustrano le rispettive conclusioni utilizzan-

do gli atti contenuti nel fascicolo delle indagini preliminari ed i documenti ammessi dal giu-

dice prima dell’inizio della discussione;

decisione interlocutoria o definitiva del giudice (art. 421): il giudice può prendere una

decisione definitiva o interlocutoria. Adotta una deicisione definitiva quando pronuncia sen-

tenza di non luogo a procedere o il decreto che dispone il giudizio. Prende una decisione in-

terlocutoria quando dichiara di non poter decidere allo stato degli atti. In tal caso:

il giudice pronuncia ordinanza con la quale indica al pubblico ministero le ulteriori indagini

fissando il termine per il loro compimento e la data della nuova udienza preliminare (art.

421 bis). Poiché la norma non fa alcuna distinzione si deve ritenere che l’integrazione delle

indagini non sia disposta esclusivamente nell’interesse dell’accusa. Una volta che il p.m.

abbia provveduto all’adempimento, si terrà una nuova udienza preliminare, che avrà come

oggetto di discussione i risultati delle indagini. All’esito di tale udienza è possibile che il

giudice ritenga di poter decidere allo stato degli atti. In caso contrario, il giudice potrà emet-

tere una nuova ordinanza per l’integrazione delle indagini (art. 421 bis) ovvero disporre che

si faccia luogo allo svolgimento eccezionale dell’udienza preliminare (art. 422);

lo svolgimento eccezionale dell’udienza preliminare è denominato dal codice attività di inte-

grazione probatoria del giudice (art. 422). Il presupposto è individuato nell’art. 421, com-

ma 4 nella impossibilità di decidere allo stato degli atti. Nell’ipotesi in oggetto, il giudice, se

non ordina al p.m. l’integrazione delle indagini, può disporre anche d’ufficio, l’assunzione

delle prove delle quali appare evidente la decisività ai fini della sentenza di non luogo a

procedere (art. 422). Lo svolgimento eccezionale dell’udienza preliminare vede il

susseguirsi dei seguenti momenti: a. richiesta di ammissione delle prove o l’indicazione

d’ufficio delle medesime (scelte sulla base del criterio della evidente decisività ai fini della

sentenza di non luogo a procedere); b. l’assunzione di queste ultime (audizione testimoni,

consulenti tecnici, periti ed interrogatorio degli imputati connessi sono condotti dal giudice

– art. 422, comma 3); c. eventuale interrogatorio (l’imputato può chiedere di essere sotto-

posto ad interrogatorio in ogni caso, e cioè senza che il giudice possa sindacare l’ammissi-

bilità di tale atto – art. 422, comma 4); d. conclusione delle parti e decisione del giudice.

Altrettanto ampi sono i poteri ora attribuiti al giudice dell'udienza preliminare nella fase della

decisione (art. 425), ove il discrimine fra la sentenza di non luogo a procedere e il rinvio a

giudizio è stato fissato nella presenza o meno di elementi idonei a sostenere l'accusa in

giudizio, secondo quanto previsto dall'art. 125 att. c.p.p. in tema di archiviazione.

L'udienza preliminare si può concludere con:

la sentenza di non luogo a procedere (art. 425): la sentenza è pronunciata in base a motivi

di diritto o di fatto, ossia quando: sussiste una causa che estingue il reato; sussiste una

causa per la quale l’azione penale non doveva essere iniziata o proseguita; il fatto non è pre-

visto dalla legge come reato; esiste la prova che l’imputato è, in sintesi, innocente (il fatto

non sussiste, l’imputato non lo ha commesso, il fatto non costituisce reato); è accertato che

la persona non è punibile per qualsiasi causa. Il giudice deve pronunciare sentenza di non

luogo a procedere anche quando gli elementi acquisiti risultano insufficienti, contraddittori o

comunque non idonei a sostenere l’accusa in giudizio (art. 425, comma 3). Tale esito

dell’udienza deve essere considerato quale estrema ratio e deve essere pronunciata dal giu-

dice solamente a seguito della integrazione probatorio e nel caso in cui questa non sciolto i

dubbi circa la fondatezza dell’accusa. Il giudice non ha più la possibilità di pronunciare la

sentenza di non luogo a procedere se ritiene che dal proscioglimento dovrebbe conseguire

l’applicazione di una misura di sicurezza (art. 425, comma 4).

il decreto che dispone il giudizio, contenente la data dell'udienza, con un termine per com-

parire non inferiore a 20 giorni (art. 429). Il giudice emette il decreto che dispone il giudizio

nei casi in cui non pronuncia sentenza di non luogo a procedere. Il quantum di prova

richiesto per l’emissione di tale decreto si ricava a contrario: il giudice emette il decreto

quando gli elementi di prova forniti dal p.m. a sostegno della richiesta di rinvio a giudizio e

le prove eventualmente assunte nell’udienza preliminare eliminano ogni dubbio sulla neces-

sità del dibattimento. Il decreto che dispone il giudizio svolge insieme due funzioni, di deci-

sione che accoglie la richiesta formulata dal p.m. e di ordine di citazione per il dibattimento.

Il decreto di citazione a giudizio contiene l’enunciazione in forma chiara e precisa del fatto,

delle circostanze, con l’indicazione dei relativi articoli di legge; l’indicazione sommaria delle

fonti di prova e dei fatti cui esse si riferiscono (art. 429, comma 1, lett. d). Il giudice precisa

la data ed il luogo dell’udienza dibattimentale con l’avvertimento per l’imputato che, non

comparendo sarà giudicato in contumacia (art. 429, comma 1, lett. f). L’art. 429, comma 4

stabilisce che il decreto deve essere notificato esclusivamente all’imputato contumace

all’udienza preliminare.

Immediatamente dopo l'emissione del decreto che dispone il giudizio, il giudice provvede

nel contraddittorio delle parti, alla formazione del fascicolo per il dibattimento (art. 431).

Ove una di esse ne faccia richiesta, il giudice deve fissare una apposita udienza per la for-

mazione del fascicolo. Il fascicolo per il dibattimento contiene: gli atti relativi alla procedi-

bilità dell’azione penale ed all’esercizio dell’azione civile; i verbali degli atti non ripetibili

compiuti dalla polizia giudiziaria o dal p.m.; i documenti acquisiti all’estero mediante roga-

toria internazionale ed i verbali degli atti non ripetibili compiuti con le stesse modalità; i ver-

bali degli atti assunti nell’incidente probatorio; il certificato generale del casellario giudiziale

e gli altri documenti relativi al giudizio sulla personalità dell’imputato, dell’offeso e dei testi-

moni; il corpo del reato e le cose pertinenti al reato, qualora non debbano essere custodite

altrove. Oltre a tale elenco tassativo, il codice consente che le parti, di comune accordo, sta-

biliscano l’acquisizione a tale fascicolo di atti contenuti nel fascicolo del p.m., nonché della

documentazione della documentazione relativa all’attività dell’investigazione difensiva (art.

431).

Gli atti diversi da quelli previsti dall'art. 431, unitamente agli atti acquisiti all'udienza prelim-

inare e al verbale di udienza, sono trasmessi al pubblico ministero e formano il fascicolo del

pubblico ministero (art. 433 – ha quindi un contenuto residuale). Il fascicolo è conosciuto

dalle parti ma non dal giudice.

Contro la sentenza di non luogo a procedere possono proporre impugnazione l’imputato, il

Procuratore della repubblica ed il Procuratore generale presso la corte d’appello (art. 428).

Il mezzo di impugnazione è l’appello nei limiti precisati dal nuovo art. 593; pertanto non

sono appellabili le sentenze di non luogo a procedere relative a reati punititi in astratto con la

sola pena pecuniaria o con pena alternativa. Nei confronti delle sentenze inappellabili è con-

sentito il ricorso per Cassazione.

Una volta che siano state esaurite le impugnazioni la sentenza di non luogo a proceder non

diventa irrevocabile né passa in giudicato. Si tratta di una sentenza resa allo stato degli atti: il

p.m. può in qualsiasi momento, ovviamente sino a che il reato non è prescritto, chiedere che

il giudice per le indagini preliminari la revoca della sentenza e la riapertura delle indagini.

Legittimato a richiedere la revoca è soltanto il p.m.. La revoca è chiesta al Gip quando siano

presenti nuove fonti di prova che, da sole o unitamente a quelle già acquisite, possano deter-

minare il rinvio a giudizio (art. 434). La richiesta è sottoposta all’esame del Gip in una ap-

posita udienza in camera di consiglio nel contraddittorio delle parti (art. 435). Il giudice

prende una delle seguenti decisioni: dichiara inammissibile o rigetta la richiesta del pubblico

ministero; revoca la sentenza di non luogo a procedere e dispone la riapertura delle indagini,

stabilendo un termine improrogabile non superiore a sei mesi (art. 346, comma 3). Entro

tale termine il p.m. deve concludere le indagini e formulare la richiesta di rinvio a giudizio.

I PROCEDIMENTI SPECIALI

I procedimenti speciali si distinguono da quello ordinario, che prevede la sequenza così

composta: indagini preliminari, udienza preliminare, dibattimento. I procedimenti speciali, o

alternativi, differenziati, consentono di eliminare una delle fasi successive alle indagini pre-

liminari, per giungere più rapidamente alla decisione finale. Essi sono:

riti che omettono il dibattimento: il giudizio abbreviato, l’applicazione della pena su richiesta

delle parti, il giudizio per decreto;

riti che eliminano l’udienza preliminare: il giudizio immediato, il giudizio direttissimo.

I primi consentono di definire il giudizio nel corso delle indagini preliminari o all’udienza

preliminare; i secondi permettono il passaggio diretto dalle indagini preliminari al dibatti-

mento.

Il giudizio abbreviato

Il giudizio abbreviato è un giudizio di merito sulla colpevolezza od innocenza dell'imputato,

che ha luogo nell'udienza preliminare (art. 438), ovvero in sede di conversione di altro rito

speciale. Esso è caratterizzato dal fatto che esclude il dibattimento e quindi l'acquisizione

delle prove nella dialettica tra le parti, utilizzandosi ai fini probatori gli atti contenuti nel fas-

cicolo del P.M., raccolti nel corso delle indagini preliminari.

L'abbreviazione di giudizio in questione presuppone che il P.M. abbia già formulata l'im-

putazione con l'esercizio dell'azione penale (art. 405), richiedendo al giudice la celebrazione

dell'udienza preliminare od altro rito, non essendo concepibile da parte dell'indagato una au-

toassunzione, per volontà propria, della qualità di imputato e la conseguenziale richiesta di

giudizio, in mancanza di imputazione elevata dall'organo di accusa.

Poiché il giudizio abbreviato comporta rinuncia alla fase dibattimentale ed alle sue garanzie,

la facoltà di rinunciarvi spetta esclusivamente all'imputato. Il PM non è titolare di tale facoltà

ed a seguito della riforma introdotta dalla legge 479/1999 (c.d. legge «Carotti»), non ha più

neanche il potere di consentire o meno alla scelta del rito (salva l'ipotesi di cui al comma 5

dell'art. 438 che vedremo). Nello stesso modo la richiesta dell'imputato non è sindacabile da

parte del giudice, il quale ha l'obbligo di accogliere la richiesta di giudizio abbreviato avan-

zata dall'imputato (salva anche qui l'ipotesi di cui al comma 5 dell'art. 438).

La ragione per la quale l'imputato è indotto a rinunciare al dibattimento, chiedendo di essere

giudicato immediatamente, normalmente innanzi al GIP, consiste nel fatto che l'abbreviato è

un rito premiale, sicché, in caso di condanna, egli beneficia di una riduzione di pena secca di

un terzo (art. 442, comma 2: nel caso in cui fosse prevista la pena dell'ergastolo, essa è sos-

tituita dalla reclusione di anni 30; nel caso di ergastolo con isolamento diurno — art. 72 c.p.

—, essa è sostituita con l'ergastolo senza isolamento).

Una volta, quindi, che il P.M. abbia formalizzata l'imputazione, l'accusato ha sempre il dirit-

to di chiedere il giudizio abbreviato, sia in sede di udienza preliminare che di conversione di

altro rito: pertanto anche in caso di giudizio direttissimo instaurato dal P.M. (art. 452, c. 2),

di giudizio immediato (art. 458), di opposizione a decreto penale (art. 461, c. 3), di citazione

diretta a giudizio (art. 555, c. 2) l'imputato può ottenere di essere giudicato con il rito abbre-

viato.

Il giudizio abbreviato, venendo celebrato in momento anticipato rispetto all'ordinario dibatti-

mento, si appalesa come scelta del modo di procedere, tanto che esso è anche qualificato

come «patteggiamento sul rito» in contrapposizione al patteggiamento sulla pena.

A seguito della riforma introdotta dalla legge 479/99, l'imputato ha la possibilità di avanzare

due tipi di richiesta di giudizio abbreviato:

giudizio abbreviato ordinario, ai sensi del primo comma dell'art. 438, in ordine a cui il

P.M. non può esprimere alcun dissenso ed il giudice è obbligato a celebrarlo (art. 438, com-

ma 4). Il temine finale per la presentazione della richiesta è quello della formulazione delle

conclusioni nell’udienza preliminare. Ai sensi dell’art. 441, comma 1, debbono osservasi le

disposizioni previste per l’udienza preliminare, fatta salva la norma relativa allo svolgimento

eccezionale (art. 422) e quella relativa alla modifica dell’imputazione (art. 423). Il giudizio si

svolge in camera di consiglio; tuttavia è possibile procedere in pubblica udienza se tutti gli

imputati ne fanno richiesta (art. 441, comma 3). Il giudice valuta discrezionalmente la possi-

bilità di decidere allo stato degli atti e, qualora lo ritenga possibile, pronuncia sentenza utiliz-

zando come base probatoria gli atti di indagine e quelli eventualmente assunti nell’udienza.

Qualora,viceversa il giudice non ritenga di potere decidere allo stato degli atti, egli assume

anche d’ufficio gli elementi necessari ai fini della decisione (art. 441, comma 5). Il comma

successivo chiarisce che si tratta di vere e proprie prove. All’assunzione delle stesse deve

procedersi con le forme stabilite dall’art. 422 in relazione allo svolgimento eccezionale

dell’udienza preliminare (art. 441, comma 6). Infine, nel caso in cui il giudice disponga l’in-

tegrazione probatoria ai sensi dell’art. 441, comma 5, si rende applicabile l’art. 423. Di con-

seguenza il p.m. potrà modificare l’imputazione ed effettuare nuove contestazioni in

udienza;

giudizio abbreviato «condizionato», che è una novità introdotta dalla legge 479/99, che

consente all'imputato di subordinare la sua richiesta di giudizio abbreviato ad un'inte-

grazione probatoria da effettuarsi in udienza innanzi al giudice (art. 438, comma 5). È onere

del richiedente indicare le fonti di prova da assumere, relativamente alle quali la norma non

opera preclusioni. A fronte della richiesta il giudice non è obbligato a disporre il giudizio

abbreviato, ma può rigettare l'istanza o quando le prove richieste siano da lui ritenute irrile-

vanti od inammissibili, ovvero quando l'assunzione di esse determinerebbe un appesanti-

mento dell'iter dell'udienza incompatibile con la sua natura di rito agile e la sua funzione di

economia processuale e deflattiva del carico giudiziario (a cui è connessa la «premialità» del

rito). In caso di accoglimento dell'istanza di giudizio abbreviato e dell' integrazione probato-

ria, il PM. è ammesso a richiedere prova contraria. All'assunzione delle prove si procede ai

sensi dell'art. 422, c. 2, 3 e 4, previsto per l'udienza preliminare.

Un aspetto saliente del giudizio abbreviato, prima della riforma introdotta dalla «Legge

Carotti», era la sua natura di giudizio «allo stato degli atti». Infatti, poiché esso si instaurava

dopo la chiusura delle indagini e l'esercizio dell'azione penale, ne derivava che gli atti che il

giudice doveva valutare per il giudizio erano essenzialmente quelli raccolti nel corso indagi-

ni preliminari, ed in sede di giudizio abbreviato sussisteva divieto di qualsiasi acquisizione

probatoria in udienza.

La riforma della legge 479/99 ha introdotto la possibilità di acquisizione di nuove fonti di

prova in udienza, sicché il giudizio abbreviato non è più necessariamente un giudizio allo

stato degli atti. I casi di acquisizione sono due:

quando l'imputato ha richiesto il giudizio abbreviato «condizionato» ad una integrazione

probatoria ed il giudice abbia accolto la richiesta;

quando una volta ammeso il giudizio abbreviato, il giudice ritiene di non poter decidere allo

stato degli atti, in quanto necessita un'integrazione probatoria finalizzata ad acquisire «gli

elementi necessari» per la decisione. In tali casi per l'assunzione delle prove si procede ai

sensi dell'art. 422, c. 2, 3 e 4, previsto per l'udienza preliminare.

Circa le modalità di svolgimento del giudizio abbreviato, esso segue, in sintesi, le seguenti

cadenze: l'imputato avanza la richiesta ed il giudice ammette il rito (o rigetta la richiesta) con

ordinanza; l'udienza si tiene in camera di consiglio, senza pubblico, salvo che vi sia richiesta

di pubblica udienza da parte di tutti gli imputati; essa si svolge secondo le norme dettate per

l'udienza preliminare; è ammessa la costituzione di parte civile ma questa non ha facoltà di

interloquire nella scelta del rito, non essendo legittimata a dissentire; è data al giudice, come

visto, la possibilità di disporre un'integrazione probatoria ove necessario ovvero quando

trattasi di giudizio abbreviato «condizionato»; di regola è inammissibile la modifica dell'im-

putazione, ma nel caso in cui vengano assunte nuove fonti di prova, può procedersi alla

modifica dell'imputazione o alla contestazione suppletiva come previsto dall'art. 423. In tale

ultimo caso è previsto che l'imputato possa revocare la richiesta di giudizio abbreviato,

chiedendo di procedersi con le forme ordinarie (art. 441 bis - celebrazione dell'udienza pre-

liminare o del dibattimento, a seconda dei casi). La ratio di tale nuova disposizione è quella

di consentire all'imputato di non rinunciare alle garanzie del dibattimento in presenza di

un'accusa diversa da quella contestatagli allorché aveva richiesto il rito speciale.

All'esito dell'udienza, e dopo la discussione delle parti, il giudice emette la sentenza, la cui

motivazione, tenuto conto dell'inquisitorietà del rito, si baserà sugli atti delle indagini pre-

liminari e sulle fonti di prova acquisite eventualmente in udienza, in sede di integrazione

probatoria. La sentenza potrà essere di assoluzione o di condanna. In tale ultimo caso nel

calcolo della pena deve essere conteggiata la riduzione di un terzo come «premio» per l'im-

putato il quale ha consentito di evitare il dibattimento con il conseguente dispendio di tempo

ed energie processuali.

Infine, l'esigenza di deflazione del sistema processuale, che sta a fondamento del rito in

esame, comporta che sono fissati precisi limiti alla facoltà di proporre appello contro la sen-

tenza di proscioglimento e di condanna.

A differenza di quanto avviene nel patteggiamento, la parte civile non è estromessa né al

momento della decisione sull’adozione, o meno, del rito abbreviato né al momento delle

conclusione e della decisione. La parte civile può non accettare tale rito (artt. 441, comma 4,

651 e 652); in questo caso, se il giudice pronuncia sentenza di assoluzione, la stessa non ha

efficacia di giudicato e la parte civile può esercitare l’azione risarcitoria davanti al giudice

civile senza dover subire la sospensione del processo ex art. 75, comma 3 (art. 441, comma

4).

La parte civile può, dopo che il giudice abbia accolto la richiesta di giudizio abbreviato, ac-

cettare tale rito sia espressamente che tacitamente (si ha accettazione tacita quando il danneg-

giato si costituisce parte civile dopo la conoscenza dell’ordinanza che dispone il giudizio ab-

breviato – art. 441, comma 2). Se si fa luogo ad integrazione probatoria anche la parte civile

è legittimata a chiedere al giudice l’assunzione di prove.

L’applicazione della pena su richiesta delle parti

L'applicazione della pena su richiesta delle parti ha rappresentato la grande scommessa del

legislatore del 1988 per deflazionare il rito ordinario: l'essenza del meccanismo vede le parti

(pubblico ministero ed imputato), che propongono una soluzione nel merito (precisamente

una pena di un certo tipo ed entità), e il giudice decide se applicarla come da richiesta o no.

Per scendere nei dettagli, prima della modifica al codice di procedura, introdotta dalla legge

12 giugno 2003, n. 134, l'articolo 444 C.P.P. prevedeva che imputato e P.M. si accor-

dassero (solitamente su richiesta dell'imputato), per l'applicazione di una pena che, calcolan-

do l'incidenza delle circostanze e con la riduzione fino ad un terzo di quella che sarebbe stata

applicabile normalmente, non doveva superare i due anni di reclusione o di arresto.

Ovviamente l'imputato era indotto ad accettare questa condanna senza processo, causa la

mitezza della pena e di un congruo complesso di vantaggi aggiuntivi (oltre alla riduzione di

pena, all'imputato condannato spettano altri benefici, quali l'esonero dal pagamento delle

spese processuali, il divieto di applicazione di pene accessorie o misure di sicurezza (eccetto

la confisca obbligatoria), e l'inefficacia della sentenza agli effetti civili o amministrativi.

Con la richiesta di applicazione della pena l'imputato non deve dichiarare la sua respons-

abilità per i reati contestati, ma implicitamente rinuncia a far valere le eventuali prove a dis-

carico e le altre difese che sarebbero incompatibili con l'accettazione della sanzione pat-

teggiata.

Il presupposto indefettibile del patteggiamento è però unicamente la volontà dell'imputato,

potendo il mancato consenso del P.M., se ingiustificato, essere superato dal Giudice. Infatti,

il dissenso del P.M. (che a differenza di quello dell'imputato deve essere sempre motivato),

vale solo a trasferire la decisione sulla concessione del premio al Giudice dibattimentale, che

potrà essere d'accordo con il P.M., oppure applicare egualmente, all'esito del dibattimento,

lo sconto di pena.

Il Giudice, nell'adottare la decisione, dovrà anzitutto verificare che non ricorrano le con-

dizioni per il proscioglimento, quindi dovrà controllare se la qualificazione giuridica del fat-

to e l'applicazione e la comparazione delle circostanze prospettate dalle parti sono corrette.

Rimane pur sempre la possibilità, per il giudice, di rigettare la richiesta delle parti, qualora la

pena proposta appaia non congrua ai fini della rieducazione del condannato (art. 27, 3°

comma, Costituzione). In particolare, la decisione del magistrato giudicante avviene sulla

base degli atti contenuti nel fascicolo del dibattimento e di quello del pubblico ministero,

mentre è da escludersi qualsiasi acquisizione o produzione probatoria (proprio perché ques-

ta fase, per la natura stessa del rito, viene omessa).

Il legislatore del giugno 2003 ha ritenuto di ampliare decisamente la pena patteggiabile, vuoi

per dargli nuovo impulso alla luce di una applicazione deludente rispetto alle aspettative,

vuoi, più probabilmente, per accentuarne la capacità deflativa sulla macchina della giustizia.

Mentre il "vecchio" patteggiamento (quello con pena fino a due anni, sola o congiunta a

pena pecuniaria), rimane istituto di generale applicazione, per il quale non si configurano

limiti soggettivi o per tipologia di reato, il nuovo patteggiamento che ricomprende pene in

concreto tra i due anni e un giorno di pena detentiva e i cinque anni (anche se vi è pena pe-

cuniaria), è riservato a imputati "virtuosi", nel senso che detto patteggiamento allargato non

è permesso agli imputati di fatti di criminalità organizzata o di terrorismo (art. 51 commi 3

bis e 3 quater C.P.P.) e a coloro che in precedenza siano stati dichiarati delinquenti abituali,

professionali, per tendenza o recidivi.

L'aver concordato una pena in concreto tra i due ed i cinque anni di pena detentiva fa anche

venir meno la gran parte dei vantaggi ricollegati al "normale" patteggiamento (esenzione

delle spese del procedimento; non applicazione di pene accessorie e di misure di sicurezza,

fatta eccezione della confisca), di cui si diceva sopra. Dunque in definitiva, il vero profilo

premiale ricollegato al "patteggiamento allargato" è la certezza della entità della pena (non

superiore ai cinque anni), e nella riduzione fino a un terzo per la mera scelta del rito:

riduzione della pena che allarga l'ambito di applicazione dell'istituto a reati puniti con pene

medio-alte, in precedenza destinati a beneficiare, a richiesta dell'imputato, del giudizio ab-

breviato o a passare attraverso il più pesante rito ordinario.

L'istituto, così come viene riformato, appare sicuramente deflattivo del carico di lavoro pe-

nale ma, inevitabilmente, spinge la parte civile fuori del processo penale anche con riguardo

ai più gravi reati oggi patteggiabili. La parte civile eventualmente costituita non ha infatti

veste per opporsi, né in rito, né nel merito, al patteggiamento; questo, invero, concerne la

pretesa penale, cui essa è estranea. Pertanto, il giudice non decide sull'azione civile, che può

autonomamente proseguire nella sua naturale sede. L'imputato a cui è applicata la pena è

tenuto comunque a rifondere alla parte civile le spese sostenute per la costituzione.

Una volta raccolto l'accordo delle parti e fatta una valutazione positiva della richiesta, dopo

un'udienza in camera di consiglio, il giudice deve emanare la sentenza di applicazione della

pena. Tale sentenza non ha natura giuridica di sentenza di condanna, in quanto non contiene

un'affermazione esplicita della responsabilità penale dell'imputato in ordine al fatto reato

contestatogli.

La sentenza di applicazione pena, rispetto ad una sentenza di condanna, comporta per l'im-

puatato rilevanti benefici, oltre lo sconto di pena. Infatti, per favorire al massimo il pat-

teggiamento, per essere questo il procedimento speciale che arreca maggiore economia pro-

cessuale e potenzialmente quello più favorevole all'accusa (implicita ammissione di colpev-

olezza ed accettazione della pena), il codice ha previsto ulteriori premialità:

l'esclusione del pagamento delle spese processuali;

la possibilità di applicazione di pene accessorie e di misure di sicurezza, con esclusione però

della confisca;

la possibiltà di applicazioni di sanzioni sostitutive;

sono esclusi gli effetti pregiudizievoli nei connessi giudizi civili e amministrativi, ma nei

giudizi disciplinari innanzi alle pubbliche autorità, la sentenza fa stato nei limiti di cui all'art.

653.

Altri aspetti premiali sono rappresentati dalla previsione di estinzione del reato e di ogni al-

tro effetto penale (ad es. per la recidiva) dopo il decorso di un certo intervallo di tempo dalla

pronuncia della sentenza sul patteggiamento. Lo spatium temporis è calibrato sulla durata

prevista (cinque anni per delitti, due per contravvenzioni).

Con la sentenza il giudice può concedere la sospensione condizionale della pena se non sus-

sistono condizioni ostative alla concedibilità del beneficio (inesistenza di ostacoli giuridici

ed esattezza nel merito della prognosi di futura astensione da reiterazioni criminose). A

proposito dell'istituto della sospensione, è da rilevare che essa non può essere concessa di

ufficio dal giudice, dovendosi questi attenere ad una mera operazione di controllo dell'oper-

ato delle parti. Queste possono, però, inserire nel quadro del loro accordo la concessione

della sospensione della pena, sempre se il giudice la riterrà effettuabile. La previsione della

sospensione può essere, infine, apposta come condizione essenziale, dirimente dell'accordo,

sicché se il giudice riterrà inaccoglibile tale punto dell'accordo, verrà meno la stessa efficacia

del patteggiamento.

La sentenza di patteggiamento è inappellabile, ma solo ricorribile in cassazione per motivi di

legittimità (art. 448, comma 2).

Si ricorda che il termine ultimo per proporre il patteggiamento è quello della presentazione

della conclusioni nell’udienza preliminare (art. 446, commi 1 e 4). Il dissenso manifestato

dal p.m. e il rigetto della richiesta da parte del giudice comportano l’obbligatorio prosegui-

mento del rito ordinario. Tuttavia l’imputato può rinnovare la richiesta prima dell’apertura

del dibattimento di primi grado ed il giudice, se la ritiene fondata, pronuncia immediata-

mente sentenza (art. 448, comma 1). In tale ipotesi il p.m. non ha la possibilità di di-

mostrare che il diniego del consenso era fondato.

Il giudizio direttissimo

Il giudizio direttissimo, alla pari del giudizio immediato, salta l'udienza preliminare, con

economia di tempo e di attività processuali; entrambi affluiscono direttamente innanzi al giu-

dice dibattimentale. La scelta di una tale semplificazione dell'iter processuale fa capo esclusi-

vamente al PM, beninteso nell'ipotesi che ne ricorrano i presupposti normativi.

Mancando una meritorietà processuale dell' imputato, per non essere dipendente dalla sua

volontà l'accelerazione del rito, difettano i requisiti per misure premiali a suo favore; mis-

ure che, invece, caratterizzano il giudizio abbreviato e il patteggiamento, che, svolgendosi

usualmente nell'udienza preliminare in virtù di scelta, esclusiva o concorrente, del giudica-

bile, lo rendono meritevole di benefici.

Il giudizio direttissimo si differenzia, peraltro, dal giudizio immediato, perché nel primo

caso l'imputato viene presentato direttamente al giudice dibattimentale, mentre nel secondo

caso è il G.I.P. a dover emettere il decreto di giudizio immediato, quindi con minore sempli-

ficazione del rito.

Il giudizio direttissimo ha come suo presupposto, una particolare originaria situazione di

evidenza della prova. L'evidenza si rivela nell'avvenuto arresto in flagranza del prevenuto;

arresto, facoltativo o obbligatorio, in cui lo stato di flagranza esclude la necessità di partico-

lari o speciali indagini sulla sussistenza del reato e sull'addebitabilità di questo al prevenuto

(art. 449, comma 4). L’arresto deve altresì essere stato convalidato dal Gip (la giurispruden-

za richiede altresì che sia stata applicata una misura cautelare custodiale). L'evidenza della

prova si estrinseca, altresì, nell'avvenuta confessione resa dall' indagato al P.M. nel corso

dell'interrogatorio (art- 449, comma 5 - sia nell'ipotesi di indagato a piede libero, sia nella

ipotesi di indagato colpito da ordinanza cautelare del G.I.P. comportante custodia, arrosti

domiciliari, custodia in carcere o in luogo di cura).

La bipartizione dell'evidenza della prova (flagranza del reato con arresto ad iniziativa della

P.G.; confessione, fuori della flagranza, dell'indagato libero o in custodia cautelare jussu ju-

dicis) deve coniugarsi con il rispetto del termine stringente di 15 giorni per attivare tale

rito speciale, insuperabile e decorrente dall'arresto ovvero dalla notitia criminis.

A norma dell'art. 449, pertanto, il giudizio direttissimo può essere instaurato nelle seguenti

ipotesi:

se l'imputato è stato arrestato in flagranza di reato;

se l'imputato (anche se in stato di libertà) ha reso confessione;

per i reati concernenti le armi ed esplosivi;

per taluni reati inerenti a violenze commesse in occasione di competizioni sportive.

Per le ordinarie ipotesi di rito direttissimo (previste dall'art. 449), il termine temporale dei 15

giorni si pone come un limite alla valorizzazione dell'evidenza della prova ai fini della cele-

brazione del giudizio direttissimo, giacché l'evidenza realizzantesi oltre i 15 giorni ed entro i

90 è utilizzabile solo per instaurare il giudizio immediato e quella ancora più tardiva, oltre il

90° giorno, non comporta per il P.M. benefici di abbreviazione dell'ordinaria sequela delle

scansioni processuali.

Poiché si tratta sempre di riduzioni delle sequenze procedimentali (con limiti anche del

giudizio di appello), il giudizio direttissimo, come quello immediato, non sono mai obbliga-

tori per il P.M., tanto che, pur quando ne ricorrono i presupposti, egli può scegliere di non

procedere allo loro adozione: trattandosi di scelte di rito, esse sono sempre discrezionali.

Il meccanismo processuale di attivazione del giudizio direttissimo è modellato secondo la

situazione soggettiva dell'imputato che vi viene assoggettato.

In caso di arresto in flagranza, il P.M. può scegliere di avvalersi della udienza di convalida

per ottenere il contestuale giudizio di merito sull'imputazione; in tal caso, le due attività

(convalida e giudizio) vengono concentrate innanzi al giudice del dibattimento e deve rispet-

tarsi il termine di 48 ore dall'arresto per la presentazione dell'imputato al giudice (art. 449,

comma 1), previsto per la richiesta di convalida (che dovrà avvenire nelle successive 48

ore). Il P.M. può, altresì, scegliere di tenere separate le due attività di convalida e di

giudizio, rivolgendosi per la prima al G.I.P. nelle 48 ore e per il secondo al giudice dibatti-

mentale nei 15 giorni dell'arresto.

Nei casi in cui non si pone il problema della convalida dell'arresto (perché l'imputato è

libero o è in stato di custodia cautelare disposta dal G.I.P.), rimane il solo termine dei 15

giorni.

Le modalità di svolgimento del processo sono calibrate sullo status libertatis dell'imputato:

se è libero, il P.M. deve notificargli il decreto di citazione a giudizio, che vale anche come

forma di contestazione dell'accusa e quindi legittima la celebrazione del giudizio in contuma-

cia del prevenuto (art. 449).

se è in vinculis (o per l'arresto operato dalla P.G., ovvero per una misura cautelare disposta

dal G.I.P.), l'imputato deve essere tradotto all'udienza e presentato direttamente davanti al

giudice dibattimentale ed ivi il P.M. eserciterà l'azione penale.

L'accelerazione del rito non può comportare un attenuazione delle garanzie difensive, sicché

all'udienza con la presenza necessaria del difensore, quest'ultimo ha diritto alla concessione

di un termine per preparare la difesa ed ha facoltà di prendere visione ed estrarre copia degli

atti delle indagini preliminari. La celerità del rito autorizza P.M., imputato e la persona offe-

sa (costituitasi parte civile) a presentare direttamente i testi in udienza, senza la preventiva

autorizzazione del giudice. Il dibattimento, per il resto, segue lo schema ordinario, con il

regime dell'esame incrociato e con lo sbarramento all'ingresso nel fascicolo dibattimentale

degli atti non aventi dignità di prova (tali sono, in genere, gli atti delle indagini preliminari).

Il giudice dibattimentale, quale garante della legalità del rito, se ravvisa l'inesistenza dei pre-

supposti per il giudizio direttissimo, ne impedisce la celebrazione, disponendo la resti-

tuzione degli atti al P.M. Però, vertendosi nella fattispecie in tema di rito, le parti hanno po-

teri dispositivi in ordine allo stesso. Infatti, la mancata convalida dell'arresto eseguito nella

supposta flagranza, non impedisce alle parti di accordarsi ugualmente perché prosegua il

giudizio direttissimo.

Le parti possono, inoltre, accordarsi perché l'udienza, invece di evolvere verso il dibattimen-

to, prosegua secondo un rito speciale: l'applicazione di pena concordata (patteggiamento),

ovvero con le modalità del giudizio abbreviato.

In caso di richiesta di giudizio abbreviato non necessita il consenso del PM. ed il giudice è

obbligato a disporre la trasformazione del rito. Anche in tale sede è possibile avanzare richi-

esta di abbreviato “condizionato” ad una integrazione probatoria ed inoltre è consentito al

giudice disporre d'ufficio l'ammissione di mezzi di prova necessari per la decisione.

La decisione del giudice, nel giudizio direttissimo, si conclude con una sentenza di

proscioglimento o di condanna, in conformità degli ordinari schemi dibattimentali. Come

già rilevato, essa però è solo limitatamente appellabile, nelle ipotesi di conversione del rito

in giudizio abbreviato o patteggiamento; la limitazione dell'appello è il contrappeso delle

misure premiali conseguite in tali riti. Nell'epilogo tipico del giudizio direttissimo, mancan-

do previsioni premiali, mancano anche le contrapposte limitazioni all'appello.

Il giudizio immediato

Il giudizio immediato, al pari del giudizio direttisimo, si caratterizza per l'assenza dell'udien-

za preliminare e quindi per il salto dalla fase delle indagini preliminari al giudizio dibatti-

mentale. Esso ha pure in comune con l'altro la particolarità che è azionabile direttamente dal

PM.; però, a differenza del giudizio direttissimo, quello immediato può essere promosso

anche ed autonomamente dall'imputato. Infine, mentre il giudizio direttissimo, per essere

disposto, non richiede la intermediazione del G.I.P., quello immediato prevede una verifica

del G.I.P, cui il P.M. o l'imputato, titolari di distinte e separate facoltà, rivolge la sua richies-

ta.

Pertanto, il giudizio immediato salta l'udienza preliminare, per far giungere celermente il

processo al dibattimento; esso è subordinato ad una richiesta di una delle due parti (di rego-

la il P.M., eccezionalmente l'imputato), senza necessità di consenso della controparte; è dis-

posto con decreto del G.I.P., in assenza di contraddittorio, su base cartolare, in presenza dei

presupposti di legge.

I presupposti cui sono condizionati l'iniziativa dell'accusa e quella della difesa sono diversi

tra loro. Per il P.M. occorrono:

l'evidenza della prova;

il previo interrogatorio dell'indagato o quantomeno della notificazione all'indagato di un in-

vito a presentarsi contenente l'enunciazione del fatto e le fonti di prova, in ordine al quale

egli non sia comparso innanzi al P.M. (art. 453, comma 1);

il dato cronologico della formulazione della richiesta entro 90 giorni dall'iscrizione della no-

tizia di reato nel registro di cui all'art. 335 (art. 454, comma 1).

Sulla richiesta, che costituisce esercizio dell’azione penale, decide il giudice in segreto sulla

sola base degli atti trasmessi dal p.m. (art. 454, comma 2) e senza sentire la difesa. Non è

quindi un effettivo vaglio processuale da parte dell’organo giurisdizionale.

Per l'imputato non occorre nessuno dei predetti requisiti. I casi in cui può richiedere il

giudizio immediato sono due:

dopo che gli sia stato notificato l'avviso di fissazione dell'udienza preliminare (art. 419,

comma 5). Pertanto il difensore dell’imputato ha già avuto la possibilità di prendere visione

del fascicolo degli atti di indagini (art. 415 bis). La richiesta deve essere presentata nella

cancelleria del giudice almeno tre giorni prima della suddetta udienza e deve essere notifica-

ta al p.m. e alla persona offesa. Con la richiesta di giudizio immediato l’imputato perde la

possibilità di ottenere successivamente il rito abbreviato (art. 458, comma 3);

dopo che gli sia stato notificato il decreto penale.

Le ragioni che possono spingere l'imputato a richiedere il giudizio immediato sono, nel pri-

mo caso, accelerare la verifica dibattimentale dell'accusa, saltando l'udienza preliminare; nel

secondo caso, non accettare la condanna proponendo opposizione avverso il decreto e

richiedendo la verifica dell'accusa nel contraddittorio dibattimentale.

Sul rispetto dei presupposti di legge per la praticabilità del giudizio immediato vigila il

G.I.P. che, con un esame cartolare entro 5 giorni, dispone il giudizio immediato con

decreto, ovvero rigetta la richiesta. II decreto deve essere notificato alle parti almeno 30

giorni prima della data fissata per il dibattimento.

Il giudizio immediato non ha connotati di premialità, sicché non sono contemplate né

riduzioni di pena, né altri benefici. L'esigenza di garantire il diritto dell' imputato a con-

seguire sconti di pena connessi all'azionamento di altri riti speciali (giudizio abbreviato e

patteggiamento), comporta l'esigenza di previsione di un meccanismo che consenta il con-

seguimento di quei benefici pur quando sia stato instaurato il giudizio immediato.

All'uopo, è previsto che nel decreto del G.I.P. che dispone il giudizio immediato sia con-

tenuto l'avviso che l'imputato può chiedere, in sua alternativa, il giudizio abbreviato ovvero

l'applicazione di pena concordata (patteggiamento), così come dei resto, in sede di giudizio

direttissimo, analogo avviso è fatto oralmente dal presidente allo stesso imputato.

Detta convertibilità del rito incontra, però, uno sbarramento temporale e cioè deve essere

formulata entro quindici giorni dall'ultima notificazione, all'imputato o al difensore, rispetti-

vamente del decreto di giudizio immediato ovvero dell'avviso della data dell'udienza dibatti-

mentale.

Inoltre la legge 479/1999 nel riformulare l'art. 458, conformemente a quanto già previsto

nell'art. 438, non prevede più la necessità del consenso del PM. alla trasformazione del rito

immediato in giudizio abbreviato.

Anche in tale sede è possibile avanzare richiesta di abbreviato “condizionato” ad una inte-

grazione probatoria ed inoltre è consentito al giudice disporre d'ufficio l'ammissione di

mezzi di prava necessari per la decisione.

Il procedimento per decreto

Il procedimento che sfocia nel decreto penale (artt. 459 e ss.) si prefigge di evitare sia

l'udienza preliminare, sia il dibattimento; in ogni caso, anche se vi è opposizione al decreto

emesso, non vi sarà mai l'udienza preliminare, ma l'opponente potrà chiedere o di celebrare

il dibattimento ovvero avanzare richiesta di giudizio abbreviato, di patteggiamento (ovvero,

ricorrendone i casi, di oblazione).

Una volta svolte le indagini preliminari ed acquisite chiare fonti di prova della colpevolezza

dell'imputato tali da far ritenere al P.M. inutile l'udienza preliminare ed il dibattimento,

questi può chiedere al G.I.P. di emettere un decreto penale contenenete la contestazione del

reato e l'applicazione della pena (solo pecuniaria).

Pertanto la fase che porta all'emissione del decreto ha natura puramente cartolare e non con-

templa alcun contraddittorio, nemmeno scritto, tra P.M. richiedente il decreto e imputato.

Invero, è lo stesso decreto a fungere da atto di contestazione formale del fatto e da affer-

mazione di colpevolezza con contestuale irrogazione della pena. Il decreto contiene l'im-

putazione e la condanna, inaudita altera parte; esso si caratterizza, quindi, per la sommarietà

della cognizione nella speranza di una deflazione del carico processuale.

Presupposti del rito semplificato in questione sono:

che il P.M. richieda l'applicazione solo di una pena pecuniaria, anche se la pena pecuniaria

abbia natura sostitutiva di pena detentiva (art. 459);

che la richiesta venga avanzata dal P.M. entro sei mesi dall'iscrizione della notizia di reato

(termine ritenuto dalla giurisprudenza ordinatorio);

che non sia necessaria l'applicazione di una misura di sicurezza;

nei reati procedibili a querela, la non opposizione del querelante (al quale, per consentire

l'esercizio del potere di veto, deve essere data comunicazione dell'emissione del decreto.

Il procedimento per decreto può essere attivato dal solo P.M., prima ancora che egli abbia

formulato la richiesta di rinvio a giudizio, e che lui stesso o l'imputato abbiano promosso

uno degli altri riti alternativi. Siffatte scelte legislative si comprendono osservando che il

procedimento per decreto è quello che consente il maggior risparmio di energie e la mag-

giore semplificazione.

A fronte della richiesta del P.M. il Gip, se non accoglie la richiesta (ad es. perché ne difet-

tano i presupposti) la rigetta e restituisce gli atti al P.M. affinché proceda in via ordinaria;

ovvero se l'accoglie, emette il detto decreto che, oltre all'imputazione ed alla determinazione

della pena pecuniaria, deve contenere l'esposizione sommaria delle fonti di prova.

Ove ricorra una delle ipotesi indicate dall’art. 129 il giudice deve prosciogliere l’imputato

(art. 459, comma 3).

Il decreto deve essere notificato al condannato, al difensore (ed eventualmente alla persona

civilmente obbligata per la pena pecuniaria); deve inoltre essere comunicato al PM.

Il G.I.P. per emettere il decreto deve valutare la correttezza della qualificazione giuridica e la

esattezza della riduzione della pena pecuniaria, limitandosi ad applicare la pena nella misura

richiesta dal P.M., senza alcun potere di modificarla (artt. 459, comma 3 – 460, comma

2). Se la richiesta del P.M. viola quei limiti di legittimità, il G.I.P. non può che rigettare la

richiesta, restituendo gli atti al P.M. Al G.I.P., competono, invece, la valutazione di conced-

ibilità o meno della sospensione condizionale della pena, essendo questo beneficio ancorato

ad una prognosi che a lui spetta: così come quella inerente al beneficio della non menzione

della condanna.

Rispondendo massimamente agli interessi deflattivi del sistema processuale l'emissione del

decreto, resta da vedere se esso si risolve anche nell'interesse del-l'imputato. Proprio al fine

di farlo corrispondere anche a tali interessi e quindi allo scopo di realizzare in concreto il

risparmio processuale sperato, il legislatore ha collegato all'adozione del decreto una serie di

previsioni di carattere premiale, che dopo la riforma introdotta dalla legge 479/99, hanno

avvicinato di molto gli effetti premiali del decreto penale a quelli del patteggiamento. In par-

ticolare:

con il decreto il G.I.P. può irrogare una pena pecuniaria diminuita sino alla metà del minimo

edittale. Trattasi della riduzione di pena potenzialmente più consistente rispetto alle altre

riduzioni premiali (di un terzo per il giudizio abbreviato e fino ad un terzo per il patteggia-

mento);

non sono applicate pene accessorie;

la confisca può essere disposta solo se obbligatoria;

a carico del condannato non sono poste le spese del procedimento;

la condanna non è di ostacolo ad una successiva sospensione condizionale della pena;

il reato si estingue dopo 5 anni (per i delitti) o dopo 2 anni (per le contravvenzioni) se l'im-

putato non commette un delitto o una contravvenzione della stessa indole;

esclusione dell'efficacia dell'accertamento contenuto nel decreto, divenuto esecutivo, rispetto

ad altri giudizi, civili o amministrativi.

Al fine di invogliare l'imputato a prestare acquiescenza e a non proporre opposizione alla

condanna per decreto è previsto che il decreto, pur nella sua sommarietà, debba esporre gli

elementi probatori e le ragioni giuridiche su cui si fonda l'accertamento di responsabilità, in

modo tale che l'imputato sia posto in grado di valutare l'inutilità di una sua opposizione.

Alla stessa finalità è diretta la previsione che, nell'eventuale giudizio conseguente ad un'op-

posizione, il giudice possa applicare in ogni caso una pena anche diversa e più grave di

quella fissata nel decreto di condanna e revocare i benefici già concessi.

Le esigenze di semplificazione processuale connesse a tale rito non possono determinare

un'attenuazione delle garanzie dell'imputato, il quale, se non ritiene conveniente la statu-

izione di condanna contenuta nel decreto, può proporre opposizione al medesimo entro 15

giorni dalla notifica del decreto (art. 461), chiedendo il giudizio immediato; ovvero attivan-

do il rito abbreviato o richiedendo il patteggiamento o l'oblazione. In difetto di opposizione,

il decreto penale diviene esecutivo ed irretrattabile al pari di una sentenza.

L'opposizione solo in parte vanifica gli effetti di semplificazione del rito, perché in ogni

caso viene saltata l'udienza preliminare.

Poiché la mancata opposizione nel termine suindicato fa divenire esecutivo il decreto, una

particolare cautela è prevista ai fini dell'effettività della conoscenza del decreto penale da

parte del condannato. A tale fine, costui può ottenere la rimessione in termini qualora provi

di non avere avuto effettiva conoscenza del decreto formalmente notificatogli, sicché la

conoscenza legale per lui non sempre equivale a conoscenza effettiva. Infine, proprio perché

si ritiene inidonea una conoscenza legale meramente apparente, il procedimento per decreto

non è ammissibile in caso di irreperibilità dell'imputato; in tal caso, l'eventuale decreto già

emesso va revocato di ufficio dallo stesso G.I.P. (art. 460, c. 4) ed il procedimento pros-

eguirà oltre attivando un'altra forma di esercizio dell'azione penale. Inoltre, in caso di reato

ascritto in concorso a più imputati, l'opposizione proposta da uno di essi giova anche agli

altri, provocando prima la sospensione dell'esecuzione del decreto nei confronti dei non op-

ponenti e poi la estensione anche a costoro delle formule di proscioglimento non personali

conseguite eventualmente dagli opponenti.

A seguito dell'opposizione il processo può seguire le seguenti vie:

se l'imputato nulla chiede ovvero avanza esplicita richiesta del dibattimento, il G.I.P. è tenu-

to ad emettere decreto di giudizio immediato e quindi gli atti sono trasmessi al giudice dibat-

timentale;

se l'imputato chiede il patteggiamento (e vi è consenso del P.M.) ovvero il giudizio abbrevi-

ato, il G.I.P. procederà alla celebrazione di detti riti speciali, secondo le rispettiva norme.

se l'imputato richiede l'oblazione ricorrendone i presupposti e dopo il versamento della som-

ma prevista, il giudice emetterà sentenza di non luogo a procedere per estinzione del reato

per oblazione.

Se non viene proposta opposizione o se questa viene dichiarala inammissibile (ad es. perché

avanzata fuori termine), il giudice dispone l'esecuzione del decreto penale.

I L GIUDIZIO

Gli atti preliminari al dibattimento

Il GUP, come abbiamo visto, dispone il giudizio con decreto e fissa la data dell’udienza. Il

presidente del Tribunale o della Corte di assise, ricevuto il decreto, può - per giustificati mo-

tivi - anticipare o differire l'udienza non più di una volta. La fase degli atti preliminari al di-

battimento ha inizio in questo momento e termina allorquando il giudice, in udienza,

dichiara aperto il dibattimento (art. 492).

Durante il termine per comparire, le parti e i loro difensori hanno facoltà di prendere

visione, nel luogo dove si trovano, delle cose sequestrate, di esaminare in cancelleria gli atti

e i documenti raccolti nel fascicolo per il dibattimento e di estrarne copia.

Se ricorre uno dei casi per cui è possibile procedere all'incidente probatorio, il presidente del

Tribunale o della Corte di assise dispone, a richiesta di parte, l'assunzione delle prove non

rinviabili, osservando le forme previste per il dibattimento. I verbali degli atti compiuti sono

inseriti nel fascicolo per il dibattimento.

La fase degli atti preliminari al dibattimento svolge varie funzioni. La funzione che viene

necessariamente espletata è quella di svelare quali sono i testimoni, consulenti tecnici, periti

e imputati connessi dei quali una parte intende chiedere l’ammissione in dibattimento al mo-

mento delle richieste istruttorie (art. 493). Inoltre può permettere la pronuncia di una senten-

za anticipata di proscioglimento (art. 469 oppure permettere l’assunzione di prove urgenti.

In base all’art. 468, comma 1, le parti che intendono chiedere l'esame di testimoni, periti o

consulenti tecnici nonché delle persone indicate nell’art. 210, devono, a pena di inammissi-

bilità, depositare in cancelleria, almeno sette giorni prima della data fissata per il dibatti-

mento, la lista con la indicazione delle circostanze su cui deve vertere l'esame; poiché si

tratta di un termine libero, nel calcolo dei sette giorni, non deve tenersi conto né del giorno

iniziale, né del giorno finale, né il termine finale è prorogato se coincide con un giorno festi-

vo. Non devono essere indicate le parti private, perché queste godono del potere di non

consentire l’esame (art. 208). La dottrina tradizionale ritiene che la funzione della lista sia

quella di consentire la discovery e, cioè di assicurare una previa conoscenza alle altre parti

in modo da evitare prove a sorpresa. Ma la funzione importante delle liste consiste nel met-

tere in grado le parti di esercitare il proprio diritto all’ammissione della prova contraria pre-

visto, nei suoi aspetti procedimentale, dall’art. 468, comma 4: in relazione alle circostanze

indicate nelle liste, ciascuna parte può chiedere la citazione a prova contraria di testimoni,

periti e consulenti tecnici non compresi nella propria lista, ovvero presentarli al dibatti-

mento. Il termine massimo per esercitare il diritto alla prova contraria, in relazione a ciò che

è indicato nelle liste, è il momento delle richieste di prova (art. 493). Dopo di che le succes-

sive domande delle parti potranno essere valutate dal giudice in modo discrezionale in base

all’art. 507. Per quanto riguarda l’acquisizione di verbali di prove assunte in altro procedi-

mento penale valgono principi analoghi: ai sensi dell’art. 468, comma 4 bis, la parte che in-

tende chiedere l’acquisizione di verbali di prove di altro procedimento penale deve farne

espressamente richiesta unitamente al deposito delle liste. La medesima o altra parte,

potrebbe avere interesse a sentire oralmente coloro che hanno reso precedenti dichiarazioni

in altro procedimento penale. In tal caso, tuttavia, la citazione di costoro è autorizzata dal

presidente sono dopo che in dibattimento il giudice ha ammesso l’esame a norma dell’art.

495, e cioè dopo le richieste di prova.

Le parti nel momento in cui presentano le liste, hanno la possibilità di chiedere al presidente

del collegio giudicante la citazione delle persone delle quali intendono ottenere l’esame in

dibattimento. Il presidente del Tribunale o della Corte di assise autorizza con decreto la

citazione dei testimoni, periti e consulenti tecnici indicati nelle liste, escludendo le testimoni-

anze vietate dalla legge e quelle manifestamente sovrabbondanti. Il provvedimento non

pregiudica le successive decisioni sull'ammissibilità della prova a norma dell'articolo 495, le

quali competono al giudice del dibattimento. Le parti potrebbero in verità presentare i testi-

moni ed i consulenti direttamente in udienza. Tuttavia se intendono rendere obbligatoria la

presenza hanno l’onere di chiederne la citazione.

Nel corso della fase degli atti preliminari al dibattimento può essere emessa una sentenza di

proscioglimento anticipato nei casi nei quali l’azione penale non doveva essere iniziata o

non deve essere proseguita o nei quali il reato è estinto. La sentenza in esame può essere

emessa soltanto quando, per accertare l’improcedibilità o l’estinzione del reato, non è neces-

sario assumere prove in dibattimento (art. 469). La sentenza d non doversi procedere è

emessa dal collegio giudicante in camera di consiglio sentiti il p.m. e l’imputato ed è inap-

pellabile.

In tale fase è altresì possibile assumere le prove urgenti, cioè non rinviabili al dibattimento

(art. 467). L’assunzione di tali prove è richiesta dalle parti al presidente del collegio giudi-

cante nei casi previsti dall’art. 392, e cioè quando è possibile procedere ad incidente proba-

torio.

Le indagini integrative

Una volta che sia stato emesso il decreto che dispone il giudizio, il p.m. può compiere attivi-

tà integrativa di indagine con esclusione degli atti per i quali è prevista la partecipazione

dell’imputato o del difensore di questo (art. 430, comma 1). Le indagini integrative svolte

dal p.m. sono sottoposte ad un contraddittorio successivo; l’art. 430, comma 2 dispone che

la documentazione di tali atti sia immediatamente depositata nella segreteria del p.m.; i difen-

sori sono avvisati senza ritardo e possono prendere visione ed estrarre copia degli atti.

L’art. 430 indica il momento iniziale delle indagini integrative; non ne indica il termine fi-

nale. Esso non è concepibile in un sistema accusatorio nel quale l’attività di indagine è ten-

denzialmente illimitata nel tempo. Nella medesima situazione si trovano le parti private, che

durante tutto il procedimento possono compiere investigazioni difensive ai sensi dell’art. 38

disp. att.. L’art. 433, comma 3 pone un ulteriore limite all’inserimento di tale attività di

indagine all’interno del fascicolo del p.m.: infatti tale documentazione può essere inserita

soltanto quando di essa le parti si sono servite per la formulazione di richieste al giudice

del dibattimento e quest’ultimo le ha accolte. Merita richiamare l’art. 430 bis, introdotto

dalla 479 del 1999, il quale vieta alla polizia giudiziaria, al p.m. e al difensore di assumere

informazioni dalle persone indicate da altra parte nelle liste testimoniali (art. 468).

Gli atti introduttivi al dibattimento

Una prima serie di norme riguarda la disciplina e la pubblicità dell'udienza.

Quando l’organo giudiziario è collegiale, vi è una netta ripartizione tra i poteri del presidente

e quelli dell’organo giudiziario. di regola i poteri di direzione spettano al presidente, vicev-

ersa i poteri decisori spettano all’intero collegio. Il verbale di udienza è redatto dall’ausil-

iario che assiste il giudice (art. 480, comma 1) ed è inserito nel fascicolo per il dibattimento

(art. 480, comma 2).

Con riguardo alla pubblicità delle udienze è possibile effettuare una distinzione:

vi è una pubblicità immediata che è assicurata dalle modalità di svolgimento dell’udienza

che di regola è aperta al pubblico (art. 471). La pubblicità immediata subisce una eccezione

quando il giudice dispone che si proceda a porte chiuse in presenza di ipotesi previste tas-

sativamente dalla legge. La decisione di procedere a porte chiuse per l’intero dibattimento

non costituisce per il giudice l’espressione di una facoltà, bensì di un dovere imposto dalla

legge. Nelle seguenti ipotesi (art. 472, commi 1 e 2) si deve procedere a porte chiuse ed è

altresì vietata la pubblicazione degli atti del dibattimento (art. 114, comma 4): quando la

pubblicità può nuocere al buon costume, da intendersi nel senso di buon costume sessuale;

quando la pubblicità può comportare la diffusione di notizie da mantenere segrete nell’inter-

esse dello stato e purché l’autorità competente chieda di procedere a porte chiuse; quando

l’assunzione di determinate prove può causare pregiudizio alla riservatezza dei testimoni

ovvero delle parti private in ordine a fatti che non costituiscono oggetto dell’imputazione.

Le ipotesi nelle quali si procede a porte chiuse, ma è consentita la pubblicazione degli atti

del dibattimento sono le seguenti: quando la pubblicità può nuocere alla pubblica igiene;

quando avvengono da parte del pubblico manifestazioni che turbano il regolare svolgimento

delle udienze; quando è necessario salvaguardare la sicurezza di testimoni o di imputati;

vi è una pubblicità mediata che si attua attraverso la possibilità di pubblicare gli atti del di-

battimento col mezzo della stampa o altro mezzo di diffusione. Le riprese televisive sono

disciplinate dall’art. 147 disp. att.. Vi è un caso in cui le riprese televisive sono sempre vi-

etate: si tratta delle ipotesi nelle quali si procede a porte chiuse per motivi di segretezza o ris-

ervatezza (art. 147, comma 4). L’art. 147 consente le riprese televisive dei dibattimenti, las-

ciando al giudice la valutazione delle condizioni di ammissibilità. Il limite assoluto all’autor-

izzazione delle riprese televisive, finalizzate all’esercizio del diritto di cronaca, è costituito

dal pregiudizio al sereno e regolare svolgimento dell’udienza o alla decisione. Il codice

prevede, come ulteriore requisito per autorizzare la ripresa o la trasmissione, il consenso

delle parti (art. 147, comma 1). Tuttavia, il giudice non ha l’obbligo di sentirle preliminar-

mente, né di avvisarle che hanno la facoltà di non consentire. Se le parti tacciono, perché

ignare di tale facoltà, si ritiene che consentano implicitamente. Se sussiste un interesse so-

ciale particolarmente rilevante alla conoscenza del dibattimento il giudice può dare l’autoriz-

zazione anche se le parti non consentono (Art. 147, comma 2). Il terzo comma dell’art. 147

disp. att., anche in caso di autorizzazione da parte del giudice, prevede limitazioni per le

riprese delle immagini di parti, testimoni, periti, consulenti tecnici, interpreti e di ogni altro

soggetto che deve essere presente. Il presidente deve vietare la ripresa se i soggetti men-

zionati non vi consentono o se la legge ne fa divieto.

Nella fase introduttiva del dibattimento il presidente controlla se si sono verificate le con-

dizioni indispensabili per la costituzione in giudizio delle parti (art. 484); se il difensore

dell’imputato non è presente nonostante il regolare avviso, il presidente designa come sosti-

tuto un altro difensore (art. 484, comma 2). È questo il termine ultimo entro il quale il dan-

neggiato ha la facoltà di sostituirsi parte civile, comparendo per mezzo di un difensore (art.

79, comma 1). Dopo che è stata verniciata la regolare costituzione delle parti vi è la possi-

bilità, per le parti stesse, di sollevare eventuali questioni preliminari (art. 491). Le questioni

proposte dalle parti sono discusse nei limiti di tempo strettamente necessari alla loro illus-

trazione e sono immediatamente decise dall’intero collegio. Le questioni preliminari previste

dall’art. 491, sono:

le questioni concernenti la competenze per territorio o per connessione, gia proposte e

respinte nell’udienza preliminare, possono essere riproposte come questioni preliminari;

le questioni concernenti le nullità indicate nell’art. 181, commi 2 e 3 – riguardanti le nullità

intervenute negli atti di indagini, nell’incidente probatorio e nell’udienza preliminare – de-

vono essere proposte prima della conclusione dell’udienza preliminare. Nei procedimenti

speciali, nei quali manchi tale fase, l’eccezione deve essere posta in sede di questioni pre-

liminari;

le questioni concernenti la costituzione delle parti private diverse dall’imputato.

Vi sono poi altre questioni preliminari per le quali la preclusione va incontro ad una ec-

cezione: esse possono essere discusse successivamente se la possibilità di proporle sorga

soltanto nel corso del dibattimento (art. 491, comma 2):

si tratta in primo luogo delle questioni concernenti il contenuto del fascicolo per il dibatti-

mento. In realtà il fascicolo era già stato formato nel contraddittorio delle parti al termine

dell’udienza preliminari. Prima dell’inizio dell’istruzione dibattimentale le parti hanno anco-

ra la possibilità di discutere se è corretto l’inserimento dei singoli atti nel fascicolo per il di-

battimento;

i problemi che riguardano la riunione o la separazione dei giudizi sono discussi immediata-

mente fra le questioni preliminari. Tuttavia può darsi che l’occasione per porre un problema

del genere sorga nel corso del dibattimento (ad es. assoluta impossibilità di comparire per

legittimo impedimento che interessa uno dei coimputati – artt. 420 ter, comma 1 e 484, com-

ma 2 bis). In tal caso il problema è discusso con il procedimento attinente alle questioni pre-

liminari.

Non sono necessarie particolari precisazioni in merito all’assenza dell’imputato o del suo

difensore dovuto a legittimo impedimento. È, invece, opportuno spendere qualche parola in

merito alla disciplina della contumacia. Ai sensi dell’art. 429, comma 4, il decreto che

dispone il giudizio è notificato esclusivamente all’imputato contumace all’udienza prelim-

inare. Soltanto in questo caso in dibattimento si pone un problema di accertamento della re-

golarità della citazione dell’imputato non comparso. Il giudice può disporre l’accompagna-

mento coattivo dell’imputato contumace, quando la presenza di costui è necessaria per l’as-

sunzione di una prova diversa dall’esame. (art. 490). Se l’imputato dichiarato compare pri-

ma della decisione, il giudice deve revocare l’ordinanza. L’imputato può rendere

dichiarazioni spontanee (art. 494) e, se compare prima dell’inizio delle discussione, può

chiedere di essere sottoposto all’esame. Il codice disciplina espressamente l’ipotesi nella

quale, nel corso del giudizio contumaciale, sia necessario procedere alla modifica dell’im-

putazione perché il fatto risulta diverso (art. 516) o alla contestazione di un reato concor-

rente o di una circostanza aggravante (art. 517). In tali situazioni il pubblico ministero deve

chiedere che la contestazione sia inserita nel verbale del dibattimento e che esso sia notifica-

to per estratto all’imputato (art. 520, comma 1). Il presidente sospende il dibattimento e fis-

sa una nuova udienza per la prosecuzione (art. 520, comma 2). Una volta che il giudizio si

sia concluso e la sentenza sia stata depositata in cancelleria, al contumace deve essere notifi-

cato l’avviso di deposito con l’estratto della sentenza (art. 548, comma 3).

Dopo la discussione e la decisione delle questioni preliminari, il presidente di-chiara aperto

il dibattimento e l'ausiliario che assiste il giudice dà lettura dell'imputazione (art. 492). Le

richieste di prova sono presentate dal p.m. e, nell’ordine, dai difensori delle parti private

eventuali e dal difensore dell’imputato. Nelle richieste la singola parte indica i fatti che in-

tende provare e chiede l’ammissione delle relative prove (art. 493). L’illustrazione dei fatti

che ciascuna parte intende provare è funzionale alla decisione sull’ammissibilità delle prove.

Per le prove documentali è prevista una specifica procedura di ammissione. In base all’art.

495, comma 3 prima che il giudice provveda sulla domanda, le parti hanno la facoltà di

esaminare i documenti di cui è chiesta l’ammissione. Il documento, una volta ammesso, è

inserito nel fascicolo per il dibattimento (art. 515). Il codice dispone poi ingenerale che la

prova contraria è sempre pertinente. Ai sensi dell’art. 495, comma 2, l’imputato ha diritto

all’ammissione delle prove indicate a discarico sui fatti costituenti oggetto delle prove a cari-

co; lo stesso diritto spetta al p.m. in ordine alle prove a carico dell’imputato sui fatti cos-

tituenti oggetto delle prove a discarico.

Diverse dalla prova contraria sono quelle che vengono definite prove ex adverso. Si tratta

delle prove che diventano rilevanti soltanto all’esito dell’escussione delle prove orali. Ciò

avviene, ad es., quando il testimone A afferma di non essere mai stato in una determinata

piazza in un determinato giorno, mentre la controparte può indicare una fonte B dal quale

risulta il contrario. Pertanto l’ammissione della fonte B può essere richiesta dopo che si è

verificata l’escussione della prova A e questa abbia dato un determinato risultato.

Dopo che le parti hanno formulato le proprie richieste di prova, il presidente informa l’im-

putato che egli ha la facoltà di rendere dichiarazioni spontanee in ogni stato del dibattimento

purché si riferiscano all’oggetto dell’imputazione e non intralcino l’istruzione dibattimentale

(art. 494, comma 1). Le spontanee dichiarazioni differiscono dall’esame dell’imputato in

quanto nelle prime questi è sottratto al controesame delle altre parti e non rischia di essere

messo in difficoltà.

Il dibattimento

La disciplina dell'udienza e la direzione del dibattimento sono esercitate dal presidente che

decide senza formalità; in sua assenza la disciplina dell'udienza è esercitata dal pubblico

ministero. Per l'esercizio delle funzioni, il presidente o il pubblico ministero si avvale, ove

occorra, anche della forza pubblica, che dà immediata esecuzione ai relativi provvedimenti.

L'udienza è pubblica a pena di nullità. Non sono ammessi nell'aula di udienza coloro che

non hanno compiuto gli anni diciotto, le persone che sono sottoposte a misure di preven-

zione e quelle che appaiono in stato di ubriachezza, di intossicazione o di squilibrio mentale.

Se alcuna di queste persone deve intervenire all'udienza come testimone, è fatta allontanare

non appena la sua presenza non è più necessaria. Non è consentita la presenza in udienza di

persone armate, fatta eccezione per gli appartenenti alla forza pubblica, né di persone che

portino oggetti atti a molestare. Le persone che turbano il regolare svolgimento dell'udienza

sono espulse per ordine del presidente o, in sua assenza, del pubblico ministero, con divieto

di assistere alle ulteriori attività processuali. Per ragioni di ordine, il presidente può

disporre, in casi eccezionali, che l'ammissione nell'aula di udienza sia limitata a un determi-

nato numero di persone.

Il giudice dispone che il dibattimento o alcuni atti di esso si svolgano a porte chiuse quando

la pubblicità può nuocere al buon costume ovvero, se vi è richiesta dell'autorità competente,

quando la pubblicità può comportare la diffusione di notizie da mantenere segrete nell'inter-

esse dello Stato. Su richiesta dell'interessato, il giudice dispone che si proceda a porte

chiuse all'assunzione di prove che possono causare pregiudizio alla riservatezza dei testi-

moni ovvero delle parti private in ordine a fatti che non costituiscono oggetto dell'im-

putazione. Quando l'interessato è assente o estraneo al processo, il giudice provvede di uffi-

cio. Il giudice dispone altresì che il dibattimento o alcuni atti di esso si svolgano a porte

chiuse quando la pubblicità può nuocere alla pubblica igiene, quando avvengono da parte

del pubblico manifestazioni che turbano il regolare svolgimento delle udienze ovvero quan-

do è necessario salvaguardare la sicurezza di testimoni o di imputati. Il dibattimento relativo

ai delitti di violenza sessuale si svolge a porte aperte; tuttavia, la persona offesa può

chiedere che si proceda a porte chiuse anche solo per una parte di esso. Si procede sempre a

porte chiuse quando la parte offesa è minorenne. In tali procedimenti non sono ammesse

domande sulla vita privata o sulla sessualità della persona offesa se non sono necessarie alla

ricostruzione del fatto. Il giudice può disporre che avvenga a porte chiuse l'esame dei mi-

norenni.

Le nuove contestazioni a dibattimento

Le norme che disciplinano le nuove contestazioni, la modifica dell'imputazione e la corre-

lazione tra l'imputazione contestata e la sentenza, hanno lo scopo di garantire il diritto

dell'imputato al contraddittorio sul contenuto dell'accusa, per cui assumono rilievo solo

quelle nuove contestazioni che, effettivamente, pregiudicano la possibilità di difesa dell'im-

putato.

Le nuove contestazioni possono avere ad oggetto sia un fatto diverso (art. 516), che un

reato concorrente o continuato (art. 517), che un fatto nuovo (art. 518), ma solo a con-

dizione che la contestazione suppletiva trovi spunto nell'istruzione dibattimentale. Diversa-

mente, sarebbe consentito al pubblico ministero di eludere l'obbligo della «discovery», por-

tando direttamente a dibattimento materiale investigativo sottratto alla verifica dell'udienza

preliminare.

Se nel corso dell'istruzione dibattimentale risulta un fatto diverso da come è descritto nel de-

creto che dispone il giudizio, e non appartiene alla competenza di un giudice superiore, il

pubblico ministero modifica l'imputazione e procede alla relativa contestazione (art. 516). Si

tratta del medesimo fatto storico che, tuttavia, risulta essersi svolto diversamente. L’imputa-

to ha il diritto che il dibattimento sia sospeso ed ha altresì la facoltà di chiedere l’ammis-

sione di nuove prove (art. 519).

Qualora nel corso dell'istruzione dibattimentale emerga un reato connesso a norma dell'arti-

colo 12 comma 1 lettera b (se una persona è imputata di più reati commessi con una sola

azione od omissione ovvero con più azioni od omissioni esecutive di un medesimo disegno

criminoso), ovvero una circostanza aggravante e non ve ne sia menzione nel decreto che

dispone il giudizio, il pubblico ministero contesta all'imputato il reato o la circostanza,

purché la cognizione non appartenga alla competenza di un giudice superiore (art. 517). An-

che in tal caso l’imputato ha diritto alla sospensione ed all’ammissione di eventuali nuove

prove.

Al di fuori dei casi previsti dall'articolo 517 il pubblico ministero procede nelle forme ordi-

narie, se nel corso del dibattimento risulta a carico dell'imputato un fatto nuovo non enunci-

ato nel decreto che dispone il giudizio e per il quale si debba procedere di ufficio (art. 518).

Tuttavia il presidente, qualora il pubblico ministero ne faccia richiesta, può autorizzare la

contestazione nella medesima udienza, se vi è consenso dell'imputato presente e non ne

deriva pregiudizio per la speditezza dei procedimenti.

Come detto, nei casi previsti dagli articoli 516, 517 e 518 comma 2, e salvo che la contes-

tazione abbia per oggetto la recidiva, l'imputato può chiedere un termine per la difesa che

non può essere superiore a quaranta giorni.

In tutte le ipotesi in cui la contestazione sia avvenuta fuori dei casi consentiti, il giudice

dispone la trasmissione degli atti al p.m. perché proceda nelle forme ordinarie (art. 521,

comma 3). Lo stesso avviene quando il giudice accerta che il fatto storico è diverso da quel-

lo descritto nel decreto che dispone il giudizio o nella contestazione effettuata dal p.m. in di-

battimento. Gli atti sono trasmessi al p.m. che procede nelle forme ordinarie.

I L FENOMENO PROBATORIO NEL PROCEDIMENTO PE-

NALE

Nozioni generali

La prova è l’elemento, il segno, l’attività volta a fornire la conoscenza di un fatto altrimenti

sconosciuto o incerto. La prova può quindi definirsi come l’insieme degli elementi sui quali

si basa il convincimento del giudice. L’oggetto della prova o thema probandi è costituito da

una affermazione probatoria, è l’ipotesi da verificare nel processo penale: si riferisce all’im-

putazione, alla punibilità e alla determinazione della pena o della misura di sicurezza. La

prova è storica quando rappresenta un fatto, narrato da un testimone o contenuto in un doc-

umento. La prova è critica quando rappresenta un fatto dal quale, induttivamente, se ne ri-

cava uno ulteriore. La prova è, quindi, metodo conoscitivo utilizzato dal giudice, tramite

mezzi specifici; testimonianza, documento, massima di esperienza. Distinto è l’indizio,

segno di un fatto, non univoco, che può condurre a conclusioni anche oppose, secondo un

metodo interpretativo di tipo induttivo. Soltanto in presenza di indizi gravi precisi e con-

cordanti può desumersi l’esistenza di un fatto e quindi la prova dello stesso. Il codice vi-

gente indica come oggetto della prova i fatti che si riferiscono all’imputazione, alla punibilità

e alla determinazione della pena o della misura di sicurezza, ed altresì i fatti dai quali

dipende l’applicazione di norme processuali, nonché i fatti inerenti alla responsabilità civile

derivante dal reato, se vi è costituzione di parte civile. Ciò costituisce una innovazione

rispetto al codice previgente, che si riferiva ai fatti necessari per l’accertamento della verità.

L’innovazione risponde alla necessità di adeguare la disciplina della prova al sistema ac-

cusatorio introdotto dal nuovo codice. Le prove sono ammesse da parte del giudice a richi-

esta di parte; il giudice è titolare di un autonomo potere di assunzione di nuovi mezzi di pro-

va, soltanto se risulta assolutamente necessario. Il giudice, sulle richieste di parte, esclude le

prove vietate dalla legge e quelle che sono manifestamente infondate o irrilevanti. Vige, in

materia, il principio dispositivo, che si ritrova anche nel processo civile, per il quale in-

combe alle parti, ed in particolare al p.m., provare il proprio assunto, e il giudice non può

decidere se non sulla base di quanto provato dalle parti stesse, salvo l’eccezionale potere di

acquisizione della prova d’ufficio conferito al giudice. Di norma la prova si deve formare al

dibattimento, secondo il principio dell’oralità, avanti al giudice che poco o nulla sa dell’at-

tività svolta in precedenza dalle parti, e dei risultati della stessa. Le attività di indagine pre-

liminare non hanno valore di prova, ma debbono essere ripetute avanti al giudice del dibatti-

mento, salvo che si opti per uno dei riti dell’alternativa inquisitoria. La prova illegittima-

mente acquisita non è utilizzabile. Il giudice deve valutare la prova dando conto nella moti-

vazione dei risultati acquisiti e dei criteri adottati, tenuto conto dell’esito complessivo

dell’istruttoria.

L’istruzione dibattimentale

L'istruzione dibattimentale inizia con le prove richieste dal pubblico ministero e prosegue

con l'assunzione di quelle richieste dalle altre parti (art. 496). L’ordine nel quale si svolge

l’istruzione dibattimentale rispetta i due principi generali dell’onere della prova (art. 27

Cost.) e della disponibilità della prova (art. 190 c.p.p.). La successione dei casi, prevista dal

codice può essere modificata ove tutte le parti concordino un ordine diverso (art. 496, com-

ma 2); ciò costituisce espressione del principio della disponibilità della prova. L’art. 150

disp. att. dispone che l’esame delle parti abbia luogo appena terminata l’assunzione delle

prove a carico dell’imputato, e cioè subito dopo l’assunzione delle prove richieste dal p.m.

ed eventualmente dalla parte civile, dal responsabile civile e dal civilmente obbligato per la

pena pecuniaria. Le parti che hanno richiesto l’esame, o vi hanno consentito, vengono es-

cusse nel seguente ordine (art. 503, comma 1): per prima la parte civile che non sia stata ci-

tata come testimone, quindi il responsabile civile e la persona civilmente obbligata per la

pena pecuniaria; per ultimo, l’imputato. Può darsi che l’assunzione delle dichiarazioni di

una medesima persona sia chiesta da più di una parte. In tal caso il presidente, sentite ,e par-

ti, stabilisce un calendario di udienze, con l’indicazione del giorno in cui testimoni, con-

sulenti, periti e parti debbono comparire per sottoporsi ad esame (art. 145 disp. att.). In base

all’art. 496, comma 1, la persona deve essere esaminata per prima dalla pubblica accusa.

All’interno di ogni singolo caso l’ordine nel quale vengono assunte le prove è stabilito dalla

parte che ha richiesto le stesse. Conferma ne è l’art. 497, comma 1, secondo cui i testimoni

sono esaminati l’uno dopo l’altro nell’ordine prescelto dalle parti che li hanno indicati. La

norma vale anche per i periti ed i consulenti tecnici in forza del richiamo operato dall’art.

501.

Prima che abbia inizio l'esame del testimone, il presidente lo ammonisce sull'obbligo (penal-

mente sanzionato dall’art. 372 c.p.) di dire la verità e gli fa rendere una dichiarazione che

sostituisce la vecchia formula del giuramento (art. 497, comma 2). Per l’esame dei periti si

osservano le disposizioni sull’esame dei testi in quanto applicabili (art. 501, comma 1). Il

perito al momento in cui gli viene conferito l’incarico da parte del giudice assume l’obbligo

di far conoscere la verità (art. 266 c.p.p.); tale obbligo è sanzionato penalmente (art. 373

c.p.) e permane la momento in cui il perito è sentito con l’esame incrociato.

Al di la delle modalità di assunzione della testimonianza, già viste in precedenza, il codice

prevede una ulteriore e specifica disciplina per l’esame dei testimoni. In base all’art. 149

disp. att. l’esame del testimone deve avvenire in modo che nessuna delle persone citate pos-

sa, prima di deporre, comunicare con alcuna delle parti o con i difensori o consulenti tecnici,

assistere agli esami degli altri o vedere o udire o essere altrimenti informata di ciò che si fa

nell’aula dell’udienza. Si vuole con ciò tutelare la genuinità della fonte probatoria, evitando

che le cognizioni del teste siano alterate da notizie sui risultati di altre prove, con cui il teste

medesimo potrebbe essere indotto a coordinarle.

L’esame dei testi avviene con l’istituto dell’esame incrociato, cioè quell’insieme di regole

con le quali le parti pongono direttamente le domande alla persona esaminata.

Nell’esame incrociato i soggetti che pongono le domande sono il p.m. ed i difensori delle

parti private. Al termine dell’esame il presidente, su richiesta di altro componente del colle-

gio, può rivolgere domande (art. 506, comma 2). Sono sottoposti all’esame i testimoni, i

periti, i consulenti tecnici, gli imputati di procedimenti connessi o collegati ed anche le parti

private. L’esame incrociato si articola nei tre momenti fondamentali dell’esame diretto, del

controesame e del riesame (art. 498).

L’esame diretto è condotto dalla parte che ha chiesto di interrogare il testimone e tende ad

ottenere la manifestazione dei fatti conosciuti dal testimone; tali fatti dovrebbero essere utili

a dimostrare la tesi di colui che lo ha citato.

Il controesame è eventuale nel senso che le parti che non hanno chiesto l’esame di quel

teste, possono a loro volta porre domande; è condotto quindi dalla parte che ha un interesse

contrario a quello che ha chiesto l’esame diretto. Il controesame può avvenire su fatti

ovvero sulla credibilità del testimone, ovvero su entrambi gli oggetti. Il controesame sulla

credibilità tende a far dichiarare al testimone fatti che dimostrano la non credibilità di

quest’ultimo. Il controesame su fatti tende a far dichiarare al testimone un fatto diverso e

contrario a quello posto all’esame diretto.

Il riesame è doppiamente eventuale perché si svolge se vi è stato il controesame; nel riesam-

inare la parte che ha condotto l’esame può proporre domande nuove; è condotto dalla per-

sona che ha chiesto l’assunzione della testimonianza. La funzione del riesame è quella di

consentire, a chi ha introdotto la prova, il recupero della sequenza dei fatti che il controe-

same a cercato di mettere in dubbio la loro esistenza; oppure di consentire di esporre la ra-

gione di contraddizione nelle quali il testimone è caduto; pertanto tende a controllare la va-

lidità della dichiarazione inizialmente resa.

L’esame incrociato non può essere sottoposto ad interruzioni. Nel corso del suo svolgimen-

to le parti hanno unicamente la possibilità di formulare opposizioni sulle quali il presidente

decide immediatamente senza formalità.

Abbiamo già sottolineato che nel corso dell’esame il presidente può intervenire per assicu-

rare la pertinenza delle domande, la genuinità delle risposte, la lealtà dell’esame e la corret-

tezza delle contestazioni (art. 499, comma 6). Soltanto al termine della sequenza esame di-

retto, controesame e riesame il presidente può porre d’ufficio nuove domande al testimone.

In tal caso le parti hanno diritto a concludere l’esame secondo l’ordine prescritto (art. 506,

comma 2): e cioè si può rinnovare in tutto o in parte la sequenza esame diretto, controesame

e riesame.

Il codice pone alcune regole che riguardano sia il modo di formulare le domande, sia il

modo di rispondere alle stesse da parte del testimone.

Le regole per le domande sono le seguenti:

sono ammesse domande su fatti specifici (art. 499, comma 1). La regola non vieta tuttavia

che una parte chieda al dichiarante di narrare ciò che ha percepito. Si vuole soltanto evitare

che il testimone venga a riferir una lezione imparata a memoria;

sono vietate le domande che possono nuocere alla sincerità delle risposte (art. 499, comma

2); e cioè non sono ammesse le domande intimidatorie o, viceversa, suadenti;

sono vietate le domande che violano il rispetto della persona umana (art. 499, comma 4), e

cioè che ledono l’onore o la reputazione del deponente. Tuttavia nel controesame, quando

occorre saggiare la credibilità del dichiarante, il diritto alla prova prevale sul rispetto della

persona: il codice non prevede materie non indagabili.

Tra le regole che riguardano le risposte, si possono citare tutti i casi nei quali il testimone

può astenersi dal rendere dichiarazioni. Pertanto il testimone ha facoltà di non deporre: sui

fatti dai quali potrebbe emergere una sua responsabilità penale (art. 198, comma 2); su fatti

coperti dal segreto professionale (art. 200); su fatti coperti dal segreto d’ufficio o di Stato

(art. 201 e 202). Vi è anche una specifica regola che impone al presidente di assicurare la

genuinità della risposta (art. 499, comma 6); si vuole infatti evitare che il testimone possa

carpire suggerimenti mentre depone.

L'esame testimoniale del minorenne è invece di regola condotto dal presidente su domande e

contestazioni delle parti (art. 498, comma 4).

È compito del presidente del collegio intervenire durante l'esame per garantire il rispetto del-

la persona, assicurare la pertinenza delle domande, la genuinità delle risposte, la lealtà

dell'esame e la correttezza delle contestazioni.

Sulle opposizioni formulate nel corso dell'esame, il presidente decide immediatamente e

senza formalità.

Le dichiarazioni rese prima del dibattimento e loro utilizzabilità

Il codice accoglie il principio della immediatezza, in base al quale il giudice non può utiliz-

zare ai fini della deliberazione prove diverse da quelle legittimamente acquisite nel dibatti-

mento (art. 526). Se ne ricava che le prove precostituite sono utilizzabili soltanto se sono

state acquisite legittimamente. Alla categoria delle prove precostituite appartengono le

dichiarazioni rese prima del dibattimento. Il principale strumento per acquisirle legittima-

mente è la lettura del precedente verbale. Ai sensi dell’art. 514, comma 1, la lettura di

dichiarazioni è vietata fuori dei casi nei quali è espressamente consentita. Le eccezioni sono

contenute negli artt. 511, 512, 512 bis e 513, richiamati nell’art. 514. Il 7 gennaio 200 è en-

trato in vigore il nuovo testo dell’art. 111 Cost., in base al quale l’accusato ha la facoltà di

interrogare le persone che rendono dichiarazioni a suo carico (comma 3). La violazione del

diritto menzionato fa scattare una regola di esclusione probatoria: ai sensi del comma 4 del

medesimo articolo la colpevolezza dell’imputato non può essere provata sulla base di

dichiarazioni rese da chi, per libera scelta, si è sempre sottratto volontariamente all’inter-

rogatorio da parte dell’imputato o del suo difensore. Viene così sancita la regola della inuti-

lizzabilità delle dichiarazioni rese da colui che si è sottrattola contraddittorio con l’imputato.

Al principio del contraddittorio nella formazione della prova il comma 5 dell’art. 111 Cost.

pone tre eccezioni che devono essere previste per legge: la prova è utilizzabile anche se si è

formata fuori dal contraddittorio per consenso dell’imputato o per accertata impossibilità di

natura oggettiva (cause indipendenti dalla volontà di taluno che sembrano assimilabili a situ-

azioni di forza maggiore) e per effetto di provata condotta illecita (il comportamento con-

trario al diritto, posto in essere dall’imputato o da lui ratificato, costituisce una rinuncia per

fatti concludenti al diritto di difendersi provando).

La prima modalità di utilizzazione di precedenti dichiarazioni è la consultazione in aiuto

della memoria. Ai sensi dell’art. 499, comma 5, il testimone può essere autorizzato dal

presidente a consultare in aiuto della memoria, documenti da lui redatti. La consultazione

di documenti può essere chiesta da colui che è interrogato, sia quest’ultimo un testimone o

una parte (in base al richiamo operato dall’art. 503, comma 2). Si tratta di un diritto che può

essere esercitato su autorizzazione del presidente e quando: 1. il documento sia redatto dal

dichiarante. Occorre segnalare che gli atti possono essere consultati in aiuto dalla memoria

da parte dell’ufficiale o agente di polizia giudiziaria a norma dell’art. 499, comma 5 (art.

514, comma 2); 2. il documento può essere consultato in aiuto della memoria; 3. il docu-

mento deve essere reso conoscibile alle controparti le quali hanno il diritto di utilizzarlo ai

fini del controesame; 4. i periti ed i consulenti tecnici di parte nel corso dell’esame hanno in

ogni caso facoltà di consultare documenti, note scritte e pubblicazioni che possono essere

acquisite anche d’ufficio (art. 501, comma 2). In tal caso il codice non richiede l’autoriz-

zazione del presidente.

La seconda modalità di utilizzazione delle precedenti dichiarazioni è la contestazione. A

colui che depone (sia egli testimone o parte) viene contestato di aver reso una differente

dichiarazione in un momento anteriore al dibattimento. Essa deve essere contenuta nel fasci-

colo del p.m. e, pertanto, di regola consisterà in un atto delle indagini preliminari; ma nulla

impedisce che consista in una documentazione raccolta durante le investigazioni difensive

(art. 38 disp. att.), o in un documento sequestrato dal p.m. o acquisito dal giudice

nell’udienza preliminare (artt. 421, comma 3 e 422, comma 1). La contestazione probatoria

in senso proprio è quella regolata espressamente dagli artt. 500 (per il testimone) e 503 (per

la parte). Tali articoli pongono precisi requisiti e ricollegano alla contestazione determinati

effetti ai fini della utilizzabilità in giudizio. Per quanto riguarda i primi:

deve trattarsi di precedenti dichiarazioni contenute nel fascicolo del p.m. (gli altri atti con-

tenuti nel medesimo fascicolo possono essere utilizzati per fare domande ma non per le con-

testazioni);

le precedenti dichiarazioni devono essere state rese dalla stessa persona che in dibattimento

sta cambiando versione;

la contestazione può avvenire soltanto se sui fatti o sulle circostanze da contestare il testi-

mone o la parte abbia già deposto (artt. 500, comma 2 e 503, comma 3);

la modalità della contestazione consiste nel leggere la dichiarazione rilasciata prima del di-

battimento e nel chiedere conto al deponente dei motivi della diversità. Le parti possono

procedere alla contestazione anche quando l’interrogato rifiuti in tutto o in parte, di rispon-

dere sulle circostanze riferite nelle precedenti dichiarazioni (art. 500, comma 2 bis).

A seguito della contestazione il teste può rettificare la propria dichiarazione ed eliminare

quindi la difformità. Può altresì mantenere la differente versione e resa. In tal caso si pone il

problema di stabilire se la precedente dichiarazione possa essere utilizzata ai fini della deci-

sione. Il codice fornisce distinte soluzioni in relazione al soggetto che depone. In

particolare:

precedenti dichiarazioni rese dal testimone: vi sono due situazioni nelle quali è prevista

la contestazione probatoria. La prima presuppone che il testimone abbia fornito in dibatti-

mento una versione dei fatti che sia difforme da quella che egli ha dato in precedenza (art.

500, comma 1). La seconda prevede che il testimone abbia rifiutato o omesso in tutto in

parte di rispondere sulle circostanze che aveva riferito in precedenza (art. 500, comma 2

bis). Una volta operata la contestazione, vi sono alcune eccezioni, in presenza delle quali la

precedente dichiarazione è utilizzabile come prova del fatto narrato; in base al principio del

libero convincimento resta fermo che il giudice può ritenere attendibile, o meno, la prece-

dente dichiarazione.

Nell’ipotesi di dichiarazione difforme, ai sensi del comma 4 dell’art. 500 le precedenti

dichiarazioni, che siano state contestate al testimone, sono utilizzabili come prova del

fatto narrato se sussistono altri elementi di prova che ne confermano l’attendibilità.

Il comma 5 dell’art. 500 tiene conto di situazioni che hanno compromesso la genuinità

dell’esame svoltosi in dibattimento. Le situazioni sono indicate in modo non tassativo e

possono consistere nel fatto che il testimone sia stato sottoposto a violenza, minaccia,

offerta o promessa di danaro o altra utilità affinché non deponga o deponga il falso.

Se ci risulta da circostanze emerse da dibattimento o dalle stesse modalità della depo-

sizione, le precedenti dichiarazioni contestate al testimone sono utilizzabili come prova

del fatto narrato.

Infine, il comma 6 dell’art. 500 tiene conto del fatto che nel corso dell’udienza prelim-

inare i testimoni hanno reso le loro deposizioni davanti al giudice in contraddittorio delle

parti. Tali dichiarazioni vengono inserite nel fascicolo del p.m. (art. 433, comma 1) ma

se sono contestate in dibattimento al testimone, sono utilizzabili come prova del fatto

narrato anche in assenza di riscontri.

Precedenti dichiarazioni rese dall’imputato di un separato procedimento connesso o

collegato: il codice, all’art. 210 comma 5 impone di applicare la norma sulla contestazione

probatoria che vale per l’imputato nel procedimento a suo carico (art. 503). Ne deriva che le

precedenti dichiarazioni possono essere contestate a colui che le ha rese. Se l’imputato con-

nesso, nonostante la contestazione, continua a dare una versione differente, le precedenti

dichiarazioni sono utilizzabili contro l’imputato principale, il cui difensore ha diritto di

esaminare l’imputato connesso. Viceversa allorché l’imputato connesso rifiuti o ometta di

rispondere su fatti concernenti la responsabilità di altri, sui quali abbia già reso precedente-

mente dichiarazioni, ove le parti non siano d’accordo sulla lettura, ci si comporterà come se

fosse un testimone, applicando la disciplina delle contestazioni. Le precedenti dichiarazioni

da lui rese al p.m. o alla p.g. delegata potranno essergli contestate ai sensi dell’art. 500,

comma 2 bis; in particolare, se si tratta di dichiarazioni accusatorie esse saranno utilizzabili

come prova del fatto narrato soltanto con il consenso dell’imputato nei cui confronti sono

rivolte o in caso di minaccia o subornazione.

Precedenti dichiarazioni rese dalle parti private: l’art. 503, comma 3, permette di effet-

tuare la contestazione nel corso dell’esame delle parti private, e cioè dell’imputato, del coim-

putato, del responsabile civile e della persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria. La

contestazione può essere operata in base alla suddetta disposizione anche nel raro caso in

cui la parte civile, che di regola è chiamata a deporre come testimone, sia viceversa invitata a

rendere l’esame come parte. Di regola l’effetto è analogo a quello della contestazione proba-

toria: la precedente dichiarazione resa dalla pare privata è utilizzabile soltanto per valutare la

credibilità del dichiarante (art. 503, comma 4).

Una disciplina particolare è prevista quando sono esaminati l’imputato o il coimputato

nel medesimo procedimento. In tal caso vi sono due casi nelle quali le precedenti

dichiarazioni, una volta contestate, sono utilizzabili come prova del fatto rappresentato:

con la particolarità che, se sono contestate all’imputato A, esse sono utilizzabili come

prova del fatto narrato anche nei confronti del coimputato B, il cui difensore è presente

in dibattimento. L’art. 503, comma 5 considera le sole dichiarazioni alle quali il difen-

sore dell’imputato aveva diritto di assistere, purché esse siano state assunte dal p.m. o

dalla p.g. delegata. Una volta contestate, sono utilizzabili come prova del fatto narrato.

Rimane da considerare l’ipotesi nella quale l’imputato, sottoposto ad esame, rifiuti od

ometta in tutto o in parte di rispondere. In seguito alla sentenza n. 361 del 1998, occorre

distinguere se l’imputato è chiamato a riferire su di un fatto che comporta una respons-

abilità penale altrui o propria. Nel caso in cui sia chiamato a rendere l’esame su di un

fatto altrui, la sua situazione deve essere parificata a quella dell’imputato connesso, seg-

natamente con l’obbligo di sottoporsi all’esame. Pertanto le precedenti dichiarazioni po-

tranno essergli contestate e saranno utilizzate ai fini della prova della colpevolezza

dell’imputato nei cui confronti sono rivolta, soltanto se quest’ultimo vi consente o se vi

è la prova che vi è stata intimidazione o subornazione. Resta da considerare il caso in

cui l’imputato non sia stato chiamato a rendere l’esame su di un fatto che comporta al-

trui responsabilità penale, bensì abbia chiesto o consentito di essere sottoposto ad

esame. Il codice non prevede espressamente cosa avvenga quando egli non risponde ad

una domanda. Tuttavia si può ritenere che l’ipotesi rientri nella disposizione, di portata

ampia, relativa all’imputato che rifiuta di sottoporsi ad esame (art. 513, comma 1). Per-

tanto la precedente dichiarazione può essere utilizzata contro l’imputato medesimo, che

si è sottratto al contraddittorio; viceversa, non è utilizzabile contro altri coimputati se

non con il consenso o in caso di intimidazione o subornazione.

Occorre precisare che esiste un altro tipo di contestazione delle prove precedentemente ac-

quisite, raccolte sia nel dibattimento sia in momenti anteriori, ed è definita come contes-

tazione non probatoria (riconosciute dalla sent. n. 407 del 1994 Corte Cost. che ha ritenu-

to lecita la contestazione sia della notizia di reato, sia di qualsiasi altra risultanza al limitato

scopo di valutare la credibilità del dichiarante. Possono essere contestati al teste, gli atti con-

tenuti nel fascicolo del p.m., sia pure ai soli fini di demolire la credibilità del soggetto

dichiarante, sia gli atti contenuti nel fascicolo per il dibattimento (così, ad un teste possono

essere contestate le precedenti dichiarazioni di altro teste o un documento). La contestazione

non probatoria impone al dichiarante di fornire precisazioni o ammettere di aver errato; sotto

questo profilo, diventa indispensabile ai fini della decisione. In base all’art. 192, comma 1,

il giudice valuta la prova dando conto nella motivazione dei risultati acquisiti e dei criteri

adottati. Sempre nella motivazione, il giudice deve enunciare le ragioni per le quali ritiene

non attendibili le prove contrarie (art. 546, comma 1, lett. e).

La lettura è la modalità residuale di utilizzazione delle dichiarazioni rese in momenti prece-

denti al dibattimento. È residuale perché, quando è consentita, la lettura dei verbali di

dichiarazioni è disposta solo dopo l’esame della persona che le ha rese, a meno che l’esame

non abbia luogo (art. 511). Occorre esaminare l’oggetto delle letture ricordando che gli atti

compiuti in momenti anteriori al dibattimento sono contenuti in parte nel fascicolo per il di-

battimento ed in parte nel fascicolo del p.m.. Gli atti contenuti nel fascicolo per il dibatti-

mento sono consultabili da l giudice; se consistono in dichiarazioni, possono essere letti

soltanto dopo l’esame della persona che le ha rese (art. 511, comma 2) e, pertanto, danno

luogo ad un istituto simile alla contestazione probatoria. Una volta che siano stati letti, gli

atti possono essere posti a fondamento della motivazione della sentenza (art. 526). Più com-

plesse sono le norme che valgono per la lettura degli atti contenuti nel fascicolo del p.m.. La

lettura degli atti è permessa con le restrizioni previste negli artt. 512, 512 bis e 513. Le re-

strizioni in oggetto hanno il presupposto comune che l’atto sia diventato non ripetibile. Gli

altri limiti riguardano la persona che ha reso le dichiarazioni anteriormente al dibattimento. Il

codice distingue quattro gruppi di persone comprendenti:

i testimoni: le dichiarazioni rese dai testimoni alla p.g., al p.m. o al giudice nell’udienza

preliminare possono essere lette soltanto se sono diventate non ripetibili per fatti o cir-

costanze non prevedibili nel momento in cui sono state assunte (art. 512); se fosse stata

prevedibile si doveva procedere ad incidente probatorio;

i cittadini stranieri: l’art. 512 bis disciplina l’utilizzabilità delle dichiarazioni rese prima del

dibattimento da persone residenti all’estero. La lettura delle dichiarazioni rese da tali soggetti

nel corso delle indagini, anche a seguito di rogatoria internazionale, può essere disposta se

ricorrono due presupposti concorrenti, che integrano la situazione di non ripetibilità. Anzi-

tutto occorre che la persona sia stata citata per deporre e non sia comparsa. Inoltre, l’esame

dibattimentale di tale soggetto deve risultare assolutamente impossibile. Se ricorrono i pre-

supposti il giudice, a richiesta di parte e tenuto conto degli altri elementi di prova acquisiti,

può disporre la lettura delle dichiarazioni in oggetto;

la persona imputata in procedimento connesso o collegato ma che si svolga separata-

mente (art. 210): costoro hanno l’obbligo di presentarsi in dibattimento e di rendere

l’esame; ma hanno la facoltà di non rispondere e se rispondono non sono punibili per falsa

testimonianza. Il codice non si accontenta di accertare la non ripetibilità e pone come con-

dizione alla eventuale lettura che siano prima sperimentate senza successo tutte le possibilità

di farle intervenire al dibattimento. In tali casi l’imputato connesso o il coimputato che una

parte ha citato per rendere l’esame e che non si sono presentati in dibattimento, devono es-

sere sottoposti ad un provvedimento di accompagnamento coattivo, o, eventualmente, sono

sentiti con esame a domicilio, con rogatoria internazionale o con esame a distanza (art. 513,

comma 2). Soltanto se non è possibile ottenere la presenza del dichiarante (o procedere

all’esame con una delle modalità sopra dette) il giudice può leggere, su richiesta di parte, le

precedenti dichiarazioni, ma unicamente se la non ripetibilità dipende da fatti o circostanze

imprevedibili al momento della dichiarazione (art. 513, comma 2);

l’imputato ed il coimputato: tali dichiarazioni hanno un particolare regime di lettura, che

tiene conto del fatto che l’imputato ha il diritto di non sottoporsi all’esame quando non è

chiamato a renderlo su di un fatto che comporta un’altrui responsabilità penale. Le

dichiarazioni precedentemente rese possono essere lette a richiesta di parte se l’imputato è

contumace o assente ovvero rifiuta di sottoporsi all’esame (art. 513, comma 1). Esse, tut-

tavia, sono utilizzabili soltanto contro l’imputato che abbia tenuto il comportamento

indicato; non lo sono nei confronti di un altro coimputato salvo che quest’ultimo vi consen-

ta o che vi siano elementi concreti, verificati in contraddittorio, dai quali risulti che vi è stata

intimidazione o subornazione del dichiarante.

Poteri di iniziativa probatoria esercitabili dal giudice

Il potere di iniziativa del giudice si esercita con modalità e con limiti tali da non intralciare

l’iniziativa delle parti. Il presidente del collegio giudicante può rivolgere domande al testi-

mone o al dichiarante soltanto al termine dell’esame incrociato (art. 506, comma 2). Il giu-

dice può disporre l’assunzione di nuovi mezzi di prova se risulta assolutamente necessario ,

una volta che sia terminata l’acquisizione delle prove, e cioè dopo che si sono svolti intera-

mente il caso per l’accusa ed il caso per la difesa (art. 507).

La rinuncia alla prova

Al tema del principio dispositivo si connette la problematica della rinuncia all’assunzione di

una prova. In concreto, si dà il caso in cui una parte, ottenuta l’ammissione di un mezzo di

prova, rinuncia alla sua assunzione. L’ipotesi non pare regolata espressamente dal codice;

soccorrono i principi generali della prova. In primo luogo, dall’art. 190, comma 3 si ricava

che la rinuncia di una parte non comporta l’automatica estromissione della prova. La dispo-

sizione recita: i provvedimenti sull’ammissione della prova possono essere revocati sentite

le parti in contraddittorio; ed analogo principio è sancito nell’art, 495, comma 4, secondo

cui il giudice, sentite le parti, può revocare con ordinanza l’ammissione di prove che risul-

tano superflue. Si pone l’ulteriore problema riguardante i poteri che spettano alle parti di-

verse da quella che ha espresso la rinuncia. Una volta che sia stata ammessa, la prova deve

considerarsi introdotta nel processo per finalità di giustizia. Di conseguenza, rivive il diritto

alla prova delle parti, che possono chiedere l’assunzione della prova rinunciata.

Può ipotizzarsi il caso in cui, nelle richieste introduttive, una parte abbia richiesto ed ottenu-

to l’ammissione di una prova contraria. Resta da chiedersi cosa succeda quando quella prin-

cipale sia stata oggetto di rinuncia effettuata dalla parte richiedente. In tale situazione,

l’oggetto di prova (thema probandum) è già stato inserito nel processo; esso deve ritenersi

messo a disposizione della Giustizia. Da ciò si ricava che la rinuncia alla prova principale

non ha efficacia su quella contraria. Colui che ha ottenuto l’ammissione di quest’ultima ha il

diritto di vederla assunta. Egli ha anche, se lo ritiene opportuno, il diritto di ottenere l’assun-

zione della prova principale.

In tutte le situazioni finora prospettate resta salva l’attenuazione al principio dispositivo, che

è sancita dall’art. 507.

La partecipazione e l’esame a distanza

Il legislatore ha introdotto due istituti che permettono lo svolgimento del dibattimento a dis-

tanza utilizzando lo strumento del collegamento televisivo. Dapprima con la legge n. 356

del 1992 è stato introdotto l’istituto dell’esame a distanza, che ha principalmente lo scopo di

proteggere la vita del “collaboratore di Giustizia” che è chiamato a rendere dichiarazioni. Poi

la legge 11 del 1998 da un lato, ha esteso i casi di esame a distanza; da un altro lato, ha con-

figurato una vera e propria partecipazione a distanza, che permette all’imputato di assistere

al proprio procedimento, pur restando fisicamente in un luogo lontano all’udienza. L’aspet-

to comune dei due istituti sta nel collegamento televisivo.

La legge 11 del 1998 ha introdotto il nuovo art. 146 bis disp. att., che prevede una nuova

forma di partecipazione dell’imputato a distanza. La partecipazione a distanza è disposta

dal giudice in presenza di due presupposti: in primo luogo deve trattarsi di imputato nei cui

confronti si proceda per taluno dei delitti di criminalità mafiosa (art. 51, comma 3 bis,

c.p.p.); in secondo luogo, occorre che questi si trovi, a qualsiasi titolo, in stato di detenzione

in carcere. Il collegamento televisivo deve assicurare la contestuale, reciproca ed effettiva

visibilità delle persone presenti in entrambi i luoghi e la possibilità di udire quanto vi viene

detto (art. 146 bis, comma 3). Il difensore o un suo sostituto può essere presente nel luogo

in cui si trova l’imputato; ove il difensore scelga di rimanere nell’aula di udienza, il comma

4 gli garantisce il diritto di avere colloqui riservati con l’imputato mediante strumenti tecnici

idonei. La figura del sostituto ha destato perplessità perché si tratta di una figura anomala

che interviene al di fuori dei casi di sostituzione previsti (art. 102 c.p.p.), come del resto

avviene per le investigazioni difensive (art. 38 disp. att.). al fine di attestare l’identità

dell’imputato e la mancanza di limitazioni o impedimenti ai diritti a questi riconosciuti, il

giudice designa un ausiliario che deve essere presente nel luogo in cui si trova l’imputato.

L’art. 147 disp. att. prevede che mediante collegamento televisivo si possa svolgere a dis-

tanza l’esame di un testimone o di una parte. Ove siano disponibili strumenti tecnici

idonei ad effettuare un collegamento audiovisivo, il giudice sentite le parti, può disporre an-

che d’ufficio che l’esame si svolga a distanza. In tal caso l’esame è effettuato mediante un

collegamento audiovisivo che assicuri la contestuale visibilità delle persone presenti nel luo-

go dove la persona sottoposta ad esame si trova. Se si tratta dell’esame di un imputato, de-

vono essere assicurate le medesime garanzie previste per la partecipazione a distanza (art.

147 bis, comma 4). In primo luogo, occorre che vi sia la effettiva e reciproca visibilità: l’im-

putato deve poter vedere quello che accade nell’aula di udienza, mentre è esaminato. In sec-

ondo luogo, il difensore deve poter essere presente accanto all’assistito. In terzo luogo,

l’imputato deve potersi consultare riservatamente col difensore presente in aule. Infine,

l’ausiliario del giudice non può essere sostituito da un ufficiale di polizia giudiziaria. Ai

sensi dell’art. 147 bis, comma 3 disp. att. l’esame deve svolgersi obbligatoriamente a dis-

tanza nei seguenti casi: se i collaboratori di giustizia sono esaminati nell’ambito di un pro-

cesso di criminalità mafiosa; se nei confronti dell’esaminato è stato emesso un decreto di

cambiamento delle generalità; se un imputato, anche non collaboratore di Giustizia, ma ac-

cusato di un delitto di criminalità mafiosa, deve essere esaminato in un processo per tale

tipo di delitti, connesso al proprio. In tali casi l’obbligatorietà è temperata dalla possibilità,

lasciata al giudice, di ritenere assolutamente necessaria la presenza della persona da esam-

inare.

Il giudice può disporre l’esame a distanza, ma soltanto su richiesta di parte , neo seguenti

casi (art. 147 bis, comma 5): se il dichiarante è già stato esaminato nell’incidente probatorio

o in un altro procedimento ed è stata disposta una nuova assunzione di tal prova (art. 495,

comma 1); se comunque vi sono gravi difficoltà ad assicurare la presenza della persona da

esaminare.

La discussione finale

Esaurita l'assunzione delle prove, il pubblico ministero e successivamente i difensori della

parte civile, del responsabile civile, della persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria

e dell'imputato formulano e illustrano le rispettive conclusioni (art. 523). La parte civile pre-

senta conclusioni scritte, che devono comprendere, quando sia richiesto il risarcimento dei

danni, anche la determinazione del loro ammontare (art. 523, comma 2). Se il difensore non

adempie all’onere delle conclusioni scritte, la costituzione di parte civile si intende revocata

ex lege (art. 82, comma 2).. Il presidente dirige la discussione e impedisce ogni

divagazione, ripetizione e interruzione. Il pubblico ministero e i difensori delle parti private

possono replicare; la replica è ammessa una sola volta e deve essere contenuta nei limiti

strettamente necessari per la confutazione degli argomenti avversari. In ogni caso l'imputato

e il difensore devono avere, a pena di nullità, la parola per ultimi se la domandano (art. 523,

comma 5). La discussione non può essere interrotta per l'assunzione di nuove prove, se non

in caso di assoluta necessità. Se questa si verifica, il giudice provvede a norma dell'articolo

507. Esaurita la discussione, il presidente dichiara chiuso il dibattimento.

Una volta esaurita la discussione finale, il presidente dichiara chiuso il dibattimento (art.

524) e l’organo giudicante si ritira in camera di consiglio per deliberare la sentenza.

La sentenza

La sentenza è deliberata subito dopo la chiusura del dibattimento (art. 525). Alla deliber-

azione concorrono, a pena di nullità assoluta, gli stessi giudici che hanno partecipato al di-

battimento (art. 525, comma 2). Se alla deliberazione devono concorrere i giudici supplenti

in sostituzione dei titolari impediti, i provvedimenti già emessi conservano efficacia se non

sono espressamente revocati.

Salvo quanto previsto dall'articolo 528, la deliberazione non può essere sospesa se non in

caso di assoluta impossibilità. La sospensione è disposta dal presidente con ordinanza.

Il collegio, sotto la direzione del presidente, decide separatamente le questioni preliminari

non ancora risolte e ogni altra questione relativa al processo che potrebbero far sfociare in

un decisione che preclude l’esame nel merito (art. 527), come avverrebbe nel caso in cui il

giudice dovesse dichiararsi incompetente. Qualora l'esame del merito non risulti precluso

dall'esito della votazione, sono poste in decisione le questioni di fatto e di diritto concernenti

l'imputazione e, se occorre, quelle relative all'applicazione delle pene e delle misure di si-

curezza nonché quelle relative alla responsabilità civile. Il giudice valuta se i fatti affermati

dalle parti sono dimostrati dalle prova acquisite.

Tutti i giudici enunciano le ragioni della loro opinione e votano su ciascuna questione

qualunque sia stato il voto espresso sulle altre. Il presidente raccoglie i voti cominciando dal

giudice con minore anzianità di servizio e vota per ultimo. Nei giudizi davanti alla corte di

assise votano per primi i giudici popolari, cominciando dal meno anziano per età. Se nella

votazione sull'entità della pena o della misura di sicurezza si manifestano più di due

opinioni, i voti espressi per la pena o la misura di maggiore gravità si riuniscono a quelli per

la pena o la misura gradatamente inferiore, fino a che venga a risultare la maggioranza. In

ogni altro caso, qualora vi sia parità di voti, prevale la soluzione più favorevole all'imputato.

Qualora sia necessaria la lettura del verbale di udienza redatto con la stenotipia ovvero l'as-

colto o la visione di riproduzioni fonografiche o audiovisive di atti del dibattimento, il giu-

dice sospende la deliberazione e procede in camera di consiglio alle operazioni necessarie,

con l'assistenza dell'ausiliario ed eventualmente del tecnico incaricato della documentazione

(art. 528).

Conclusa la deliberazione, il presidente dell’organo giudicante redige il dispositivo e lo sot-

toscrive (art. 544, comma 1). Una volta sottoscritto il dispositivo, l’organo giudicante rien-

tra nell’aula di udienza ed il presidente lo legge (art. 545, comma 1). Nei casi nei quali la

motivazione sia stata redatta insieme al dispositivo, essa viene letta o viene esposta in modo

riassuntivo; in tal caso la lettura equivale a notificazione della sentenza per le parti che sono

o devono considerarsi presenti all’udienza (art. 545, commi 2 e 3).

Di regola la motivazione non è redatta immediatamente. Il termine per il deposito è di

quindici giorni (art. 544, comma 2). Se la motivazione si presenta come particolarmente

complessa, il giudice indica nel dispositivo un termine più lungo, non eccedente comunque

il novantesimo giorno da quello della pronuncia (art. 544, comma 3). L’intera sentenza è

sottoscritta dal presidente e dal giudice estensore (art. 546, comma 2). Essa deve essere de-

positata in cancelleria entro i termini a suo tempo indicati nel dispositivo, quando è stato let-

to in udienza. Il pubblico ufficiale addetto vi appone la sottoscrizione e la data del deposito

(art. 548, comma 1). Quando la sentenza non è depositata entro il termine, l’avviso di de-

posito deve essere comunicato al p.m. e notificato alle parti private e al difensore dell’impu-

tato (art. 548, comma 2).

L’avviso di deposito con l’estratto della sentenza è in ogni caso notificato all’imputato con-

tumace ed è comunicato al procuratore generale presso la corte d’appello (art. 548, comma

3).

I requisiti della sentenza

La decisione del giudice si formalizza nella sentenza la quale deve avere dei requisiti for-

male tutti enunciati nell’art. 546. In particolare deve contenere:

l’intestazione in nome del popolo italiano e l’indicazione dell’autorità che l’ha pronunciata;

le generalità dell’imputato o le altre indicazioni personali che valgono ad identificarlo,

nonché le generalità delle parti private;

l’imputazione;

l’indicazione delle conclusioni delle parti;

la concisa esposizione dei motivi di fatto e di diritto su cui la decisione è fondata, con l’indi-

cazione delle prove poste a base della decisione stessa e l’enunciazione delle ragioni per le

quali il giudice ritiene non attendibili le prove contrarie;

il dispositivo con l’indicazione degli articoli di legge applicati;

la data e la sottoscrizione del giudice.

La sentenza è nulla se manca la sottoscrizione del giudice o la motivazione, o anche se man-

ca o è incompleto nei suoi elementi essenziali il dispositivo (art. 546, comma 3).

Dal punto di vista sostanziale la sentenza è composta da capi e punti. Sono capi della sen-

tenza le singole imputazioni; sono punti della sentenza le questioni di fatto o di diritto che

devono essere trattare e risolte per giungere alla decisione in merito ad una o più im-

putazioni.

Nel caso in cui occorra completare la motivazione insufficiente o manchino siano insuffici-

enti gli altri requisiti disposti dal codice, si deve attivare un procedimento di correzione degli

errori materiali (art. 547). Il procedimento che porta alla correzione degli errori materiali è

disposto d’ufficio o su richiesta di parte dal giudice che ha emesso il provvedimento (art.

130). Il giudice provvede in camera di consiglio previo avviso alle parti che possono inter-

venire (art. 127). Se la sentenza è stata impugnata la correzione è disposta dal giudice com-

petente a conoscere l’impugnazione.

Le sentenze di proscioglimento

Con la sentenza di proscioglimento, il giudice ordina la liberazione dell'imputato in stato di

custodia cautelare e dichiara la cessazione delle altre misure cautelari personali eventual-

mente disposte. La stessa disposizione si applica nel caso di sentenza di condanna che con-

cede la sospensione condizionale della pena.

All’interno della generale categoria delle sentenze di proscioglimento, il codice pone una

fondamentale distinzione tra sentenza di non doversi procedere (artt. 529 e 531) e sentenza

di assoluzione (art. 530). Soltanto le sentenze di assoluzione contengono un vero e proprio

accertamento, che il giudice ha operato mediante le prove. Pertanto esse sono idonee a fon-

dare l’efficacia di giudicato nei processi civili ed amministrativi in base agli artt. 652 - 654.

Viceversa le sentenze di non doversi procedere non contengono un accertamento del fatto

storico bensì si limitano a statuire su aspetti processuali che impedicono tale accertamento.

Quando il giudice pronuncia una sentenza sia di non doversi procedere, sia di assoluzione,

egli deve precisare la causa e cioè la c.d. formula terminativa tassativamente prevista dal

codice agli artt. 529 – 531.

Il giudice deve quindi pronunciare sentenza di non doversi procedere:

perché l’azione penale non doveva essere iniziata o non deve essere proseguita: la

sentenza ha questa formula terminativa quando manca la condizione di procedibilità prevista

dalla legge per quella determinata fattispecie incriminatrice (art. 529). Il giudice provvede

nello stesso modo quando la prova dell'esistenza di una condizione di procedibilità è insuf-

ficiente o contraddittoria. Si tratta d una applicazione del principio in dubbio pro reo;

per estinzione del reato: il codice penale prevede varie cause di estinzione dle reato: la

morte del reo prima della condanna (art. 150 c.p.), l’amnistia (art. 151 c.p.), la remissione

della querela (art. 152 c.p.), la prescrizione del reato (art. 157 c.p.), l’oblazione nelle con-

travvenzioni (artt. 162 e 162 bis c.p.), il perdono giudiziale per i minorenni (art. 169 c.p.).

Le predette cause eliminano non l’illiceità del fatto ma la sua punibilità in concreto. Ebbene

se nel processo penale si manifesta una causa di estinzione del reato, il giudice deve

dichiararla immediatamente ed il processo non può proseguire (art. 129, comma 1). La

causa di estinzione è dichiarata mediante una sentenza di non doversi procedere. Al giudice

è impedito di pronunciare un accertamento della esistenza del reato ma, in astratto, deve co-

munque aver valutato se il fatto storico commesso sarebbe stato punibile. Tuttavia non vi è

un vero e proprio accertamento e, quindi, tale sentenza non è idonea a costituire giudicato

nei processi civili o amministrativi.

Occorre precisare che il codice tende a contemperare l’interesse dell’imputato con le esigen-

ze di economia processuale, che impongono di non proseguire oltre col processo in presen-

za di una causa di improcedibilità. In tale situazione pone al giudice l’obbligo di pronunciare

sentenza di assoluzione se dagli atti risulta evidente l’innocenza dell’imputato per uno dei

motivi indicati nelle formule assolutorie che appresso saranno analizzate. Occorre sottolin-

eare che l’assoluzione nel merito rimane subordinata ad una situazione in cui l’innocenza sia

evidente e ciò risulti dagli atti. Non è consentito al giudice acquisire ulteriore mezzi di

prova.

Sentenza di assoluzione

Con la sentenza di assoluzione il giudice compie un accertamento sull’esistenza o meno del

fatto storico addebitato all’imputato. Il codice impone al giudice di utilizzare una delle for-

mule assolutorie previste tassativamente dall’art. 530. Nell’enunciare le formule terminative

il codice segue una vera e propria gerarchia, perché inizia con quelle più favorevoli all’im-

putato e termina con le formule meno favorevoli, utilizzando come criterio il pregiudizio

morale che può derivare dall’ammettere che comunque l’imputato ha commesso una deter-

minato fatto, anche se esso non è penalmente illecito o, in alcuni casi, è semplicemente non

punibile. Nelle situazioni in cui sarebbe possibile applicare più formule, il giudice deve pro-

nunciare la formula più ampiamente liberatoria.

Il giudice pronuncia sentenza di assoluzione indicandone la causa nel dispositivo:

perché il fatto non sussiste: tale formula deve essere adottata quando il fatto reato addebi-

tato nell’imputazione, non trova conforto nelle risultanze processuali;

perché l’imputato non ha commesso il fatto: la formula è utilizzata quando il fatto, ad-

debitato all’imputato, sussiste dal punto di vista del solo elemento oggettivo, ma il reato non

è stato commesso dall’imputato, bensì da un’altra persona;

perché il fatto non costituisce reato: in questo caso il fatto addebitato nell’imputazione è

stato commesso dall’imputato e sussiste nei suoi elementi oggettivi, previsti dalla fattispecie

incriminatrice, e tuttavia il fatto non è un illecito penale;

perché il fatto non è previsto dalla legge come reato: in tale caso il fatto storico indicato

nell’imputazione non rientra in alcuna fattispecie incriminatrice né sotto il profilo oggettivo,

né sotto quello soggettivo. Siamo di fronte ad un’assoluzione in punto di diritto. Il fatto

contestato è stato commesso, ma è estraneo a qualsiasi norma incriminatrice: è stato at-

tribuito all’imputato per un errore di valutazione giuridica del pubblico ministero;

perché il reato è stato commesso da una persona non imputabile o non punibile per

un'altra ragione: la formula è utilizzata quando il giudice accerta che il fatto è stato

commesso ed è penalmente rilevante, ma l’imputato non è punibile in concreto. Infatti egli

può essere non imputabile o coperto da una causa di non punibilità.

Le formule assolutorie sopra illustrate devono essere applicate dal giudice sia quando man-

ca la prova di reità è dubbia perché le prove di accusa sono insufficienti o contraddittorie. In

tal caso il codice applica il principio della presunzione di innocenza.

Con la sentenza di proscioglimento (non doversi procedere – assoluzione) il giudice ordina

la liberazione dell’imputato in stato di custodia cautelare e dichiara la cessazione delle altre

misure cautelari personali eventualmente disposte (art. 532, comma 1). Con la sentenza che

assolve l’imputato per cause diverse dal difetto di imputabilità il giudice, se ne è fatta richi-

esta, condanna la pare civile alla refusione delle spese processuali sostenute dall’impuatato e

dal responsabile civile per effetto dell’azione civile, sempre che non ricorrano giustificati

motivi di compensazione totale o parziale. Se il danneggiato ha esercitato l’azione civile per

colpa grave, il giudice può condannare la parte civile al risarcimento dei danno causati

all’imputato assolto (art. 541, comma 2).

Nel caso di assoluzione da un reato perseguibile a querela con le formule ampiamente liber-

atorie il fatto non sussiste o l’imputato non ha commesso il fatto il giudice condanna il

querelante al pagamento delle spese anticipate dallo Stato ed alla refusione delle spese e al

risarcimento del danno a favore dell’imputato assolto (art. 542, comma 1).

Dichiarazione di estinzione del reato

Salvo quanto disposto dall'articolo 129/2 (obbligo della immediata declaratoria di determi-

nate cause di non punibilità), il giudice, se il reato è estinto, pronuncia sentenza di non

doversi procedere enunciandone la causa nel dispositivo. Il giudice provvede nello stesso

modo quando vi è dubbio sull'esistenza di una causa di estinzione del reato.

La sentenza di condanna

Se l'imputato risulta colpevole del reato contestatogli, il giudice pronuncia sentenza di con-

danna applicando la pena e l'eventuale misura di sicurezza. I punti essenziali della sentenza

di condanna sono l’accertamento del fatto storico di reato, la sua qualificazione come illecito

penale, l’affermazione che l’imputato lo ha commesso ed, infine, la determinazione della

pena. Questo è il contenuto minimo della sentenza.

Se la condanna riguarda più reati, il giudice stabilisce la pena per ciascuno di essi e quindi

determina la pena che deve essere applicata in osservanza delle norme sul concorso di reati

e di pene o sulla continuazione.

Nei casi previsti dalla legge il giudice dichiara il condannato delinquente o contravventore

abituale o professionale o per tendenza. Quando il giudice ritiene di dover concedere la

sospensione condizionale della pena o la non menzione della condanna nel certificato del

casellario giudiziale, provvede in tal senso con la sentenza di condanna.

La sentenza di condanna pone a carico del condannato il pagamento delle spese processuali

relative ai reati cui la condanna si riferisce. I condannati per lo stesso reato o per reati con-

nessi sono obbligati in solido al pagamento delle spese. I condannati in uno stesso giudizio

per reati non connessi sono obbligati in solido alle sole spese comuni relative ai reati per i

quali è stata pronunciata condanna. Sono poste a carico del condannato le spese di manteni-

mento durante la custodia cautelare, a norma dell'articolo 692. Qualora il giudice non abbia

provveduto circa le spese, la sentenza è rettificata a norma dell'articolo 130.

Quando pronuncia sentenza di condanna e vi è stata costituzione di parte civile , il giudice è

tenuto a decidere sulla domanda relativa alle restituzioni ed al risarcimento del danno. Tale

pronuncia è possibile soltanto all’interno della sentenza penale di condanna , con un au-

tonomo capo sulle questioni civili. La domanda risarcitoria non è accolta automaticamente.

Il giudice deve valutare se il danneggiato era legittimato a costituirsi parte civile e se ha

subito un danno derivante direttamente dal suo reato.

Se la parte civile ha subito un danno, il giudice condanna l’imputato a risarcirlo. Di regola

il giudice dovrebbe liquidarlo per intero, e cioè dovrebbe quantificare la somma dovuta a

titolo di risarcimento (art. 538, comma 2). Il punto della sentenza che liquida il danno non è

provvisoriamente esecutivo; la provvisoria esecutività è dichiarata soltanto su richiesta di

parte quando ne ricorrono giustificati motivi (art. 540, comma 1). Quando le prove acquisite

non consentono la liquidazione del danno, il giudice pronuncia condanna generica e rimette

le parti davanti al giudice civile (art. 539, comma 1). In previsione di una simile eventualità

il difensore della parte civile, nelle conclusioni che presenta al termine del dibattimento,

chiede che il giudice penale conceda una provvisionale, e cioè liquidi una determinata som-

ma nei limiti del danno per cui ritiene raggiunta la prova (art. 539, comma 2). Se il giudice

accoglie la richiesta la condanna al pagamento della provvisionale è immediatamente esecu-

tiva (art. 540, comma 2). Inoltre, con la sentenza che accoglie la domanda sulle restituzione

e sul risarcimento del danno il giudice penale condanna l’imputato al pagamento delle spese

processuali in favore della parte civile salvo che ritengo di disporre, per giusti motivi, la

compensazione totale o parziale (art. 541, comma 1). Infine se il giudice su richiesta della

parte civile ordina la pubblicazione della sentenza di condanna (art. 543) qualora la pubbli-

cazione costituisca un mezzo per riparare il danno non patrimoniale cagionato dal reato (art.

186 c.p.).

I L PROCEDIMENTO

DAVANTI AL TRIBUNALE MONOCRATICO

In concomitanza con l'inizio dell'efficacia della normativa relativa al Giudice unico (2 gen-

naio 2000), è entrata in vigore la legge n. 479 del 16 dicembre 1999 che ha previsto una

nuova disciplina per il processo innanzi al Tribunale in composizione monocratica, modifi-

cando i criteri per la ripartizione dei reati fra il giudice collegiale e il giudice monocratico.

Sono attribuiti al Tribunale collegiale tutti i reati, consumati o tentati, indicati nel-l'art. 33-bis

(oltre i reati espressamente elencati, anche quelli puniti con la pena della reclusione superi-

ore nel massimo a dieci anni), mentre invece sono attribuiti al Tribunale monocratico i delitti

previsti dall'art. 73 del T.U. n. 309 del 1990 in materia di stupefacenti sempre che non siano

contestate le aggravanti di cui all'art. 80, e tutti quanti gli altri reati non attribuiti al giudice

collegiale (art. 33-ter).

La trattazione innanzi al giudice collegiale o innanzi al giudice monocratico, non coincide

quindi, con la presenza o meno dell'udienza preliminare, poiché solo per le contravvenzioni

e per i delitti puniti con la reclusione non superiore nel massimo a quattro anni, il pubblico

ministero esercita l'azione penale con la citazione diretta a giudizio, mentre invece, negli altri

casi, l'azione penale è sottoposta al controllo del Giudice dell'udienza preliminare (art. 550).

Per tutto ciò che non è previsto espressamente per il procedimento davanti al Tribunale in

composizione monocratica si osservano le norme per il procedimento innanzi al giudice col-

legiale, in quanto applicabili.

Accesso al dibattimento

Prima della miniriforma introdotta dalla legge 479/99, il sistema delineato dal legislatore, in

ordine alle modalità di esercizio ordinario dell'azione penale, per i reati di rito monocratico e

quelli di rito collegiale, era molto semplice: per i primi non si faceva mai luogo alla cele-

brazione dell'udienza preliminare ed essi pervenivano al dibattimento attraverso la citazione

diretta fatta dal P.M.

Tale previsione aveva generato molte critiche, in quanto si era evidenziato che per reati

puniti con pena molto elevata (fino a dieci annidi reclusione), era rischioso, per le garanzie

dell'imputato, la rinuncia al filtro costituito dall'udienza preliminare.

La legge Carotti ha quindi significativamente mutato la normativa, sicchè odiernamente la

situazione è la seguente:

per i reati attribuiti al rito collegiale (salvo che non venga attivato un rito speciale), si fa luo-

go sempre all'udienza preliminare;

per i reati attribuiti al giudice monocratico vi è un doppio regime:

si fa luogo alla citazione diretta a giudizio per i reati previsti dall'art. 550 (reati contravven-

zionali ovvero delitti puniti con la multa, sola o congiunta con la reclusione non superiore

nel massimo a quattro anni e taluni reati specificamente indicati: es. furto aggravato,

ricettazione, rissa aggravata ecc.);

si fa luogo all'udienza preliminare in tutti gli altri casi attribuiti alla cognizione del giudice

monocratico (art. 33ter) e non inclusi nelle ipotesi di citazione diretta (art. 550).

In sostanza la citazione diretta è prevista per le stesse ipotesi per cui, prima della riforma del

giudice unico, in passato vi era la competenza del Pretore. Però per taluni reati pretorili per i

quali allora non era prevista l'udienza preliminare, odiernamente essa è invece prevista (es.

omicidio colposo, truffa aggravata, maltrattamenti in famiglia, favoreggiamento reale).

Il giudizio ordinario innanzi al tribunale monocratico

Come già illustrato, l'art. 33ter indica quali sono i reati «attribuiti» alla cognizione del tri-

bunale in composizione monocratica; l'art. 550 per quali reati non si fa luogo alla cele-

brazione dell'udienza preliminare, ma alla diretta citazione a giudizio da parte del P.M.

Comunque anche per i reati di cui all'art. 550 si procede alla celebrazione dell'udienza pre-

liminare se essi sono connessi con altri reati per i quali sia prevista tale udienza «filtro».

Quando manca l'udienza preliminare, il P.M. ha funzioni propulsive di invio del processo al

giudice del dibattimento, in quanto è l'organo dell'accusa che emette il decreto di citazione a

giudizio.

Il decreto di citazione a giudizio contiene tutti gli elementi necessari o utili ai fini della voca-

tio in jus e, quindi, le indicazioni relative a: imputato, altre parti private, la contestazione del

fatto-reato, il tribunale monocratico competente per il giudizio, data e luogo dell'udienza, fa-

coltà di attivare i riti premiali predibattimentali (patteggiamento ed abbreviato).

Le disposizioni dell'art. 552 ricalcano quelle previste nel rito pretorile dal previgente art. 555

(che pure prevedeva la citazione diretta). Sono da segnalare le seguenti novità:

l'obbligo di enunciare il fatto oggetto di imputazione, in forma «chiara e precisa», al fine di

consentire il diritto di difesa ed il diritto alla prova in ordine ad una ben determinata im-

putazione;

la previsione di nullità del decreto in mancanza dell'avviso all'imputato che prima dell'aper-

tura del dibattimento può chiedere (ricorrendone i presupposti) il giudizio abbreviato, il pat-

teggiamento o l'oblazione; nonché nel caso di omesso invio all'indagato ed al difensore

dell'avviso della conclusione delle indagini preliminari (art. 415bis);

l'ampliamento del termine per comparire (spazio di tempo tra la notifica della citazione e

l'udienza dibattimentale), da 45 a 60 giorni.

In ordine alla fase predibattimentale e di giudizio, si seguono le nonne già illustrate per il

rito collegiale, salve le seguenti semplificazioni:

in caso di citazione diretta (senza ud. preliminare), alla formazione del fasci-colo per il di-

battimento provvede il P.M. e non il giudice (art. 553);

competente ad assumere gli atti urgenti, di cui all'art. 467, è il GIP e non il presidente del

tribunale (art. 554);

nelle ipotesi di reato perseguibile solo a querela di parte, è istituzionalizzato il compito del

giudice dibattimentale di interporre i suoi buoni uffici per il tentativo di conciliazione (art.

555, comma 3) e quindi di remissione della querela, anche all'uopo convocando querelante e

querelato. Analogamente deve ritenersi per il G.I.P. investito dei giudizi predibattimentali e

per il G.U.P. in occasione dell'udienza preliminare (quando non c'è citazione diretta) . In tal

modo, lo stesso giudice contribuisce a deflazionare il suo carico processuale, adottando ex

art. 129 c.p.p. la sentenza di non luogo a procedere;

la disciplina del dibattimento (sia in caso di citazione diretta, che in caso di rinvio a giudizio

dopo l'udienza preliminare) non si discosta da quanto già previsto per il giudizio pretorile

dal previgente art. 567. La novità più rilevante consiste nel fatto che, essendo più ampia la

gamma dei reati destinati al giudice monocratico (art. 33ter), la conseguente semplificazione

del rito troverà di fatto maggiore applicazione rispetto al passato. Ulteriori semplificazioni

sono:

con l'accordo delle parti, la verbalizzazione dell'udienza può essere fatta in forma riassuntiva

e non integrale, però, nonostante l'accordo, il giudice può non ricorrere alla verbalizzazione

in forma riassuntiva, se ritiene necessaria quella integrale;

l'esame delle parti e dei testi, dei consulenti, ecc., su accordo delle parti, può essere condotto

dal giudice (senza «cross examination»), con evidente accelerazione dei tempi del dibatti-

mento;

il giudice, nell'assumere la sua decisione, può redigere contestualmente il dispositivo e la

motivazione della sentenza.

Riti speciali e citazione diretta

La sede naturale per attivare i riti speciali del giudizio abbreviato e del patteggiamento è

l'udienza preliminare. Nei casi di procedimenti destinati al rito monocratico con citazione di-

retta, senza tale udienza, il codice detta taluni adattamenti procedurali. Può dunque sintetica-

mente delinearsi la seguente disciplina:

giudizio immediato. Tale rito è attivabile nei modi ordinari quando il pro-cesso potrebbe

avere lo sbocco alternativo dell'udienza preliminare. Nei casi in cui è prevista la citazione

diretta (art. 550), invece, tale rito non può essere attivato, in quanto l'accelerazione procedu-

rale è già insita nello strumento pre-detto;

giudizio abbreviato. Segue le ordinarie disposizioni se viene richiesto in sede di udienza

preliminare ovvero per conversione di giudizio immediato o direttissimo, ovvero a seguito

di opposizione a decreto penale. Nel caso in cui, invece, vi sia stata la citazione diretta, come

già detto poco sopra, non è possibile la c.d definizione anticipata (innanzi al G.I.P.), sicchè

la richiesta dovrà essere avanzata al giudice del dibattimento (a pena di decadenza prima del-

la sua apertura) e sarà questi a celebrare il rito abbreviato (ordinario o condizionato), secon-

do le norme previste per tale giudizio alternativo;

patteggiamento. Innanzi al Tribunale monocratico il patteggiamento è esperibile con le

stesse forme e negli stessi limiti previsti innanzi al Tribunale collegiale. Come già detto, in

caso di citazione diretta, così come per l'abbreviato, non è possibile una definizione anticipa-

ta innanzi al G.I.P.;

decreto penale. La disciplina è quella delineata dalle ordinarie norma previste dagli artt.

459 e ss. Tenuto conto della tipologia dei reati attribuiti alla cognizione del tribunale mono-

cratico, è proprio per essi che si fa gran ricorso a tale rito alternativo, onde «saltare» la fase

del giudizio. Come già illustrato, successivamente alla notifica del decreto penale, l'imputato

può chiedere, con l'opposizione, il giudizio immediato, ovvero il patteggiamento, il rito ab-

breviato o di essere ammesso all'oblazione. Ed è proprio a tale proposito che la disciplina

del rito monocratico presenta una sua peculiarità: l'imputato, se propone opposizione, deve a

pena di decadenza avanzare eventuale istanza di rito abbreviato, patteggiamento od

oblazione in detta sede, essendogli preclusa la possibilità di richiedere un rito alternativo nel

dibattimento conseguente all 'opposizione. Se così non fosse, non si realizzerebbe quella fi-

nalità deflattiva connessa ai riti speciali, in quanto l'imputato avrebbe una doppia possibiltà

per richiederli: in sede di opposizione, ovvero in sede di conseguente dibattimento;

giudizio direttissimo. La disciplina prevista per il rito monocratico (art. 558), non si dis-

costa significativamente da quella prevista in via generale dagli artt. 449 e ss. L'ipotesi della

convalida contestuale al giudizio anche qui prevede che il P.M. presenti l'imputato in stato

di arresto davanti al giudice (Tribunale monocratico) dibattimentale. Però, in alternativa, la

presentazione, immediata o entro le 48 ore dall'arresto, può qui avvenire anche per sol-

lecitazione della stessa polizia giudiziaria che ha eseguito l'arresto, sulla base dell'im-

putazione formulata dal P.M. (art. 558, commi 1-4). Tuttavia, anche in questo caso, è il

P.M., necessariamente investito per la formulazione dell'imputazione, a disporre se la P.G.

può o meno presentare l'arrestato al giudice dibattimentale ovvero se questo deve essere

posto a sua disposizione, salvo poi decidere di richiedere egli stesso il giudizio direttissimo

(art. 163 disp. att.) . La convalida, in caso di contestuale giudizio, è richiesta al Tribunale

monocratico (dibattimentale); in caso di successivo giudizio, la convalida è richiesta dal

P.M. al G.I.P.

L G P

A COMPETENZA PENALE DEL IUDICE DI ACE

II decreto legislativo 28 agosto 2000 n. 274 ha introdotto nel nostro sistema processuale la

competenza penale del Giudice di pace che è un giudice onorario. La nuova normativa in

vigore dal 2 gennaio 2002, pur se autonoma, si inserisce nel sistema processuale

preesistente dal quale mutua i principi generali, le fasi e gli istituti più importanti; la stessa

normativa, operando sul piano processuale, ha anche inciso sul diritto sostanziale, preve-

dendo nuove sanzioni.

Il legislatore si è innanzitutto preoccupato di semplificare il procedimento, e per quanto

riguarda la fase delle indagini preliminari, si è mosso simmetricamente su due fronti: da una

parte, con una scelta di segno opposto a quella del procedi-mento «ordinario», ha individua-

to nella polizia giudiziaria l'effettivo fulcro delle indagini preliminari, dall'altra, ha eliminato

la figura del giudice delle indagini preliminari, affidando i provvedimenti relativi a questa

fase a un Giudice di pace del capoluogo del circondario.

Infine, per favorire la conciliazione, il Giudice di pace è stato fornito di specifici strumenti

di mediazione fra la persona offesa e l'imputato, che dovrebbero indirizzare verso soluzioni

processuali diverse dalla sentenza di condanna.

Sul piano sostanziale il legislatore ha ridisegnato il quadro sanzionatorio, privilegiando la

funzione rieducativa e la reintegrazione dell'offesa, piuttosto che la mera afflittività, garan-

tendo nel contempo, una reale effettività della pena, che non può essere sospesa.

Le caratteristiche della giurisdizione del Giudice di pace possono essere così sintetizzata.

Sul piano sostanziale:

scompare la pena detentiva e i vari protocolli sanzionatori confidano prevalentemente sulla

pena pecuniaria;

come pene principali per i reati di maggiore gravità, sono state previste le sanzioni della per-

manenza domiciliare e del lavoro di pubblica utilità;

non è possibile applicare la sospensione condizionale della pena e le sanzioni sostitutive

della libertà controllata, della semidetenzione e della pena pecuniaria, previste dagli artt.53 e

seguenti della legge 24 novembre 1981 n. 689.

Sul piano processuale:

sono state potenziate le funzioni della polizia giudiziaria;

non è prevista la figura del giudice delle indagini preliminari, ma le sue funzioni sono svolte

da un Giudice di pace del luogo ove ha sede il tribunale del circondario;

per i reati procedibili a querela, la persona offesa può chiedere al giudice la citazione a

giudizio della persona alla quale è attribuito il reato;

sono stati estesi i meccanismi conciliativi e riparatori in favore degli interessi della vittima

del reato, il cui soddisfacimento produce effetti sull'esito processuale, anche a scapito

dell'interesse punitivo dello Stato (esclusione della procedibilità nei casi di particolare tenui-

tà del fatto e estinzione del reato conseguente a condotte riparatorie);

la fase del giudizio è caratterizzata dalla massima semplificazione e dalla garanzia del con-

traddittorio.

Le indagini preliminari

La polizia giudiziaria, acquisita la notizia di reato, compie di propria iniziativa tutti gli atti di

indagine necessari per la ricostruzione del fatto e per l'individuazione del colpevole e ne

riferisce al pubblico ministero entro il termine di quattro mesi, con una relazione scritta, nel-

la quale formula un'ipotesi di imputazione, enunciando il fatto in forma chiara e precisa, con

l'indicazione degli articoli di legge che si assumono violati e richiede l'autorizzazione a dis-

porre la comparizione della persona sottoposta ad indagini davanti al Giudice di pace.

Coerentemente con l'impostazione di affidare prevalentemente alla polizia giudiziaria l'onere

di svolgere le indagini, è stato previsto un meccanismo procedimentale in forza del quale,

ribaltando quanto stabilito per il procedimento ordinario, è la polizia giudiziaria che si

rivolge al pubblico ministero per essere autorizzata al compimento di un atto che normal-

mente non può compiere in modo autonomo, e non è invece il pubblico ministero che dele-

ga gli atti di indagine alla polizia giudiziaria.

Mentre l'art. 11 del decreto disciplina l'ipotesi (più frequente), in cui la notizia di reato sia

direttamente acquisita dalla polizia giudiziaria, l'art. 12 d.lgs. n. 274 del 28 agosto 2001 re-

gola i casi in cui è il pubblico ministero a ricevere la notizia di reato perché ne prende diret-

tamente conoscenza, o perché la riceve da privati, da pubblici ufficiali o incaricati di pubbli-

co servizio.

Il pubblico ministero può quindi richiedere l'archiviazione, disporre la citazione a giudizio

dell'imputato o svolgere le indagini.

La prima ipotesi si verifica quando la notizia appare immediatamente infondata, e non vi è

ragione di investire la polizia giudiziaria di una notizia che il pubblico ministero ritiene in

partenza meritevole di archiviazione, eventualmente, anche perché ricorre il caso di partico-

lare tenuità del fatto.

La seconda opzione è invece collegata ad una notizia di reato completa in ogni suo aspetto

che consente al pubblico ministero di poter immediatamente formula-

re l'imputazione, e autorizzare la polizia giudiziaria alla citazione a giudizio del-l'imputato.

Infine, nella terza ipotesi il pubblico ministero ritiene necessario un approfondimento inves-

tigativo, magari anche solo per procedere alla identificazione delle persone. In questo caso

dovrà trasmettere la notizia di reato alla polizia giudiziaria perché provveda a tutti gli atti di

indagine necessari per poi consegnare all'esito, la relazione per le definitive valutazioni

sull'esercizio dell'azione penale.

Rispetto al procedimento ordinario, l'epilogo della fase delle indagini preliminari è simile

perchè il pubblico ministero, non appena riceve la relazione della polizia giudiziaria, ha tre

possibilità:

richiedere l'archiviazione, se ritiene infondata la notizia di reato;

esercitare l'azione penale, formulando l'imputazione e autorizzando la citazione dell'imputato

da parte della polizia giudiziaria;

provvedere a ulteriori indagini personalmente, ovvero a mezzo della polizia giudiziaria.

Nel caso in cui intende esercitare l'azione penale, il pubblico ministero non è tenuto a dare

avviso all'indagato della conclusione delle indagini, e per la formulazione dell'imputazione

potrà utilizzare l'imputazione predisposta dalla polizia giudiziaria che nella relazione deve

enunciare «il fatto in forma chiara e precisa, con l'indicazione degli articoli di legge che si

assumono violati».

Se invece ritiene che le indagini eseguite dalla polizia giudiziaria sono incomplete o co-

munque, meritevoli di approfondimento, ne dispone l'integrazione, provvedendovi per-

sonalmente, ovvero avvalendosi della polizia giudiziaria, alla quale, a seconda dei casi, potrà

impartire direttive o delegare specifiche attività.

L'eventuale supplemento di indagini dovrà essere completato nel termine massimo previsto

per le indagini preliminari, di quattro mesi più un'eventuale proroga di due mesi, non rin-

novabile.

L’archiviazione davanti al Giudice di Pace

La scelta dei legislatore di improntare alla massima semplicità il procedimento innanzi al

Giudice di pace si è concretizzata anche, con riferimento ai soggetti che agiscono nel corso

delle indagini, nel non riproporre la figura di un giudice specializzato per le indagini prelim-

inari.

Per scongiurare il rischio di possibili cause di incompatibilità nell'esercizio delle diverse

funzioni di «giudice delle indagini» e di «giudice del dibattimento», è stata attribuita al Giu-

dice di pace del luogo ove ha sede il tribunale del circondario in cui è compreso il giudice

competente territorialmente, la competenza a provvedere:

sull'archiviazione e sull'opposizione all'archiviazione,

sulle richieste di sequestro preventivo e conservativo,

sull'opposizione degli interessati contro il decreto del pubblico ministero che dispone la

restituzione o rigetta la richiesta di restituzione delle cose sequestrate,

sulla richiesta di sequestro a norma dell'articolo 368 c.p.p.,

sulla richiesta di riapertura delle indagini,

sulla richiesta di intercettazione di comunicazioni telefoniche, informatiche e telematiche.

In questo modo, è stata individuata una competenza generale «circondariale», che coinvolge

solo gli uffici di maggiori dimensioni, con organici adeguati ed in grado di ridurre i rischi di

incompatibilità.

Il pubblico ministero presenta al Giudice di pace richiesta di archiviazione nei seguenti casi:

quando la notizia di reato è infondata;

nei casi previsti dall'art. 411 c.p.p., e cioè quando manca una condizione di procedibilità, il

reato è estinto per intervenuta oblazione o per morte del reo oppure il fatto non è previsto

dalla legge come reato;

quando ritiene l'infondatezza della notizia di reato perchè gli elementi acquisiti nelle indagini

preliminari non sono idonei a sostenere l'accusa in giudizio;

quando il fatto è di particolare tenuità, e cioè quando l'esiguità del danno o del pericolo,

nonché la sua occasionalità e il grado della colpevolezza, non giustificano l'esercizio

dell'azione penale, tenuto conto altresì del pregiudizio che l'ulteriore corso del procedimento

può recare alle esigenze di lavoro, di studio, di famiglia o di salute dell'indagato o dell'impu-

tato, sempre che non risulti un interesse della persona offesa alla prosecuzione del procedi-

mento (art. 34 commi 1 e 2 d.lgs. n. 274 del 28 agosto 2000).

Il Giudice di pace può:

accogliere la richiesta del pubblico ministero e disporre con decreto l'archiviazione;

disporre con ordinanza la restituzione degli atti al pubblico ministero perché provveda nel

termine indicato, alle ulteriori indagini ovvero formuli entro dieci giorni l'imputazione.

La citazione a giudizio

Il decreto legislativo n. 274 del 28 agosto 2001 disciplina due modalità alternative di vocatio

in jus davanti al Giudice di pace:

la citazione a giudizio, disposta dalla polizia giudiziaria;

il ricorso immediato al giudice.

L'atto di citazione previsto dall'articolo 20 ha una struttura complessa, nel senso che il pub-

blico ministero formula l'imputazione ed autorizza la polizia giudiziaria a citare l’imputato.

Sulla base dell'imputazione formulata dal pubblico ministero, la polizia giudiziaria provvede

alla citazione con un atto proprio, tant'è che la citazione deve essere sottoscritta da un uffi-

ciale di polizia giudiziaria a pena di nullità. Il ricorso immediato della persona offesa al giu-

dice per i reati procedibili a querela, che rappresenta una delle innovazioni più significative

del procedimento innanzi al Giudice di pace, è anch'esso caratterizzato da una fattispecie

complessa, in cui il ricorso della persona offesa funge da innesco ad un iter processuale

che, dopo aver coinvolto il pubblico ministero, che rimane titolare dell'azione penale secon-

do i principi fissati dalla Costituzione, si conclude con un provvedimento del giudice che

funge da filtro a iniziative pretestuose o strumentali.

Il ricorso, che produce gli stessi effetti della querela ai fini della procedibilità del-l'azione pe-

nale, e che a pena di inammissibilità, deve essere sottoscritto dalla persona offesa, deve es-

sere innanzitutto comunicato al pubblico ministero, e poi successivamente, e nel termine di

tre mesi dalla notizia del fatto che costituisce reato, deve essere presentato al Giudice di pace

competente per territorio.

Il pubblico ministero, entro il termine ordinatorio di dieci giorni dalla comunicazione del ri-

corso, presenterà al Giudice di pace le sue richieste, e il giudice:

se il ricorso è inammissibile o manifestamente infondato, ovvero il reato è di competenza di

altro giudice, disporrà la trasmissione degli atti al pubblico ministero;

se riconosce la propria incompetenza per territorio, la dichiara con ordinanza e restituisce gli

atti al ricorrente;

se il pubblico ministero ha formulato l'imputazione, con decreto convoca le parti in udienza

entro venti giorni dal deposito del ricorso.

Il decreto, che segna il momento in cui si assume la qualità di imputato, deve essere notifi-

cato, unitamente al ricorso, almeno venti giorni prima dell'udienza al pubblico ministero, alla

persona citata a giudizio e al suo difensore.

Il giudizio

II dibattimento davanti al Giudice di pace ricalca il modello previsto per il Tribunale in com-

posizione monocratica, ed è anch'esso caratterizzato dall'udienza di comparizione, destinata

essenzialmente all'attività conciliativa.

Almeno sette giorni prima della data fissata per l'udienza di comparizione, il pubblico minis-

tero o la persona offesa nel caso di ricorso immediato, devono depositare nella cancelleria

del Giudice di pace l'atto di citazione a giudizio con le relative notifiche, al fine di consentire

al giudice di verificarne la regolarità, e di conoscere l'oggetto del processo, anche per even-

tuali provvedimenti di riunione. Per garantire l'esercizio del diritto di prova contraria, un

identico termine è previsto per il deposito delle liste testimoniali delle parti diverse dal pub-

blico ministero e dalla persona offesa, che invece devono indicare i propri testi e le relative

circostanze direttamente nella citazione e nel ricorso immediato.

Una disciplina particolare è prevista nel caso di mancata comparizione della persona offesa

che ha proposto ricorso immediato. L'assenza ingiustificata all'udienza di comparizione del

ricorrente, o di un suo procuratore speciale, costituisce infatti causa di improcedibilità del

ricorso.

Se si conclude senza successo la fase destinata alla definizione anticipata del processo

perché le parti non si sono conciliate, o l'imputato non ha presenta do-manda di oblazione, o

non si è accertata l'avvenuta riparazione del danno (art. 35 d.lgs n. 274 del 28 agosto 2001),

il giudice dichiara aperto il dibattimento.

La normativa specifica prevista per la celebrazione del dibattimento davanti al Giudice di

pace presenta ulteriori semplificazioni rispetto a quella prevista per il giudizio monocratico.

Infatti, l'esame di testimoni, periti e consulenti tecnici può essere condotto direttamente dal

giudice sulla base delle domande e delle contestazioni proposte dal pubblico ministero e dal

difensore, e la formula utilizzata «sull'accordo delle parti» permette di ritenere che, a dif-

ferenza della disciplina del rito monocratico (che richiede «la concorde richiesta delle

parti»), l'esame da parte del giudice potrà fondarsi anche su un consenso prestato tacita-

mente dalle parti in ordine alla differente modalità di conduzione dell'esame.

Infine, è stata prevista una nuova modalità di redazione della sentenza, ispirata a criteri di

brevità e chiarezza, senza inutili digressioni in fatto e in diritto, sicura-mente non consone

alla natura onoraria del Giudice di pace. La motivazione deve essere redatta in forma abbre-

viata, e se non è dettata direttamente a verbale, deve essere depositata nel termine di quindici

giorni dalla lettura del dispositivo.

I L PROCEDIMENTO MINORILE

Il D.P.R. n. 448/’88 detta una normativa speciale relativa al procedimento a carico di mi-

norenni, lasciando al codice di rito una funzione integrativa residuale. Tali disposizioni

sono applicate in modo adeguato alla personalità e alle esigenze educative del minorenne. Il

giudice illustra all'imputato il significato delle attività processuali che si svolgono in sua pre-

senza nonché il contenuto e le ragioni anche etico-sociali delle decisioni.

Nel procedimento a carico di minorenni esercitano le funzioni rispettivamente loro attribuite,

secondo le leggi di ordinamento giudiziario:

il procuratore della Repubblica presso il tribunale per i minorenni;

il giudice per le indagini preliminari presso il tribunale per i minorenni;

il tribunale per i minorenni;

il procuratore generale presso la corte di appello;

la sezione di corte di appello per i minorenni;

il magistrato di sorveglianza per i minorenni.

Per quanto attiene alla competenza, il tribunale per i minorenni è competente per i reati

commessi dai minori degli anni diciotto; il tribunale per i minorenni e il magistrato di

sorveglianza per i minorenni esercitano le attribuzioni della magistratura di sorveglianza nei

confronti di coloro che commisero il reato quando erano minori degli anni diciotto. La com-

petenza cessa al compimento del venticinquesimo anno di età.

Il pubblico ministero e il giudice acquisiscono elementi circa le condizioni e le risorse per-

sonali, familiari, sociali e ambientali del minorenne al fine di accertarne l'imputabilità e il

grado di responsabilità, valutare la rilevanza sociale del fatto nonché disporre le adeguate

misure penali e adottare gli eventuali provvedimenti civili. Agli stessi fini il pubblico minis-

tero e il giudice possono sempre assumere informazioni da persone che abbiano avuto rap-

porti con il minorenne e sentire il parere di esperti, anche senza alcuna formalità.

L'assistenza affettiva e psicologica all'imputato minorenne è assicurata, in ogni stato e grado

del procedimento, dalla presenza dei genitori o di altra persona idonea indicata dal mi-

norenne e ammessa dall'autorità giudiziaria che procede. In ogni caso al minorenne è assicu-

rata l'assistenza dei servizi indicati nell'articolo 6. Il pubblico ministero e il giudice possono

procedere al compimento di atti per i quali è richiesta la partecipazione del minorenne senza

la presenza di tali persone nell'interesse del minorenne o quando sussistono inderogabili es-

igenze processuali.

Sono vietate la pubblicazione e la divulgazione, con qualsiasi mezzo, di notizie o immagini

idonee a consentire l'identificazione del minorenne comunque coinvolto nel procedimento.

Tale disposizione non si applica dopo l'inizio del dibattimento se il tribunale procede in

udienza pubblica.

Provvedimenti in materia di libertà personale

Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria possono procedere all'arresto del minorenne

colto in flagranza di uno dei delitti per i quali può essere disposta la misura della custodia

cautelare. Nell'avvalersi di tale facoltà gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria devono

tenere conto della gravità del fatto nonché dell'età e della personalità del minorenne.

E' consentito il fermo del minorenne indiziato di un delitto per il quale può essere disposta

la misura della custodia cautelare, sempre che, quando la legge stabilisce la pena della reclu-

sione, questa non sia inferiore nel minimo a due anni.

Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria che hanno eseguito l'arresto o il fermo del mi-

norenne ne danno immediata notizia al pubblico ministero nonché all'esercente la potestà dei

genitori e all'eventuale affidatario e informano tempestivamente i servizi minorili dell'am-

ministrazione della giustizia. Quando riceve la notizia dell'arresto o del fermo, il pubblico

ministero dispone che il minorenne sia senza ritardo condotto presso un centro di prima ac-

coglienza o presso una comunità pubblica o autorizzata che provvede a indicare. Qualora,

tenuto conto delle modalità del fatto, dell'età e della situazione familiare del minorenne, lo

ritenga opportuno, il pubblico ministero può disporre che il minorenne sia condotto presso

l'abitazione familiare perché vi rimanga a sua disposizione. Oltre nei consueti casi di imme-

diata liberazione dell’arrestato o del fermato (art. 389 c.p.p.), il pubblico ministero dispone

con decreto motivato che il minorenne sia posto immediatamente in libertà quando ritiene di

non dovere richiedere l'applicazione di una misura cautelare. Al fine di adottare i provvedi-

menti di sua competenza, il pubblico ministero può disporre che il minorenne sia condotto

davanti a sé.

Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria possono accompagnare presso i propri uffici il

minorenne colto in flagranza di un delitto non colposo per il quale la legge stabilisce la pena

dell'ergastolo o della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni e trattenerlo per il

tempo strettamente necessario alla sua consegna all'esercente la potestà dei genitori o all'affi-

datario o a persona da questi incaricata. In ogni caso il minorenne non può essere trattenuto

oltre dodici ore. Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria che hanno proceduto all'ac-

compagnamento ne danno immediata notizia al pubblico ministero e informano tempestiva-

mente i servizi minorili dell'amministrazione della giustizia. Provvedono inoltre a invitare

l'esercente la potestà dei genitori e l'eventuale affidatario a presentarsi presso i propri uffici

per prendere in consegna il minorenne. L'esercente la potestà dei genitori, l'eventuale affi-

datario e la persona da questi incaricata alla quale il minorenne è consegnato sono avvertiti

dell'obbligo di tenerlo a disposizione del pubblico ministero e di vigilare sul suo comporta-

mento. Quando non è possibile provvedere all'invito o il destinatario di esso non vi ottem-

pera ovvero la persona alla quale il minorenne deve essere consegnato appare manifesta-

mente inidonea ad adempiere l'obbligo di tenere il minore a disposizione del pubblico minis-

tero e di vigilare sul suo comportamento, la polizia giudiziaria né dà immediata notizia al

pubblico ministero, il quale dispone che il minorenne sia senza ritardo condotto presso un

centro di prima accoglienza ovvero presso una comunità pubblica o autorizzata che

provvede a indicare.

Misure cautelari per i minorenni

Nei confronti dell'imputato minorenne non possono essere applicate misure cautelari per-

sonali diverse da quelle previste dal D.P.R. in esame. Nel disporre le misure il giudice tiene

conto, oltre che dei criteri indicati nell'articolo 275 del codice di procedura penale, dell'esi-

genza di non interrompere i processi educativi in atto. Quando è disposta una misura caute-

lare, il giudice affida l'imputato ai servizi minorili dell'amministrazione della giustizia, i quali

svolgono attività di sostegno e controllo in collaborazione con i servizi di assistenza istituiti

dagli enti locali. Le misure diverse dalla custodia cautelare possono essere applicate solo

quando si procede per delitti per i quali la legge stabilisce la pena dell'ergastolo o della

reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni. Nella determinazione della pena agli ef-

fetti della applicazione delle misure cautelari si tiene conto, oltre che dei criteri indicati

nell'articolo 278, della diminuente della minore età.

Se non risulta necessario fare ricorso ad altre misure cautelari, il giudice, sentito l'esercente

la potestà dei genitori, può impartire al minorenne specifiche prescrizioni inerenti alle attivi-

tà di studio o di lavoro ovvero ad altre attività utili per la sua educazione. Le prescrizioni

perdono efficacia decorsi due mesi dal provvedimento con il quale sono state impartite.

Quando ricorrono esigenze probatorie, il giudice può disporre la rinnovazione, per non più

di una volta, delle prescrizioni imposte. Nel caso di gravi e ripetute violazioni delle pre-

scrizioni, il giudice può disporre la misura della permanenza in casa.

Permanenza in casa

Con il provvedimento che dispone la permanenza in casa il giudice prescrive al minorenne

di rimanere presso l'abitazione familiare o altro luogo di privata dimora. Con il medesimo

provvedimento il giudice può imporre limiti o divieti alla facoltà del minorenne di comuni-

care con persone diverse da quelle che con lui coabitano o che lo assistono. Il giudice può,

anche con separato provvedimento, consentire al minorenne di allontanarsi dall'abitazione in

relazione alle esigenze inerenti alle attività di studio o di lavoro ovvero ad altre attività utili

per la sua educazione. I genitori o le persone nella cui abitazione è disposta la permanenza

del minorenne vigilano sul suo comportamento. Essi devono consentire gli interventi di

sostegno e di controllo dei servizi nonché gli eventuali ulteriori controlli disposti dal

giudice. Il minorenne al quale è imposta la permanenza in casa è considerato in stato di cus-

todia cautelare, ai soli fini del computo della durata massima della misura, a decorrere dal

momento in cui la misura è eseguita ovvero dal momento dell'arresto, del fermo o dell'ac-

compagnamento. Il periodo di permanenza in casa è computato nella pena da eseguire, a

norma dell'articolo 657 del codice di procedura penale. Nel caso di gravi e ripetute vio-

lazioni degli obblighi a lui imposti o nel caso di allontanamento ingiustificato dalla

abitazione, il giudice può disporre la misura del collocamento in comunità.

Collocamento in comunità

Con il provvedimento che dispone il collocamento in comunità il giudice ordina che il mi-

norenne sia affidato a una comunità pubblica o autorizzata, imponendo eventuali specifiche

prescrizioni inerenti alle attività di studio o di lavoro ovvero ad altre attività utili per la sua

educazione. Nel caso di gravi e ripetute violazioni delle prescrizioni imposte o di allontana-

mento ingiustificato dalla comunità, il giudice può disporre la misura della custodia caute-

lare, per un tempo non superiore a un mese, qualora si proceda per un delitto per il quale è

prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni.

Custodia cautelare

La custodia cautelare può essere applicata quando si procede per delitti non colposi per i

quali la legge stabilisce la pena dell'ergastolo o della reclusione non inferiore nel massimo a

nove anni. Anche fuori dei casi predetti, la custodia cautelare può essere applicata quando si

procede per uno dei delitti, consumati o tentati, previsti dall'articolo 380/2, lettere e), f), g),

h) del codice di procedura penale nonché, in ogni caso, per il delitto di violenza carnale.

Il giudice può disporre la custodia cautelare:

se sussistono gravi e inderogabili esigenze attinenti alle indagini, in relazione a situazioni di

concreto pericolo per l'acquisizione o la genuinità della prova;

se l'imputato si è dato alla fuga o sussiste concreto pericolo che egli si dia alla fuga;

se, per specifiche modalità e circostanze del fatto e per la personalità dell'imputato, vi è il

concreto pericolo che questi commetta gravi delitti con uso di armi o di altri mezzi di violen-

za personale o diretti contro l'ordine costituzionale ovvero delitti di criminalità organizzata o

della stessa specie di quelli per cui si procede.

I termini previsti dall'articolo 303 del codice di procedura penale sono ridotti della metà per i

reati commessi da minori degli anni diciotto e dei due terzi per quelli commessi da minori

degli anni sedici e decorrono dal momento della cattura, dell'arresto, del fermo o dell'accom-

pagnamento.

Definizione anticipata del procedimento e giudizio in dibattimento

Durante le indagini preliminari, se risulta la tenuità del fatto e l'occasionalità del comporta-

mento, il pubblico ministero chiede al giudice sentenza di non luogo a procedere per irrile-

vanza del fatto quando l'ulteriore corso del procedimento pregiudica le esigenze educative

del minorenne. Sulla richiesta il giudice provvede in camera di consiglio sentiti il minorenne

e l'esercente la potestà dei genitori, nonché la persona offesa dal reato. Quando non accoglie

la richiesta il giudice dispone con ordinanza la restituzione degli atti al pubblico ministero.

Contro la sentenza possono proporre appello il minorenne e il procuratore generale presso

la corte di appello. La corte di appello decide con le forme previste dall'articolo 127 del

codice di procedura penale e, se non conferma la sentenza, dispone la restituzione degli atti

al pubblico ministero. Nell'udienza preliminare, nel giudizio direttissimo e nel giudizio im-

mediato, il giudice pronuncia di ufficio sentenza di non luogo a procedere per irrilevanza del

fatto, se ricorrono le condizioni suddette.

Il giudice, sentite le parti, può disporre con ordinanza la sospensione del processo quando

ritiene di dover valutare la personalità del minorenne all'esito della prova. Il processo è

sospeso per un periodo non superiore a tre anni quando si procede per reati per i quali è

prevista la pena dell'ergastolo o della reclusione non inferiore nel massimo a dodici anni;

negli altri casi, per un periodo non superiore a un anno. Durante tale periodo è sospeso il

corso della prescrizione. Con l'ordinanza di sospensione il giudice affida il minorenne ai

servizi minorili dell'amministrazione della giustizia per lo svolgimento, anche in collabo-

razione con i servizi locali, delle opportune attività di osservazione, trattamento e sostegno.

Con il medesimo provvedimento il giudice può impartire prescrizioni dirette a riparare le

conseguenze del reato e a promuovere la conciliazione del minorenne con la persona offesa

dal reato. Contro l'ordinanza possono ricorrere per cassazione il pubblico ministero, l'impu-

tato e il suo difensore. La sospensione non può essere disposta se l'imputato chiede il

giudizio abbreviato o il giudizio immediato. La sospensione è revocata in caso di ripetute e

gravi trasgressioni alle prescrizioni imposte. Decorso il periodo di sospensione, il giudice

fissa una nuova udienza nella quale dichiara con sentenza estinto il reato se, tenuto conto del

comportamento del minorenne e della evoluzione della sua personalità, ritiene che la prova

abbia dato esito positivo.

Con la sentenza di condanna il giudice, quando ritiene di dover applicare una pena detentiva

non superiore a due anni, può sostituirla con la sanzione della semidetenzione o della libertà

controllata, tenuto conto della personalità e delle esigenze di lavoro o di studio del mi-

norenne nonché delle sue condizioni familiari, sociali e ambientali. Il pubblico ministero

competente per l'esecuzione trasmette l'estratto della sentenza al magistrato di sorveglianza

per i minorenni del luogo di abituale dimora del condannato. Il magistrato di sorveglianza

convoca, entro tre giorni dalla comunicazione, il minorenne, l'esercente la potestà dei geni-

tori, l'eventuale affidatario e i servizi minorili e provvede in ordine alla esecuzione della

sanzione a norma delle leggi vigenti, tenuto conto anche delle esigenze educative del mi-

norenne.

L'udienza dibattimentale davanti al tribunale per i minorenni è tenuta a porte chiuse. L'impu-

tato che abbia compiuto gli anni sedici può chiedere che l'udienza sia pubblica. Il tribunale

decide, valutata la fondatezza delle ragioni addotte e l'opportunità di procedere in udienza

pubblica, nell'esclusivo interesse dell'imputato. La richiesta non può essere accolta se vi

sono coimputati minori degli anni sedici o se uno o più coimputati non vi consente. L'esame

dell'imputato è condotto dal presidente. I giudici, il pubblico ministero e il difensore pos-

sono proporre al presidente domande o contestazioni da rivolgere all'imputato.

LE IMPUGNAZIONI

L’attività del giudice può essere inficiata da errori sia di fatto, sia di diritto: le impugnazioni

sono gli strumenti tecnici predisposti per porre rimedio proprio a tali errori grazie ad un

riesame delle acquisizioni di fatto e ad un controllo in punto di diritto. Il codice prevede tre

gradi ordinari di giudizio, di cui due di merito ed uno di legittimità (oltre alla impugnazione

straordinaria per revisione). I principi a fondamento del sistema di impugnazione sono:

Tassatività

I mezzi di impugnazione ed i casi di impugnabilità sono soltanto quelli tassativamente pre-

visti dalla legge. Tale principi emerge dall’art. 568, comma 1, secondo cui è soltanto la

legge che stabilisce i casi nei quali i provvedimenti del giudice sono soggetti ad impug-

nazione e determina il mezzo con cui possono essere impugnati.

In ossequio all’art. 111 della Costituzione, sono sempre soggetti a ricorso per cassazione, a

prescindere da espresse previsioni, i provvedimenti in tema di libertà personale e le

sentenze, anche quando sono inappellabili. Peraltro le sentenze di ordine processuale, in

tema di competenza, possono giungere al sindacato della corte di cassazione solo a seguito

di conflitto, positivo o negativo, sulla giurisdizione o sulla competenza stricto sensu.

La tassatività, oltre a tali aspetti oggettivi attinenti al provvedimento, si traduce, sul piano

subiettivo, nella statuizione che il diritto di impugnazione spetta sol-tanto alla parte cui la

legge espressamente lo conferisce.

Il principio di tassatività delle impugnazioni non esclude che vi sia un favor impugnationis,

perché il sistema è convinto che il controllo e la critica della prima sentenza giovino ad un

miglior accertamento della verità. In concreto il favor impugnationis risulta anche dalla dis-

posizione del comma 5 dell’art. 568, secondo il quale l’impugnazione è ammissibile in-

dipendentemente dalla qualificazione ad essa data dalla parte che l’ha proposta. Se l’impug-

nazione è proposta ad un giudice incompetente, questi trasmette gli atti al giudice compe-

tente.

Interesse ad impugnare

Ad un sistema processuale preoccupato della necessità di deflazionare il carico dei processi

è pienamente coerente la necessità della esistenza di un interesse concreto, diretto e person-

ale, in testa a chi si avvale dell'impugnazione, restando condizionata la giuridica esperibilità

di questa a siffatta condizione dell'azione. Il codice, infatti, all’art. 568, comma 4, prevede

che per proporre impugnazione è necessario avervi interesse.

Convertibilità dell'impugnazione

La convertibilità attiene a due profili logicamente connessi. Innanzitutto una errata qualifi-

cazione, data dalla parte impugnante ad un mezzo di gravame, non è di ostacolo alla sua au-

tomatica conversione, ope legis, nel mezzo appropriato; così pure, la impugnazione propos-

ta ad un giudice incompetente si considera come validamente formulata innanzi al giudice

competente, cui gli atti debbono essere dal primo trasmessi. In entrambi i casi viene, pertan-

to, riconosciuta come prevalente l'intento di gravame rispetto ad errori di identificazione del

mezzo o del giudice. Sotto altro profilo, nella diversa ipotesi in cui manca l'errore, la con-

versione, anch'essa operativa ope legis, si risolve nella sostituzione di un mezzo di gravame

ad un altro, non per sopperire ad errori di parte, ma per esigenze di funzionalità ed armonia

processuali. Infatti, il ricorso si converte in appello quando contro la stessa sentenza ven-

gono esperiti mezzi di impugnazione diversi, sicché prevale l'esigenza di completezza della

sequela dei gradi di giudizio (1° grado, appello e ricorso per cassazione). Secondo lo stesso

schema la conversione in appello si verifica anche quando il ricorso per cassazione è stato

correttamente proposto, omisso medio, saltando l'appello, ma un'altra parte abbia appellato.

Ricorribilità immediata in cassazione

Le esigenze di celerità sono congeniali alla scelta della parte interessata di avvalersi subito

della verifica di legittimità, esperibile direttamente in cassazione, saltando l'appello. Peraltro,

tale scelta soggiace ad un limite oggettivo attinente ai motivi di doglianza, reputandosi più

consono il previo giudizio di appello per quelli inerenti alla mancata assunzione di una pro-

va decisiva e al vizio di motivazione che, quindi, non sono direttamente censurabili in cas-

sazione; nonché ad un limite soggettivo, abbisognando la scelta del ricorso diretto per cas-

sazione dell'adesione generale delle parti che abbiano già manifestato la volontà di avvalersi

dell'appello.

Rinunciabilità dell'impugnazione

In un processo di parti, in cui alle stesse compete una scelta fra talune forme rituali (proced-

imenti alternativi), è conforme al sistema un potere dispositivo in ordine allo strumento di

gravame azionato. Tale potere si esercita mediante la rinuncia alla impugnazione proposta ad

opera dello stesso soggetto che aveva manifestato la volontà di gravame. La strutturazione

degli uffici del P.M. in livello sovraordinati, ma distinti e separati tra loro, mentre non con-

sente all'ufficio sopra-elevato di sostituirsi a quello inferiore, abilita tuttavia il P.M. presso il

giudice ad quem a rinunciare al mezzo azionato dal sottostante P.M., nel momento in cui il

processo giunge in dibattimento o in camera di consiglio e cioè allorché l'esercizio delle fun-

zioni di accusa è effettivamente trasferito in capo al P.M. sovraordinato, rinunciatario.

I titolari dell’impugnazione

Dal principio di tassatività deriva che non chiunque può proporre impugnazione, ma unica-

mente i soggetti legittimati, i quali sono soltanto quelli espressamente indicati dalla legge

(l’art. 568, comma 3, fissa questo principio aggiungendo poi che se la legge non distingue

tra le diverse parti, il diritto ad impugnare spetta a ciascuna di esse).

Il pubblico ministero

Il procuratore della Repubblica presso il tribunale e il procuratore generale presso la corte di

appello possono proporre impugnazione (art. 570), nei casi stabiliti dalla legge, quali che

siano state le conclusioni del rappresentante del pubblico ministero. Il procuratore generale

può proporre impugnazione nonostante l'impugnazione o l'acquiescenza del pubblico minis-

tero presso il giudice che ha emesso il provvedimento. L'impugnazione può essere proposta

anche dal rappresentante del pubblico ministero che ha presentato le conclusioni. Il rappre-

sentante del pubblico ministero che ha presentato le conclusioni e che ne fa richiesta nell'atto

di appello può partecipare al successivo grado di giudizio quale sostituto del procuratore

generale presso la corte di appello. La partecipazione è disposta dal procuratore generale

presso la corte di appello qualora lo ritenga opportuno. Gli avvisi spettano in ogni caso al

procuratore generale.

L’imputato

L'imputato può proporre impugnazione personalmente o per mezzo di un procuratore spe-

ciale nominato anche prima della emissione del provvedimento (art. 568, comma 4). Il tu-

tore per l'imputato soggetto alla tutela e il curatore speciale per l'imputato incapace di inten-

dere o di volere, che non ha tutore, possono proporre l'impugnazione che spetta

all'imputato. Può inoltre proporre impugnazione il difensore dell'imputato al momento del

deposito del provvedimento ovvero il difensore nominato a tal fine. Tuttavia, contro una

sentenza contumaciale, il difensore può proporre impugnazione solo se munito di specifico

mandato, rilasciato con la nomina o anche successivamente nelle forme per questa previste.

L'imputato, nei modi previsti per la rinuncia, può togliere effetto all'impugnazione proposta

dal suo difensore.

La parte civile e la persona offesa

La parte civile, la persona offesa, anche se non costituita parte civile, e gli enti e le associ-

azioni intervenuti a norma degli articoli 93 e 94, possono presentare richiesta motivata al

pubblico ministero di proporre impugnazione a ogni effetto penale. Il pubblico ministero,

quando non propone impugnazione, provvede con decreto motivato da notificare al

richiedente (art. 572).

La parte civile può proporre impugnazione, con il mezzo previsto per il pubblico ministero,

contro i capi della sentenza di condanna che riguardano l'azione civile e, ai soli effetti della

responsabilità civile, contro la sentenza di proscioglimento pronunciata nel giudizio. Con lo

stesso mezzo e negli stessi casi può proporre impugnazione contro la sentenza pronunciata

a norma dell'articolo 442, quando ha consentito alla abbreviazione del rito. Lo stesso diritto

compete al querelante condannato a norma dell'articolo 542. Da questa norma si ricava un

principio importante. La parte civile non ha un potere autonomo di impugnazione agli effetti

penali; soltanto se il p.m. impugna, detta parte riproporrà le sue pretese civilistiche in tale

sede. Se il p.m. non impugna, la parte civile può proporre impugnazione solo a tutela dei

suoi interessi civili (art. 576).

La persona offesa costituita parte civile può proporre impugnazione, anche agli effetti pe-

nali, contro le sentenze di condanna e di proscioglimento per i reati di ingiuria e

diffamazione (art. 577).

Il responsabile civile e la persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria

Il responsabile civile può proporre impugnazione contro le disposizioni della sentenza

riguardanti la responsabilità dell'imputato e contro quelle relative alla condanna di questi e

del responsabile civile alle restituzioni, al risarcimento del danno e alla rifusione delle spese

processuali (art. 575, comma 1). L'impugnazione è proposta col mezzo che la legge at-

tribuisce all'imputato. Lo stesso diritto spetta alla persona civilmente obbligata per la pena

pecuniaria nel caso in cui sia stata condannata. Il responsabile civile può altresì proporre im-

pugnazione contro le disposizioni della sentenza di assoluzione relative alle domande pro-

poste per il risarcimento del danno e per la rifusione delle spese processuali.

Forme termini ed effetti dell’impugnazione

L'impugnazione si propone con atto scritto (art. 581) nel quale sono indicati il provvedi-

mento impugnato, la data del medesimo, il giudice che lo ha emesso, e sono enunciati:

i capi o i punti della decisione ai quali si riferisce l'impugnazione. Per completezza di espo-

sizione si ricorda che il capo della sentenza è identificabile con la singola imputazione; il

punto è costituito da una questione di fatto o di diritto che deve essere trattata e risolta per

giungere alla decisione in merito ad una o più imputazioni;

le richieste;

i motivi, con l'indicazione specifica delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto che sor-

reggono ogni richiesta. Sicché l’indicazione approssimativa di tali elementi comporta l’in-

ammissiblità dell’impugnazione (art. 591, comma 1, ett. c).

Salvo che la legge disponga altrimenti, l'atto di impugnazione è presentato personalmente

ovvero a mezzo di incaricato nella cancelleria del giudice che ha emesso il provvedimento

impugnato. Il pubblico ufficiale addetto vi appone l'indicazione del giorno in cui riceve l'atto

e della persona che lo presenta, lo sottoscrive, lo unisce agli atti del procedimento e rilascia,

se richiesto, attestazione della ricezione. Le parti private e i difensori possono presentare

l'atto di impugnazione anche nella cancelleria del tribunale del luogo in cui si trovano, se tale

luogo è diverso da quello in cui fu emesso il provvedimento, ovvero davanti a un agente

consolare all'estero. In tali casi, l'atto viene immediatamente trasmesso alla cancelleria del

giudice che emise il provvedimento impugnato.

Le parti e i difensori possono proporre l'impugnazione con telegramma ovvero con atto da

trasmettersi a mezzo di raccomandata alla cancelleria del giudice che ha emesso il provvedi-

mento impugnato. Il pubblico ufficiale addetto allega agli atti la busta contenente l'atto di im-

pugnazione e appone su quest'ultimo l'indicazione del giorno della ricezione e la propria sot-

toscrizione. L'impugnazione si considera proposta nella data di spedizione della raccoman-

data o del telegramma. Se si tratta di parti private, la sottoscrizione dell'atto deve essere aut-

enticata da un notaio, da altra persona autorizzata o dal difensore.

A cura della cancelleria del giudice che ha emesso il provvedimento impugnato, l'atto di im-

pugnazione è comunicato al pubblico ministero presso il medesimo giudice ed è notificato

alle parti private senza ritardo (art. 584).

Per una esigenza di concentrazione dei gravami e quindi di deflazione dei procedimenti, le

ordinanze emesse nel corso del dibattimento debbono essere impugnate con la sentenza che

lo definisce (art. 586). Ragioni di giustizia sostanziale comportano, per i gravami, la capaci-

tà di estensione dei loro effetti, quasi come fenomeno di espansione, per altro solo pro reo;

e quindi in direzione favorevole agli altri imputati non impugnanti e alle parti private con-

tigue agli interessi dell’imputato impugnante: responsabile civile e civilmente obbligato (art.

587).

Quanto ai termini, la disciplina è dettata dall’art. 585. Il termine per proporre impugnazione

– a pena di decadenza – per ciascuna delle parti, è:

di quindici giorni, per i provvedimenti emessi in seguito a procedimento in camera di con-

siglio e nel caso previsto dall'articolo 544/1 (motivazione immediata);

di trenta giorni, nel caso previsto dall'articolo 544/2 (deposito motivazione nei quindici

giorni);

di quarantacinque giorni, nel caso previsto dall'articolo 544/3 (deposito motivazione in un

termine differente ma in ogni caso non eccedente i novanta giorni).

I termini appena visti decorrono:

dalla notificazione o comunicazione dell'avviso di deposito del provvedimento emesso in

seguito a procedimento in camera di consiglio;

dalla lettura del provvedimento in udienza, quando è redatta anche la motivazione, per tutte

le parti che sono state o che debbono considerarsi presenti nel giudizio, anche se non sono

presenti alla lettura;

dalla scadenza del termine stabilito dalla legge o determinato dal giudice per il deposito della

sentenza ovvero, nel caso previsto dall'articolo 548/2, dal giorno in cui è stata eseguita la

notificazione o la comunicazione dell'avviso di deposito;

dal giorno in cui è stata eseguita la notificazione o la comunicazione dell'avviso di deposito

con l'estratto del provvedimento, per l'imputato contumace e per il procuratore generale

presso la corte di appello rispetto ai provvedimenti emessi in udienza da qualsiasi giudice

della sua circoscrizione diverso dalla corte di appello.

Quando la decorrenza è diversa per l'imputato e per il suo difensore, opera per entrambi il

termine che scade per ultimo (art. 585, comma 3). Fino a quindici giorni prima dell'udienza

possono essere presentati nella cancelleria del giudice della impugnazione motivi nuovi nel

numero di copie necessarie per tutte le parti (art. 585, comma 4). L'inammissibilità dell'im-

pugnazione si estende ai motivi nuovi.

La proposizione del gravame, infine, può essere vanificata, oltre che dalla rinuncia (art.

589), dalla inammissibilità scaturente altresì da violazione delle suindicate norme in tema di

forme e termini ad impugnare, interesse e legittimazione a dolersi o mera inoppugnabilità

della decisione (art. 591). L’ordinanza di inammissibilità è pronunciata dal giudice dell’im-

pugnazione de plano anche d’ufficio (art. 591, comma 2), ma previo parere del p.m.. Essa è

notificata a che ha proposto l’impugnazione affinché, nel termine di trenta giorni (art. 585,

comma 1, lett. b), decorrente dalla data dell’ultima notificazione, la parte possa proporre ri-

corso per cassazione. Se non rilevata d’ufficio in camera di consiglio, l’inammissibilità

dell’impugnazione può comunque essere rilevata, acnhe con sentenza, in ogni stato e grado

del procedimento (art. 591, comma 4). Ovviamente l’inammissibilità dichiarata dalla Supre-

ma Corte è senza rimedio.

In ipotesi di vana proposizione del gravame e di esito sfavorevole dello stesso, l’impug-

nante subisce la sanzione processuale della condanna alle spese del procedimento stesso.

Quanto agli effetti, oltre a quello estensivo in bonam partem già esaminato (art. 587), van-

no ricordati quelli sospensivi e devolutivi.

L’effetto sospensivo attiene alla paralisi dell’esecuzione del provvedimento sia durante il

termine per impugnare, sia durante la pendenza del giudizio di impugnazione. Se l’impug-

nazione è promossa a tutela dei soli interessi civili, tale tipo di impugnazione non sospende

l’esecuzione del capo penale della sentenza (art. 573, comma 2).

L’effetto devolutivo, soggettivamente inteso, comporta che il giudizio di impugnazione è

normalmente devoluto ad un giudice diverso, di regola superiore; oggettivamente inteso,

concerne l’ampiezza di cognizione del giudice di impugnazione, che può estendersi all’in-

tera materia trattata dal primo giudice ovvero a parte della stessa. Ne consegue che il giudice

del gravame ha cognizione nei limiti del devoluto.

Il giudizio contumaciale

Nel giudizio di appello (art. 603, comma 4) il giudice dispone la rinnovazione del dibatti-

mento quando l’imputato ne fa richiesta e prova di non essere potuto comparire davanti al

giudice di primo grado, per caso fortuito o forza maggiore. La dispone altresì, quando l’im-

putato prova di non aver avuto conoscenza concreta del decreto di citazione e, in caso di

notificazione presso il difensore ai sensi dell’art. 161, comma 4, non si sia sottratto volon-

tariamente alla conoscenza degli atti del procedimento. Da segnalare come vi sia un favor

contumaciae, perché le notificazioni sono, di regola dirette a produrre la conoscenza legale,

e non quella concreta, dell’imputato. La conoscenza concreta, quale dato psicologico,

invero, secondo la disciplina generale delle notificazioni, non è raggiungibile.

L’

APPELLO

L’appello rappresenta un mezzo ordinario di impugnazione che abbraccia sia il merito che la

legittimità della sentenza di primo grado. Ai sensi dell’art. 593, il pubblico ministero e l'im-

putato possono appellare contro le sentenze di condanna o di proscioglimento. L'imputato

non può appellare contro la sentenza di proscioglimento perché il fatto non sussiste o per

non aver commesso il fatto. Sono inappellabili le sentenze di condanna relative a con-

travvenzioni per le quali è stata applicata (in concreto) la sola pena dell'ammenda e le sen-

tenze di proscioglimento o di non luogo a procedere relative a contravvenzioni punite con la

sola ammenda o con pena alternativa. Sono altresì inappellabili talune sentenze emesse con

rito abbreviato (art. 443) e le sentenze di patteggiamento (art. 448/2).

Quanto all’individuazione del giudice competente, l’art. 596 prevede che:

sull'appello proposto contro le sentenze pronunciate dal tribunale decide la corte di appello;

sull'appello proposto contro le sentenze della corte di assise decide la corte di assise di ap-

pello.

Salvo quanto previsto dall'articolo 428 riguardo all’impugnazione della sentenza di non luo-

go a procedere, sull'appello contro le sentenze pronunciate dal giudice per le indagini pre-

liminari [presso il tribunale], decidono, rispettivamente, la corte di appello e la corte di as-

sise di appello, a seconda che si tratti di reato di competenza del tribunale o della corte di as-

sise.

La sfera di cognizione del giudice d’appello è per sua natura più ristretta di quella del giu-

dice di primo grado, sia perché non tutte le sentenze sono suscettibili di pervenire alla sua

verifica, sia perché l’ambito di questa è variamente limitato.

L'appello attribuisce al giudice di secondo grado la cognizione del procedimento limitata-

mente ai punti della decisione ai quali si riferiscono i motivi proposti (art. 597). Quando ap-

pellante è il pubblico ministero:

se l'appello riguarda una sentenza di condanna, il giudice può, entro i limiti della competen-

za del giudice di primo grado, dare al fatto una definizione giuridica più grave, mutare la

specie o aumentare la quantità della pena, revocare benefici, applicare, quando occorre, mis-

ure di sicurezza e adottare ogni altro provvedimento imposto o consentito dalla legge;

se l'appello riguarda una sentenza di proscioglimento, il giudice può pronunciare condanna

ed emettere i provvedimenti indicati nella lettera a) ovvero prosciogliere per una causa di-

versa da quella enunciata nella sentenza appellata;

se conferma la sentenza di primo grado, il giudice può applicare, modificare o escludere, nei

casi determinati dalla legge, le pene accessorie e le misure di sicurezza (art. 597, comma 2).

Quando appellante è il solo imputato, il giudice non può riformare in peius, non può cioè

irrogare una pena più grave per specie o quantità, applicare una misura di sicurezza nuova o

più grave, prosciogliere l'imputato per una causa meno favorevole di quella enunciata nella

sentenza appellata né revocare benefici, salva la facoltà, entro i limiti visti nel caso prece-

dente, di dare al fatto una definizione giuridica più grave, purché non venga superata la

competenza del giudice di primo grado. In ogni caso, se è accolto l'appello dell'imputato rel-

ativo a circostanze o a reati concorrenti, anche se unificati per la continuazione, la pena com-

plessiva irrogata è corrispondentemente diminuita (art. 597, comma 4). Con la sentenza

possono essere applicate anche di ufficio la sospensione condizionale della pena, la non

menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale e una o più circostanze at-

tenuanti; può essere altresì effettuato, quando occorre, il giudizio di comparazione a norma

dell'articolo 69 del codice penale.

Se non sono impugnati tutti i capi della sentenza, la congizione del giudice di secondo grado

può estendersi “ai capi legati da un vincolo di connessione essenziale di tipo logico “ con

quelli impugnati (Cass., sez. 1, 11 febbraio 1995).

Ovviamente il divieto di reformatio in peius non concerne le disposizioni di natura civilisti-

ca, così come esso non impedisce l’applicazione delle misure di sicurezza obbligatorie ex

lege.

L’appello incidentale

La parte che non ha proposto impugnazione può proporre appello incidentale entro quindici

giorni da quello in cui ha ricevuto la comunicazione o la notificazione previste dall'articolo

584 (art. 595, comma 2). L’appello incidentale è proposto secondo le norme generali con-

tenute dagli artt. 581 e segg.. Si tratta di un mezzo esperibile da tutte le parti (art. 595, com-

ma 1). L'appello incidentale del pubblico ministero produce gli effetti previsti dall'articolo

597/2; esso tuttavia non ha effetti nei confronti del coimputato non appellante che non ha

partecipato al giudizio di appello. L'appello incidentale perde efficacia in caso di inammissi-

bilità dell'appello principale o di rinuncia allo stesso (art. 595).

Forme del processo di appello

L’esigenza di semplificare e quindi accelerare il corso del giudizio di impugnazione si

rispecchia nella previsione di un rito camerale, accanto a quello dibattimentale, sempre ai

fini della decisione sul gravame.

Il codice prevede tassativamente le ipotesi di adozione del rito camerale con le forme pre-

viste dall'articolo 127. In particolare, la corte provvede in camera di consiglio:

quando l'appello ha esclusivamente per oggetto la specie o la misura della pena, anche con

riferimento al giudizio di comparazione fra circostanze, o l'applicabilità delle circostanze at-

tenuanti generiche, di sanzioni sostitutive, della sospensione condizionale della pena o della

non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale.

quando le parti ne fanno richiesta dichiarando di concordare sull'accoglimento, in tutto o in

parte, dei motivi di appello, con rinuncia agli altri eventuali motivi e con la consequenziale

nuova determinazione della pena. Il giudice, se ritiene di non potere accogliere, allo stato, la

richiesta, ordina la citazione a comparire al dibattimento. In questo caso la richiesta e la rin-

uncia perdono effetto, ma possono essere riproposte nel dibattimento;

nelle ipotesi di rinnovazione dell’istruzione dibattimentale, sia per la riassunzione di prove

già acquisite nel dibattimento di primo grado, ovvero preesistenti ma non assunte; nonché

nelle ipotesi di rinnovazione-ripetizione di prove già assunte, allorché si tratti di imputato,

contumace in primo grado, che ne faccia richiesta e si trovi nelle medesime situazioni che gli

consentirebbero di ottenere la restituzione in termini (art. 603);

nei casi di provvisoria esecuzione dei capi civili sollecitata dalla parte civile e di richiesta di

sospensione della esecutività della condanna provvisionale quando ricorrano gravi motivi

(art. 600).

In tutti gli altri casi, si ricorre alla celebrazione dibattimentale.

Il processo di appello

Il presidente ordina senza ritardo la citazione dell'imputato appellante; ordina altresì la

citazione dell'imputato non appellante se vi è appello del pubblico ministero, se ricorre al-

cuno dei casi previsti dall'articolo 587 o se l'appello è proposto per i soli interessi civili.

Quando si procede in camera di consiglio a norma dell'articolo 599, ne è fatta menzione nel

decreto di citazione. Il termine per comparire non può essere inferiore a venti giorni. E' or-

dinata in ogni caso la citazione del responsabile civile, della persona civilmente obbligata

per la pena pecuniaria e della parte civile; questa è citata anche quando ha appellato il solo

imputato contro una sentenza di proscioglimento. Almeno venti giorni prima della data fis-

sata per il giudizio di appello, è notificato avviso ai difensori. Il decreto di citazione è nullo

se l'imputato non è identificato in modo certo ovvero se manca o è insufficiente l'indicazione

di uno dei requisiti previsti dall'articolo 429 comma 1 lettera f).

Nell'udienza, il presidente o il consigliere da lui delegato fa la relazione della causa. Se le

parti richiedono concordemente l'accoglimento, in tutto o in parte, dei motivi di appello a

norma dell'articolo 599 comma 4, il giudice, quando ritiene che la richiesta deve essere ac-

colta, provvede immediatamente; altrimenti dispone la prosecuzione del dibattimento. Nel

dibattimento può essere data lettura, anche di ufficio, di atti del giudizio di primo grado

nonché, entro i limiti previsti dagli articoli 511 e seguenti, di atti compiuti nelle fasi an-

tecedenti.

Quando una parte, nell'atto di appello o nei motivi presentati ha chiesto la riassunzione di

prove già acquisite nel dibattimento di primo grado o l'assunzione di nuove prove, il giudice

se ritiene di non essere in grado di decidere allo stato degli atti, dispone la rinnovazione

dell'istruzione dibattimentale (art. 603). Se le nuove prove sono sopravvenute o scoperte

dopo il giudizio di primo grado, il giudice dispone la rinnovazione dell'istruzione dibatti-

mentale. Il giudice dispone, altresì, la rinnovazione dell'istruzione dibattimentale quando

l'imputato, contumace in primo grado, ne fa richiesta e prova di non essere potuto comparire

per caso fortuito o forza maggiore o per non avere avuto conoscenza del decreto di

citazione, sempre che in tal caso il fatto non sia dovuto a sua colpa, ovvero, quando l'atto di

citazione per il giudizio di primo grado è stato notificato mediante consegna al difensore nei

casi previsti dagli articoli 159, 161 comma 4 e 169, non si sia sottratto volontariamente alla

conoscenza degli atti del procedimento. Alla rinnovazione dell'istruzione dibattimentale si

procede immediatamente. In caso di impossibilità, il dibattimento è sospeso per un termine

non superiore a dieci giorni.

Esaurita la discussione, il presidente dichiara chiuso il dibattimento (art. 524) ed il collegio

si ritira in camera di consiglio. La deliberazione avvienesi sensi dell’art. 527, sotto la di-

rezione del presidente. Dopodichè viene redatto e sottoscritto dal presidente il dispositivo,

contenente eventualmente la deroga prevista dall’art. 544 per il termine di redazione della

motivazione. Il collegio rientra in aula ed il presidente pubblica il dispositivo dandone let-

tura.

Il “patteggiamento in appello”

Il processo di appello può chiudersi con quello che viene definito il patteggiamento in ap-

pello. Trattasi di una forma semplificata del processo – esperibile, a seconda del momento

in cui è domandata, in camera di consiglio o in udienza pubblica – consistente in un accordo

sostanziale sul contenuto della emananda decisione per i capi diversi dalla responsabilità pe-

nale (art. 602, comma 2). In sostanza le parti indicano al giudice quali motivi ritengono che

debbano essere accolti; se tale accoglimento comporta una nuova determinazione della pena,

il p.m., l’imputato e la persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria indicano al giu-

dice anche la sanzione sulla quale sono d’accordo. Il concordato sui motivi e sulla pena in

appello (questa è la sua definizione più appropriata) non ha nulla in comune col patteggia-

mento: si tratta di un concordato sulla riduzione della pena concretamente inflitta, ma co-

munque non sotto il livello minimo edittale e suppone la rinuncia dell’appellante agli altri

motivi di appello.

Le questioni di nullità e la sentenza

Anche nei casi in cui non interviene o non è ammissibile il patteggiamento, il processo è co-

munque definito con sentenza trattandosi di provvedimento decisorio di un grado di

giudizio. Viene, invece, emessa ordinanza di inammissibilità, anche questa ricorribile per

cassazione, nei casi in cui l’appello non sia stato validamente instaurato. L’art. 604, norma

di cardinale importanza per comprendere l’essenza stessa del giudizio d’appello, esprime il

divieto di regresso del processo di appello al primo grado. Il regresso del dibattimento è is-

tituto eccezionale.

L’art. 604 prevede le questioni di nullità delle sentenze annullate. In particolare, il giudice di

appello, nei casi previsti dall'articolo 522, dichiara la nullità in tutto o in parte della sentenza

appellata e dispone la trasmissione degli atti al giudice di primo grado, quando vi è stata

condanna per un atto diverso o applicazione di una circostanza aggravante per la quale la

legge stabilisce una pena di specie diversa da quella ordinaria del reato o di una circostanza

aggravante ad effetto speciale, sempre che non vengano ritenute prevalenti o equivalenti cir-

costanze attenuanti (art. 604, comma 1). Quando sono state ritenute prevalenti o equivalenti

circostanze attenuanti o sono state applicate circostanze aggravanti diverse da quelle viste

prima, il giudice di appello esclude le circostanze aggravanti, effettua, se occorre, un nuovo

giudizio di comparazione e ridetermina la pena. Quando vi è stata condanna per un reato

concorrente o per un fatto nuovo, il giudice di appello dichiara nullo il relativo capo della

sentenza ed elimina la pena corrispondente, disponendo che del provvedimento sia data no-

tizia al pubblico ministero per le sue determinazioni. Il giudice di appello, se accerta una

delle nullità indicate nell'articolo 179, da cui sia derivata la nullità del provvedimento che

dispone il giudizio o della sentenza di primo grado, la dichiara con sentenza e rinvia gli atti

al giudice che procedeva quando si è verificata la nullità. Nello stesso modo il giudice

provvede se accerta una delle nullità indicate nell'articolo 180 che non sia stata sanata e da

cui sia derivata la nullità del provvedimento che dispone il giudizio o della sentenza di pri-

mo grado. Se si tratta di altre nullità che non sono state sanate, il giudice di appello può or-

dinare la rinnovazione degli atti nulli o anche, dichiarata la nullità, decidere nel merito,

qualora riconosca che l'atto non fornisce elementi necessari al giudizio. Quando il giudice di

primo grado ha dichiarato che il reato è estinto o che l'azione penale non poteva essere in-

iziata o proseguita, il giudice di appello, se riconosce erronea tale dichiarazione, ordina, oc-

correndo, la rinnovazione del dibattimento e decide nel merito. Quando il giudice di primo

grado ha respinto la domanda di oblazione, il giudice di appello, se riconosce erronea tale

decisione, accoglie la domanda e sospende il dibattimento fissando un termine massimo non

superiore a dieci giorni per il pagamento delle somme dovute. Se il pagamento avviene nel

termine, il giudice di appello pronuncia sentenza di proscioglimento.

Fuori da tutti questi casi (previsti dall’art. 604), il giudice di appello pronuncia sentenza con

la quale conferma o riforma la sentenza appellata. Le pronunce del giudice di appello

sull'azione civile sono immediatamente esecutive. Copia della sentenza di appello, con gli

atti del procedimento, è trasmessa senza ritardo, a cura della cancelleria, al giudice di primo

grado, quando questi è competente per l'esecuzione e non è stato proposto ricorso per cas-

sazione.

L’inibitoria civile

L’art. 600, comma 1, prevede che, se il giudice di primo grado ha omesso di provvedere

sulla richiesta di provvisoria esecuzione del capo civile contenente la pronuncia riparatoria,

provvisionale compresa, ovvero l’ha rigettata, la parte civile può riproporre la richiesta, la

quale deve essere sorretta da giustificati motivi (art. 540, comma 1), mediante

impugnazione. Il giudice di secondo grado provvede con ordinanza in camera di consiglio.

Il rinvio all’art. 127 fa capire, ovviamente, che devono essere citati, oltre al procuratore

generale, il responsabile civile e l’imputato, nonché i loro difensori. È da segnalare che tale

provvedimento può essere emesso prima della discussione dell’appello principale. L’art.

600, commi 2 e 3, prevede quell’istituto che, con parallelismo con il processo civile, è

chiamato inibitoria civile, prescrivendo che, sempre con le forma camerali del comma 1, il

responsabile civile e l’imputato possano chiedere la revoca o la sospensione della provviso-

ria esecuzione, quando ricorrono giustificati motivi. La richiesta della parte civile o l’inibito-

ria del responsabile civile debbono essere proposte con l’appello e, concorrendo giustificato

o gravi motivi, devono essere decise prima del dibattimento.

I C

L RICORSO PER ASSAZIONE

Ai sensi dell’art. 111 Cost., il ricorso per cassazione si pone come un mezzo di gravame in-

defettibilmente esperibile in ordine a tutte le sentenze e a quei provvedimenti che incidono

sulla libertà personale. Mentre possono aversi sentenze di primo grado appellabili e non ap-

pellabili, non esistono sentenze di secondo grado non ricorribili, né sentenze di primo grado

inappellabili che siano sottraibili al ricorso per cassazione. Peraltro, il ricorso può costituire

l’istanza di giustizia azionabile in relazione a qualsiasi decisione di primo grado, sia perché

può essere l’unico mezzo di gravame, sia perché può elettivamente assurgere a mezzo im-

mediato di impugnazione allorché la parte che abbia diritto di appellare la prima sentenza

preferisca avvalersi immediatamente del ricorso ai sensi dell’art. 569.

L’attività giurisdizionale della Corte di Cassazione è quella che non mira a riesaminare in

terzo grado il merito del rapporto sostanziale, ma a giudicare le sentenze dei giudici di meri-

to, annullandole dove appaiono viziate da errori di diritto, oltreché da difetti di motivazione.

La Corte Suprema giudica sulle sole questioni di diritto, vale a dire in base alla interpre-

tazione e all’applicazione della legge, senza scendere a discutere i fatti della controversia,

bensì basandosi sull’accertamento compiuto dal giudice di merito nella sentenza che egli ha

pronunciato. La Corte di cassazione inoltre, tanto in materia civile quanto in quella penale,

ha la funzione di uniformare le interpretazioni giurisprudenziali della normativa vigente,

(art. 65 r.d. 30 gennaio 1941, n. 12) anche se non ha nessun potere effettivo di indirizzo nei

confronti dei giudici di grado inferiore (come succede nei paesi anglosassoni, dove le deci-

sioni della Corte Suprema assumono valore di precedenti legali). Quando una questione ha

dato luogo a contrasto o, presentandosi per la prima volta, è di particolare delicatezza, la

Suprema Corte, sollecitata dalla procura generale, da una sezione semplice o dal difensore,

decide a sezioni unite (art. 618).

Il ricorso per cassazione può essere proposto solo per i seguenti cinque motivi:

esercizio da parte del giudice di una potestà riservata dalla legge a organi legislativi o am-

ministrativi ovvero non consentita ai pubblici poteri;

inosservanza o erronea applicazione della legge penale o di altre norme giuridiche, di cui si

deve tener conto nell'applicazione della legge penale;

inosservanza delle norme processuali stabilite a pena di nullità, di inutilizzabilità, di inam-

missibilità o di decadenza;

mancata assunzione di una prova decisiva, quando la parte ne ha fatto richiesta a norma

dell'articolo 495 comma 2 (prova contraria);

mancanza o manifesta illogicità della motivazione, quando il vizio risulta dal testo del

provvedimento impugnato.

La tassatività dei casi di gravame, provoca la inammissibilità di motivi diversi o sostanzial-

mente apparenti e manifestamente infondati. Infatti, ai sensi dell’art. 606, comma 3, il ricor-

so è inammissibile se è proposto per motivi diversi da quelli consentiti dalla legge, se è

manifestamente infondato nonché se è proposto per violazioni di legge non dedotte nei mo-

tivi d’appello, fuori dei casi di cui agli artt. 569 e 609, comma 2.

I soggetti ricorrenti

L'imputato e il suo difensore possono ricorrere per cassazione contro la sentenza di con-

danna o di proscioglimento ovvero contro la sentenza inappellabile di non luogo a pro-

cedere. Possono, inoltre, ricorrere contro le sole disposizioni della sentenza che riguardano

le spese processuali (art. 607).

Il procuratore generale presso la corte di appello può ricorrere per cassazione contro

ogni sentenza di condanna o di proscioglimento pronunciata in grado di appello o inappella-

bile.

Il procuratore della Repubblica presso il tribunale può ricorrere per cassazione contro

ogni sentenza inappellabile, di condanna o di proscioglimento, pronunciata dalla corte di as-

sise, dal tribunale o dal giudice per le indagini preliminari presso il tribunale.

Il procuratore generale e il procuratore della Repubblica presso il tribunale possono anche

ricorrere nei casi previsti dall'articolo 569 di ricorso immediato per cassazione e da altre dis-

posizioni di legge.

Infine, la persona offesa, che sia costituita parte civile, può ricorrere anche per i capi

penali, quando trattasi di reati di ingiuria o di diffamazione commessi in suo danno (art.

577).

Il procedimento

Il presidente della corte di cassazione provvede all'assegnazione dei ricorsi alle singole

sezioni secondo i criteri stabiliti dalle leggi di ordinamento giudiziario. Il presidente, su

richiesta del procuratore generale, dei difensori delle parti o anche di ufficio, assegna il ri-

corso alle sezioni unite quando le questioni proposte sono di speciale importanza o quando

occorre dirimere contrasti insorti tra le decisioni delle singole sezioni. Il presidente della

corte, se si tratta delle sezioni unite, ovvero il presidente della sezione fissa la data per la

trattazione del ricorso in udienza pubblica o in camera di consiglio e designa il relatore. Il

presidente dispone altresì la riunione dei giudizi nei casi previsti dall'articolo 17 e la sepa-

razione dei medesimi quando giovi alla speditezza della decisione. La cancelleria dà immedi-

ata comunicazione al procuratore generale del deposito degli atti per la eventuale richiesta

della dichiarazione di inammissibilità del ricorso. Almeno trenta giorni prima della data

dell'udienza, la cancelleria ne dà avviso al procuratore generale e ai difensori, indicando se il

ricorso sarà deciso a seguito di udienza pubblica ovvero in camera di consiglio. In quest'ul-

timo caso, l'avviso deve inoltre precisare se vi è la richiesta di dichiarazione di inammissi-

bilità, enunciando la causa dedotta.

Oltre che nei casi particolari previsti dalla legge, la corte procede in camera di consiglio

quando deve decidere su ogni ricorso contro provvedimenti non emessi nel dibattimento

(art. 611, comma 1). Se non è diversamente stabilito e in deroga a quanto previsto dall'arti-

colo 127, la corte giudica sui motivi, sulle richieste del procuratore generale e sulle memorie

delle altre parti senza intervento dei difensori. Fino a quindici giorni prima dell'udienza, tutte

le parti possono presentare motivi nuovi e memorie e, fino a cinque giorni prima, possono

presentare memorie di replica. Nello stesso modo la corte procede quando è stata richiesta la

dichiarazione di inammissibilità del ricorso. Se non dichiara l'inammissibilità, la corte fissa

la data per la decisione del ricorso in udienza pubblica.

A richiesta dell'imputato o del responsabile civile, la corte di cassazione può sospendere, in

pendenza del ricorso, l'esecuzione della condanna civile, quando può derivarne grave e ir-

reparabile danno.

Salvo che la parte non vi provveda personalmente, l'atto di ricorso, le memorie e i motivi

nuovi devono essere sottoscritti, a pena di inammissibilità, da difensori iscritti nell'albo spe-

ciale della corte di cassazione. Davanti alla corte medesima le parti sono rappresentate dai

difensori. Per tutti gli atti che si compiono nel procedimento davanti alla corte, il domicilio

delle parti è presso i rispettivi difensori. Il difensore è nominato per la proposizione del ri-

corso o successivamente; in mancanza di nomina il difensore è quello che ha assistito la

parte nell'ultimo giudizio, purché si tratti di un avvocato cassazionista. Gli avvisi che de-

vono essere dati al difensore sono notificati anche all'imputato che non sia assistito da

difensore di fiducia. Quando il ricorso concerne gli interessi civili, il presidente, se la parte

ne fa richiesta, nomina un difensore secondo le norme sul patrocinio dei non abbienti.

Le norme concernenti la pubblicità, la polizia e la disciplina delle udienze e la direzione della

discussione nei giudizi di primo e di secondo grado si osservano davanti alla corte di cas-

sazione, in quanto siano applicabili. Le parti private possono comparire per mezzo dei loro

difensori. Nell'udienza stabilita, il presidente procede alla verifica della costituzione delle

parti e della regolarità degli avvisi, dandone atto a verbale; quindi, il presidente o un con-

sigliere da lui delegato fa la relazione della causa. Dopo la requisitoria del pubblico minis-

tero, i difensori della parte civile, del responsabile civile, della persona civilmente obbligata

per la pena pecuniaria e dell'imputato espongono nell'ordine le loro difese. Non sono

ammesse repliche.

La corte di cassazione delibera la sentenza in camera di consiglio subito dopo terminata la

pubblica udienza salvo che, per la molteplicità o per l'importanza delle questioni da decidere,

il presidente ritenga indispensabile differire la deliberazione ad altra udienza prossima. Si

osservano, in quanto applicabili, le disposizioni degli articoli 527 e 546. Se non provvede a

norma degli articoli 620, 622 e 623, la corte dichiara inammissibile o rigetta il ricorso. La

sentenza è pubblicata in udienza subito dopo la deliberazione, mediante lettura del dispositi-

vo fatta dal presidente o da un consigliere da lui delegato. Prima della lettura, il dispositivo è

sottoscritto dal presidente.

Con il provvedimento che dichiara inammissibile o rigetta il ricorso, la parte privata che lo

ha proposto è condannata al pagamento delle spese del procedimento.

Conclusa la deliberazione, il presidente o il consigliere da lui designato redige la moti-

vazione. Si osservano le disposizioni concernenti la sentenza nel giudizio di primo grado, in

quanto applicabili. La sentenza, sottoscritta dal presidente e dall'estensore, è depositata in

cancelleria non oltre il trentesimo giorno dalla deliberazione. Qualora il presidente lo

disponga, la corte si riunisce in camera di consiglio per la lettura e l'approvazione del testo

della motivazione.

Gli errori di diritto nella motivazione e le erronee indicazioni di testi di legge non producono

l'annullamento della sentenza impugnata, se non hanno avuto influenza decisiva sul disposi-

tivo. La corte tuttavia specifica nella sentenza le censure e le rettificazioni occorrenti. Quan-

do nella sentenza impugnata si deve soltanto rettificare la specie o la quantità della pena per

errore di denominazione o di computo, la corte di cassazione vi provvede senza pronunciare

annullamento. Nello stesso modo si provvede nei casi di legge più favorevole all'imputato,

anche se sopravvenuta dopo la proposizione del ricorso, qualora non siano necessari nuovi

accertamenti di fatto.

Pare opportuno ricordare che ai sensi dell’art. 609, comma 1 il ricorso attribuisce alla Corte

di Cassazione la cognizione del procedimento limitatamente ai motivi proposti ex art. 606,

comma 1, con l’implicita prescrizione che tali motivi debbano già essere stati presentati dal

giudice di merito. Le questioni non contestate in grado di appello, invero, passano nel giudi-

cato interno. Sicché, ovviamente, l’intempestiva deduzione del motivo nel giudizio di appel-

lo lo rende indeducibile nel giudizio di cassazione. Tale prescrizione conosce l’eccezione

delle questioni che la corte può rilevare d’ufficio e quelle che non sarebbe stato possibile

dedurre in grado di appello (art. 609, comma 2).

La tipologia delle sentenze della suprema corte

Quattro sono i tipi di pronuncia della suprema corte. A parte l’inammissiblità ex art. 591, la

corte, se non rigetta il ricorso perché infondato può rettificare gli erori non determinanti an-

nullamento. L’art. 619, comma 1, prevede, invero, che gli errori di diritto della motivazione

e le erronee indicazioni di testi di legge non producono l’annullamento della sentenza im-

pugnata, se non hanno avuto influenza decisiva sul dispositivo ed aggiunge che la corte tut-

tavia specifica nella sentenza le censure e le rettificazioni occorrenti, aprendo la via ad inter-

venti di carattere disciplinare sul giudice di merito la cui sentenza è rettificata. Il comma 2

dell’art. 619 prescrive che, quando nella sentenza impugnata si deve soltanto rettificare la

specie o la quantità della pena per errore di denominazione o di computo, la corte di cas-

sazione vi provvede senza pronunciare annullamento. Sempre mediante rettificazione vi

provvede quando deve applicare una legge più favorevole all’imputato: non debbono essere

necessari accertamenti di fatto.

Al di fuori di questi tipi di sentenza, non resta che l’annullamento della sentenza impugnata,

il quale può essere senza rinvio o con rinvio (artt. 620 – 626).

L’annullamento senza rinvio

Oltre che nei casi particolarmente previsti dalla legge, la corte pronuncia sentenza di annul-

lamento senza rinvio:

se il fatto non è previsto dalla legge come reato, se il reato è estinto o se l'azione penale non

doveva essere iniziata o proseguita (art. 620, comma 1, lett. a);

se il reato non appartiene alla giurisdizione del giudice ordinario(art. 620, comma 1, lett. b);

se il provvedimento impugnato contiene disposizioni che eccedono i poteri della giuris-

dizione, limitatamente alle medesime(art. 620, comma 1, lett. c);

se la decisione impugnata consiste in un provvedimento non consentito dalla legge(art. 620,

comma 1, lett. d);

se la sentenza è nulla a norma e nei limiti dell'articolo 522 in relazione a un reato concor-

rente(art. 620, comma 1, lett. e);

se la sentenza è nulla a norma e nei limiti dell'articolo 522 in relazione a un fatto nuovo(art.

620, comma 1, lett. f);

se la condanna è stata pronunciata per errore di persona(art. 620, comma 1, lett. g);

se vi è contraddizione fra la sentenza o l'ordinanza impugnata e un'altra anteriore concer-

nente la stessa persona e il medesimo oggetto, pronunciata dallo stesso o da un altro giudice

penale(art. 620, comma 1, lett. h);

se la sentenza impugnata ha deciso in secondo grado su materia per la quale non è ammesso

l'appello;(art. 620, comma 1, lett. i)

in ogni altro caso in cui la corte ritiene superfluo il rinvio ovvero può essa medesima pro-

cedere alla determinazione della pena o dare i provvedimenti necessari(art. 620, comma 1,

lett. l).

Fermi gli effetti penali della sentenza, la corte di cassazione, se ne annulla solamente le dis-

posizioni o i capi che riguardano l'azione civile ovvero se accoglie il ricorso della parte

civile contro la sentenza di proscioglimento dell'imputato, rinvia quando occorre al giudice

civile competente per valore in grado di appello, anche se l'annullamento ha per oggetto una

sentenza inappellabile (art. 622).

L’annullamento con rinvio

L’art. 623 regola i casi di annullamento con rinvio. Fuori dei casi previsti dagli articoli 620

e 622:

se è annullata un'ordinanza, la corte di cassazione dispone che gli atti siano trasmessi al giu-

dice che l'ha pronunciata, il quale provvede uniformandosi alla sentenza di annullamento;

se è annullata una sentenza di condanna nei casi previsti dall'articolo 604 comma 1, la corte

di cassazione dispone che gli atti siano trasmessi al giudice di primo grado;

se è annullata la sentenza di una corte di assise di appello o di una corte di appello ovvero di

una corte di assise o di un tribunale in composizione collegiale, il giudizio è rinviato rispetti-

vamente a un'altra sezione della stessa corte o dello stesso tribunale o, in mancanza, alla

corte o al tribunale più vicini;

se è annullata la sentenza di un tribunale monocratico o di un giudice per le indagini prelimi-

nari, la corte di cassazione dispone che gli atti siano trasmessi al medesimo tribunale; tut-

tavia, il giudice deve essere diverso da quello che ha pronunciato la sentenza annullata.

L’annullamento parziale

Se l'annullamento non è pronunciato per tutte le disposizioni della sentenza, questa ha au-

torità di cosa giudicata nelle parti che non hanno connessione essenziale con la parte annul-

lata. La corte di cassazione, quando occorre, dichiara nel dispositivo quali parti della senten-

za diventano irrevocabili. L'omissione di tale dichiarazione è riparata dalla corte stessa in

camera di consiglio con ordinanza che deve trascriversi in margine o in fine della sentenza e

di ogni copia di essa posteriormente rilasciata. L'ordinanza può essere pronunciata di ufficio

ovvero su domanda del giudice competente per il rinvio, del pubblico ministero presso il

medesimo giudice o della parte privata interessata. La domanda si propone senza formalità.

La corte di cassazione provvede in camera di consiglio senza l'osservanza delle forme pre-

viste dall'articolo 127.

Il giudizio di rinvio

Nel giudizio di rinvio non è ammessa discussione sulla competenza attribuita con la senten-

za di annullamento, salvo quanto previsto dall'articolo 25. Il giudice di rinvio decide con gli

stessi poteri che aveva il giudice la cui sentenza è stata annullata, salve le limitazioni stabilite

dalla legge. Se è annullata una sentenza di appello e le parti ne fanno richiesta, il giudice

dispone la rinnovazione dell'istruzione dibattimentale per l'assunzione delle prove rilevanti

per la decisione. Il giudice di rinvio si uniforma alla sentenza della corte di cassazione per

ciò che concerne ogni questione di diritto con essa decisa. Non possono rilevarsi nel

giudizio di rinvio nullità, anche assolute, o inammissibilità, verificatesi nei precedenti

giudizi o nel corso delle indagini preliminari. Se taluno degli imputati, condannati con la

sentenza annullata, non aveva proposto ricorso, l'annullamento pronunciato rispetto al ricor-

rente giova anche al non ricorrente, salvo che il motivo dell'annullamento sia esclusivamente

personale. L'imputato che può giovarsi di tale effetto estensivo deve essere citato e ha facol-

tà di intervenire nel giudizio di rinvio.

La sentenza del giudice di rinvio può essere impugnata con ricorso per cassazione se pro-

nunciata in grado di appello e col mezzo previsto dalla legge se pronunciata in primo grado.

In ogni caso la sentenza del giudice di rinvio può essere impugnata soltanto per motivi non

riguardanti i punti già decisi dalla corte di cassazione ovvero per non essere uniformata alla

sentenza della corte di cassazione per ciò che concerne ogni questione di diritto con essa de-

cisa.

Il ricorso straordinario per errore materiale

Con la L. n. 128/2001 è stato introdotto nel codice l'art. 625bis c.p.p. disciplinante il ricorso

straordinario per errore materiale o di fatto.

Come noto la sentenza pronunciata dalla Corte di Cassazione non è impugnabile essendo

l’epilogo dell’ultimo grado di gravame: la nuova disposizione consente alla Corte, su ricor-

so del procuratore generale o del condannato, di correggere errori materiali o di fatto con-

tenuti in suoi provvedimenti.

Mentre l'errore materiale è quello già descritto nell'art. 130 c.p.p., l'errore di fatto ricon-

ducibile all'art. 625bis c.p.p. deve consistere in una vera e propria svista materiale, ossia in

una disattenzione di ordine percettivo che non ha consentito di prendere in considerazione

un motivo di ricorso, decisivo nella decisione del giudizio di legittimità.

Non costituisce pertanto errore di fatto la mancata presa in considerazione di un motivo di

ricorso, allorchè esso, pur non essendo stato esplicitamente esaminato, è stato disatteso od

assorbito nella decisione adottata.

Il ricorso non sospende l'efficacia esecutiva del provvedimento della Corte e deve essere

proposto entro 180 giorni dal suo deposito. Se la richiesta è avanzata fuori termine ovvero

risulti palesemente infondata, la Corte può dichiararne d'ufficio l'inammissibilità, altrimenti

la questione viene discussa in camera di consiglio ai sensi dell'art. 127 c.p.p.

Il giudicato progressivo

La giurisprudenza ha costruito l’istituto del giudicato progressivo. Se la prescrizione non è

maturata nel giudizio di cassazione, ma lo è nel giudizio di rinvio, la suprema corte ha sta-

bilito che la formazione progressiva del giudicato limita l’applicazione dell’art. 129, comma

1, nel senso che è inibito far valere la prescrizione in sede di rinvio. In altri termini, la sen-

tenza del giudice di rinvio retroagisce al momento della pronuncia della corte di cassazione.

Introducendo questo limite la suprema corte dunque moralizzato l’annullamento con rinvio.

Il provvedimento abnorme

Poiché le invalidità sono previste in forma tassativa, le mere irregolarità non influiscono

sugli effetti giuridici dell’atto processuale penale e, quindi, sulla seriazione causale che cos-

tituisce il procedimento. La giurisprudenza ha creato il concetto di provvedimento abnorme,

cioè non rispondente, per la sua singolarità o stranezza, ai tipi previsti dall’ordinamento pro-

cessuale. Occorre sottolineare che l’abnormità concerne tanto i provvedimenti del giudice

quanto quelli del p.m.; inoltre l’abnormità può essere dovuta a ragioni di struttura o di fun-

zione. In entrambi i casi, il provvedimento giudiziario abnorme è ricorribile direttamente per

cassazione, mancando i mezzi ordinari di impugnazione e discendendo il ricorso per cas-

sazione dall’art. 111 Cost.. Secondo la giurisprudenza l’impugnabilità per cassazione del

provvedimento abnorme dipende non dalla conoscenza legale ma dalla conoscenza concreta.

Ovviamente, il termine per ricorrere, pur partendo dalla conoscenza concreta, è quello ordi-

nario.

Il ricorso per cassazione contro il provvedimento abnorme si distingue perché è trattato in

camera di consiglio de plano, cioè senza l’applicazione dell’art. 127. Proposto personal-

mente o da un avvocato iscritto nell’albo speciale, tale ricorso può essere illustrato con mo-

tivi nuovi e memorie, necessari non fosse altro per documentare l’evoluzione della

giurisprudenza e la presenza di altro caso simile, definito come provvedimento abnorme nel

ricorso.

L

A REVISIONE

La revisione, a differenza dell’appello e del ricorso per cassazione, è un mezzo straordinario

di impugnazione ed, in quanto tale, si caratterizza per la sua idoneità a travolgere il

giudicato. Infatti, ai sensi dell’art. 629, “è ammessa in ogni tempo a favore dei condannati,

nei casi determinati dalla legge, la revisione delle sentenze di condanna o dei decreti penali

di condanna, divenuti irrevocabili, anche se la pena è già stata eseguita o è estinta”.

Competente, sia per la fase di delibazione preliminare, sia per il giudizio di revisione è es-

clusivamente la corte d’appello individuata secondo i criteri di cui all’art. 11 (art. 633, com-

ma 1). Il passaggio dalla fase della delibazione al giudizio di revisione è segnato dall’emis-

sione del decreto di citazione. Gli elementi in base ai quali si chiede la revisione devono, a

pena di inammissibilità della domanda, essere tali da dimostrare, se accertati, che il condan-

nato doveva essere prosciolto a norma degli artt. 529, 530 o 531 (art. 631). Sia la decisione

di inammissibilità con la quale può concludersi la fase de delibazione preliminare sia la sen-

tenza, che accoglie o rigetta la richiesta di revisione, possono essere oggetto di ricorso per

cassazione (art. 634, comma 2 e 640). La suprema corte decide anche nel merito.

L’errore giudiziario può essere di fatto o di diritto, ovvero entrambi. L’errore oggetto di re-

visione è solo quello di fatto. L’errore di diritto resta emendabile soltanto finché non si è

formato giudicato. Il solo errore che può essere corretto investe il fatto con riguardo alla

condotta, al nesso causale, all’evento, nonché all’attribuzione soggettiva di colpevolezza e di

imputabilità. Vi è un doppio limite: l’errore di fatto deve emergere dalla motivazione, in

quanto premessa storica del dispositivo; esso non deve dipendere da un riesame delle sole

prove assunte nel procedimento, ma da nuove prove.

La revisione può essere richiesta (art. 630):

se i fatti stabiliti a fondamento della sentenza o del decreto penale di condanna non possono

conciliarsi con quelli stabiliti in un'altra sentenza penale irrevocabile del giudice ordinario o

di un giudice speciale;

se la sentenza o il decreto penale di condanna hanno ritenuto la sussistenza del reato a carico

del condannato in conseguenza di una sentenza del giudice civile o amministrativo, succes-

sivamente revocata, che abbia deciso una delle questioni pregiudiziali previste dall'articolo 3

ovvero una delle questioni previste dall'articolo 479;

se dopo la condanna sono sopravvenute o si scoprono nuove prove che, sole o unite a

quelle già valutate, dimostrano che il condannato deve essere prosciolto a norma dell'artico-

lo 631;

se è dimostrato che la condanna venne pronunciata in conseguenza di falsità in atti o in

giudizio o di un altro fatto previsto dalla legge come reato.

Possono chiedere la revisione:

il condannato o un suo prossimo congiunto ovvero la persona che ha sul condannato l'au-

torità tutoria e, se il condannato è morto, l'erede o un prossimo congiunto (art. 623, comma

1, lett. a);

il procuratore generale presso la corte di appello nel cui distretto fu pronunciata la sentenza

di condanna. Le persone indicate nella lettera a) possono unire la propria richiesta a quella

del procuratore generale (art. 623, comma 1, lett. b).

La richiesta di revisione è proposta personalmente o per mezzo di un procuratore speciale.

Essa deve contenere l'indicazione specifica delle ragioni e delle prove che la giustificano e

deve essere presentata, unitamente a eventuali atti e documenti, nella cancelleria della Corte

di appello individuata secondo i criteri di cui all'articolo 11.

La parte privata interessata se ammessa al giudizio di revisione, riacquista lo status di impu-

tato. La corte d’appello può in qualunque momento disporre, con ordinanza, la sospensione

dell’esecuzione della pena o della misura di sicurezza, applicando, se del caso, una delle

misure coercitive previste dagli artt. 281, 282, 283 e 284 (art. 635, comma 1). In caso di in-

osservanza della misura cautelare la corte revoca l’ordinanza e dispone che riprenda l’ese-

cuzione della pena o della misura di sicurezza.

Il predibattimento ed il dibattimento nel giudizio di revisione

La norma che regola i due istituti è l’art. 636, secondo il quale, da un lato, il presidente della

corte d’appello emette il decreto di citazione a norma dell’art. 601 (comma 1); dall’altro si

osservano le disposizioni del titolo I e del titolo II del libro settimo in quanto siano applica-

bili e nei limiti delle ragioni indicate nella richiesta di revisione (comma 2).

Tra gli atti preliminari rientra la citazione del condannato in espiazione che non ha fatto

richiesta di revisione, ma al quale potrebbe applicarsi l’effetto estensivo previsto dalle dis-

posizioni generali sulle impugnazioni. È obbligatoria pure la citazione del responsabile

civile, della persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria e, ovviamente, della parte

civile. Il decreto di citazione contiene i requisiti di cui all’art. 429, comma 1 lett. a, f e g, con

esclusione dell’enunciazione in forma chiara e precisa del fatto, delle circostanze aggravanti

e di quelle che possono comportare l’applicazione di misure di sicurezza (art. 429, comma

1, lett. c).

Il giudizio inizia con le richieste che siano assunte quelle prove a discarico, che già in prece-

denza erano state indicate o allegate.

In caso di accoglimento della richiesta di revisione, il giudice revoca la sentenza di con-

danna o il decreto penale di condanna e pronuncia il proscioglimento indicandone la causa

nel dispositivo (art. 637, comma 2). Ai sensi dell’art. 639 la corte di appello, quando pro-

nuncia sentenza di proscioglimento …, anche nel caso previsto dall’art. 638, ordina la resti-

tuzione delle somme pagate in esecuzione della condanna per le pene pecuniarie, per le mis-

ure di sicurezza patrimoniali, per le spese processuali o di mantenimento in carcere e per il

risarcimento dei danni a favore della parte civile citata per il giudizio di revisione. Ordina

altresì la restituzione delle cose che sono state confiscate, ad eccezione di quelle previste

dall’art. 240, comma 2, n. 2 del codice penale. Inoltre, la sentenza di accoglimento, a richi-

esta dell’interessato, è affissa per estratto, a cura della cancelleria, nel comune in cui la sen-

tenza era stata pronunciata e in quello di ultima residenza del condannato (art. 642, comma

1). Infine, sempre su richiesta dell’interessato, il presidente della corte di appello dispone

con ordinanza che l’estratto della sentenza sia pubblicato a cura della cancelleria in un gior-

nale, indicato nella richiesta; le spese della pubblicazione sono a carico della cassa delle am-

mende (art. 642, comma 2). Il giudice non può pronunciare il proscioglimento esclusiva-

mente sulla base di una diversa valutazione delle prove assunte nel precedente giudizio.

In caso di rigetto della richiesta, il giudice condanna la parte privata che l'ha proposta al

pagamento delle spese processuali e, se è stata disposta la sospensione, dispone che ripren-

da l'esecuzione della pena o della misura di sicurezza.

Qualunque sia l’esito del giudizio di revisione la sentenza può essere oggetto di ricorso per

cassazione. Il ricorso si svolge secondo le norme dell’udienza pubblica, in quanto applica-

bili. Qualora la corte annulli la sentenza impugnata, si svolgerà obbligatoriamente il giudizio

di rinvio, secondo il principio di diritto stabilito dalla corte stessa. Tale giudizio si rinvio

deve svolgersi, ex art. 634, davanti ad una sua diversa corte d’appello, individuata secondo

i principi di cui all’art. 11. ’

LA RIPARAZIONE DELL ERRORE GIUDIZIARIO

Nell’ambito dei presupposti della riparazione dell’errore giudiziario occorre distinguere tra

quelli positivi e quelli negativi. In positivo sono presupposti della riparazione il giudicato di

condanna e la sua revisione, con conseguente riconoscimento dell’errore giudiziario. In

negativo occorre che chi è stato prosciolto in sede di revisione non abbia dato causa, per

dolo o colpa grave, all’errore giudiziario: si tratta di concetti analoghi all’esclusione della

riparazione dell’ingiusta detenzione. Sempre in negativo, il diritto alla riparazione è escluso

per quella parte della pena detentiva che sia computata nella determinazione della pena da

espiare per un reato diverso, a norma dell’art. 657, comma 2 (art. 643, comma 3).

L’azione di indole civile con la quale l’innocente fa valere il suo diritto alla riparazione

dell’errore giudiziario è proponibile esclusivamente davanti alla corte d’appello in sede pe-

nale anche post mortem. Legittimati a richiedere la riparazione dell’errore giudiziario sono,

se il prosciolto è morto anche prima del procedimento di revisione, il coniuge, i discendenti

e gli ascendenti, i fratelli e le sorelle, gli affini entro il primo grado e le persone legate da

vincolo di adozione con quella deceduta (art. 644, comma 1), salvo che siano indegni (art.

644, comma 3). Il termine per la proposizione della domanda è lo scadere del secondo anno

dal passaggio in giudicato della sentenza di revisione (art. 645, comma 1).

La domanda scritta di riparazione è presentata, unitamente ai documenti ritenuti utili, nella

cancelleria penale della corte d’appello che ha pronunciato la sentenza di revisione, per-

sonalmente o per mezzo di procuratore speciale (art. 645, comma 1). Sulla domanda di ri-

parazione la corte di appello decide in camera di consiglio, osservando le forma previste

dall’art. 127. La domanda con in calce il provvedimento che fissa l’udienza, è notificata, a

cura della cancelleria, al ministro del tesoro, domiciliato presso l’avvocatura distrettuale del-

lo stato, al procuratore generale ed a tutti gli interessati. Nell’udienza camerale segreta, il

presidente o il consigliere delegato svolge la relazione, dopo la quale ha luogo la discus-

sione, verbalizzata in forma riassuntiva. La corte d’appello pronuncia ordinanza, che è co-

municata al procuratore generale e notificata, in vista del ricorso per cassazione, all’avvo-

catura distrettuale a tutti gli interessati.

Le forme riparatorie ammesse sono:

il risarcimento del danno: è una forma di riparazione indeterminata del massimo e deve es-

sere commisurata alla durata dell’eventuale espiazione della pena o internamento e alle con-

seguenze personali e familiari derivanti dalla condanna (art. 643, comma 1). Il limite è costi-

tuito dal divieto di arricchimento della vittima riaffermato al difetto di legittimazione, qualora

quest’ultima abbia dato causa per dolo o colpa grave all’errore giudiziario (art. 643, comma

1). Entro questo limito, ampio spazio è dato al risarcimento dei danni, purché essi siano

conseguenza immediata e diretta dell’ingiusta condanna, secondo la più tranquillizzante teo-

ria della causalità giuridica;

la rendita vitalizia o il ricovero in un istituto a spese dello stato: viene costituita tenendo con-

to delle condizioni dell’avente diritto e della natura del danno (art. 643, coma 2). L’ordinan-

za della corte ha quindi natura costitutiva del diritto. Dopo la notificazione a cura della can-

celleria e decorso il termine per impugnare, l’ordinanza, che non è provvisoriamente esecu-

tiva, costituisce titolo per l’esecuzione civile contro il ministero del tesoro.

L’ordinanza riparatoria è impugnabile col ricorso per cassazione, secondo le norme ordinar-

ie; a tal fine la cancelleria comunica al p.m. e la fa notificare all’avvocatura distrettuale dello

Stato ed all’interessato o a tutti i superstiti. I vizi rilevabili sono quelli di rito (violazione

degli artt. 127 e 128) e di legittimità (motivazione del quantum).

L’ESECUZIONE PENALE

Irrevocabilità delle sentenze e dei decreti penali

Sono irrevocabili le sentenze pronunciate in giudizio contro le quali non è ammessa impug-

nazione diversa dalla revisione. Se l'impugnazione è ammessa, la sentenza è irrevocabile

quando è inutilmente decorso il termine per proporla o quello per impugnare l'ordinanza che

la dichiara inammissibile. Se vi è stato ricorso per cassazione, la sentenza è irrevocabile dal

giorno in cui è pronunciata l'ordinanza o la sentenza che dichiara inammissibile o rigetta il

ricorso. Il decreto penale di condanna è irrevocabile quando è inutilmente decorso il termine

per proporre opposizione o quello per impugnare l'ordinanza che la dichiara inammissibile.

L'imputato prosciolto o condannato con sentenza o decreto penale divenuti irrevocabili non

può essere di nuovo sottoposto a procedimento penale per il medesimo fatto, neppure se

questo viene diversamente considerato per il titolo, per il grado o per le circostanze, salvo

quanto disposto dagli articoli 69 comma 2 e 345. Se ciò nonostante viene di nuovo iniziato

procedimento penale, il giudice in ogni stato e grado del processo pronuncia sentenza di

proscioglimento o di non luogo a procedere, enunciandone la causa nel dispositivo.

Esecutività delle sentenze e dei decreti penali

Salvo che sia diversamente disposto, le sentenze e i decreti penali hanno forza esecutiva

quando sono divenuti irrevocabili. Le sentenze di non luogo a procedere hanno forza esecu-

tiva quando non sono più soggette a impugnazione.

Funzioni del pubblico ministero

Salvo che sia diversamente disposto, il pubblico ministero presso il giudice dell’esecuzione

(art. 665) cura di ufficio l'esecuzione dei provvedimenti. Il pubblico ministero propone le

sue richieste al giudice competente e interviene in tutti i procedimenti di esecuzione. Quando

occorre, il pubblico ministero può chiedere il compimento di singoli atti a un ufficio del

pubblico ministero di altra sede. Se per l'esecuzione di un provvedimento è necessaria l'au-

torizzazione, il pubblico ministero ne fa richiesta all'autorità competente; l'esecuzione è

sospesa fino a quando l'autorizzazione non è concessa. Allo stesso modo si procede quando

la necessità dell'autorizzazione è sorta nel corso dell'esecuzione. I provvedimenti del pubbli-

co ministero dei quali è prescritta la notificazione al difensore, sono notificati, a pena di nul-

lità, entro trenta giorni dalla loro emissione, al difensore nominato dall'interessato o, in man-

canza, a quello designato dal pubblico ministero a norma dell'articolo 97, senza che ciò de-

termini la sospensione o il ritardo dell'esecuzione.

Quando deve essere eseguita una sentenza di condanna a pena detentiva, il pubblico minis-

tero emette ordine di esecuzione con il quale, se il condannato non è detenuto, ne dispone la

carcerazione. Copia dell'ordine è consegnata all'interessato. Se il condannato è già detenuto,

l'ordine di esecuzione è comunicato al Ministro di giustizia e notificato all'interessato. L'or-

dine di esecuzione contiene le generalità della persona nei cui confronti deve essere eseguito

e quant'altro valga a identificarla, l'imputazione, il dispositivo del provvedimento e le dispo-

sizioni necessarie all'esecuzione. L'ordine è notificato al difensore del condannato. L'ordine

che dispone la carcerazione è eseguito secondo le modalità previste dall'articolo 277. Se la

pena detentiva, anche se costituente residuo di maggiore pena, non è superiore a tre anni

ovvero a quattro anni nei casi di cui agli articoli 90 e 94 del testo unico approvato con de-

creto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e successive modificazioni, il

pubblico ministero, salvo quanto previsto dai commi 7 e 9, ne sospende l'esecuzione. L'or-

dine di esecuzione e il decreto di sospensione sono consegnati al condannato con l'avviso

che egli, entro trenta giorni, può presentare istanza, corredata dalle indicazioni e dalla docu-

mentazione necessarie, volta ad ottenere la concessione di una delle misure alternative alla

detenzione di cui agli articoli 47, 47-ter e 50, comma 1, della legge 26 luglio 1975, n. 354, e

successive modificazioni, e di cui all'articolo 94 del testo unico approvato con decreto del

Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e successive modificazioni, ovvero la

sospensione dell'esecuzione della pena di cui all'articolo 90 dello stesso testo unico. L'avvi-

so informa altresì che, ove non sia presentata l'istanza, l'esecuzione della pena avrà corso

immediato.

L'istanza deve essere presentata al pubblico ministero, il quale la trasmette, unitamente alla

documentazione, al tribunale di sorveglianza competente in relazione al luogo in cui ha sede

l'ufficio del pubblico ministero. Il tribunale di sorveglianza decide entro quarantacinque

giorni dal ricevimento dell'istanza. La sospensione dell'esecuzione per la stessa condanna

non può essere disposta più di una volta, anche se il condannato ripropone nuova istanza

sia in ordine a diversa misura alternativa, sia in ordine alla medesima, diversamente motiva-

ta, sia in ordine alla sospensione dell'esecuzione della pena di cui all'articolo 90 del testo

unico approvato con decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e suc-

cessive modificazioni. Qualora l'istanza non sia tempestivamente presentata, o il tribunale di

sorveglianza la dichiari inammissibile o la respinga, il pubblico ministero revoca immediata-

mente il decreto di sospensione dell'esecuzione. La sospensione dell'esecuzione non può es-

sere disposta:

nei confronti dei condannati per i delitti di cui all'articolo 4-bis della legge 26 luglio 1975, n.

354, e successive modificazioni;

nei confronti di coloro che, per il fatto oggetto della condanna da eseguire, si trovano in sta-

to di custodia cautelare in carcere nel momento in cui la sentenza diviene definitiva.

Computo della custodia cautelare e delle pene espiate senza titolo

Il pubblico ministero, nel determinare la pena detentiva da eseguire, computa il periodo di

custodia cautelare subita per lo stesso o per altro reato, anche se la custodia è ancora in cor-

so. Allo stesso modo procede in caso di applicazione provvisoria di una misura di sicurezza

detentiva, se questa non è stata applicata definitivamente. Il pubblico ministero computa al-

tresì il periodo di pena detentiva espiata per un reato diverso, quando la relativa condanna è

stata revocata, quando per il reato è stata concessa amnistia o quando è stato concesso in-

dulto, nei limiti dello stesso. Il condannato può chiedere al pubblico ministero che i periodi

di custodia cautelare e di pena detentiva espiata, operato il ragguaglio, siano computati per la

determinazione della pena pecuniaria o della sanzione sostitutiva da eseguire. In ogni caso

sono computate soltanto la custodia cautelare subita o le pene espiate dopo la commissione

del reato per il quale deve essere determinata la pena da eseguire. Il pubblico ministero

provvede con decreto, che deve essere notificato al condannato e al suo difensore.

Esecuzione di provvedimenti del giudice di sorveglianza

Quando a seguito di un provvedimento del giudice di sorveglianza deve essere disposta la

carcerazione o la scarcerazione del condannato, il pubblico ministero che cura l'esecuzione

della sentenza di condanna emette ordine di esecuzione con le modalità previste dall'articolo

656/4. Tuttavia, nei casi di urgenza, il pubblico ministero presso il giudice di sorveglianza

che ha adottato il provvedimento può emettere ordine provvisorio di esecuzione che ha ef-

fetto fino a quando non provvede il pubblico ministero competente. I provvedimenti relativi

alle misure di sicurezza diverse dalla confisca sono eseguiti dal pubblico ministero presso il

giudice di sorveglianza che li ha adottati. Il pubblico ministero comunica in copia il

provvedimento all'autorità di pubblica sicurezza e, quando ne è il caso, emette ordine di ese-

cuzione, con il quale dispone la consegna o la liberazione dell'interessato.

RAPPORTI GIURISDIZIONALI CON AUTORITÀ

STRANIERE

L’

ESTRADIZIONE

L’estradizione è la consegna di un individuo da parte di uno Stato ad altro Stato, al fine del-

la sottoposizione di esso alla giurisdizione penale dello Stato richiedente. E’ prevista esclu-

sivamente da norme convenzionali, quali la Convenzione europea di Parigi del 13 dicembre

1957 e disciplinata nell’ambito dei singoli ordinamenti interni. Lo Stato italiano la distingue

in attiva (quando esso è il richiedente) e passiva (quando il richiedente è uno Stato estero),

ponendo la condizione per quest’ultima che il fatto che forma oggetto della domanda sia

previsto come reato sia dalla legge straniera che da quella italiana.

Per quanto concerne la disciplina codicistica dell’estradizione passiva (verso l’estero) si

può affermare che essa contempla le ipotesi della condanna irrevocabile o del provvedimen-

to cautelare comportanti limitazioni o privazioni della libertà personale: in base a ciò appare

evidente la non applicabilità delle garanzie per procedimenti o provvedimenti non incidenti

sulla libertà personale, adottati da autorità estere nei riguardi di persone, cittadini o stranieri

che siano, presenti in Italia. In dottrina si registra comunemente l’affermazione secondo cui

la procedura di estradizione passiva avrebbe carattere misto: amministrativo e giuris-

dizionale. La fase di carattere più strettamente amministrativo è di competenza del Ministro

di giustizia: è a questo soggetto, infatti, che spetta l’iniziale potere di impulso, costituito dal-

la presentazione della domanda estera di estradizione al procuratore generale presso la Corte

di appello, individuato in base alla residenza, dimora o domicilio del condannato da sotto-

porre a estradizione. Il procuratore generale, compiuti i necessari accertamenti preliminari

sulla base del fascicolo pervenuto dall’estero, presenta la sua requisitoria alla corte (art. 703

c.p.p.). Da questo momento in avanti ha inizio la fase giurisdizionale nella quale saranno

pienamente tutelati i diritti della difesa (art. 701 c.p.p.). Infatti, compito della corte è in pri-

mo luogo verificare se all’attività di estradizione sono di ostacolo principi fondamentali in

materia di reati politici o lesioni di diritti fondamentali della persona. A questo scopo si pro-

cederà ad un’apposita udienza, in camera di consiglio, con la presenza necessaria di un

difensore (eventualmente d’ufficio) e del p.m., dello stesso estradando e del rappresentante

dello Stato richiedente (la presenza di questi ultimi due soggetti non è però obbligatoria). La

corte emetterà sentenza favorevole o contraria all’estradizione e contro di essa potrà presen-

tarsi ricorso per Cassazione (art. 706 c.p.p.). C’è da rilevare come la decisione favorevole

possa comportare anche l’immediata riduzione in vinculis dell’estradando. Per quanto con-

cerne il procedimento di estradizione passiva è necessario sottolineare che la sentenza fa-

vorevole del giudice ha valore di condizione necessaria ma non sufficiente per

l’estradizione, costituendo in pratica una semplice autorizzazione per il Ministro: infatti

spetterà poi a costui adottare la decisione finale entro un limite temporale prefissato, ed

eventualmente curare la consegna dell’interessato allo Stato estero. C’è da notare infine che

la estradizione concessa risulta vincolata al c.d. principio di specialità: essa infatti vale solo

per il fatto per cui è stata concessa ed è ostativa a restrizioni di libertà (cautelari o definitive)

per altra causa.

Passando ora ad analizzare la c.d. estradizione attiva o dall’estero, si può ribadire che essa

mira a conseguire la disponibilità fisica dell’estradato su richiesta del nostro Stato, tramite

un procedimento di tipo amministrativo: in Italia non è infatti previsto un procedimento pre-

ventivo di garanzia giurisdizionale a favore dell’estradando, dal momento che questi potrà

eventualmente valersi di un simile beneficio tramite le apposite garanzie estere. Trattandosi

di scelte che possono basarsi su valutazioni politiche attinenti a rapporti internazionali spet-

terà al Ministro per la giustizia formulare la richiesta di estradizione o differirne la presen-

tazione, anche se richiesto dall’autorità giudiziaria, e accettare o meno le condizioni even-

tualmente apposte dallo Stato estero. Anche per l’estradizione in Italia dall’estero vige il

limite dell’esperibilità in correlazione all’espiazione di pena detentiva in forza di sentenza

irrevocabile o all’esecuzione di una misura di custodia cautelare detentiva. Infine c’è da rile-

vare che anche per l’estradizione attiva vige il c.d. principio di specialità con il conseguente

divieto di riduzione in vinculis per ipotesi di reato differenti da quelle previste nella

estradizione conseguita.

L

E ROGATORIE INTERNAZIONALI

La rogatoria è quel procedimento tramite il quale l’autorità giudiziaria nazionale richiede alla

corrispondente autorità straniera, o viceversa, comunicazione, notificazioni, o acquisizioni

probatorie (artt. 723 e 727 c.p.p.).

Le rogatorie dall’estero

Fuori dei casi previsti dall'articolo 726 (citazione di testimoni a richiesta dell'autorità

straniera), non si può dare esecuzione alla rogatoria dell'autorità straniera senza previa deci-

sione favorevole della corte di appello del luogo in cui deve procedersi agli atti richiesti. Il

procuratore generale, ricevuti gli atti dal ministro di giustizia, presenta la propria requisitoria

alla corte di appello. Il presidente della corte fissa la data dell'udienza e ne dà comunicazione

al procuratore generale. La corte dà esecuzione alla rogatoria con ordinanza.

L'esecuzione della rogatoria è negata:

se gli atti richiesti sono vietati dalla legge e sono contrari a principi dell'ordinamento giuridi-

co dello Stato;

se il fatto per cui procede l'autorità straniera non è previsto come reato dalla legge italiana e

non risulta che l'imputato abbia liberamente espresso il suo consenso alla rogatoria;

se vi sono fondate ragioni per ritenere che considerazioni relative alla razza, alla religione, al

sesso, alla nazionalità, alla lingua, alle opinioni politiche o alle condizioni personali o sociali

possano influire sullo svolgimento o sull'esito del processo e non risulta che l'imputato ab-

bia liberamente espresso il suo consenso alla rogatoria.

L'esecuzione della rogatoria è sospesa se essa può pregiudicare indagini o procedimenti pe-

nali in corso nello Stato.

Nell'ordinare l'esecuzione della rogatoria la corte delega uno dei suoi componenti ovvero il

giudice per le indagini preliminari del luogo in cui gli atti devono compiersi.

Le rogatorie all’estero

Le rogatorie dei giudici e dei magistrati del pubblico ministero dirette, nell'ambito delle

rispettive attribuzioni, alle autorità straniere per comunicazioni, notificazioni e per attività di

acquisizione probatoria, sono trasmesse al ministro di giustizia il quale provvede all'inoltro

per via diplomatica. Il ministro dispone con decreto, entro trenta giorni dalla ricezione della

rogatoria, che non si dia corso alla stessa, qualora ritenga che possano essere compromessi

la sicurezza o altri interessi essenziali dello Stato. Il ministro comunica all'autorità

giudiziaria richiedente la data di ricezione della richiesta e l'avvenuto inoltro della rogatoria

ovvero il decreto di diniego. Quando la rogatoria non è stata inoltrata dal ministro entro

trenta giorni dalla ricezione e non sia stato emesso il decreto di diniego, l'autorità giudiziaria

può provvedere all'inoltro diretto all'agente diplomatico o consolare italiano, informandone

il ministro di giustizia. Nei casi urgenti, l'autorità giudiziaria trasmette la rogatoria dopo che

copia di essa è stata ricevuta dal ministro di giustizia.

E FFETTI DELLE SENTENZE PENALI STRANIERE

Il riconoscimento in Italia delle sentenze penali straniere può avvenire per taluni effetti pe-

nali (recidiva, pene accessorie, misure di sicurezza, delinquenza abituale, professionale o

per tendenza), per l’esecuzione della pena principale (detentiva o pecuniaria), o anche

soltanto agli effetti civili (risarcimento del danno).

La legittimazione a promuovere il riconoscimento spetta al Procuratore Generale presso la

Corte di Appello. La competenza a decidere spetta a detta Corte.

Il procedimento assicura la garanzia giurisdizionale essendo la riconoscibilità sottoposta a

precise verifiche di ordine giuridico, in tema di rispetto dei diritti fondamentali della persona

e di giusto processo. I diritti della difesa sono salvaguardati dal rito camerale seguito dalla

Corte, con designazione del difensore di ufficio, ove occorra. La Corte specifica gli effetti

cui è preordinato il riconoscimento e, in caso di pena, opera le necessarie operazioni di rag-

guaglio e conversione, necessitati dalla diversità dei sistemi punitivi penali. In ogni caso,

valorizza la pena già espiata all’estero, per evitare una duplice espiazione. Il doppio grado di

giudizio è assicurato dalla esperibilità del ricorso per Cassazione.

E ’

SECUZIONE ALL ESTERO DELLE SENTENZE PENALI

ITALIANE

Nell’ottica statuale italiana, il riconoscimento all’estero della sentenza di condanna nazionale

è perseguito per la sola finalità, di interesse proprio, attinente all’esecuzione all’estero della

pena restrittiva della libertà personale. L’esecuzione di pena limitativa della libertà personale

è, peraltro, attuabile anche in Italia in ipotesi di estradizione nel nostro paese del condannato

che si trovi all’estero; ed è questa la soluzione preferita. Pertanto, la espiazione detentiva

all’estero, per una condanna italiana, è ricercata solo se non si ottiene o non è possibile la

esecuzione in Italia, tramite estradizione.

Trattandosi di materia che incide sulla libertà personale, è previsto un procedimento, sempre

innanzi alla Corte di Appello, promosso dal procuratore generale. Tale procedimento realiz-

za la consueta salvaguardia giurisdizionale e si conclude con una sentenza, favorevole o

contraria. L’interessato può ovviamente rinunciare a tale salvaguardia prestando il consenso

per la espiazione all’estero. A seguito della deliberazione favorevole della corte o del con-

senso del condannato, il Ministro per la giustizia provoca all’estero l’esecuzione della nos-

tra sentenza penale (artt. 742-746).

GLI EFFETTI DEL GIUDICATO PENALE

Terminologia

Per irrevocabilità riferita ad un provvedimento emesso dal giudice si intende la non im-

pugnabilità dello stesso (non ammessa dalla legge, determinata dal superamento dei termini

per proporla o dall’esaurimento di tutti i rimedi concessi dall’ordinamento). Come detto,

l’irrevocabilità è intesa comunemente nel suo significato più ampio come non impugnabilità

del provvedimento del giudice. Tale caratteristica comporta la tendenziale non modificabilità

del provvedimento stesso; e cioè l’impossibilità di ripetere nelle medesime forme il giudizio

che ha condotto all’accertamento in esso contenuto. Il codice nell’art. 648 ha voluto utiliz-

zare il predetto termine in un significato specifico, perché lo ha voluto riferire alla sentenza

resa in giudizio. Pertanto, dovrebbe avere la caratteristica della irrevocabilità soltanto tale

sentenza, e non gli altri tipi di sentenza o di provvedimenti emessi dal giudice.

Ciò premesso, l’art. 648 pone le seguenti condizioni al realizzarsi della situazione di irrevo-

cabilità della sentenza.

La decisione deve consistere in una sentenza pronunciata in giudizio (dibattimento – abbre-

viato – patteggiamento).

La sentenza deve essere non impugnabile con gli ordinari mezzi di impugnazione.

Il decreto penale di condanna viene assimilato alla sentenza resa in giudizio.

L’esecutività è la caratteristica di quel provvedimento che è idoneo a essere attuato coattiva-

mente e quindi anche contro la volontà della persona interessata. Di regola ogni provvedi-

mento ha la caratteristica della esecutività. Ciò deriva dall’art. 131 del codice, secondo cui il

giudice, nell’esercizio delle sue funzioni, può chiedere l’intervento della polizia giudiziaria

e, se necessario della forza pubblica, prescrivendo in tutto ciò che occorre per il sicuro e or-

dinato compimento degli atti ai quali procede. Alla regola della immediata esecutività il

codice pone un’importante deroga. Ai sensi dell’art. 650, comma 1, non sono immediata-

mente esecutive le sentenze rese in giudizio, quando sono ancora soggette ad impugnazione.

Sono esecutive soltanto le sentenze irrevocabili. Merita ricordare che, in concreto, la senten-

za è eseguita su iniziativa del p.m. (art. 655). Infatti ai sensi dell’art. 73 dell’ordinamento

giudiziario tra le funzioni di tale soggetto p ricompresa quella di far eseguire i giudicati, con

ciò intendendosi nel significato tradizionale la sentenza irrevocabile. Alla sentenza l’art.

650, comma 1, parifica il decreto penale di condanna divenuto irrevocabile. Il codice precisa

poi che le sentenze di non luogo a procedere hanno forza esecutiva quando non sono più

soggette ad impugnazione (art. 650, comma 2).

Il termine giudicato è riferito a quell’effetto che deriva da una sentenza irrevocabile resa in

giudizio. L’effetto del giudicato può essere di tipo positivo o negativo. Quello positivo è co-

munemente denominato effetto vincolante del giudicato: una sentenza irrevocabile fa stato

nel senso che impone ad un altro giudice di ritenere vero l’accertamento di un fatto. L’effet-

to negativo è denominato effetto preclusivo del giudicato: un giudice non può nuovamente

decidere sull’esistenza di un fatto che è stato già accertato in una sentenza irrevocabile.

L’art. 649 sancisce che l’imputato prosciolto o condannato con sentenza o con decreto pe-

nale divenuti irrevocabili non può essere di nuovo sottoposto a procedimento penale per il

medesimo fatto, neppure se questo viene diversamente considerato per il titolo, per il grado

o per le circostanze, salvo quanto disposto dagli articoli 69, comma 2, e 345. La giurispru-

denza e parte della dottrina hanno cambiato orientamento in tempi più recenti. Infatti riten-

gono che il medesimo fatto sussista solo se sono identici la condotta, l’evento ed il rapporto

di causalità. Pertanto quando almeno uno di questi profili risulti diverso, il fatto potrebbe

essere diversamente considerato di un nuovo procedimento penale, con possibilità di una

ulteriore decisione. La garanzia originaria si è affievolita. L’art. 649 è stato inteso non come

un principio regolare, quale esso è, bensì come un principio eccezionale: di conseguenza,

esso è stato interpretato in modo restrittivo.

Il giudice penale in relazione ad altri processi penali

La sentenza irrevocabile ha una efficacia preclusiva nei confronti del medesimo imputato

per quel medesimo fatto: non potrà esservi un nuovo processo penale (art. 649) e se

dovesse essere pronunciata erroneamente una ulteriore sentenza irrevocabile, in sede esecu-

tiva si deve porre un rimedio. Tuttavia le medesime prove potranno essere utilizzate sia con-

tro altri imputati per il medesimo fatto, sia contro il medesimo imputato per fatti storici di-

versi: ad esempio, perché ha commesso un ulteriore omicidio. L’art. 238 bis, introdotto dal-

la legge n. 356 del 1992, disciplina un ulteriore effetto derivante dalla sentenza irrevocabile.

Tale effetto consiste nella possibilità di utilizzare la sentenza irrevocabile, sia di prosciogli-

mento, sia di condanna come prova in un diverso procedimento penale. L’art. 238 bis è una

norma recente e di difficile interpretazione sul piano sistematico. La sentenza è utilizzata

come prova di un fatto, salvo comunque il diritto delle parti ad ottenere l’ammissione di

prove contrarie. L’espressione ai fini della prova di fatto in esse accertato è fonte di ambigu-

ità. Le esigenze sistematiche richiedono che sia utilizzabile soltanto il fatto che risulta accer-

tato nel dispositivo, perché soltanto quest’ultimo costituisce espressione della votazione del

giudice.

La sentenza penale irrevocabile ed il processo civile o amministrativo per il risarci-

mento del danno cagionato dal reato. Il codice del 1988 accoglie una soluzione di tipo

misto. Da un lato pone come regola la separazione delle giurisdizioni; da un lato, prevede

casi eccezionali nei quali il giudicato penale ha efficacia su determinati oggetti accertati o

soltanto contro determinato soggetti. Il sistema che ne deriva è composito.

Poiché il danneggiato dal reato in alcuni casi può subire l’efficacia del giudicato penale in

relazione alla sua azione risarcitoria, il codice gli permette di esercitare il diritto di difesa già

nel processo penale mediante la costituzione di parte civile. Non è tutelato soltanto il diritto

di difesa del danneggiato. Il codice anche riguardo ad altri soggetti permette che essi pos-

sano subire l’efficaciadel giudicato penale soltanto se sono stati parti nel processo penale. Il

loro diritto al contraddittorio deve essere rispettato (art. 24, comma 2 Cost.). In definitiva, il

codice del 1988 accoglie la soluzione mista sotto due profili. Accetta come regola il princi-

pio della separazione, ma non in modo assoluto come avviene nel sistema accusatorio. Al

tempo stesso, permette al danneggiato di costituirsi parte civile come avviene nel sistema

inquisitorio. La scelta può essere accettabile soltanto se le sue modalità di attuazione risul-

tano ragionevoli.

L’esercizio tempestivo dell’azione di danno e la separazione delle giurisdizioni. Il dan-

neggiato può esercitare l’azione risarcitoria in sede civile senza subire l’efficacia del giudi-

cato penale di assoluzione, soltanto se si rivolge al giudice civile in modo tempestivo, e cioè

prima della pronuncia della sentenza penale di primo grado (artt. 75, comma 2 e 652, com-

ma 1). Il processo civile, che sia iniziato prima di tale momento, può proseguire in pendenza

del processo penale senza essere sospeso (art. 75, comma 3). Lo stesso accade quando il

processo penale sia stato sospeso per incapacità mentale dell’imputato (art. 71, comma 6),

se la parte civile sia stata esclusa dal processo penale (art. 88, comma 3), se la parte civile

non ha accettato il rito abbreviato (art. 41, comma 3), o se vi è stata sentenza di applicazione

della pena su richiesta delle parti (art. 444, comma 2).

Efficacia della sentenza penale di condanna nel giudizio civile o amministrativo di

danno. L’art. 651, comma 1, una delle ipotesi di efficacia della sentenza penale irrevocabile

di condanna, e cioè della sentenza che sia stata pronunciata in seguito a dibattimento e che

sia non impugnabile con mezzi ordinari. L’efficacia del giudicato opera nei confronti del

processo civile o amministrativo che abbia per oggetto le restituzioni ed il risarcimento del

danno e che sia stato promosso nei confronti del condannato e del responsabile civile che

sia stato citato ovvero sia intervenuto nel processo penale. In primo luogo, il giudicato co-

pre l’accertamento della sussistenza del fatto da intendersi in senso naturalistico, come fatto

materiale nella sua riferibilità all’imputato. In secondo luogo, il giudicato ha per oggetto la

illiceità penale del fatto, e cioè non il tema della liceità civile, che non può essere esaminato

nel processo penale. Infatti nel processo penale non può essere esercitata l’azione civile ri-

convenzionale. Né si può valutare l’esistenza di esimenti civilistiche quale è quella prevista

nell’art. 1227, comma 2 c.c. (danno evitabile con la ordinaria diligenza del creditore). In ter-

zo luogo, il giudicato copre l’accertamento che l’imputato ha commesso il fatto, da intender-

si come condotta materiale, rapporto di causalità ed evento. Resta pertanto escludo il tema

del concorso di colpa della persona offesa.

Il codice del 1988 limita il giudicato all’accertamento del solo fatto naturalistico di reato lim-

itatamente ai suoi profili normativi di illiceità penale. Inoltre, occorre che il giudice penale

abbia effettivamente accertato il fatto.

Efficacia della sentenza penale di assoluzione nel giudizio civile o amministrativo di

danno. La sentenza penale irrevocabile di assoluzione pronunciata in seguito a dibattimento

ha, rispetto ai giudizi di danno, una efficacia vincolante con vari limiti. L’efficacia vin-

colante comporta che il giudice nel processo di danno debba ritenere vero il fatto accertato

dal giudice penale. I limiti sono di tipo oggettivo e soggettivo. Un primo limite di tipo

oggettivo riguarda le formule terminative: hanno efficacia di giudicato soltanto quelle che

assolvono l’imputato in modo ampio, e cioè perché il fatto non sussiste, l’imputato non lo

ha commesso o il fatto è stato compiuto nell’adempimento di un dovere o nell’esercizio di

una facoltà legittima. Un secondo limite di tipo oggettivo richiede che il giudice penale abbia

accertato un fatto. Occorre cioè che l’innocenza risulti provata; non è sufficiente che il giu-

dice dichiari l’esistenza di un ragionevole dubbio sulla reità dell’imputato. Un terzo limite di

tipo soggettivo esclude l’efficacia del giudicato sia quando il danneggiato abbia iniziato

l’azione risarcitoria in modo tempestivo davanti al giudice civile, sia quando il danneggiato

medesimo non sia stato posto, in concreto, in condizione di costituirsi parte civile nel pro-

cesso penale. In definitiva, l’efficacia del giudicato è condizionata al rispetto del diritto al

contraddittorio spettante al danneggiato. Tale diritto risulta tutelato quando quest’ultimo,

nella sua qualità di offeso, abbia avuto la possibilità giuridica, sia di fatto di costituirsi parte

civile; ciò avviene quando l’offeso sia stato regolarmente citato per partecipare all’udienza

preliminare (art. 419, comma 1).

Pur con i limiti precisati l’art. 652 comporta che il danneggiato, messo in grado di costituirsi

parte civile, risulti svantaggiato dalla pronuncia di una sentenza irrevocabile di assoluzione

con formula ampia.

Assoluzione perché il fatto non sussiste. La formula è utilizzata quando è assente l’elemento

oggettivo del reato, perché manca la condotta, il rapporto di causalità o l’evento. Se il giu-

dice penale avesse errato nell’adottare questa o altre formule terminative, il giudice civile

potrà esaminare la motivazione per indagare quale è la vera ragione dell’assoluzione. Ad es-

empio potrà accertare che l’imputato doveva essere assolto perché il fatto non costituisce

reato per carenza dell’elemento soggettivo. In tal caso non vi è nessuna efficacia di giudica-

to.

Assoluzione perché il fatto non è stato commesso dall’imputato. L’efficacia del giudicato

opera soltanto nei confronti di quel determinato imputato; resta la possibilità di agire in sede

civile contro altri soggetti che vengano ritenuti responsabili del fatto (art. 2043 c.c.).

Assoluzione per adempimento del dovere o per esercizio di una facoltà legittima. La for-

mula terminativa si riferisce alle cause di giustificazione previste nel codice o in leggi spe-

ciali, purché di esse sia accertata l’esistenza. Le scriminanti eliminano la illiceità del fatto;

esse hanno rilevanza in tutti i rami dell’ordinamento, perché in loro presenza l’atto è lecito, e

non soltanto tollerato. Per tale motivo il loro accertamento esplica l’efficacia vincolante del

giudicato penale. Diversamente accade se il giudice penale si sia limitato ad accertare l’es-

istenza dell’errore sul fatto, che si limita ad eludere il dolo (art. 47 c.p.). Infatti il giudicato

di assoluzione non ha effetto vincolante quanto all’esistenza dell’elemento soggettivo,

poiché nell’art. 652 non è citata la formula terminativa il fatto non costituisce reato. alcuni

studiosi sostengono che nell’art. 652 non sia ricompreso lo stato di necessità. Tuttavia la

formula appare abbastanza ampia per farvi rientrare anche tale causa di giustificazione.

Sempre in relazione alla parte civile è prevista una ulteriore esclusione dell’efficacia del giu-

dicato di assoluzione. Costei non è vincolata dalla sentenza irrevocabile pronunciata sulla

base di una prova assunta con incidente probatorio al quale non sia stata posta in grado di

partecipare, sempre che la stessa non abbia fatto accettazione anche soltanto tacita (art. 404).

Efficacia della sentenza penale di assoluzione nel giudizio disciplinare davanti alle

pubbliche autorità. Nel codice vigente la regola è la separazione delle giurisdizioni; per-

tanto i casi di efficacia del giudicato penale, in quanto eccezionali, devono essere previsti

espressamente. Si spiega così l’art. 653. esso dispone che la sentenza penale irrevocabile di

assoluzione ha efficacia di giudicato nel giudizio sulla responsabilità disciplinare. Operano

tuttavia i seguenti limiti. L’efficacia ha per oggetto soltanto l’accertamento che il fatto non

sussiste o che l’imputato non lo ha commesso. La responsabilità disciplinare da accertare

deve essere fondata sul medesimo fatto che è stato escluso dal punto di vista oggettivo e

non su fatti diversi che possono essere accertati liberamente dal giudice disciplinare. Il pro-

cedimento disciplinare toccato dal giudicato è soltanto quello che si svolge davanti ad una

pubblica autorità, e non davanti ai privati.

Da quanto sopra detto appare chiaro che il giudice disciplinare è vincolato dalla sentenza ir-

revocabile di assoluzione soltanto quando l’innocenza dell’imputato è stata accertata in

modo oggettivo, a prescindere da problemi attinenti all’elemento soggettivo o alla illiceità

penale.

La pubblica autorità resta vincolata anche se non è stata messa in grado di partecipare al

processo penale; probabilmente il legislatore ritiene che i suoi interessi siano rappresentati

dal p.m..

D’altra parte, quest’ultimo è obbligato ad informare la pubblica autorità quando egli abbia

esercitato l’azione penale contro un impiegato dello stato o di altro ente pubblico o quando

quest’ultimo sia stato arrestato o si trovi in custodia cautelare (art. 129 disp. att.). La medes-

ima informazione permette alla pubblica autorità di valutare se occorra iniziare il procedi-

mento disciplinare contro l’imputato o l’indagato. Il procedimento disciplinare può svolger-

si nonostante la pendenza del processo penale; ma varie leggi speciali lasciano alla pubblica

autorità la facoltà di sospenderlo.

Efficacia della sentenza penale di condanna o di assoluzione in altri giudizi civili o

amministrativi. L’art. 654 prevede, con molte condizioni, l’efficacia di giudicato della sen-

tenza penale irrevocabile in altri giudizi civili e amministrativi. L’ambito di applicazione è

doppiamente limitato. La disposizione, in primo luogo, si pone come eccezione alla regola

della separazione delle giurisdizioni; in secondo luogo, concerne altri giudizi civili o ammin-

istrativi, da intendersi diversi da quelli previsti dai precedenti articoli del codice. Ne deriva

che l’art. 654 non riguarda né i procedimenti civili o amministrativi concernenti il risarci-

mento del danno cagionato dal reato (artt. 651 e 652), né il procedimento per responsabilità

disciplinare davanti alle pubbliche autorità (art. 653).

Occorre anche precisare che al di fuori delle ipotesi tassative di giudicato penale ai sensi

degli artt. 651-653, resta comunque la possibilità che il giudice civile o amministrativo riva-

luti autonomamente e liberamente, la sentenza penale quando un fatto in essa accertato sia

pregiudiziale ad una questione da risolvere. Fatte tali premesse sull’ambito di applicazione

dell’art. 654, occorre sottolineare i limiti che in tale disposizione sono posti rispetto all’es-

plicazione dell’efficacia del giudicato penale. In primo luogo, la sentenza, che viene consid-

erata nell’art. 654, è soltanto quella irrevocabile di condanna o di assoluzione che sia stata

pronunciata in dibattimento. In secondo luogo, l’efficacia del giudicato concerne soltanto

l’accertamento dei fatti materiali che sono stati oggetto del giudizio penale e che siano stati

ritenuti rilevanti ai fini di quella decisione. In terzo luogo, è necessaria l’esistenza di un vin-

colo di pregiudizialità tra l’accertamento penale ed il giudizio civile o amministrativo: il ri-

conoscimento di un diritto soggettivo o di un interesse legittimo deve dipendere dall’accer-

tamento degli stessi fatti materiali che sono stati oggetto del giudizio penale. In quarto luo-

go, non vi è efficacia di giudicato quando la legge civile pone limitazioni alla prova della po-

sizione giuridica controversa. Ciò avviene, ad esempio, quando il codice civile non permette

che il fatto sia accertato mediante prove testimoniale o presunzioni.

Per quanto concerne l’ambito soggettivo, l’art. 654 estende l’efficacia del giudicato nei con-

fronti dell’imputato, della parte civile e del responsabile civile che si sia costituito o che sia

intervenuto nel processo penale; si tratta delle sole parti effettive. Il giudicato può essere fat-

to valere nei loro confronti anche da persone che non siano state parti in quel processo pe-

nale. SOMMARIO

TOC \O "1-6" \H \Z \U HYPERLINK \L "_TOC141238753" Introduzione

PAGEREF _TOC141238753 \H 3

HYPERLINK \l "_Toc141238754" Dal codice Rocco al “giusto processo”

PAGEREF _Toc141238754 \h 3

HYPERLINK \l "_Toc141238755" L’originalità del nuovo modello processuale e

il “giusto processo”

PAGEREF _Toc141238755 \h 5

HYPERLINK \l "_Toc141238756" Il giusto processo

PAGEREF _Toc141238756 \h 6

HYPERLINK \l "_Toc141238757" Diritto processuale penale.

PAGEREF _Toc141238757 \h 8

HYPERLINK \l "_Toc141238758" Generalità.

PAGEREF _Toc141238758 \h 8

HYPERLINK \l "_Toc141238759" La riserva di legge statuale.

PAGEREF _Toc141238759 \h 9

HYPERLINK \l "_Toc141238760" I limiti di efficacia nello spazio e nel tempo.

PAGEREF _Toc141238760 \h 9

HYPERLINK \l "_Toc141238761" Stadi del procedimento.

PAGEREF _Toc141238761 \h 11

HYPERLINK \L "_TOC141238762" I soggetti

PAGEREF _TOC141238762 \H 12

HYPERLINK \ "_T 141238763" Il giudice

L OC

PAGEREF _T 141238763 \ 13

OC H

HYPERLINK \l "_Toc141238764" L’incompatibilità

PAGEREF _Toc141238764 \h 15

HYPERLINK \l "_Toc141238765" L’astensione

PAGEREF _Toc141238765 \h 15

HYPERLINK \l "_Toc141238766" La ricusazione

PAGEREF _Toc141238766 \h 16

HYPERLINK \l "_Toc141238767" La rimessione

PAGEREF _Toc141238767 \h 17

HYPERLINK \l "_Toc141238768" La competenza

PAGEREF _Toc141238768 \h 18

HYPERLINK \l "_Toc141238769" La competenza per territorio

PAGEREF _Toc141238769 \h 18

HYPERLINK \l "_Toc141238770" La competenza per materia

PAGEREF _Toc141238770 \h 19

HYPERLINK \l "_Toc141238771" Competenza per connessione

PAGEREF _Toc141238771 \h 20

HYPERLINK \l "_Toc141238772" La riunione di processi

PAGEREF _Toc141238772 \h 21

HYPERLINK \l "_Toc141238773" La separazione di processi

PAGEREF _Toc141238773 \h 21

HYPERLINK \l "_Toc141238774" L’attribuzione

PAGEREF _Toc141238774 \h 22

HYPERLINK \l "_Toc141238775" Conflitti di giurisdizione e di competenza

PAGEREF _Toc141238775 \h 22

HYPERLINK \l "_Toc141238776" L’incompetenza

PAGEREF _Toc141238776 \h 23

HYPERLINK \l "_Toc141238777" Carenza di attribuzione

PAGEREF _Toc141238777 \h 23

HYPERLINK \l "_Toc141238778" I provvedimenti del giudice

PAGEREF _Toc141238778 \h 25

HYPERLINK \l "_Toc141238779" La sentenza

PAGEREF _Toc141238779 \h 25

HYPERLINK \l "_Toc141238780" L’ordinanza

PAGEREF _Toc141238780 \h 26

HYPERLINK \l "_Toc141238781" Il decreto

PAGEREF _Toc141238781 \h 26

HYPERLINK \ "_T 141238782" Il pubblico ministero

L OC

PAGEREF _T 141238782 \ 27

OC H

HYPERLINK \l "_Toc141238783" Strutturazione del Pubblico Ministero

PAGEREF _Toc141238783 \h 27

HYPERLINK \l "_Toc141238784" L’avocazione

PAGEREF _Toc141238784 \h 28

HYPERLINK \l "_Toc141238785" L’astensione

PAGEREF _Toc141238785 \h 29

HYPERLINK \l "_Toc141238786" La direzione distrettuale antimafia e la direzione

nazionale antimafia

PAGEREF _Toc141238786 \h 29

HYPERLINK \ "_T 141238787" La polizia giudiziaria

L OC

PAGEREF _T 141238787 \ 31

OC H

HYPERLINK \l "_Toc141238788" Ufficiali e agenti di polizia giudiziaria

PAGEREF _Toc141238788 \h 31

HYPERLINK \l "_Toc141238789" Attività della polizia giudiziaria

PAGEREF _Toc141238789 \h 32

HYPERLINK \l "_Toc141238790" La funzione della P.G. nel giudizio innanzi al

Giudice di Pace penale

PAGEREF _Toc141238790 \h 32

HYPERLINK \ "_T 141238791" L’imputato

L OC

PAGEREF _T 141238791 \ 33

OC H

HYPERLINK \l "_Toc141238792" I diritti dell’imputato

PAGEREF _Toc141238792 \h 33

HYPERLINK \l "_Toc141238793" L’informazione di garanzia

PAGEREF _Toc141238793 \h 33

HYPERLINK \l "_Toc141238794" L’interrogatorio

PAGEREF _Toc141238794 \h 34

HYPERLINK \ "_T 141238795" Gli altri soggetti privati

L OC

PAGEREF _T 141238795 \ 36

OC H

HYPERLINK \l "_Toc141238796" La persona offesa dal reato e la parte civile

PAGEREF _Toc141238796 \h 36

HYPERLINK \l "_Toc141238797" Il responsabile civile ed il civilmente obbligato per

la pena pecuniaria

PAGEREF _Toc141238797 \h 39

HYPERLINK \l "_Toc141238798" Gli enti esponenziali

PAGEREF _Toc141238798 \h 39

HYPERLINK \ "_T 141238799" Il difensore

L OC

PAGEREF _T 141238799 \ 41

OC H

HYPERLINK \l "_Toc141238800" Il gratuito patrocinio

PAGEREF _Toc141238800 \h 43

HYPERLINK \L "_TOC141238801" Gli atti e le attività

PAGEREF _TOC141238801 \H 45

HYPERLINK \l "_Toc141238802" La segretezza e la pubblicità degli atti

PAGEREF _Toc141238802 \h 47

HYPERLINK \ "_T 141238803" Le notificazioni

L OC

PAGEREF _T 141238803 \ 49

OC H

HYPERLINK \l "_Toc141238804" Organi e forme delle notificazioni

PAGEREF _Toc141238804 \h 49

HYPERLINK \l "_Toc141238805" Notificazioni urgenti a mezzo del telefono e del

telegrafo

PAGEREF _Toc141238805 \h 49

HYPERLINK \l "_Toc141238806" Le notifiche all’imputato

PAGEREF _Toc141238806 \h 49

HYPERLINK \l "_Toc141238807" Il domicilio dichiarato o eletto

PAGEREF _Toc141238807 \h 50

HYPERLINK \l "_Toc141238808" Comunicazione del domicilio dichiarato o del

domicilio eletto

PAGEREF _Toc141238808 \h 51

HYPERLINK \ "_T 141238809" Le sanzioni processuali

L OC

PAGEREF _T 141238809 \ 52

OC H

HYPERLINK \l "_Toc141238810" La decadenza

PAGEREF _Toc141238810 \h 52

HYPERLINK \l "_Toc141238811" L’inammissibilità

PAGEREF _Toc141238811 \h 53

HYPERLINK \l "_Toc141238812" Le nullità

PAGEREF _Toc141238812 \h 53

HYPERLINK \l "_Toc141238813" L’inutilizzabilità

PAGEREF _Toc141238813 \h 55

HYPERLINK \l "_Toc141238814" L’inesistenza

PAGEREF _Toc141238814 \h 56

HYPERLINK \l "_Toc141238815" La irregolarità

PAGEREF _Toc141238815 \h 56

HYPERLINK \l "_Toc141238816" L’abnormità

PAGEREF _Toc141238816 \h 56

HYPERLINK \L "_TOC141238817" PRINCIPI GENERALI SULLA PROVA

PAGEREF _TOC141238817 \H 58

HYPERLINK \l "_Toc141238818" Il sillogismo probatorio: prova ed indizio

PAGEREF _Toc141238818 \h 59

HYPERLINK \l "_Toc141238819" L’onere della prova

PAGEREF _Toc141238819 \h 61

HYPERLINK \l "_Toc141238820" Il diritto alla prova

PAGEREF _Toc141238820 \h 61

HYPERLINK \l "_Toc141238821" Oralità, immediatezza e contraddittorio

PAGEREF _Toc141238821 \h 63

HYPERLINK \l "_Toc141238822" Questioni pregiudiziali e limiti probatori

PAGEREF _Toc141238822 \h 63

HYPERLINK \L "_TOC141238823" i mezzi di prova

PAGEREF _TOC141238823 \H 64

HYPERLINK \l "_Toc141238824" La testimonianza

PAGEREF _Toc141238824 \h 64

HYPERLINK \l "_Toc141238825" La testimonianza indiretta

PAGEREF _Toc141238825 \h 65

HYPERLINK \l "_Toc141238826" La capacità a testimoniare

PAGEREF _Toc141238826 \h 66

HYPERLINK \l "_Toc141238827" Il privilegio contro l’autoincriminazione

PAGEREF _Toc141238827 \h 67

HYPERLINK \l "_Toc141238828" Il testimone prossimo congiunto

PAGEREF _Toc141238828 \h 68

HYPERLINK \l "_Toc141238829" La violazione degli obblighi del testimone

PAGEREF _Toc141238829 \h 68

HYPERLINK \l "_Toc141238830" Il segreto professionale

PAGEREF _Toc141238830 \h 68

HYPERLINK \l "_Toc141238831" Il segreto d’ufficio e di Stato

PAGEREF _Toc141238831 \h 69

HYPERLINK \l "_Toc141238832" La falsa testimonianza

PAGEREF _Toc141238832 \h 69

HYPERLINK \l "_Toc141238833" L’esame delle parti

PAGEREF _Toc141238833 \h 70

HYPERLINK \l "_Toc141238834" I confronti

PAGEREF _Toc141238834 \h 72

HYPERLINK \l "_Toc141238835" Le ricognizioni

PAGEREF _Toc141238835 \h 72

HYPERLINK \l "_Toc141238836" Gli esperimenti giudiziali

PAGEREF _Toc141238836 \h 73

HYPERLINK \l "_Toc141238837" La perizia

PAGEREF _Toc141238837 \h 73

HYPERLINK \l "_Toc141238838" I documenti

PAGEREF _Toc141238838 \h 75

HYPERLINK \L "_TOC141238839" I mezzi di ricerca della prova

PAGEREF _TOC141238839 \H 78

HYPERLINK \l "_Toc141238840" Le ispezioni

PAGEREF _Toc141238840 \h 78

HYPERLINK \l "_Toc141238841" L’ispezione personale (art. 245)

PAGEREF _Toc141238841 \h 78

HYPERLINK \l "_Toc141238842" L’ispezione di luoghi o di cose (art. 246)

PAGEREF _Toc141238842 \h 78

HYPERLINK \l "_Toc141238843" Le ispezioni presso gli uffici dei difensori

PAGEREF _Toc141238843 \h 79

HYPERLINK \l "_Toc141238844" Le perquisizioni

PAGEREF _Toc141238844 \h 79

HYPERLINK \l "_Toc141238845" Le perquisizioni personali (art. 249)

PAGEREF _Toc141238845 \h 79

HYPERLINK \l "_Toc141238846" Le perquisizioni locali

PAGEREF _Toc141238846 \h 80

HYPERLINK \l "_Toc141238847" Il sequestro probatorio (art. 253)

PAGEREF _Toc141238847 \h 80

HYPERLINK \l "_Toc141238848" Il sequestro di corrispondenza

PAGEREF _Toc141238848 \h 82

HYPERLINK \l "_Toc141238849" Il sequestro presso banche

PAGEREF _Toc141238849 \h 82

HYPERLINK \l "_Toc141238850" Le intercettazioni

PAGEREF _Toc141238850 \h 82

HYPERLINK \L "_TOC141238851" Le misure cautelari

PAGEREF _TOC141238851 \H 85

HYPERLINK \l "_Toc141238852" Le misure coercitive

PAGEREF _Toc141238852 \h 87

HYPERLINK \l "_Toc141238853" La custodia cautelare in carcere

PAGEREF _Toc141238853 \h 88

HYPERLINK \l "_Toc141238854" Gli arresti domiciliari

PAGEREF _Toc141238854 \h 88

HYPERLINK \l "_Toc141238855" La custodia cautelare in luogo di cura

PAGEREF _Toc141238855 \h 88

HYPERLINK \l "_Toc141238856" Il divieto di espatrio

PAGEREF _Toc141238856 \h 88

HYPERLINK \l "_Toc141238857" Il divieto e l’obbligo di dimora

PAGEREF _Toc141238857 \h 88

HYPERLINK \l "_Toc141238858" L’obbligo di presentazione alla polizia

giudiziaria

PAGEREF _Toc141238858 \h 89

HYPERLINK \l "_Toc141238859" Le misure interdittive

PAGEREF _Toc141238859 \h 89

HYPERLINK \l "_Toc141238860" La sospensione dall'esercizio della potestà dei

genitori

PAGEREF _Toc141238860 \h 89

HYPERLINK \l "_Toc141238861" La sospensione dall'esercizio di un pubblico

ufficio o servizio

PAGEREF _Toc141238861 \h 90

HYPERLINK \l "_Toc141238862" Il divieto temporaneo di esercitare attività pro-

fessionali o imprenditoriali

PAGEREF _Toc141238862 \h 90

HYPERLINK \l "_Toc141238863" L’applicazione delle misure coercitive ed interdit-

tive

PAGEREF _Toc141238863 \h 90

HYPERLINK \l "_Toc141238864" L’estinzione delle misure coercitive ed interdittive

PAGEREF _Toc141238864 \h 92

HYPERLINK \l "_Toc141238865" Casi di estinzione automatica delle misure

PAGEREF _Toc141238865 \h 93

HYPERLINK \l "_Toc141238866" Pronuncia di determinate sentenze

PAGEREF _Toc141238866 \h 93

HYPERLINK \l "_Toc141238867" Scadenza dell’esigenza cautelare probatoria

PAGEREF _Toc141238867 \h 94

HYPERLINK \l "_Toc141238868" Scadenza dei termini per l’interrogatorio

PAGEREF _Toc141238868 \h 94

HYPERLINK \l "_Toc141238869" Ritardata decisione del Tribunale del Riesame

PAGEREF _Toc141238869 \h 94

HYPERLINK \l "_Toc141238870" Scadenza dei termini per le misure non custo-

diali

PAGEREF _Toc141238870 \h 94

HYPERLINK \l "_Toc141238871" Omessa reiterazione della misura dopo la

declaratoria di incompetenza del giudice

PAGEREF _Toc141238871 \h 95

HYPERLINK \l "_Toc141238872" Decorrenza dei termini massimi di custodia

PAGEREF _Toc141238872 \h 95

HYPERLINK \l "_Toc141238873" Sospensione dei termini di durata massima

della custodia cautelare

PAGEREF _Toc141238873 \h 96

HYPERLINK \l "_Toc141238874" Le impugnazioni delle misure coercitive ed inter-

dittive

PAGEREF _Toc141238874 \h 97

HYPERLINK \l "_Toc141238875" Il riesame

PAGEREF _Toc141238875 \h 97

HYPERLINK \l "_Toc141238876" L’appello

PAGEREF _Toc141238876 \h 98

HYPERLINK \l "_Toc141238877" Il ricorso per cassazione

PAGEREF _Toc141238877 \h 99

HYPERLINK \l "_Toc141238878" La riparazione per l’ingiusta custodia cautelare

PAGEREF _Toc141238878 \h 99

HYPERLINK \l "_Toc141238879" Le misure cautelari di sicurezza

PAGEREF _Toc141238879 \h 100

HYPERLINK \l "_Toc141238880" I presupposti

PAGEREF _Toc141238880 \h 100

HYPERLINK \l "_Toc141238881" Natura post delictum delle misure

PAGEREF _Toc141238881 \h 100

HYPERLINK \l "_Toc141238882" La cautelarità dell'applicazione endoprocedi-

mentale

PAGEREF _Toc141238882 \h 100

HYPERLINK \l "_Toc141238883" Le misure cautelari reali

PAGEREF _Toc141238883 \h 100

HYPERLINK \l "_Toc141238884" Il sequestro conservativo

PAGEREF _Toc141238884 \h 101

HYPERLINK \l "_Toc141238885" Il sequestro preventivo

PAGEREF _Toc141238885 \h 102

HYPERLINK \L "_TOC141238886" Procedimento e processo

PAGEREF _TOC141238886 \H 104

HYPERLINK \ "_T 141238887" L’apertura delle indagini

L OC

PAGEREF _T 141238887 \ 104

OC H

HYPERLINK \l "_Toc141238888" La notizia di reato

PAGEREF _Toc141238888 \h 104

HYPERLINK \l "_Toc141238889" Le condizioni di procedibilità

PAGEREF _Toc141238889 \h 105

HYPERLINK \l "_Toc141238890" La querela

PAGEREF _Toc141238890 \h 105

HYPERLINK \l "_Toc141238891" L’istanza di procedimento

PAGEREF _Toc141238891 \h 106

HYPERLINK \l "_Toc141238892" La richiesta di procedimento

PAGEREF _Toc141238892 \h 106

HYPERLINK \l "_Toc141238893" L’autorizzazione a procedere

PAGEREF _Toc141238893 \h 106

HYPERLINK \l "_Toc141238894" Il difetto di condizioni di procedibilità

PAGEREF _Toc141238894 \h 107

HYPERLINK \l "_Toc141238895" Il segreto investigativo ed il divieto di pubbli-

cazione

PAGEREF _Toc141238895 \h 107

HYPERLINK \l "_Toc141238896" Le indagini preliminari

PAGEREF _Toc141238896 \h 108

HYPERLINK \l "_Toc141238897" Il Giudice per le indagini preliminari

PAGEREF _Toc141238897 \h 109

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Exxodus

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Procedura penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Giostra Glauco.

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