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giudiziario (art. 250 c.p.c.) ed è onerata alla presenza all'udienza per l'assunzione. Le contestazioni sulla legittimazione del

teste a deporre vanno sollevate subito a pena di decadenza e sono risolte dal giudice con ordinanza.

52. L'ispezione giudiziale

L'ispezione giudiziale (artt. 258-262 c.p.c.) è lo strumento col quale si acquisisce l'efficacia probatoria di cose, corpi o

luoghi (che non essendo acquisibili al processo possono solo essere osservati)e del quale il giudice può avvalersi d'ufficio.

La legge contempera le esigenze probatorie con quelle della riservatezza. Le modalità dell'assunzione (da documentarsi nel

processo verbale) vengono stabilite dal giudice istruttore. Il giudice istruttore può anche determinare l'esperimento giudiziale

e la riproduzione dinamica del fatto rilevante per la causa.

53. Il rendimento dei conti.

Il rendimento dei conti (artt. 263-266 c.p.c.) è una prova costituenda strutturata come un procedimento speciale che può

assolvere ad una funzione di tutela. L’esigenza di tutela a cui l'istituto assolve è quella che concerne il diritto al rendimento

del conto, sia in corso di giudizio e sia come oggetto di giudizio ad hoc, nella prospettiva della condanna al pagamento del

saldo. A domanda, il giudice ordina la presentazione del conto, che va depositato in cancelleria (art. 263 c.p.c.). Se il conto è

depositato e accettato dalla parte richiedente, il giudice ordina il pagamento del saldo (art. 263, 2° comma c.p.c.). Se

contestato (con necessaria specificazione delle parti contestate), può occorrere il ricorso a mezzi istruttori, salvo accordo

parziale con l'ordine del giudice di pagare il sopravanzo (art. 264 c.p.c.). Se la parte onerata non deposita il conto o resta

contumace, il giudice (in sede di decisione) può disporre il giuramento estimatorio (art. 265 c.p.c.). La parte che ha approvato

il conto, ha la possibilità di chiederne la revisione, anche in separato processo, ma solo in caso di errore materiale,

omissione, falsità, o duplicazione di partite (art. 266 c.p.c.).

CAPITOLO V: LA FASE DI DECISIONE

54. Funzione e struttura.

In correlazione con la funzione decisoria, che propria di questa fase, sta la struttura caratteristica dell'attività del decidere,

che qui viene in rilievo specialmente come attività del collegio. L'attività di cognizione tende tipicamente alla decisione, cioè

al provvedimento decisorio. Il collegio è composto da tre giudici, tra i quali il presidente e il giudice che ha svolto le funzioni di

istruttore e che assume ora quella di relatore. Il passaggio alla fase di decisione si concreta nella rimessione al collegio, ma

l'udienza innanzi al collegio decidente è prevista solo quando sia chiesta la discussione.

55. L’eventuale udienza di discussione davanti al collegio, deliberazione e pubblicazione della sentenza.

Se non c'è stata richiesta di discussione, la decisione viene assunta senza contatti con le parti, con deliberazione in camera

di consiglio secondo le modalità di cui all'articolo 276 c.p.c. (con decisione graduale delle questioni in base a rotazione) e

deposito della sentenza entro 60 giorni dalla scadenza del termine per il deposito delle memorie di replica (art. 275 c.p.c.).

Se c'è stata richiesta di discussione, il presidente fissa, con decreto, la data dell'udienza, da tenersi entro 60 giorni e nella

quale, dopo la relazione avviene la discussione e, subito, la deliberazione in camera di consiglio (artt. 275 e 276 c.p.c.).La

disciplina della deliberazione (per ogni caso di decisione collegiale, con o senza discussione) configura la decisione

graduale delle questioni e la votazione; poi la stesura e la sottoscrizione del dispositivo; mentre la stesura della sentenza,

con la motivazione, è effettuata in seguito dall'estensore (perlopiù, il relatore) in una minuta che, previa rilettura collegiale, è

sottoscritta dal presidente e dall'estensore. Segue poi il deposito in cancelleria con la pubblicazione, nel termine di 60 giorni.

56. I diversi provvedimenti dell'organo giudicante in relazione al loro contenuto. A) sentenze definitive e non definitive.

L'organo decidente -che è investito di tutta la causa- incomincia la sua attività decisoria con l'esame delle questioni

pregiudiziali di rito e di merito e quindi passando al merito in senso proprio, previo riesame della valutazione del giudice

istruttore circa la maturità della causa per la decisione (con eventuale rimessione l'istruttore con ordinanza) e alla decisione

del merito con la pronuncia sulle spese. L'organo deve, tendenzialmente, definire il giudizio pronunciando sentenza definitiva

(art. 277, 1° comma c.p.c.), ma può limitare la pronuncia ad alcune domande (art. 277, 2° comma) come anche decidere sul

solo "an"(condanna generica) ai sensi dell'articolo 278 c.p.c. così pronunciando sentenza non definitiva. Più precisamente

l'organo decidente pronuncia sentenza definitiva nei casi di cui all'articolo 279, comma, n.1 (quando si pronuncia in senso

ostativo su questioni pregiudizi di rito),2 (quando si pronuncia in senso ostativo su questioni preliminari di merito),3 (quando

pronuncia su tutto il merito); mentre pronuncia sentenza non definitiva nei casi di cui all'articolo 279,2° comma, n.4 (quando

dispone la prosecuzione dell'istruttoria) e n°5 (quando decide solo alcune delle cause fino a quel momento riunite: ma se c'è

provvedimento di separazione ex articolo 103, 2° comma o 104, 2° comma o la pronuncia sulle spese, la sentenza è -sulla

causa separata e decisa- definitiva).

57. B) Le ordinanze dell'organo giudicante. Rinnovazione di prove.

I provvedimenti per l'eventuale ulteriore istruzione sono dati dall'organo giudicante con separata ordinanza (art. 279, 3°

comma c.p.c.)che è revocabile e non può pregiudicare l'esito della causa (art. 279, 4° comma c.p.c.); la suddetta ordinanza è

immediatamente efficace ma se è proposto l' appello immediato contro la sentenza non definitiva, il giudice istruttore può, su

istanza concorde le parti, sospendere l'istruttoria (art. 279, 4° comma c.p.c.).

58. L'efficacia della sentenza e presupposti per efficacia.

Con la pubblicazione la sentenza acquista piena efficacia ufficiale, con l'esaurimento di poteri del giudice sulla causa e con

l'acquisizione dell'attitudine all'impugnazione; mentre la sua incontrovertibilità avviene soltanto col suo passaggio in

giudicato. Qualora si tratti di sentenza costitutiva, solo col passaggio in giudicato produrrà il suo effetto costitutivo,

modificativo o estintivo; così come la sentenza di accertamento con riguardo all'effetto suo proprio. Ma l'efficacia esecutiva

(propria in primo luogo, della condanna) spetta già per legge, alla sentenza di primo grado, che è quindi provvisoriamente

esecutiva (art. 282 c.p.c.) salva la sospensione dell'esecutività (dell'esecuzione eventualmente iniziata), da parte del giudice

di appello quando ricorrano gravi motivi (art. 283 c.p.c.) e salvi patti di astensione temporanea dall'esecuzione (pactum de

non eseguendo). Il termine per l'eventuale impugnazione (la cui perdurante possibilità impedisce giudicato) decorre dalla sua

notificazione a cura della parte a cui interessa il passaggio in giudicato (salvo il c.d. termine lungo, che, in assenza di

notificazione decorre dalla pubblicazione).

59. La correzione delle sentenze e delle ordinanze.

La correzione delle omissioni e degli errori materiali o di calcolo è uno strumento abbreviato di tipo amministrativo per

eliminare errori che non investono il giudizio, ma solo la sua estrinsecazione. Il potere di questa correzione, secondo l’art.

287 c.p.c.) appartiene allo stesso giudice che ha pronunciato la sentenza se non è appellata (giacché altrimenti il potere

spetterebbe al giudice dell'appello) a istanza di tutte le parti (nel qual caso il giudice provvede senz'altro con decreto: art.

288, 1° comma c.p.c.) o di una sola parte, nel qual caso occorre l'istallazione del contraddittorio, a mezzo di decreto del

presidente (o del giudice unico che fissa l'udienza). All'udienza l'organo decidente, nel contraddittorio delle parti, provvede

con ordinanza, la cui notificazione fa decorrere un nuovo termine per l'impugnazione delle sole parti corrette (art. 288, 2° e 4°

comma). CAPITOLO VI: LE VICENDE ANORMALI DEL PROCESSO

60. Riunione, separazione e trasferimento dei procedimenti.

Se per la stessa causa pendono diversi procedimenti davanti allo stesso giudice istruttore o davanti allo stesso ufficio

giudiziario, l'istruttore (o il presidente) provvedono alla riunione dei procedimenti (art. 273 c.p.c.). Se pendono cause

connesse davanti allo stesso istruttore o allo stesso ufficio giudiziario, provvedono ugualmente l'istruttore o il presidente; ma

qui la legge non impone la riunione, ma prevede soltanto i provvedimenti opportuni, con riferimento all'opportunità (o meno)

della riunione (art. 174 c.p.c.) restando comunque salva la possibilità della successiva separazione ex articolo 103, 2°

comma e 104, 2° comma c.p.c. La separazione delle azioni, cumulate nello stesso processo, può essere disposta dal

giudice istruttore o dal collegio: quando v’è istanza di tutte le parti o quando la continuazione della loro riunione ritarderebbe

o renderebbe gravoso il processo.

61. Il processo in contumacia.

Ricordando che le parti sono già tali, l'una per aver proposto la domanda e l'altra per essere stata regolarmente citata,

ricordiamo che esse non sono obbligate ma solo onerate alla partecipazione attiva al processo che si concreta nella loro

costituzione, e che può anche non avvenire. La mancata costituzione di una delle parti, come sua inattività unilaterale, dà

luogo alla contumacia che va dichiarata previa verifica dei suoi presupposti. La contumacia è una situazione di fatto che

diviene di diritto con la dichiarazione di contumacia, la cui mancanza non è, per se stessa, motivo di nullità. La disciplina

del processo in contumacia è ispirata dalla funzione di limitare il pregiudizio che il contumace subisce per effetto della sua

assenza. I presupposti per la dichiarazione di contumacia sono: a) in caso di mancata costituzione dell'attore la dichiarazione

del convenuto, di voler continuare nel processo; mancando questa dichiarazione, la causa va cancellata (art. 290 c.p.c.); b)

in caso di mancata costituzione del convenuto, il giudice all'udienza di prima comparizione verifica d'ufficio la regolarità della

notificazione della citazione e, se rileva un vizio, ne dispone la rinnovazione (art. 291 c.p.c.) per un'udienza successiva nella

quale, in caso di protratta mancata costituzione, dichiarerà la contumacia. Al contumace vanno notificati personalmente

l'ordinanza che ammette l'interrogatorio formale o il giuramento nonchè gli atti contenenti domande nuove o riconvenzionali,

se ammissibili (art. 292 c.p.c.). Il contumace può costituirsi tardivamente fino all'udienza di rimessione in decisione (art. 293,

1° e 2° comma c.p.c.) può disconoscere le scritture private prodotte contro di lui (art. 293,3° comma c.p.c.), mentre, con

riguardo alle preclusioni maturate nei suoi confronti, può chiedere la rimessione in termini, se dimostra la nullità della

notificazione o altra causa di impedimento a lui non imputabile; il giudice provvede con ordinanza, eventualmente previe

prove sulla non imputabilità dell'impedimento (art. 294 c.p.c.). Gli effetti della dichiarazione di contumacia sono limitati al

grado.

62. La sospensione del processo (artt. 295-298 c.p.c.).

La sospensione è una arresto temporaneo, ma totale dell'iter processuale; a seguito di un provvedimento idoneo la

sospensione può essere: a) volontaria, su istanza concorde delle parti, per non più di quattro mesi (art. 296 c.p.c.); b)

oppure necessaria per pregiudizialità, quando la decisione della causa dipende dalla soluzione di altra controversia che

pende davanti allo stesso o ad altro giudice (art. 295 c.p.c.). La sospensione è necessaria nel senso che non presuppone

alcuna valutazione di opportunità, ma solo la sussistenza del rapporto di pregiudizialità. Dal che consegue l'estraneità al

sistema della sospensione facoltativa. Può essere evitata nei limiti in cui è possibile decisione della pregiudiziale incidenter

tantum o quando sia possibile la riunione che, tra l'altro, non è più impedita dall'eventuale differenza di riti. La sospensione è

disposta dall'organo decidente (ma la cassazione è possibilista anche rispetto a provvedimenti dell'istruttore) con

provvedimento che, secondo la cassazione, è un'ordinanza e che è impugnabile col regolamento di competenza (art. 42

c.p.c.) se dispone la sospensione. Se sulla questione pregiudiziale è già intervenuta una sentenza (che, se non è passata in

giudicato, non è vincolante), il giudice può anche non sospendere, giudicando liberamente (art. 337, 2° comma c.p.c.).

Durante la sospensione non possono compiersi atti del processo tranne quelli urgenti. Una figura particolare di sospensione

è prevista per l'ipotesi che venga sollevata (anche d'ufficio) una questione di illegittimità costituzionale, che il giudice ritenga

non manifestamente infondata, con valutazione che spetta all'organo che dovrebbe applicare la norma sospetta. L'eventuale

sospensione (con rimessione degli atti alla corte costituzionale) durerà fino alla pronuncia di quest'ultima; la quale pronuncia,

se è di accoglimento, rende inapplicabile la norma in qualsiasi giudizio dal giorno successivo alla pubblicazione della

sentenza della corte; e se è di rigetto esaurisce i suoi effetti nel processo in corso. Per la ripresa dopo sospensione, se non

c'è udienza previamente fissata, la parte interessata alla prosecuzione è onerata a proporre, non oltre 10 giorni prima della

scadenza dei termini di sospensione (sei mesi dalla conoscenza della cessazione della causa di sospensione), ricorso al

presidente della fissazione dell'udienza. Il decreto, steso in calce al ricorso, è notificato alle altre parti.

63. L'interruzione del processo la sua riassunzione (artt. 299-305 c.p.c.).

L'interruzione del processo consiste, come la sospensione, nell'arresto dell'iter processuale ma sono diverse le cause

(eventi che compromettano l'effettività del contraddittorio) e diversa la funzione (evitare pregiudizi che potrebbero derivarne

per la parte colpita dall'evento). Gli eventi interruttivi possono riguardare la parte o il difensore. Gli eventi che possono colpire

la parte (elencati nell'art. 299 c.p.c.) sono: 1. La morte della parte; 2. La perdita della capacità processuale della parte; 3. La

morte o la perdita della capacità processuale del rappresentante legale (ma non di quello volontario); 4. La cessazione della

rappresentanza legale. Gli eventi che colpiscono il difensore, elencati nell’art. 301 c.p.c., sono: la sua morte, radiazione o

sospensione dall'albo (esclusa la revoca della procura, la rinuncia o la cancellazione volontaria dall'albo).

A) se l'evento colpisce la parte: a) prima della sua costituzione, l'interruzione è automatica (salva la costituzione spontanea o

la citazione in riassunzione di coloro ai quali spetta proseguire il giudizio) (art. 299 c.p.c.); sicchè il provvedimento del giudice

ha portata solo dichiarativa; b) dopo la costituzione mezzo di difensore-procuratore, l'interruzione si verifica solo se e quando

questo lo dichiara in udienza o lo notifica, salva costituzione spontanea o la riassunzione di coloro ai quali spetta proseguire

il processo (art. 300 c.p.c.); in mancanza di tale dichiarazione o notifica il processo prosegue nei confronti della parte che ha

subito l'evento, ancorchè defunta o estinta, ma processualmente ancora in vita (se invece la parte si fosse costituita

personalmente, l'interruzione sarebbe automatica). Se l'evento si verifica dopo che, avvenuta la rimessione in decisione,

siano scaduti termini per il deposito delle memorie di replica, rimane privo di effetti salvo il caso della riapertura dell'istruzione

(art. 300, 5° comma c.p.c.). Se si verifica durante il termine per impugnare interrompe detto termine (art. 328 c.p.c.).

B) se l'evento colpisce il difensore-procuratore, l'interruzione è automatica (art. 301 c.p.c.) e la prosecuzione del processo

avviene solo con la costituzione in udienza delle persone alle quali spetta proseguire il giudizio o con la loro citazione

riassunzione. Se non è fissata alcuna udienza, la parte interessata è onerata a chiedere la fissazione con ricorso al giudice al

presidente, che fissa l’udienza con decreto in calce al ricorso, da notificarsi personalmente a coloro che debbono costituirsi

per la prosecuzione; ciò nel termine perentorio, a pena di decadenza, di 6 mesi dalla conoscenza dell'interruzione.

64. L'estinzione del processo.

Funzione dell'estinzione del processo è quella di evitare la sua prosecuzione quando l'accordo delle parti o la loro inerzia o il

loro comportamento concludente ne rivela l'inutilità. a) L'estinzione per rinuncia agli atti (art. 306 c.p.c.)presuppone che

questa sia accettata dalle parti costituite che potrebbero avere interesse alla prosecuzione. L dichiarazioni di rinuncia e di

accettazione vanno compiute dalle parti personalmente (o da loro mandatari speciali) all'udienza o con atti sottoscritti dalle

parti e notificati. b) l'estinzione per inattività delle parti (art. 307 c.p.c.) opera in applicazione del principio dell'impulso di

parte attraverso la tecnica di termini acceleratori perentori. Se nessuna delle parti si è costituita (sicchè la causa non è mai

stata iscritta), o se il giudice ha ordinato la cancellazione dal ruolo l'estinzione si verifica se la causa non è riassunta nel

termine perentorio di un anno, durante il quale la causa resta in quiescenza. La riassunzione avviene con la comparsa di cui

all'articolo 125 disp.att., che ha le caratteristiche della citazione, da notificarsi al procuratore costituito o altrimenti alla parte

personalmente. L'estinzione si verifica, invece immediatamente nei casi di cui all'articolo 181, 2° comma (assenza alla prima

udienza dell'attore costituito in mancanza di richiesta del convenuto di procedere e previa fissazione di altra udienza) e

all'articolo 290 (contumacia dell'attore senza richiesta del convenuto di procedere) nonché nei casi richiamati dall'articolo

307, 3° comma (mancata osservanza dei termini perentori specificamente previsti).

65. Dichiarazione di effetti dell'estinzione.

L'estinzione opera di diritto, ma non è rilevabile d’ufficio e deve essere eccepita dalla parte interessata prima di ogni altra

difesa (art. 307, 4° comma c.p.c.): il che significa che, fermo l’operare di diritto, il processo rivive se l'eccezione non è

proposta tempestivamente. L'estinzione è dichiarata con sentenza se pronunciata dal organo decidente collegiale; se invece

è pronunciata dal istruttore, assume la forma dell'ordinanza reclamabile al collegio. Se invece è dichiarata dal giudice

monocratico è, in quanto avente natura di sentenza, appellabile o, se dichiarata in sede di appello, ricorribile in cassazione. Il

collegio, previo eventuale scambio di memoria, si pronuncia in camera di consiglio. L'estinzione del processo non estingue

l'azione (art. 310, 1° comma), che può essere riproposta purché non sia già stata pronunciata sentenza sul merito, che

passerebbe in giudicato, anche se non definitiva. Le sentenze eventualmente pronunciate sul rito restano inefficaci in futuri

giudizi, comprese quelle sulla competenza, salvo che siano state pronunciate dalla cassazione in sede di regolamento di

competenza (art. 310, 2° comma) nel qual caso manterrebbero la loro efficacia in un'altro eventuale giudizio. Le prove

raccolte nel processo estinto sono valutate dal giudice di un eventuale altro processo ai sensi dell'articolo 116, 2° comma

c.p.c. La cessazione della materia del contendere -per la quale non è prevista una autonoma via processuale per la fine del

processo- è solo il riflesso processuale del mutamento della situazione sostanziale nel senso del venir meno della ragione

del giudizio; del che la sentenza può dare atto.

CAPITOLO VII: PARTICOLARITA' DEL PROCESSO DAVANTI AL GIUDICE DI PACE

66. La soppressione dell'ufficio del pretore e l'eliminazione delle disposizioni comuni ai procedimenti davanti al pretore e al

giudice di pace.

67. La disciplina del procedimento davanti al giudice di pace.

L'articolo 311 c.p.c. compie un generale richiamo alla disciplina del procedimento davanti al tribunale per tutto ciò che non è

espressamente regolato dal presente titolo o in altre disposizioni. Il giudice di pace ha ancora le funzioni non contenziose

che in precedenza appartenevano al conciliatore ora previste dall'articolo 322 c.p.c. e che si esercitano a seguito di

un'istanza al giudice di pace competente per territorio in funzione della conciliazione. Se la conciliazione riesce, il relativo

verbale costituisce titolo esecutivo, ma solo se la controversia appartiene alla competenza del giudice di pace (art. 322, 2°

comma c.p.c.). Il che implica la possibilità di richiedere la sola conciliazione anche al giudice di pace non competente per il

merito (attività conciliativa extragiudiziale). Le norme dedicate alle funzioni contenziose del giudice di pace, in deroga alla

disciplina del procedimento davanti al tribunale, sono (oltre all'articolo 313 c.p.c., riguarda la sospensione nel caso della

proposizione della querela di falso): l'articolo 316 (che riguarda la proponibilità della domanda in forma orale); l'articolo 317

(che riguarda la facoltà della parte di farsi rappresentare da persona anche non rappresentante volontario nel campo

sostanziale, in deroga all'articolo 77 c.p.c.); l'articolo 318, 1° comma (che configura la citazione con forme semplificate);

l'articolo 318, 2° comma (che prevede la riduzione a metà dei termini a comparire); l‘articolo 319 (che prevede che entrambe

le parti si costituiscano col deposito in cancelleria (oppure in udienza) della citazione con la relazione di notifica e la procura);

l'articolo 320 (in cui è disciplinata la trattazione in modo più rapido, con l' invito a precisare subito i fatti, le allegazioni, le

eccezioni e le istanze istruttorie, con l'eventuale rinvio per una sola volta); articolo 321 (che disciplina la fase decisoria con

l'invito alla precisazione delle conclusioni e alla discussione orale senza scambi di scritture defensionali). Le sentenze del

giudice di pace nelle cause di valore inferiore a 1100 euro sono inappellabili (ma ricorribili per cassazione in via

straordinaria); sono invece appellabili al tribunale in composizione monocratica nel caso di valore superiore.

CAPITOLO VIII: LE IMPUGNAZIONI

SEZIONE PRIMA: le impugnazioni in generale

68. Nozione e funzione dell'azione in generale.

La funzione dell'impugnazione di un provvedimento di un giudice in generale è quella di eliminarlo, sostituirlo o modificarlo.

Con l'espressione impugnazione si intende sia l'atto introduttivo della nuova fase di giudizio e sia la fase stessa. Con questo

significato si intendono le impugnazioni elencate nell'articolo 323 c.p.c. Le impugnazioni sono dette necessarie quando loro

mancata proposizione nei modi e termini di legge e rende provvedimenti incontrovertibile: tali sono le impugnazioni elencate

nell'articolo 324 c.p.c. il cui esaurimento da luogo alla cosa giudicata formale che a sua volta introduce il giudicato in senso

sostanziale ma ferma la sufficienza, agli effetti dell'efficacia esecutiva, del livello di accertamento offerto dalla sentenza di

primo grado (artt. 282 e 337, 1° comma c.p.c.).

69. Condizioni delle impugnazioni contro le sentenze.

Quelle che, in primo grado, sono le condizioni dell'azione si specificano, in sede di impugnazione come segue: a) interesse

a impugnare, determinato dalla soccombenza, quale divergenza tra il chiesto e l’ottenuto ma incluso l'eventuale ulteriore

margine di vantaggio obiettivo ottenibile; b) legittimazione ad impugnare, che presuppone la qualità di parte nella fase

pregressa (anche il successore e l’interventore che può in via eventuale all’opposizione di terzo); c) possibilità giuridica di

impugnare, ossia l'obiettiva impugnabilità del provvedimento che di regola va riferita alla sua forma o a quella che esso

avrebbe dovuto assumere e che non ha assunto per errore nell'impiego delle forme. Nel quadro del normale riferimento

dell'impugnabilità alla forma del provvedimento, eccezionalmente la legge attribuisce rilievo alla sostanza del provvedimento,

come nel caso del ricorso straordinario per cassazione ex articolo 111 Cost. La giurisprudenza considera determinante, agli

effetti dell'individuazione del mezzo di impugnazione, la qualificazione del provvedimento, eventualmente effettuata dal

giudice. Se manca una delle condizioni dell'impugnazione questa è inammissibile. Sul piano logico (talora anche sul piano

pratico) il giudizio di impugnazione si scinde tra una fase rescindente e una fase rescissoria.

70. Classificazione e tipologia dell'impugnazione contro le sentenze.

A) Con riguardo alla ragione dell'impugnazione: impugnazioni di legalità (rescindenti o a critica vincolata) sono quelle

concesse per fare valere errori o vizi (come ad esempio ricorso per cassazione) e impugnazioni di giustizia (devolutive o

sostitutive) sono quelle con le quali si può far valere anche la semplice ingiustizia (come ad esempio l'appello).

B) Il vizio di nullità come ragione dell'impugnazione: con riguardo in particolare vizi di nullità opera la regola del loro

assorbimento dei motivi di impugnazione con l'implicita portata della sanatoria dei vizi non fatti valere nei modi e nei tempi

delle impugnazioni (art. 161 c.p.c.) e salvi casi di inesistenza (art. 161, 2° comma c.p.c.)

C) Con riguardo all'attitudine determinare la cosa giudicata: mezzi di impugnazione ordinari sono quelli che condizionano il

passaggio in giudicato della sentenza; sono invece straordinari quelli proponibili indipendentemente dal passaggio in

giudicato della sentenza.

D) Con riguardo alla struttura del giudizio di impugnazione: nei mezzi di impugnazione per far valere vizi si può distinguere

tra momento rescindente (annullamento sentenza) e momento rescissorio (sostituzione sentenza), anche se non sempre

la distinzione si concreta nella ripartizione in fasi (e talora giudizi) diverse; non sono tali le impugnazioni sostitutive (appello).

E) con riguardo al giudice dell'impugnazione: le impugnazioni sono perlopiù proponibili davanti a un giudice diverso da quello

che pronunciate provvedimenti impugnato; e solo eccezionalmente sono previsti impugnazioni davanti allo stesso giudice

(revocazione). Nessun mezzo di impugnazione è dotato, ora, di efficacia sospensiva automatica.

71. Termini e decadenza dall'impugnazione.

I termini per proporre le impugnazioni sono perentori perché proprio sulla perentorietà dei termini è imperniata la tecnica del

conseguimento dell'incontrovertibilità. Tali termini (30 giorni per l'appello, la revocazione opposizione di terzo (art. 325,

1°comma c.p.c.) e 60 giorni per il ricorso per cassazione (art. 325, 2°comma c.p.c.)) decorrono dalla notifica della sentenza

(mentre per il regolamento di competenza decorrono dalla comunicazione): notifica che è effettuata ad istanza di parte che è

interessata al passaggio in giudicato, al procuratore costituito per l'altra parte. Nelle impugnazioni straordinarie, invece, il

termine o manca del tutto (come nel caso dell'opposizione di terzo semplice) o decorre dal momento in cui si sia verificato un

determinato evento (art. 326 c.p.c.). Se durante la decorrenza del termine, si verifica un evento che potrebbe fondare

l'interruzione del processo, il termine è interrotto e il nuovo termine decorre dalla rinnovazione della notificazione (art. 328

c.p.c.). Indipendentemente dalla notificazione decorre comunque un termine (c.d. lungo) di un anno (oltre al periodo di

sospensione feriale) che decorre dalla pubblicazione (art. 327, 1° comma c.p.c.). L’atto da compiersi nei suddetti termini per

evitare la decadenza è la notificazione dell'atto introduttivo del giudizio di impugnazione nel domicilio eventualmente eletto

nell'atto di notificazione della sentenza o altrimenti presso il procuratore costituito nel giudizio pregresso o nel domicilio eletto

per quel giudizio (art. 330, 1° comma c.p.c.). Alla parte contumace l'impugnazione va notificata personalmente. Se la parte

vittoriosa è defunta dopo la notificazione della sentenza, l’impugnazione può essere notificata collettivamente in

personalmente agli eredi (art. 330,2° comma). Dall'impugnazione si decade anche per effetto dell'acquiescenza (art. 329

c.p.c.), ossia dell'accettazione espressa della sentenza o dell'accettazione che è implicita nel compimento di atti

incompatibili con la volontà di impugnare, come anche nell'impugnazione parziale rispetto alle parti non impugnate. La

decadenza dà luogo all'inammissibilità dell'impugnazione, che se, ed in quanto, dichiarata, determina la consumazione,

ossia la non riproponibilità, dell'impugnazione (artt. 358 e 387 c.p.c.). L'omissione di atti di impulso successivi alla

notificazione dell'impugnazione può dar luogo all'improcedibilità dell'impugnazione.

72. Pluralità di parti e pluralità di impugnazioni.

Premesso che la legge vuole tendenzialmente, che al giudizio di impugnazione partecipino tutte le parti della fase pregressa

e che le impugnazioni dello stesso tipo e contro la stessa sentenza siano proposte nello stesso processo, l'articolo 331 c.p.c.

dispone che nelle cause cumulate inscindibili o tra loro dipendenti sussista litisconsorzio necessario, anche se non

sussisteva nel grado precedente: con la conseguenza che se l'impugnazione non è stata proposta contro tutte le parti, il

giudice deve ordinare l'integrazione del contraddittorio, fissando all'uopo un termine perentorio la cui mancata osservanza da

luogo all'inammissibilità dell'impugnazione; nelle cause scindibili, nelle quali litisconsorzio era e resta facoltativo la legge

consente che il giudicato scenda su una o alcuna delle cause cumulate non su tutte, solo disponendo che le eventuali altri

impugnazioni siano proposte nello stesso processo. Perciò l'articolo 332, 1° comma si limita a disporre che l'impugnazione

sia notificata alle parti nei cui confronti l'impugnazione stessa non sia già preclusa con la sospensione del processo fino a

quando tutte le parti siano decadute. In ogni caso (sia nelle cause scindibili che in quelle inscindibili) le parti chiamate o

provocate in giudizio, sono onerate a proporre l'eventuale impugnazione nello stesso processo, con una impugnazione

incidentale, e comunque con la riunione nello stesso processo dell'impugnazione eventualmente proposte separatamente

(art. 335 c.p.c.). La regola è comunque nel senso che ogni impugnazione delle parti (destinatarie dell'impugnazione o

chiamate o solo provocate) va proposta in via incidentale, a pena di decadenza, col primo atto d'ingresso nel giudizio di

impugnazione (art. 333 c.p.c.). L'articolo 334 c.p.c., consente che l'impugnazione incidentale, se è proposta nei suddetti

tempi e modi, possa essere proposta anche se è decorso il termine di impugnazione o se c'è stata acquiescenza (c.d.

impugnazione incidentale tardive) peraltro ritenuta ammissibile solo nei confronti dell'impugnante principale. Le sentenze non

definitive possono essere impugnate immediatamente, oppure, a scelta, insieme con le sentenze definitive, previa riserva. La

riforma o la cassazione parziale della sentenza ha effetto anche verso i capi della sentenza non espressamente investiti da

essa (art. 336, 1° comma c.p.c.): è questo l'effetto espansivo interno; così come la riforma o la cassazione estende i suoi

effetti a provvedimenti e agli atti che ne sono dipendenti (art. 336, 2° comma c.p.c.); è questo l'effetto espansivo esterno.

SEZIONE II: l'appello

73. Nozione funzione dell'appello. Le sentenze appellabili. L'appello contro le sentenze non definitive.

L' appello è mezzo di impugnazione che introduce il giudizio di secondo grado, come nuovo esame della causa, nei limiti

della domanda di appello e, nei suddetti limiti, con la portata sostitutiva della sentenza impugnata. L'articolo 339 c.p.c.

dispone che sono appellabili le sentenze pronunciate in primo grado rispetto alle quali l'appello non sia escluso dalla legge

(come ad esempio le sentenze ex articolo 114 c.p.c.) o dall'accordo delle parti (come ad esempio il ricorso per cassazione

omisso medio ex articolo 360, 2° comma c.p.c.). Le sentenze non definitive possono essere appellate immediatamente nei

consueti termini, oppure in via differita, previa riserva da compiersi entro il termine per appellare e comunque non oltre la

prima udienza successiva alla comunicazione della sentenza (art. 340 c.p.c.).

74. L'oggetto del giudizio d'appello (effetto devolutivo e nuovo in appello). Il non più esistente effetto sospensivo.

L'oggetto del giudizio di appello è quello stesso del giudizio di primo grado, ma nei limiti delle domande di appello, principale

e incidentale e tenendo presente che le domande non riproposte si intendono abbandonate (art. 346 c.p.c.). La cosiddetta

reformatio in pejus non è configurabile se non per effetto dell'appello incidentale. L'oggetto del giudizio d'appello può essere

tendenzialmente tutto quello del giudizio di primo grado (l’appello infatti ha natura di gravame: riesame), ma comunque è

solo quello di detto giudizio non essendo ammissibili domande nuove (cosiddetto divieto del "nuovo" in appello). Neppure

sono ammissibili domande riconvenzionali, nè nuove eccezioni non rilevabili d’ufficio nè nuovi mezzi di prova, salvo il

giuramento decisorio, salva la valutazione di indispensabilità da parte dell'organo decidente, e salvo dimostrazione che la

mancata proposizione nel giudizio di primo grado è dovuta a causa non alla parte imputabile (art. 245 c.p.c.). E’ salva pure la

produzione di documenti.

75. Il procedimento d'appello: parti, giudice competente, fase introduttiva, fase di trattazione.

Il giudizio di appello è, davanti alla corte d'appello, interamente collegiale e davanti al tribunale, interamente monocratico,

con esclusione, comunque, della fase affidata all'istruttore. Davanti alla corte è eliminata anche la figura dell'istruttore. Le

parti sono l'appellante, l'appellato (eventualmente appellante in via incidentale) mentre l'interveniente può configurarsi solo

ipoteticamente legittimato all'opposizione di terzo (art. 344 c.p.c.). Competente per l'appello è la corte d'appello rispetto le

sentenze del tribunale e il tribunale in composizione monocratica rispetto alle sentenze del giudice di pace nelle cause di

valore superiore a 2 milioni (art. 341 c.p.c.). L'atto introduttivo è all'atto di appello, che è un atto di citazione con tutti i suoi

requisiti, oltre al requisito proprio dell'indicazione dei motivi specifici di impugnazione (art. 342 c.p.c.), come aspetto

particolare della causa petendi. L'atto di appello va notificato nel termine dell'appello. Il primo atto difensivo dell'appellato è la

comparsa di risposta, che deve contenere a pena di decadenza l'eventuale appello incidentale (ciò che postula la

costituzione tempestiva) e può essere anche tardivo e/o condizionato. Le modalità di costituzione sono le stesse del giudizio

di primo grado. La costituzione dell'appellato sana i vizi della notificazione (ex tunc) e della citazione (ex nunc). Alla prima

udienza il collegio provvede agli incombenti propri di questa udienza, disponendo la comparizione personale delle parti solo

quando occorre. L'inammissibilità e l'improcedibilità dell'appello vanno pronunciate con sentenza. L'inammissibilità

consegue alla decorrenza dei termini, all'aquiescenza, al difetto delle condizioni di impugnare, all'inottemperanza all'ordine di

integrazione del contraddittorio, alla presenza di domande nuove. L'improcedibilità consegue alla mancata costituzione

dell'appellante,e alla sua mancata comparizione alla prima udienza, ma previa fissazione di altra udienza (art. 348, 1°

comma c.p.c.). L'appellante è anche onerato alla produzione della sentenza impugnata, ma non più a pena di improcedibilità

(se non nel caso che la mancanza renda impossibile il giudizio). Alla prima udienza il collegio provvede, con ordinanza non

impugnabile, sull' istanza di sospensione dell'efficacia esecutiva o dell'esecuzione, e pronuncia che, in caso di giusti motivi di

urgenza, può essere anticipata provvisoriamente, prima della prima udienza, ad opera del presidente, salva conferma,

modifica o revoca da parte del collegio (art. 351, 2 e 3° comma c.p.c.).

76. La decisione. La sentenza e i suoi possibili contenuti.

La rimessione in decisione avviene con le stesse modalità del giudizio di primo grado, con l'invito alla precisazione delle

conclusioni con l'eventuale fissazione, su richiesta, dell'udienza di discussione: la quale discussione, nel giudizio davanti alla

corte, deve essere nuovamente richiesta al presidente alla scadenza dei termini per le memorie (art. 352, 2° comma) mentre,

nei giudizi davanti al tribunale, è alternativa alle memorie. L'eventuale ammissione di prova costituenda è disposta con

ordinanza dell'organo decidente, che poi provvederà all'assunzione (art. 356, 1° comma). La sentenza del giudizio d'appello

è di secondo grado, anche se pronuncia la nullità del giudizio di primo grado, salvi casi eccezionali nei quali il giudice di

appello deve rimettere la causa giudice di primo grado, elencati nell'articolo 354 e cioè: inesistenza del giudizio di primo

grado; nullità della notificazione dell'atto introduttivo del giudizio di primo grado; mancata integrazione del contraddittorio;

mancata estromissione oltre all'ipotesi dell'articolo 353, 1° comma: sussistenza della giurisdizione negata dal primo giudice.

L'attuazione della rimessione al primo giudice è affidata all'iniziativa della parte che vi ha interesse, con la notifica della

comparsa di riassunzione nel termine perentorio di 6 mesi dalla notificazione della sentenza. Se viene proposta querela di

falso alla corte d'appello, questa sospende il giudizio fissando il termine perentorio per la riassunzione innanzi al tribunale

competente in via esclusiva (art. 355 c.p.c.). La rinuncia agli atti (come anche l'estinzione) in appello danno luogo al

passaggio in giudicato della sentenza di primo grado.

SEZIONE III: il ricorso per Cassazione e il giudizio di rinvio

77. Ricorso funzione del ricorso per cassazione.

Il ricorso per cassazione è un'impugnazione ordinaria, di solito senza effetto devolutivo, a critica vincolata dai motivi, per

vizi di giudizio (rimedio di legalità). Il giudizio di cassazione è di solito limitato alla fase rescindente (cassazione). I vizi

denunciabili sono errores in procedendo o in judicando o nell'iter logico. Il ricorso non ha effetto sospensivo, salva

sospensione da parte del giudice a quo, ai sensi dell'articolo 373 c.p.c. Il giudizio è affidato alla Corte di cassazione -unica

nello Stato- con la funzione di assicurare l'esatta uniforme interpretazione della legge (cosiddetta nomofilachia). Perciò le

decisioni della corte di cassazione vengono massimate, con l’enucleazione della ratio decidendi, in via ufficiale e, pur non

essendo vincolanti in altri giudizi, godono di un prestigio che rende probabile l'adeguamento ad esse, in altri giudizi.

78. Provvedimenti impugnabili con il ricorso per cassazione e motivi di ricorso.

Sono impugnabili con ricorso per cassazione le sentenze pronunciate in primo grado di appello(1) o in unico grado(2) (art.

360 c.p.c.) la quale ultima ipotesi può verificarsi per la particolare struttura del giudizio o perché l'appello è escluso per

legge(2a) o per accordi di ricorso omisso medio(2b). Il ricorso per cassazione è, d'altra parte, permesso in via straordinaria in

forza dell'articolo 111 Cost., nei confronti anche dei provvedimenti emessi in forma diversa da sentenza, ma idonei al

giudicato con portata decisoria e non altrimenti impugnabili (ordinanza di convalida di sfratto); ciò peraltro solo per violazione

di legge ed esclusi vizi di motivazione (salvo che la motivazione sia addirittura inesistente). Sono ricorribili le sentenze

definitive e quelle non definitive (queste in via immediata oppure differita previa riserva) (art. 361, 1° comma c.p.c.). Sono

ricorribili anche le decisioni dei giudici speciali(3), ma solo per motivi attinenti alla giurisdizione (art. 362, 1° comma c.p.c.): in

ogni tempo possono essere denunciati conflitti di giurisdizione(4)(sia tra giudice ordinario e giudici speciali (art. 362 n.1

c.p.c.) e sia tra pubblica amministrazione e giudice ordinario (art. 362 n.2 c.p.c.)). L'articolo 368 c.p.c. disciplina le modalità

del particolare tipo di regolamento di giurisdizione(5), (che è configurato dall'articolo 41, 2° comma c.p.c).

L'ammissibilità del ricorso per cassazione dipende dalla sussistenza dei motivi di ricorso, la cui assenza fonda il rigetto

(che avviene in camera di consiglio). I motivi possono essere di due tipi:

A) vizi di attività (errores in procedendo): errori di carattere procedurale nella osservanza delle norme che regolano lo

svolgimento del processo. Sono: nullità della sentenza del procedimento; motivi attinenti alla giurisdizione o alla competenza;

vizi di motivazione. (art. 360 n°1,2,4,5 c.p.c.). Il vizio di motivazione (o vizio logico) è rilevante se riguarda un punto decisivo

della controversia. Rispetto ai vizi di attività la cassazione è giudice anche dei fatti (ma solo procedimentali).

B) vizi di giudizio (errores in judicando): errori in cui è incorso il giudice nel giudizio di diritto, cioè nell’individuazione e

nell’applicazione delle norme che regolano il rapporto giurdico sostanziale dedotto in giudizio (art. 360, n°3 c.p.c.). L’articolo

363 c.p.c. prevede una particolare figura di “ricorso nell’interesse della legge”, proponibile dal Procuratore Generale

presso la Corte di cassazione, quando le parti non hanno proposto ricorso nei termini o vi hanno rinunciato.

79. Il procedimento davanti a corte di cassazione.

Le parti nel giudizio di cassazione sono il ricorrente, il resistente (eventualmente ricorrente incidentale), escluso l'intervento

di terzi. Non c'è istruzione e non c'è altro organo operante che il collegio. Il ricorso è rivolto alla corte, non contiene la

vocatio in jus (perché l'unica udienza sarà fissata dal presidente) ed è notificato nei termini di legge e successivamente

depositato. Il ricorso deve contenere a pena di inammissibilità (art. 366 c.p.c.): 1. L'indicazione delle parti; 2. L'indicazione

della sentenza impugnata; 3. Esposizione sommaria dei fatti della causa; 4. I motivi di ricorso, con funzione determinativa

limitativa dell'oggetto del giudizio, con implicita limitazione anche della regola jura novit curia, e con l'onere di censurare tutte

le ragioni autonomamente idonee sorreggere la pronuncia; 5. L'indicazione della procura speciale, se conferita con atto

separato e del decreto con il quale è ammesso il gratuito patrocinio. L'elezione di domicilio in Roma è necessario per evitare

che le notifiche vengano effettuate in cancelleria (art. 366, 2°comma c.p.c.). Il ricorso va sottoscritto,a pena di inammissibilità,

dall'avvocato iscritto nell'apposito albo (art. 365 c.p.c.). Dopo la notifica (a istanza della parte o del suo difensore nei modi

dell'articolo 330 c.p.c.), il ricorso va depositato nella cancelleria della corte nel termine di 20 giorni dall'ultima notificazione, a

pena di improcedibilità (art. 369 c.p.c.) insieme con copia autentica della sentenza impugnata (1), la procura speciale (2), i

documenti e il fascicolo relativo alle fasi di merito(3). Il procedimento in cassazione non ammette istruttoria tranne la

produzione di documenti che concernono la nullità della sentenza impugnata o l'ammissibilità del ricorso: questi ultimi

producibili anche dopo il deposito, ma previa notifica del relativo elenco (art. 372 c.p.c.). La parte resistente può non replicare

al ricorso (nel qual caso può solo partecipare alla discussione orale), ma può resistere –e di solito resiste- in maniera attiva,

notificando il controricorso (art. 370, 1° comma c.p.c.) (col quale chiede il rigetto del ricorso) alla parte ricorrente nel suo

domicilio eletto, entro 20 giorni dalla scadenza del termine per il deposito del ricorso (e così 40 giorni dalla notificazione del

ricorso). Anche il controricorso va depositato in cancelleria, insieme col fascicolo, la procura e documenti, entro 20 giorni

dalla sua notificazione (art. 370, 2° comma c.p.c.). L'eventuale ricorso incidentale (col quale il resistente chiede la

cassazione della sentenza o di parte di essa per altri motivi) eventualmente tardivo, va proposto insieme col controricorso

(art. 371, 1° comma c.p.c.), mentre il ricorrente può a sua volta notificare controricorso al ricorso incidentale (art. 371, 4°

comma c.p.c.): si sanano in questo caso gli eventuali vizi del controricorso e del ricorso in via incidentale. All'eventuale


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze giuridiche
SSD:
A.A.: 2007-2008

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Chiakka87 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Civile e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze giuridiche Prof.

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