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I quattro principi fondamentali del nostro ordinamento

I quattro principi fondamentali del nostro ordinamento sono: principio democratico, principio personalistico, principio pluralista e principio laborista. Questi quattro principi connotano la forma di Stato, cioè il modo in cui nel nostro ordinamento si rapporta l’autorità delle istituzioni e il popolo.

Articolo 1

L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Il lavoro è l’elemento costitutivo a fondamento della repubblica. Democratica vuol dire che il governo spetta al popolo. La repubblica è una forma di governo in cui il capo dello Stato non è ereditario. Il primo problema che affronta la Costituzione è la spettanza del potere.

Durante lo stato assoluto la sovranità deriva da Dio. Secondo il pensiero romano, la sovranità viene dal popolo. Oggi nel nostro ordinamento il potere supremo dello Stato spetta al popolo, ma non è un potere assoluto perché va esercitato nelle forme e nei limiti della Costituzione. Le modalità attraverso cui il popolo sovrano esercita la democrazia sono:

  • Democrazia rappresentativa: in cui coloro che siedono nelle assemblee rappresentative rappresentano tutto il popolo come entità astratta.
  • Democrazia diretta: in cui il popolo partecipa direttamente alle scelte della repubblica (ad esempio di referendum, l’iniziativa di legge popolare, la petizione alle camere, ecc.).

Articolo 2

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

L’articolo 2 contiene due principi: quello personalista e quello pluralista. Nel medioevo esistevano corpi, corporazioni e ceti che formavano lo strumento attraverso cui partecipare alla dimensione pubblica, cioè si verificava l’immedesimazione del politico nel sociale. Con la rivoluzione francese si introduce il divieto del mandato imperativo. I rappresentanti nell’assemblea dovevano rappresentare tutto il popolo. Era addirittura vietato costituirsi in associazione, perché si voleva un rapporto diretto tra cittadini e Stato, e non mediato da corpi sociali.

Nel 1848 si riconosce il diritto di riunione (più persone anche con scopi diversi che si incontrano e si confrontano) ma non all’associazione (insieme di persone con lo stesso scopo) che rappresenta un corpo che si frappone tra il singolo e lo Stato sovrano. C’è una profonda contrapposizione tra comunitaristi (coloro che ritengono che il momento centrale della crescita personale avvenga all’interno delle formazioni sociali) e individualisti (che ritengono che ciascuno debba vivere come individuo nello Stato).

Questa contrapposizione trova una composizione nella costituzione repubblicana, che riconosce il diritto alle associazioni con l’articolo 18, e nell’articolo 2 individua come principi fondamentali quello personalistico (l’individuo) e quello pluralistico (le formazioni sociali). Nella concezione accolta dal nostro ordinamento, i diritti fondamentali sono preesistenti allo Stato, da cui vengono riconosciuti. Si supera il dualismo tra individualisti e comunitaristi perché si riconosce il diritto dei singoli sia come singoli sia nelle formazioni sociali (famiglia, parrocchia, l’associazione sono luoghi dove si sviluppa la personalità dell’individuo).

L’articolo 2 è una sorta di clausola generale perché consente di interpretare le norme risolvendo le antinomie, cioè i contrasti tra norme. Le clausole generali sono norme aperte che non hanno contenuto specifico, descrittivo di una fattispecie, ma danno principi e regole il cui contenuto può anche mutare col mutare della sensibilità sociale.

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Scienze giuridiche IUS/09 Istituzioni di diritto pubblico

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