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Preistoria, triennale

Appunti di preistoria e protostoria basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. De Marinis dell’università degli Studi di Milano - Unimi, facoltà di lettere e filosofia, Corso di laurea in scienze dei beni culturali. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Preistoria e protostoria docente Prof. R. De Marinis

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e la sua eventuale contemporaneità, almeno a partire da un certo momento, con altre forme più

avanzate di ominidi, non possono per ora essere risolti in modo definitivo, gli esempi più notevoli

di Australopithecus africanus (o gracilis), databili al periodo di polarità normale di Gauss tra 2,92 e

bipedia permanente,

2,6 milioni di anni, presentano una dimostrata dal bacino di tipo umano,

bacino

largo e svasato; altri aspetti del differiscono dall’uomo e sembrano indicare una bipedia

meno perfetta che nell'uomo; la morfologia del femore e la posizione del foramen magnum del

cranio confermano la bipedia dell’Australopithecus africanus.

L'altezza di questo australopiteco è calcolata intorno a 1­1,25 m; esso aveva ancora braccia molto

lunghe e dita della mano e dei piedi ricurve, tutti aspetti pitecoidi che indicano una abilità di

arrampicatore sugli alberi. Il cranio mostra tendenze umane più modeste: la faccia è proiettata in

avanti rispetto al neurocranio, il rapporto tra neurocranio e splancnocranio è più simile a quello

delle scimmie antropomorfe che non a

quello dell’uomo, la capacità cranica (che

oscilla tra i 370 e i 518 cm ) è molto

3

bassa, ma più alta, relativamente alle

dimensioni corporee, che in qualsiasi

pongide.

Nonostante questi aspetti primitivi, vi sono

anche caratteri morfologici più evoluti

rispetto all’australopithecus afarensis e di

dentaria

tipo prettamente umano: l'arcata

parabolica dentatura,

è e la con

premolari e molari ridotti rispetto agli

incisivi e ai canini, delinea per la prima

volta una chiara tendenza verso

l'onnivoria.

È incerto se l'Australopithecus africanus fabbricasse strumenti, ma è molto probabile che usasse

strumenti naturali, in particolare pietre naturalmente scheggiate, ossa lunghe e pesanti, denti e

corna animali, bastoni di legno.

Dalle caverne di Sterkfontein proviene anche un altro ominide per il quale R. Broom coniò il

parantropus mascella enorme,

termine di che ha una dei molari molto grandi e i denti anteriori più

piccoli; in più sul cranio vi è una lunga linea sagittale che era necessaria per permettere

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l’inserimento dei muscoli per reggere la mandibola. Ominidi fossili simili al Paranthropus robustus

sono stati scoperti, a partire dal 1959, anche nell’Africa orientale, dapprima nel livello I di Olduvai

e poi in altre località, soprattutto del Turkana e questi esemplari sono ora riuniti in una specie

Paranthropus boisei.

ritenuta diversa da quella sudafricana, ma attribuita allo stesso genere,

Il parantropus robustus ha un bacino di tipo umano, era bipede, ma ha avuto una traiettoria

evolutiva diversa da quella dell’uomo (recentemente sono stati trovati un cranio completo di

parantropo e anche molti altri resti); i parantropi compaiono da 2.500mila anni fa; essi hanno un

apparato masticatorio enorme in risposta a un ambiente di savana dove, per sopravvivere, si

dovevano adattare alle specie vegetali, infatti questo apparato masticatore così potente è tipico di

una dieta vegetariana coriacea e anche l’aumento della superficie masticatoria dei molari e

premolari, le loro cuspidi basse e tozze e l’aspetto piatto in seguito all’usura indicano una dieta

vegetariana comprendente non solo fogliame ed erbe, ma anche radici, tuberi e bacche.

Il parantropo aveva dimensioni corporee maggiori dell’australopithecus africanus e poteva

raggiungere un'altezza di 1,5 m e anche la capacità cranica è in media maggiore di quella

dell’africanus. dimorfismo sessuale,

Nel Parantropo si riscontra un chiaro maggiore che nell’africanus: la cresta

sagittale del cranio è tipica dei maschi e risulta assente nelle femmine.

Il parantropo è posteriore all’afarensis (2,5­1milione di anni fa) ed è contemporaneo di alcuni

rappresentanti del genere homo e si è adattato a un ambiente difficile, cioè al dovere consumare cibi

molto coriacei; sia il parantropo che l’australopithecus africanus erano consumatori di frutta, erano

arrampicatori e hanno entrambi un neurocranio di tipo scimmiesco.

In origine gran parte dell’Africa era coperta dalla foresta pluviale, mentre dal Pliocene hanno

iniziato a susseguirsi periodi freddi e periodi interglaciali; il riflesso di questo cambiamento è la

diminuzione globale del clima e delle oscillazioni che determinano dei cambiamenti profondi in

Africa: la foresta pluviale rimane solo ad ovest della Rift Valley, mentre a est si forma l’ambiente

della savana.

L’ambiente dove è avvenuto il processo di ominazione doveva essere intermedio tra la foresta

pluviale e la savana, cioè la cosiddetta savana boscosa: i più antichi ominidi non sono vissuti in un

ambiente di savana aperta altrimenti non avrebbero acquistato la stazione eretta che invece è stata

bipede,

acquisita in un ambiente alberato. La comparsa dell’andatura che rappresenta l’inizio della

modifiche ambientali

storia evolutiva degli ominidi, si ricollega quindi alle verificatesi in Africa

verso la fine del Miocene e nel corso del Pliocene: l’areale delle foreste si ridusse e si espanse

quello delle praterie erbose e della savana. 21

In questo nuovo habitat non potevano sopravvivere brachiatori o camminatori sulle nocche, che

infatti rimasero confinati nella foresta pluviale a occidente della Rift Valley; nell’ambiente aperto

della savana potevano sopravvivere soltanto primati quadrupedi, come i babbuini, oppure grandi

scimmie antropomorfe che avessero adottato un nuovo modo di locomozione, la bipedia, e questi

furono gli ominidi. Il percorso dell’evoluzione è determinato non solo dalla pressione selettiva

dell’ambiente, ma anche da ciò che un organismo vivente è nella sua realtà effettiva, in altri termini

dal suo passato evolutivo; poiché i nostri antenati non erano quadrupedi, ma brachiatori o

camminatori sulle nocche, la via obbligata per adattarsi a vivere in un ambiente aperto come la

savana era la bipedia.

La documentazione fossile mostra che l’adozione della bipedia precede il processo di accrescimento

del cervello, ma come mai i nostri antenati hanno adottato la bipedia che ha loro permesso di

sopravvivere? Sono state avanzate al proposito diverse teorie e una gode di maggior successo;

secondo la maggior parte degli studiosi la bipedia si collega alle modificazioni ambientali che si

sono verificate in Africa nel corso del Pliocene, quando le foreste hanno cominciato a ritirarsi e le

praterie erbose a espandersi.

La differenziazione del piede dalla mano vuol dire avere le mani liberate dalle funzioni della

locomozione e quindi libere di manipolare, fabbricare utensili e trasportare cose e cibo, come già

Darwin aveva compreso; tuttavia, la fabbricazione di utensili comparirà soltanto dopo qualche

milione di anni dalla comparsa della bipedia e inoltre abbiamo visto come i più antichi Ominidi

fossero ancora legati, almeno in parte, a una vita arboricola e avessero una grande abilità e necessità

di arrampicarsi sugli alberi.

La bipedia non solo si è affermata prima della capacità di fabbricare utensili, ma anche prima che

gli ominidi si diffondessero nella savana: se un primate avesse dovuto diventare bipede dopo essersi

diffuso nella savana, non ne avrebbe mai avuto la possibilità perché si sarebbe rapidamente estinto

in quanto facile preda per i carnivori; la bipedia, infatti, non è il modo di locomozione più efficiente

per spostarsi rapidamente in un habitat aperto, i quadrupedi sono di gran lunga più veloci dei bipedi.

I nostri antenati ominidi non erano quadrupedi, ma brachiatori e si è passati da un primate

brachiatore a un ominide, ma quale vantaggio ha portato la nuova forma di deambulazione? La

teoria più organica è stata formulata da Lovejoy nel 1981: egli illustra il passaggio in 4 tappe (che si

dividono in settori: il primo riguarda la locomozione, il secondo la distinzione tra uomo e donna, il

terzo le modalità di accoppiamento, il quarto la percentuale delle nascite, il quinto la fertilità della

donna, il sesto le relazioni di parentela e il settimo l’ambiente). Nel primo quadro l’ambiente è

tropicale, la locomozione è quella delle scimmie antropomorfe, la distinzione tra uomo e donna è

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scarsa e l’accoppiamento è indiscriminato; in più presso le grandi scimmie antropomorfe abbiamo

un basso tasso di natalità perché le femmine, ad esempio quelle di scimpanzè, possono allevare un

solo figlio per volta perché devono procurarsi il cibo, visto che non esiste una cooperazione tra

maschio e femmina per procurarsi il cibo; quindi la femmina deve battere tutto il territorio per

cercare il cibo, come i maschi.

In più esiste una relazione di parentela limitata al rapporto madre/figlio perché il maschio si

disinteressa della sua progenie.

Gli altri quadri mostrano come potrebbero essere andate le cose dal punto di vista evolutivo: si

passa dall’accoppiamento indiscriminato a una scelta, a una selezione in base a dei simboli di

carattere individuale; si comincia ad acquisire la stazione eretta e la bipedia; il maschio inizia a

spostarsi di più rispetto alla femmina per procurare il cibo e comincia a lasciare un po’ di cibo alla

femmina; comincia a stabilirsi una relazione più fissa tra maschio e femmina e questo consente di

allevare più figli per volta. Questa situazione si evolve progressivamente: comincia a crearsi una

relazione maschio/femmina stabile e una selezione di carattere sessuale; il maschio ha il compito di

cercare il cibo e di portarlo alle femmine. Ma perché mai un maschio dovrebbe approvvigionare di

cibo la femmina e i suoi cuccioli?

Ciò è possibile soltanto se si formano dei legami permanenti tra il maschio e la femmina e il legame

di coppia presuppone altri cambiamenti significativi: la scomparsa dell’estro nella femmina, e

quindi la scomparsa della competizione violenta tra i maschi per l’accesso alle femmine, una

ricettività sessuale permanente della femmina, una differenziazione epigamica che favorisca le

scelte individuali, ad es. la comparsa di un seno voluminoso nelle femmine che compensa la perdita

dell’estro visibile, tipico dei primati.

Il legame di coppia sarebbe la spiegazione della bipedia, infatti il maschio come farebbe a

trasportare il cibo per la sua famiglia se usasse gli arti superiori per la locomozione? Egli deve avere

le mani libere, svincolate dall’esigenza della locomozione e la liberazione delle mani, secondo

questa teoria, è connessa alla differenziazione epigamica.

Questa teoria è stata in voga per alcuni anni, ma è contraddetta da una serie di fatti: se fosse vero

che già in quest’epoca remota fosse scomparso nelle femmine l’estro, non si spiegherebbe la

permanenza di un forte grado di dimorfismo sessuale, documentato dai resti fossili degli

australopiteci.

Un seno femminile voluminoso, tipico della specie umana anatomicamente moderna, non può che

essere in relazione all’allattamento della prole: infatti, una volta scomparso il prognatismo facciale,

il neonato rischiava il soffocamento durante la suzione, quindi esiste una correlazione precisa tra

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seno piatto e prognatismo facciale e seno voluminoso e faccia ortognata. Il seno femminile nella

nostra specie non può che essere un’acquisizione recente.

Più convincenti sembrano altre teorie proposte per spiegare l’adozione della stazione eretta e della

locomozione bipede da parte degli ominidi: verso la fine del Miocene e nel corso del Pliocene la

compatta e densa foresta pluviale è andata incontro a una progressiva riduzione e frammentazione,

gli spazi lasciati liberi dalla foresta sono stati occupati dalla savana boscosa, un ambiente di

transizione, e dalla savana aperta.

Per una specie arboricola e frugivora come i nostri antenati la riduzione degli alberi ha comportato

una dispersione delle risorse alimentari in tanti nuclei separati l’uno dall’altro da spazi aperti più o

meno estesi. Per ottenere la stessa quantità di cibo era necessario spostarsi frequentemente da un

sito all’altro attraversando spazi aperti e per questi spostamenti la locomozione bipede a grandi

passi era senza dubbio un modo di deambulazione più efficiente del camminare sulle nocche tipico

dello scimpanzè e del gorilla.

Col diffondersi delle praterie e delle savane a spese della foresta molte grandi scimmie

antropomorfe andarono incontro all’estinzione e soltanto una specie riuscì ad adattarsi alle nuove

condizioni, frequentando e camminando velocemente su due piedi per raggiungere i gruppi isolati di

alberi e i nuclei residui di foresta.

La bipedia ha certamente consentito altri vantaggi, come poter trasportare cibo sugli alberi,

trasportare i piccoli durante gli spostamenti, guardare al di sopra delle erbe alte della prateria per

meglio controllare l’ambiente e segnalare la presenza di eventuali pericoli, diminuire lo stress

termico riducendo la superficie corporea esposta alla radiazione solare.

Cmq questa teoria ha avuto il merito di porre l’accento su un fatto, cioè che l’azione tecnica della

mano e il linguaggio sono le strutture principali dell’uomo, ma la strategia riproduttiva degli uomini

si differenzia da quella degli altri animali, perché le donne non hanno più un periodo di estro.

2,5 e 2,4 milioni di anni

Cosa succede dopo l’australopithecus? Per il periodo tra fa la

documentazione fossile non è così ricca; tra 2,4 e 1,7 milioni di anni fa dalla documentazione

disponibile appare chiaro che in questo periodo si è verificato il secondo grande avvenimento

capacità cranica.

nell’evoluzione degli ominidi, l’espansione della Poiché l’encefalizzazione è una

caratteristica fondamentale del genere Homo, gli ominidi vissuti in questo periodo che non siano

riconducibili all’australopiteco robusto vengono classificati nel genere Homo. homo

Intorno a 2,4 milioni di anni, in Africa fa la sua comparsa un altro ominide che fu definito

habilis, ma si tratta di una specie molto controversa: inizialmente Louis Leakley e Philip Tobias

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fecero delle ricerche a Olduvai, nella parte basale della stratificazione, chiamata Bed I, dove sono

emersi fossili in gran parte di parantropi e di homo habilis, ma è emersa anche la prima industria

litica che ha preso il nome di olduvaiana, collocabile tra 1,8 e 1,7milioni di anni fa.

Nel 1964 Leakey e Tobias definirono questa specie homo habilis perché contemporaneamente

hanno fatto la loro comparsa i primi strumenti artificiali; in più l’homo habilis ha una capacità

cranica più elevata di quella degli altri australopiteci che invece hanno una capacità cranica più

simile a quella di una scimmia, che è di circa 700/750 cm . Molti studiosi erano scettici sul lavoro

3

compiuto da Leakey e Tobias perché ritenevano che il materiale fosse troppo eterogeneo.

Nel 1972 il figlio di Leakey, Richard, scoprì uno dei crani di ominidi che divenne molto famoso, il

1470: nella località di Koobi Fora vennero trovati molti frammenti con cui fu possibile ricostruire il

cranio che, una volta ricostruito, mostrava una capacità cranica che superava i 700 cm ; in più il

3

prognatismo facciale era notevolmente ridotto e le ossa della faccia erano molto larghe: per questo

rudolfensis.

l’antropologo Bernard Wood ha voluto chiamarlo

Successivamente sono stati trovati altri reperti più o meno completi che sono stati attribuiti

all’homo habilis; alla fine quindi le scoperte successive hanno confermato che tra 2,4 e 1,7­1,8

milioni di anni fa vi era un nuovo ominide dotato di un cervello di grandi dimensioni.

Fino a un certo periodo si conoscevano però solo crani e non scheletri, finchè nel 1985 Donald

Johanson e Tim White scavarono a Olduvai dove, nel sito DDH (Dik­Dik Hill), alla base del Bed I,

scoprirono frammenti di cranio, un omero, ulna, radio, femore e un frammento di tibia di un

individuo femminile adulto che sono stati attribuiti all’homo habilis; per la prima volta era

scheletro

disponibile un buon numero di parti dello post­cranico che con i suoi caratteri ancora

primitivi dimostrava che l’habilis era effettivamente molto simile all’australopiteco gracile.

Da qui si è anche potuta stabilire l’altezza che doveva essere di poco più di un metro; altre analisi

poi hanno permesso di comprendere che l’homo habilis aveva una gabbia toracica a imbuto

rovesciato, quindi qualcuno ha parlato di australopithecus habilis perché il corpo è quello di un

australopithecus; arrampicatore:

in più anche le dita dimostrano che era un abile una importante

differenza tra l’uomo e le scimmie antropomorfe è la robustezza del metacarpo, la falange terminale

del pollice che nell’uomo è più massiccia, mentre nelle scimmie antropomorfe è esile e questo ha a

che vedere con la possibilità di creare degli oggetti; anche nei parantropi troviamo il pollice robusto

e questo ha fatto pensare che fossero in grado di creare oggetti.

La specie dell’homo habilis è quindi a metà tra l’ominide e il genere homo, quindi tra 2,4 e 1,7

milioni di anni fa esistevano questi ominidi che costituiscono la transizione tra l’ominide preumano

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e l’ominide umano e il fatto che fossero in grado di fabbricare utensili li fa includere più nel genere

homo.

La comparsa del genere homo è stata quindi retrodatata da 1,8 fino a 2,4 milioni di anni, ma non è

ancora chiaro se per circa 600.000 anni vi sia stata un’unica specie di homo, l’homo habilis, oppure

più specie, come sono inclini a ritenere molti studiosi.

Infatti, gli ominidi di questo periodo presentano molte differenze tra loro: inizialmente interpretate

come segno della persistenza di un forte dimorfismo sessuale, la maggior parte degli studiosi

attualmente ritiene che costituiscano la prova dell’esistenza di almeno due specie diverse di homo.

Dal punto di vista morfologico, ed anche per quanto riguarda la sua posizione cronologica, homo

habilis rappresenta uno stadio intermedio tra le australopithecine e l’homo erectus; la caratteristica

decisiva per includerlo nel genere homo è la maggiore capacità cranica rispetto alle australopitecine.

La caratteristica decisiva per includerlo nel genere homo è la maggiore capacità cranica rispetto alle

homo habilis

australopitecine, ma anche altri aspetti morfologici dimostrano che era un ominide più

avanzato di australopithecus africanus: la diminuzione della dimensione dei molari, che sono di

minore prognatismo facciale,

forma meno larga e più allungata, un la mascella e la mandibola

sono più piccole rispetto alle australopitecine.

La scoperta di parte delle ossa dello scheletro post­cranico di un individuo femminile avvenuta nel

1985 ad Olduvai ha dimostrato, tuttavia, che gli arti superiori erano ancora relativamente lunghi, il

femore corto, la statura molto bassa, quindi homo habilis doveva essere ancora un agile

arrampicatore degli alberi, come le australopitecine. Che il corpo dell’homo habilis non fosse molto

diverso da quello dell’australopiteco gracile è dimostrato anche dalle ossa della mano e del piede

rinvenute a Olduvai.

Grande importanza per l’inclusione dell’habilis nel genere homo ha avuto la scoperta che la più

antica industria litica risale allo stesso arco cronologico, tra 2,4 e 1,8 Ma, e la constatazione a

Olduvai dell’associazione tra questa industria litica, denominata olduvaiana, e i resti attribuiti

all’homo habilis.

Da questo fatto deriva il nome attribuito alla specie, dietro suggerimento di Raymond Dart, che

voleva sottolineare come questo ominide fosse in grado di fabbricare utensili artificiali; un altro

fatto rilevante è stata la dimostrazione della coesistenza di due specie di ominidi, l’habilis e il

parantropo, che si evolsero una accanto all’altra. Ormai la maggior parte dei paleoantropologi

concorda sul fatto che i reperti attribuiti a homo habilis presentano un tale grado di variabilità da

non poter essere attribuiti a un’unica specie. 26

Bernard Wood ha attribuito il celebre cranio ER 1470 e il frammento cranico del lago Baringo a una

homo rudolfensis,

nuova specie, contemporanea dell’habilis; rispetto all’habilis l’homo rudolfensis

ha denti di maggiori dimensioni, la faccia notevolmente più larga e un potente apparato masticatorio

e per quanto possa sembrare paradossale anche un cervello più grande.

I più antichi strumenti artificiali compaiono in Africa orientale, a Kada Hadar e questi manufatti che

sono scheggiati artificialmente, si trovano in un contesto geologico che è stato datato a 2,5milioni di

anni fa; altri manufatti sono stati trovati nella valle dell’Omo e altri nel Turkana.

Poi, da 1,8/1,9 milioni di anni fa abbiamo la sequenza di Olduvai proveniente dal Bed I, dove

troviamo un’industria litica più compiuta: inizia quindi la formazione di una tradizione culturale

della scheggiatura delle pietre per ottenere dei manufatti che abbiamo un margine tagliente. A

Olduvai i coniugi Leakey hanno scavato un sito su cui si trovavano delle paleosuperfici su cui

l’uomo aveva soggiornato, infatti avevano trovato molte ossa di animali e degli oggetti scheggiati.

Da 1,7milioni di anni fa abbiamo la documentazione di un ominide che è sicuramente un

erectus;

rappresentante del genere homo, cioè l’homo i primi esempi di questo ominide vennero

scoperti sull’isola di Giava ed inizialmente era stato chiamato pitecantropus erectus, poi vennero

scoperti degli esemplari simili vicino a Pechino alla fine degli anni 20 e venne chiamato sicantropus

erectus, ma alla fine venne chiamato homo; quindi i più antichi resti erano stati scoperti in Asia.

Con le ricerche di Leakey a Olduvai vennero trovati dei resti di homo erectus anche qui e poi

vennero trovati anche in altre parti dell’Africa e la loro datazione permise di stabilire che si trattava

dei più antichi resti. L’homo erectus quindi è il primo ominide che esce dal continente africano e

che popola altre parti dell’Asia e dell’Europa. In seguito alcuni studiosi hanno ritenuto che queste

più antiche forme di homo erectus presentassero differenze rispetto agli esemplari asiatici tali da

homo ergaster,

giustificare la loro attribuzione a una specie distinta denominata limitando quella di

homo erectus ai soli fossili asiatici, in base ai quali il taxon fu definito per la prima volta. Inoltre,

europei

anche i reperti attribuiti in un primo tempo a homo erectus sono stati attribuiti a una specie

homo heidelbergensis.

distinta,

Quindi, mentre un tempo si riunivano fossili asiatici, africani ed europei in una sola specie, ora

vengono attribuiti a tre specie distinte di homo: ergaster, heidelbergensis ed erectus; al contrario,

secondo altri autori le differenze tra reperti africani e asiatici sono espressione di una varietà

geografica di una medesima specie. 27

Fino a poco tempo fa si pensava che le forme più arcaiche di homo erectus derivassero dall'homo

habilis, oggi si conoscono fossili attribuiti ad homo erectus che sono antichi quanto l'homo habilis e

quindi questa derivazione viene messa in dubbio.

L’homo erectus si colloca a partire da 1,7milioni di anni fa e circa le sue caratteristiche i più antichi

mostrano un accrescimento della capacità cranica rispetto all’homo habilis. dimensioni corporee

Le caratteristiche principali dei più antichi Homo erectus sono le accresciute

notevolmente rispetto

agli australopiteci e all’homo habilis e

rudolfensis e paragonabili a quelle

dell’uomo moderno e l’inizio di un

marcato processo di encefalizzazione,

cioè di aumento delle dimensioni del

cervello.

Le ossa degli arti superiori,

soprattutto quelle dell'avambraccio

(ulna e radio), si accorciano, mentre il

femore e la tibia si allungano un poco.

Si raggiungono così le proporzioni

propriamente umane e nello stesso

tempo si raggiungono anche le

dimensioni dell'uomo moderno per

quanto riguarda l'altezza.

sopraorbitaria

L’homo erectus ha un’arcata molto forte, il frontale basso e sfuggente, la volta

cranica bassa e l’occipitale forma un angolo molto accentuato; l’apertura nasale è larga (quindi è il

primo ominide dal naso quasi umano) e le ossa nasali un po’ sporgenti; dall’alto il cranio presenta

un restringimento retrorbitrario.

L’homo erectus ha un corpo di tipo perfettamente moderno e questo è stato confermato da una

scoperta di Leakey nel West Turkana di uno scheletro chiamato “Turkana boy” che è lo scheletro

più completo che sia mai stato trovato.

L’homo erectus aveva le dimensioni corporee dell’uomo anatomicamente moderno, ma come è

stato datato? Esso è stato trovato su un tufo vulcanico che è stato datato a 1,6milioni di anni fa.

Il “Turkana boy” ha circa 11/12 anni ed è alto 1,68 cm e, una volta adulto, avrebbe raggiunto i

1,80cm. In più, mentre l’australopithecus e l’homo habilis avevano le braccia lunghe per

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arrampicarsi, qui le proporzioni dell’omero e del femore sono tipicamente umane, la cassa toracica

non è più a imbuto rovesciato e la sezione delle costole è piatta, non più triangolare. Si è calcolato

che da adulto il cranio avrebbe raggiunto i 909 cm , quindi aveva una capacità cranica ridotta.

3

Negli ultimi anni sono stati trovati 4/5 crani di homo erectus molto antichi, in Georgia in uno strato

geologico molto ben datato intorno a 1,700mila b.p. e da questo sito è venuta alla luce anche

dell’industria litica scheggiata e dei crani classificabili come forma arcaica di homo erectus.

Durante il pleistocene medio, tra 1,0 e 0,3 milioni di anni circa, vissero le forme classiche

dell'homo erectus, la cui diffusione viene ora a comprendere anche l'Europa; dall'associazione più

homo

volte riscontrata tra homo erectus e manufatti di pietra scheggiata, sappiamo che

erectus/homo bifacciale

ergaster creò la cultura del (o amigdala) (ritrovamenti di Olduvai, Melka

Konturè). Poiché le culture a bifacciali sono note in Europa fin dalle fasi antiche, dobbiamo

dedurre che vi furono portate da uomini appartenenti alla specie homo erectus/ergaster.

Nell’Asia orientale, al contrario, non è attestata la cultura del bifacciale, almeno durante il

pleistocene medio, e ciò può interpretarsi come prova del fatto che la diffusione degli ominidi in

Asia sia avvenuta prima che in Africa si passasse dalla pebble culture a quella del bifacciale. I più

importanti reperti di homo erectus del Pleistocene medio sono tra l'altro, per il loro numero e la

loro completezza, proprio quelli asiatici, di Giava e della Cina.

Quindi da 1,500 a 1,200mila anni fa troviamo il complesso di industria litica dei bifacciali cui

corrisponde un’abilità maggiore. Ma qual è il significato evolutivo dell’acquisizione di un grande

cervello e della creazione degli oggetti artificiali? Alla base vi è un comportamento di carattere

culturale, ma quando questo comportamento è stato prodotto è uno dei problemi essenziali della

paleoantropologia; le più antiche industrie litiche si trovano da 2,4milioni di anni fa, insieme a delle

ossa di animali, ma questa associazione cosa rivela? Un tempo, fino agli inizia degli anni 70, si

pensava che rivelasse un comportamento umano da cacciatore­raccoglitore.

L’homo erectus ha una ridotta capacità cranica rispetto all’uomo moderno e anche un neurocranio

diverso, ma è cmq molto diverso dalle scimmie antropomorfe, quindi l’homo erectus si colloca a

metà tra le scimmie antropomorfe e le australopitecine e l’uomo moderno.

L'Homo erectus, dalle forme africane più arcaiche, il cd. homo ergaster, a quelle asiatiche, secondo

alcuni l' homo erectus "stricto sensu", e a quelle europee, il cd. homo heidelbergensis, si caratterizza

principalmente per l'acquisizione di un corpo sostanzialmente di tipo umano in senso moderno, e di

un cervello di maggiori dimensioni rispetto a tutti i precedenti ominidi, anche se ancora inferiori

rispetto all'umanità attuale. Sono, quindi, uomini a capacità cranica ridotta, in altre parole non erano

più ominidi simili a una scimmia antropomorfa, ma neppure uomini come noi.

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encefalizzazione

Il processo di che osserviamo in homo erectus si accompagna anche ad una più

dipendenza prole

prolungata della dai genitori: nelle scimmie antropomorfe il periodo di

dipendenza dalla madre, l'età dello svezzamento, il periodo di sviluppo infantile e giovanile e l'età

di raggiungimento della maturità sono molto più rapidi che non nell'uomo e questa differenza dei

dentatura permanente

ritmi di sviluppo è dimostrata dai differenti modelli di eruzione della e dal

diverso tasso di accrescimento del cervello dopo la nascita.

Una più prolungata dipendenza della prole dai genitori è strettamente correlata alla necessità di un

più prolungato periodo di apprendimento: è l'apprendimento del linguaggio, della cultura e delle

complesse regole della vita sociale che consente all'individuo di diventare adulto e di sopravvivere

(esempio l’uomo moderno non può sopravvivere se non viene accudito da genitore e il periodo di

dipendenza è molto lungo)

In base ai dati finora acquisiti possiamo dire che il modello di sviluppo della dentatura permanente

nei più antichi ominidi come gli australopiteci, era sostanzialmente simile a quello delle scimmie

antropomorfe, mentre l'homo erectus si trova in una posizione intermedia e infatti nel ragazzo di

Nariokotome il modello di eruzione della dentatura permanente è a metà tra le australopitecine e

l’uomo moderno. cassa

Un altro aspetto importante che collega l'homo erectus all'umanità attuale è la forma della

toracica; le antropomorfe e i più antichi ominidi, come l'australopiteco e lo stesso homo habilis,

avevano costole a sezione arrotondata e una cassa toracica a forma di imbuto, stretta in alto e molto

larga in basso e questa forma è in relazione alle dimensioni molto grandi degli intestini.

L'uomo, invece, ha costole a sezione appiattita e una cassa toracica a forma di botte, con intestini di

dimensioni ridotte; gli intestini molto grandi sono tipici degli animali che hanno una dieta

vegetariana, perché devono digerire una grande quantità di cibo vegetale. I carnivori hanno intestini

più piccoli; l'uomo moderno è onnivoro ed ha intestini che sono più piccoli rispetto a quelli delle

scimmie antropomorfe.

Lo scheletro di Nariokotome ha permesso per la prima volta di comprendere con precisione che il

corpo dell' homo erectus era fondamentalmente simile a quello dell'uomo moderno, a parte la

robustezza, tanto per le dimensioni quanto per la forma; infatti la gabbia toracica è di tipo umano e

di conseguenza bisogna ritenere che anche la dieta non fosse più esclusivamente vegetariana.

Questi fatti, più l'accertato allungamento del periodo di dipendenza infantile, dimostrano che il

modo di vita dell' homo erectus si era allontanato da quello dei più antichi ominidi e aveva

imboccato una strada che andava nella direzione dell'umanità attuale.

30

Dal punto di vista culturale l' homo erectus africano ed europeo è l'autore di una industria litica,

acheuleana,

denominata che si contraddistingue per la produzione di bifacciali, a volte

accuratamente ed elegantemente lavorati. Questa industria compare per la prima volta in Africa

circa 1,5 milioni di anni e per più di 1 milione di anni permane più o meno inalterata, senza

apprezzabili cambiamenti; quindi i ritmi dell'evoluzione tecnologica furono straordinariamente

lenti. Molto controversa è la questione se l' erectus fosse capace di controllare ed utilizzare il fuoco;

prove sicure in questo senso mancano prima di 500 ­ 400 ka, quindi è possibile che soltanto le più

tarde ed avanzate forme di homo erectus abbiano imparato a controllare il fuoco, una delle maggiori

conquiste culturali dell'umanità.

Le lentezze dell'evoluzione culturale dell' erectus, anzi la sua sostanziale staticità, indicano

abbastanza chiaramente che le capacità intellettive e linguistiche, per quanto dovessero essere

notevolmente superiori a quelle delle scimmie antropomorfe, dovevano essere ancora ben lontane

da quelle dell'umanità moderna. A questo punto, considerando gli alti costi in termini metabolici

richiesti all'organismo per mantenere un cervello di grandi dimensioni, ci si può domandare quale

fosse il vantaggio evolutivo di questa prima importante tappa del processo di encefalizzazione.

maggiore intelligenza

Una significa maggiore capacità di elaborare informazioni e maggiore

sfruttamento

capacità di interazioni sociali e ciò comporta una più elevata capacità di delle risorse

sopravvivenza;

dell'ambiente e una più alta probabilità di l'aumento delle dimensioni del cervello

deve essere stato strettamente correlato anche alla capacità di percorrere rapidamente lunghe

distanze.

Spostarsi più rapidamente significa percorrere più ampi spazi e avere maggiori probabilità di

trovare cibo, ma anche, in un ambiente tropicale come quello della savana, andare incontro al

rischio di uno stress termico.

Per evitare questo rischio l'homo erectus ha sviluppato un nuovo modo per mantenere la

temperatura corporea stabile; innanzitutto, la stazione eretta e l'andatura bipede riducono la

superficie corporea colpita direttamente dalla radiazione solare, ma di per sé non erano sufficienti:

per poter percorrere velocemente lunghe distanze nella savana è stato necessario acquisire un

perdita mantello peloso,

sistema di termoregolazione basato sulla del l'aumento delle ghiandole

sudorazione.

sudoripare e un'abbondante

L'evaporazione del sudore abbassa la temperatura corporea e produce un effetto refrigerante; grazie

a questo meccanismo era possibile aumentare senza rischi il livello di attività in un ambiente

tropicale. 31

Sia l’olduvaiano sia l’olduvaiano evoluto e l’acheuleano inferiore sono spesso associati a grandi

quantità di ossa animali, specialmente erbivori, e di pietre; sull'interpretazione di questi accumuli è

stato formulato un ampio ventaglio di proposte. L' homo habilis e l’homo ergaster/erectus erano

cacciatori oppure erano scavangers in competizione con iene ed avvoltoi?

Inizialmente il comportamento culturale dei più antichi progenitori del genere homo era stato

interpretato come il comportamento di un cacciatore, infatti i coniugi Leakey, che a Olduvai

avevano messo in luce varie paleosuperfici, le avevano interpretate come siti di macellazione delle

prede; oppure come superfici di abitato (le più antiche sulla terra), pertinenti a un campo­base, di

uomini che avevano acquistato un comportamento di cacciatori/raccoglitori.

Sotto l’impatto di questi scavi il

comportamento di questi antichi

uomini era stato considerato

completamente umano, infatti

possedevano un metodo di

sussistenza, la caccia, che poi

avrebbe influenzato lo sviluppo

del genere umano. Glynn

Alla metà degli anni 70

Isaacs, che aveva condotto delle

ricerche nei siti del Turkana,

aveva cominciato a dare una

nuova impostazione del problema del comportamento di questi antichi uomini; egli aveva fatto la

tipologia delle paleosuperfici messe in evidenza dai coniugi Leakey e aveva definito tre tipi di siti:

• tipo A, siti in cui si trova industria litica, ma scarsi resti animali (officine litiche, luoghi

in cui si fabbricavano gli strumenti di pietra scheggiata);

• tipo B, siti in cui l’industria litica è associata ai resti ossei di un solo animale, in genere di

grandi dimensioni (siti in cui gli ominidi sfruttavano le carcasse di animali morti di morte

naturale o abbandonate dai predatori, macellandole e asportando le diverse parti);

• tipo C, siti caratterizzati da accumulo di industria litica e di ossa di animali diversi, che

costituivano i campi­base degli ominidi, in cui i maschi trasportavano i resti animali e le

donne i prodotti della raccolta (frutti, semi, vegetali commestibili); nel campo­base si

praticava la spartizione del cibo. 32

spartizione del cibo

Egli quindi propose la teoria della in cui l’accento non era più posto sull’uomo

cacciatore/raccoglitore, ma sulla capacità di cooperazione tra i membri dello stesso gruppo sociale;

il concetto della spartizione del cibo e di un campobase, implica quindi la capacità di cooperazione,

poi se la carne era ottenuta con la caccia o con altri mezzi era un problema difficile da risolvere

attraverso l’analisi di queste paleosuperfici, ma cmq questo non era l’aspetto più importante.

Binford, il più importante esponente della New Archeology, che aveva posto il problema che

l’archeologia era una scienza giovane e che non si era mai posta problemi di teoretica, condusse uno

studio sui paleosuoli di Olduvai e nel 1981 pubblicò Le ossa, gli uomini antichi e il mito moderno

che suscitò un certo scalpore, dove sosteneva che i Leakey avevano proiettato il comportamento di

un uomo moderno in un passato remoto; egli era convinto che il fenomeno della caccia e della

raccolta fosse più recente e contemporaneo alla comparsa del linguaggio vero e proprio.

Secondo Binford, i più antichi rappresentati del genere homo non erano neppure in competizione

con le iene per le carcasse, solo frequentavano i luoghi dove i carnivori lasciavano le carcasse delle

loro prede e, dopo che erano già anche passate le iene, estraevano dalle ossa delle carcasse il

midollo. Quindi secondo Binford le paleosuperfici non erano tali, ma erano luoghi dove i carnivori

accumulavano le loro prede.

Isaacs ha scavato un sito, quello di Karari, dove ha individuato delle paleosuperfici (tra cui una di

circa 200 m , risalente a 1,5 milioni di anni fa, quindi all’epoca dei più antichi homo

2

ergaster/erectus e molta industria litica, ma fu soprattutto importante la possibilità di rimontare le

)

schegge che erano state staccate dal nucleo, infatti questo significava che la lavorazione era

avvenuta sul luogo.

Egli fece poi delle analisi accurate delle ossa che risultarono spezzate a colpi di pietra, ma furono

osservati, sulla superficie delle ossa, anche dei segni di taglio con la sezione a V che potevano

essere stati prodotti solo dal margine tagliente di uno strumento e questo significava che erano

avvenuti processi di macellazione.

Quindi la teoria della spartizione del cibo di Isaacs trovava qui una sua conferma, infatti su queste

paleosuperfici gli uomini portavano le prede, qui era prodotta l’industria litica per macellare gli

animali e qui le donne potevano dedicarsi alla raccolta del cibo vegetale che era cmq un’importante

risorsa di cibo.

Questo presupponeva quindi l’esistenza di un gruppo con una forte interazione sociale; però restava

il problema se le carcasse erano state abbattute da questo antichi uomini o se prima erano state

uccise dai carnivori, però in quest’epoca è molto improbabile che l’uomo praticasse la caccia, infatti

nessuno degli attrezzi artificiali che sono stati trovati, è un’arma, ma si tratta di oggetti che

33

servivano a sezionare le carcasse e, in alcuni casi, a lavorare il legno (quindi gli utensili in pietra

erano necessari per staccare la pelle degli animali e sezionare la carne e le ossa).

Quindi può essere che gli ominidi vedevano dove si dirigevano gli avvoltoi per consumare le

carcasse, e quindi si recavano sul luogo armati di bastoni o di pietre per cacciare gli avvoltoi: questo

comportamento può essere forse all’origine della nascita dell’utensile perché lanciando le pietre e

cadendo, queste si scheggiavano e probabilmente gli ominidi si erano accorti che le pietre,

spezzandosi, avevano un margine tagliente (comunque il comportamento dei più antichi uomini,

secondo Isaacs, era difficile da capire).

Quindi tra 1,8 e 1,5 milioni di anni fa l’uomo cacciatore non esisteva ancora; ma quando l’uomo è

diventato un vero cacciatore, dotato di armi per cacciare le prede? Le tesi di Binford vennero

smontate da un rinvenimento in una torbiera a Schoeningen, in cui sappiamo che ci sono delle

condizioni anaerobiche in cui si conservano anche i reperti organici; qui sono state trovate alcune

lance d’abete rosso che sono state datate a 300mila anni fa e una di questa sembrava infissa nel

bacino di un cavallo; questa è la più antica evidenza che l’uomo è diventato un cacciatore, anche se

abbiniamo cmq altre evidenze indirette per cui possiamo dire che 500mila anni fa l’uomo era

sicuramente un cacciatore.

Quindi nelle prime centinaia di anni gli ominidi erano scavengers e praticavano lo sciacallaggio; poi

abbiamo un cambiamento, probabilmente avvenuto prima di 300mila anni fa e due siti importanti

Torralba Ambrona

sono in Spagna, e dove sono state fatte delle scoperte che hanno portato alla

luce resti di età pleistocenica. Agli inizi del 900 sono stati fatti degli scavi sistematici da parte di

uno studioso spagnolo, il marchese di Cerralbo grazie ai quali vennero alla luce parecchi resti di

elefanti e di altri erbivori di età pleistocenica, industria litica e anche un frammento di legno che,

secondo il marchese, era interpretabile come la punta di una lancia.

Nel 1961/63 vennero riprese le ricerche da parte di Howell a Torralba e nell’80/81 a Ambrona; le

analisi paleobotaniche hanno indicato un paesaggio con un clima più fresco di quello attuale; è stata

quindi trovata dell’industria litica a bifacciali, ma sembra che l’attrezzatura litica sia stata portata da

fuori e non sono stati trovati veri e propri focolai, ma sono stati raccolti numerosi carboni di legno e

numerose ossa bruciate, quindi c’è cmq la presenza del fuoco. Emerse però il problema di una

datazione precisa infatti secondo alcuni i resti trovati erano attribuibili al Pleistocene medio, cioè

250/100mila anni fa, secondo altri a un’età più antica, cioè 500mila anni fa.

Un aspetto importante è che due siti hanno restituito una grande quantità di ossa di animali e la loro

associazione con strumenti litici, quindi si trattava di siti per la macellazione degli animali e la

disposizione delle ossa fa pensare a una disposizione operata dall’uomo; ma come erano cacciati

34

questi animali? L’ipotesi che formulò Howell fu che questo luogo era un luogo di passaggio degli

elefanti nel periodo in cui migravano da posti più a nord a posti più a sud.

Il fatto che si tratta di una zona con corsi d’acqua che tendevano a impaludarsi e la presenza di vari

carboni ha fatto pensare all’ipotesi di una battuta di caccia con le torce accese che dovevano

impaurire gli elefanti e spingerli nelle zone paludose; qui cominciavano ad affondare nel fango e

quindi un altro gruppo, appostato con le lance, poteva facilmente colpirli e abbatterli.

Quindi questo prova che più di 300mila anni fa gli uomini erano cacciatori.

I dati certi finora acquisiti sembrano dimostrare che vi è coincidenza tra comparsa dei primi

strumenti artificiali di pietra e comparsa dei primi membri del genere homo, cioè di ominidi dotati

di un cervello di maggiori dimensioni; homo habilis e poi homo ergaster/erectus hanno sfruttato

l’economia naturale utilizzando la tecnologia, ma senza quelle interazioni sociali complesse rese

possibili dal linguaggio.

Le pietre hanno cominciato a essere spezzate e scheggiate per produrre margini taglienti, cioè

strumenti adatti a tagliare; le analisi microscopiche dei manufatti hanno mostrato attraverso lo

studio delle tracce d’uso che gli utensili erano impiegati principalmente per macellare carcasse di

animali e per tagliare il legno, cioè per fabbricare altri utensili di legno, e in misura minore per

tagliare steli di vegetali o per procurarsi del cibo o per confezionare dei giacigli.

Quali sono le implicazioni sociali e culturali dei primi strumenti? La fabbricazione di anche

semplici strumenti avrebbe richiesto concetti e abilità da apprendere durante il processo di crescita.;

ciò sarebbe stato facilitato dal prolungamento della dipendenza infantile e giovanile, il che significa

un legame con la madre più lungo e più intenso; il sistema sociale che comincia a svilupparsi con

l’uso di utensili è una sorta di luogo centrale di raccolta del cibo, la comunicazione di informazioni

diventa più vantaggiosa che nella vita di qualunque altro primate non umano e la selezione

comincia a favorire l’evoluzione delle abilità mentali che rendono il linguaggio possibile.

I grandi siti in cui si trovano concentrazioni di ossa e di strumenti sono focolai di vita sociale: in

questi luoghi il cibo era stato più volte portato per il suo consumo; sono stati indicati come campi­

base, basi domestiche, luoghi centrali di raccolta del cibo.

Inizialmente non è necessario il linguaggio per trasmettere le cognizioni necessarie alla

fabbricazione degli strumenti: si impara a fabbricare strumenti innanzitutto alternando osservazione

e tentativi personali; gli strumenti più antichi indicano un comportamento socialmente appreso?

Sono strumenti opportunistici piuttosto che oggetti fabbricati conformandosi a un modello

35

socialmente prescritto, non vi sono segni di forme fissate arbitrariamente e segni di stile, quindi una

mentalità di tipo ancora non­ umano, anche se queste creature sono coinvolte in comportamenti che

ora sono caratteristici soltanto degli esseri umani.

Questi nostri antenati non erano umani, ma gli aspetti del loro sistema di sopravvivenza

(fabbricazione di strumenti, consumo di carne, luogo centrale di raccolta e consumo del cibo) hanno

creato una situazione in cui gli individui erano sottoposti a modelli di selezione naturale che

trasformano i loro discendenti in ciò che noi ora siamo.

Da un certo momento, cioè tra 1milione e 300mila anni fa, la documentazione più importante non è

in Africa, ma in Europa; il passaggio dalle australopitecine all’homo avviene in Africa e intorno a

1,7milioni di anni fa già la sua comparsa in Georgia dove troviamo un rappresentante del genere

homo simile alle più antiche forme di homo erectus in Africa, quindi da qui ha inizio la diffusione

del genere homo.

Il passaggio dell’homo erectus dall’Africa all’Asia è avvenuto prima della creazione dell’industria

litica a bifacciali di tipo acheuleano, che non esistono in quasi tutta l’Asia, dove l’industria litica è

poco o per nulla documentata, tranne che nel Vicino Oriente.

La prima uscita dell’homo erectus dall’Africa risale quindi a 1,7milioni di anni fa, dopo di che non

vi è più una continuità tra queste aree di popolamento perché nell’estremo oriente non abbiamo i

bifacciali. Ma quando dall’Africa l’uomo è passato in Europa? Non è facile dare una risposta; i più

antichi fossili di ominidi al di fuori dell'Africa che sia possibile datare con sicurezza risalgono a 1

milione di anni o poco prima in Asia e a 1 milione di anni o poco dopo in Europa, ma nell'area più

prossima all'Africa, il Vicino Oriente e la regione del Caucaso si hanno documenti decisamente più

antichi.

Quindi l’Europa ha iniziato a essere popolata dagli ominidi molto tempo dopo l’Africa e l’Asia, ma

si discute ancora in quale preciso momento del Pleistocene siano comparsi in Europa i primi

ominidi; secondo i sostenitori della cronologia corta ciò si sarebbe verificato soltanto a partire dal

Pleistocene Medio, invece i sostenitori della cronologia lunga affermano, invece, che gli ominidi

sono comparsi in Europa già nel corso del Pleistocene inferiore.

Il dibattito si è riacceso recentemente con la scoperta degli ominidi della Grande Dolina di

Atapuerca in Spagna, associati a un’industria su ciottolo, e del cranio di Ceprano nel Lazio.

di Ceprano,

L’uomo nel Lazio, è una scoperta recente ed è stato scoperto casualmente; il Lazio è

particolarmente fortunato per gli studi del Pleistocene perché si tratta di una regione vulcanica. A

Ceprano il livello più antico di quello del cranio ha restituito industria olduvaiana che è stata datata

a 980mila/1,7milioni di anni fa, mentre sopra abbiamo livelli di industria litica acheuleana datata a

36

480mila anni fa; quindi il cranio forse si può datare a 800mila anni fa e si tratta della testimonianza

più antica del popolamento umano in Europa.

Il cranio ha una forma birsoide, cioè presenta il restringimento sopraorbitario e l’unica differenza

rispetto alle forme asiatiche è che nella norma occipitale il cranio tende a salire verticalmente, non

ad avere una forma a tenda. La volta cranica è bassa, il frontale sfuggente all’indietro, l’occipitale

forma un angolo marcato e vi è un toro occipitale transverso.

Resti più o meno contemporanei sono stati trovati ad Atapuerca, in Spagna, sito che ha restituito

una grande quantità di resti umani databili alcuni a 600mila anni fa e altri a 700/800mila anni fa,

anche se si tratta di resti frammentari; diversi resti umani recano segni di taglio, ad es. su un

frammento di parietale sono stati osservati 12 segni di taglio paralleli: sono gli stessi segni di

macellazione e di scarnificazione osservabili sui resti di fauna dello stesso livello, è quindi

probabile che si tratti di cannibalismo, il più antico caso sicuramente attestato.

homo erectus

800 500mila anni fa forme evolute

Tra e abbiamo le più di che oggi viene chiamato

homo heidelbergensis; secondo le teorie più accreditate queste forme evolute di homo erectus sono

comuni in Africa e in Europa per qualche centinaio d’anni, poi si assiste a una biforcazione

evolutiva, infatti l’homo erectus in Africa da origine all’uomo moderno, in Europa all’uomo di

Neandertal.

Cmq l’evoluzione del genere umano è complessa, a cespuglio e avviene a volte in maniera parallela,

ma autonoma e indipendente, sia nell’estremo oriente, che in Africa che in Europa; quindi abbiamo

diversi rami che si sono evoluti, ma in maniera autonoma e indipendente, ma non è chiaro come

dall’Africa ci siano state delle ulteriori migrazioni.

I fossili di ominidi appartenenti al genere homo rinvenuti in Europa in contesti databili al

Pleistocene Medio, un arco di tempo di più di 600 ka, possono suddividersi fondamentalmente in

due gruppi, quelli pertinenti alla prima metà del Pleistocene Medio, tra 775 e 427 ka, e quelli

Mauer

pertinenti alla seconda metà, tra 427 e 127 ka; al primo gruppo appartiene la mandibola di

che è molto grande e robusta e qui compare in forma incipiente il taurodontismo, che sarà poi tipico

delle popolazioni europee neandertaliane.

Tra 427 ka e 300 ka abbiamo alcuni ritrovamenti di resti di homo ben datati, come Swanscombe in

Inghilterra, Bilzingsleben e Steinheim in Germania, e Sima de los Huesos ad Atapuerca; alla fine di

questo periodo è probabile che appartenga il cranio di Petralona.

Fino al 1959, anno delle prime clamorose scoperte a Olduvai, per un secolo, dalla pubblicazione

dell’Origine delle specie di Darwin, la paleoantropologia, per la ricostruzione della filogenesi della

37

nostra specie, si è basata sulla documentazione di ominidi fossili provenienti dall’estremo oriente

asiatico e dell’uomo di Neandertal, proveniente dall’Europa.

I primi grandi ritrovamenti sono avvenuti a Giava, un’isola dell’arcipelago indonesiano, ma come

ha fatto l’uomo ad arrivare su un’isola? Siamo nel Pleistocene, l’età delle glaciazioni e quando esse

raggiungevano il culmine, il livello del mare si abbassava anche di 130m e le parti che erano

staccate dai continenti si univano ad essi tramite un ponte di terra ferma (non c’è mai stato un ponte

di terra però per l’Australia e i primi uomini che arrivarono qui dovettero attraversare un grosso

braccio di mare).

Giava Dubois

A condusse gli scavi che riteneva esatta la tesi di Haekel secondo cui le origini

dell’uomo andavano cercate in Asia; nella località di Trinil egli scoprì una calotta cranica e poco

tempo dopo un femore (siamo nel 1891) che presentava una patologia particolare e un dente;

quando venne ritrovata la calotta non si era affatto sicuri che appartenesse a un essere umano, ma

poi venne trovato il femore che era sicuramente umano tanto che si dubitò dell’associazione tra il

cranio e il femore (l’Asia ha comunque sempre dato pochissimi resti post/cranici); vicino alla zona

del Pitecantropus erectus, come era stato chiamato, venne poi trovato un utensile scheggiato.

Comunque la scarsità dell’industria litica trovata in questa parte dell’Asia ha fatto pensare che

l’uomo avesse adottato una diversa forma di adattamento all’ambiente, cioè che usasse molto di più

un elemento vegetale presente qui, cioè il bambù e questo è possibile, ma non dimostrabile.

In più sia per Giava che per Chu Ku Tien, una località vicino a Pechino dove sono stati effettuati

altri ritrovamenti, vi è il problema della datazione effettiva di questi resti: a Giava, tra la fine del

Pleistocene e l’Olocene ci sono dei complessi faunistici e geologici che hanno permesso di

elaborare una cronologia, tuttavia non esiste una cronologia condivisa sulla geologia recente di

Giava: 38 Questa è comunque una cronologia

abbastanza sicura perché intorno a 800mila

anni un meteorite ha colpito la terra in

questo punto, provocando uno sciame di

materiale soprattutto vetrificato, le tectiti

che hanno coperto una vasta area; qui

incontriamo il livello delle tectiti, quindi

abbiamo un punto fermo per la cronologia

perché molti resti fossili a Giava

provengono dalla base di queste

formazioni.

Dalle parti più antiche di questa sequenza

provengono pochi fossili, ma qual è la

datazione di questi reperti più antichi? A

Modjokerto è stato trovato il cranio di un

bambino di 2anni; sulla base della capacità

cranica si è calcolato che da adulto avrebbe

raggiunto 900 cm (si tratta di un homo

3

erectus), ma abbiamo cmq il problema

della datazione perché, secondo von

Koenigswald esso viene dalla base della

formazione di Pucangan.

Dai crani vediamo quindi un’evoluzione autonoma e indipendente nell’estremo oriente, infatti i

crani più recenti hanno una grande capacità cranica. A Chu Ku Tien sono stati trovati ben 13 crani

di cui oggi rimangono solo i calchi.

Tra l’homo erectus e l’homo di Neandertal c’è, in Europa, una fase molto problematica dal punto di

vista tassonomico; per un certo tempo si è ritenuto che in Europa fosse vissuto solo l’homo sapiens

arcaico, ma diversi ritrovamenti hanno smentito questa ipotesi, tra cui il cranio di Petralona che ha

l’occipitale più arrotondato, come quello di Steinheim (età 175mila anni).

Atapuerca

In anni recenti le ultime scoperte ad hanno restituito reperti di almeno 35 individui e il

fatto di avere trovato tutti questi reperti sul fondo di un pozzo ha fatto supporre che vi siano stati

buttati, quindi si è pensato a una primitiva forma di sepoltura. I reperti di Atapuerca sono

39

straordinari perché si datano a 1800anni fa e uno dei crani ha una capacità cranica di 1300 cm e la

3

lunghezza massima non è più alla base dell’occipitale e il cranio è quasi ellittico; questo significa

che nel Pleistocene Medio avanzato nei reperti europei troviamo già dei processi di

neandertalizzazione, sia per la capacità cranica, che per la struttura cranica.

In più la scoperta di Atapuerca ha dimostrato che, se questi reperti fossero stati trovati in siti

differenti, sarebbero stati attribuiti a specie diverse e questo è stato un grande insegnamento per la

paleoantropologia perché anche nell’uomo moderno troviamo una grande variabilità all’interno

della stessa specie.

di Neandertal

L’uomo (nell’Europa meridionale e media e nel Vicino Oriente compare tra i 30 e i

35mila anni fa, cioè nel periodo dell’interglaciale Riss­Wurm e nella glaciazione Wurm) si chiama

così perché la prima scoperta è stata registrata nel 1856 in una valle sul cui fondo scorre un

affluente del Reno, il Düssel, presso Düsseldorf; in questa valle veniva a soggiornare un autore di

poesie che si chiamava Neumann che in tedesco significa “uomo nuovo”; egli decise poi di

grecizzare il suo cognome in Neander e da lui la valle prese il nome di valle di Neander, in tedesco

Thal (oggi senza h) Neander. Lungo i fianchi della valle si aprono alcune grotte tra cui una, la

Feldhofer Grotte, in cui vennero compiute delle operazioni per estrarre il calcare.

Nell’estate del 1856 ormai era stato quasi svuotato il riempimento della grotta e a 1,5m in

profondità, gli operai si imbatterono in una serie di ossa. Il proprietario della cava pensava si

trattasse di fossili di orso e decise di tenerli da parte, avvisando il professore Fuhlrott, appassionato

di scienze naturali. Egli prese in consegna questi resti e fece un sopraluogo però ormai la caverna

era stata completamente svuotata (doveva esserci stata una sepoltura perché lo scheletro era quasi

completo). Fuhlrott si rese conto che si trattava di reperti singolari e in particolare che doveva

trattarsi di ossa umane, così chiese aiuto al professore di anatomia di Bonn, Hermann Schaffhausen.

I due nel 1857 presentarono insieme la loro scoperta e misero in evidenza che si trattava dei resti di

un uomo, ma che erano particolari, infatti aveva le ossa robuste, la calotta cranica bassa, nonostante

una capacità cranica di grandi dimensioni e i tori sopraorbitari massicci che tendono ad unirsi a

creare una visiera sopraorbitaria. Quindi che conclusioni si potevano trarre? Che era un uomo, però

si trattava di un uomo dall’aspetto primitivo.

La pubblicazione di Schaffhausen in Germania fu accolta molto male, in particolare Mayer

sosteneva che si trattava di un individuo affetto da condizioni patologiche.

Al contrario in Inghilterra fu ben accolta, infatti i geologi e i paleoantropologi si dimostrarono

interessati a questa scoperta; nel 1864 William King battezzò i resti con il nome di homo

neandertalensis e si trattava del primo uomo fossile. Negli anni successivi vennero scoperti resti

40

simili in molti paesi europei, in particolare agli inizi del 900 venne scoperta una sepoltura alla

Chapelle­aux­ Saints che venne studiata da Marcelin Boule.

M. Buole, tra il 1911 e il 1913 pubblicò dei volumi sull’uomo di neandertal, giungendo alla

conclusione che egli era sì un uomo, ma aveva ancora molti aspetti di carattere scimmiesco che

facevano del neandertal un essere primitivo che non poteva essere collegato alla linea di

discendenza dell’uomo, ma quello del neandertal

doveva essere un ramo dell’evoluzione dell’uomo

che andava ad estinguersi.

Tuttavia i suoi argomenti si rivelarono errati,

infatti Boule, studiando l’uomo della Chapelle­

aux­ Saints non si era reso conto che si trattava di

un uomo affetto da una grave forma di artrosi;

quindi oggi sappiamo che la ricostruzione di

Buole è errata e che l’homo di neandertal aveva

una statura perfettamente eretta e che l’unica

differenza rispetto all’uomo è nel cranio che ha

una forma arrotondata e nella maggiore

dimensione del naso perché, vivendo in un clima freddo, avere delle cavità nasali ampie permetteva

all’aria di riscaldarsi prima di arrivare ai polmoni; in più si può notare ancora un certo

prognatismo, cioè è come se le ossa facciali fossero proiettate in avanti e il mascellare è piatto

(questa caratteristica si ritrova solo nell’homo di neandertal). Quindi l’homo di neandertal non ha

mento e presenta anche un forte spazio (il diastema) retromolare e anche questo fatto è tipico

dell’homo di neandertal. Come conseguenza di una forma

di adattamento a un clima freddo,

corpo tozzo,

il era di aspetto con

spalle molto larghe e gambe e

avambraccio corti; caratteri

salienti del neurocranio sono il

frontale non elevato, basso e

sfuggente, la platicefalia, grande lunghezza e larghezza con notevole capacità cranica (da 1300 a

chignon,

1740 cm , la media è stimata in ca. 1520 cm , l'occipite a forma di cioè con un profilo

3 3 41

angoloso e la protuberanza occipitale alta, un forte toro occipitale orizzontale e non incurvato come

nell'uomo moderno.

mandibola,

La molto robusta, è priva di mento; gli incisivi sono più grandi che nell'uomo attuale ed

hanno una caratteristica forma a paletta; i premolari e i molari presentano un ingrandimento della

cavità pulpare (taurodontismo) e radici in genere fuse. Tra il terzo molare e il ramo ascendente della

mandibola c'è un caratteristico spazio libero (diastema retromolare).

Mentre i reperti dell'interglaciale R/W presentano ancora una certa variabilità, quelli di età

würmiana dell'Europa occidentale, compresa l'Italia, hanno un altissimo grado di somiglianza

morfologica, superiore a quanto in genere si riscontra in una varietà razziale dell'uomo moderno.

Questa grande uniformità potrebbe essere stata una delle cause che portarono all'estinzione

dell'uomo di Neandertal.

Recentemente, in seguito a numerose scoperte archeologiche ed anche paleoantropologiche, è stato

meglio messo a fuoco il problema della transizione dal Neandertal all’uomo attuale in Europa e si è

tornati a considerarli come due specie distinte, interpretazione rafforzata dalle prime analisi del

DNA dell’uomo di Neandertal. Italia,

L’homo di neandertal è ben conosciuto anche in infatti nel 1939 vi è stata una importante

Guattari,

scoperta nella zona del monte Circeo, nella grotta di dove è stato trovato il cranio di un

42

homo di neandertal vissuto a metà della glaciazione di Würm; Blanc raccolse le testimonianza dello

scopritore del cranio e ricostruì la sua giacitura e secondo lui il cranio si trovava rovesciato in

mezzo a un circolo di pietre; in più egli si basò sul fatto che l’occipitale era frantumato e disse che

in realtà si trattava di un allargamento artificiale dell’occipitale, proprio come i cacciatori di teste e

basandosi su questo, disse che questo fenomeno era interpretabile come episodio di cannibalismo

umano. 50anni dopo si arrivò alla conclusione che non vi erano segni di frequentazione umana nella

grotta, ma delle iene, quindi a ciò era dovuta la frattura del cranio.

Questa è l’interpretazione attuale che cmq ha sollevato dei dubbi sulla originaria posizione del

cranio; quindi possiamo dire che tra 70mila e 40mila anni fa il processo di neandertalizzazione

giunge al suo apice. Altamura,

Nel 1993 alcuni speleologi entrarono in un cunicolo ad in Puglia, esplorarono questa

caverna sotterranea dove trovarono ossa di animali di età pleistocenica e in fondo alla grotta anche

un uomo di età pleistocenica; in particolare il cranio ha una forte visiera sopraorbitaria, la

platicefalia, quindi sembra un homo di neandertal classico; le ricerche sono state bloccate dalla

soprintendenza archeologica della Puglia e oggi sono ferme.

Ci sono stati molto ritrovamenti in Italia, ma si tratta in quasi tutti i casi di frammenti, tranne che i

ritrovamenti di Saccopastore, del Circeo e di Altamura. Invece nel Khurdistan iracheno la grotta di

Shanidar ha restituito molti reperti tra cui un cranio.

Quale era il comportamento e il modo di vita dell’homo di neandertal? Su questo abbiamo molte

informazioni provenienti dai ritrovamenti archeologici; in più in questi anni si sono moltiplicate le

analisi del DNA ed è stato messo a confronto quello dell’homo di neandertal con quello dell’uomo

moderno; le analisi hanno mostrato una certa distanza genetica tra l’homo di neandertal e l’uomo

moderno che si può calcolare in una distanza di 400mila anni fa, dopodichè le due linee, secondo

alcuni, si sarebbero separate (l’ambiente in cui viveva era molto rigido, ma cmq non può essere

paragonato alla tundra attuale).

L’homo di neandertal viveva di caccia e di raccolta; Binford aveva sostenuto che ancora l’homo di

neandertal praticasse lo sciacallaggio e che la caccia fosse una caratteristica dell’uomo moderno, ma

analisi ossa

il fatto che vivesse di caccia è stato dimostrato dalle delle che recano le tracce della

nostra dieta, in particolare sono importanti i tassi di concentrazione di un isopoto del carbonio e di

dieta

un isotopo dell’idrogeno. Da queste analisi si è visto che l’homo di neandertal aveva una

carnivora,

prevalentemente di un tipo più vicino alla volpe, che cmq si nutre anche di cibi vegetali.

43

Si discute sulle armi utilizzate, cmq l’homo di neandertal affrontava gli animali con le sue armi e

non aveva armi da getto come l’arco e le frecce; molti resti di neandertal presentano segni di

traumatismi che sono avvenuti nel corso della loro vita e questo è stato riscontrato nella maggior

parte dei frammenti. Forse non era un cacciatore specializzato, ma l’impressione è che fosse un

cacciatore stanziale, mentre la caccia specializzata presupponeva una grande mobilità.

Questo sembra dimostrato dal fatto che andavano incontro a periodi di stress alimentari, infatti se

erano stanziali dovevano avere dei periodi di scarsa sopravvivenza a causa del cibo e i periodi di

stress nutrizionali sono stati dimostrati dall’analisi dei denti; in più dall’analisi dei resti di fauna si

vede che cacciavano degli animali diversi e nei siti di abitato questi resti di fauna presentano delle

bruciature, quindi è possibile che la carne fosse posta sul fuoco per essere cotta o parzialmente

cotta. Senza dubbio per l’homo di neandertal non era un problema l’uso del fuoco perchè nei siti

sono stati trovati dei focolai ben strutturati.

Quali sono gli indici di umanità dell’homo di neandertal? Un tempo si riteneva che il cannibalismo

fosse un indice di umanità, poi quest’ipotesi era stata scartata, ma poi sono state trovate delle prove

di un cannibalismo rituale e questo è indice di umanità perché anche l’uomo moderno ha praticato il

sepolture

cannibalismo rituale. Ma con l’homo di neandertal compaiono le prime vere e proprie

intenzionali, infatti abbiamo la sepoltura della Chapelle­aux­Saints, quella di La Ferrassie, in

Dorgogna e la grotta di Shanidar in cui sono stati trovati 9 scheletri di homo di neandertal, alcuni

pertinenti a sepolture intenzionali, datate

tra 60mila e 40mila anni fa; tra queste

importante è la tomba 4 dove sono stati

trovati un uomo in posizione fetale (in

tutte le sepolture dell’homo di

neandertal, esso si trova in posizione

rannicchiata), circondato da un circolo

di pietre e resti di animali.

Qui lo scavatore ha preso una serie di

campioni per le analisi polliniche ed è

risultato che in alcuni campioni intorno

allo scheletro vi era un’anomala

concentrazione di pollini appartenenti a

7/8 diversi generi di fiori; quindi ci si è

chiesti se il polline è stato trasportato dal vento (la sepoltura si trovava a 15m dall’ingresso della

44

grotta) oppure se si trattava di una deposizione antropica, cioè poteva essere stato steso una specie

di letto sopra il corpo del defunto. La risposta è stata che questo era dovuto a un intervento

antropico, cioè che si tratta di una deposizione intenzionale di fronde e fiori e quindi di un omaggio

al defunto.

L’individuo 1 della grotta di Shanidar è un individuo adulto vissuto fino a 40anni che però era

gravato da una serie di traumi, infatti aveva una frattura all’orbita sinistra che l’aveva reso cieco da

un occhio, il braccio destro era atrofizzato e aveva una grave forma di artrosi; quindi questo

individuo non poteva andare a caccia, ma se è vissuto fino a 40anni significa che era aiutato dai suoi

simili, quindi l’homo di neandertal si prendeva cura dei suoi simili e questo costituisce la

testimonianza di legami di tipo affettivo e familiare che legavano i membri del gruppo e questo è

indice di grande umanità (anche nella prima sepoltura della Chapelle­aux­Saints è stato trovato un

uomo vecchio per l’epoca che aveva subito una serie di traumi e malattie e quindi non poteva né

andare a caccia né masticare).

L’homo di neandertal aveva quindi una struttura sociale molto più complessa di qualsiasi altro

ominide precedente, ma questa struttura sociale complessa presuppone quale capacità linguistica

dell’homo di neandertal? sulla domanda se l’homo di neandertal avesse un linguaggio articolato gli

studiosi si sono divisi e per prima cosa si sono messe a confronto le strutture anatomiche per

l’articolazione del linguaggio dell’uomo moderno e quella dell’homo di neandertal e si è visto che

sono molto diverse.

I suoni del linguaggio articolato dell'uomo moderno sono resi possibili dalle corde vocali poste

nella laringe, le quali imprimono delle vibrazioni al flusso d'aria espirata, vibrazioni che sono poi

ulteriormente modulate nella bocca producendo le vocali e le consonanti.

Negli uomini moderni la laringe è posta più in basso rispetto all'uomo di Neandertal e quindi la

faringe, cioè il canale che sta tra il palato molle e l'epiglottide e nel quale avviene la fonazione

risonante, è molto più lunga che nel neanderthal. Nello scheletro della sepoltura di Kebara si è

conservato integralmente l'osso ioide, a cui si attaccano i muscoli della gola e che quindi svolge una

importante funzione nel linguaggio. L'osso ioide di Kebara è del tutto simile a quello umano; quindi

certamente i neanderthaliani avevano un linguaggio verbale, ma probabilmente con suoni differenti

da quelli dell'uomo moderno. 45

In una caverna del carso sloveno in un livello musteriano

è stato trovato un flauto ricavato da un femore di giovane

orso; esso è stato attribuito all’homo di neandertal, ma se

davvero egli aveva realizzato questo flauto, significa che

aveva delle grandi capacità di astrazione e di

simbolizazzione. Il ritrovamento è stato però contestato

perché secondo alcuni si trattava di fori circolari frutto

del casuale rosicchiamento degli animali, ma non è

possibile che questi abbiano determinato fori così

circolari, tutti allineati e quattro.

L’altro problema era se questa caverna in questo periodo

era frequentata dall’homo sapiens sapiens e questo non è

improbabile perché in Palestina sono stati trovati resti di

homo sapiens con industria musteriana.

Tra 200 e 100 ka vi era una relativamente grande varietà di ominidi umani in diverse parti del

vecchio continente: uomini di neandertal in Europa, uomini anatomicamente moderni in Africa,

Homo erectus di forme evolute nell'Estremo Oriente. Dopo 30 ka in tutto il vecchio continente

troviamo soltanto uomini anatomicamente moderni e per spiegare questa trasformazione sono state

proposte due teorie.

Una è stata formulata nel corso degli anni ’40 da Franz Weidenreich secondo cui l’evoluzione

dell’homo erectus in Cina avrebbe condotto all’uomo anatomicamente moderno, distinto nella

varietà mongolide in Cina, dall’evoluzione dell’homo di Giava si sarebbe arrivati all’uomo

anatomicamente moderno della varietà australoide, l’homo erectus in Africa avrebbe portato alla

varietà negroide, mentre in Europa si era passati dall’homo erectus a quello di neandertal e da lui

all’uomo anatomicamente moderno.

candelabro

Questa è stata chiamata ipotesi del o della continuità multidirezionale perché dall’homo

erectus sarebbero discesi tutti i rami che si sarebbero evoluti in maniera autonoma secondo una

traiettoria evolutiva che avrebbe portato all’uomo anatomicamente moderno.

Questa tesi è stata ripresa da Coon che insegnava a Yale e che pubblicò nel 1962 “L’origine delle

razze”: egli rielabora la tesi di Weidenreich e sostiene che tutta l’umanità attuale possa essere

suddivisa in sottospecie, quali la razza bianca dei caucasoidi, quella dei negroidi, quella dei

46

mongoloidi e quella degli australoidi, ma aggiunge anche quella dei capoidi che comprende le

popolazioni della parte meridionale del continente africano; i sostenitori dell’ipotesi

multidirezionale sostengono quindi che questa divisione in 5sottorazze si possa cogliere già nei

reperti del Pleistocene medio.

Ma Coon commise un grave errore nel suo libro, cioè quello di sostenere che il ritmo evolutivo di

questi rami autonomi era stato differente e che i primi a pervenire allo stato di uomo

anatomicamente moderno erano stati i caucasoidi (la razza bianca), poi gli asiatici, mentre i negroidi

e gli australoidi c’erano arrivati dopo.

Quindi negli Stati Uniti i sostenitori della segregazione razziale trovarono degli argomenti in questo

libro, sostenendo che le loro tesi avevano una prova scientifica in questo libro; il mondo scientifico

statunitense condannò l’opera perché il libro era intriso di teorie razziste e Coon fu costretto ad

abbandonare il suo insegnamento a Yale e ad andare in pensione.

Questa tesi è stata riproposta in anni recenti da Milford Wolpoff con argomentazioni diverse da

quelle di Coon; a supporto di questa teoria si adduce il fatto che nelle diverse regioni del Vecchio

Continente è possibile riconoscere una continuità morfologica nell'arco degli ultimi 2 milioni di

anni; il fenomeno della comparsa della nuova specie homo sapiens non si sarebbe verificato in una

sola regione e una sola volta, bensì in tutte le principali regioni in cui si era diffuso l’homo erectus

attraverso uno stadio intermedio spesso denominato homo sapiens arcaico.

La differenza importante rispetto alle tesi di Coon consiste nel ritenere che vi sia stato un costante

flusso genico tra le popolazioni vicine, altrimenti popolazioni geograficamente del tutto isolate una

dall’altra avrebbero finito per produrre specie differenti; in sostanza, un’evoluzione parallela di

popolazioni con diversa dislocazione geografica, ma all’interno di un’unica specie.

In conclusione i sostenitori della continuità multiregionale ritengono che la documentazione fossile

dimostri che nelle diverse regioni del vecchio continente sia possibile osservare l’identica traiettoria

evolutiva homo erectus – homo sapiens arcaico ­ homo sapiens anatomicamente moderno e che

inoltre le peculiari caratteristiche che distinguono le attuali razze umane si comincino ad intravedere

nelle singole regioni attraverso tutto questo percorso evolutivo, per cui sarebbero non tanto

fenomeni recenti dovuti alla dispersione dell’uomo moderno nel mondo, quanto il risultato di una

lunga storia evolutiva in loco. continuità multidirezionale,

Questa tesi, chiamata della per l’Europa è stata smentita dei

ritrovamenti: l’Europa è il territorio che conosciamo meglio, soprattutto per il periodo del passaggio

tra l’homo di neandertal a quello anatomicamente moderno e la tesi è stata smentita perché non è

47

possibile un’evoluzione diretta dall’homo di neandertal a quello anatomicamente moderno perché

sarebbero tropo vicini nel tempo, infatti in Europa in processo di neandertalizzazione è sempre più

accentuato, quindi non è possibile che si passi subito dall’homo di neandertal a quello

anatomicamente moderno.

Il problema nasce per il continente asiatico che è poco conosciuto e soprattutto le fasi del

Pleistocene medio e di quello superiore non sono affatto documentate o lo sono scarsamente. Però

dalla Cina provengono dei fossili del Pleistocene medio e superiore che non sono più classificabili

come homo erectus, quindi ci si è chiesti cosa fosse successo, se si trattava di una nuova migrazione

o di un’evoluzione locale (quindi i punti di forza della teoria del candelabro sono nell’Asia

orientale). di Noè

L’altra ipotesi è quella detta dell’arca di Howells che sostiene che l’uomo anatomicamente

moderno sia comparso in Africa in un periodo relativamente recente e che poi si sia diffuso in Asia

e in Europa rimpiazzando le popolazioni locali. Quindi sono intervenuti i genetisti, in particolare nel

1986 un gruppo dell’università di Berkeley ha cominciato il lavoro sul DNA mitocondriale che

africana;

viene trasmesso solo dalla madre e per questo si è parlato di teoria dell’Eva lo studio del

DNA mitocondriale delle popolazioni attuali ha portato alla scoperta che la variabilità è piuttosto

bassa, quindi il ceppo ancestrale da cui erano derivate tutte queste popolazioni era abbastanza

recente e gli studi hanno dimostrato che il maggior tasso di variabilità del DNA mitocondriale era

nelle popolazioni dell’Africa sud­sahariana, quindi è nell’Africa il ceppo ancestrale dell’uomo

anatomicamente moderno, è dall’Africa che esso si è diffuso in Asia e in Europa e, prima

dell’ultima fase delle glaciazioni, ha popolato il continente americano. Poi sono stati fatti anche

studi sul DNA nucleare, ma la risposta è stata sempre la stessa.

Contemporaneamente a questi lavori di genetica, nel 1988 Christopher Stringer e Peter Andrews

of Africa

affermarono la teoria dell’out che era basata su tre punti: l’homo erectus, tra 1,7 e

1,8milioni di anni fa si era diffuso in Europa e in Asia, ma una volta diffuse, queste popolazioni

sono rimaste isolate geneticamente tra loro e la loro evoluzione ha condotto a forme più evolute di

homo erectus (il neandertal in Europa, le forme classiche di homo erectus nell’Asia orientale e sud­

orientale), ma non all’uomo anatomicamente moderno; quindi l’idea di un flusso genetico tra le

popolazioni era da scartare perché il popolamento era discontinuo e l’evoluzione dell’homo erectus

in Europa ha portato all’homo di neandertal, ramo che poi si è estinto, mentre l’evoluzione

dell’homo erectus nell’Asia sud orientale ha dato luogo a forme più evolute di homo erectus.

48

L’uomo anatomicamente moderno è comparso per la prima volta in un area compresa tra l’Africa

orientale, quella meridionale e il Vicino Oriente, poi ha iniziato a uscire dall’Africa e a popolare il

vecchio continente rimpiazzando le forme locali di homo (l’homo sapien sapiens compare inAfrica

a partire da 290.000/140.000 anni fa e la sua migrazione fuori dall’Africa è avvenuta tra 180.000 e

90.000 anni fa).

Esiste anche una documentazione paleoantropologia a sostenere l’ipotesi della Eva africana e si

tratta di ritrovamenti africani tutti datati agli ultimi 200mila anni: ad esempio il cranio trovato nella

valle dell’Omo da Leakey che rappresenta il più antico esempio di homo sapiens (tutte le forme

arcaiche di homo sapiens hanno ancora un leggero toro sopraorbitario) e che all’inizio era stato

datato a 200mila anni fa; poi tra il 1999 e il 2003 sono state fatte delle ripetute campagne di scavo

che hanno permesso di trovare altri frm appartenenti a questo cranio e di datare il livello che si

trovava sotto quello che aveva restituito il cranio che era un livello di ceneri vulcaniche che quindi è

stato datato a 196mila anni fa e il cranio deve essere di poco più recente (questo costituisce la

conferma della teoria dell’Eva africana).

Un'altra regione che ha restituito molti fossili è quella dell’Afar in Etiopia e in particolare a Djebel

Irhoud è stato scoperto un cranio di un uomo anatomicamente moderno in un livello datato a

160/154mila anni fa; una delle caratteristiche dell’uomo moderno è che dal punto di vista culturale

comincia a fabbricare degli oggetti in osso, si ha un’industria su lama e nel paleolitico superiore si

assiste allo sfruttamento di un altro tipo di risorse alimentari, cioè i molluschi e i pesci; in più

abbiamo il fenomeno dell’arte che implica una grande capacità di astrazione e di simbolizazzione.

In Africa tutti questi fenomeni, quello della scheggiatura laminare, o su ossa, il microlitismo e lo

sfruttamento delle acque interne e del mare come risorse di cibo, sono stati scoperti in contesti

archeologici databili a molto prima del paleolitico superiore europeo.

Blombos,

Nella caverna di lungo la costa sudafricana è stata scoperta una grande quantità di ocra

rossa, un colorante minerale che serve anche per conciare le pelli, databile a 100/70mila anni fa; in

più sui quadratini di ocra vi era una sequenza di rombi, quindi un motivo ornamentale che

testimonia che a questo punto l’uomo compiva molte azioni non più per uno scopo puramente

utilitaristico.

In conclusione, in Africa l’uomo anatomicamente moderno e gli aspetti culturali ad esso collegati

sarebbero più antichi che in ogni altra parte del mondo; quindi, i documenti paleontologici, le

industrie litiche nonché altri aspetti culturali e gli studi del DNA convergerebbero per confermare la

teoria out of Africa: l’homo sapiens ha avuto origine in Africa e da lì si è diffuso in altre parti del

49

mondo, rimpiazzando completamente altre specie di ominidi, dall’uomo di neandertal in Europa alle

forme piè recenti di homo erectus nell’estremo Oriente asiatico.

Quest’ultimo aspetto della teoria è forse quello che ha suscitato le maggiori controversie, infatti

soltanto in Europa la documentazione archeologica è così ampia da poter studiare in maniera

approfondita la diffusione dell’uomo anatomicamente moderno e i problemi della scomparsa

dell’uomo di neandertal, mentre in altre regioni come l’Asia orientale, l’Indonesia e l’Australia il

quadro è ancora fortemente lacunoso.

Ma l’homo di Neandertal? Mentre in Europa i primi resti di uomini anatomicamente moderni, gli

uomini di Cro Magnon, nella valle della Vézère in Dordogna e delle grotte dei Balzi Rossi nella

Liguria di Ponente, risalgono a circa 32­28 ka, nel Vicino Oriente le grotte della Palestina hanno

restituito sepolture di uomini moderni molto più antiche di quelle europee.

In Palestina sono stati trovati sia l’homo di neandertal, sia l’uomo anatomicamente moderno, in

entrambi i casi associati ad industria litica di tipo musteriano; il problema di questi reperti è la

datazione: un tempo si riteneva che i ritrovamenti dell’homo di neandertal fossero più antichi di

quelli dell’uomo anatomicamente moderno, ma pochi anni dopo si è provata la datazione con la

termoluminescenza perchè ci si trovava fuori dal limite del radiocarbonio, quindi sicuramente i

reperti avevano un’età anteriore ai 45mila anni; è risultato che ci sarebbe stata una contemporaneità

tra l’homo di neandertal e quello anatomicamente moderno e che nella glaciazione di Würm ci

sarebbe stato solo l’homo di neandertal; quindi la Palestina è una delle regioni che pone più

problemi di carattere interpretativo.

In Europa è possibile seguire la comparsa delle nuove culture del paleolitico superiore nei Balcani:

Balcani

in particolare la diffusione dell’aurignaciano avviene dai al Danubio e fino all’Europa

centrale e un ramo poi si diffonde in Francia e in Italia.

L’ipotesi dell’immigrazione dell’uomo moderno, che venendo in contatto con il neandertal ne

determina la rapida e totale scomparsa come conseguenza della sua superiorità tecnologica o come

conseguenza della diffusione di malattie verso le quali il neandertal non aveva difese immunitarie è

quella che gode attualmente del maggior numero di sostenitori, ma anche l’ipotesi secondo cui

dopo l’immigrazione dell’uomo moderno in Europa, il suo contatto con le popolazioni

neandertaliane determina fenomeni di acculturamento e di ibridazione o di assorbimento, contiene

elementi che sembrano trovare conferma nella documentazione archeologica.

Innanzitutto, appare ormai chiaro che non vi è stato un rimpiazzamento rapido e totale e una

scomparsa più o meno improvvisa dell’uomo di neandertal; il processo è stato lento e di lunga

50

durata, almeno quindicimila anni, e differente da una parte all’altra dell’Europa. Sulla ricostruzione

del quadro di questo processo permangono molti elementi di incertezza, dovuti sostanzialmente al

fatto che le datazioni radiocarboniche anteriori a 30­35 ka non sono molto affidabili; si ritiene in

genere che l’aurignaciano, a cui è strettamente associata la diffusione dell’uomo moderno, abbia

sud­orientale,

un’origine medio­orientale e sia comparso dapprima nell’Europa a partire da 45 ka.

Comunque tra 40 e 35 ka l’aurignaciano sembra essersi diffuso lungo la via danubiana fino

centrale Francia

all’Europa e dall’area medio danubiana all’Italia settentrionale e quindi alla

Spagna

meridionale e alla settentrionale (Catalogna e regione cantabrica).

Lo chatelperroniano e l’uluzziano, le industrie di transizione, sono da riferire all’uomo di

neandertal; per lo chatelperroniano rimane il dubbio dell’uomo di Combe Capelle: nel riparo del

Roc de Combe Capelle, in Dordogna, nel 1909 fu scoperta una sepoltura umana nei livelli

chatelperroniani, ma i dati precisi di scavo fanno difetto e la fossa per la sepoltura potrebbe essere

stata scavata entro i livelli chatelperroniani e quindi essere posteriore allo chatelperroniano. L’uomo

di Combe Capelle, conservato al museo di Berlino e distrutto durante la seconda guerra mondiale,

pur essendo senza dubbio un uomo di tipo anatomicamente moderno, presenta alcuni tratti più

arcaici, quali il frontale un po’ sfuggente, un certo spessore dei rilievi sopra­orbitari e una

mandibola praticamente priva di mento prominente.

L’uomo dei complessi Proto­Aurignaciani è quasi del tutto sconosciuto; dai livelli aurignaciani

della caverna del Vogelherd, nella Germania sud­occidentale, che hanno restituito alcune tra le più

antiche opere d’arte mobiliare, provengono anche resti umani di tipo anatomicamente moderno.

Nell’Europa occidentale all’aurignaciano viene associato l’uomo di Cro Magnon, tuttavia il

ritrovamento eponimo, avvenuto nel 1868, non è ben datato.

La complessa situazione dei ritrovamenti a cavallo tra paleolitico medio e superiore ha dato luogo a

differenti interpretazioni; sembra, comunque, innegabile, che i contatti tra uomo di neandertal ed

uomo moderno, definibile forse come proto­Cro Magnon, abbiano dato luogo non solo a fenomeni

di acculturamento, con la formazione di quei complessi misti di cui abbiamo parlato, ma anche a

fenomeni di ibridazione, almeno occasionali.

proto­aurignaciana cantabrica

La cultura fa una precoce comparsa nella regione e in Catalogna,

ma in tutto il resto della penisola iberica a sud della valle dell’Ebro la cultura musteriana e l’uomo

di Neandertal si sono mantenuti fino a ca. 27 ka; l’Ebro sembra aver costituito una vera e propria

frontiera biologica e culturale. Non ci sono stati fenomeni di acculturamento e una cultura tardo

musteriana ha continuato a persistere per diecimila anni; dalla caverna di Figueira Brava in

51

Portogallo provengono resti neandertaliani datati a 31 ka, mentre nella caverna di Zafarraya è stata

scoperta una mandibola neandertaliana completa, in un livello di poco più antico di 27 ka: è

“l’ultimo Neandertal” finora conosciuto. Dopo 28 ka, anche nella penisola iberica si diffonde una

cultura aurignaciana evoluta, che porta alla definitiva scomparsa del musteriano; a questo punto in

tutta Europa si è affermato l’uomo moderno.

Una recente scoperta ha riaperto il problema delle forme di contatto e della permeabilità della

frontiera genetica tra uomo moderno e uomo di Neandertal, riproponendo l’interrogativo se l’uomo

di Neandertal abbia contribuito al pool genico dell’umanità attuale.

Lagar Velho,

Nel 1998 casualmente è stata scoperta la sepoltura, a di un bambino di circa 4/5 anni

che è stato datato intorno a 24mila anni fa; al collo il bambino portava un pendaglio ricavato da una

valva di Littorina obtusata, mentre in origine doveva avere un copricapo con cuciti canini di cervo.

Poiché i lavori di terrazzamento avevano asportato il cranio della sepoltura, frammenti del cranio e

quattro canini di cervo forati sono stati trovati a tre metri di distanza dalla sepoltura; attorno alla

spalla destra e ai piedi vi erano ossa di cervo, mentre fra le gambe sono state ritrovate le ossa di un

coniglio, che costituivano offerte funerarie.

La singolarità del ritrovamento consiste nel fatto che lo scheletro mostra una mescolanza di caratteri

mento prominente,

moderni, predominanti, come ad esempio il ed altri che possono essere

robustezza ossa

ricondotti a un’eredità neandertaliana, come la grande delle e il valore basso

dell’indice crurale, cioè del rapporto tra la lunghezza della tibia e quella del femore; anche il

rapporto tra la lunghezza del radio e quella dell’omero è di tipo neandertaliano; per un bambino di

quell’età le ossa appaiono di straordinaria robustezza. Un altro aspetto singolare è l’angolo formato

dalla sinfisi mandibolare con la linea delle gengive, che, analogamente a quanto si verifica nei

Neandertal, appare molto meno ampio che nell’uomo moderno.

La sepoltura di Lagar Velho sembra quindi documentare che tra uomo moderno e Neandertal si

sono verificati incroci.; poiché tra “l’ultimo Neandertal” della penisola iberica e il bambino di Lagar

Velho intercorre una distanza di alcune migliaia di anni, Lagar Velho non può essere la

conseguenza di un incrocio diretto – e come tale avrebbe potuto essere sterile, come avviene quando

si incrociano due specie diverse, ma può soltanto discendere da una popolazione ibrida che è

persistita per migliaia di anni. Se il Neandertal e l’uomo moderno hanno dato luogo a ibridi fecondi,

vuole dire che non costituiscono due specie distinte, ma soltanto due varietà razziali, sia pure molto

distanti l’una dall’altra, all’interno della stessa specie.

52

L’ARTE PALEOLITICA

L’origine delle varie forme d’arte risale ad epoche molto altiche; si ritiene che il fenomeno arte,

insieme al linguaggio verbale, sia una delle caratteristiche essenziali della condizione umana, infatti

nessuna popolazione umana era priva di espressioni artistiche.

Dell’arte paleolitica è sopravvissuto solo ciò che era stato realizzato su un supporto durevole che

quindi è potuto arrivare sino a noi; possiamo distinguere, nell’arte paleolitica, tra arte rupestre e arte

preistorica”?

mobiliare, realizzata cmq su supporto durevole. Che cosa bisogna intendere con “arte

quando si sono cominciate a scoprire le prime testimonianze di arte delle caverne, queste opere

venivano classificate come opere d’arte alla luce dei criteri estetici dell’arte attuale, che rispondono

ai canoni della nostra cultura occidentale. Ci sono opere che suscitano ancora la nostra emozione,

però i criteri in base ai quali diciamo che un’opera d’arte è bella non sono i valori che stanno alla

base della produzione di queste opere d’arte (l’arte paleolitica ha avuto una durata di quasi 20mila

anni); questo vale anche per le opere delle altre civiltà e un problema grosso è capire perché sono

state create queste opere, cioè un problema grosso dell’arte paleolitica è capire il suo significato,

infatti mentre per l’arte mobiliare si può pensare a un significato ornamentale, così non vale per

l’arte delle caverne.

Si ritiene che il fenomeno arte interessi l’uomo anatomicamente moderno (siamo nel paleolitico

superiore), quindi per centinaia di anni gli altri ominidi vicini all’uomo non hanno invece lasciato

testimonianze. Ultimamente è stata sviluppata la tesi che l’arte si sia sviluppata più anticamente e le

testimonianza addotte a favore di questa tesi sono ad esempio un ciottolo di un minerale ferroso che

è stato trovato in una caverna del sud Africa con resti di australopitecus africanus e che non sarebbe

stato modificato dall’uomo, ma secondo alcuni esso avrebbe attirato l’attenzione del nostro antenato

perché su una delle facce sembra apparire una faccia e per questo sarebbe stato portato in questa

grotta dall’australopitecus africanus (infatti il ciottolo è esotico rispetto alla grotta); secondo altri ci

sono amigdale e bifacciali lavorati in maniera così accurata e simmetrica che sembra che ci sia stata

un’intenzionale ricerca di simmetria e di regolarità perché il lavoro eccede i confini della

funzionalità dell’oggetto; quindi ci sarebbe stata l’intenzione di produrre non solo oggetto

funzionali, ma anche regolari e belli. 53

Nel sito di Bilzingsleben che è stato datato a 400/370.000 Bp (paleolitico inferiore), secondo lo

scavatore, ci sarebbero resti di un campo base in cui sono sparse delle grosse pietre su cui vi è

traccia di lavorazione, e anche su delle ossa, in particolare l’avorio.

Secondo lo scavatore sulla superficie di molte

zanne di elefante erano state tracciate delle linee

intenzionali, anche di forma geometrica, ad

esempio in questo osso lo scavatore vede delle

figure geometriche e una figura di animale; quindi

l’uomo era già capace di una espressione grafica,

di una espressione simbolica non utilitaristica in

base alla quale venivano lasciate tracce di sé su un

supporto durevole. Nessuno però ha potuto

constatare la correttezza di queste ipotesi, cioè non

c’è ancora stata la verifica sperimentale e quindi

alcuni dubitano che queste testimonianze siano

reali. Un altro caso curioso è questo: sull’altopiano

del Golan, in Israele si trova un sito

dell’acheuleano evoluto (280/250.000 Bp) in cui è stato trovato questo ciottolo che secondo la

direttrice dello scavo è stato modificato intenzionalmente con pochi tratti per fargli assumere una

forma femminile.

A questo proposito i pareri sono discordanti perchè secondo alcuni c’è stato un parziale intervento,

secondo altri si tratterebbe di un fatto naturale e non ci sarebbe nessun intervento umano. Cmq sia

vediamo una progressiva acquisizione della capacità di astrazione simbolica; in Ungheria, da Tata,

da un sito musteriano (90.000 Bp) proviene una placchetta d’avorio che non sembra avere una

immediata utilità funzionale ed è stata avvicinata ai churinga, un oggetto che gli aborigeni usano per

i loro riti; in più è stata trovata in Francia, in particolare a la Ferrasie una sepoltura neandertaliana

che presenta delle coppelle (cioè un incavo a forma di coppetta che ha una profondità più o meno

ampia) e si tratta della più antica documentazione di coppelle.

54

In Africa abbiamo le più antiche testimonianze grafiche: nella caverna di Blombos, in sud Africa,

sono stati trovati due blocchetti di ocra rossa con delle incisioni lineari che formano una serie di

rombi, datati a 77.000 Bp; quindi si tratterebbe della prima manifestazione di arte, non figurata, ma

ornamentale. Nella caverna di Bacho Kiro (Bulgaria), in un livello musteriano, il 12, datato a >

47.000 Bp, è stato trovato un osso con incisioni a zig zag (si pensa che a realizzarle sia state l’homo

di neandertal), mentre nel livello 11, datato a 42.000 Bp è stato trovato un oggetto ornamentale;

quindi con il paleolitico superiore compaiono degli oggetti ornamentali e in questo caso si tratta di

denti di animali forati per essere appesi al collo come pendaglio, quindi si tratta di un oggetto non

più immediatamente utilitaristico.

Ad Arcy­sur­Cure (Yonne) ci sono tante caverne che sono state oggetto di uno scavo accurato e nei

contesti chatelperroniani sono stati trovati degli oggetti ornamentali come questo pendaglio in osso;

in questo periodo convivono sia l’homo di neandertal sia quello anatomicamente moderno e si

pensa che l’homo di neandertal abbia imparto a lavorare gli oggetti dall’uomo anatomicamente

moderno. L’arte quindi compare alla fine del paleolitico medio in cui vediamo una progressiva

acquisizione della capacità di simbolizazzione, cioè lasciare su una materia i primi segni che

condurranno all’arte vera e propria (questa arte è stata chiamata da A. Leroi­Gourhan pre­

figurativa). Quando è stata scoperta l’arte paleolitica? Si tratta di una scoperta che ha fatto fatica a

imporsi e la prima documentazione di arte paleolitica è stata scoperta in questa grotta in Francia, a

Chaffaud (Savigné, Vienne) nel XIX sec: si tratta di due cerbiatte che procedono appaiate, incise su

un osso di renna; quando quest’osso di renna venne scoperto, fu attribuito all’arte celtica perché

tutto ciò che appariva anteriore ai romani veniva, in Francia, attribuito ai celti. Invece nel 1860 E.

Lartet fu in grado di dire che si trattava di un’opera d’arte paleolitica e dal 1860 in poi si trovarono

nei depositi delle grotte molti oggetti di arte mobiliare.

55

Invece la prima arte delle caverne venne scoperta nel 1879, ma dovrà passare un quarto di secolo

prima che la comunità scientifica riconosca il valore di queste scoperte; lo scopritore della grotta di

Altamira è Don Marcelino de Sautuola: nella sua proprietà infatti un cacciatore aveva scoperto

l’entrata di una caverna che prima era ostruita e Don Marcelino de Sautuola pensò quindi di iniziare

a intraprendere degli scavi nella zona dell’entrata; un giorno egli portò con sé la figlioletta Maria

con il compito di tenere la lampada a olio per fare luce e muovendo la lampada verso il soffitto si

accorse di queste rappresentazioni. A questo punto Don Marcelino iniziò a esplorare la caverna e si

rese conto che c’erano molti segni dipinti; quindi chiamò ad assisterlo il professore di antropologia

dell’università di Madrid e conclusero insieme che le opere erano risalenti agli uomini che avevano

prodotto gli oggetti in selce. Nel 1880 a Lisbona si tenne il V congresso di antropologia e di

archeologia preistorica, in cui vennero mandate delle riproduzioni delle immagini della grotta di

Altamira, ma la notizia di questa scoperta non venne accolta positivamente perché a quell’epoca la

scena degli studi era dominata da Mortillet, un positivista e anticlericale che aveva lavorato molto in

Italia; quando però la situazione in Francia si fu un po’ allentata e Napoleone III decise di creare il

Museo delle antichità e concesse un’amnistia, egli tornò in Francia e contribuì all’organizzazione e

all’allestimento del Museo delle antichità. Mortillet introdusse il concetto di fossile guida e vedeva

lo sviluppo dell’umanità come uno sviluppo lineare e progressivo e quindi di fronte alla scoperta di

Altamira molti studiosi si dimostrarono scettici. Nacque il sospetto che si trattasse di un falso,

creato per tendere un tranello agli studiosi preistorici e per screditare la disciplina, quindi nel

congresso di Lisbona del 1880 Don Marcelino de Sautuola andò incontro a una grande delusione

perché le opere di Altamira furono dichiarate false.

Quindi Emile Cartailhac incaricò un paleontologo di fare una perizia nella grotta per vedere se le

opere erano davvero false; egli quindi studiò la grotta e lo colpì l’aspetto straordinariamente fresco

delle pitture, ma questo perché la grotta era rimasta sigillata e quindi esse si erano conservate

perfettamente; in più non trovò tracce di annerimento che dovevano essere provocate dalle lampade,

quindi concluse che dovevano essere state fatte alla luce di una lampada a olio moderna; in più

alcune pitture erano ricoperte di un sottile velo di incrostazione e la zona di Altamira in cui è stata

scoperta la grotta è una zona soggetta a movimenti franosi e quindi si erano già prodotte delle

fratturazioni: si disse però che le incrostazioni erano sottili e quindi non dovevano essere molto

antiche e le incrostazioni dovevano essere state prodotte in pochi anni a causa di queste

fratturazioni.

Verso la fine dell’800 e l’inizio del 900 si verificarono una serie di scoperte di arte parietale nelle

caverne: nel 1881 vennero condotti una serie di scavi da parte di Daleau nella grotta di Pair­non­

56

Pair che era ostruita da una serie di depositi e che aveva una ricca sequenza stratigrafica;

procedendo negli scavi a un certo punto Daleau si rese conto che lungo le pareti della grotta c’erano

delle figure incise; ne diede notizia alle principali figure dell’epoca e in particolare a uno dei

principali studiosi dell’epoca, l’abate Breuil, che ha fondato gli studi sull’arte paleolitica.

Ci furono poi altre scoperte nelle caverne, quindi il problema dell’arte parietale si riaffacciò e Emile

Cartailhac scrisse un articolo in cui diceva di essersi sbagliato a proposito di Altamira.

Un grande protagonista di questa stagione di studi di arte paleolitica fu l’abate Breuil, che fu anche

un grande pioniere in questo campo ed era un grande disegnatore (siccome disegnava lui, metteva

ovviamente un po’ di soggettività nell’interpretazione).

Un'altra scoperta fu la grotta di Font­de­Gaume, presso Les Eyzies, in Dordogna in cui sono state

scoperte pitture che oggi si sono molto rovinate; questo è successo in molte grotte che all’inizio

erano molto ben conservate, ma che una volta aperte sono andate incontro a un processo di degrado.

Breuil delineò a più riprese il primo e organico quadro cronologico generale dell’arte parietale

paleolitica: il fondamento della sua cronologia relativa era lo studio delle sovrapposizioni che spesso

si accumulavano numerose su determinate superfici parietali della grotta e non su altre, come se vi

fosse un potere di attrazione particolare.

Già nel 1906 Breuil aveva individuato sei fasi nell’evoluzione dell’arte paleolitica, che nel 1934

ricondusse a due cicli fondamentali, il ciclo aurignaco­perigordiano e quello solutreo­maddaleniano.

Questa suddivisione in due cicli distinti, durante i quali le pitture e le incisioni procedono

parallelamente per quanto riguarda lo stile, è stata riproposta anche nell’ultima grande opera di

sintesi, pubblicata nel 1952, Quatre cents siècles d’art pariètal. L’abate Breuil attribuiva all’arte

paleolitica una durata eccezionalmente lunga, qualcosa come 40.000 anni; va rammentato che

all’epoca di Breuil non era possibile avere datazioni molto precise dell’età paleolitica, poiché non si

conoscevano ancora i metodi di datazione radiometrica, come il radiocarbonio o il metodo del K­Ar.

Leroi­Gourhan ha invece elaborato uno schema di evoluzione dell’arte parietale in base allo stile e

ha anche cercato di capire il significato dell’arte paleolitica; mentre l’abate Breuil vedeva la figura

come qualcosa a sé stante, A. Leroi­Gourhan cercava le relazioni tra le figure e i segni (si tratta di

una visione più di carattere strutturale). Leroi­Gourhan ha individuato nell’arte parietale paleolitica

quattro stili, il quarto suddiviso a sua volta in uno più antico ed uno più recente; questi stili non

sono automaticamente sincronizzabili con le culture del Paleolitico superiore, anzi spesso si

collocano cronologicamente a cavallo tra culture differenti. I casi di arte parietale datati con

sicurezza sono pochi, più numerosi sono quelli delle opere d’arte mobiliare; utilizzando i documenti

datati con un buon margine di sicurezza e riferendoli a uno degli stili individuati, Leroi­Gourhan ha

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cercato di delineare l’evoluzione stilistica e cronologica dell’arte paleolitica. Leroi­Gourhan ha

dominato gli studi sull’arte parietale paleolitica per circa un quarto di secolo.

Negli ultimi 15 anni, dal 1990, in questo campo sono intervenute molte novità che hanno messo in

discussione le conoscenze acquisite perché ci sono state una serie di scoperte eccezionali che si

sono verificate in pochi anni; infatti dal 1984 ad oggi nella sola Francia sono state scoperte almeno

25 nuove grotte con arte parietale, fra cui la grotta Cosquer (1991), la grotta Chauvet (1994) e la

grotta Cussac (2000), destinate a rivoluzionare le nostre conoscenze. Nel 2000 quindi è stata

scoperta la grotta Cussac che era inviolata come la grotta Chauvet ricca di incisioni; in più qui sono

stati trovati scheletri e resti di focolai (la base documentaria per lo studio della storia dell’arte

paleolitica è cambiata).

In più un tempo si pensava che l’arte paleolitica fosse arte delle caverne e si collocasse nel

paleolitico superiore, mentre dal mesolitico si colloca l’arte rupestre che può essere sia parietale che

all’aperto.

Si pensava quindi che tutta l’arte rupestre all’aperto fosse post­glaciale e che dalla fine del

paleolitico e nel mesolitico l’arte delle caverne sembrava non esserci più, in quanto in pochi casi

erano state scoperte grotte con pitture all’interno di età mesolitica (o neolitica). Oggi sappiamo che

questo non è vero, perché ci sono state delle scoperte importanti che hanno dimostrato che anche

nel paleolitico superiore vi era arte rupestre all’aperto; ad esempio la valle del Coa, in Portogallo, ha

dimostrato che l’arte rupestre all’aperto nel paleolitico era molto diffusa e da qui si è scoperto che la

penisola iberica ha molta più arte paleolitica all’aperto.

Nel 1990 per la prima volta si riuscì a fare una datazione diretta di una pittura paleolitica nella

grotta di Cougnac con il radiocarbonio perché il nero delle pitture era stato ricavato dal carbone di

legna, quindi un materiale organico; ma con il metodo tradizionale occorrevano troppi grammi di

campione, invece un metodo nuovo di datazione con il radiocarbonio è quello del conteggio degli

atomi che permette di valutare l’età radiocarbonica di un campione di mezzo milligrammo;

l’avvento della datazione diretta ha cambiato il quadro dell’evoluzione dell’arte paleolitica, però

sono databili solo le pitture realizzate con il carbone di legna.

Quindi per gli studi di arte paleolitica si è parlato di cronologia post­stilistica perché si era in grado

di datare le opere a prescindere dall’analisi stilistica; l’espressione “era post­stilistica” era stata

coniata da Michel Lorblanchet che però non intendeva svalutare il concetto di stile, infatti esso era

importante, solo che le datazioni dirette permettevano di aggiungere ai vecchi studi di arte

paleolitica nuovi elementi, mentre molti studiosi hanno interpretato questa definizione come

l’abbandono di qualsiasi definizione stilistica per l’arte paleolitica.

58

Nella valle del Coa, R. Bednarik ed altri ricercatori hanno cercato di applicare nuovi metodi di

datazione delle incisioni rupestri all’aperto, in particolare il metodo del radiocarbonio; secondo loro

esso poteva essere applicato alle accrezioni minerali che si formano sulle superfici rocciose, ma

queste non costituiscono affatto un sistema chiuso, ma aperto e quindi hanno continuato ad

accumulare materiale organico per anni e questo ha portato a datazioni del tutto sbagliate.

Circa la diffusione dell’arte paleolitica, non possiamo più considerare, come accadeva un tempo,

l’Europa come il luogo d’origine dell’arte preistorica; ci sono state infatti una serie di scoperte che

Apollo 11,

hanno dimostrato che l’arte esisteva anche in altri continenti, ad esempio nella grotta in

Namibia, sono state trovate delle lastre di pietra con figure di animali dipinti o incisi, però l’arte

rupestre all’aperto è più difficile da datare.

Quindi il fenomeno arte esiste non solo in Europa, ma anche in Africa e in Asia; anche l’Australia è

ricchissima di arte rupestre: essa non era collegata al continente asiatico neppure nei periodi di più

intense glaciazioni, quindi i primi uomini che hanno popolato l’Australia dovevano avere avuto la

capacità di attraversare un braccio di mare di 80km. Anche qui si pensava che l’arte rupestre fosse

tutta di epoca post­glaciale, ma oggi si pensa diversamente, infatti è stata trovata una grotta che è

stata abitata nel paleolitico superiore e che era un luogo di approvvigionamento della selce; nella

parte più in fondo sono stati trovati dei tracciati digitali che ricordano quelli delle grotte dell’Europa

occidentale; non è possibile datare queste tracce direttamente, ma è ragionevole pensare che si

collochino nel paleolitico superiore (però esiste sempre il problema di riconoscere quali opere siano

antiche e quali più recenti perché gli aborigeni hanno continuato a lasciare tracce di arte rupestre

fino all’età moderna).

In più qui è stato trovato quello che è il più antico stile dell’arte paleolitica, cioè un’arte di incisione

picchiettata; secondo alcuni questa arte risale a un’età corrispondente al nostro paleolitico superiore

e la datazione con il radiocarbonio ha dato età disparate. In alcuni casi sono state trovate delle

incisioni che si sono staccate dalle pareti e si sono stratificate in uno strato archeologico che è stato

datato a 13.000 Bp.

Un altro esempio viene dalle pitture del parco Kadadu in cui alcune di esse avevano come legante

del sangue, quindi è stato possibile datarle con il radiocarbonio a 20.000 Bp; quindi abbiamo tante

prove che il fenomeno arte non sia esclusivo dell’Europa, ma di qualsiasi luogo in cui sia arrivato

l’uomo anatomicamente moderno.

Cmq l’unica ampia regione in cui la documentazione sull’arte parietale delle caverne e quella

mobiliare è ampia è l’Europa, ma questo soprattutto perché è stata vivamente indagata fin

59

dall’inizio della disciplina preistorica (XIX sec); però, appunto, il fenomeno dell’arte delle caverne

non è concentrato solo in Europa, ma si trova anche negli Urali in cui sono stati trovati molti siti

con arte mobiliare, mentre in Italia c’è poca arte parietale di cui è più ricco il nord della Spagna e la

Francia.

In particolare la zona franco­cantabrica è importantissima per il grandissimo numero di ritrovamenti

di caverne con arte parietale, ma perché solo in questa parte d’Europa sono state scoperte così tante

caverne? Per le condizioni particolari di questa regione franco­cantabrica in cui le caverne sono

rimaste sigillate dai detriti alla fine del periodo glaciale; quindi si è formato un microclima stabile

che ha permesso la conservazione delle pitture, mentre nelle altre parti d’Europa non si è trovata

arte delle caverne a causa dei fenomeni di carattere clioclastico (cioè l’alternarsi di un clima rigido e

di uno temperato) che sono stati molto più duri nell’Europa centrale che nell’Europa occidentale e

che hanno portato alla perdita totale dell’arte parietale, proprio per il verificarsi di fenomeni di

sfoliazione delle superfici.

arte mobiliare

Per intendiamo gli oggetti mobili trasportabili ed essa comprende tutti quegli

strumenti che erano decorati, come placchette d’osso o litiche su cui troviamo delle figure (è

possibile che a volte le placchette costituissero la preparazione di figure che poi sarebbero state

dipinte sulle pareti delle grotte), oppure statuette femminili o le figure ritagliate che erano fatte a

incisione su un supporto di osso o corna di renna su cui venivano ritagliate le figure; oppure le

rondelle d’osso che hanno un foro a centro e sopra vi era incisa una figura; dell’arte mobiliare

abbiamo documentazione nell’Europa occidentale, ma anche in quella orientale.

rupestre incisioni

L’arte delle caverne comprende le e le pitture; le figure erano incise con uno

bulino

strumento, di solito un e le incisioni dell’arte parietale di età paleolitica sono tutte a linea

continua, non a picchiettature come nelle figure di età post­glaciale.

pitture

Le erano eseguite con tecniche diverse; in più nell’arte parietale del paleolitico non esiste

mai una delimitazione del campo figurativo per cui le figure si muovono su uno sfondo vuoto che è

il supporto stesso della roccia e non ci sono elementi del paesaggio o della vegetazione e nemmeno

una linea del suolo.

Questo pone il problema di quali sono le associazioni delle figure tra loro, anche perché in genere

abbiamo delle continue sovrapposizioni di pitture tra loro (questo è un fenomeno comune anche per

l’arte rupestre all’aperto); in più è evidente la tendenza di certe parti della superficie rocciosa

all’accumulo delle figure e un problema è quello di capire se ci sono delle associazioni tra le figure,

infatti ogni figura sembra essere a sé stante, anche perché non ci sono delle scene.

60

Dal punto di vista della tecnica le pitture possono essere realizzate o a linea di contorno nera o

rossa; i colori hanno una gamma limitata, infatti sono tratti dalle ocre, come il giallo chiaro, il rosso

dall’ocra rossa, dal biossido di manganese più l’ocra rossa un colore bruno e il nero dal carbone di

legna, utilizzato sotto forma di gessetto o dal biossido di manganese.

I colori derivati dalle ocre venivano triturati e ridotti in polvere a cui era aggiunto un legante che

poteva essere o il grasso animale, o semplicemente acqua o miele, e un cosiddetto carico che

assicurava una adesione del colore alla superficie rocciosa (di solito si trattava di feldspati). Come

veniva dato il colore? O con le dita della mano, in particolare con il pollice (infatti ogni tanto

troviamo delle impronte digitali) oppure la campitura interna della figura era data o con il dito o

veniva usato un pennello, ma il caso più frequente era quello della soffiatura, cioè il colore in

polvere era masticato, sputato e spalmato, oppure veniva messo nel tubo di un ossicino e soffiato

sulla pittura.

A volte abbiamo anche bassorilievi come questa figura che è stata realizzata sul soffitto della grotta:

per questo è possibile correlarla a uno strato archeologico, dal momento che chi l’aveva realizzata,

doveva stare in piedi e questo è un metodo di datazione archeologico.

Infatti i metodi di datazione per l’arte parietale possono essere, quello archeologico, quello

radiocarbonico e quello stilistico; circa quello archeologico in una grotta posso cercare di correlare i

dipinti a uno strato calcolando che, per realizzare i dipinti, gli uomini dovevano stare in piedi, ma

cmq questa datazione non è sicura; l’unico criterio per datare una figura è quello stilistico che tiene

conto di alcune parti dell’evoluzione stilistica delle figure che sono punti fermi; oppure le opere

stilistiche possono essere messe a confronto con quelle dell’arte mobiliare, il che permette di farsi

un’idea sull’età.

L’avvento delle nuove datazioni ha avuto un impatto forte, ma non ha rivoluzionato totalmente il

quadro cronologico; ci sono stati dei cambiamenti non nello stile IV di Leroi­Gourhan, ma nello

stile III che aveva collocato tra 19 e 16mila anni fa; oggi sappiamo che l’arco di tempo dello stile III

è molto più esteso, cioè c’è una retrodatazione dello stile arcaico di circa 5mila anni, che quindi ha

una durata più estesa.

Da questo discendono una serie di conseguenze, ad esempio che lo stile arcaico inizia nel

gravettiano (quindi si assiste a dei cambiamenti, ma non a un ribaltamento totale della cronologia);

il punto debole di Leroi­Gourhan erano gli stili II e I (in cui secondo lui non vi era una vera arte

parietale, ma oggi sappiamo che non è così grazie alla scoperta della grotta Chauvet). Vediamo

quindi alcune manifestazioni all’inizio del fenomeno arte nel paleolitico superiore: in Italia

grotta Fumane

importante è la nei monti Lessini dove è stato scoperto un importante deposito

61

archeologico stratificato nella parte antistante della grotta (di essa l’ultima parte non è mai stata

esplorata perché è stato eretto un muro).

Il deposito basale è del paleolitico medio, in cui abbiamo l’homo di neandertal, mentre sopra

abbiamo livelli aurignaciani piuttosto antichi e poi una serie di strati formati dalla sfoliazione delle

pareti della grotta che si riferiscono al gravettiano e poi la grotta è stata ostruita; nei depositi

aurignaciani sono state rinvenute conchiglie marine che erano usate come pendaglio, quindi è da

supporre che già a quell’epoca le comunità si scambiassero oggetti anche a lunga distanza; in più

sempre qui sono venuti alla luce dei frammenti di roccia che hanno su una faccia resti di pitture che

sono state dipinte prima della loro deposizione stratigrafica in questi punti (si suppone che siano

caduti dalle pareti) e quindi possono risalire al periodo di sfruttamento da parte degli uomini

aurignaciani; potrebbero in realtà essere più antichi, ma si presuppone che l’homo di neandertal non

dipingesse.

Su un frammento vi è una figura antropomorfa che è stata soprannominata “lo sciamano” che in una

mano sembra tenere un animale; cmq si tratta di lacerti di composizioni più grandi e quindi

l’interpretazione delle figure rimane problematica, infatti ad esempio in un altro frammento

vediamo un cerchio da cui si diparte qualcosa, ma non è interpretabile in termini precisi. Cmq

possiamo dire che c’erano figure umane e di animali in un contesto aurignaciano datato a 33,31mila

anni fa, quindi si tratterebbe delle opere più antiche di qualsiasi arte parietale scoperta in Francia;

tuttavia fino ad oggi non è mai stata scoperta una sepoltura aurignaciana, quindi non sappiamo

come fosse l’uomo di quest’epoca; però che si tratti di arte parietale più antica di quella della

Francia è giustificato dalla direttrice di sviluppo dell’uomo moderno che, prima di arrivare in

Francia era passato per l’Italia.

L’altra direttrice di diffusione dell’uomo moderno è la Germania, in particolare nella sua parte sud­

occidentale sono state scoperte importanti opere d’arte mobiliare in contesti stratificati

Vogelherd

dell’aurignaciano; nella caverna vi era una lunga successione di strati, ma in particolare

gli strati IV e V hanno restituito, oltre una bella industria litica e su osso, una serie di opere d’arte

mobiliare, ma anche resti umani di tipo moderno che erano stati attribuiti allo stesso periodo;

tuttavia uno di questi crani era brachicefalo, ma la brachicefalia è un carattere piuttosto recente e

infatti, dopo avere fatto le analisi con il radiocarbonio, ci si è resi conto che si trattava di resti

recenti.

Qui sono state trovate figurine di animali che non sono state trovate tutte nello strato, ma alcune

anche fuori contesto: vediamo questo cavallo che ha in mezzo alle zampe un foro per la

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sospensione, un mammuth che ha sulla spalla e sul dorso incise delle linee a reticolo che forse non

costituivano una pura decorazione, ma forse erano legate all’uso che facevano di questi oggetti; si

tratta di un motivo che si ripete, infatti troviamo questa incisione a reticolo anche su una statuetta in

avorio di leone dove vediamo anche un certo grado di realismo nella resa dell’immagine del leone.

Hohlesteinstadel,

Un'altra grotta con arte mobiliare è quella di nella regione di Baden Wurttemberg

dove sono stati fatti scavi negli anni 30 del 900 che poi sono ripresi nel dopoguerra; negli scavi

degli anni 30 sono stati raccolti molti frammenti di osso e avorio, ma non ci si era resi conto che

appartenevano allo stesso oggetto; grazie a uno studioso tedesco, nel dopoguerra, è stato possibile

ricostruire questa statuetta: si tratta della figura di un uomo con la testa di felino che ha sul braccio

Geissenklosterle,

delle incisioni lineari. In un'altra caverna della stessa regione, un livello

aurignaciano ha restituito una placchetta d’avorio che da una parte ha una serie di tacche, dall’altra

ha una figura antropomorfa, un figura umana con le braccia alzate, le gambe divaricate e in mezzo

un grosso fallo. Recentemente uno studioso tedesco, in un'altra grotta della stessa regione, ha

rinvenuto tre figurine, una con una testa d’uccello acquatico, l’altra con un uomo­leone e l’ultima

con la testa di un cavallo. Quindi questa zona delle Germania è importante per l’arte mobiliare, dal

momento che nel sud­ovest della Francia nei contesti aurignaciani, non c’è arte mobiliare.

Chauvet,

Nel 1994 è stata scoperta la grotta nella valle dell’Ardeche che si getta nel Rodano; lungo

le pareti a picco di quest’area vi sono molte caverne con arte parietale del paleolitico superiore.

Nel 1994 un gruppo di tre speleologi ha scoperto una nuova grotta piuttosto grande con un

complesso di arte parietale straordinario (la caverna è lunga 234 m), ma è anche interessante dal

punto di vista speleologico. L’entrata della caverna è a perpendicolo, ma poi procede abbastanza in

piano: nella prima metà della grotta c’è poca arte parietale, mentre proseguendo verso il fondo vi è

una grande concentrazione di arte parietale, tra cui la cosiddetta “alcova dei leoni”. La grotta è stata

frequentata da molti animali di cui sono state studiate le impronte: esse sono di orso, di stambecco,

di canide, ma vi sono anche impronte umane nella parte più profonda della grotta che sono

pertinenti a una persona non adulta, ma a un bambino alto circa 1,30 m.

63

Lungo il percorso della grotta sono stati trovati

manufatti di industria litica; in più in molti punti della

grotta sono state trovate concentrazioni di carbone,

specialmente ai piedi delle pareti con le pitture:

probabilmente si tratta del residuo dei fuochi che

erano stati accesi per ricavare il carbone di legna con

cui realizzare le pitture (quelle all’inizio della grotta

sono tutte rosse, quelle in fondo sono nere). Si è

potuto datare questi residui di carbone con il

radiocarbonio, che ha indicato un periodo di

frequentazione da 32 a 20/21mila anni Bp, quindi la

grotta è stata frequentata nell’aurignaciano e nel

gravettiano.

Tra i soggetti abbiamo impronte del palmo della mano

che prima veniva immerso nell’ocra; queste impronte

sono state studiate accuratamente ed è emerso che si

tratta della mano di un soggetto femminile e di un

bambino; su un'altra parete invece abbiamo impronte

di un palmo che è stato attribuito alla mano di un

maschio adulto di grossa corporatura. Impronte di

vere mani al negativo sono state trovate in altri punti; nella parte iniziale abbiamo figure con il

contorno rosso, mentre sul fondo le figure hanno il contorno nero. I segni invece sono sempre rossi

e alcuni di questi sembrano degli insetti; ci sono sia pitture che figure incise; a volte le figure sono

realizzate in posizioni che erano difficili da raggiungere e, nonostante l’illuminazione fioca,

riuscivano a esplorare tutte le parti della caverna e a realizzare le opere d’arte in posizioni molto

difficili. del leoni,

Sul fondo troviamo l’alcova mentre sulla parete sinistra abbiamo il pannello dei cavalli e

sulla parete destra il pannello delle renne. Qui troviamo fin dall’inizio molti dettagli anatomici,

soprattutto per la testa e il collo, però è vero che molti animali non sono completi, soprattutto per

quanto riguarda gli arti inferiori. Quindi c’è un misto di caratteri dello stile II, ma nello stesso

tempo ci sono figure con tratti di naturalismo; inoltre uno dei tratti distintivi della grotta è la

presenza delle teste di animali presentate in una sorta di prospettiva. Nell’arte parietale non

abbiamo mai un campo figurativo o uno sfondo, quindi vi è il problema di capire se vi sono delle

64

associazioni di animali tra loro, però ci sono anche delle eccezioni, come nel caso dei rinoceronti

alla base del pannello dei cavalli: l’impressione è quella che sia una scena di due rinoceronti

contrapposti che stanno lottando nella stagione degli amori.

pannello dei cavalli

Il ha una lunga storia ed è stato possibile ricostruire la sua evoluzione: alla

base abbiamo le graffiate di orso, poi delle figure incise che poi sono state raschiate via e sulla

raschiatura si sono cominciate a fare delle figure di animali; poi sono state aggiunte le figure dei

due rinoceronti alla base e altre figure, mentre le figure più recenti di tutte sono le teste dei cavalli.

sala dei megaceri

Nella (cioè il cervo di età pleistocenica che era adattato a un clima freddo e

aveva una gobba che era un deposito di grasso) vediamo uno stambecco realizzato con un gessetto;

le figure sono abbastanza dettagliate, ma terminano in maniera incompleta.

sala del fondo

La è la parte più ricca di pitture: vediamo una lunga sequenza con una nicchia con

figure di rinoceronte, poi un pannello con grandi leoni e figure di rinoceronti e così via; qui

vediamo come di solito, mentre le figure erano di profilo, le corna venivano rappresentate di fronte.

Quindi si tratta di un’arte originale che non trova riscontro nell’area franco­cantabrica; nel pannello

dello stregone vediamo un’immagine femminile sovrastata da un bisonte che si fonde con essa:

probabilmente si tratta di un uomo travestito da bisonte e per quello è stato chiamato stregone.

Nell’area franco­cantabrica, in particolare nella Francia sud­occidentale, nella Dordogna, troviamo

alcuni documenti che risalgono all’età aurignaciana e sono quei documenti che Leroi­Gourhan ha

riunito nello stile I dicendo che in questi periodo, nell’area franco­cantabrica, non abbiamo ancora

arte parietale. Questi documenti sono blocchi su cui sono incise delle figure animali o simboli di

carattere sessuale, che in questo periodo sono schematici, ma hanno un valore figurativo, mentre col

tempo diventeranno astratti; le figure animali sono delineate in maniera rozza, infatti il tratto delle

incisioni è largo ed è difficile proporre un’identificazione di specie.

Da Abri Cellier, nel Perigord, in Dordogna, proviene un blocco con l’incisione di una testa di

animale e una vulva; fin dall’inizio dell’arte paleolitica vediamo l’associazione tra le figure animali

e i segni che ora sono figurati, ma che poi diventeranno astratti; poi abbiamo un blocco con figure

incise di vulve.

Da La Ferrassie provengono un blocco con delle figure di vulve e un blocco parzialmente

conservato con una figura di animale e un segno ovale che non ha una chiara interpretazione, ma

viene considerato una vulva e delle coppelle (si tratta di un segno dell’arte rupestre che compare per

la prima volta su una sepoltura di neandertal di La Ferrassie e che poi ritornerà fino al Medioevo). È

importante notare che questi blocchi non sono frammenti della superficie rocciosa della volta che si

sono staccati per fenomeni crioclastici, ma sono proprio blocchi che sono stati usati per l’incisione.

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Nell’ambito dello stile I di Leroi­Gourhan abbiamo questa figura di erbivoro (da Abri du Renne,

Perigord), forse uno stambecco, incisa a martellina, cioè con una picchiettatura (come sarà per le

incisioni rupestri di età post­glaciale) e non a solco continuo come di solito erano incise le figure.

Da La Ferrassie proviene una placchetta con l’incisione della testa di un felino; in questo periodo

c’era anche la pittura e lo dimostra un frammento che viene da La Ferrassie con una pittura dove si

vede il resto della figura di un animale con il contorno nero e forse una campitura; il fatto di non

avere una documentazione più antica forse dipende anche dagli scavi, ma probabilmente aveva

ragione Leroi­Gourhan secondo cui le prime pitture parietali avvenivano nella parte iniziale della

grotta e per questo gran parte dell’arte parietale di questo periodo è andata perduta.

Nello stile II secondo Leroi­Gourhan compare per la prima volta arte parietale con pitture e

grotta di Gargas

incisioni: le figure sono viste in norma laterale e non sono complete; nella

vediamo la figura di un bisonte in tracciato digitale, cioè tracciata con le dita perché spesso sulle

pareti delle rocce si formava uno strato artificiale di alterazione, di argilla malleabile e quindi con

una pressione non forte era possibile ottenere un’incisione. Una delle caverne che possiamo fare

Pair­non­Pair

risalire all’età gravettiana è quella di in cui il deposito archeologico ha fornito una

datazione ante quem per le pitture: qui vediamo che le figure sono essenziali, senza tanti particolari;

l’esempio classico per identificare lo stile II secondo Leroi­Gourhan è la figura di bisonte di La

Greze: di tratta di una figura vigorosa, con la linea cervico­dorsale sintetica, le corna viste

frontalmente e le zampe e gli arti terminano nel nulla, però la coda è ben delineata e vi è

l’evidenziazione del fallo.

Non ci sono metodi di datazione per lo stile II, se non per la grotta di Pair­non­Pair, se non il

metodo stilistico; oggi abbiamo una nuova scoperta fuori dall’area franco­cantabrica che mostra che

grotta Cosquet,

anche nel gravettiano c’è arte parietale, cioè la vicino a Marsiglia, che è stata

scoperta da un subacqueo perché l’ingresso originale della grotta è a 37 metri di profondità: vi è un

corridoio molto lungo che porta a una grande sala dove la parte superiore della volta è fuori

dall’acqua.

È stata scoperta nel 1991, quando per la prima volta Cosquet, il subacqueo, è emerso e si è accorto

che lungo le pareti c’erano delle pitture e quindi ha avvisato il servizio delle antichità di quella

zona; da qui sono state realizzate diverse campagne di studio di questa grotta effettuate da J.

Courtin e H. Cosquer, con la direzione scientifica di Jean Clottes che seguiva le operazioni a bordo

di una nave appoggio appositamente attrezzata per le ricerche sottomarine, l’Archeonaute. Le

campagne di studio si sono svolte nell’ottobre 1991, nel giugno 1992 e alla fine del 1994.

66

Le figure nella parte inferiore della parete sono scomparse per l’acqua, ma una delle fortune della

grotta Cosquet è che le figure sono realizzate con il carbone di legna, quindi è stato possibile fare

dei prelievi e la grotta è ben datata.

In questo pannello possiamo vedere la sequenza delle pitture: prima abbiamo delle incisioni, poi

sono stati realizzati i cavalli, poi una serie di linee incise e infine lo stambecco; vediamo una certa

cura per i dettagli, ma le zampe sono incomplete. Abbiamo anche figure di pinguini (siamo cmq

nell’età glaciale, in particolare nella glaciazione di Wurm) che fino ad ora non abbiamo mai visto

nell’area franco­cantabrica, ma ci sono anche figure realizzate ad incisione di foche, quindi nella

grotta Cosquet abbiamo una certa percentuale di animali marini perché la grotta era vicina al mare e

infatti vi sono anche figure che sono state interpretate come delle meduse; poi abbiamo anche

impronte di mani al negativo e tracciati digitali.

Si tratta di una grotta che ha molte datazioni che dimostrano che è stata frequentata e istoriata

durante il gravettiano antico, recente, il solutreano e alcune figure sono del maddaleniano antico,

quindi la durata di istoriazione è di circa 10/15mila anni (Leroi­Gourhan vedeva le pitture come un

insieme strutturato, ma per esserlo dovevano essere coeve).

Fuori dall’area franco­cantabrica non abbiamo un complesso strutturato per l’arte parietale: le

impronte di mano sono tra le figure più antiche, mentre tra le più recenti vi sono quelle di meduse.

Dal punto di vista del bestiario la grotta Cosquet si differenzia dalla grotta Chauvet dove il

rinoceronte, il mammuth e il cavallo sono le figure che hanno il maggior tasso di frequenza, mentre

qui le figura più frequente è il cavallo e la seconda figura per importanza è lo stambecco, mentre

nell’area franco­cantabrica è il bisonte. impronte di mani

Leroi­Gourhan aveva sostenuto che le sono frequenti nella fase più antica

dell’arte parietale, come nella grotta di Gargas dove possiamo notare che non tutte le impronte di

mani raffigurano mani stese, ma alcune sono incomplete di qualche falange; su questo sono state

avanzate diverse ipotesi, che siccome l’uomo viveva in un ambiente glaciale, questo avrebbe

provocato il congelamento delle dita e quindi la perdita di alcuna falangi, che si trattasse di una

mutilazione artificiale per motivi rituali; Leroi­Gourhan ha osservato che la frequenza delle

ripiegature delle mani è diversa da grotta a grotta e secondo lui le impronte sono state lasciate da

mani con le dita ripiegate: nel 47% dei casi, secondo Leroi­Gourhan tutte le dita erano ripiegate

tranne il pollice, c’erano casi in cui solo un dito era ripiegato e così via e secondo lui si trattava di

un linguaggio gestuale dei cacciatori, come quello che si può trovare presso i moderni boscimani e

quindi le diverse ripiegature delle dita indicavano un preciso animale (secondo l’abate Breuil le

67

impronte delle mani rappresentavano la presa di possesso della preda da parte dei cacciatori, ma

l’ipotesi di Leroi­Gourhan è più organica).

umana

L’immagine nell’arte parietale non è frequente, infatti il grande tema dell’arte parietale

sono gli animali e i segni che poi diventeranno astratti; le figure antropomorfe sono in una

percentuale molto bassa, però abbiamo una categoria di arte mobiliare delle “veneri” paleolitiche; in

più esistono dei bassorilievi con delle immagini umane, di cui quello più famoso è quello di

Laussel, un riparo sotto roccia nella parte settentrionale della Dordogna che è stato frequentato per

un lungo periodo di tempo; per questo si è formato un deposito archeologico che è stato scavato nei

primi anni del 900 e dal deposito sono affiorati una serie di blocchi tra cui uno molto grande e altri

più piccoli che delimitavano come un’area particolare e recavano delle figure a bassorilievo; i

blocchi sono stati istoriati durante il gravettiano.

Questo blocco è il più famoso e la parte istoriata è ricurva e la parte di massima sporgenza

corrisponde al ventre: si tratta di un’immagine femminile con la testa aniconica con un segno strano

che forse indica la capigliatura; il seno e il ventre sono ipertrofici e gli arti inferiori tendono a

restringersi verso il basso; inoltre al momento della scoperta c’erano chiari segni di ocra rossa.

Chi ha realizzato la figura aveva interesse a mettere in rilievo gli attribuiti della fecondità, della

riproduzione e dell’allattamento; abbiamo anche altri blocchi più piccoli con in parte la stessa

immagine, in parte no. Questo schema lo troviamo anche in altre opere di arte mobiliare (alcune

statuette erano fatte in argilla e ossa tritate e poi erano cotte) e uno studio di Leroi­Gaurhan ha

mostrato che in queste immagini femminili di età gravettiana si ripete uno stesso schema

compositivo e lui ha utilizzato il concetto di inquadratura, che è una losanga in cui l’asse

orizzontale è collocato a circa metà del ventre, dove si concentra l’interesse dell’artista e anche sulla

vulva, mentre la parte inferiore e quella superiore sono un po’ atrofizzate: le braccia a volte

mancano, il volto è aniconico, le gambe si restringono verso il basso e a volte si congiungono in un

unico blocco; così non potevano stare in piedi e quindi

forse erano infitte in qualche supporto.

Quindi non c’è niente di realistico in queste figure,

anche se abbiamo delle eccezioni, ad esempio nella

grotta del papa, a Brassempouy, è stata trovata una testa

femminile in avorio con la delineazione dei tratti del

volto e della capigliatura, ma non sappiamo come era il

corpo e nella stessa grotta sono state trovate statuette

che si inscrivono in quelle con il motivo a losanga.

68

In Italia sono state trovate delle statuette femminili, ma senza contesto, tra cui la venere di

Savignana che è una delle più grosse; è importante notare che in Emilia Romagna sono stati trovati

molti complessi del paleolitico inferiore e medio, ma niente del paleolitico superiore che invece è

documentato nella zona prealpina, a nord del Pò. Abbiamo anche la venere di Willendorf; da un

livello gravettiano provengono due statuette tra cui questa figura con tracce di ocra rossa e dove la

capigliatura è delineata con una certa precisione e le braccia sono sul seno, caratteristica tipica delle

statuette dell’Europa centro­orientale; nelle statuette che provengono da Kostenki, in Ucraina, vi

sono delle differenze perché ci sono elementi che sembrano alludere all’abbigliamento, alla

capigliatura e sono indicati i piedi.

Nelle statuette paleolitiche ci sono particolari che si riperono, come un elemento triangolare dietro

la nuca che è presente in molte statuette provenienti da luoghi differenti, ma non si è certi su che

cosa rappresenti; questa appendice triangolare si ripete sia nei bassorilievi che nelle incisioni; poi

abbiamo altri elementi comuni, come le braccia atrofizzate che scendono lungo i fianchi, elemento

tipico delle veneri dell’Europa occidentale, oppure le braccia atrofizzate che si congiungono sugli

enormi seni, elemento che invece è tipico delle veneri orientali. Comunque le statuette presentano

un grande seno, il ventre gonfio, le braccia atrofizzate e il fondoschiena adiposo.

Intorno al significato delle statuette e figurine femminili sono state espresse opinioni contrastanti:

circa la prima ipotesi, quella che esse rappresentino razze steatopigie, è necessario fare alcune

precisazioni sulla morfologia dell’obesità: la steatopigia consiste in un eccesso di grasso sulle

natiche, per cui le natiche e il ventre sono molto sporgenti, ed è una caratteristica della razza

khoisan (Ottentotti e Boscimani); questa forma di ipertrofia è visibile di profilo e si può constatare

in alcune statuette paleolitiche.

Molte altre statuette, però, mostrano un altro tipo di obesità, la platipigia, cioè l’accumulo di grasso

sulle anche, per cui in veduta frontale la zona del bacino appare molto sporgente lateralmente (in

più non sempre l’obesità aveva una connotazione negativa); non è possibile, quindi, ricondurre le

statuette femminili alla rappresentazione realistica di una caratteristica razziale delle popolazioni

del Paleolitico superiore europeo.

La presenza di tracce di colore rosso riconduce queste statuette alla sfera del rituale magico o di

qualsiasi altra forma di attività magico­religiosa; l’idea che fossero in relazione a un culto della

fertilità o come idoli o come amuleti appare di gran lunga la più probabile ed è anche quella

maggiormente condivisa dagli studiosi; cmq indispensabile per una comprensione del significato e

della funzione delle statuette femminili paleolitiche è l’analisi dei contesti a cui erano associate;

sfortunatamente poche statuette sono state rinvenute nel corso di scavi scientificamente condotti.

69

A Kostienki I le statuette occupavano una nicchia più o meno circolare all’interno dell’abitazione,

nei pressi di un focolare; a Dolni Vestonice II una capanna scavata nel 1951, periferica rispetto al

resto dell’abitato, è stata soprannominata la capanna dello sciamano per le sue caratteristiche e per i

materiali rinvenuti al suo interno; al centro della struttura vi era un forno, che conteneva ancora

migliaia di frammenti di argilla cotta e frammenti di figurine antropomorfe e animali (nei siti della

Moravia molte statuette femminili erano fabbricate con un impasto di argilla e polvere di osso).

Nell’arte parietale del maddaleniano III si trovano molte figure femminili, come il profilo di figura

femminile di La Roche Lalinde; per quanto riguarda l’arte mobiliare sono state trovate diverse

placchette con figure femminili, dove però non c’è più lo stereotipo dell’inquadratura a losanga del

seno e il ventre abbondante.

Nell’arte parietale di età tardo gravettiana troviamo figure femminili a Pech­Merle e a Cussac; dopo

gli inizi del solutreano le figure femminili sembrano scomparire per un lasso di tempo

considerevole; nel tardiglaciale troviamo statuette nei contesti di abitato, che sono schematiche (la

testa scompare e il corpo ha un profilo ritagliato). Nel maddaleniano medio e superiore, nell’Europa

centrale troviamo figure femminili schematiche di piccoli dimensioni, in cui si notano l’assenza

della testa e la sporgenza prominente di una forma triangolare (natiche) e a volte sono raffigurati i

seni.

immagini maschili

Le nell’arte paleolitica sono senza dubbio in numero minore rispetto a quelle

femminili; inoltre, appaiono molto eterogenee dal punto di vista stilistico e non sono riconducibili a

due o tre stereotipi com’è il caso delle figure femminili.

Una tomba del Gravettiano antico, scoperta nel 1891 nel corso di lavori per infrastrutture urbane a

Brno in Moravia, aveva tra il suo corredo una statuetta d’avorio composta da elementi separati uniti

mediante perni; trattandosi di una scoperta fortuita, la statuetta è incompleta, infatti rimangono solo

tre elementi: la testa, il braccio sinistro e il tronco, frammentario.

Si tratta certamente di un personaggio maschile, poichè è raffigurato chiaramente il pene e i

capezzoli e l’ombelico sono a rilievo; del volto sono delineati gli occhi, il naso, il mento. La tomba

era di un individuo adulto di sesso maschile, affetto da una forma grave di periostite alle braccia e

alle gambe; egli portava anche un copricapo che è andato perduto ed era circondato da numerosi

oggetti di osso e avorio: da qui si è ipotizzato che probabilmente si tratta della tomba di uno

sciamano.

Una piccola testa d’avorio rinvenuta in un campo nei pressi di Dolni Vestonice alla fine del XIX

secolo e poi conservata da una famiglia ceca emigrata in Australia costituisce il più antico ritratto

umano di carattere realistico. Tutti i tratti fisionomici del volto sono stati accuratamente raffigurati:

70

sopracciglia, occhi, naso, labbra, zigomi, mento e la capigliatura sembra scendere fino alle spalle,

ma la statuetta è spezzata alla base del collo. Tutte le analisi scientifiche fatte eseguire da Alexander

Marshack depongono a favore dell’autenticità del pezzo, che è privo di contesto, ma può essere

attribuito al Gravettiano orientale.

Uno dei blocchi del riparo Laussel reca incisa la figura di un uomo soprannominato “il cacciatore”,

in quanto si tratta di una figura in movimento e si è pensato che stesse cacciando; a causa delle

fratture mancano la testa e i piedi; cmq la figura è slanciata e reca alla vita una sorta di cintura e

probabilmente impugnava un propulsore; anche su questo blocco vi erano ancora tracce di colore

rosso. Un altro blocco mostra la figura di un uomo con evidenziazione del fallo.

L’arte parietale di età maddaleniana annovera alcune figure di esseri che sono per metà animali e

per metà uomini: si pensa che siano “stregoni”, obbligatoriamente figure maschili, in quanto le

donne non potevano essere sciamani; probabilmente erano figure atte a svolgere determinati rituali

e che indossavano pelli di animali e corna sulla testa.

stile III

Lo mantiene ancora molte caratteristiche dell’arte precedente, ma la delineazione della

figura animale diventa più completa e più precisa e, pur essendo ancora lontana dal vero

naturalismo, si arricchisce di molti dettagli, soprattutto per quanto riguarda il pelame, la criniera, gli

zoccoli e tutte quelle caratteristiche che consentono di distinguere una specie dall’altra. Inoltre,

l’andamento della linea cervico­dorsale e la posizione distanziata degli arti tendono ad imprimere il

senso del movimento e un maggiore dinamismo alle figure.

Quello che caratterizza questo stile è che le proporzioni reali del corpo degli animali non sono

rispettate: i corpi appaiono molto voluminosi, il ventre è abbassato e allungato, rigonfio come se si

trattasse di animali gravidi (ma ciò non è possibile, in quanto anche i maschi sono raffigurati in

questo modo), nel caso dei bisonti la gobba è spesso esagerata, mentre i colli sono stretti, le teste

hanno una forma a becco di uccello, e gli arti sono molto corti in proporzione al corpo.

Il modo in cui viene resa la prospettiva è abbastanza costante, si afferma la cosiddetta prospettiva

semi­ritorta, secondo l’espressione dell’abate Breuil.

All’evoluzione stilistica si accompagna un progresso tecnico nell’esecuzione delle pitture e delle

policromia

incisioni; nel campo della pittura compare la data dall’uso di diversi colori, infatti

compaiono nuove tinte che nascono dalla mescolanza dell’ocra rossa con l’ossido di manganese;

l’uso del colore nero di origine vegetale ha consentito qualche datazione radiocarbonica mediante

AMS. 71

Le incisioni sono eseguite con un solco sottile e un tratto sicuro; i segni che accompagnano le figure

animali sono figure geometriche ormai completamente astratte, che sostituiscono i simboli sessuali

di aspetto vagamente realistico, pur nella loro schematizzazione, dei periodi precedenti.

grotta di Cougnac,

La nel comune di Peyrignac, dipartimento del Lot, è stata scoperta nel 1952;

essa non è mai stata abitata, ma gli scavi condotti nel riparo dell’entrata da M. Lorblanchet hanno

accertato la presenza di un livello di abitato del paleolitico medio, con un musteriano di tradizione

acheuleana, ma nessuna fase riferibile al paleolitico superiore, epoca durante la quale la caverna fu

frequentata unicamente come santuario. La grotta è formata da una galleria principale che dopo

essersi sviluppata per 75 m di

lunghezza si allarga in una

biforcazione, dalla quale a sinistra si

accede a una galleria trasversale e a

destra a una grande sala lunga che

presenta diversi pannelli con

pitture; sulla destra della galleria

principale si apre un’altra galleria.

Le opere d’arte parietale si concentrano lungo la parete sinistra della sala principale e costituiscono

fregio dei megaceri;

il cosiddetto L’intero fregio della sala principale può essere suddiviso in

pannelli in base alle concrezioni e ai drappeggi che ricoprono la parete e che con le loro pieghe

creano una separazione.

Tutti gli animali dei tre pannelli, tranne un caso, sono rivolti verso sinistra, cioè verso l’entrata; il

pannello IV comprende una grande figura di megacero maschio, la cui parte posteriore si

sovrappone a una figura di megacero femmina; all’interno dell’esemplare maschio è tracciato il

profilo abbreviato di un mammuth, mentre al di sopra della linea dorsale vi sono la testa di uno

stambecco, rivolta verso il fondo della grotta, e un palco di corna di megacero.

Il pannello V presenta una grande figura di megacero maschio, al cui interno sono tracciati un

figura umana acefala

cervo, una colpita da tre zagaglie (la figura dell’uomo morto ricorre in molte

raffigurazioni) e uno stambecco; una coppia di stambecchi, maschio e femmina parzialmente

sovrapposti, con parziale campitura rossa, formano il pannello VI.

Il pannello VII comprende una grande figura di stambecco maschio rivolta verso il fondo della

grotta, con il muso campito di rosso, mentre alle sue spalle è tracciato il profilo della testa di uno

stambecco rivolto verso sinistra. Intorno alle figure animali vi sono coppie di bastoncini; all’inizio

72

del pannello VIII troviamo numerosi segni, prevalentemente impronte di polpastrelli e coppie di

bastoncelli.

Alla base della parete si apre uno stretto cunicolo, lungo le cui pareti si trovano punti allineati,

bastoncelli e un segno a tridente; dopo il cunicolo il pannello termina con la figura di un mammuth

antropomorfo,

rivolta verso sinistra, tracciata con una linea di colore rosso, al cui interno vi è un

colpito da sei o sette zagaglie, di colore bruno, e un profilo di mammuth a spessa linea rossa.

Un secondo antropomorfo di colore bruno, colpito da tre zagaglie, con la testa verso il basso e i

piedi all’aria, è stato riconosciuto sul dorso del mammuth, ma è scarsamente visibile e solo in alcuni

momenti dell’anno, per cui Lorblanchet lo ha classificato tra le figure non determinabili.

Due profili abbreviati di stambecco e di mammuth concludono il pannello, che è ricco di coppie di

bastoncelli e impronte di polpastrelli e di qualche segno a freccia.

I primi studiosi della grotta, Mèroc e J. Mazet, seguendo gli schemi dell’abate Breuil, attribuirono

l’arte parietale di Cougnac al ciclo aurignaco­perigordiano, tranne le figure umane, ritenute

femminili e attribuite al maddaleniano; in seguito Leroi­Gourhan ha proposto una datazione alla

fase avanzata dello stile III, vale a dire al Maddaleniano antico. Lo studio di Cougnac è stato ripreso

da Michel Lorblanchet, che oltre ad avere scavato il riparo dell’entrata, ha rilevato tutte le opere

d’arte parietale e stabilito un nuovo inventario dei segni e delle figure; queste sono tutte a linea di

contorno senza campitura interna, viste di profilo, senza dettagli tranne le corna e la coda, soltanto il

muso di alcuni stambecchi e la gobba di due megaceri sono riempiti di colore; per la maggior parte

sono state eseguite con colore rosso.

L’interpretazione di queste date non è semplice: una prima fase dell’arte parietale di Cougnac risale

al periodo compreso tra 25.000 e 22.000 anni Bp, vale a dire al gravettiano recente; la seconda fase

nella storia di Cougnac si colloca a distanza di quasi diecimila anni, tra 15.000 e 13.000 anni Bp,

nel corso del maddaleniano medio.

Alla luce delle datazioni dirette con AMS l’unità di tutta l’arte parietale della grotta di Cougnac,

asserita da Leroi­Gourhan, viene meno e così pure la sua attribuzione al maddaleniano antico;

d’altra parte il megacero è un animale relativamente frequente nell’arte paleolitica più antica,

mentre è completamente assente nell’arte parietale dello stile IV.

Dai resti di fauna del paleolitico superiore della Francia sud­occidentale risulta che il megacero è

presente in siti aurignaciani e gravettiani, poi scompare e riappare sporadicamente durante il

maddaleniano superiore, nel corso di una fase fredda del tardiglaciale; alla luce di questo fatto una

datazione di Cougnac al solutreano o al maddaleniano antico sembra altamente improbabile.

73

Cougnac ha fornito il maggior numero di figure del tema dell’Homme blessè o Homme tuè, due o

forse tre; l tema ricorre dipinto in rosso a Pech­Merle e inciso nella grotta Cosquer; di esso sono

state date diverse interpretazioni: personaggio mitico, sciamano dal cui corpo si sprigionano raggi di

energia, atto magico di uccisione di un nemico, riti di iniziazione di uno sciamano.

grotta di Pech Merle

La si trova nel comune di Cabrerets nel dipartimento del Lot; essa fu scoperta

nel 1922 da due giovani e la sua esplorazione portò al ritrovamento delle pitture paleolitiche; la

grotta fu studiata dall’abate Amèdèe

Lemozi che vi condusse anche degli

scavi.

La grotta di Pech Merle è molto

bella e scenografica, con grandi sale

e ambienti molto vasti; l’entrata

attuale è artificiale, infatti quella

originaria di età preistorica, poco

distante, è rimasta bloccata alla fine

del Pleistocene dall’accumulo di pietrisco. A sinistra dell’ingresso si sviluppa una galleria lunga 50

m, alla fine della quale si trova, lungo la parete di destra, una stretta galleria che conduce alla sala

dell’ossuario, con un deposito ricco di ossa di animali, e le prime opere d’arte parietale; si entra

cappella dei mammuth

quindi in una grande sala: lungo la parete di sinistra vi è la cd. o fregio

nero, un’alcova naturale comprendente tracce di colore rosso e una ventina di figure animali a linea

di contorno nera. cavalli punteggiati:

Al centro della parete settentrionale, si trova il pannello dei essi sono

parzialmente sovrapposti e contrapposti per il dorso, essendo rivolti uno a destra e l’altro a sinistra;

sono raffigurati quasi a grandezza naturale, con la testa e il collo molto piccoli e sono disegnati con

una grossa linea di contorno nera e testa, collo e petto campiti di nero, mentre il resto del corpo è

riempito da grosse punteggiature, sempre di colore nero; altre punteggiature sono disposte sotto il

ventre dei due cavalli e intorno alla testa del cavallo di destra; le due figure sono contornate da sei

mani negative nere. In una fase più recente sono state aggiunte alcune punteggiature rosse, una

grande figura di pesce dipinta a tratto rosso, che si sovrappone al dorso del cavallo posto a destra e

una figura cuoriforme rossa che si sovrappone al petto dello stesso cavallo; altri segni rossi hanno

una forma a U rovesciata.

Sempre lungo la parete settentrionale, una nicchia con la superficie rocciosa liscia, ospita un gruppo

di 13 grossi punti rossi, una mano negativa rossa, probabilmente di un adolescente, la testa di un

74

cervide schematico, e in basso a sinistra un pannello con la figura di un mammuth e un gruppo di

otto silhouettes femminili che ricordano il profilo del dorso di un bisonte, motivo per cui sono

denominate les femmes­bisons.

Verso l’angolo nord­orientale della grande sala possiamo vedere un motivo aviforme e un

antropomorfo colpito da quattro zagaglie, entrambi dipinti in rosso, e sempre in rosso gruppi di

bastoncelli, un uro, uno stambecco. Sul soffitto dell’immensa sala si possono osservare una serie di

tracciati digitali, i cd. macaroni, e i contorni parziali di figure di mammuth, di bovidi, di uno

stambecco e tre silhouettes femminili, sottostanti a tre mammuth delineati con una doppia linea di

contorno.

La grotta di Pech­Merle non è mai stata abitata dall’uomo preistorico ed è stata frequentata

unicamente come santuario; in diversi punti sul suolo sono stati rinvenuti resti di ossa animali,

carboni e qualche manufatto di selce.

Nel 1995 M. Lorblanchet ha studiato i pigmenti con cui sono state realizzate le pitture di Pech

Merle: nel fregio nero della cappella dei mammuth il nero è stato ottenuto da ossido di manganese;

le pitture rosse sono state eseguite con ossidi di ferro; il colore nero dei cavalli del pannello dei

cavalli punteggiati (così come il nero delle mani negative) è una miscela di ossidi di manganese e di

bario, con piccole percentuali di carbone di legna; quindi un solo campione, proveniente dal petto

del cavallo rivolto verso destra, conteneva carbone sufficiente per essere sottoposto a datazione

radiocarbonica.

Secondo Leroi­Gourhan l’arte parietale di Pech­Merle rappresenta due stadi successivi dello stile

III: alla fase più antica appartengono le pitture del Combel e il pannello dei cavalli punteggiati, a

quella più recente i segni aviformi, l’uomo colpito dalle zagaglie, il gruppo delle femmes­bisonts e

il fregio nero della cappella dei mammuth. M. Lorblanchet ha aggiunto una

terza fase, documentata da poche figure incise, soprattutto quella di orso, attribuita allo stile IV

antico per il suo carattere naturalistico. Le datazioni radiocarboniche ottenute dai carboni dei

sondaggi di scavo dimostrano che la grotta è stata frequentata anche in età maddaleniano; la

datazione diretta del pannello dei cavalli punteggiati indica una pertinenza della fase più antica al

gravettiano recente.

La cronologia relativa stabilita da Leroi­Gourhan sembra del tutto attendibile, poichè lo stile delle

figure animali del fregio nero è certamente molto più evoluto di quello della galleria del Combel e

del pannello dei cavalli.

Lascaux è in Dordogna, poco a sud del piccolo paese di Montignac, sulla sinistra della Vèzère, una

ventina di km a monte di Les Eyzies ed è una delle grotte più affascinanti che oggi non può essere

75

visitata. Essa fu scoperta per caso nel 1940 e l’abate Breuil, a cui era stato consigliato di

abbandonare Parigi, si era stabilito in un villaggio non lontano da Les Eyzies; qui ricevette la

notizia della scoperta e si recò sul luogo; in più in questa zona si era rifugiato un artista belga che

collaborò all’esplorazione di Lascaux e fece una buona campagna fotografica e molti acquerelli;

Breuil iniziò a studiare la grotta e stese un rapporto su di essa che inviò all’Accademia di Francia,

ma quando egli, a causa della guerra, dovette scappare, gli studi vennero abbandonati e solo nel

dopoguerra riprese l’esplorazione della grotta di Lascaux.

La zona era di proprietà privata e i proprietari pensarono di sfruttare la presenza sul loro territorio di

questa grotta, così nel 1948 venne aperta ufficialmente, ma tra il 57 e il 59 furono fatti altri lavori

che comportarono lo scasso dell’antico suolo della caverna; tuttavia un amico dell’abate Breui,

l’abate Andrè Glory, fu incaricato di seguire questi lavori e di rilevare tutte le opere di arte parietale

della grotta, quindi tutto quello che oggi sappiamo della grotta lo dobbiamo all’abate Andrè Glory,

grazie alla cui documentazione è stato possibile ricostruire la storia della grotta che ha avuto, pare,

un solo periodo di frequentazione; quindi la stratigrafia non era complessa ed è stata trovata

industria litica.

L’enorme afflusso di visitatori ha creato molti danni, infatti si notò che gradualmente il colore delle

pitture cominciava a sciogliersi e si assistette alla proliferazione di funghi e batteri; per questo nel

1963 venne chiusa, partirono gli interventi di restauro e oggi la grotta viene monitorata

continuamente in modo da tenere le stesse condizioni climatiche per la conservazione delle pitture.

76

Circa la pianta abbiamo un corridoio che porta alla sala dei tori, poi vi è un’apertura lungo l’asse

dell’entrata che conduce al

diverticolo assiale che poi si

sala dei tori

restringe; la ha delle

pitture lungo il lato sinistro e poi su

quello destro; il diverticolo assiale

ha pitture su entrambi i lati, che si

trovano soprattutto sulla parte alta

della parete e del soffitto. Sulla

destra della sala dei tori c’è un

passaggio che conduce alla navata

navata

e all’abside: la ha molta

arte parietale, però qui sono

abbondanti le incisioni, mentre si

sono conservate poco le pitture;

dall’abside si apre un pozzo con un

salto verticale di 6 m, in fondo al

quale c’è la cosiddetta “scena del

pozzo”.

Nella sala dei tori le pitture sono

eseguite soprattutto nella parte alta

della parete che è ricoperta di calcite che crea come una sorta di supporto naturale per le pitture ed è

anche un colore in più che si aggiunge ad esse; tale sala presenta dei tori, bos primigenius, con linea

di contorno nera, le corna sono in prospettiva semidistorta e vi sono molti segni; vediamo inoltre la

parziale campitura delle zampe e di parte del muso e i dettagli anatomici sono molto precisi.

La figura del toro interferisce con un'altra figura rossa, probabilmente una vacca (ci sono opinioni

contrastanti sul problema della sovrapposizione dei due).

diverticolo assiale

Anche nel il soffitto presenta le incrostazioni di calcite: sulla parete sinistra

dell’entrata vediamo un liocorno, un animale immaginario (secondo alcuni è uno stregone vestito da

animale), poi abbiamo una serie di cavallini tutti neri e una grande figura di cavallo bicroma; fra i

due tori vediamo un piccolo branco di cervi che hanno le corna estremamente ramificate e sono a

tinta piena rossa o nera; sulla parete destra del diverticolo assiale vediamo un cervo che bramisce

che ha le corna fantastiche (siamo lontani dal realismo e dal naturalismo) e le figure dominanti sono

77

i cavalli e i tori, ma vediamo anche delle vacche di colore rosso; in più ci sono due cavalli al trotto,

detti “cavallini cinesi” che sono bicromi e una caratteristica dello stile III evoluto è che il colore

viene dato lasciando a risparmio una linea che forma una specie di M.

Vediamo nel complesso uno stile molto evoluto e gli animali sono molto dinamici e il senso del

movimento è dato dal fatto che le zampe sono viste divaricate e non più sovrapposte; in più ci sono

molti segni; più avanti vediamo la cosiddetta “vacca che salta” e dei cavallini.

Possiamo notare che mentre le figure di animale si evolvono da schematiche e spigolose alle figure

dello stile III e infine al realismo dello stile IV, la traiettoria di evoluzione dei segni è inversa, infatti

si passa da segni schematici in cui però si riconosce il soggetto a segni che denotano la più completa

astrazione, quindi fanno il percorso inverso. L’abate Breuil interpretava alcuni segni, ma nessuna

delle sue interpretazioni regge di fronte a un’analisi più approfondita; secondo Leroi­Gourhan, se si

ammette una continuità dei segni, essi vanno interpretati come segni sessuali, rielaborati attraverso

dei processi di completa astrazione: egli distingue due categorie di segni, quelli lunghi e stretti,

maschili e quelli larghi e pieni, femminili; ma individua anche un'altra categoria di segni, quelli

meccanicamente ripetitivi come le punteggiature che secondo Leroi­Gourhan sono collocati nei

punti di passaggio e costituiscono una sorta di indicazioni fornite ai visitatori del santuario.

La navata presenta le figure di una vacca, dei cervi a linea di contorno nera e due bisonti

contrapposti per il dorso, la figura del bisonte non è molto frequente, mentre le figure più frequenti

sono il cavallo e il bos primigenius; secondo l’abate Breuil si tratta di due bisonti in fuga perché

hanno avvertito la presenza del cacciatore, mentre secondo Leroi­Gourhan si tratta del momento

iniziale dello scontro per il predominio nella competizione sessuale.

Quindi abbiamo la scena del pozzo che è una vera scena perché vediamo il bisonte che sta

caricando e che ha qualcosa che esce dal ventre ed è attraversato da una lunga zagaglia; di fronte al

bisonte vi è l’uomo che sembra cadere a terra e ha il fallo eretto e la testa a becco d’uccello e

accanto vi sono due propulsori; si può ipotizzare che si tratti di un cacciatore che ha colpito il

bisonte, ma che questo, prima di morire, carica l’uomo (c’è una caverna con una scena analoga).

Lascaux è ricca di incisioni, ma a che epoca si data? Molte figure sono realizzate con il colore nero,

ma in tutte esso è ricavato con l’ossido di manganese; lo stile ci dice che ci troviamo nello stile III

molto evoluto perché siamo alle soglie del realismo dello stile IV che si colloca nel maddaleniamo

medio e recente.

Quando Lascaux venne scoperta, con Peyrony si disse che l’arte era di età gravettiana; Leroi­

Gourhan pensava che le pitture fossero di età solutreana però lo stile è paragonabile a quello dei

bassorilievi di Bourdeilles che sono ben datati dal contesto archeologico.

78

Dopo il suo lavoro, l’abate Andrè Glory non poté pubblicare niente di esso perché morì in un

incidente d’auto e dopo la sua morte parte della documentazione sparì misteriosamente ; solo nel

1979 venne pubblicato il volume “Lascaux sconosciuta” dove emerse che la grotta aveva un solo

livello antropico, archeologico che per forza deve essersi formato al momento della frequentazione

maddaleniano antico

della grotta per la sua istoriazione; l’industria litica trovata fu considerata del

(17/16mila anni Bp), datazione che è stata confermata da alcune datazione radiocarboniche di alcuni

carboni; oggi la grotta è stata oggetto di un nuovo studio della sua arte parietale da parte di Norbert

Aujoulat.

Circa il problema delle figure e della loro sovrapposizione l’ultimo studio della grotta ha stabilito

che la sequenza delle figure deve essere la seguente: dove ci sono delle sovrapposizioni, le figure

cavalli, bovidi cervi.

che sono state realizzate per prime sono i poi i e per ultime quelle dei

La datazione del carbone di una zagaglia ha dato un’età intorno ai 18mila anni Bp, quindi a cavallo

tra il solutreano e il maddaleniano, quindi forse la grotta potrebbe collocarsi nella fase finale del

solutreano. Circa l’interpretazione vediamo come il cavallo, cmq presente spesso nell’area franco­

cantabrica, sia sovrarappresentato, quindi viene il bos primigeniu, invece stupisce che non ci sia

neanche una figura di renna né di mammuth e questo è indicativo del clima, infatti quando sono

state realizzate le pitture probabilmente non si era in un momento di acmè della glaciazione, ma in

un momento interstadiale, in cui il clima era temperato; questo è stato confermato dalle analisi

polliniche. Norbert Aujoulat ha osservato la sequenza di cavalli­bovidi­cervi e ha notato che gli

animali sono rappresentati in modo da comprendere in che stagione si è: il cavallo ha una folta

pelliccia, quindi siamo alla fine dell’inverno e all’inizio della primavera, il bos primigenius è

rappresentato con un pelame che ci fa pensare di essere nel pieno dell’estate e i cervi hanno le corna

molto ramificate e sono rappresentati quasi sempre in gruppo e la stagione in cui essi si trovavano

in gruppo è l’autunno, quindi le figure del cavallo simboleggiano la fine dell’inverno e l’inizio della

primavera, quelle dei bovidi il pieno dell’estate e quelle dei cervi l’autunno: vi è quindi

rappresentata la ciclicità delle stagioni, inverno, primavera, estate e autunno.

stile IV Classico,

Lo o secondo la denominazione di A. Leroi­Gourhan, segna l’apogeo dell’arte

paleolitica sia per quanto riguarda l’arte parietale sia per quanto riguarda quella mobiliare; questo

stile si sviluppa per circa 4000 anni tra 15.000 e 11.000 BP, che fu certamente un periodo di grande

creatività e fioritura artistica.

L’arte dello stile classico fiorisce durante il Maddaleniano medio e superiore, nel corso del

tardiglaciale, caratterizzato da un progressivo arretramento del fronte glaciale scandinavo e dalla

contemporanea riduzione dei ghiacciai alpini; le mutate condizioni climatiche favorirono

79

l’espansione dell’occupazione umana verso il bassopiano francese e germanico e verso le aree

montane, per cui si conoscono numerose opere d’arte mobiliare anche in regioni settentrionali e in

quelle prossime all’area alpina. naturalismo

La caratteristica fondamentale dello stile classico è il nella resa della figura animale, le

cui proporzioni e i cui dettagli sono anatomicamente esatti e riprodotti con precisione e fedeltà, con

una prospettiva otticamente corretta e un senso del movimento del tutto realistico; il tracciato delle

figure è continuo e i punti di passaggio da una parte all’altra della figura non segnano più una sorta

di cesura, come nell’arte delle epoche precedenti, bensì tutte le parti che formano la figura sono fuse

naturalmente una nell’altra. Nuovi procedimenti tecnici caratterizzano lo stile IV per cui le figure

sfumato.

vengono riempite non più soltanto a tinta piatta, ma anche con la resa dello

Leroi­Gourhan ha distinto nello stile IV due fasi, una più antica, corrispondente al maddaleniano

medio (stile IV a) ed una più recente, corrispondente al maddaleniano superiore (stile IV b); nello

stile IV­a la figura diventa pienamente realistica, le proporzioni degli animali sono esatte,

abbondano i dettagli anatomici, codificati secondo le singole specie, è molto curata la resa

dettagliata dei contorni del corpo, riempito spesso di linee incise e di spruzzi di colore per rendere

l’idea del pelame; vi sono ancora, tuttavia, le tracce dello stile precedente, ma soprattutto le figure

animali producono l’impressione di essere quasi sospese a mezz’aria, poichè gli arti sono

perfettamente perpendicolari all’ideale piano orizzontale su cui poggiano. In questa fase vi `e uno

sviluppo spettacolare dell’arte mobiliare.

Nello stile IV­b le linee di contorno si fanno più fluide e meno dettagliate, scompaiono del tutto i

dettagli convenzionali, le figure acquistano maggiore dinamicità, maggior senso del movimento.

Lo stile diventa più realistico, quasi fotografico, gli animali sono riprodotti con una straordinaria

fedeltà anatomica. L’arte mobiliare rispecchia il dinamismo dello stile IV­b, ma diminuisce in

quantità rispetto alla fase precedente, soprattutto per quanto riguarda la scultura (conosce una

grande diffusione il tema della renna sulle placchette incise, su ciottoli e su strumenti); le figure

femminili iperstilizzate sono tipiche di questa fase.

Secondo Leroi­Gourhan con lo stile IV­b le grotte con arte parietale diminuiscono fortemente, si

ritorna a istoriare le parti più vicine all’entrata e si registra l’abbandono dei santuari profondi. Il

progressivo abbandono dei santuari profondi si accompagna alla comparsa di santuari che utilizzano

non più l’arte parietale, ma le placchette con figure incise.

Gli studi successivi hanno messo in evidenza come la suddivisione dello stile IV in una fase antica e

una recente sia per molti aspetti problematica; anche per quanto riguarda l’arte mobiliare, sono state

rilevate diverse incongruenze. 80

I primi studiosi dell’arte paleolitica mobiliare, Edouard Lartet ed Edouard Piette, pensavano che i

cacciatori e raccoglitori del Paleolitico superiore dell’Europa occidentale, e in particolare della

Dordogna, conducessero una vita libera da eccessive preoccupazioni legate alla sopravvivenza: la

selvaggina era abbondante e non difficile da catturare, rimaneva loro molto tempo a disposizione,

durante il quale si dedicavano a decorare armi e strumenti. La teoria dell’ “arte per l’arte”,

soprattutto in studiosi come Gabriel de Mortillet, si inseriva perfettamente in una visione dell’uomo

preistorico ancora privo di qualunque forma di religione.

La scoperta dell’arte parietale determinò la crisi di queste idee, dimostrando che l’arte paleolitica

era un fenomeno ben più complesso; fin dai primi tempi degli studi sull’arte parietale paleolitica si

comprese che l’ubicazione stessa delle opere, molto spesso in parti profonde, a volte quasi

inaccessibili, delle caverne, escludeva automaticamente qualunque fine estetico o semplicemente

decorativo di quest’arte; doveva trattarsi, quindi, di un’arte connessa alle credenze “magico­

religiose” dei cacciatori paleolitici.

In un articolo del 1903 per primo Salomon Reinach propose un’interpretazione magica dell’arte

paleolitica: l’arte avrebbe avuto uno scopo utilitaristico e nelle profondità delle caverne si sarebbero

svolte cerimonie volte ad assicurare il successo nella caccia e la fecondità e quindi la riproduzione

degli animali. Breuil

Questa tesi fu accolta ed ulteriormente approfondita e sviluppata dall’abate e da altri studiosi

magia propiziatoria caccia

secondo i quali lo scopo dell’arte parietale era la della e della

riproduzione degli animali. Innanzitutto, si osservava che nell’arte parietale mancavano vere e

proprie scene ed era del tutto assente un qualsiasi contenuto di carattere descrittivo­narrativo, si

potevano constatare soltanto alcune associazioni di animali di sesso maschile e femminile.

Quindi nella concezione dell’abate Breuil e di tanti altri studiosi dell’epoca l’arte delle caverne era

il prodotto di pratiche rituali destinate a favorire il buon esito della caccia; i soggetti più frequenti

come il cavallo e il bisonte erano gli animali più consumati, insieme alla renna e la scarsa frequenza

della renna nel bestiario dell’arte paleolitica veniva giustificata per la facilità della sua caccia.

Nell’interpretazione di Breuil, quindi, l’arte era connessa intimamente alla magia della caccia per

favorire l’uccisione delle prede, alla magia della fecondità per favorirne la moltiplicazione, alla

magia della distruzione nel caso di quegli animali pericolosi per l’uomo come l’orso e i felini.

Conseguenza di queste pratiche rituali era l’accumularsi progressivo delle immagini sulle pareti;

nell’arte paleolitica non vi è alcuna composizione, poichè ogni immagine era frutto di una

cerimonia individuale e in questa prospettiva è possibile comprendere il fenomeno delle

sovrapposizioni. 81

Inoltre, secondo questa interpretazione, erano evidenti nell’arte parietale i segni di una magia

venatoria simpatetica, rivolta alla cattura o all’uccisione degli animali: i segni frequenti sugli

animali come i penniformi e i segni a freccia graffiti o dipinti di Niaux o i penniformi che sembrano

volare intorno ai cavalli di Lascaux, erano interpretati come frecce, in cui era raffigurata più che la

punta la parte con l’impennaggio rimasta all’esterno del corpo dell’animale ferito.

In questo contesto interpretativo le figure di mani costituirebbero l’atto simbolico della presa di

possesso della preda; i segni rossi come le punteggiature potevano rappresentare i cacciatori intorno

all’animale colpito, mentre quelli claviformi potevano essere interpretati come armi del tipo mazza

o boomerang; i segni non associati agli animali sarebbero stati punti di riferimento indicativi per

orientare i cacciatori durante le loro visite al santuario.

Figure strane, come lo stregone di Les Trois Frères o come quelle di animali compositi con testa di

bisonte e corpo di renna oppure orsi con testa di lupo e coda di bisonte si possono ben comprendere

alla luce di un’interpretazione magico­rituale dell’arte paleolitica: si tratterebbe in questo caso di

figure di sciamani o di cacciatori travestiti per avvicinarsi alla preda o per compiere riti propiziatori.

L’abate Breuil era cosciente del fatto che la fauna rappresentata nell’arte delle caverne non era un

riflesso fedele di quella che popolava l’ambiente in cui vissero gli uomini del Paleolitico Superiore.

La tesi della magia propiziatoria della caccia ha ancor oggi i suoi seguaci, ad esempio è stata

recentemente ripresa da Janus Kozlowski, secondo cui la stessa arte mobiliare testimonia delle

medesime pratiche magiche documentate dall’arte parietale.

Max Raphael

Il filosofo marxista (1889­1977), studioso di arte ed estetica, fu il primo ad aprire

una nuova strada nell’interpretazione del significato dell’arte paleolitica, infatti nel 1935 visitando

le caverne con arte parietale della valle della Vèzère, ebbe l’intuizione che le figure animali non

erano affatto isolate, ma costituivano un insieme strutturato. Secondo Raphael le figure animali

sono in relazione l’una con l’altra e formano gruppi il cui significato scaturisce proprio

dall’associazione delle figure ed egli adottò il totemismo come criterio di interpretazione.

Laming­Emperaire

La via dell’analisi strutturale dell’arte paleolitica è percorsa anche da Annette

(1962), che pone l’accento sullo studio delle associazioni e mette in rilievo come il cavallo e i

bovidi formino la coppia più frequente dell’arte parietale e avanza l’ipotesi che l’associazione

donna­bisonte o donna­bisonte­cavallo abbia un carattere sessuale. Alcuni degli spunti della

Laming­Emperaire sono ripresi e più ampiamente sviluppati da Leroi­Gourhan; per prima cosa egli

mette in evidenza tutte le contraddizioni insite nell’interpretazione dell’arte paleolitica come magia

propiziatoria della caccia e della fecondità e il suo punto di partenza sono le acquisizioni della

82

generazione precedente di ricercatori: la certezza del contenuto religioso delle manifestazioni

artistiche paleolitiche.

Leroi­Gourhan, però, dubita fortemente che il messaggio dell’arte parietale paleolitica possa essere

compreso utilizzando in maniera semplicistica come codice di lettura le credenze dei popoli

primitivi o le credenze popolari attuali, infatti non vi è nell’arte paleolitica alcuna evidenza che

permetta di riconoscere immediatamente il contenuto di questa religione.

Secondo Leroi­Gourhan la metodologia troppo semplice degli studi precedenti ha consentito di

cogliere soltanto una parte della verità e cioè il contenuto religioso di quest’arte: certamente gli

uomini del Paleolitico hanno dovuto conoscere e praticare dei riti magici ed hanno potuto lasciarne

traccia nelle loro opere d’arte; ma il fatto di avere una religione presuppone una concezione del

mondo, quindi diventa necessario domandarsi se nell’arte paleolitica sussistano tracce di una

concezione del mondo e non soltanto di riti magici della fecondità o propiziatori della caccia.

In ogni caso la disposizione e la frequenza delle figure deve tradurre, sia pure inconsciamente o

anche solo parzialmente, l’immagine che gli uomini paleolitici avevano del mondo sul quale

effettuavano le pratiche magiche; quindi è necessario ricercare se vi sia una sorta di sintassi che ha

regolato il numero e la disposizione delle figure nell’arte parietale.

L’arte parietale paleolitica comprende essenzialmente tre temi: gli animali, i cd. segni, e impronte di

mani e figure antropomorfe; tutti questi temi non sono sempre presenti nella stessa caverna, ma

mentre le figure animali non mancano mai, impronte di mani e figure antropomorfe possono essere

assenti e i segni possono essere poco frequenti; gli animali rappresentano il grande tema dell’arte

paleolitica, soprattutto di quella parietale, invece le figure umane sono poco frequenti e quando

compaiono sono figure schematiche, a volte rozze o addirittura caricaturali, mentre le figure animali

sono rese via via sempre più con un superbo naturalismo (gli animali raffigurati nell’arte parietale

sono soprattutto erbivori, mentre carnivori, pesci, uccelli appaiono in misura nettamente inferiore).

Leroi­Gourhan ha svolto un’analisi sistematica del contenuto dell’arte parietale di 72 caverne

dell’area franco­cantabrica, classificando le figure animali in quattro gruppi distinti con le lettere A­

D; in questo modo Leroi­Gourhan ha introdotto metodi quantitativi nello studio dell’arte paleolitica

ed ha potuto dimostrare che nel bestiario dell’arte paleolitica vi era una chiara gerarchia figurativa.

gruppo A equidi,

Il è costituito dagli in pratica dal solo cavallo, che è l’animale in assoluto più

raffigurato e presente in quasi tutti i complessi di arte parietale;

83

gruppo B bovidi,

Il comprende i in particolare il bisonte (B 1) e l’uro (Bos primigenius);

eccezionalmente i bovidi sono assenti dall’arte parietale di una caverna. È evidente che il tema

centrale dell’arte parietale è la coppia cavallo­bisonte o in alternativa cavallo­uro.

Il terzo gruppo, indicato con la lettera C, `e formato da animali che raggiungono percentuali di

frequenza decisamente inferiori, ma non insignificanti, e che Leroi­Gourhan definisce animali

complementari; tra essi il cervo (è interessante notare che negli insiemi di arte parietale con animali

di clima freddo e di spazi aperti, come mammuth, rinoceronte lanoso, renna, è egualmente presente

il cervo, animale di clima temperato), il mammuth (C 2), presente in tutta l’area franco­cantabrica,

ma assente in Italia e nel sud della penisola iberica; lo stambecco (C 3) la renna (C 4).

Il gruppo D comprende animali poco raffigurati, in genere dislocati nelle parti più profonde delle

caverne, si tratta di animali pericolosi come i felini, l’orso, il rinoceronte; eccezionale è il caso di

Rouffignac, dove il rinoceronte costituisce più di metà delle figure.

Ancora meno numeroso è il gruppo E, costituito da figure “mostruose” o fantastiche e da pesci ed

uccelli; altri animali hanno attestazioni che si contano sulle punta delle dita: il megacero, l’antilope,

il cinghiale, il lupo e la volpe.

Le statistiche di Leroi­Gourhan sono ormai invecchiate; alcune delle grotte incluse nel conteggio

sono state studiate in modo più completo e il numero delle figure presenti è aumentato; nel

frattempo altre grotte sono state scoperte, alcune come quella Chauvet, con un bestiario molto

differente rispetto a quello tradizionale dell’area franco­cantabrica.

Gli studi di Georges Sauvet hanno mostrato come sia importante analizzare i dati da un punto di

vista geografico e cronologico: nella composizione del bestiario dell’arte parietale vi sono sensibili

differenze regionali (se la coppia cavallo­bovidi è il tema dominante nel Pèrigord e nei Pirenei, nei

Cantabri lo è quella cavallo­cervo/a) e altrettanto importanti sono le variazioni cronologiche tra

periodo antico (stili II­III) e periodo recente (stile IV).

L’aspetto importante del lavoro svolto da Leroi­Gourhan, al di là dei risultati specifici conseguiti, è

l’avere aperto nuove vie alla ricerca, dimostrando che le decine o centinaia di figure animali

raffigurate sulle pareti e le volte delle singole caverne non costituiscono un insieme casuale e

amorfo, ma al contrario riflettono una organizzazione che risponde certamente al pensiero

mitologico o cosmogonico dei cacciatori del Paleolitico Superiore.

A. Leroi­Gourhan ha cercato di dimostrare che le figure dell’arte parietale erano organizzate

secondo uno schema generale adattato di volta in volta a ciascuna caverna in funzione della sua

particolare morfologia; nelle caverne Leroi­Gourhan distingue tre elementi topografici: l’entrata; i

pannelli, superfici piuttosto larghe delle pareti e delle volte delle cosiddette sale o delle gallerie,

84

sufficientemente ampie per contenere numerose figure ed avere un’area centrale e un’area

periferica; il pannello è una superficie delimitata occupata da figure raggruppate, che si ripartiscono

in centrali e periferiche.

passaggi,

I sono zone di transizione tra i pannelli, che possono essere le superfici verticali delle

gallerie e dei corridoi, in cui le figure sono disposte prevalentemente con un allineamento in senso

orizzontale più che verticale; i diverticoli o asperità naturali quali fenditure, nicchie, spigoli,

concrezioni, giunti di stratificazione, pozzi; il fondo.

Ai rapporti di frequenza dei gruppi A, B, C, D corrispondono rapporti topografici sufficientemente

precisi, cioè le figure sono disposte secondo uno schema topografico ricorrente: la coppia A­B

occupa la posizione centrale dei pannelli, dei quali costituiscono il tema principale; cavallo e bovidi

sono, quindi, gli attori principali; il gruppo C ed eventualmente anche il gruppo D sono collocati

nell’area periferica dei pannelli; i passaggi contengono in genere i gruppi A e C oppure A e D; il

gruppo D in quanto tale è dislocato nelle parti più profonde delle caverne, verso il fondo.

Questa formula di distribuzione delle figure nelle diverse parti della caverna può essere di tipo

semplice, ma frequentemente, quando le condizioni della caverna lo permettevano, vi è una

ripetizione della sequenza fondamentale e i pannelli si susseguono uno all’altro, rispondendo, però

sempre alla stessa formula; questo è uno dei punti maggiormente criticabili della teoria di Leroi­

Gourhan, poiché le grotte con arte parietale hanno una tale varietà di struttura topografica che

sembra piuttosto arbitrario stabilire per tutte uno schema generale.

In conclusione, l’analisi di Leroi­Gourhan ha dimostrato che cavallo e bisonte sono il tema

fondamentale dell’arte parietale: raffigurati negli spazi principali delle pareti e dei soffitti, essi

svolgono un ruolo nello stesso tempo di opposizione e di complementarità; naturalmente esistono

delle eccezioni. La natura simbolica dell’arte parietale paleolitica viene confermata dall’analisi del

secondo grande tema, quello dei segni; essi sono figure di carattere geometrico, che Leroi­Gourhan

ha raggruppato secondo tre tipologie:

• S 1, segni sottili, stretti e allungati, come segni a forma di freccia, di piuma, di ramo, di

gancio;

• S 2, segni larghi e pieni, che comprendono forme ovali, triangolari, quadrangolari;

appartengono a questo gruppo i segni aviformi e i cosiddetti claviformi, cioè segni di tipo

stretto ma con una protuberanza;

• S 3, segni meccanici e ripetitivi, quali punteggiature rosse o nere e trattini lineari, incisi o

dipinti, i cosiddetti. 85

I segni astratti, un tempo interpretati come boomerang, arpioni, armi, trappole, capanne, sarebbero

in realtà simboli sessuali maschili e femminili; dalle figure, sia pure molto schematiche come quelle

che si riscontrano sui blocchi incisi dell’età aurignaciana, si giunge attraverso successive

semplificazioni e stilizzazioni fino alla più completa astrazione: mentre l’evoluzione stilistica

generale delle figure animali si sviluppa nella direzione di un sempre maggiore naturalismo, una

traiettoria opposta è percorsa dall’evoluzione dei simboli sessuali, che da un figurativismo

schematico approdano a una completa astrazione di carattere geometrico.

Anche i segni, come le figure animali, hanno una loro distribuzione spaziale all’interno della grotta:

il gruppo S 1, i segni di connotazione maschile, e quello S 2, di connotazione femminile, si trovano

nei pannelli o nei diverticoli, il gruppo S 3 si trova prevalentemente all’inizio o al fondo delle

grotta; inoltre, i segni possono trovarsi accoppiati tra loro.

In conclusione l’analisi di Leroi­Gourhan ha dimostrato che nell’arte parietale la disposizione delle

figure animali e dei segni non è casuale, ma risponde a uno schema generale, una struttura che

costituisce una forma di linguaggio simbolico; l’interpretazione dell’arte parietale come espressione

di riti connessi alla magia propiziatoria della caccia e della riproduzione degli animali viene

decisamente respinta. Innanzitutto, questa tesi è smentita dal confronto tra il bestiario dell’arte

parietale e la fauna che era cacciata dagli uomini del Paleolitico Superiore e che conosciamo

attraverso l’analisi delle ossa accumulate tra i rifiuti di pasto nei livelli di occupazione in ripari sotto

roccia, negli abitati all’entrata delle caverne o in stazioni all’aperto; il numero delle specie

rappresentate è ben inferiore a quello delle specie che componevano la fauna dell’epoca; i pittori

non hanno rappresentato animali a caso, ma determinati animali, i quali non svolgevano

necessariamente un ruolo di primo piano nella vita quotidiana (A. Leroi­Gourhan).

In realtà, tra la fauna raffigurata e la fauna cacciata esiste uno scarto molto sensibile, infatti la renna,

l’animale che costituiva la base fondamentale dell’economia di caccia delle popolazioni del

paleolitico superiore, svolge ruolo del tutto secondario. Inoltre, gli animali feriti nell’arte parietale

sono meno frequenti di quanto pensasse l’abate Breuil, appena il 4% di tutte le figure animali e si

tratta soprattutto di cavallo e di bisonte.

Un altro elemento rende debole l’ipotesi del legame tra l’arte parietale e la caccia: alcuni segni, ad

es. i claviformi, sono stati interpretati come boomerang o come clave, ma è evidente che nessuna

arma di questo tipo avrebbe permesso di abbattere un bisonte.

A. Leroi­Gourhan ha dimostrato che l’arte delle caverne è un gioco costante di associazioni

Bisonte­Cavallo,

simboliche; il tema fondamentale è la coppia primordiale altri animali quali

86

stambecchi, cervidi, mammuth svolgono il ruolo di animali complementari, che accompagnano la

coppia primordiale.

L’arte parietale esprime, quindi, una visione del mondo, una cosmologia, quella dei popoli

cacciatori del Paleolitico superiore, accentrata sulla divisione della natura in elementi femminili ed

elementi maschili. La struttura dell’arte parietale secondo Leroi­Gourhan rivela un sistema dualista:

il tema del cavallo e del bisonte, animali che rappresentano due principi opposti e nello stesso

tempo complementari, il cavallo è il simbolo del principio maschile, il bisonte di quello femminile;

non bisogna nemmeno dimenticare che la caverna stessa si presta a essere interpretata come un

simbolo femminile.

Qual è la natura del linguaggio artistico dell’arte parietale paleolitica, una volta ammesso il suo

carattere strutturato, organizzato in base ad alcuni principi? Secondo Leroi­Gourhan l’arte

mitogramma,

paleolitica è un un insieme strutturato di simboli; nel caso dell’arte paleolitica noi

non possediamo più i codici per poterla interpretare e quindi possiamo soltanto renderci conto che si

tratta di qualcosa di assolutamente strutturato, non lasciato al caso, dell’espressione figurativa in

chiave simbolica della concezione del mondo, dei miti, delle cosmogonie dei cacciatori del

Paleolitico superiore.

Nonostante queste profonde differenze non sono mai stati scoperti popoli primitivi che non avessero

un sistema di spiegazione del mondo che li circonda; di fronte ai molteplici fenomeni della natura,

ad es. la periodica migrazione delle renne o degli uccelli, l’uomo primitivo aveva la stessa nostra

necessità di comprendere e di trovare delle spiegazioni: oggi noi spieghiamo scientificamente il

fenomeno, ma il bisogno di un primitivo di comprendere e di spiegare era del tutto eguale al nostro.

L’arte dimostra che gli uomini del Paleolitico superiore erano uomini esattamente come noi, dotati

di linguaggio articolato, autocoscienza e facoltà razionali.

L’ipotesi sciamanistica: Lewis­Williams e J. Clottes hanno cercato di applicare tale ipotesi all’arte

paleolitica grazie al ricorso all’analogia etnografica;secondo Clottes e Lewis­Williams l’arte

parietale paleolitica è perfettamente compatibile con le percezioni allucinatorie: la presenza di segni

geometrici e astratti, l’assenza di una delimitazione del campo rappresentativo, l’assenza di uno

sfondo e di una linea del suolo, le immagini degli animali che sembrano “galleggiare” sulla

superficie rocciosa in assenza di gravità, l’assenza di vere e proprie scene, la presenza di esseri

fantastici e compositi; nello stesso tempo la precisione con cui gli animali sono raffigurati indica

che si tratta di animali visti e non di simboli stereotipati. La grotta stessa, soprattutto nelle sue parti

più profonde ed oscure, favorisce la comparsa di stati allucinatori: la grotta poteva essere ritenuta

87

quel mondo parallelo e sotterraneo degli spiriti dotati di poteri particolari e con i quali lo sciamano

doveva entrare in contatto; il fatto di riprodurre sulle pareti le immagini degli animali comparsi

nelle visioni allucinatorie facilitava l’accesso al mondo degli spiriti e al loro potere.

grotta di Altamira,

La la cui scoperta ha dato inizio agli studi di arte parietale paleolitica, si trova

nella regione della Cantabria; la caverna dista circa 5 km dalla costa, ma durante l’ultima

glaciazione, quando il livello degli oceani e dei mari era un centinaio di metri più basso di quello

attuale, Altamira aveva di fronte a sé una

pianura estesa.

La caverna si snoda per 270 m di lunghezza e

può essere suddivisa in una decina di

ambienti; a 30 m dall’ingresso si apre sulla

sinistra un ampio diverticolo, la celebre sala

del Grande Soffitto Dipinto (I); la caverna

prosegue verso nord e un largo corridoio (II)

conduce a un’altra sala (III), in fondo alla

quale si apre piegando poi bruscamente verso

sinistra la Grande Galleria (IV). Questa

termina sulla sua sinistra in una fossa che si

trova a un livello più basso, La Hoya (VI), e

sulla sua destra, piegando a gomito verso

nord in una grande sala, che si è rivelata

quasi priva di arte parietale (VII­VIII). Al termine, sulla sinistra si apre una sala, al cui fondo vi è

un pozzo (IX), mentre verso destra inizia una stretta galleria lunga una cinquantina di metri con

andamento zig­zagante, denominata Cola de Caballo (X).

Gli scavi condotti nell’area dell’ingresso della caverna hanno portato alla luce una serie di livelli

archeologici, che per l’abbondanza dei resti di fauna e di focolari dimostrano come questa parte

della grotta fosse abitata. Dagli scavi è emerso che la grotta è stata frequentata durante due periodi

distinti, il solutreano evoluto e il maddaleniano antico e medio.

La sala del Gran Techo è istoriata con oltre duecentotrenta tra pitture e graffiti: sulla parte destra,

rispetto all’entrata della sala vi sono le pitture più antiche, di colore rosso dal tono sbiadito, a linea

di contorno o a tinta piena: una decina di cavalli, uno stambecco, un cervide, due mani positive e

quattro mani negative, una quarantina di segni claviformi ed altri segni pettiniformi e rettangolari.

88

Figure animali a tracciato nero sono più recenti, poiché in alcuni casi si sovrappongono alle figure

rosse: abbiamo cavalli, bisonti cervidi, capridi e un bovide.

Sul grande soffitto vi sono anche figure graffite a tratto sottile, che comprendono otto

antropomorfi, una settantina di segni a raggera, detti “comete”, concentrati soprattutto nella parte

sud­est del soffitto e interpretati dal Breuil come capanne di forma conica costruite con frasche e

ramaglie, cerve e cervi, fra cui una splendida figura di cervo che bramisce, capridi, cavalli e bovidi.

L’ultima fase è rappresentata dalle figure policrome, che, a parte qualche eccezione, si addensano

lungo il lato sinistro, cioè meridionale, del soffitto.

La superficie del Grande Soffitto non è uniforme, ha un aspetto scabroso, con molte sporgenze

naturali di forma mammellonare e proprio questi rilievi sono stati sfruttati dall’artista paleolitico per

dare un maggiore senso di volumetria ad alcune figure di bisonti. Gli animali policromi sono quasi a

grandezza naturale (la figura più grande è la cerbiatta); il contorno delle figure policrome è stato

delineato in nero, con un tratto sottile, in molti casi approfondito a incisione con un bulino; abbiamo

anche tutta una serie di dettagli a incisione, come l’occhio, le corna, le narici, gli zoccoli, il pelame.

Secondo Breuil le figure policrome non formano una composizione, ma ciascuna figura era a sé

stante; al contrario, secondo Max Raphael, Laming­Emperaire e Leroi­Gourhan i policromi

costituiscono un insieme strutturato, ma diverso è il significato attribuito alla composizione:

secondo Raphael bisonte e cerva sarebbero stati gli animali totemici di due clan in guerra, secondo

Laming­Emperaire e Leroi­Gourhan cavallo e bisonte rappresenterebbero una coppia opposta e

complementare, simbolo del principio rispettivamente maschile e femminile. Freeman e Gonzales

vedono nella composizione con gli animali policromi la raffigurazione di una mandria di bisonti che

all’epoca della stagione degli amori si sta preparando all’accoppiamento.

Diversi autori avevano già sottolineato come l’insieme delle figure policrome costituisse

un’associazione che non trova riscontro in natura, poiché mentre bisonti, cavalli e cervi possono

ritrovarsi nello stesso ambiente, non così i cinghiali. Freeman e Gonzales hanno però dimostrato che

le figure interpretate da Breuil come cinghiali sono in realtà bisonti.

Nel corridoio II vi sono sul soffitto tracciati digitali, i cd. macaroni, che marcano l’inizio di una

nuova parte della caverna; seguono segni rossi, figure animali dipinte a tratto nero (un bovide, uno

stambecco) ed altre a tracciato digitale (diversi quadrupedi, una testa di bisonte) e una cerva

graffita.

Nella successiva sala III vi sono tre figure di cavalli incisi con un tratto largo su una cascata

stalagmitica, fra cui la cd. giumenta gravida, in realtà un cavallo col ventre rigonfio tipico dello stile

89

III; accanto alcuni graffiti che raffigurano un cavallo, due cervi di piccole dimensioni e un grande

bisonte, di cui si conserva solo la testa con le corna in prospettiva distorta (in un piccolo diverticolo

sulla sinistra si trova un complesso di segni dipinti in rosso definiti “scaliformi”); sempre lungo la

parete sinistra vi sono due figure di cerve eseguite a incisione (quella verso il gomito (IV) che

conduce alla Grande Galleria è rivolta verso destra), una rivolta verso il fondo della caverna, ed è

eseguita con un tratto largo, la testa e la parte anteriore del corpo sono ombreggiati a striature;

questa figura incisa si sovrappone a una linea nera dipinta con carbone di legno di pino, che è stato

possibile datare con il radiocarbonio mediante AMS (14.650 ± 140 BP).

Nella Grande Galleria (V) abbiamo incisioni e pitture: sulla parete sinistra vi sono una testa di

cavallo, un uro con le corna in prospettiva distorta e una testa di stambecco, eseguiti tutti a

incisione; due cavalli e un bisonte, quest’ultimo sovrapposto a uno dei cavalli, sono dipinti con

linea di contorno nera. Sul soffitto e lungo la parete destra le incisioni sono in cattivo stato di

conservazione: si riconoscono due capridi, probabilmente due stambecchi. Infine, alcune figure di

bovidi incisi si trovano in alto sulla parete sinistra e in questa parte della caverna mancano figure di

cervi. La Hoya o fossa (VI) si apre sulla sinistra della galleria, di fronte alla grande sala (VII) ed è

una camera posta a un livello più basso; nella fossa vi sono pitture a tratto nero: un bisonte

all’entrata, sulla destra, e quindi una testa di stambecco; due stambecchi, che sembrano al galoppo,

e una testa di cerva verso il fondo sulla sinistra.

La Grande Sala (VII) e il suo prolungamento (VIII) costituiscono un’area con scarsa arte parietale,

quasi priva di raffigurazioni; sulla parete sinistra della sala VII vi è una figura di felino dipinta in

nero e sulla parete opposta un cavallo graffito e dei segni neri, che diventeranno numerosi nella

coda di cavallo; verso il fondo, sulla sinistra si apre una sala laterale con un pozzo (IX): sulla parete

sinistra vi era la figura di un cavallo a tratto nero e sulla parete opposta la figura di un cervo, sempre

dipinta in nero.

La caverna si conclude con una stretta galleria a zig­zag (X), la cd. coda di cavallo, dalle pareti e dal

soffitto tormentati e irregolari; essa si può articolare, soprattutto a fini descrittivi, in sette unità.

All’inizio abbiamo tracciati digitali e una mano positiva di colore nero; segue la “galleria dei

bisonti” con tre figure incise di bisonti, uno dei quali, giovane, sembra raffigurato nell’atto di

cadere; il “passaggio delle maschere” prende nome da due “maschere” poste l’una di fronte

all’altra.

Le cd. maschere sono volti umani o musi di animali evocati da sporgenze della roccia, su cui sono

stati indicati a incisione o a pittura alcuni dettagli come occhi o naso e in questo caso le maschere

richiamano il muso di un bisonte. Procedendo nella coda di cavallo il soffitto della galleria diventa

90

più basso: qui vi sono due cavalli e un cervide dipinti in nero, un cervo in piena corsa e tre teste di

cervi incisi, una superficie coperta di tracciati digitali, “maccheroni”, e un tettiforme inciso.

Dopo la “galleria bassa”, la coda di cavallo piega verso sud e per un tratto appare priva di

raffigurazioni (il “corridoio vuoto”); a questo punto inizia la “galleria dei tettiformi”: a sinistra

appare un cavallo inciso, a destra una maschera e quindi un bisonte inciso con la tecnica del tratto

striato, seguono sulla parete destra gruppi di segni tettiformi e scaliformi dipinti in nero e due segni,

sempre in nero, “enigmatici”, dei rettangoli da cui si dipartono linee come le zampe di un insetto.

Ora la galleria si allarga e si entra nella “sala delle maschere”: cinque richiamano teste di bovidi,

una ha l’aspetto di un volto umano; vi sono anche figure incise, un cavallo e due bisonti. Superata la

galleria delle maschere, la coda di cavallo piega verso sud­est, arrivando alla “galleria dei cervi”,

con numerose figure di cervi incise lungo la parete destra con la tecnica del tratto striato ed inoltre

due figure di stambecco, mentre lungo la parete di sinistra osserviamo due piccoli cervi incisi, un

cavallo dipinto in nero, uno stambecco, due cervi incisi e una figura problematica, secondo Breuil

una testa di lupo.

Nella coda di cavallo il tema fondamentale è costituito dal bisonte e dal cervo, mentre cavallo e

stambecco svolgono un ruolo complementare; è significativo che là dove ci sono figure di bisonte

manchino figure di cervi e viceversa.

La caverna di Altamira, con oltre 350 figure tra segni e animali, senza contare i numerosi tratti neri

privi di forma, che potrebbero essere i segni di preparazione dei “gessetti” di carbone di legna

utilizzati per le pitture nere, e le numerose tracce di incisioni sul suolo argilloso, in gran parte ormai

obliterate, è stata la caverna con la cui scoperta ha avuto inizio lo studio dell’arte parietale

paleolitica ed ha costituito il punto di partenza per l’elaborazione della cronologia dell’abate Breuil.

A distanza di più di un secolo dalla scoperta, Altamira costituisce ancora oggi una delle caverne

fondamentali per lo studio e la comprensione del significato dell’arte paleolitica, ma purtroppo

priva tutt’ora di una edizione critica e integrale delle sue opere d’arte; infatti, le riproduzioni

dell’abate Breuil sono in diversi casi imprecise e sono state corrette e riviste da Freeman e J.

Gonzales Echegarray; in più molte opere hanno subito un deterioramento, altre sono di difficile

lettura. Leroi­Gourhan si è basato in buona parte sul lavoro di Breuil, ma alcune figure da lui

osservate nel 1957 non sono state più ritrovate da Freeman; quindi molti problemi di lettura e

interpretazione delle figure rimangono aperti.

Il tema fondamentale di Altamira è rappresentato da cervo e bisonte nel Grande Soffitto della sala I

e nella galleria finale, la coda di cavallo, mentre nelle sale e nelle gallerie intermedie, dalla II alla

IX, il cavallo costituisce il tema più frequente. 91

Bisogna considerare anche il fatto che la maggior parte delle figure di cavallo appartengono alla

fase più antica di Altamira, per cui nella fase più recente il predominio del cervo e del bisonte

appare ancora più forte.

Basandosi in gran parte sullo studio delle sovrapposizioni ed anche sulla disposizione delle figure,

l’abate Breuil aveva riconosciuto nove fasi di esecuzione delle pitture e incisioni di Altamira che

poi erano raggruppate in due cicli, le prime quattro nel ciclo aurignaco­perigordiano, e le ultime

cinque in quello solutreo­maddaleniano e ciascuna fase era attribuita a un orizzonte cronologico

preciso.

Leroi­Gourhan individuò sostanzialmente soltanto due fasi, la più antica comprendente le pitture

eseguite a tratto lineare nero e le incisioni stilisticamente ricollegabili a queste pitture, ed è attribuita

allo stile III e datata al Solutreano evoluto o al Maddaleniano antico; anche le figure rosse sono

attribuite allo stile III, ma Leroi­Gourhan non le discute, se non di passaggio.

La seconda fase è quella del Grande Soffitto policromo ed è attribuita allo stile IV­a e datata al

maddaleniano medio. Le opere più recenti sarebbero i graffiti del grande cavallo e del bisonte

associato a un mammuth, secondo l’erronea interpretazione dell’abate Breuil accolta da Leroi­

Gourhan, all’inizio della camera delle maschere nella coda di cavallo, attribuiti al Maddaleniano V,

quindi allo stile IV­b.

Altamira oggi dispone di un buon numero di datazioni dirette, poiché le pitture hanno spesso

utilizzato per il nero il carbone di legna; la prima osservazione che le datazioni radiocarboniche

impongono concerne le figure policrome che non sono databili al maddaleniano VI, come

supponeva l’abate Breuil, mentre è confermata la datazione al maddaleniano medio (III­IV)

proposta da Leroi­Gourhan.

Le pitture nere sono più antiche delle figure policrome e si collocano nell’ambito del Maddaleniano

antico, che nello schema cronologico di Leroi­Gourhan significa stile III; le figure e i segni rossi

sono probabilmente più antichi, per motivi di sovrapposizione, ma non sono databili direttamente,

cmq appare probabile una loro

collocazione a cavallo tra

solutreano e maddaleniano,

intorno a 18000­17000 BP,

quindi sempre nell’ambito

dello stile III di Leroi­

Gourhan.

92

caverna di Niaux

La si trova pochi km a sud di Tarrascona nell’Ariège e fa parte di un sistema di

cavità sotterranee che si snodano per molti km nel rilievo calcareo del Cap de la Lesse (h 1200 m) e

si apre sul fianco meridionale della montagna. L’entrata attuale è molto ampia, ma in realtà è un

grande riparo che è stato collegato alla caverna di Niaux mediante un tunnel artificiale; l’entrata

antica si trovava poco più a nord. Niaux si sviluppa per una lunghezza di circa 1300 m in direzione

est­ovest ed è ricca di gallerie laterali per uno sviluppo complessivo di circa 600 m.

Si può articolare in diverse parti: la Galleria d’Entrata, il Grande Incrocio, che dà accesso a due

diramazioni laterali, sulla destra il Salone Nero e più avanti la Galleria dei Detriti. Proseguendo dal

Grande Incrocio in direzione ovest si attraversa la Galleria Profonda e si arriva a un nuovo incrocio,

dal quale verso sinistra si diparte in direzione sudovest la Galleria dei Marmi. Dopo aver

attraversato un lago, la galleria prosegue con la Galleria della Grande Cupola dalla quale si può

raggiungere la caverna Lombrive. Sulla destra del termine della Galleria Profonda, inizia la Galleria

Cartailhac, costellata di laghi, con i quali si conclude il percorso di Niaux.

Soltanto nel 1970 è stata scoperta al di là di uno di questi laghi una nuova galleria che si snoda per

circa 1 km e che è stata denominata Reseau Clastres, dal nome dello scopritore. La prima parte di

questa galleria prosegue zigzagando in direzione nord per poi piegare verso est.

La scoperta scientifica delle pitture di Niaux è avvenuta nel 1906, ma la caverna in realtà era nota e

frequentata da molto tempo; al suo interno è stata ritrovata una scritta che risale al 1602 e durante il

XIX secolo gli ospiti della vicina stazione termale di Ussat la visitavano, lasciando graffiti e scritte

commemorative. Studiata da Cartailhac e dall’abate Breuil, in anni recenti, anche per provvedere al

progressivo degrado delle pitture, Niaux è stata oggetto di una serie di studi interdisciplinari sotto la

direzione di Jean Clottes.

All’epoca della scoperta dell’arte di Niaux l’abate Breuil e Cartailhac condussero un sondaggio a

una quindicina di metri dall’entrata della caverna, rinvenendo probabilmente un focolare, ossa

bruciate, qualche scheggia e blocchetti di ocra gialla. Nel 1971­1972 venne ripreso il sondaggio e

venne portato alla luce un livello con ceramiche preistoriche, mentre non fu rinvenuto alcun livello

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165

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9 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei beni culturali
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher veroavalon84 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Preistoria e protostoria e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof De Marinis Raffaele Carlo.

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