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Capire i media: Gli strumenti del comunicare

Prefazione di Peppino Ortoleva

McLuhan in nuce

“Tutti i media sono metafore attive in quanto hanno il potere di tradurre l'esperienza in forme nuove”. Non tramiti o intermediari e neppure semplici mezzi. La parola “metafora” deriva dal greco metaphérein, e significa trasportare. Ogni forma di trasporto non soltanto porta, ma traduce e trasforma il mittente, il ricevente e il messaggio. Metafore “attive”: i media portano, veicolano e insieme trasformano. E trasformano tutto ciò che toccano: il messaggio ma anche le realtà umane, individuali o collettive. Traducono non questo o quel linguaggio, ma l'esperienza in quanto tale.

Understanding Media era in effetti il titolo originale del libro che viene ora pubblicato con il titolo Gli strumenti del comunicare. Il nome fu scelto non - come oggi qualcuno sostiene – per “infedeltà” all'originale, ma perché al tempo in Italia la parola “media”, nel senso che attualmente ci è familiare, la conoscevano davvero in pochi.

La frase citata all'inizio contiene in sintesi tutto McLuhan. In primo luogo la passione per le citazioni. Inoltre, importante è il fatto che un po' tutti i ragionamenti che si svolgono in questo volume sono accompagnati da brani, di autori classici come di scrittori e artisti oscuri o dimenticati, da estratti da articoli di giornale, da slogan pubblicitari. C'è in sostanza un montaggio vero e proprio, un accostamento produttivo tra materiali di diversa origine, che fa nascere pensieri nuovi da materiali preesistenti perché segue la forma associativa propria del pensiero umano. È una sorta di collage ininterrotto.

McLuhan si riteneva infatti libero di accostare tra loro oggetti, saperi, autori che erano stati sempre tenuti distinti prima d'ora. Al di là del ricorso alle citazioni, quello di McLuhan è un modo di procedere, inoltre, che non segue, o segue piuttosto di rado, l'andamento progressivo e lineare, concatenato e suadente, delle argomentazioni e delle trattazioni. Del resto, gli stessi titoli dei capitoli hanno in molti casi la forma retorica propria degli slogan pubblicitari.

D'altra parte, le frasi di gusto oracolare, che sembrano dette una volta per tutte, vengono poi riprese a distanza di diverse pagine, o addirittura da un capo all'altro del volume. Le frasi a forma di slogan, le espressioni di tipo profetico, assumono così una sorta di funzione di ancoraggio, in una scrittura che spiazza volutamente chi legge, in un flusso di parole che può di continuo disorientarlo, divagante com'è e insieme martellante. Giochi di parole, freddure, paradossi, e insieme grandi pennellate storico-critiche; metafore e accostamenti, giudizi e citazioni: lo stile di McLuhan è fatto soprattutto di questo, e sottolinea in modo quasi esasperato la presenza di un soggetto-autore che si propone non come uno scienziato e neppure in senso stretto come un letterato, ma piuttosto come una sorta di pioniere e guida in terra incognita.

Gli strumenti del comunicare può, in effetti, essere accostato a un ologramma laser che si dice contenga la stessa informazione nell'insieme come in tutti i suoi più minuscoli frammenti.

Una predica in stile burlesco

C'è però un autore che sicuramente appassionò l'intellettuale canadese fin dalla giovinezza, condizionò le sue scelte di vita spingendolo a convertirsi al cattolicesimo, continuò sempre a stimolarlo e fargli da guida. È lo scrittore cattolico inglese Gilbert Keith Chesterton, autore di polizieschi e trattati di teologia, conservatore fino a simpatie decisamente imbarazzanti e ispiratore di intellettuali di tutti gli schieramenti.

Marshall McLuhan non è mai arrivato né alla qualità letteraria né alle altezze teologiche di Chesterton, ma simile è in lui l'intreccio tra uno “stile burlesco” e un intento terribilmente serio. Il suo obiettivo è “risvegliare” l'umanità contemporanea dal “torpore narcisistico”: una sorta di addormentamento tecnologico che ci rende inconsapevoli di quanto siamo direttamente coinvolti nelle attività di comunicazione di cui crediamo, invece, di fruire come puri spettatori. La presa di coscienza non serve a cambiare il mondo ma a starci davvero dentro.

Va detto per altro che proprio parlando di coscienza e di “risveglio” McLuhan sembra oscillare tra due modi di pensare, tra loro contrastanti. Da un lato, presenta la consapevolezza come un movimento, dall'immediatezza apparente della percezione al distacco della riflessione e di nuovo alla percezione ma questa volta coscienza. In quest'ottica i suoi scritti sembrano avere principalmente una funzione di stimolo, e il loro vero scopo sta nelle risposte che inducono.

Dall'altro lato, McLuhan sembra spesso pensare che la “coscienza dei media” di un'intera epoca o addirittura dell'intera umanità, si identifichi con le sue tesi e con le sue intuizioni. In questa seconda chiave la sua opera può essere letta come un'ultima, e paradossale, “filosofia della storia” dopo il declino di quelle ottocentesche.

Alla base di questa filosofia della storia vi è una distinzione fondamentale che il lettore incontrerà continuamente riproposta nel corso dell'intero volume: quella che oppone i media “caldi”, propri dell'alfabetismo e poi dell'età della stampa, ai media “freddi”, che nascono con la nascita stessa dell'umanità (il gesto, la parola) e ritrovano una centralità oggi. Una distinzione che nasce a sua volta dall'opposizione, propria degli anni cinquanta, tra il jazz hot e quello cool. Il jazz “caldo” è fatto di variazioni sincopate su una linea melodica che rimane sostanzialmente stabile, dove il gioco dei ruoli all'interno dell'orchestra o del complesso è definitivo una volta per tutte; nel “freddo” invece al centro c'è l'improvvisazione, la musica nasce non dalla partitura ma dallo scambio dei musicisti tra loro e (soprattutto) con il pubblico e con le sue reazioni.

Hot nel linguaggio di McLuhan equivale a con-chiuso, cool ad aperto: il primo termine si applica a quei media che saturano la nostra mente con un messaggio completo in sé; il secondo a quelli che ci mandano messaggi incompleti, che saremo noi a dover “chiudere”. Nell'universo dei media caldi c'è un emittente che agisce e un destinatario che reagisce, nel secondo c'è un gioco continuo di reazioni reciproche, anche se a distanza di tempo e di spazio.

Come ci sono media caldi e media freddi, per McLuhan ci sono epoche calde ed epoche fredde: l'oralità fredda delle origini si rovesciò con l'apparire delle scrittura, e soprattutto con il passaggio all'alfabeto, in un universo caldo. Il Medioevo è un intervallo freddo nella storia. Certo è che la stampa introduce la fase più calda, meccanica e specialista, frammentata e testuale, della storia umana, che si rovescia con l'elettrificazione nel suo contrario: la nuova epoca fredda dove il mondo intero assume le forme di prossimità e di partecipazione degli antichi villaggi.

È una filosofia della storia radicalmente diversa da quella di Marx; anche se non mancano le assonanze, incluso l'andamento parabolico che dall'universo preistorico (là comunismo primitivo, qui oralità originaria) conduce a una fase per ora terminale insieme diversissima e analoga: là il comunismo come stadio conclusivo del progresso, qui la nuova oralità dell'umanità elettronica, “cacciatori e raccoglitori di informazioni”.

Leggere Understanding Media

Certo è che l'andamento circolare e ossessivo del ragionamento, unito alla peculiarità...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/06 Cinema, fotografia e televisione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alessandro.lora-1993 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Media: Storia e teoria e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Ortoleva Peppino.
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