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LA PAURA
Che differenza c'è tra la paura e l'insicurezza? L'insicurezza è comunque legata e
scaturisce anche in assenza di un dato oggettivo, mentre si prova paura quando un rischio
è molto probabile che si verifichi.
Delumeau afferma che la paura sia un'emozione universale: riguarda sia gli uomini che gli
animali, con la differenza che i primi sono dotati di razionalità e della possibilità di essere
socializzati in un determinato modo, potendo dunque mettere in pratica delle strategie
volte ad esorcizzare la paura stessa. L'animale percepisce la paura nel momento in cui si
verifica il pericolo, l'uomo si mantiene invece costantemente ancorato alla paura (a causa
della sua capacità di rimuginare).
La paura nelle varie epoche:
Greci e Romani: politeisti, erano portati a divinizzare la paura al fine di avere risparmiata
la vita durante le battaglie; tendevano ad assumere quali idoli proprio il timore e la paura
con la speranza che questi non si rivoltassero contro di loro.
Medioevo: Questo era un mondo cattivo, nel quale con la violenza si teneva a bada tutta
la popolazione. Una delle paure principali era la paura della morte, in quanto questa
veniva vista come l'ultimo giudizio da parte di un dio feroce, che univa gli uomini e li
condannava a dannazione eterna (motivo della nascita della vendita delle indulgenze).
1600: La paura assume un ruolo centrale come fattore di cambiamento della società
stessa. Numerosi storici e filosofi si dedicarono allo studio del contratto sociale (dal
passaggio da uno stato di natura privo di regole, ad uno stato strutturato, che prevedeva
che gli individui venissero protetti dallo stato stesso) ed il contributo fondamentale è quello
di Hobbes, che con “Il Leviatano” traccia il passaggio appena citato: in nome della propria
incolumità fisica e del fatto di poter sopravvivere all'interno di un determinato luogo, l'uomo
toglieva la vita ai suoi simili; ad un certo punto gli uomini si stancarono di dover vivere in
isolamento ed in continuo stato di allerta, e pensarono di cedere parte della loro libertà ad
un ente terzo (il Leviatano appunto, lo stato) il quale, in cambio di questa cessione,
garantiva la sicurezza degli individui.
La paura in questo periodo storico si pone come fondamento della morale e della vita di
società, con la nascita politica. Secondo Hobbes, essa ha un ruolo fondamentale e
positivo nelle nostre sorti in quanto crea la società: è dalla paura di essere uccisi che si
sceglie di cedere parte della proprietà ad un ente terzo.
1700: Durante l'illuminismo è l'uomo che viene posto al centro di tutto, mentre la paura
tende ad assumere un'accezione negativa in quanto, essendo un'emozione, si pensa
possa compromettere la capacità di raziocinio degli individui. E' in questo periodo che si
afferma l'idea che, uno stato che si forma dalla paura, non può che portare ad un potere
dispotico. Gli illuministi criticano infatti il leviatano perché rimanda quel principio romano in
cui, in stato di necessità, veniva instaurata subito una dittatura.
1900: La paura è secondaria nell'uomo occidentale per due motivi: prima di tutto, i due
conflitti mondiali portano ad uno stato di paura costante tanto da reputarla quasi normale,
d'altra parte, i popoli hanno più fiducia nel progresso delle condizioni di vita, che porta ad
un benessere dal quale scaturirà la vera felicità. Ma questo non bastò più quando ci si
rese conto che il miglioramento economico non andava di pari passo a quello sociale;
negli anni '70, infatti, paura ed insicurezza si impennarono.
La paura, a questo punto si globalizza, anche grazie al progresso tecnologico.
Bauman, a questo proposito, afferma che ogni epoca si differenzia dalle altre per aver
conosciuto forme particolari di paura, ovvero, ogni epoca, ha dato un nome di propria
invenzione ad angosce conosciute da sempre. Da questo si evince che la paura, sempre
esistita, veniva considerata in senso negativo o positivo, centrale o periferico, a seconda
del periodo storico.
Il termine paura rimanda ad un'intensa condizione emotiva, la quale viene affiancata da un
pericolo reale o almeno potenziale: provare paura per un evento probabile è qualcosa di
giustificabile; se il pericolo non fosse a livello percentuale verificabile, non saremmo
giustificati nel provare paura e proveremmo insicurezza.
Abbiamo visto che la paura è si, un aspetto emotivo, quasi istintivo (azioni che non
dipendono dalla nostra razionalità), ma la società viene anche socializzata a provare
determinate emozioni.
Proviamo paura in base a tre livelli:
- Bio-fisiologico
- Personalità
- Socio-ambientale
Per quanto riguarda il primo aspetto, nel momento in cui proviamo paura subentrano dei
cambiamenti che intervengono sul nostro corpo a livello fisiologico: accelerazione
cardiaca, sudorazione, difficoltà respiratorie, contrazioni muscolari che agiscono sul nostro
sistema nervoso; il secondo aspetto si riferisce alla personalità individuale, e dipende da
come il singolo analizza gli stimoli che provengono dall'esterno, dalla sua capacità di
interpretazione e di reazione. Infine abbiamo l'influenza del contesto socio-ambientale,
ovvero del tipo di struttura sociale in cui l'individuo vive quotidianamente.
La paura è un'emozione che si differenzia da altre forme di timore indotte dall'esterno:
dobbiamo per esempio distinguerla dall'ansia e dalla preoccupazione:
Ansia: sembra essere slegata da un pericolo concreto, è imminente e si basa sul
presentimento. Quindi è uno stato emotivo irrazionale e non ha alcun riferimento con la
realtà concreta.
Preoccupazione: è quel sentimento di timore veicolato dai valori condivisi all'interno di un
contesto sociale e che quindi non necessariamente si rapportano all'attualità di esperienze
vissute (vittimizzazione per procura, l'esser preoccupati di subire un evento dannoso solo
perché ne abbiamo sentito parlare).
La paura dunque, a differenza di questi altri aspetti, è quel sentimento che risulta essere
legato ad un fattore realmente presente all'interno della struttura sociale, anche se la
minaccia che potrebbe procurarci un danno si dimostra non sempre effettiva, ed è limitata
nel tempo nel senso che la paura svanisce allo svanire della minaccia.
Per questo la paura è differente dall'insicurezza, perché quest'ultima deriva dall'unione di
ansia e preoccupazione, ovvero da elementi soggettivi e collettivi che però risultano
essere nella maggior parte dei casi slegati da pericoli reali.
PAURA DELLA CRIMINALITA'
Spesso si parla di paura della criminalità dove quest'ultima diventa un contenitore nel
quale facciamo convogliare molte altre paure presenti nella nostra esistenza.
Le persone hanno paura dei dati statistici oggettivi pubblicati dalle ricerche, che porta ad
una paura non ingiustificata ma sovradimensionata.
La radice è sempre la stessa, noi percepiamo come minacciose quasi tutte le fattispecie
criminali e ciò ci produce degli scompensi a livello fisico, di personalità e socio-ambientale.
Qual è il meccanismo che scatta nel momento in cui un individuo si trova ad affrontare una
situazione pericolosa? La mente si concentra nel richiamare episodi simili e
nell'individuare i comportamenti più utili per evitare il crimine. In altre parole, la paura del
crimine è assimilabile ad un fattore di stress costante a livello ambientale: i fattori che
concorrono a produrre queste forme di stress sono per esempio la paura di mettere a
repentaglio la propria salute, o di dover modificare il proprio stile di vita.
Quindi, la paura della criminalità nasce dalla preoccupazione che i livelli di criminalità
siano così diffusi da produrre un danno al soggetto stesso: ciò ha delle enormi
conseguenze sia a livello sociale che a livello individuale. Questi fattori possono portare a
reazioni diverse a seconda dell'età e del genere dell'individuo: per esempio, gli anziani
tendono a tornare a casa appena cala il sole, a differenza dei giovani (soprattutto maschi),
che sembrano non avere nessuna forma di timore e non seguono il consiglio di non
frequentare alcune zone in certi orari; questa è la causa per la quale i ragazzi dai 18 ai 30
anni sono la parte maggiormente colpita dai fenomeni di vittimizzazione. Infatti, spesso si
crede che i fenomeni criminali colpiscano maggiormente donne, anziani e bambini ma
questi, proprio in quanto bersagli ideali, tendono a ideare delle strategie di evitamento del
fenomeno vittimizzante (non uscendo in determinate ore della notte e non frequentando
luoghi isolati).
Quali sono i fattori che concorrono al fatto di aver paura della criminalità?
Condizione individuale di vulnerabilità: individuiamo degli aspetti specifici che ci
– portano a non mettere in atto un determinato comportamento;
Conoscenza dei tassi di criminalità: (sicurezza cognitiva) il fatto di essere informati
– può produrre in alcuni maggiore sicurezza ed in altri maggiore paura;
Relazioni sociali che il soggetto può avere con individui vittime di reati: casi di
– vittimizzazione allargata, per procura. Un conoscente ha subito un determinato
reato e la mia paura circa quel tipo di crimine aumenta;
Condizione degli ambienti di vita: La paura varia anche a seconda della classe
– sociale d'appartenenza e della zona di resistenza.
Paura del crimine tra percezione e realtà
Noi abbiamo una percezione della paura del crimine spesso sovradimensionata, motivo
per il quale non segue sempre tutti i parametri della realtà. Per esempio, un elemento
importante è il fatto che all'aumentare della sensibilizzazione della paura, i dati statistici ci
dicono che non vi è assolutamente un aumento delle fattispecie di reato delle quali
abbiamo timore. Esiste dunque un rapporto inversamente proporzionale tra le dichiarazioni
degli individui e le statistiche pubbliche.
Spesso la collettività ha paura in particolare dell'omicidio, soprattutto per come viene posto
dagli organi di comunicazione di massa. Questa pubblicità agli omicidi fa sì che la società
sostituisca l'emotività alla razionalità e che tema quindi più i reati che hanno basse
probabilità di verificarsi piuttosto che quelli, sicuramente meno efferati, ma statisticamente
più probabili.
Anche parlando della paura della criminalità ragioniamo sempre sulla logica per cui esista
una divisione tra aspetti soggettivi (personali), e aspetti oggettivi (collettivi) e chiamiamo in
aiuto colui che ha introdotto per la prima volta questa distinzione, ovvero Furstenberg, c