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scelta dei sistemi pensionistici, il tipo di copertura, i sistemi di calcolo delle prestazioni e i criteri di accesso alle

prestazioni.

2.1 I sistemi pensionistici

Abbiamo tre principali tipologie di sistemi previdenziali:

Previdenza pubblica: si intende un regime pensionistico pubblico ed obbligatorio che garantisca a tutti una

• pensione di base. Le pensioni di vecchiaia sono gestite dallo Stato con il metodo a tripartizione con una spesa

che viene finanziata con la contribuzione dei lavoratori attivi. Il pagamento dei contributi previdenziali è

obbligatorio per legge. Il principio di base è la solidarietà intergenerazionale.

Previdenza privata integrativa: è gestita dallo Stato o da società (compagnie d'assicurazione e istituti bancari)

• attraverso la costituzione di fondi pensione occupazionali o collettivi, finalizzati a garantire un trattamento

pensionistico che insieme alla pensione di base si avvicini all'ultima retribuzione. Può prendere forma nei

seguenti modi: accantonamenti mediante riserve di bilancio, sottoscrizione di una polizza vita di gruppo da

parte di un'impresa, creazione di partecipazioni in fondi pensione non gestiti da datori di lavoro.

Previdenza privata: consiste nella sottoscrizione di polizze vita individuali da parte dei lavoratori con

• compagnie di assicurazione. Il risparmio in tali casi è volontario.

2.2 Il tipo di copertura

La copertura può essere occupazionale o universalistica. La prima prevede che gli schemi previdenziali siano limitati

ai lavoratori occupati. La seconda invece l'estensione del diritto alla pensione per tutti i cittadini indipendentemente

dallo status occupazionale.

2.3 I sistemi di calcolo delle prestazioni

Abbiamo due tipi di calcolo: retributivo e contributivo. Il primo ha come base di calcolo l'ultima retribuzione

percepita o la media delle retribuzioni. Il secondo assume come base di calcolo i contributi versati dal lavoratore ed il

suo valore cresce in funzione dell'età del soggetto che richiede la pensione.

2.4 I requisiti di accesso

Esistono due principali principi per stabilire i requisiti di accesso alle pensioni:

principio universalistico in base al quale tutti i cittadini raggiunta una certa età hanno diritto ad una pensione

• minima;

principio selettivo che vincola l'erogazione della pensione a requisiti specifici quali ad esempio un periodo

• minimo di contribuzione.

In base al tipo di requisiti si possono avere diverse tipologie di assegni previdenziali: pensione di invalidità, pensione

di vecchiaia, pensione di anzianità, pensione ai superstiti, integrazione al minimo.

2.5 Le modalità di funzionamento

Si possono avere due modalità di funzionamento dei sistemi previdenziali:

A ripartizione: tali regimi sono in massima parte pubblici e finanziati dai contributi dei lavoratori in attività e

• dei datori di lavoro. In tali sistemi le pensioni sono calcolate in base a formule predefinite e dipendono dal

numero di anni di lavoro e dal salario medio e finale.

A capitalizzazione: tali regimi sono in prevalenza privati e volontari e si basano su investimenti dei cosiddetti

• fondi pensione. I regimi a capitalizzazione si possono distinguere in: regimi a prestazioni definite

(investimenti e rischi sono assunti dai datori di lavoro) e regimi a contribuzione definita (investimenti e rischi

a carico dei lavoratori).

3. Le politiche del lavoro

Hanno avuto storicamente la finalità di proteggere i principali percettori di reddito, ossia i lavoratori maschi

capifamiglia, dai rischi derivanti dagli irregolari andamenti del mercato e dalla deregulation dei rapporti economici e

di lavoro. Le politiche del lavoro possono avere diversi obbiettivi: intervenire sull'offerta di lavoro, incidere sulla

domanda di lavoro, combattere la disoccupazione, incidere sulle scelte dei datori di lavoro e imporre condizioni sui

contratti di lavoro. I principali campi di intervento sono: la contrattazione, la regolamentazione del mercato del

lavoro, i sussidi di disoccupazione e le politiche attive del lavoro.

3.1 La contrattazione

Costituisce il meccanismo di determinazione dei salari più diffuso nei paesi occidentali. La maggior parte delle

condizioni di impiego è regolata con accordi di contrattazione collettiva fra rappresentanti dei datori di lavoro e dei

lavoratori (sindacati) che si basano su principi di diritto del lavoro e delle relazioni industriali. I principali modelli di

contrattazione sono tre: il primo centralizzato dove il salario viene contrattato a livello nazionale, il secondo settoriale

e il terzo decentrato a livello di impresa.

3.2 La regolamentazione del mercato

Lo scopo è quello di rendere il lavoro più sicuro dal punto di vista della salute fisica e della sicurezza economica. I

principali strumenti utilizzati per regolamentare i mercati del lavoro sono: la regolamentazione dell'orario di lavoro,

la regolamentazione dei contratti di lavoro part-time o a tempo pieno, la legislazione a protezione dell'impiego e la

determinazione dei salari minimi.

3.3 I sussidi di disoccupazione

Hanno due funzioni: la prima è quella di stabilizzazione economica e sociale nelle fasi di congiuntura economica

caratterizzata da bassi livelli di crescita, conseguente bassa domanda di lavoro e alti livelli di disoccupazione. La

seconda è data dalla possibilità offerta ai lavoratori disoccupati di cercare una nuova occupazione senza essere

costretti ad accettare un posto di lavoro non gradito. Nei paesi europei l'assicurazione contro la disoccupazione è

obbligatoria (unica eccezione Danimarca e Svezia). Il campo di applicazione comprende tutti i lavoratori subordinati

entro i limiti dell'età pensionabile; si basa sui contributi versati dai lavoratori assicurati e dai loro datori di lavoro. Si

possono individuare due principali forme di sussidio di disoccupazione: un sussidio che può essere fornito per un

periodo più o meno lungo e indipendentemente dal reddito precedentemente percepito; un sussidio che è in genere a

tempo determinato e legato al reddito da lavoro svolto in precedenza. Per avere accesso ai sussidi bisogna possedere

criteri di esigibilità (disoccupazione involontaria e abilità al lavoro, disponibilità al lavoro e spesso viene chiesto al

lavoratore di essere iscritto alle liste di collocamento).

3.4 Le politiche attive del lavoro

Sono tutte quelle misure finalizzate a supportare l'occupabilità e l'occupazione dei lavoratori. Il concetto di politica

attiva si riferisce all'esigenza di implementare politiche selettive per l'occupazione finalizzate a favorire l'ingresso nel

mercato del lavoro di soggetti deboli. Mentre le politiche passive sono misure con lo scopo di fornire una rete di

protezione a chi ha perso il posto di lavoro, le politiche attive costituiscono interventi finalizzati a migliorare il

funzionamento del mercato di lavoro facilitando l'incontro tra domanda e offerta e adeguando l'offerta di capitale

umano alle competenze richieste. Si possono avere diversi strumenti di politica attiva del lavoro:

I servizi all'impiego: svolgono attività di sostegno e consulenza per persone in cerca di occupazione. Tali

• servizi svolgono diverse funzioni: accoglienza, orientamento e consulenza, servizi di incontro tra domanda e

offerta, attività amministrative.

I sussidi all'occupazione: sono incentivi monetari che possono assumere la forma alternativa di sussidi

• vincolati all'occupazione (a loro volta possono essere crediti di imposta condizionati all'occupazione che

permetto ai beneficiari detrazioni fiscali e sussidi condizionati all'occupazione che sono invece contributi che

si aggiungono al reddito corrente) e sussidi al salario (sono contributi erogati per favorire l'occupazione di

lavoratori a bassa remunerazione e possono essere sussidi pagati dai datori di lavoro o riduzioni dei contributi

sociali pagati dal datore di lavoro).

La formazione e l'addestramento professionale.

• La creazione di posti di lavoro.

• I programmi di inserimento lavorativo: possono essere attivate diverse misure tra cui misure regolamentative

• per influenzare i comportamenti dei datori di lavoro; misure migliorative che mirano ad incentivare i datori di

lavoro ad assumere soggetti deboli; misure sostitutive o integrative con le quali viene promosso l'inserimento

lavorativo di soggetti svantaggiati in laboratori protetti o in imprese create ad hoc.

4. Le politiche sanitarie

Rientrano in questa categoria anche tutte le misure finalizzate a controllare la qualità degli alimenti o a fissare

garanzie per la sicurezza sui posti di lavoro. Ma include anche la prevenzione e la ricerca.

4.1 Le tipologie di servizi

I servizi possono essere suddivisi in diverse tipologie:

Assistenza ospedaliera: consiste in servizi che possono essere erogati all'interno di strutture dotate di

• competenze professionali, attrezzature e assistenza molto specializzate.

Assistenza medico-generica o specialistica: viene fornita attraverso visite o analisi in ambulatorio.

• Assistenza farmaceutica: consiste nella prescrizione e somministrazione di farmaci. L'assistenza farmaceutica

• di base viene finanziata dallo Stato, mentre le spese non ritenute indispensabili sono a carico dei cittadini.

4.2 I modelli di produzione

Può essere di tre tipi:

Pubblico o a prevalenza pubblica: produce prestazioni a costo nullo o calmierato con accesso a tutti i

• cittadini. Tale modello può essere organizzato in due modi: il primo è basato sulla presenza di erogatori

pubblici che operano su base territoriale in regime di non competizione. Il secondo si basa sul meccanismo

dei mercati interni al settore pubblico dove si possono creare forme di competizione fra i diversi erogatori.

Misto: anche tale sistema può assumere diverse forme, la prima si basa sul modello del mercato amministrato

• o quasi mercato e prevede una distinzione tra funzioni di acquisto, di monopolio dell'ente pubblico, e

produzione, affidata a fornitori privati accreditati. La seconda forma è il sistema misto concorrenziale in cui i

sistemi di produzione pubblici e privati coesistono sulla base di una specializzazione relativa.

Privato: è il modello di mercato che può essere puro o regolato. Il modello puro si ritrova all'interno di un

• mercato scarsamente o non regolamentato dove gli enti regolatori sono liberi di operare con l'obbiettivo di

fare incrociare domanda e offerta nel modo più efficiente possibile. Il modello regolato prevede invece

l'esistenza di un mercato dominato dalla presenza di attività di enti privati che operano tuttavia all'interno di

un sistema di regole di cui si fa garante il soggetto pubblico.

4.3 Il finanziamento

Esistono tre principali modalità: basata sulla fiscalità generale (totale copertura della spesa da parte della tassazione

generale e governata dal settore pubblico), basata sui sistemi assicurativi obbligatori e basata sulle assicurazioni

volontarie.

5. Le politiche socio-assistenziali

Le politiche socio-assistenziali si dividono in trasferimenti monetari e servizi.

5.1 I trasferimenti monetari

I principali programmi di protezione socio-assistenziale basati sui trasferimenti monetari sono:

Allocazioni famigliari: abbiamo il sostegno al reddito per famiglie con minori e sussidi di maternità.

• Prestazioni di invalidità: sono trasferimenti indirizzati a individui in condizioni di invalidità che non fanno

• parte della forza lavoro.

Assistenza al reddito: è rappresentata da quell'insieme di misure finalizzate a sostenere la disponibilità

• economica dei cittadini assicurandogli la possibilità di una vita dignitosa. Le misure di sostegno al reddito

hanno natura universale o selettiva e possono essere di tipo diretto (erogazione economica) o indiretto

(agevolazioni fiscali).

Sostegno alle spese per l'alloggio: si concretizzano in sussidi per pagare l'affitto e offerta di abitazioni a

• prezzo sovvenzionato.

5.2 I servizi

Una parte consistente delle misure socio-assistenziali consistono nella produzione ed erogazione di servizi che

possono essere distinti per tipologia, destinatari e modelli di produzione.

5.3 Le tipologie

I servizi socio-assistenziali possono essere di tre tipi:

Residenziali: offrono opportunità di accoglienza continuative e durature, sia diurne che notturne per persone

• che si trovano in genere in condizioni di non autosufficienza: anziani, malati cronici, portatori di handicap.

Semi-residenziali: forniscono prestazioni diurne.

• Domiciliari: si riferiscono a forme di assistenza erogate a domicilio degli utenti.

5.4 I destinatari

I principali destinatari dei servizi socio-assistenziali sono: minori, famiglie con figli in età infantile, anziani, poveri

senza fissa dimora e persone in situazione di handicap.

5.5 I modelli di produzione

I modelli di produzione dei servizi socio-assistenziali possono avere natura pubblica, privata o mista.

Il modello pubblico è interamente finanziato e gestito da servizi pubblici.

Il modello misto può assumere due principali forme: la prima si basa sulla distinzione tra funzioni di acquisto e

produzione (può essere o di contracting out con la delegazione di erogazione e produzione dei servizi ad un soggetto

terzo tramite contratto, gara di appalto o affidamento diretto; oppure può essere il mercato amministrato con

l'introduzione del meccanismo dello Stato come terzo pagante) e la seconda approssima il modello del sistema misto

concorrenziale sanitario.

Il modello privato può avere due varianti: una caritativa e una concorrenziale. Il primo è quello che ha dato luogo alla

diffusione delle Opere Pie ed è gestito da enti ecclesiastici o da organizzazioni no profit.

4. I modelli

1. Uno o più modelli di politica sociale?

Uno dei principali problemi dello studio della politica sociale riguarda la classificazione dei modelli di welfare. Fino

agli anni 60 e 70 l'impatto dell'ideologia del welfare state come istituzione moderna aveva osto in secondo piano il

problema della diversità dei modelli di politica sociale nazionale. Nella definizione classica di Briggs i modelli di

politica sociale moderni avrebbero dovuto assumere tutti una medesima configurazione. A partire dagli anni 80

tuttavia i progressi nel campo dell'indagine empirica hanno portato alla luce uno scenario caratterizzato da elementi

di significativa difformità. L'evoluzione delle politiche sociali moderne è stata senza dubbio caratterizzata da alcuni

trend di fondo:

l'affermarsi dell'istituto dei diritti sociali di cittadinanza;

• l'aumento della spesa pubblica per finanziare le prestazioni sociali;

• l'istituzionalizzazione di culture politiche e sociali basate sul principio della tutela collettiva del benessere e

• della sicurezza sociale;

la presenza crescente dello Stato come soggetto che tutela e garantisce il benessere sociale;

• l'organizzazione di risposte istituzionali ai problemi di benessere e sicurezza sociale degli individui.

Sebbene i principali sistemi di politica sociale moderni siano sorti per lo più in presenza di condizioni storiche

similari, le politiche sociali hanno sviluppato assetti e modalità di funzionamento specifiche. Sorge pertanto il

problema di capire come, di fronte a problemi simili, nelle diverse nazioni si sono sviluppati sistemi di politica

sociale differenti.

2. La ricerca comparata prima degli anni 90: i modelli ortodossi

L'analisi dei modelli risale ai lavori pionieristici di Titmuss secondo cui si possono individuare tre modelli di politica

sociale: Il primo modello è definito residuale: lo Stato si limita ad interventi temporanei per sopperire a bisogni

• individuali solo nel momento in cui le altre modalità di risposta a tali bisogni non sono sufficienti.

Il secondo modello è quello meritocratico-occupazione dove lo Stato svolge un ruolo complementare al

• mercato e fornisce livelli di protezione proporzionali ai rendimenti lavorativi degli individui.

Il terzo modello è quello istituzionale-redistributivo e lo Stato svolge direttamente un ruolo di protezione e

• assicurazione per tutti i cittadini e propone interventi di tipo universalistico.

Lo studio delle tipologie dei sistemi di politica sociale a partire dagli anni 90 è diventato oggetto di rinnovato

interesse. Rilevante è il modello dei tre regimi di welfare di Esping-Andersen che ha sintetizzato i vantaggi

dell'approccio comparativo nel seguente modo: la comparazione consente di vedere la foresta anziché migliaia di

alberi; permette di effettuare generalizzazioni; consente di ipotizzare quali insiemi di variabili sono associati a

specifici livelli di performance dei diversi modelli consentendo di formulare ipotesi interpretative sulla possibilità e

gli esiti dei processi di riforma da implementare.

Esping-Andersen individua tre tipologie di politica sociale, che corrispondono essenzialmente a quelli proposti da

Titmuss:

Il primo tipo è quello liberale che ha come scopo principale la riduzione della diffusione delle povertà

• estreme e dei fenomeni di emarginazione sociale. Il mercato è visto come il vero strumento di emancipazione

dalle ingiustizie e dalle disuguaglianze di classe e dai privilegi protezionistici costruiti dalle autorità

politiche. Lo Stato incoraggia il mercato sia passivamente che attivamente e il welfare non ha altra funzione

se non quella di garantire il rientro nel mercato di chi ha perso l'autosufficienza.

Il secondo modello è quello conservatore-corporativo e prevede uno stretto collegamento tra le prestazioni

• sociali e la posizione lavorativa degli individui ed è centrato sulla protezione dei lavoratori e delle loro

famiglie dai rischi di invalidità, malattia, disoccupazione e vecchiaia.

Il terzo e ultimo modello di politica sociale è quello socialdemocratico e presenta i livelli più alti di spesa per

• la protezione sociale considerata un diritto di cittadinanza; le prestazioni che garantiscono una copertura

universale, consistono in benefici in somma fissa, erogati automaticamente al verificarsi dei vari rischi. In

questo modello l'intervento pubblico si pone in sostituzione sia del mercato che della famiglia.

3. Lo sviluppo della ricerca comprata degli anni 90: verso l'ampliamento dei modelli di politica sociale

La moltiplicazione degli studi comparati ha posto in particolare in rilievo l'esistenza di alcune famiglie di welfare

aggiuntive rispetto a quelle teorizzate da Titmuss e Esping-Andersen. Le più importanti famiglie di sistemi di politica

sociale sono: la famiglia dei paesi mediterranei, la famiglia dei welfare degli antipodi, la famiglia dei paesi del su-est

asiatici, la famiglia dei welfare latino-americani e la famiglia dei welfare ex comunisti.

3.1 Il modello mediterraneo

Esping-Andersen associava il modello mediterraneo alla famiglia dei regimi di welfare corporativo-continentali. I

modelli di politica che caratterizzano queste tipologie possono essere classificati in base al modo con cui è stato

sviluppato il principio di cittadinanza sociale e al ruolo che le istituzioni del welfare hanno nel contrastare la povertà.

I criteri scelti per la sua classificazione sono: le regole di accesso alle prestazioni sociali (criteri di eleggibilità); le

formule di prestazione; le modalità di finanziamento e gli assetti organizzativo-gestionali. Per Spagna, Portogallo e

Italia la cultura delle politiche sociali è fortemente influenzata dalla cultura cattolica e da una visione della società di

tipo familistico tradizionale che incomincia a mutare nei comportamenti. Altro elemento caratterizzante è l'elevato

particolarismo sia sul versante delle erogazioni che sul versante del finanziamento. Tra i principali problemi c'è

quello di ridefinire i criteri di ripartizione delle risorse a seguito dell'eccessivo scompenso negli equilibri sociali e di

incentivare i cittadini alla partecipazione attiva al mercato del lavoro e alla contribuzione fiscale.

3.2 Il modello degli antipodi

I paesi antipodi sono Australia e Nuova Zelanda con un welfare di tipo liberale. Il concetto di family wage, inteso

come reddito adeguato a supportare i bisogni dei lavoratori e della sua famiglia è stato introdotto in Australia nel

1907. Il principale obbiettivo in questi paesi è stato quello di adeguare i livelli dei salari piuttosto che fornire un

contributo redistributivo indipendente dai trasferimenti legati al reddito.

3.3 Il modello dell'est asiatico

Relativo a Singapore, Taiwan, Malesia, Filippine, Indonesia, Costa del Sud e Thailandia. La spesa pubblica risulta

ancora molto ridotta rispetto ai paesi occidentali. La cura, l'assistenza e il sostegno sono ancora svolti dalla famiglia.

La maggior parte dei trasferimenti monetari avviene all'interno di tale istituzione, gli anziani vivono per i due terzi

all'interno di famiglie composte da tre generazioni, il supporto familiare è garantito dalle donne spessissimo

disoccupate.

3.4 Il modello latino-americano

Un regime di welfare che presenta elementi di una certa similarità con il modello del sud-est asiatico è quello del

continente latino americano, tali elementi sono: bassi livelli di copertura dei programmi di welfare istituzionali e

un'elevata presenza di settori informali dell'economia e della società completamente privi di protezione sociale. I

regimi di welfare latino-americano non sono modelli allo stato nascente ma vantano una storia di lunga data che ha

dato luogo a sistemi di protezione sociale molto segmentati ma di dimensioni non marginali. I primi sistemi di

welfare moderno hanno preso vita nella prima metà del secolo scorso; storicamente si sono caratterizzati per un mix

accentuato di welfare pubblico e privato. Il settore informale svolge in questo contesto un'importante funzione di

ammortizzatore sociale. Le transazioni che passano attraverso le reti familiari e parentali costituiscono la principale

fonte di sussistenza per milioni di persone.

3.5 Il modello dei paesi ex-comunisti

Tali paesi si sono storicamente distinti per l'accentramento pubblico di molte funzioni di welfare. I sistemi di politica

sociale di questi paesi erano caratterizzati, prima del 1989, da una presenza molto forte dello Stato che formalmente

assorbiva in sé le funzioni di tutela e sicurezza erogando ai cittadini benefici che consentivano il raggiungimento di

livelli di vita inferiori a quelli dei paesi occidentali. Lo Stato offriva tuttavia livelli di prestazioni solo formalmente

egualitari e che spesso, a causa dei livelli di generosità ridotti, dovevano essere integrati dal ruolo del welfare

informale che in tutti i paesi dell'est è stato storicamente molto accentuato.

Dopo il 1989 e la caduta della cortina di ferro, la maggior parte dei paesi dell'est ha dovuto fare i conti con il

disfacimento dei modelli comunisti di politica sociale e con la trasformazione dei regimi di welfare nazionali. Al

declino del welfare state ortodosso ha corrisposto una politica di liberalizzazione della politica sociale. In diversi

paesi sono state introdotte misure volte a liberalizzare i vecchi sistemi di politica sociale. Soprattutto nei primi anni

90 l'esito dei processi di liberalizzazione è stato un aumento della povertà e della disuguaglianza. La scarsa

generosità delle prestazioni pubbliche, l'esistenza di privilegi e disuguaglianze nell'accesso alle prestazioni erano

riequilibrate dall'esistenza di un'economia informale basata sullo scambio di servizi per beni. Famiglia, vicinato, reti

informali costituivano canali fondamentali per assicurare la tutela ai cittadini. Questo sistema di welfare informale ha

continuato a prosperare soprattutto nelle fasi di maggiore crisi economica e politica.

5. I problemi

1. La trasformazione dei fondamenti del welfare

Negli ultimi anni la situazione economica e sociale si è radicalmente trasformata e gli elementi principali di questa

trasformazione sono stati:

le modificazioni della struttura socio-demografica della popolazione;

• il problema della sostenibilità economica delle politiche sociali;

• l'aumento della disoccupazione;

• l'aumento della concorrenzialità dei sistemi economici e la globalizzazione;

• il persistere della povertà e delle disuguaglianze sociali.

2. Le trasformazioni della struttura socio-demografica

Negli anni d'oro del welfare state, la popolazione dei paesi occidentali era giovane e fertile, centrata su un modello di

famiglia stabile e abbastanza autosufficiente. La struttura socio-demografica era quindi in grado di garantire: una

popolazione attiva che contribuiva allo sviluppo economico e sociale della collettività e alle spese per le politiche

sociali; un equilibrio tra le generazioni; una capacità degli individui e delle famiglie di rispondere autonomamente ad

una serie di problemi come la cura dei malati e l'accudimento dei minori.

Un primo forte fattore che ha inciso sulla trasformazione suddetta è stato l'invecchiamento della popolazione;

l'aumento della popolazione anziana ha favorito un costante innalzamento del tasso di dipendenza, cioè del rapporto

tra popolazione bisognosa di assistenza e popolazione totale. A partire dagli anni 70 le famiglie sono diventate

sempre più instabili ed abbiamo assistito al superamento delle famiglie monoreddito (capofamiglia che lavorava,

moglie casalinga).

I problemi generati da questi cambiamenti possono essere identificati soprattutto in:

Un aumento della spesa sociale (più uscite per le pensioni, sanità e assistenza non compensate da una

• riduzione della spesa per l'educazione e i servizi all'infanzia; aspettative di vita più lunghe pensioni per un

lungo periodo).

Un aumento dei disequilibri tra le istituzioni e un indebolimento delle funzioni di cura e assistenza alle

• famiglie (venendo meno i servizi di cura e assistenza assicurati dalle famiglie, i costi a carico del sistema

istituzionale delle politiche sociali sono destinati ad aumentare ed inoltre molti di questi servizi non possono

essere sostituiti da altre prestazioni erogate da soggetti diversi dalla famiglia).

3. Il problema della sostenibilità economica delle politiche sociali

Il cambiamento della struttura socio-demografica ha creato uno squilibrio tra domanda e offerta di servizi di welfare.

Dopo gli anni 70 ha cominciato a verificarsi un cortocircuito tra spesa sociale e sostenibilità del suo funzionamento,

le cui cause sono riconducibili all'aumento della spesa pubblica e al rallentamento della crescita economica. Il

rallentamento dei tassi di crescita del PIL ha costretto i governi a finanziare una spesa pubblica in crescita attraverso

l'aumento dell'imposizione fiscale. Nonostante tale incremento le entrate fiscali non sono risultate sufficienti a

finanziare il ritmo di sviluppo dei programmi di spesa. I governi si sono trovati a ricorrere sempre più spesso

all'indebitamento.

4. L'aumento della disoccupazione

Secondo Keynes col termine disoccupazione si intende l'esistenza o presenza di lavoratori potenziali disponibili a

lavorare al saggio del salario corrente, ma non occupati a causa dell'insufficiente domanda di lavoro. Questa è la

disoccupazione involontaria; esiste anche quella volontaria e quella frizionale causata da modificazioni impreviste

dell'economia che provocano squilibri temporanei fra domanda e offerta di lavoro. I tassi di disoccupazione (alti negli

anni 30) sono saliti nettamente a partire dagli anni 70. L'incremento del numero dei disoccupati ha portato ad una

riduzione del contributo produttivo allo sviluppo economico e all'aumento delle richieste di protezione sociale in

forma di integrazioni al reddito o sussidi per i disoccupati.

5. L'aumento della competizione tra i sistemi economici e la globalizzazione

Negli anni 80 e all'inizio degli anni 90 i governi nazionali si sono trovati ad affrontare un serie di fenomeni nuovi noti

col termine globalizzazione. L'internazionalizzazione dell'economia e del commercio ha messo i singoli paesi di

fronte alla necessità di aumentare la capacità di penetrazione sui mercati esteri di beni e servizi prodotti, attraverso

aumenti di produttività e riduzione dei costi di produzione, soprattutto del costo del lavoro. Gli Stati nazionali sono

stati dunque spinti ad adottare politiche economiche e sociali più restrittive sul fronte della spesa sociale e più

permissive su quello degli incentivi a nuovi investimenti produttivi. La necessità di rispondere alla nuova pressione

economica competitiva degli altri paesi ha portato inoltre alla creazione di aree economiche sovranazionali.

6. Il persistere della povertà e delle disuguaglianze sociali

Un ultimo rilevante problema (anni 70) è quello della trasformazione del fenomeno della povertà. Uno degli

obbiettivi principali delle politiche sociali è sempre stato la lotta alla povertà, vista, di volta in volta, come problema

etico, politico o economico. I dati raccolti mostrano come le politiche sociali più generose siano da associare in modo

significativo a livelli di povertà più contenuti. Nonostante gli sforzi compiuti dai diversi regimi di welfare, i livelli di

povertà tendono a rimanere elevati. Le figure più a rischio sono i disoccupati, le donne con carichi familiari, i giovani

e gli anziani. Si registrano sempre più spesso rischi e cause di povertà diversi dalla disoccupazione.

Leisering e Leibfried hanno individuato (anni 90) quattro gruppi di persone che costituiscono i nuovi poveri: persone

di ceto medio che possono attraversare fasi di deprivazione economica a causa delle instabilità del mercato; individui

e famiglie che si collocano poco al di sopra della soglia di povertà la cui scarsa capacità al risparmio li espone agli

imprevisti della vita; persone che provengono da storie di deprivazione e povertà non riescono ad emanciparsi dalla

propria condizione anche se inseriti in reti familiari; persone gravemente marginali come malati psichici,

tossicodipendenti, senza fissa dimora.


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Corso di laurea: Corso di laurea in Servizio sociale
SSD:
Università: Palermo - Unipa
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher aleunam88 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Politica sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Palermo - Unipa o del prof Bartholini Ignazia.

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