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La raccolta Les fluers du mal (“i fiori del male”) è il capolavoro di Baudelaire, a

cui si ispireranno entusiasticamente gli scrittori del Decadentismo. Pubblicato a

Parigi nel 1857, il libro viene sequestrato perché ritenuto offensivo nei confronti

della morale tradizionale ottocentesca. La raccolta è divisa in sei sezioni: Spleen e

ideale, Quadri parigini, Il vino, I fiori del male, La rivolta, La morte. Il titolo I fiori

del male è legato al duplice valore simbolico attribuito dall’autore all’immagine del

fiore. Nascendo dalla terra, il fiore partecipa alla natura maligna di questa e perciò

viene detto del male; ma in quanto fiore esso condivide la purezza e la perfezione

dell’ opera d’arte. Dunque se le sue radici affondano nel male, esso si innalza

tuttavia verso il cielo, aprendo i petali per accogliere la luce. Il fiore è metafora

dell’uomo, la cui ambigua natura si compone di bene e male in maniera tale che essi

non si distinguano. A detta dello stesso Baudelaire l’opera va intesa come un viaggio

immaginario che il poeta compie verso l’inferno che è la vita.

In spleen et idéal (spleen e ideale), la prima sezione, il poeta si presenta nelle vesti di

angelo decaduto, ugualmente partecipe del cielo e dell’inferno. Vi si possono

individuare tre cicli. Il primo è quello del’arte esaltata come mezzo per raggiungere

la salvezza. Il secondo è quello dell’amore, visto come esperienza dolorosa ma

altrettanto esaltante, che non è in grado di vincere la morte senza l’aiuto dell’arte.

<< tu allora ai vermi che ti mangeranno di baci o mia bellezza di’ che in me sono

salve la forma, l’essenza divina dei miei marciti amori >>

Segue il ciclo dello spleen, del male di vivere, causa di una profonda infelicità dalla

quale pare non ci sia alcuna possibilità di scampo.

<< … chiari emblemi, impeccabile ritratto di un destino senza scampo da far

pensare che il diavolo fa sempre bene quel che fa! >>

In “ spleen et ideal”Baudelaire esprime lo stato di malessere del poeta, egli è uno

spirito superiore capace di elevarsi al di sopra degli uomini e di percepire con la sua

innata sensibilità le segrete corrispondenze tra gli oggetti, i profumi e gli elementi

della natura ( Correspondances ), ma proprio a causa delle sue capacità, il poeta è

maledetto dalla società ( Benedition ) e diventa oggetto di scherno per gli uomini

comuni. Baudelaire sceglie l’albatros per simboleggiare questa condizione, come il

grande uccello marino infatti, il poeta si eleva ai livelli più alti della percezione e

della sensibilità ma una volta sulla terra ferma non riesce più a muoversi proprio a

causa delle sue capacità ( paragonate alle ali dell’ albatros ). La causa della

sofferenza del poeta è lo spleen, un’ angoscia esistenziale profonda e disperata che

lo proietta in uno stato di perenne disagio.

Nella seconda sezione Tableaux parisiens (“ Quadri di Parigi” ) Baudelaire

presenta le poesie della città, con la folla, le prostitute e i vecchi, i palazzi, i giardini

e le strade piene di mendicanti. Parigi è l’immagine dello spleen, l’allegoria

dell’infelicità della condizione umana da cui si può evadere solo con i paradisi

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artificiali. La terza sezione, Le vin (Il vino) rappresenta il tentativo del poeta di

fuggire lo spleen e rifugiarsi nella droga e nell’ebbrezza alcolica quindi

nell’alterazione delle percezioni. I paradisi artificiali permettono quindi al poeta di

abbandonarsi a nuove sensazioni suscitate da musiche, colori e profumi e di andare

verso ciò che è insolito e diverso, sottraendosi alla noia e al disgusto della vita

quotidiana attraverso una vera e propria fuga dalla realtà sociale. Ben presto però

egli scopre quanto effimeri siano questi paradisi, in grado di donare solo una breve

illusione di libertà. Il risveglio da tale effimera illusione lascia posto alla desolazione

e alla consapevolezza di una realtà estranea al poeta.

Al fallimento della disordinata fuga seguono l’ambiguità e la perversione

dell’erotismo malato cantato nella quarta sezione della raccolta, che dà il titolo

all’intera opera (I fiori del male). Ogni fiore del male fa precipitare il poeta sempre

più in basso e lo fa sentire schiacciato da un profondo senso di colpa.

<< Sempre al mio fianco s’agita il demonio; mi gira, impalpabile aria tutt’intorno,

e se l’inghiotto brucia i miei polmoni d’una brama colpevole in eterno >>

L’unica via che gli resta per accettare la propria condizione rivelatasi ormai in tutta

la sua cruda realtà, è la rivolta estrema: quella contro Dio. Con Revoltè (“Rivolta”)

il poeta nella quinta sezione raggiunge l’inferno. La poesia si fa bestemmia nei

confronti di Dio ed invocazione a Satana che tuttavia non si rivela utile alla sua fuga.

<< O tu, di tutti gli angeli il più bello e il più saggio, Dio che la sorte ha tradito

spogliandolo di lodi, Satana abbi pietà del mio lungo patire! >>

A conclusione del viaggio al poeta non rimane che la morte, cantata nella sesta e

ultima sezione, Mort . Essa rappresenta l’ultimo appiglio per lo spirito disperato del

poeta. La morte è intesa non come passaggio ad una nuova vita ma come distruzione

e disfacimento dell’onnipresente angoscia e il poeta cerca nella Morte il disperato

tentativo di trovare qualcosa di nuovo nell’ignoto che lo liberi dalla noia.

<< Su, andiamo, Morte, vecchio capitano! Salpiamo è tempo, vai da questa noia!

Son neri come inchiostro terra e mare, ma i nostri cuori, vedi, sono colmi di luce.

Versaci per conforto il tuo veleno! Quel fuoco arde il cervello: giù nel gorgo

profondo, giù nell’ignoto, sia l’Inferno o il Cielo, scendiamo alla ricerca di

qualcosa di nuovo! >>

Ne“ La Mort” è da notare “Le Voyage”, la poesia che chiude i fiori de male.

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Quando nel 1857 escono “I fiori del male”, i letterati amici di Baudelaire

riconoscono l’originalità dell’opera, ma non ritengono che essa possa avere grande

seguito: lo stesso scrittore e poeta Theophile Gautier, a cui “I fiori del male” sono

dedicati, non riesce ad intuirne la grandezza. In seguito alla condanna del tribunale

di Parigi, per oltre cinquanta anni la raccolta sarà bandita dalle scuole francesi. È

nel Novecento, a partire dal periodo tra le due guerre, che la fama di Baudelaire

conosce una costante e vertiginosa ascesa (in verità l’interesse per l’artista deriva

soprattutto dalla sua attività di critico d’arte). Marcel Proust, scrittore saggista e

intellettuale francese definisce “ I fiori del male” un libro sublime. Erich Auerbach,

filologo tedesco, sottolinea come essi anticipino molte forme letterarie e molti aspetti

stilistici della poesia del XX secolo, quali il ricorso ai simboli e la liberazione dalla

metrica dai canoni classici. Grande ammiratore di Baudelaire è T. S Eliot, poeta e

critico statunitense che definisce tale raccolta il più grande esempio di poesia

moderna. In Italia, dopo gli Scapigliati e Carducci (in qualche tratto delle “Odi

barbare”) sono soprattutto D’Annunzio e Marinetti all’inizio del secolo ad essere

influenzati dall’esperienza baudelairiana.

“Spleen”

Quando, come un coperchio, il cielo basso e greve

schiaccia l’anima che geme nel suo tedio infinito,

e in un unico cerchio stringendo l’orizzonte

fa del giorno una tristezza più nera della notte;

quando la terra si muta in un’umida segreta

dove, timido pipistrello, la Speranza

sbatte le ali contro i muri e batte con la testa

nel soffitto marcito;

quando le strisce immense della pioggia

d’una vasta prigione sembrano le inferriate

e muto, ripugnante un popolo di ragni

dentro i nostri cervelli dispone le sue reti

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furiose a un tratto esplodono campane

e un urlo tremendo lanciano verso il cielo ,

così simile al gemere pace né dimora.

Senza tamburi, senza musica, dei lunghi funerali

sfilano lentamente nel mio cuore: Speranza

piange disfatta e Angoscia, dispotica e sinistra,

pianta sul mio cranio riverso la sua bandiera nera.

Lo spleen baudelairiano, metafora che esprimere uno stato di depressione e

frustrazione, è espressa dal poeta con il suo termine equivalente francese ennui,

che in italiano si può rendere con noia, tedio.

La lirica, pubblicata nel 1957, è inclusa nella prima delle sei sezioni dei “I fiori

del male”(Spleen et Idéal) , esprime lo stato d’animo negativo, l’angoscia

esistenziale e l’incapacità di rapportarsi con il mondo esterno e li evidenzia con

un’ossessiva ricorrenza di immagini angosciose e opprimenti.

Due sono le principali caratteristiche che qualificano la lirica: innanzitutto la

particolare struttura, il componimento ha un ritmo ascendente nel quale il

ripetuto susseguirsi di “quando” crea tensione e una crescente attesa che

esplode poi nella disperazione, nel trionfo dell’atroce Angoscia, la quale, crudele

nella sua vittoria, tiranneggia incontrastata l’animo umano.

Essa è oggettivata nell’urlo lanciato dalle campane verso il cielo, che stravolge

un’abituale associazione di idee, ovvero il suono delle campane, simbolo di

serenità e pace, contrastato dall’urlo: ne risulta un’immagine che settant’anni più

tardi si sarebbe definita surrealista.

All’interno di questo componimento la vita viene paragonata ad un cella umida,

una vasta prigione le cui sbarre corrispondono alle strisce infinite mostrate dalla

pioggia, una prigione tarpa le ali alla Speranza, il pipistrello che picchia la sua

testa sui fradici soffitti, dalla quale però è possibile liberarsi. Questa

l’aspirazione del poeta, questo l’augurio che rivolge a se stesso, slanciandosi, con

la gioiosa forza del nuotatore che solca le onde del mare, verso i campi sereni e

luminosi, superando con un colpo d’ala le plaghe della nebbiosa vita, elevando in

alto il pensiero verso i cieli, nel mattino. Verso la realizzazione di questa

liberazione, Baudelaire tese con avvicendarsi di cadute e vittorie, strumenti di

questa elevazione, i quali sono l’amore, il sogno, l’ebbrezza, il viaggio, espressi

all’interno di “Ideal” ovvero elevazione, evasione, la lirica in cui li poeta espone

la possibilità, fornita talvolta dalla natura stessa di evadere dal buco nero in cui

ogni essere vivente convive. 14

Filosofia:

Herbert Marcuse

15

-Il filosofo della contestazione: vita e

opere

-Dalla trasgressione sessuale alla critica

del capitalismo: “Eros e civiltà”

-“L’uomo a una dimensione”

-L’influenza sul ’68 e preludio alla società

hippy Il filosofo della

contestazione: vita e opere

Herbert Marcuse, figlio di un fabbricante di tessuti ebraico, nasce presso Berlino nel

1898. Nel 1916, dopo la maturità fu chiamato alle armi nella Reichswher per la

16

prima guerra mondiale. Nel 1917 diventa membro della SPD (Partito

Socialdemocratico Tedesco) mentre nel ’18 inizia gli studi di Germanistica e Storia

della letteratura tedesca come materie principali a discapito di filosofia ed economia

considerate secondarie all’ Università di Berlino. Avendo assistito alla tragica

sollevazione Spartachista che fu soppressa dalle forze della Repubblica di Weimar,

Marcuse abbandona la SPD nel 1919 .

Nel 1929 inizia a lavorare sotto Martin Heidegger, filosofo cardine della filosofia

esistenzialista novecentesca, a Friburgo. Non essendogli possibile completare il suo

lavoro sotto il regime Nazista, con la salita al potere di Adolf Hitler nel gennaio

1933, Marcuse fugge dalla Germania verso Ginevra prima di emigrare

definitivamente verso gli Stati Uniti nel 1934 dove ottenne la cittadinanza nel ’40. La

cosiddetta “Frankfurten Schule” (Scuola di Francoforte), costituitasi a partire dal

1922 presso il celebre “Istituto per la ricerca sociale” di quella città, vedeva come

maggiori esponenti e protagonisti sociologi, letterati e filosofi come Max

Horkheimer, Theodor Adorno, Walter Benjamin e lo stesso Marcuse. Con l’avvento

del nazismo il gruppo è costretto ad emigrare a New York, ove Marcuse ha

continuato ad operare anche dopo la fine della guerra, mentre Horkheimer e Adorno

tornavano in patria per riprendere l’attività nell’Istituto di Francoforte. Nel 1942

lavora a Washington presso l’OSS (precursore della CIA) durante la Seconda

Guerra Mondiale, fino al 1951 analizzando le informazioni riguardo la Germania.

Negli’51-54 si occupa di studi riguardo al Marxismo sovietico alla Columbia

University e ad Harvard.

Negli Stati Uniti comparvero le sue due opere principali: “Eros e civiltà” del 1955 e

“L’ uomo a una dimensione” del 1964. Entrambe sono considerate tra le opere più

importanti della critica e le principali del movimento studentesco degli anni ’60 in

tutto il mondo e in particolare in USA e Germania. Negli anni 1968/69 si reca per

alcuni mesi in Europa tenendo lezioni con studenti a Berlino, Parigi, Londra e Roma.

Con l’inizio del movimento studentesco Marcuse diventa uno dei principali interpreti,

definendosi Marxista, Socialista e Hegeliano. Le sue critiche del capitalismo

specialmente la sua interpretazione di Marx e Freud in “Eros e civiltà”risuonano

con le preoccupazione del movimento. Nel 1979 Marcuse muore per le conseguenze

di un’emorragia celebrale durante la visita in Germania a Stanberg. Viene curato nei

suoi ultimi giorni da Habermas, importante esponente della seconda generazione

della Scuola di Francoforte.

Dalla trasgressione sessuale

alla critica del capitalismo :

“Eros e civiltà”

17

La polemica contro la repressione sociale dell’individuo ha trovato la sua

espressione in Marcuse, come già detto uno dei padri più ascoltati della rivolta

giovanile del Sessantotto. Uno dei suoi capolavori è considerato “Eros e civiltà” del

’55, opera rivoluzionaria in cui il pensatore tedesco formula l’idea di una società

“liberata”, non repressiva, confutando alcune tesi di Freud e in aperta polemica con

i neo-freudiani e con Fromm. Per Freud la civiltà inizia quando gli uomini

per convivere, o più tranquillamente per sopravvivere, sostituiscono al “principio del

piacere”il “principio di realtà”, cioè l’uomo reprime i propri istinti, le passioni, che

Freud, il padre della psicoanalisi, definisce nel 1920 nella seconda topica con il

termine “Es”. L’ uomo opera dunque un differimento dei piaceri e in sostituzione di

questi li sublima attraverso tutte quelle attività che sono considerate “frutto della

civiltà” cioè arte, cultura e lavoro. La società impone, quindi una modifica degli

istinti, delle passioni, dirottando tale energia dalla sfera sessuale a quella del lavoro

al fine di evitare un “terremoto sociale”, favorendo piuttosto un tipo di società

oppressiva nei confronti del singolo, e contro questa concezione e inibizione

dell’individuo Marcuse espone il proprio dissenso in aperto contrasto con le teorie

freudiane affermando che l’Eros debba essere in grado di esprimersi liberamente e

senza alcun senso di colpa, esortando l’uomo a liberare gli istinti repressi. Marcuse

rappresenta il prototipo del filosofo trasgressivo, rivoluzionario e radicale nonché

“anticonformista” nel non accettare il modello oppressivo-capitalistico della società

americana in cui egli vive, caratterizzata da un ossessivo conservatorismo che la

rende sessuofobica e puritana, fondata sul “principio di prestazione”. E’ una

prestazione lavorativa, è ciò che l’individuo deve fornire alla società ed è quello

che la società si aspetta da lui. Questa repressione non avviene solamente attraverso

la funzione che l’individuo svolge nella società, ma anche tramite la concezione di

famiglia patriarcale e dalla univocità imposta alla sfera sessuale, ovvero la

genitalità. Sostanzialmente Marcuse osserva che nella civiltà industriale vi è un

eccesso di repressione, definita repressione addizionale che deriva dal modo di

produzione capitalistico. Questa società incentrata sul lavoro e sullo sfruttamento ha

ridotto l’uomo a “un essere per la produzione” ciò significa che il fine ultimo della

vita umana è posto nella produzione anziché nel piacere e nel godimento insieme agli

altri. L’aspetto più drammatico di questo rovesciamento dei valori che ha portato

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alla repressione sessuale e alla riduzione a puro atto procreativo (dunque

utilitaristico) è che gli uomini hanno finito per accettare questo stato in maniera

naturale e Marcuse definisce tale processo come << autorepressione da parte

dell’individuo represso >>. L’eroe che rappresenta tale condizione è Prometeo,

simbolo della ragione scientifica, della tecnica e della dedizione al lavoro.

Tuttavia esistono per il filosofo due vie di salvezza: la prima è affidata all’arte che

esprime il desiderio di liberazione, immaginazione e creatività. L’arte a differenza

della ragione che è repressione, è creatività non alienata, espressa metaforicamente

dalla figura di Orfeo << la voce che non comanda , ma canta >> e propone << un

ordine senza repressione >>

La seconda soluzione è ipotizzata da Marcuse in un altro famosissimo libro,“L’uomo

a una dimensione”(1968)

“L’uomo a una dimensione”

<< Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica, non-libertà prevale nella

civiltà industriale avanzata, segno del progresso tecnico >>

Così Herbert Marcuse inizia la sua opera forse più importante, è un Marcuse più

pessimista rispetto ad “Eros e civiltà”, più disponibile ad arrendersi ad una società

che appare totalitaria e unidimensionale. E’ una società che ha inglobato anche

forze tradizionalmente anti-capitalistiche e quindi “anti-sistema”come la classe

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operaia a differenza di quanto sosteneva Marx , per il quale la “ rivoluzione

proletaria”era l’unica possibilità di opporsi ad un capitalismo alienante sorto con la

seconda rivoluzione industriale alla fine dell’ ‘800. Nel modello analizzato dal

filosofo la vita dell’individuo si riduce al bisogno di produrre e consumare, senza

alcuna possibilità di resistenza. Nella tecnologia, egli riconosce uno strumento per

istituire nuove forme di controllo, piacevoli e quindi più efficaci. Questo vuol dire

che è proprio il tenore di vita, dovuto al progresso raggiunto nella società a

diventare strumento di repressione. Esso infatti genera il bisogno ossessivo di

produrre e consumare e inibisce la capacità di resistenza e di opposizione al sistema.

In questa situazione trova spazio quella che Marcuse chiama tolleranza repressiva.

Nelle democrazie occidentali i valori che una volta appartenevano soltanto alla

classe borghese si sono diffusi a tutti gli altri soggetti sociali che si appiattiscono

sull’ordine sociale esistente. Tali democrazie non ledono gli interessi dominanti ma

garantiscono e rafforzano la repressione tramite una concessione di libertà

apparente. In queste democrazie la libertà coincide con il permissivismo e si parte

dal concetto che nessuno possiede la verità assoluta, allora la scelta viene affidata

alla collettività ed è proprio a questo punto del processo “democratico” che si

innesca il meccanismo repressivo: l’amministrazione totale dell’esistenza da parte

della società impedisce una scelta libera da parte dell’individuo e produce un

generale conformismo anziché un relativismo democratico.

Anche il pensiero filosofico è unidimensionale. Marcuse critica alcune delle più

importanti correnti del pensiero novecentesco, il Neopositivismo e la filosofia

analitica, sulla base dell’incapacità di queste dottrine di opporre un rifiuto al sistema

conforme. Il Neopositivismo giudica l’attendibilità di una proposizione in base

all’empirismo e la filosofia analitica mostra conformità con le regole del linguaggio

comune. La ragione e il linguaggio infatti non sono più in grado di trascendere la

realtà esistente, ma si adeguano ad essa.

La società tecnologica avanzata ingloba tutto a sé, ogni altra dimensione è posta al

servizio del potere capitalistico e dei consumi, conquistata dal dominio

“democratico” della civiltà ed è in questo senso che Marcuse formula la condanna

alla tecnologia, che contiene già in maniera intrinseca un’ideologia di dominio.

Questa “democratica non- libertà” influenza qualunque aspetto della realtà sociale,

niente le sfugge, e come si è già detto anche le classi anti-sistema come quella

operaia, si sono pienamente integrate nel sistema capitalistico e tendono a

condividerne i valori. In realtà Marcuse individua dei potenziali soggetti

rivoluzionari << al di sotto della base popolare conservatrice >> negli emarginati,

nei reietti, nei diseredati, nei perseguitati di altre razze come i neri americani, nei

disoccupati, nel sottoproletariato, in coloro cioè che non sono ancora stati fagocitati

dalla società repressiva e che esprimendo il “ grande rifiuto” rinunciando in

maniera consistente ad alimentare la “grande macchina produttiva” rappresentata

dal capitalismo, in una sorta di disobbedienza civile nei confronti dei principi della

propaganda e della pubblicità produttiva. Nonostante ciò egli si rende conto di come

queste categorie siano impotenti di fronte alla civiltà tecnologica se non si alleano

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con gli strati dell’opposizione interna ad essa, ad esempio i sindacati. Il filosofo

tedesco termina la sua opera con una citazione di Walter Benjamin:

<< è solo per merito dei disperati che ci è data una speranza >>

L’influenza sul ‘68 e preludio

alla società hippy

Marcuse è stato uno dei pensatori più influenti del Novecento che ha influenzato

attraverso il suo pensiero e la volontà di un cambiamento radicale la protesta dei

giovani in tutto il mondo occidentale. Ciò che lo ha reso più noto presso gli studenti

del sessantotto è la grande importanza attribuita da lui all’immaginazione, unico

strumento capace di comprendere le cose fino in fondo. L’ “Immaginazione al

potere” diventerà una delle parole d’ordine degli studenti del ’68 al quale Marcuse

guarda come mezzo per realizzare la liberazione, giustificandone anche la violenza

purché mossa da sana intolleranza. Il rifiuto di ogni forma di repressione, il suo

secco no alla civiltà tecnologica, sia quella americana liberal-capitalistica che

quella sovietica comunista, lo resero agli occhi dei giovani rivoluzionari il filosofo

della contestazione sociale. Per i sessantottini fu anche molto importante il concetto

di “liberazione dall’eros”inteso non solo come liberazione sessuale ma come

liberazione delle energie creative dell’uomo dalla repressione sociale, per la

creazione di una società più aperta fatta di uomini liberi e solidali tra loro. Marcuse

utilizzò il concetto di “società come opera d’arte”, ovvero una società più autentica,

veramente libera, dominata dalla fantasia e dall’arte come fondamento per ogni

convivenza, prefigurando in un certo senso una società che negli anni ’70 sarà

composta da una nuova figura predominante, quella dell’Hippy che in seguito sarà

più propriamente approfondita nell’ambito storico-culturale.

Letteratura inglese:

Jack Kerouac and

the Beat Generation

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<< I wrote “On the road” in three weeks…a very long roll of paper and for the

>>

first time I used the expression “Beat Generation”

-Jack Kerouac’s life

-The term “Beat generation”

-The Beatniks

-“On the Road”

Jack Kerouac’s life

Jack Kerouac was born in Lowell, Massachusetts, in 1922. At the end of the war he

began travelling back and forth across the states and in New York he started

friendships with Lucien Carr, the poet Allen Ginsberg and the intellectual Neal

Cassidy. The circle became known as the centre of the “ beat” movement. The

influence of Cassidy on Kerouac was enormous; his total lack of inhibition, his

enthusiasm, a sort of permanent wild excitement, his love of adventure made Kerouac

idolise him e consider him the archetypal hero. With Cassidy, Kerouac started his

first hitch-hiking crossing of America, which was to inspire hi best novel “On the

road”. The publication of this novel in 1957 marked the beginning of Kerouac’s

success: the book became the “Bible” of the Beat generation. However this

popularity frightened the writer who started to lead a solitary life to use alcohol and

drugs. His books were read on college campuses and young people imitated him

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hitchhiking around the country. Jack’s fame decreased toward the end of his life, and

alcoholism deteriorated his health. In 1969 Kerouac died from internal bleeding

caused by cirrhosis of the liver. He was only 47.

The term “Beat generation”

The beat writers looked for unconventional models adoption of the “Beat” to

describe this generation of writers is generally credited to Jack Kerouac and Allen

Ginsberg, who claimed that the world exhausted, rejected by society, so beat as

ruined, dissatisfied, defeated by society, its constraints and conventions. It was

Kerouac who later in 1947 attributed a philosophical dimension to the term, meaning

beatitude, the ascetic and ecstatic salvation of Zen spiritualism but also the mysticism

caused by drugs and alcohol. The Beat generation became synonymous with

rebellion and bohemian living. These writers refused to conform to traditional middle

class puritanical values; they rejected organized religion and searched for

alternative ways to find spiritual understanding.

They considered themselves as outsiders and preached freedom in all his forms.

The Beatniks

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It was a journalist of the “San Francisco chronicle” who created the term “Beatnik”

in 1958 . the “Nik” suffix was borrowed from “Sputnik” a satellite that had just been

launched by the Soviet Union, striking fear into the hearts of many communist-

fearing Americans.

Beatniks lived in dirty apartments selling drugs or committing crimes for money,

hitchhiking across the country because they couldn’t stay still without getting bored:

they acted on first impulse, did whatever they felt like doing, explored nudity and

sexuality. They used to wear long hear, grow beards and wear worn-out jeans,

old T-shirt and sandals.

They advocated escapism and created a so-called underground culture, which

included jazz, very appreciated because of its spontaneous flow and its freedom of

expression, poetry and the oriental philosophy of Zen Buddhism.

Kerouac and Ginsberg wrote about what they felt and thought during a particular

experience. They used the so-called “Hip Language” which was vital, alive,

authentic and individual.

“On the Road”

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<< Our battered suitcases were piled on the sidewalk again; we had longer ways to

go. But no matter, the road is life. >> (On the road)

The structure

The novel is the story of a friendship and a diary-like account of Kerouac’s

wanderings across North America with Neal Cassidy. It lacks a central plot, since its

structure is episodic. However, some structural elements give it cohesion:

-The theme of the journey, symbol of the escape from the city and from one’s own

past;

-The narrator Sal Paradise, who stands for Kerouac himself;

-The character of Dean Moriarty ,who stands for Neal Cassidy.

The same group of friends who do not always have a destination in mind and find

nothing at the end of their journey.

The Protagonist

The hero of the book is Dean Moriarty, a fictionalized Neal Cassidy, who lives for

“kicks”, as he describes those moments of intense experience and pleasure, free from

all the social and economic restraints. He symbolises the desperate attempt of the

post-war generation to live every moment with extreme intensity as to overcome the

sense of void and fear. It is only on the road that Dean and Sal live wild and free.

Style

Kerouac’s style is “spontaneous” and episodic. According to him writing meant

expressing whatever came into the mind: a thought, an idea, a scene or an episode.

The unsophisticated language used in this novel has been defined hip talk (which is

street language),and identified with the language of jazz musicians in so far as it is

based on spontaneity and on mostly monosyllabic words.

Storia:

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti per lo studio della società dal secondo Ottocento fino a oggi con tutti i problemi e disagi più grandi vissuti. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: Letteratura Charles Baudelaire, Filosofia Herbert Marcuse, Letteratura inglese: Jack Kerouac and the Beat Generation.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e relazioni internazionali (POMEZIA, ROMA)
SSD:
A.A.: 2009-2010

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