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Politica sociale II - Appunti

Appunti di Politica sociale con analisi dei seguenti argomenti: politica sociale come strumento per correggere le disfunzioni della società, tesi filosofiche dello stato di natura e loro legame con la questione dell'individualismo, il modello individualistico di società.

Esame di Scienza politica docente Prof. P. Scienze Sociali

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conto delle loro responsabilità nei confronti della famiglia, nucleare o estesa. Per Marx,

queste caratteristiche sono intrinseca al capitalismo e contribuiranno al suo crollo finale.

O’Connor, afferma che la funzione legittimatrice del sistema di welfare è a lungo andare

instabile; il costi crescenti ricadono sulla produzione, e in tal modo generano conseguenze

negative per il sistema capitalistico. Sia teoria non marxista sia quella marxista sono a larga

misura funzionaliste.

3) il raggiungimento di un tenore di vita media elevato: il terzo elemento del pacchetto

modernizzazione riguarda il tenore di vita, alla cui crescita l'industrializzazione contribuisce

senza dubbio in modo decisivo. Si può osservare: a) il legame tra crescita economica ed

espansione dello stato sociale, un legame trasversale, nel passato, a tutti i paesi più ricchi; b)

l'esistenza di una soglia critica di sviluppo delle relazioni devono superare prima di poter

realizzare servizi pubblici relativamente estesi (servizi che impongono costi molto elevati). Il

fatto che i cittadini godano di livelli di reddito elevati può consentire allo stato di alzare le

aliquote fiscali necessarie a finanziare le politiche sociali, ma può anche ridurre la necessità

di adottare quelle politiche, o creare le condizioni per risolvere i problemi del benessere

attraverso strumenti alternativi.

Accanto all'industrializzazione, urbanizzazione e crescita dei redditi, anche i loro effetti

demografici, effetti riassumibili in una riduzione del tasso di nascita e in un allungamento

delle aspettative di vita, specie dei gruppi più anziani. Una riduzione dei tassi di fertilità

abbassa notevolmente il peso della popolazione adulta rispetto a quella anziana.

4) l'edificazione di sistemi politici e amministrativi articolati: il quarto elemento del

"pacchetto modernizzazione" sposta l'attenzione sullo stato e il suo sviluppo. Lo Stato

predemocratico ha funzionato come forza modernizzatrice, secondo de Swam e Green, è

stata la necessità di unificare una popolazione composta da diversi gruppi linguistici a

sollecitare le prime iniziative in campo educativo, mentre l'obiettivo di organizzare un

esercito efficiente in grado di proteggerlo stato o sostenere le sue rivendicazioni avrebbe

imposto di prestare attenzione alla salute della popolazione. È stato dimostrato che in molte

società gli apparati dello Stato rappresentano uno sviluppo delle funzioni svolte in passato

dalla monarchia; perciò, ieri è che l'attività dello Stato si è complicata, le sue funzioni si

sono progressivamente diversificate l'una dall'altra. Hanno contribuito a tale processo l'èlite

della nuova burocrazia, le quali conquistatesi un ruolo, si sono date da fare per conservarlo.

È possibile che esse abbiano scoperto, inoltre, di poter rafforzare il loro potere

semplicemente stendendo il ventaglio delle loro attività, e che in tal modo avrebbero potuto

offrire nuove opportunità anche ai propri familiari e parenti.

Una volta che lo Stato si è assunto qualche responsabilità nell'ambito della politica sociale,

non importa quanto marginale, per esempio nominando gli insegnanti, gli ispettori sanitari

sorveglianti delle workhouses, è probabile che nelle file della burocrazia alcuni funzionari

abbiano cominciato a difendere il proprio campo d'azione e a lavorare per estenderlo.

Alcuni approcci hanno richiamato l'attenzione sulla complessa relazione tra lo sviluppo delle

politiche e la formazione dello Stato; quest'ultimo processo è consistito, infatti, nella

creazione di un complesso insieme di istituzioni e ordinamenti che a loro volta hanno inciso

sui modi in cui affrontare particolari questioni problemi sociali.

Le diverse èlite competono tra loro per ottenere il sostegno del popolo, è nel corso di questa

competizione promettono nuove politiche sociali. Questa prospettiva è sviluppata dagli

esponenti della cosiddetta teoria economica della democrazia; essa sostiene l'esistenza di un

processo attraverso cui alcuni vantaggi individuali possono essere scambiati per costi

socializzati, per cui le persone finiscono con il non riconoscere più li costi totali che

ricadono sulle loro spalle. Tale posizione ai inoltre alcuni punti comuni con la teoria

economica della burocrazia, una teoria secondo la quale le èlite burocratiche sarebbero fin

troppo pronte a incoraggiare tale processo.

Le prospettive neomarxiste ritengono che il capitalismo restringe al minimo il margine

d'azione dello Stato, già limitato del resto dell'obiettivo della legittimazione. In effetti,

avendo introdotto la partecipazione popolare, i capitalisti non avrebbero fatto altro che

rendere processo di legittimazione ancora complesso, come ben disposti nei confronti delle

sue richieste. Trasformandolo inoltre in un'istituzione cuscinetto tra padroni e proletari, il

capitalismo avrebbe assegnato allo stato un nuovo ruolo.

Per le teorie neomarxiste che invece riconoscono alla partecipazione popolare un certo

spazio, assegnandole inoltre una funzione positiva, sono certi fondamenti ultimi della loro

teoria a sollevare alcuni problemi. I fautori democratici della lotta di classe considerano le

istituzioni parlamentari come strumenti per promuovere la trasformazione della società;

tuttavia, il possibile ingresso dei rappresentanti del proletariato in parlamento e nel governo

viene giudicato in due modi. Mentre per alcuni esso non è che un'occasione per salire sul

trampolino di lancio verso una trasformazione radicale della società,, per molti esso

rappresenta un'occasione per iniziare ad introdurre i cambiamenti voluti.

È sempre utile mostrare che tutte le società industrializzate hanno sistemi di protezione

sociale complessi e cercarne le spiegazioni comuni, ma esistono anche alcune differenze

assai rilevanti. La più importante è alcuni paesi spendono per le politiche sociali molto più

di altri, una differenza che non può essere spiegata chiamando in causa la diversa ricchezza

nazionale.

La modernizzazione e la formazione dello Stato sono stati i motori generali nello sviluppo

della politica sociale; questa relazione è stata così stretta che ci si può domandare se non la

si possa formulare anche nel modo ho posto, definendolo stato industriale moderno nei

termini delle politiche sociali che esso ha adottato, vale a dire presentandolo come Stato

sociale. Una delle ragioni per cui in tempo di pace lo Stato si presenta con un'impresa di

grandi dimensioni èche deve esserlo per finanziare le proprieattività nel campo del

benessere; ma è anche possibile che siamo le complesse istituzione del capitalismo ad essere

sostenute dal sistema delle politiche sociali, anche se tale tesi è più controversa.

Alcune tesi alternative sullo sviluppo della politica sociale:

1) La paura per i pericoli che i gruppi svantaggiati possono comportare per la società: la

consapevolezza del pericolo rappresentato dei gruppi svantaggiati si è manifestata molto

presto nella storia degli stati. Dapprima, è alle famiglie e alle comunità che si è assegnato il

compito di sostenere tali individui; dal canto suo, lo Stato si preoccupava esclusivamente di

cercare di rimandare i poveri vagabondi ai loro luoghi di provenienza o di stabilire quali

comunità dovessero assumersene la responsabilità. Senonché, via via che il cambiamento

sociale rendeva più ardua la realizzazione di tali obiettivi, l'onere imposto alle comunità in

cui i poveri si concentravano era probabilmente troppo gravoso, e ha cominciato perciò ad

accettare di finanziare le iniziative locali che originariamente aveva voluto esclusivamente

regolare. Ciò che caratterizza le politiche sociali nate da questa evoluzione è l'aspirazione in

primo luogo ad imporre doveri alle famiglie in tutte le circostanze possibili, in secondo

luogo a rafforzare le risposte delle comunità e delle istituzioni di carità, e infine ad

accrescere l'attaccamento individuale al lavoro.

L'intervento principale era affidato il più delle volte a una particolare istituzione il cui scopo

era dissuadere tutti, tranne il più disperati, dal chiedere aiuto. Ci riferiamo alla cosiddetta

workhouse, un'istituzione che ha segnato le prime fasi della storia della politica sociale di

molti paesi. Alle risposte umanitarie, essenzialmente assistenziali, sono seguiti, grazie allo

sviluppo della medicina, i primi interventi esplicitamente terapeutici; essi potevano guarire i

poveri e restituirli alla forza lavoro. Il coinvolgimento dello Stato nel suo corso ai più poveri

spiega anche la nascita dei primi interventi pubblici nel campo dei servizi sanitari e sociali.

Dello stesso periodo in cui le workhouses scoprivano di ospitare essenzialmente anziani e

malati, anche il problema dell'esistenza, in certi periodi e in certi luoghi, di poveri sani ma

senza lavoro ricevette per la prima volta risposte non esclusivamente repressive. In effetti,

verso la fine del XIX secolo, si cominciò ad ammettere che ci si potesse imbattere in un

problema di disoccupazione generato dal cattivo funzionamento del mercato del lavoro.

I marxisti hanno suggerito nuove linee di riflessione: trovare un modo per migliorare il

funzionamento dell'economia, esaminare gli strumenti attraverso i quali reinserire

disoccupati nel mercato del lavoro e valutare l'opportunità di introdurre un sistema di

sussidi a favore dei senza lavoro.

Dal punto di vista delle condizioni sanitarie, sono stati altri i gruppi sociali considerati

pericolosi; per esempio, se abbandonate a loro stessi all'interno della comunità, alcuni malati

avrebbero potuto rappresentare una minaccia per tutti.

Sono due i tipi di pericolo che vennero allora identificati: in primo luogo, le epidemie; il

riconoscimento della necessità, nell'interesse del resto della comunità, o di curare le malattie

infettive o di confidare che ne soffriva a seguito, i progressi della conoscenza sulla

trasmissione delle malattie contagiose. Una volta introdotta per decisione pubblica la misura

dell'isolamento,

Il benessere viene identificato nella mancanza di qualcosa, mancanza che viene misurata con

la soglia della povertà. II MODULO

Il dibattito sulla fase di cambiamento delle politiche sociali che si è avviata in Europa dalla

seconda metà degli anni '90 con legge nell'identificarvi alcune linee di fondo ma non

registrava un accordo riguardo alle dinamiche trasformative implicate. Esping Andersen

sottolinea il carattere "congelato" dei regimi di welfare, in particolare dell’Europa

continentale, le analisi tendono ad evidenziare la continuità.

L’osservazione dello spazio europeo del policy making fa registrare i cambiamenti che ne

investono sia gli strumenti sia la struttura, sia i riferimenti normativi e sia cognitivi;

emergono processi all’insegna della decentralizzazione.

Nello spazio europeo, le dinamiche di rapporto tra livello sopranazionale, nazionale e

subnazionale del policy making che vi hanno corso sono caratterizzate dall’importanza

crescente assunta sia dall’Unione europea sia dal “locale” nella cornice della “governance

multilivello”.

L’Europa agisce come filtro fra le pressioni globali e le strutture nazionali, ciò ha dato

impulso a dinamiche di europeizzazione delle politiche sociali.

L’influenza che l’Europa esercita sulla base di norme e dispositivi legislativi è sia diretta, sia

indiretta; nel primo caso, è ancorata alla cosiddetta legislazione core, anche di tipo

secondario, come ad esempio le Direttive; nel secondo caso alla legislazione cosiddetta soft,

come ad esempio i libri bianchi.

Lo strumento principale su cui poggia l'influenza europea è il "metodo aperto di

coordinamento" che punta a conciliare l'obiettivo dell'armonizzazione delle politiche sociali

europee con rispetto delle specificità nazionali e regionali e con la valorizzazione di un

approccio decentralizzato. A questo strumento è affidato il compito di dare corpo alla

cooperazione e alla sorveglianza reciproca fra i paesi membri; si tratta di procedure

sistematiche e forma alzate di monitoraggio e valutazione "incrociata" finalizzata a sostenere

processi di mutuo apprendimento di capacità e strategie di policy making. Il metodo aperto

di coordinamento è stato indotto nel campo delle politiche del lavoro, con l'avvio della

strategia europea per l'occupazione, e successivamente esteso alle materie sociali, agli

interventi contro l'esclusione sociale.

Il progetto di "Europa sociale" nel cui ambito i paesi membri sono chiamati accordi lassi

applicando queste procedure; le nozioni di sostenibilità e coesione sociale poggia su due

pilastri: essi manifestano l'attuale orientamento europeo a confrontarsi sia con i problemi

economici indotti dalla competizione globalizzata, sia con i vecchi e nuovi problemi sociali,

soprattutto con quelli che cumulano svantaggi multipli nel campo del lavoro, del reddito,

della salute, delle condizioni abitative.

Prende forma un progetto che pone l'accento sulla necessità di conciliare tra loro la

competitività economica e la coesione sociale; e assume rilievo il riferimento alla

sostenibilità come parametro volto a ridurre, compensare o evitare gli squilibri sociali, oltre

che i rischi ambientali, indotti dallo sviluppo.

L'unione europea richiama il peso che le politiche economiche, le politiche del lavoro e le

politiche sociali rivestono rispetto al modello di sviluppo prescelto e le loro capacità di

rinforzo reciproco.

Le politiche sociali sono chiamati a creare un tessuto sociale includente, e sviluppare azioni

che ricostituiscano o salvaguardino il legame sociale della collettività preservando le

condizioni di sostenibilità economica di queste azioni.

Attivazione: un posta un'enfasi particolare sull'obiettivo dell'attivazione, un'altra idea guida

dell'Europa sociale, e sul passaggio da politiche passive a politiche attive. L'attivazione

sposta l'accento dall'inclusione intesa come risarcimento di uno svantaggio attraverso

sostegni al reddito, all'inclusione intesa come partecipazione alla vita sociale,

prioritariamente, anche se non esclusivamente, attraverso il lavoro. Prende forza così la

tendenza a trattare la spesa sociale come l'investimento per produrre inclusione, lungo due

direzioni: 1) investimento sulle risorse individuali dei destinatari, in direzione della

valorizzazione dei loro potenziali di interazione cooperativa.

Sussidiarietà: dà un impulso al processo di decentralizzazione territoriale, nella sua duplice

dimensione, verticale e orizzontale, da sussidiarietà impegna gli attori nazionali a

sorvegliarsi reciprocamente e a coordinasi nello spazio europeo e che era, riconosce e

valorizza i livelli locali di governo (sia regionali, sia locali). La sussidiarietà è coerente con il

principio di coesione sociale e compitività con la possibilità di coinvolgere le comunità

locali. I principi di sostenibilità, coesione sociale, attivazione e sussidiarietà costituiscono il

vocabolario di base dell'Europa sociale.

Esso degenere esercita un potenziale per formativo: istituisce spazi discorsivi, veicola idee,

riferimenti d'azione e modelli delle politiche.

L'Europa agisce come attore potente della diffusione di nuovi approcci di policy di profilo

integrato e localizzato. I diversi programmi sono volte a promuovere forme integrate

d'azione e di governo su problemi che, per la loro natura multidimensionale, hanno reso

evidente l'inadeguatezza degli strilli d'azione tradizionali, di stampo settoriale e categorieale.

Sotto la spinta all'integrazione, i modelli e gli stile delle politiche sono sollecitati a cambiare

in due modi: 1) la domanda di interazione agisce soprattutto nei contesti locali; gli approcci

ingrati, in linea con il principio della sussidiarietà, assegnano perciò centralità al livello

locale e di là iniziano i rapporti fra i diversi livelli e i soggetti interessati dell'azione pubblica;

2) viene incentivata l'adozione di logiche dell'azione amministrativa orientate al risultato, in

alcuni casi attraverso meccanismi di genialità, si apre la strada in questo modo al

rafforzamento o all'inclusione di criteri di competenze tipiche nell'amministrare per progetti:

l'ancoraggio agli obiettivi, la responsabilizzazione sulla spesa e la capacità di attrarre risorse,

e l’attenzione alla dimensione temporale, l'uso di procedure di monitoraggio e valutazione.

Il entrambi i modi gli effetti di cambiamento che si innescano possono riguardare, oltre che i

settori direttamente interessati dei programmi, anche i sistemi locali di decisione e di azione

nel loro complesso. I programmi regolano stili d'azione che possono essere "travasati" nella

gestione ordinaria delle politiche, trasformandone l'impianto; perciò, essi sono suscettibili di

promuovere e rafforzare capacità istituzionali e processi di istitution building.

Il rapporto fra il livello europeo e quello locale è caratterizzato da dinamiche di rinforzo

reciproco; questo rapporto è scandito da un lato da un movimento dell'Europa verso i

contesti locali, che sostiene l'importanza di questi ultimi come spazi del disegno, del

governo e dell'implementazione delle politiche sociali, volte all'obiettivo dell'attivazione e

commisurate a criteri di integrazione; dall'altro lato, da un movimento dai contesti locali

verso l'Europa, che fa perno sul ricorso a strumenti in grado di promuovere linee di azione

comuni e di sorvegliarne la realizzazione.

Esistono delle linee di tendenza: 1) per quanto non esclusivo, il livello nazionale resta

cruciale ed è decisivo il modo in cui gli orientamenti e gli assetti istituzionali che vi si

esprimono filtrano di indirizzi europei adottando soluzioni di policy differenziate.Riguardo

all'Italia, le vicende relative alla sperimentazione del reddito minimo di inserimento, alla sua

messa a regime e alle proposte successivamente in discussione sotto la voce di reddito di

ultima istanza si prestano bene a illuminare la complessità implicata dalle integrazioni fra gli

attori nazionali e gli orientamenti europei e dalle loro evoluzioni nel tempo; inoltre, il

legislatore nazionale stesso può contribuire a istituire o rafforzare un assetto decentrato; 2)

l'importanza dei contesti locali rimanda agli esperimenti attuali di "rimessa in squadra" della

società a livello locale, nel cui ambito le città tendono a emergere come attori, come spazi

cruciali della pianificazione strategica e della governance. Questa tendenza, della

competizione nell'economia globale entrata, si incontra con quella al rafforzamento del ruolo

degli amministratori locali registrabile in molti paesi europei, in alcuni casi fondata su

riforma della rappresentanza, in altri casi trainata dall'emergenza di una dimensione

territoriale in problemi che tendono a imporsi al centro dell'agenda politica nazionale; 3) il

punto di fondo è che il quadro di policy non è definito; il modello sociale europeo è tuttora

l'espressione di un conflitto fra "attori economicamente orientati" che si ispirano a soluzioni

di mercato e "attori socialmente orientati" che provano a trovare le leve del rinforzo tra

coesione sociale e crescita economica.

La coesione sociale stessa, può essere intesa secondo due prospettive dissimili di intervento

sugli squilibri sociali: una mette al centro le diseguaglianze sociali e fissa quest'ultime come

problema su cui agire per creare un "tessuto sociale ospitale", "capace di supportare e

sopportare le differenze"; l'altra tende a trattare gli squilibri sociali come una minaccia

all'ordine sociale e può essere declinata attraverso approcci e interventi di tipo sicuritario.

Anche l'attivazione è un ombrello sotto il quale stanno insieme prospettive diverse: la

partecipazione al lavoro, la responsabilizzazione individuale rispetto al proprio benessere e a

quello dei membri della propria famiglia che si trovino in condizioni di dipendenza; la

libertà di scelta in quanto consumatori; la partecipazione alle scelte pubbliche e

l'autoorganizzazione delle comunità locali.

Questa prospettiva intrattengono un rapporto stretto con il processo di individualizzazione e

sono criteri di supporto dell’agency dei destinatari.

Le linee d'azione emergenti in questo quadro sono ambigue e si prestano a forme ed effetti

di "transazione" variabili (indica le dinamiche attraverso le quali un disegno o un indirizzo

di policy viene tradotto nelle politiche concrete); poichè fanno leva sulle risorse d'azione e di

scelta disponibili nei contesti locali.

Un terreno importante di cambiamento riguarda le idee, gli stili d'azione e i valori

incorporati nelle politiche sociali. L'europaizzazione delle politiche sociali mette in gioco i

nuclei ideali e normativi sedimentati nei differenti assetti nazionali e amplifica le tensioni cui

essi sono sottoposti per effetto di altri fattori, all'incrocio fra globale e nazionale.

Sembra anche riaffiorare il legame fra politiche sociali e "scelte di valore", alla base della

costruzione del welfare state tutte, scelte relative ai valori quali la libertà, eguaglianza,

sicurezza, che hanno alimentato la discussione politica riguardo come trattare i rischi sociali,

alimentando il confronto e il conflitto fra idee diverse di "società giusta".

A partire dalla fase di espansione del welfare state, il discorso politico sui valori è stato

accantonato a favore di argomentazioni di ordine tecnico; ma nella fase odierna, l'esigenza di

costruire una visione (politica) comune nel contesto europeo sembra riaprire la strada al

discorso sui valori e finalità come terreno di azione e di elaborazione delle politiche sociali,

e sembra tornare di attualità anche i quesiti relativi a come progettare e realizzare una società

giusta, più o meno eguale, libera e sicura.

I progetti di società giusta che hanno contraddistinto l'Europa hanno dato risposte differenti

a questi quesiti, mano con corso a istituire un "nucleo duro" comune, costituito dalle misure

che proteggono gli individui dai rischi cui sono esposti in quanto dipendenti dal mercato.

È necessario dire qualcosa di più sulle ragioni di giustizia, incorporate in questo nucleo


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AUTORE

luca d.

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e relazioni internazionali (POMEZIA, ROMA)
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher luca d. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Scienza politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze Sociali Prof.

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