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Il mercato e l'impresa

Il mercato: le teorie classiche

In passato, per mercato si intendeva il luogo fisico ove venivano esposte delle merci disponibili per lo scambio, e ove, di conseguenza, venivano effettuate contrattazioni e scambi. Oggi, il termine mercato sta ad indicare l'insieme degli agenti economici impegnati con continuità negli scambi di merci specifiche. In seguito, il termine fu riferito ad una realtà sempre più virtuale che si estende ben al di là dei loro apparenti limiti spaziali.

I primi concetti di impresa e mercato sono quelli del periodo classico e neoclassico. L'impresa comincia ad essere vista come una forma più grande e complessa dell'impresa familiare (scatola nera) nella quale non si massimizza il profitto.

  • 1755 R. Cantillon: spiega semplicemente come il mercato sia il luogo dove si scambiano beni e servizi; dove cioè produttori (artigiani, fabbri, etc.) si stabiliscono nei villaggi per servire gli abitanti dove non sono disponibili simili servizi.
  • 1769 Turgot, pone l'attenzione sulla figura dell'imprenditore (presente anche nell'idea di mercato di Cantillon) come colui che rende possibile gli scambi anticipando il capitale e rischiando quindi che le prospettive di profitto presunte non corrispondano alle realizzazioni degli eventi incerti che condizionano l'attività economica (assumendosi cioè il rischio d'impresa).
  • 1776 Smith (padre fondatore della scienza economica) originariamente individua il mercato nello spazio fisico in cui avvengono gli scambi. Tuttavia, caratteristica essenziale del mercato era la sua capacità di alimentare ed essere alimentato dalla divisione del lavoro. In questo senso, il mercato diventa il luogo deputato alla determinazione del valore attraverso un triplice cambiamento:
    • Dalle società primitive alle società moderne;
    • Dalla famiglia all'impresa;
    • Dalla campagna alla città.

Smith analizza il passaggio da una società primitiva, in cui prevale l'impresa familiare, ad una più moderna in cui si attua la divisione del lavoro che attraverso la specializzazione e la competizione fa nascere l'impresa come alternativa alla famiglia nel campo della produzione. Il mercato è la disciplinante tra stato rozzo e stato evoluto, è il luogo attraverso cui si può pienamente affermare la divisione del lavoro.

1821 Ricardo parte dal paradigma Smithiano della divisione del lavoro per sviluppare la sua fondamentale teoria del vantaggio comparato: supponendo che ci siano solo due paesi che producono solo due beni è certamente meglio che ognuno si specializzi nella produzione di uno solo dei due beni piuttosto che produrre entrambi tutti e due i beni, per poi scambiarli in modo tale da essere più efficienti. Il mercato diviene così il luogo deputato agli scambi dei beni prodotti.

1877 Walras fu il primo ad argomentare un'interdipendenza tra i mercati (il mercato è un sistema di mercati interdipendenti) e a spiegarne l'equilibrio che costituisce per Walras lo stato normale cui tendono perpetuamente e automaticamente tutte le variabili in regime di libera concorrenza. In tale situazione, il mercato è caratterizzato dall'uguaglianza tra domanda e offerta tanto dei beni quanto dei fattori produttivi. Gli imprenditori sono definiti come gli intermediari tra il mercato dei fattori produttivi e quello dei beni.

Marshall affronta il problema del mercato come luogo d'incontro della domanda e dell'offerta. Benché fondata sul confronto di “bisogni" o “desideri", anziché degli incipienti paradigmi neoclassici (la domanda, offerta, conc. perfetta, etc..). La caratteristica dei mercati è che essi consentono di trovare un equilibrio tra desideri e sforzi. Il modo più semplice per trovare un equilibrio tra desideri e sforzi, dice M., è quello di chi si procura ciò che desidera direttamente con il proprio lavoro. Vi sono però dei mercati particolari ove il raggiungimento di questo punto non è così pratico: il mercato del lavoro, per esempio, è caratterizzato dal fatto che chi offre la vendita, ossia il lavoratore, ha una sola unità da mettere sul mercato e può essere in stato di bisogno, sicché pur essendo disposto ad accettare anche un salario molto basso. Il suo prezzo d'offerta, determinato sulla base del costo del suo sforzo, può non coincidere con il prezzo cui è costretto a vendere il suo lavoro per sopravvivere.

1900 Veblen costituisce una teoria dell'imprenditore, come “capitano d'industria", prendendo a modello i grandi imprenditori ferroviari americani, in un'economia caratterizzata dalle macchine e da processi del mercato per acquisire una posizione monopolistica. L'imprenditore è dominato da una passione per i guadagni, dalla capacità di lottare con gli altri imprenditori in un atteggiamento opportunistico per eliminarli dal mercato e liberare l'economia da un eccesso di management, che danneggia la qualità dei servizi offerti alla collettività. È un individuo amorale cui interessa solo la massimizzazione dei profitti ma che porta al miglioramento sociale. Il mercato tende a sparire a causa di una prospettiva eroica dell'imprenditore. Una teoria che tende ad adombrare anche il fulcro delle teoria neo-istituzionale di Coase (l'impresa come alternativa al mercato).

1922 Weber anzitutto nega che la sete del profitto sia alla base del successo del capitalismo. Riprende la teoria dell'imprenditore di Veblen, ma vede l'imprenditore non come un imprenditore senza scrupoli e opportunista, ma piuttosto come un eroe dal carattere ascetico che adempie solo al suo dovere professionale non guadagnando nulla per sé. È un innovatore che dovrà combattere contro la differenza e l'indignazione morale. Weber evidenzia come l'eroismo dell'imprenditore si sia mano a mano trasferito sui dirigenti che formano il vertice strategico dell'impresa, e soprattutto sul capo dell'esecutivo aziendale.

1973 Kirzner vede l'imprenditore come pieno di spirito d'iniziativa che dà impulso all'economia. Attraverso la sua costante ricerca di profitto assicura che il processo di mercato vada a buon fine (con atti di speculazione e arbitraggio). L'imprenditore opera economicamente anche quando percepisce reddito, poiché questo deriva da un nuovo uso delle risorse a livello economico che prima non c'era; è beneficiario di una giustizia distributiva che remunera il merito, poiché l'imprenditore possa rilasciare le sue energie in modo benefico sull'intero sistema economico è necessario che l'ambiente in cui opera sia adatto e non ci siano problemi di natura burrascosa.

Wicksteed si distacca dal pensiero neoclassico e argomenta il paradigma marginalista e la teoria dell'equilibrio, ponendo l'attenzione sul concetto di utilità marginale (principio marginalista) e sull'allocazione ottimale delle risorse (principio di massimizzazione). In pratica, un individuo continuerà a scambiare fino a che il saggio marginale di sostituzione tra il bene di sua proprietà e l'altro non si azzererà, ovvero fino a che l'ultima unità di prodotto altrui acquistata non gli genererà più alcuna unità di utilità (beneficio); per quanto riguarda l'impresa, invece, essa si tradurrà in una teoria della distribuzione e della produzione, che a sua volta porterà ad un'allocazione razionale e mirata dei fattori produttivi, scelti in base ad un'attenta analisi del rapporto tra costi e benefici che un'unità in più di fattore produttivo porterà rispetto ad un'unità in meno o diversa.

I vari pensieri su mercati, imprese e imprenditore possono essere suddivisi in due punti di vista:

  • Approccio platonico: studia principalmente il mercato, le curve di domanda e di offerta, il prezzo di equilibrio, etc., e sulle leggi economiche. L'economia come rapporto causa-effetto puramente meccanico (Smith - Ricardo - Walras - Marshall - Pareto).
  • Approccio aristotelico: concentra i suoi studi sull'economia in base agli agenti economici e i loro comportamenti e sulle capacità dei singoli di generare regole efficaci per raggiungere il successo. L'attenzione si sposta dunque sulla persona, sulle sue caratteristiche storiche e sulle regole che ne giudicano il comportamento (Cantillon - Turgot - Veblen - Weber - Wicksteed).

La teoria neoclassica

Nell'impresa, l'imprenditore fa di tutto per massimizzare il profitto in condizione di perfetta informazione e costi di transazione nulli. La teoria neoclassica individua due soggetti che operano sul mercato: i consumatori e le imprese. Entrambi cercano di massimizzare i propri obiettivi (una funzione obiettivo), ossia la soddisfazione individuale nel caso del consumatore, e il profitto nel caso dell'imprenditore. Questi sono visti come meccanismi di controllo ottimale, che agiscono sulla base di un'informazione perfetta e riescono a realizzare se stessi perfettamente attraverso il completamento della sequenza di operazioni che li porta a soddisfare il proprio obiettivo.

Nella teoria neoclassica:

  • L'impresa è rappresentata da una funzione di produzione tecnica, che è sostanzialmente una sorta di manuale delle tecniche che stabilisce le proporzioni in cui i vari fattori produttivi vanno utilizzati. L'impresa neoclassica non è quindi un progetto, né un'organizzazione, bensì un algoritmo, il risultato continuo dell'applicazione delle conoscenze tecniche alla produzione. Come l'impresa non è considerata un'organizzazione, secondo la teoria neoclassica, così il mercato non è un'istituzione.
  • Il mercato: anch'esso è un algoritmo e le operazioni che lo definiscono sono l'aggregazione della domanda e dell'offerta individuali e la determinazione dei prezzi derivante dalla loro interazione che assicurano l'uguaglianza dei due aggregati.

Le ipotesi neoclassiche sono state respinte sulla base di quattro categorie principali di obiezioni (critiche):

  • Razionalità limitata (Simon);
  • Informazione imperfetta/asimmetria informativa (teoria dell'agenzia);
  • Miopia relativa all'incertezza sulle previsioni future (Alchian);
  • Pratica esistenza di mercati in equilibrio economico-generale statico (Nelson e Winter);
  • Impossibilità di effettuare transazioni a costi nulli (Coase);

Nota: La teoria neoclassica spiega soltanto come una serie di operazioni pre-definita e finalizzata a un certo obiettivo, possa andare a buon esito, se le circostanze sono particolarmente favorevoli (se cioè l'informazione è perfetta, non vi sono costi di transazione, ecc.). Essa considera l'impresa come un soggetto atomico, senza struttura interna e senza quindi alcun riguardo ai problemi sistemici dell'impresa come organizzazione, e come struttura di relazione tra proprietari, managers, lavoratori, fornitori e consumatori. In particolare, la teoria neoclassica non spiega perché esiste l'impresa, quale sia la sua natura e che cosa determini la sua dimensione!

Il problema dell'impresa come struttura organizzativa: Coase - Simon - Alchian

Coase risponde al perché nasce l'impresa, ed in particolare l'impresa di grandi dimensioni dell'epoca della produzione di massa, in un'economia fondata sul mercato (inteso come libertà di iniziativa lasciata ai singoli o piccole aziende). Coase mette in dubbio l'efficienza allocativa del mercato, e cita i costi di transazione, ovvero tutti quei costi legati all'organizzazione di un'attività, che si dividono, a loro volta, tra costi ex ante (es. sforzo dei contraenti per arrivare ad un accordo, che si traduce in costi di tempo e denaro) e costi ex post (es. costi che insorgono per fare rispettare quanto stabilito). Egli sosteneva che quelli relativi ad uno scambio nel mercato non erano nulli, ma anzi, erano maggiori di quelli di uno scambio in cui fossero implicate imprese o forme di cooperazione/aggregazione tra aziende.

Così, nel 1937 Coase individua le ragioni dell'esistenza dell'impresa nel fatto che essa rappresenta un'alternativa, oltre che un elemento costitutivo, ai mercati, affermando che questi ultimi non possono essere considerati come sistemi autonomi poiché consumano risorse, mentre l'impresa è una forma di organizzazione coordinata e diretta da un imprenditore e suoi collaboratori, che internalizza e riduce i costi di transazione, attraverso la formulazione di costi standard. Coase identifica due tipi di costo di transazione:

  • Costi d'informazione sui prezzi;
  • Costi di ricerca, negoziazione e di stipula dei contratti.

Secondo Coase, un'impresa è in grado di ridurre entrambi questi costi negoziando contratti di lungo termine con i suoi dipendenti. Quanto minore è il numero di contratti, tanto minori sono i costi di transazione. La stipula di contratti di lungo termine in forma standard, inoltre, dà all'impresa la possibilità di ridurre le possibilità di ri-negoziazione e quindi ulteriori costi di transazione, limitando le clausole contrattuali formalmente espresse; inoltre, tralasciando il maggior numero possibile di clausole non specificate, si riserverebbe il “diritto residuo" sulle circostanze non previste, e ciò la mette in grado di reagire in modo flessibile agli eventi del mercato.

Sintesi di Coase in tre punti:

  • L'impresa nasce come alternativa al mercato per l'efficienza in presenza di costi di transazione;
  • Struttura dell'impreso come nesso di contratti a lungo termine;
  • Gode di flessibilità in virtù della sua capacità di appropriarsi del valore residuo dei contratti stessi.

Simon (1947)

Simon mette in dubbio la capacità dei soggetti economici di prendere decisioni razionali, e quindi il loro essere in grado di organizzarsi efficacemente nell'impresa basandosi su due principi:

  • La razionalità limitata;
  • La scelta soddisfacente;

Secondo Simon, infatti, nonostante i soggetti economici siano finalizzati a massimizzare i propri obiettivi, mediante la ricerca e l'applicazione di scelte ottime, essi non potranno concretamente mettere in pratica la loro razionalità per via di alcuni inevitabili ostacoli:

  • Informazione imperfetta e quindi conoscenza parziale delle possibili alternative;
  • Impossibilità di conoscere o prevedere tutte le possibili conseguenze delle azioni;
  • Dipendenza dall'immaginazione, in mancanza dell'esperienza;
  • Difficoltà di confrontare i possibili comportamenti alternativi da assumere;
  • Incertezza e ambiguità dei criteri a cui attenersi per la scelta, dovute a motivi etici, culturali, emotivi, cambiamenti del contesto.

Quindi gli agenti economici, di fronte all'impossibilità di una scelta ottima che massimizza i propri obiettivi, optano per modelli di comportamento più semplici, ossia scelte di routine soddisfacenti, le quali si fondano su soluzioni, relativamente semplici, interiorizzate dall'organizzazione grazie all'esperienza e al ripetersi di specifiche problematiche, permettendo così di proceduralizzare le decisioni. Il loro successo sul mercato si identifica con la capacità di saperle bene applicare (ottimizzarle) ed ottenere un ragionevole successo.

Simon contrappone all'approccio consequenzialista, tipico della teoria neoclassica in base al quale l'individuo dotato di razionalità è capace di perseguire ciascun obbiettivo con gli strumenti più adeguati in qualunque condizione, l'approccio proceduralista, che riconosce l'impossibilità di avere sempre gli strumenti adeguati, e quindi l'impossibilità di ottenere sempre successi. Perciò, piuttosto che mirare a sviluppare regole giuste, ma praticamente inattuabili, si riconosce l'efficacia di sviluppare regole decisionali per classi di problemi, anche se non saranno quelle ottime, poiché l'utilizzo di quest'ultime permetterà di avvicinarsi all'obiettivo più di quanto non farebbe l'utilizzo delle prime.

Nota: Il fondamento della teoria dell'organizzazione di Simon è quindi che l'impresa si configura come un'opportunità di applicazione del principio procedurale: piuttosto che negoziare continuamente le proprie prestazioni, i lavoratori tendono a comportarsi in modo routiniano seguendo regole e comportamenti, e nello stesso modo i managers, per coordinare e governare, tendono ad imporre schemi di comportamento routiniano ai subordinati, attraverso la gerarchia o la divisione del lavoro. In tal modo, essi riescono a ridurre la problematicità delle decisioni, dotando i lavoratori di risposte programmate per perseguire efficientemente gli obiettivi dell'impresa.

Sintesi di Simon in tre punti:

  • Elementi fondamentali per la costituzione di una teoria generale dell'organizzazione:
    • Razionalità limitata;
    • Scelta soddisfacente;
    • Concetto di routine.

Alchian (1950) pone l'attenzione sul soggetto impresa piuttosto che sul suo funzionamento, come produttore di progetti industriali di successo. Alchian critica l'ipotesi neoclassica dell'incertezza delle previsioni future, sostenendo che le organizzazioni economiche possono essere spiegate attraverso l'applicazione della teoria darwiniana dell'evoluzione e della selezione naturale. Le imprese sopravvivono nel mercato grazie ad un processo evolutivo economico, non tanto perché riescono a massimizzare i profitti, ma perché riescono a realizzare profitti sufficienti, anche se non ottimi, a mantenerle sul mercato. Si attua quindi una selezione economica naturale di quelle imprese che riescono a fronteggiare l'ambiente economico, diventando protagoniste di un processo di miglioramento collettivo basato su competizione e innovazione: nuove forme organizzative sono così continuamente incorporate mentre quelle più vecchie sono eliminate in base al criterio dell'efficienza.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/02 Politica economica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher vale315 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Politica Economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma Tor Vergata o del prof Scandizzo Pasquale Lucio.
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