Politica economica del 29/09/15
Introduzione alle teorie economiche
Il nocciolo concettuale intorno al quale si sviluppa tutta la prima parte è l'analisi dell'economia Keynesiana e delle sue variabili (delle variabili ce ne occuperemo dopo). La questione fondamentale qual è, abbiamo detto (nell'incontro introduttivo) che le impostazioni fondamentali sono sostanzialmente due: da un lato abbiamo i modelli del pieno impiego, cioè i modelli dell'offerta, ovvero una costruzione teorica che esprime la seguente idea cioè le forze di mercato e la flessibilità dei prezzi riescono sempre a portare il prodotto effettivo a livello del prodotto potenziale. Dall'altro lato abbiamo le teorie della domanda, cioè l'idea che il mercato e la flessibilità di prezzi e salari non è in grado di garantire il pieno impiego delle risorse economiche, cioè i fattori produttivi, vale a dire lavoro e capitale.
Modelli economici e domande aggregate
Il livello di impiego dei fattori produttivi, vale a dire il livello della produzione effettiva, dipende dalla domanda aggregata; il fatto che dipenda dalla domanda aggregata e che sia quindi individuabile un equilibrio macroeconomico del tutto svincolato dalla questione del pieno impiego apre uno spazio alla politica economica che accetta dei modelli dell’offerta perché se il sistema di mercato riesce a garantire il pieno impiego di lavoro e capitale l’unica politica economica che possiamo concepire in linea generale è una politica economica di non intervento, cioè lo scopo principale della politica economica sarebbe quello di proteggere il sistema di mercato e consentire alla flessibilità di prezzi e salari di fare il suo gioco determinando il pieno impiego.
Naturalmente totalmente diversa è la prospettiva che si apre nel caso in cui abbiano rilevanza le teorie economiche della domanda perché esiste un equilibrio di sottoccupazione determinato dalla domanda aggregata, esiste la possibilità per lo stato di intervenire e mutarlo, nel senso di incrementare il livello di occupazione. Badate bene che il conflitto al quale sto facendo cenno, vale a dire tra teoria dell’offerta e teoria della domanda, era un conflitto che sebbene sottotraccia ha attraversato tutto il vostro corso di macroeconomia perché se ci ricordiamo nella macroeconomia noi abbiamo analizzato una strana coesistenza cioè abbiamo analizzato l’impostazione teorica dove teorie della domanda aggregata cioè gli equilibri di sottoccupazione e teorie del pieno impiego convivevano.
Sintesi neoclassica
Nel breve periodo ci sono delle oscillazioni del prodotto rispetto al suo potenziale: queste oscillazioni di breve periodo fanno sì che la produzione effettiva non sia quella del pieno impiego. Esiste uno spazio per la politica economica! Nel più lungo periodo, quando il lavoro di prezzi salari e politica economica congiunta è stata effettuata, si ritorna al pieno impiego. Si tratta in buona sostanza di un'impostazione che prende il nome di sintesi neoclassica. Si parla di sintesi perché la sintesi neoclassica è il modo in cui le teorie della domanda e le teorie del pieno impiego hanno trovato il modo di convivere e lo sviluppo di queste diverse impostazioni teoriche è uno sviluppo che è possibile tracciare anche storicamente.
Storia del pensiero economico
Se guardiamo tutta la discussione di quella che si chiamava economia politica (prima che si spaccava in microeconomia e macroeconomia), da allora fino agli inizi del 900 il tema che è stato sviluppato non era tanto quello dei livelli di attività cioè quello del problema prodotto effettivo è uguale al prodotto potenziale o al di sotto del prodotto potenziale, non era questo il tema che interessava agli economisti classici, che sostanzialmente ragionavano in termini di teorie del pieno impiego cioè facevano coincidere il prodotto effettivo con il prodotto potenziale, si interessavano di altre questioni più legate al lato delle istituzioni, prezzi relativi.
Domanda e grande depressione
Le teorie della domanda sono quindi il prodotto, se ragioniamo in termini di storia del pensiero economico, relativamente recente nascono con quella che fu chiamata la grande depressione, una crisi economica che ebbe forti conseguenze per i paesi con un capitalismo più avanzato e fece porre un problema pratico ovvero come una caduta dei livelli di attività di quelle proporzioni viene risolta. La flessibilità di prezzi e salari non funzionava ed accelerava la crisi e viene al centro della discussione che lo stato doveva intervenire nel sistema economico facendosi carico del sostegno ai livelli occupazionali ed ai livelli di attività è l’idea della politica economica che viene fuori dalle teorie della domanda che trovano come massimo aspiratore Keynes.
Rivoluzione keynesiana
Si parla di rivoluzione keynesiana proprio per sottolineare che siamo di fronte a una rottura del paradigma scientifico di impostazione che l’economia si era data fino ad allora. Di fronte a questa rottura si pone naturalmente un problema di convivenza tra diverse teorie cioè tra l’impostazione del pieno impiego e l’impostazione keynesiana. La teoria keynesiana è abbastanza forte da mandare in crisi l’apparato teorico prekeynesiano e ciò fece sull’onda della realtà, cioè il dibattito economico e soprattutto quello di politica economica, non è qualcosa che vive nell’aria, ma è qualcosa che è alimentato continuamente dalle vicende storico-economiche, quindi non è qualcosa che noi possiamo guardare come slegato da quello che succede nel mondo, è un qualcosa che è fortemente condizionato da quello che succede nel mondo e in una certa misura lo potrebbe anche condizionare.
Sviluppi post-crisi del '29
Nella misura in cui anche grazie all’applicazione della dottrina keynesiana i problemi posti dalla crisi del '29 muovono assoluzione e quindi i livelli di produzione effettiva tende ad accrescersi ad approssimarsi sempre di più a livello di produzione potenziale ciò avviene in tutti i paesi macroeconomici, le teorie del pieno impiego riacquistano forza. Nella misura in cui acquistano forza iniziano una sorta di normalizzazione della politica keynesiana, la cui espressione più evidente è quella della sintesi neoclassica, cioè troviamo un compromesso tra le nuove dottrine keynesiane e le teorie del pieno impiego; questo sviluppo compromissorio è alla base del manuale di macroeconomia. Questo tipo di normalizzazione giungerà negli anni '80 ad una vera e propria normalizzazione della nozione keynesiana che comporterà un ritorno pieno alle teorie del pieno impiego.
Nuova macroeconomia classica
Quella che viene chiamata la nuova macroeconomia classica Freman Fredman (gli economisti di questi anni) non è che una riproposizione in chiave moderna teoricamente più sofisticata, formalmente più elaborata, della teoria del pensiero. In un certo senso si chiude il cerchio della deviazione da questo corso principale del pensiero economico che si è sempre sviluppato intorno alla nozione del pieno impiego. Questa che potremmo chiamare una vera e propria restaurazione teorica si è rafforzata nel corso degli anni '90 per poi entrare nuovamente in crisi con gli sviluppi economici più recenti, la crisi economica del 2007 ha riproposto problematiche in forme diverse a quelle che si erano proposte con la crisi del '29 e l'esito non poteva che essere a considerare come centrale il corpo teorico keynesiano (della teoria della domanda) con una differenza rispetto alla crisi del '29.
Crisi del 2007 e teoria keynesiana
Mentre in quella gli sviluppi economici dei paesi più avanzati furono tali da mettere il vento nelle vele del pensiero keynesiano, nella crisi del '07 questo non è accaduto ma è accaduto che questa crisi non è stata in grado di dare fiato ad una nuova rivoluzione keynesiana, aprendo una parte molto difficile da leggere che si potrebbe chiamare come una crisi della politica economica, in campo ci sono tutte le ricette però in maniera chiara le ricette keynesiane non vengono applicate e quindi l’impostazione precedente ha perso forza e siamo quindi ad una situazione di stallo, sia dal punto di vista di riflessione della teoria economica sia dal punto di vista delle ricette che devono essere implementate per rialzare i livelli di produzione e di occupazione.
Caratteristiche del modello di pieno impiego
Ci sono due caratteristiche, del modello di pieno impiego, che dobbiamo mettere a fuoco: la prima è che l’equilibrio del sistema economico è determinato dal livello del prodotto potenziale cioè la produzione effettiva è sempre al suo potenziale. La seconda caratteristica del modello di pieno impiego è quella che si chiamava dicotomia del sistema economico, cioè dicotomia tra grandezze reali e grandezze monetario-finanziarie, le grandezze reali determinano il livello di produzione (il pieno impiego) le grandezze monetarie determinano il livello dei prezzi (la teoria quantitativa della moneta).
Determinanti dell'equilibrio economico
Infatti, quest’ultima ci dice che la moneta è un velo che riveste le grandezze reali ma che non riesce a mutarne l’entità. E quali sono i determinanti reali dell’equilibrio economico del pieno impiego? Li conoscete dalla macroeconomia, cioè è un modello in cui tutti i fattori della produzione sono impiegati, quindi quando si studia il modello di pieno impiego la prima cosa che bisogna fare è sostanzialmente richiamare alla mente i determinanti microeconomici di quel modello che sono due: abbiamo da un lato la condizione di massimo profitto delle imprese dall’altro al condizione di massima utilità dei consumatori.
Massimizzazione del profitto e scelta della produzione
Il problema che noi ci poniamo non è per un singolo operatore ma per il sistema economico nel suo complesso il ché ci porta a concludere che analizziamo la scelta tra un paniere composta da tutti i beni e il tempo libero. Dal punto di vista delle imprese nulla cambia sia che analizziamo il sistema produttivo delle singole imprese sia che li aggreghiamo, il problema resta sempre lo stesso. L’impresa massimizza il profitto quando il ricavo marginale è uguale al costo marginale (RM=CM). Il ricavo marginale mi dice se aumento di un'unità prodotta e venduta quanto aumentano i ricavi, il costo marginale mi dice se aumento di un'unità prodotta e venduta quanto aumentano i costi, se l’incremento dei ricavi ha un margine superiore all’incremento dei costi vuol dire che sto producendo troppo poco, se succede il contrario allora sto producendo troppo.
Noi sappiamo che in concorrenza perfetta il ricavo marginale è uguale al prezzo (RM=P); d’altro canto sappiamo anche che il costo marginale è uguale al salario nominale diviso la produttività marginale del lavoro (W/P) con questa espressione stiamo dicendo che prendendo un...
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