I
OBIETTIVI E STRUMENTI DELLA POLITICA ECONOMICA
1. Definizione di politica economica
Nel 1935 l’economista inglese Lionel Robbins, nella prima edizione dell’opera An Essay on the
nature and significance of economic science, ha definito la politica economica come il “corpo
dei principi dell’azione e dell’inazione del governo rispetto all’attività economica”.
Nel corso degli anni, varie scuole di pensiero critico si sono sviluppate in ambiente accademico.
Tra queste, è possibile ricordare la scuola che faceva capo all’economista italiano Federico
Caffè. Nel corso dei suoi studi, Caffè ha proposto la seguente definizione di politica economica:
“la disciplina che cerca le regole di condotta tendenti a influire sui fenomeni economici in vista
di orientarli in un senso desiderato”.
Si evince facilmente che si tratta di due definizioni astratte e generali, esse possono valere per
diversi tipi di sistemi economici siano essi capitalistici siano essi pianificati.
A questo punto, sorge spontanea una domanda: quale è la differenza tra politica economica
ed economica politica?
La nascita della moderna economica politica può essere fatta risalire alla pubblicazione del
saggio La ricchezza delle nazioni (1776) , di Adam Smith. Tale saggio può essere considerato
1
come il primo trattato organico di economica politica. L’opera è divisa in cinque libri, che
trattano rispettivamente: del rapporto fra divisione del lavoro e produttività e della
distribuzione del reddito; dell’accumulazione; dello sviluppo economico dall’impero romano in
poi in breve excursus; delle teorie economiche precedenti quella smithiana (mercantilisti e
fisiocratici); della finanza pubblica.
Secondo Smith, ogni operatore economico agisce sul mercato mosso esclusivamente dal suo
interesse individuale. L’intervento pubblico nell’economia deve essere limitato allo stretto
necessario e soprattutto deve evitare di introdurre vincoli inutili all’operare delle forze di
mercato.
Al contrario, la politica economica può essere intesa come una disciplina autonoma nel senso
che indaga sulle cause e sugli effetti dell’intervento delle autorità politica sul funzionamento
stesso del sistema economico. Appare subito evidente, come questa sia una ripartizione molto
semplificata della realtà. Una attenta analisi, infatti, mostra come, sia delle origini
dell’economica politica, quest’ultima non abbia mai potuto fare a meno di occuparsi dell’azione
di governo; allo stesso modo, la politica economia non può evitare di studiare i meccanismi che
muovono il mercato. Economia politica e politica economica sono quindi discipline
strettamente interconnesse, non essendo stata definita in dottrina una chiara distinzione
La ricchezza delle nazioni, secondo Smith, dipende da due elementi: la quota dei lavoratori produttivi (cioè
1
produttori di beni materiali, secondo l’interpretazione prevalente di una definizione che in Smith non è univoca)
sul totale della popolazione e la produttività di ciascun lavoratore.
1
metodologica tra le due discipline. Volendo giungere ad una distinzione generale tra i rami
dell’economia si può risalire all’opera di J.S. Mill, Saggi su alcune Questioni Aperte di Economia
Politica del 1844. L’economista inglese presenta una distinzione per cui l’economia politica
elabora soprattutto analisi di tipo positivo (o descrittivo), nel senso che suggerisce una o più
interpretazioni del modo in cui il sistema economico funziona. La politica economica, invece,
è orientata principalmente in senso normativo (o prescrittivo), dal momento che aiuta a
individuare gli strumenti necessari a modificare il funzionamento del sistema economico per
orientarlo verso obiettivi politici ben determinati.
2. Controversia sulla politica economica: alcuni esempi
La politica economia è oggetto di studio di numerose scuole di pensiero, le quali suggeriscono
diverse interpretazioni del funzionamento dei sistemi economici e degli effetti su di essi delle
politiche attuate dalle autorità governative. Semplificando al massimo, si possono riconoscere
due scuole di pensiero:
• Mainstream: la corrente principale di ispirazione neoclassica di cui Blanchard è uno dei
massimi esponenti contemporanei;
• Alternative: che trae origine dagli studi svolti da diversi economisti nel corso degli anni
(Marx, Keynes, Minsky, Leontief, Simon, Sraffa, ecc…).
È facilmente intuibile come tutte le diverse visioni sviluppatesi danno luogo ad un’ampia serie
di dibattiti circa il ruolo da attribuire alla politica economica. L’esistenza di dispute teoriche
non è una prerogativa della scienza economica ma, al contrario, accomuna tutti i campi del
sapere umano (dalla fisica alla medicina). L’orientamento della ricerca è guidato da due
elementi di fondo: in primo luogo la coerenza logica delle teorie; in secondo luogo la capacità
della teoria di superare la verifica empirica. In ambito politico-economico, il rapporto tra teoria
e pratica è un argomento molto delicato per due ordini di motivi: in primo luogo, la maggior
parte dei fenomeni non è replicabile in laboratorio; in secondo luogo, i temi affrontati hanno
una immensa rilevanza economico-sociale, tale da poter condizionare e influenzare l’attività di
ricerca.
Tra i numerosi esempi di disputa tra gli economisti, vi è quello relativo alla validità della teoria
quantitativa della moneta e delle sue varianti moderne. Tale teoria è stata proposta per la
2
prima volta nel 1911 nell’opera The Purchasing Power of Money dell’economista inglese Fisher.
Questa teoria prevede che, nel lungo periodo, ogni eventuale variazione della quantità di
moneta emessa dalla banca centrale implichi solo una variazione proporzionale del livello
generale dei prezzi, e non abbia invece ripercussioni durature sulla produzione e
sull’occupazione. Più in generale, la teoria di Fisher mostra come la politica della banca centrale
può influenzare il sentiero inflazionistico di lungo periodo. Da ciò deriva che gli effetti di lungo
periodo della politica monetaria riguardino solo variabili monetarie (es. livello dei prezzi)
La teoria quantitativa della moneta è una teoria dell’economia secondo cui i prezzi generali dei beni sono
2
direttamente proporzionali (se cresce l'uno, cresce l'altra e viceversa) alla quantità di moneta in circolazione nel
dato momento. 2
mentre non toccano le variabili reali della produzione (es. occupazione). Si parla in tal senso di
“neutralità della moneta” sugli andamenti di lungo periodo delle variabili reali.
Si definisca con M la quantità di moneta emessa dalla banca centrale; con V la velocità di
circolazione della moneta emessa; con P il livello generale dei prezzi; con Y il livello del PIL; la
teoria quantitativa della moneta è espressa dalla seguente relazione:
=
Tale equazione rappresenta una identità contabile: a certe condizioni si può ritenere che il
valore delle merci prodotte e scambiate in un anno corrisponda necessariamente al valore della
contropartita in moneta scambiata nello stesso anno per effettuare gli acquisti di quelle merci.
La mera relazione contabile diventa teoria economica qualora si facciano le seguenti ipotesi
sull’andamento delle singole variabili. Si supponga che: V sia un parametro determinato dalle
abitudini di pagamento della popolazione; la produzione Y sia in “equilibrio naturale”. In tali
ipotesi, è possibile affermare che per ogni dato livello di M deciso dalla banca centrale esisterà
un solo livello di P di equilibrio. In altre parole, se la produzione si trova già al suo livello di
equilibrio naturale e non possa aumentare ulteriormente, ogni aumento della quantità
di moneta che determina un corrispondente aumento della domanda aggregata potrà
influenzare solo i prezzi:
=
La stessa relazione può essere poi espressa non in termini di livelli ma in termini di tassi di
variazione:
& & & &
& & ' '
&
= =
' ' &
' '
' '
Prendendo una variabile generica X e definendo l suo tasso di variazione percentuale nel tempo
come: ( )
−
& '
=
'
allora avremo che:
& =1+
'
Applicando questo risultato all’equazione della teoria quantitativa della moneta, questa può
essere riformulata come segue: (1 + )(1 + )
1+ = (1 + )
Dove p è il tasso d’inflazione; y è il tasso di crescita del PIL; m rappresenta la crescita della base
monetaria; v indica le eventuali variazioni nella velocità di circolazione della moneta.
Risolvendo per p otteniamo: 3
(1 + + + − 1 − )
= (1 + )
Si consideri che i tassi annui di variazione delle variabili esaminate sono generalmente molto
piccoli, nell’ordine di mv ≈ 0 e che 1 + y ≈ 1, per cui:
≈+− [1]
Se per ipotesi si assume che Y sia costante al suo “equilibrio naturale” e che pure V sia costante,
allora y = 0 e v = 0, per cui p ≈ m. In altre parole, ogni variazione della quantità di moneta
determina solo una variazione proporzionale dell’inflazione. Più in generale, per ogni dato tasso
di variazione v della velocità di circolazione della moneta, e per ogni dato tasso di crescita y
della produzione “naturale”, si può affermare che se la banca centrale controlla la variazione m
della crescita monetaria allora dovrebbe controllare anche il tasso d’inflazione p.
La Banca Centrale Europea, nei primi anni della sua esistenza, ha sostenuto di voler controllare
il tasso di inflazione basandosi sui dettami della teoria quantitativa della moneta. L’articolo
127, par.1, del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) stabilisce che l’obiettivo
principale del Sistema Europeo delle Banche Centrali (SEBC) è il mantenimento della stabilità
dei prezzi. Questa è la disposizione principale in materia di politica monetaria sancita dal
Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Incentrando su tale obiettivo la politica
monetaria della Banca centrale europea, il Trattato riflette il pensiero economico moderno per
quanto concerne il ruolo, la portata e i limiti della politica monetaria e stabilisce il fondamento,
in termini istituzionali e organizzativi, dell’attività di banca centrale nell’Unione economica e
monetaria.
Il Consiglio direttivo della BCE si propone, quale obiettivo primario, di mantenere l’inflazione
su livelli inferiori ma prossimi al 2% nel medio periodo.
Ipotizzando che il tasso di crescita del PIL dell’eurozona fosse pari al 2,5% annuo e stimando
che, a causa di innovazioni finanziarie, la velocità di circolazione della moneta diminuisse dello
0,5% all’anno. Considerando un obiettivo inflazionistico pari all’1,5% all’anno, applicando la
formula [1] la BCE ha determinato un tasso di crescita della moneta necessario per il
raggiungimento dell’obiettivo nell’ordine del 4,5% annuo.
In realtà, come è facile intuire dall’analisi del grafico sottostante (fig. 1) riferito ai primi 9 anni
di vita dell’Eurozona, il legame tra crescita della base monetaria e inflazione non è così forte né
cosi stabile come ci induce a credere la teoria quantitativa della moneta. Se si prende come
riferimento l’aggregato monetario M3 si può notare come gli andamenti di crescita
3
dell’inflazione e della moneta risultino piuttosto diversi: tra il 1999 e il 2007 si registrano
3 M è il simbolo utilizzato per indicare aggregati monetari di diversa ampiezza. Nell’Eurosistema si distinguono:
M1, aggregato costituito da circolante (banconote e monete metalliche), depositi bancari e postali in conto
corrente detenuti da residenti nell’area dell’euro (escluse le amministrazioni centrali) presso istituzioni
appartenenti al settore emittente moneta dell’area dell’euro; M2, costituito da M1 più i depositi con durata
prestabilita fino a due anni, i depositi rimborsabili con preavviso fino a tre mesi, i buoni postali fruttiferi diversi
dagli ordinari; M3, costituito da M2 più le operazioni pronti contro termine, le quote dei fondi comuni monetari, i
titoli del mercato monetario e le obbligazioni con scadenza fino a due anni.
4
significativi mutamenti della base monetaria ai quali però non corrispondono analoghe
variazioni del tasso di inflazione.
Figura 1 M3 (blu) - inflazione (rosso), fonte BCE grafico Bill Mitchell
La divergenza tra crescita della moneta e inflazione è risultata ancor più evidente negli ultimi
anni, quando la BCE, per rispondere alla crisi finanziaria che ha colpito l’Eurozona, ha avviato
una intensa politica di espansione monetaria (quatitative easing ) durante la quale, però,
4
l’inflazione è diminuita fino a diventare, addirittura, negativa.
Per gli esponenti della corrente alternativa di politica economica queste evidenze provano che
la teoria quantitativa della moneta è errata o, quanto meno, poco accurata. Gli economisti di tale
corrente credono che le azioni della banca centrale sulla quantità della moneta, così come sui
tassi di interesse, non sono in grado di controllare il sentiero inflazionistico. Sebbene tra alcuni
gli esponenti della corrente mainstream sorgano dubbi sull’idea che l’andamento dei prezzi
possa essere governato dalla sola politica economica, molti sono ancora gli economisti che
credono nella teoria quantitativa della moneta e nei suoi più recenti sviluppi.
3. Politica e Politica Economica
4 Il quantitative easing (QE) è uno strumento di politica monetaria consistente nella creazione di moneta da parte
della banca centrale e nella sua iniezione nel sistema finanziario ed economico mediante operazioni di mercato
aperto (in sostanza, l’acquisto di titoli di stato detenuti da privati). Generalmente, le banche centrali intervengono
sull’offerta di moneta regolando il tasso di interesse. Si ricorre al QE quando la crescita del sistema richiede
liquidità, ma i tassi di interesse sono già vicini allo zero ed è quindi impossibile agire sul costo del denaro. La BCE
ha iniziato ad acquistare attività dalle banche commerciali a marzo 2015 nel quadro delle misure non
convenzionali di politica monetaria. Gli acquisti di attività, in altre parole l’allentamento quantitativo (quantitative
easing), sostengono la crescita economica in tutta l’area dell’euro e contribuiscono a un ritorno dell’inflazione su
livelli inferiori ma prossimi al 2%. 5
La politica economica, le sue “ricette” per la risoluzione di alcuni importanti problemi
quotidiani, ha avuto, de sempre, un impatto importante sugli sviluppi più generali della politica.
La relazione tra la politica economica e le dinamiche politiche si possono notare, ad esempio
esaminando i programmi elettorali dei vari partiti. Una parte consistente di tali programmi
risulta composta da proposte di politica economica. Volendo tornare con la memoria nel primo
ventennio del XX secolo, un tragico esempio di quanto detto è rappresentato dal programma
politico del partito nazista tedesco, che tra i suoi principali obiettivi poneva il rigetto delle
clausole del trattato di Versailles e delle connesse riparazioni di guerra da pagare ai vincitori
del primo conflitto mondiale. Tornando ancora più indietro, un altro importante esempio
storico di programma politico generale che avanzi pure proposte di politica economica può
essere rintracciato nel “Manifesto del partito comunista” di K. Marx e F. Engels del 1848.
Esempi più recenti di quanto detto possono essere ritrovati nell’analisi dei programmi
elettorali contemporanei. Eclatante è il caso delle elezioni presidenziali degli Stati Uniti
d’America del 1992. Si contendevano la carica il presidente uscente, esponente del partito
Repubblicano, George H. Bush, e il governatore dell’Arkansas, per il partito Democratico,
William “Bill” J. Clinton.
Il presidente uscente (Bush padre) aveva impostato la sua campagna per la rielezione sulla
vittoria militare appena conseguita dagli USA e dalle forze alleate nella prima guerra del Golfo
contro l’Iraq di Saddam Hussein. In questo modo Bush sperava di guadagnare nuovamente il
consenso degli elettori nonostante la grave crisi recessiva che colpiva in quei mesi l’economia
americana. Il candidato democratico, Bill Clinton, focalizzò la sua propaganda su uno slogan che
sarebbe diventato celebre: “it’s the economy, stupid!”, a indicare che il suo avversario non
sarebbe riuscito a distogliere l’attenzione degli elettori dal problema fondamentale di
un’economia stagnante e di una disoccupazione in crescita. Così in effetti fu: durante la
campagna elettorale Bush perse terreno e Clinton fu eletto presidente, nell’auspicio di una
svolta negli indirizzi di politica economica per cercare di fronteggiare la crisi. Un caso ancor più
recente è il referendum del 2016 sulla cosiddetta Brexit, la scelta della Gran Bretagna di restare
o uscire dall’Unione europea. La vittoria dei sostenitori dell’opzione di uscita è il risultato
inatteso di una campagna in gran parte centrata su temi di politica economica, tra cui le
difficoltà occupazionali nelle ex regioni industriali e il deficit commerciale britannico.
4. I modelli della politica economica
La politica economica si fonda sulla costruzione di modelli teorici, vale a dire schemi matematici
che hanno lo scopo di rappresentare le caratteristiche essenziali della realtà inda
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